Dalla rivolta dei boxer alla fine dell'impero

La rivolta dei boxer del 1900 in Cina è relativamente poco conosciuta, e comunque in genere viene considerata come un episodio quasi secondario rispetto alla millenaria storia cinese: tuttavia si tratta di un avvenimento di enorme importanza, che ha segnato profondamente la storia dell'Asia e dei suoi rapporti con l'Occidente.
Essa infatti provocò uno sconvolgimento che bloccò l'ipotesi di "modernizzazione" di quel paese secondo i parametri affermatisi in Europa: argomento complesso e suscettibile di varie interpretazioni, ma che in ogni caso mette a fuoco il ruolo assai differente che ebbero da una parte la Cina e dall'altra il Giappone.
Mentre infatti quest'ultimo, che taluni considerano sostanzialmente come un territorio periferico della civiltà cinese, ha svolto una parte di primo piano nella storia del '900, la Cina fu invece economicamente e politicamente dominata dagli europei e poi, venuto meno il potere centrale, fu teatro di guerre infinite fra i signori della guerra, i nazionalisti, i comunisti, i Giapponesi. E solo in tempi recentissimi ha riacquistato quel posto di primo piano nel mondo che ha sempre avuto dagli albori della civiltà.

Confucio

IL NAZIONALISMO CINESE

Praticamente ogni civiltà tende ad essere etnocentrica, ritenendo cioè di aver un primato su tutte le altre. Addirittura molti popoli "primitivi" nella propria lingua non hanno nemmeno una parola per indicare la loro nazionalità e si definiscono "gli uomini", quasi che gli "altri" non lo siano veramente.
I cinesi definivano il proprio paese Zhongguo, "il centro", nella convinzione che il resto del mondo fosse periferia popolata da "barbari". La Cina effettivamente sperimentò per moltissimo tempo una condizione analoga a quella in cui si era trovato per qualche secolo l'Impero Romano: un luogo di civiltà contrapposto a terre dominate dal disordine e dall'ignoranza; se, poi, le immense steppe e le catene montuose non erano sufficienti a separare la Cina da quel mondo popolato da briganti e "selvaggi", si pensò a una formidabile opera difensiva che impedisse la contaminazione: la grande muraglia.
Una situazione di isolamento che non ritroviamo in Europa, nell'Islam, in India: tre civiltà che non hanno potuto fare a meno di incontrarsi, e scontrarsi.

Quando alla fine del 1500 il contatto con gli europei divenne inevitabile, i cinesi non mutarono atteggiamento: le novità tecnologiche (la fusione dei metalli per costruire i cannoni) o l'applicazione di nozioni ben note in Cina (astronomia, polvere da sparo) furono considerate inutili stravaganze, perché non poteva esserci nulla che i cinesi non sapessero fare meglio e comunque nulla di veramente importante poteva venire dal di fuori.
I cinesi erano esperti marinai ma non ebbero mai alcun interesse a solcare il Pacifico né tantomeno a esplorare nuove terre. Quando nel 1770 l'ambasciatore del re d'Inghilterra cercò di convincere l'imperatore Cieng lung a costruire rapporti stabili con l'Europa, ebbe una risposta che non lasciava dubbi: "Se pure tu affermi che la tua riverenza verso la nostra celestiale dinastia ti riempie del desiderio di acquistare gli elementi della nostra civiltà, il nostro cerimoniale e i nostri codici di leggi differiscono così radicalmente dai vostri che, anche se il tuo inviato riuscisse ad impadronirsi dei rudimenti della nostra civiltà, tu non potresti mai riuscire a trapiantare le nostre maniere e i nostri costumi nella tua terra straniera. Perciò, per quanto esperto possa il tuo inviato, non potrebbe esserci alcun vero vantaggio. Nel reggere il vasto mondo, io non ho che uno scopo, quello di mantenere un buon governo e di adempiere ai doveri dello stato: oggetti strani e costosi non mi interessano."
Un barbaro non solo non aveva nulla di offrire se non cose futili, ma non sarebbe nemmeno mai riuscito a diventare un cinese, cioè un "uomo civile".

Tuttavia alla metà dell'800 la situazione mutò profondamente: la guerra dell'oppio (1839-42) vide la Cina non solo sconfitta, ma umiliata dalla facilità con cui gli europei ebbero la meglio; e negli anni seguenti i cinesi si mostrarono totalmente impotenti a contrastare la penetrazione occidentale.

INTELLETTUALI E POPOLO

La superiorità tecnologica e militare occidentale era innegabile e le cannoniere erano sempre pronte ad aprire il fuoco ad ogni minima resistenza cinese. Gli europei non occuparono la Cina come avevano fatto con quasi tutto il resto del mondo ma la controllavano a tutti gli effetti e si erano spartiti fra loro le zone di influenza.
Molti intellettuali cinesi si chiesero a cosa avrebbe portato tutto ciò e si crearono due scuole di pensiero: bisognava tornare a Confucio ma con un rilettura che, molto prudentemente, in qualche modo tenesse conto degli elementi di novità portati dagli stranieri; altri, invece, premevano per una decisa integrazione con l'Occidente, sul modello applicato in Giappone.
E fu proprio in seguito alla sconfitta del 1894 contro i Giapponesi che i riformatori sembrarono avere la meglio nella direzione di avviare la Cina sulla via della modernità: furono emanati un gran numero di decreti "modernisti", ma il processo fu eccessivamente rapido, troppi interessi vennero messi in discussione, e tutto si bloccò. Si chiudeva la possibilità di una riforma dall'alto, così com'era accaduto in Giappone, e la Cina rimase estranea al XX secolo.
La società cinese era rigidamente gerarchica e autoritaria, tuttavia l'atteggiamento del popolo fu determinante: a parte i piccoli gruppi che erano in diretto contatto con gli europei, come ad esempio i commercianti, gli operai e i convertiti al cristianesimo, il cinese comune, più ancora che quello colto, non poteva nemmeno concepire che gli europei avessero una civiltà al loro livello o, men che meno, superiore: certo, vedeva il dilagare del loro potere a scapito di quello delle autorità imperiali, ma non avrebbe mai ammesso che quei barbari venuti dal mare potessero essere qualcosa di più di barbari, e considerava alla stregua di un ignobile tradimento le aperture sollecitate dagli intellettuali; analogamente veniva giudicato il comportamento di chi era al potere, che non faceva nulla per opporsi agli stranieri, per viltà, incapacità o calcolo personale. Del resto un'esperienza millenaria stava a dimostrare che la Cina decadeva quando non era più in grado di mantenere l'unità interna o di respingere le invasioni degli stranieri. Inoltre la dinastia imperiale era di origine Manciu, quindi straniera: aveva governato per oltre due secoli ma ciò non bastava per renderla veramente cinese...
Assolutamente deleteria era giudicata la tendenza all'abbandono degli antichi costumi cinesi: occidentalizzarsi, come suggerivano molti intellettuali, sarebbe stata una vera catastrofe, ed era quindi indispensabile tornare alle origini, senza alcun compromesso con la barbarie venuta dall'ovest.
Come spesso accade nel tortuoso sviluppo della storia, cause ed effetti si confondevano o addirittura si ribaltavano: non era il contatto con l'Occidente a indebolire la Cina, ma la sua chiusura verso il nuovo, inevitabilmente destinato a imporsi.

          

I BOXER

Il movimento dei boxer si formò tra le classi più povere: contadini, operai, artigiani, molti dei quali si dedicavano alle tradizionali arti marziali (il cui centro tecnico e spirituale era il monastero di Shao Lin): da qui il nome di "boxer" - praticanti di pugilato - dato loro dagli inglesi.
Si trattava di un movimento spontaneo senza alcuna gerarchia od organizzazione centrale, che si diffondeva a macchia d'olio fra tutti coloro che vedevano negli occidentali la causa di tutti i mali: alla xenofobia si aggiungeva anche la superstizione, e in genere i boxer erano convinti che gli amuleti li avrebbero resi immuni dalle armi degli europei e che l'abilità nella lotta avrebbero loro permesso di aver facilmente ragione degli eserciti occidentali. Stranamente nel movimento erano ammesse anche le donne, che erano raggruppate in gruppi chiamate "lanterne" di vari colori: rosse per le ragazze, bianche per le sposate, verdi per le vedove, nere per le più anziane.
Per un certo periodo queste attività non preoccuparono più di tanto le autorità e gli europei, essendo piuttosto comune l'esistenza di sette e gruppi cospirativi, ma tutto cambiò quando dalle manifestazioni più o meno folkloristiche i boxer passarono all'azione diretta contro gli europei e in particolare contro le missioni cristiane, cattoliche e protestanti, viste come simbolo dei "diavoli stranieri".

LA CORTE IMPERIALE

L'impero era retto da una donna che comunemente viene indicata come "imperatrice " ma, non ammettendo le leggi cinesi che una donna ricoprisse tale carica, essa era giuridicamente solo la reggente. Veniva chiamata Cixi, che non è un nome ma un appellativo che significa "materna e propizia". Donna di natali piuttosto modesti, aveva sposato l'imperatore e aveva avuto la fortuna di dargli un erede maschio. Alla morte dell'imperatore, nel 1861, venne quindi elevato al trono un bambino di due anni e nominata reggente la madre secondo una procedura non troppo consona alle tradizioni cinesi. Cixi, donna intelligente e colta, fu maestra nell'arte dell'intrigo e degli equilibri di corte e riuscì a gestire il governo per moltissimo tempo. Dopo la sconfitta della Cina da parte del Giappone il giovane imperatore prese direttamente le redini del governo, avviò le riforma in senso occidentale e moderno, ma non riuscì a impedire una congiura di palazzo ordita dai conservatori, fu dichiarato pazzo e confinato in un padiglione fino alla morte.

All'inizio del '900, dunque, il prestigio imperiale era compromesso: una donna, cosa inaudita, governava da una posizione di potere che aveva raggiunto con oscure manovre: come meravigliarsi che non fosse in grado di opporsi agli stranieri? A Corte vi erano pareri diversi sui boxer, anche perché essi rappresentavano una doppia incognita: potevano innescare una rivolta contro la Corte e in particolare contro Cixi, ma, d'altra parte, potevano anche essere l'unico mezzo per indurre gli europei a più miti pretese intimorendoli con lo spettro di una rivolta generale e incontrollabile. La reggente Cixi pensò di poter affrontare questa complessa emergenza come aveva gestito tante crisi di palazzo, ma non valutò adeguatamente la reazione europea e la situazione sfuggì completamente al suo controllo.

GLI OCCIDENTALI

Quanto deleterio sia stato il colonialismo dal punto di vista dello sviluppo dell'Asia e dell'Africa è oggi, in tempi di globalizzazione gestita dalle grandi compagnie internazionali, sotto gli occhi di tutti, ma alla fine dell'800 in Europa le opinioni erano ben diverse: la cristianità rappresentava "la civiltà" e - come diceva Kipling - "il fardello dell'uomo bianco" era quello di portare fra mille difficoltà e pericoli il progresso al resto del mondo.
Se è verò che in Europa si combatteva secondo un qualche codice umanitario (non si infieriva sui civili, si risparmiavano i prigionieri, non si operavano più massacri indiscriminati, non si tolleravano saccheggi), ben diverso era il comportamento degli eserciti europei negli altri continenti, nella convinzione che, trovandosi di fronte a popoli "barbari", non potevano valere le regole "civili" e occorreva agire in modo spietato, essere più barbari dei barbari. Analogamente non ci poneva nemmeno il problema di distinguere i gradi di civiltà dei vari popoli e non si facevano grosse differenza tra cinesi e Maori: erano tutti popoli a cui "portare la civiltà."

Nella crisi dei boxer le potenze coinvolte erano quelle che avevano ottenute delle "concessioni" cioè dei punti di appoggio per i loro interessi e commerci: Inghilterra, Francia, Russia, Germania, Austria-Ungheria, Italia, Stati Uniti e Giappone, ciascuna delle quali aveva un suo atteggiamento particolare. La Francia si era impadronita dell'Indocina (che era stata un protettorato cinese) e inoltre aveva garantito la libertà di culto dei cristiani, imponendo un trattato alla Cina dopo che nel 1860 le sue truppe avevano occupato Pechino. Gli inglesi con la guerra dell'oppio erano per primi entrati in Cina e avevano i maggiori interessi in essa. La Russia confinava per migliaia di chilometri con la Cina, alla quale aveva strappato ampi territori. La Germania non aveva alcuna tradizione coloniale ma da alcuni anni aveva cominciato a crearsi proprie colonie in Africa. L'Austria-Ungheria era in una situazione analoga alla Germania. L'Italia aveva anch'essa avviato una politica coloniale ed aveva addirittura aspirazioni imperiali, ma disponeva di scarsi mezzi.
In una posizione ancora diversa si trovavano gli USA: si definivano contrari al colonialismo, tuttavia, in seguito alla guerra con la Spagna (1898), avevano assunto il controllo delle Filippine e comunque il loro sviluppo economico li portava inevitabilmente a porsi come protagonisti sulla scena mondiale al pari delle vecchie potenze europee; contemporaneamente avevano anche una tradizione isolazionista e non si trovavano in sintonia con tutte le altre nazioni con appetiti imperiali. Il Giappone aveva sconfitto la Cina qualche anno prima, sviluppava una politica coloniale molto aggressiva e in ciò si affiancava alle potenze europee.
Si andava, cioè, delineando quella nuova situazione in cui il colonialismo classico avrebbe lasciato il posto a nuove forme di penetrazione economica e di dominio: l'epoca dell'imperialismo, lucidamente analizzata nel 1916 da Lenin.

LA RIVOLTA

Verso la fine del 1899 i boxer cominciarono una serie di incursioni contro le missioni cristiane e gli europei risposero allestendo un corpo di spedizione agli ordini dell'ammiraglio inglese Seymour; l'imperatrice Cixi tentò allora da una parte di calmare i boxer e dall'altra di convincere gli Occidentali a non fare affluire proprie truppe nella capitale, assicurandoli che avrebbe garantito con l'esercito regolare la protezione delle loro rappresentanze. Ma la situazione le sfuggì completamente di mano: i comandanti militari europei persero il contatto telegrafico con le truppe di Seymour, e, temendo il peggio, attaccarono e presero i forti di Tientsin; a quel punto l'esercito regolare cinese reagì attaccandoli e il contingente di Seymour dovette tornare indietro.
Cixi tentò di convincere i diplomatici europei a lasciare sotto la sua protezione Pechino e a rifugiarsi a Tientsin, ma questi rifiutarono; quando poi l'ambasciatore tedesco fu ucciso per strada da una folla inferocita, gli europei si chiusero nelle loro Legazioni cercando di provvedere direttamente alla propria difesa in attesa di aiuto.
Le Legazioni si trovavano addossate alla Città Proibita, quindi vicinissime alla sede imperiale ed erano circondate da grosse mura: vi erano circa 500 soldati e vi si rifugiarono anche circa 3.000 cinesi cristiani. Contro di esse si riversarono le masse dei boxer ma per ben 55 giorni gli europei si difesero strenuamente e questa resistenza fu forse l'umiliazione più cocente per i cinesi, che non riuscivano a sopraffare un esiguo gruppo di stranieri nella loro stessa capitale.
Le bande dei boxer non avevano una struttura militare: male armati e peggio organizzati attaccavano senza ordine e disciplina, e cadevano in massa davanti al fuoco degli europei, accorgendosi troppo tardi che i loro amuleti non li proteggevano dalle pallottole e che in quel tipo di scontri tutte le loro arti marziali erano inutili. L'esercito regolare cinese non diede loro nessun supporto e quindi non riuscirono a sopraffare nemmeno un altro piccolo nucleo di resistenza che si era attestato nella cattedrale cattolica di Pechino.
Non appena riuscirono a riunire forze sufficienti, gli occidentali marciarono sulla capitale, sbaragliando ogni resistenza ed entrando a Pechino il 14 agosto 1900, giusto in tempo per salvare le Legazioni la cui difesa era ormai agli sgoccioli. In fondo si trattava solo di 16.000 uomini, in un paese che contava allora circa 200 milioni di abitanti, eppure i cinesi non poterono nulla contro di essi.

Le truppe che avevano occupato Pechino non si posero il problema di capire cos'era successo realmente: tutti i cinesi erano considerati responsabili e dovevano essere puniti severamente. Il kaiser Guglielmo dichiarò: "Non fate prigionieri... il nome della Germania dovrà diventare famoso come quello di Attila; che nessun cinese osi più guardare negli occhi un tedesco."
I soldati si abbandonarono a massacri indiscriminati e in ciò si distinsero i cosacchi e i Cepoys dell'esercito inglese. Templi e palazzi furono incendiati, i saccheggi coinvolsero banche e case private, e nelle province dove si erano avuto persecuzioni anti-cristiane si attuarono rappresaglie sommarie anche in zone del tutto estranee alle vicende. Il terrore dilagava in tutta la Cina, e il risentimento verso i "diavoli stranieri" divenne odio totale.
Gli occidentali imposero una pace umiliante, vincolata al pagamento di un'indennità colossale, e per garantirsi che venisse effettivamente pagata assunsero il controllo delle dogane e delle attività più redditizie, come le miniere e le piantagioni.
Cixi riprese formalmente il potere, che gestì assistendo passivamente alla rovina del paese fino alla sua morte, avvenuta nel 1908. Poco prima aveva nominato come erede un altro bambino, Pu Yi, l'ultimo imperatore.
Dopo appena tre anni nel 1911, il malcontento nei confronti del potere imperiale si trasformò in una vera e propria rivoluzione e il generale Yüan Shih-k'ai, incaricato dalla Corte di attuare la repressione dei disordini consigliò invece l'abdicazione (febbraio 1912): con la fine della dinastia Manciù il millenario impero cinese scomparve per sempre.

DUE PUNTI DI VISTA

In Europa la repressione della rivolta dei boxer fu esaltata come un fatto glorioso: si era intervenuti in difesa dei cristiani perseguitati e delle ambasciate prese d'assedio, e con gran valore: il piccolo corpo di spedizione militare aveva piegato l'immensa Cina. Dei saccheggi, dei massacri e delle ruberie operate dagli europei poco si seppe e comunque sono cose che accadono, "effetti collaterali" - si direbbe oggi - di ogni spedizione militare. Insomma, si era difesa la civiltà dalla barbarie.
In Cina, ovviamente, la cosa apparve sotto luce ben diversa: i "diavoli stranieri" avevano approfittato della debolezza e della complicità di una Corte indegna, guidata da un'usurpatrice corrotta, si erano massacrati innocenti, incendiato templi e capolavori architettonici, saccheggiato e rubato dovunque, per appropriarsi delle ricchezze della Cina. I cinesi cristiani erano traditori, alleati con i nemici e la loro persecuzione un fatto marginale, i boxer erano eroici patrioti.

Enorme fu la responsabilità del potere imperiale, che non colse minimamente la situazione: Cixi pensò di poter gestire la crisi come fosse un intrigo di palazzo, senza capire che il destino della Cina non si giocava più nell'ambito della Corte. Ma la vera e profonda causa di questa e delle tante altre crisi che la precedettero e la seguirono fu un'altra: l'incapacità della classe dirigente cinese di avviare il paese sulla via della modernizzazione (inevitabile, comunque la si giudichi), com'era avvenuto negli stessi anni in Giappone. Quel paese, infatti, si aprì al moderno e da potenziale colonia divenne un paese colonialista, entrò nel club dei grandi, e sconfisse anche uno stato europeo, la Russia, nel 1905. La Cina rifiutò la modernizzazione e fu messa in ginocchio.