dalla lunga marcia alla rivoluzione

Alla fine del 1911 Sun Yat-sen, fondatore del partito che diresse la rivoluzione repubblicana, il Kuo-min tang (Guomindang) fu acclamato presidente provvisorio della repubblica. Confermato in tale carica dall'assemblea riunitasi il 1° gennaio 1912 a Nanchino, accettò con la riserva di rinunciare a favore del generale Yüan Shih-k'ai (con cui era segretamente in trattative) se questi, che deteneva il controllo di gran parte dell'esercito imperiale, si fosse impegnato a sostenere la repubblica.
Dopo l'abdicazione dell'imperatore (dichiarata da un consiglio di reggenza, perché l'ultimo imperatore, P'u-yi, era un bambino), Yüan divenne presidente, ma egli mirava soprattutto al potere personale e nel 1913 sciolse il Kuo-min tang, che nel frattempo gli si era rivoltato contro. Nel 1916 la sua scomparsa fu seguita da una lotta confusa, e disastrosa per il paese, tra i generali (i cosiddetti Signori della guerra a capo di eserciti personali) e i dirigenti repubblicani.

All'inizio del 1918, la Cina del Sud (fino al fiume Yang-tze), controllata dal Kuo-min tang che, ricostituitosi, aveva formato un governo rivale a Canton sotto Sun Yat-sen, si oppose a quella del Nord, che era nelle mani del governo di Pechino. Quest'ultimo, pur reso instabile dai contrasti sorti fra i Signori della Guerra, poteva contare sull'aiuto finanziario del Giappone, che mirava già da tempo a estendere la propria zona d'influenza in Cina, e che in base alle clausole del trattato di Versailles (l'accordo di pace stipulato nel 1919 fra le potenze che avevano combattuto la prima guerra mondiale) era subentrato alla Germania nelle concessioni dello Shantung (l'importante e ricca provincia della Cina orientale) suscitando la reazione dei delegati cinesi.
Alla conferenza di Washington (1921-2) la Cina ottenne la restituzione delle ex concessioni tedesche e il ritiro delle truppe giapponesi dallo Shantung: era il primo passo verso la graduale abolizione dei privilegi di cui godevano le nazioni straniere nel territorio cinese.
Nel Sud, Sun Yat-sen riorganizzò nel 1923 il Kuo-min tang con l'aiuto di consiglieri inviati in Cina dal Partito Comunista sovietico. I militanti del Partito Comunista cinese, fondato nel 1921 ed entrato nel 1922 nel Comintern, furono ammessi quali membri nel Kuo-min tang. La morte di Sun Yat-sen, nel 1925, provocò però nel suo partito una frattura tra radicali, favorevoli all'unione con i comunisti, e moderati, che miravano invece ad espellerli dal Kuo-min tang e in genere dalla direzione della vita nazionale.

Fu in quel periodo che divenne centrale il ruolo di due uomini che avrebbero determinato i successivi destini della Cina: Mao Zedong [*] e Chiang Kai-shek (Jiǎng Jièshí).
Quest'ultimo, capo dell'ala moderata del Kuo-min tang, riuscì a prendere il controllo di tutto il movimento e alla testa dell'esercito nazionalista del Sud iniziò da Canton l'avanzata verso il Nord. In seguito al verificarsi di eccessi contro le popolazioni locali e i residenti stranieri, di cui furono accusati i comunisti, Chiang Kai-shek la notte del 12 aprile 1927 a Shangai ordinò il massacro di tutti i dirigenti comunisti, disarticolando il loro movimento, e in seguito ruppe con la missione sovietica. Rimase tristemente celebre la "tavoletta cinese": al comunista arrestato veniva appoggiata una tavoletta sulla testa, in modo che il colpo di pistola alla nuca non provocasse un eccessivo spargimento di sangue e materia cerebrale. L'eliminazione fisica degli esponenti della sinistra proseguì sistematicamente anche in altre regioni, e a Nanchino venne stabilita la sede del governo nazionalista cinese. Chiang Kai-shek marciò quindi verso il Nord e nel giugno 1928 entrò a Pechino.

La feroce repressione aveva costretto i comunisti a rifugiarsi nella regione montuosa del Jianxi dove nel 1927 costituirono, sotto la guida di Mao Zedong, Zhou Enlai e Chu-teh, la Repubblica Sovietica Cinese e un forte esercito a base popolare, intensificando con successo la loro propaganda tra i contadini, attratti dalla prospettiva di una riforma agraria.
Ma quale spazio poteva trovare in Cina, paese con una forte carica spirituale, un'ideologia materialista come il marxismo?
Una rigida suddivisione in classi caratterizzava da sempre la società cinese, e lo stesso pensiero di Confucio (che elaborò, si badi bene, una filosofia morale e non una religione) predicava elevati sentimenti umani (fratellanza, giustizia, operosità, senso del dovere, ecc.), ma senza porre in discussione l'ordine fondamentale della società. Le virtù morali, insomma, andavano esercitate mantenendo ben salde le differenze intellettuali e sociali.
La speculazione filosofica era patrimonio di pochi, ed è significativo il fatto che in Cina esistessero due linguaggi, due alfabeti, due letterature. Gli intellettuali erano assolutamente staccati dal popolo, e l'opera letteraria o filosofica aveva come finalità l'ammaestramento morale; il testo scritto in lingua volgare (per usare un'espressione nostra) era considerato opera rozza e non degna di attenzione.
In una società prevalentemente agricola (in cui, tra l'altro, era pratica comune l'infanticidio delle neonate: meglio i maschi, che avrebbero potuto lavorare di più) l'uomo del popolo non aveva accesso alle attività intellettuali, sia perché non conosceva la lingua colta, sia perché la sua condizione non gliene lasciava il tempo materiale: la subordinazione verso la proprietà era assoluta, secondo un collaudato sistema di salari bassissimi, che obbligavano il contadino a indebitarsi col padrone, restandogli poi legato per rimborsarlo col lavoro. La condizione operaia nell'attività più diffusa, la filatura e la tessitura della seta, era ancora peggiore: erano impiegate molte donne (circa il 95% della forza lavoro), essendo gli uomini per lo più al lavoro nei campi; ma anche i bambini, già a sei - sette anni, entravano in stabilimento, sottoposti agli stessi ritmi e allo stesso orario degli adulti. Il lavoro si svolgeva in condizioni inumane, al caldo umido, con l'aria impregnata del fetore dei bozzoli sfruttati. Orario di lavoro: dodici ore al giorno. Giorni di lavoro settimanale: sette. Non migliori erano le condizioni nei cotonifici, dove il lavoro prevedeva anche turni di notte (esclusi invece nelle seterie, ma solo perché la sottigliezza del filo è tale da divenire invisibile alla luce artificiale).
Situazione che rimase inalterata anche sotto la repubblica, come emerge da un'inchiesta condotta a Shanghai dal colonnello Malone, deputato laburista alla Camera dei Comuni, nel 1926, quattordici anni dopo la fine dell'impero.
Il marxismo, dunque, si diffuse come reazione ad uno sfruttamento totale, che non conobbe variazioni col passaggio dal regime imperiale a quello repubblicano.

La repubblica nacque all'insegna delle lotte interne, prima tra Yuan e il Kuo-min tang, poi tra la Cina del Sud e quella del Nord e i Signori della Guerra, poi tra il Kuo-min tang e il Partito Comunista. In questa situazione molto confusa s'inserì anche il Giappone, le cui mire continentali non si erano mai sopite. Nel 1931, prendendo pretesto da certi incidenti locali, i Giapponesi invasero la Manciuria e ne fecero uno Stato a sè con il nome di Man-chu-kuo: si trattava in realtà di un protettorato, alla testa del quale figurava nominalmente P'u-yi, l'ultimo imperatore. La Cina reagì con il boicottaggio delle merci nipponiche e i Giapponesi attaccarono Shangai, penetrarono nella Cina del Nord e nel 1935 arrivarono fino alla regione di Pechino, mentre la Società delle Nazioni si mostrava impotente.

In questo contesto caotico il governo nazionalista non attuò alcuna politica sociale, né peraltro questa rientrava nei suoi programmi, perché il Kuo-min tang, con l'affermazione definitiva dell'ala moderata di Chiang Kai-shek, si era fatto piuttosto promotore di una difesa della tradizione, e quindi dello status quo. D'altra parte alla gran massa dei cinesi, imbevuti di quella parte di confucianesimo funzionale agli interessi delle classi dominanti, risultava decisamente estranea l'idea stessa della ribellione, e ci volle un uomo della statura e della personalità di Mao Zedong per avviare un processo che avrebbe cambiato radicalmente la faccia del paese.

Nato nel 1893 in una famiglia di contadini relativamente benestanti, Mao, dopo un anno di servizio volontario nell'esercito repubblicano di Sun Yat-sen, si dedicò agli studi; dopo essersi diplomato alla scuola normale di Changsha nel 1918, trascorse un breve soggiorno a Pechino per seguire alcuni corsi universitari e qui ebbe i suoi primi contatti con il nascente movimento marxista cinese e in particolare con l'economista Li Ta-chao e il futuro segretario del Partito comunista Ch'en Tu-hsiu. Partecipò attivamente all'organizzazione del movimento rivoluzionario dello Hunan e nel 1920 fondò i primi circoli marxisti locali, dai quali fu poi delegato al Congresso costitutivo del Partito Comunista Cinese, che si tenne a Shangai nel 1921. Per due anni lavorò come segretario dell'organizzazione del partito dello Hunan, quindi, dal 1923, come funzionario del partito a Shangai. In seguito alla confluenza del PCC nel Kuo-min tang (1924), fu, nel 1926, nominato membro del Comitato Centrale e inviato nuovamente nello Hunan quale esperto dei problemi rurali.
L'anno successivo iniziò la repressione anticomunista operata da Chiang Kai-shek, cui seguì la proclamazione della Repubblica Sovietica cinese nella regione montuosa del Jianxi.
La carica rivoluzionaria del Partito Comunista Cinese si basò su di un'elaborazione dottrinaria semplice e robusta, operata da Mao per adattare le teorie marxiste, nate in una realtà industriale, al mondo prevalentemente agricolo cinese: essa era un pericolo troppo grande per la supremazia del Kuo-min tang, e l'eliminazione fisica del maggior numero possibile di comunisti rientrava nell'antica tradizione cinese di guerra totale. Mentre Chiang Kai-shek basava il suo potere anzitutto sulla forza militare e sulla potenza finanziaria (con l'appoggio determinante dei capitali americani che volevano tutelare i propri interessi in Cina), Mao Zedong aveva capito l'enorme importanza della partecipazione popolare. Il neo costituito Esercito Rosso della Repubblica Sovietica cinese manteneva stretti legami col mondo contadino e i suoi soldati erano addestrati anche al lavoro dei campi, con l'ordine di trattare sempre correttamente la popolazione, di non abbandonarsi mai a quei sequestri ingiustificati, saccheggi, abusi, che erano pratica corrente dei militari nei confronti dei civili delle classi più umili.

   

Nel 1933 la guerra tra nazionalisti e comunisti ebbe le sue punte massime. Quest'ultimi furono costretti a una penosa e interminabile ritirata verso lo Shaanxi (o Kiangsi, secondo un altro tipo di traslitterazione): tra il 1934 ed il 1935 circa 130.000 persone percorsero oltre 10.000 chilometri, sotto la continua minaccia dei nazionalisti, in condizioni proibitive, e pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane. Un'impresa leggendaria, unica nella storia dell'umanità, passata alla storia come Lunga marcia, che fu resa possibile solo in virtù del rapporto di solidarietà che i comunisti guidati da Mao seppero costruire con le masse popolari, elemento che fu essenziale per la vittoria della rivoluzione.
Mentre l'ala sinistra del Kuo-min tang puntava ad una conciliazione nazionale per combattere contro i giapponesi, Chiang Kai-shek nel 1936 fu attirato a Xi'an in un agguato, organizzato dal capo comunista Zhou Enlai, e liberato solo dietro l'impegno di una tregua con il PCC.
In verità il fronte comune antigiapponese non fu mai totale e compatto e iniziò una strana guerra in cui spesso l'alleato era trattato come avversario, e viceversa, in un gioco di reciproche diffidenze che non poteva che favorire il comune nemico. Nell'agosto 1937, infatti, le truppe nipponiche si impossessarono di Pechino, scesero verso sud, sbarcarono a Shangai e cacciarono da Nanchino Chiang Kai-shek.
Le milizie comuniste erano ancora esigue, ma la loro azione era molto efficace, soprattutto nella guerriglia, in cui eccellevano: impegnarono duramente le truppe giapponesi rendendole incerte sull'opportunità di addentrarsi ulteriormente nel paese. I Nipponici si limitarono quindi a controllare le coste, le grandi città, le ferrovie e le frontiere, ma lo scoppio della guerra nel Pacifico contro gli Stati Uniti (Pearl Harbour: 7 dicembre 1941) assorbì ben presto la maggior parte delle loro energie.

La cessazione delle ostilità, con la disfatta del Giappone, fece venir meno l'unico elemento che univa il PCC ai nazionalisti del Kuo-min tang e quindi si prospettava una cruenta ripresa degli scontri interni. Il generale statunitense Marshall, inviato in missione straordinaria, tentò una formula di compromesso per favorire l'integrazione dei comunisti in una Cina unificata e guidata da Chiang Kai-shek, al quale gli Stati Uniti continuavano a dimostrare fiducia (e a fornire denaro); ma dopo una serie di tregue precarie crollò ogni ipotesi di mediazione e la guerra civile riprese nel 1946.
I nazionalisti persero a poco a poco terreno, soprattutto nella Manciuria, sottratta ai Giapponesi dalle forze sovietiche; i comunisti all'inizio del 1947 si allinearono con l'URSS e il capo del Kuo-min tang acuì la propria intransigenza: sciolse la Lega democratica, di carattere moderato e di origine recente, ma nella quale confluivano sempre più numerosi gli scontenti. Mentre nelle regioni controllate dai nazionalisti regnava l'anarchia, aggravata dalla miseria e da una grave inflazione, Mao Zedong propose ai propri seguaci un programma di rinnovamento, pura adottando drastici sistemi.
Dopo lunghi e sanguinosi scontri che sconvolsero il paese, le forze comuniste, occupata nell'aprile del 1949 la capitale nazionalista Nanchino, costituirono nell'agosto un governo popolare del Nord- Est e poco dopo quello della Cina del Nord. La partita era ormai perduta per Chiang Kai-shek, che si rifugiò nell'isola di Formosa (Taiwan), stabilendo a Taipei la capitale della Cina nazionalista.

 

Il 1º ottobre 1949, Mao Zedong annunciò a Pechino, ridivenuta capitale, la presa del potere da parte del Partito Comunista e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese.

Egli ne fu eletto presidente da un'Assemblea nazionale; Liu Shao-chi, Chu-teh e Sung Ch'ing-ling (vedova di Sun Yat-sen) diventarono vicepresidenti e Zhou Enlai presidente del consiglio e ministro degli esteri.
Iniziava un'opera radicale di riforma della società, con l'intento di attuare un passaggio morbido al socialismo. La politica agraria, basata inizialmente sull'abolizione del latifondo e la distribuzione delle terre ai contadini, non diede però i frutti sperati, perché le porzioni di terra erano troppo esigue e coltivate ancora con metodi primitivi. Iniziò così, nel 1953, la costituzione delle comuni agricole, fattorie collettive nelle quali venne introdotta anche la meccanizzazione dei sistemi di coltura.

Le altre riforme fondamentali riguardarono soprattutto il diritto di famiglia (con il riconoscimento della parità tra coniugi e le misure contro l'infanticidio) e l'istruzione, con intense campagne contro l'analfabetismo. La nuova Costituzione, che sanciva il primato del PCC nella guida del paese, prevedeva anche garanzie per le minoranze nazionali ed una certa libertà religiosa. Si trattava però di garanzie più teoriche che pratiche, perché il regime di Mao accentuava sempre più il proprio carattere totalitario, secondo la classica formula della dittatura del proletariato. Hong-Kong e Cina Nazionalista iniziarono così a conoscere il fenomeno dei profughi, non così numerosi come la propaganda anticomunista voleva, ma neanche rappresentati solo da pochi elementi antisociali, come pretendeva il governo di Pechino.
Al di là della disapprovazione per qualsiasi sistema autoritario, occorre sottolineare che la politica del PCC diretto da Mao portò ad un enorme miglioramento di vita per la gran massa della popolazione cinese; le condizioni miserabili in cui vivevano contadini e operai sotto il regime imperiale non avevano subito alcun cambiamento con la repubblica diretta dai nazionalisti ed il prezzo da pagare per questo miglioramento era la limitazione della libertà: ma era forse libero l'operaio che lavorava sette giorni la settimana, con un orario di lavoro di dodici ore quotidiane? Era libero il contadino che si trovava in una posizione di dipendenza, vita natural durante, con il padrone delle terre?
La grande arretratezza della situazione sociale cinese, e la capacità del PCC e di Mao di farsi interpreti del malcontento popolare, furono il vero motore della vittoria comunista.

La Repubblica Popolare Cinese

La Repubblica Popolare Cinese potè contare sul forte appoggio dell'URSS, che inviò numerosi tecnici, ma in realtà puntava all'autonomia da Mosca, ponendosi sempre più come paese guida del socialismo reale in Asia e nel Terzo Mondo. L'aiuto "fraterno" dell'URSS, peraltro, aveva sempre più le caratteristiche di ingerenza o comunque di controllo.
I rapporti con l'URSS si ruppero definitivamente dopo il 1960, dividendo il blocco comunista in due tronconi, uno in prevalenza europeo stretto attorno a Mosca e uno in prevalenza asiatico, che guardava appunto a Pechino. Tale spaccatura si istituzionalizzò quando nel luglio 1963 a Mosca una conferenza tra i partiti comunisti, convocata per ricomporre il dissidio, si chiuse senza raggiungere alcun risultato. (Naturalmente questo dissidio coinvolse anche gli altri partiti comunisti e in particolare quelli, come il PCI, che avevano una forza e un ruolo determinanti: celebre la violenta polemica dei cinesi espressa in uno scritto dal titolo apparentemente morbido: Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi.)

La caduta di Krushëv (ottobre 1964) non attenuò la polemica tra i due centri del movimento comunista, anche perché il contrasto rispondeva, oltretutto, a motivi storici che superavano le contingenze ideologiche. L'accusa di revisionismo, lanciata dai cinesi contro la politica riformista di Krushëv nasceva anche dal fatto che i due paesi vivevano momenti storici diversi. La Cina, che praticamente ricominciava da zero, aveva la necessità di mantenere una tensione interna per far fronte agli impegni assunti nei piani economici, e questo portò all'esasperazione della linea politica del comunismo cinese che si mantenne fedele a un rigido dogmatismo. L'URSS era ben più avanti della Cina e Krushëv, senza pensare a riforme in senso organicamente democratico, si rendeva conto che bisognava iniziare ad allentare, seppur con molta prudenza, le mille limitazioni che opprimevano la vita del cittadino sovietico.

La sfiducia cronica, e storicamente fondata, dei cinesi nei confronti degli europei e degli occidentali in generale giocò la sua parte nello spingere la Cina al distacco dall'URSS e alla costruzione di un proprio modello di comunismo. Né si può dimenticare che l'URSS intratteneva rapporti costanti con gli USA, che si erano resi garanti, anche con cospicui aiuti militari, dell'indipendenza di Taiwan, da loro considerata come unica legittima rappresentante del popolo cinese.
Internamente la Cina iniziava a conoscere, consolidata ormai la supremazia del PCC, le lotte interne per il potere. L'appannarsi del mito di Mao in seguito al raggiungimento solo parziale degli obiettivi economici pianificati aveva spinto il "grande timoniere" a rinunciare alla carica di presidente della repubblica, mantenendo la direzione del partito. Ma non per questo Mao era deciso a cedere il potere effettivo. Proprio la frattura che si manifestò in seno al partito tra i teorici della rivoluzione permanente e i riformisti fu l'occasione per Mao per scatenare la rivoluzione culturale, che investì la Cina tra il 1966 ed il 1969 con notevoli conseguenze negli anni settanta, e che sin dagli inizi assunse aspetti contraddittori; soprattutto non fu chiara la distinzione tra opposte fazioni, dato che nessuno osava attaccare apertamente Mao.

      

Gli alti funzionari di partito si difendevano ricorrendo alla tattica descritta come "sventolare la bandiera rossa per opporsi alla bandiera rossa" e organizzando gruppi che usavano gli stessi slogan della rivoluzione culturale. Le forze su cui Mao si appoggiò per lanciare questa "rivoluzione nella rivoluzione" furono dapprima i giovani, poi l'esercito popolare di liberazione. Gli studenti delle maggiori università e anche delle scuole secondarie, organizzati nel movimento delle guardie rosse e in altri gruppi rivoluzionari, sferrarono pesanti attacchi contro le autorità accademiche e gli alti funzionari di partito e dello Stato "impegnati nella via capitalista". Principali bersagli furono il presidente Liu Shao-chi e i suoi seguaci. Nella prima metà del 1967, quando ai militari venne ordinato di appoggiare la sinistra, la rivoluzione culturale raggiunse il suo momento culminante e ottenne come risultato la distruzione dell'apparato del partito. Anche i rappresentanti dell'amministrazione governativa, che faceva capo al primo ministro Zhou Enlai, vennero attaccati dall'ultrasinistra.
Tuttavia la vittoria della sinistra estremista, rappresentata dalle guardie rosse alla base e, al vertice, da alcuni alti esponenti politici, fra cui la moglie di Mao, Chiang Ch'ing, fu di breve durata, non riuscendo a proporre concretamente un modello di organizzazione alternativa.
La lotta tra fazioni non accennava a placarsi, cosicché all'esercito venne affidato il compito di restaurare l'ordine e di fornire amministratori competenti. Venne lanciato un movimento per l'organizzazione di comitati rivoluzionari, ai quali doveva essere affidato il potere amministrativo. La situazione di caos e di incertezza si prolungò fino all'agosto del 1968, quando Mao in persona espresse la sua insoddisfazione nei confronti degli studenti e approvò la costituzione delle "squadre di lavoro di operai e contadini", che furono mandate nelle università a restaurare l'ordine con l'appoggio dell'esercito. Di conseguenza si accelerò la costituzione dei comitati rivoluzionari, a tutti i livelli, in cui i rappresentanti dell'esercito detenevano posti chiave, e venne lanciata una campagna contro l'ultrasinistra.

Nel settembre 1968 Zhou Enlai proclamò la "vittoria completa e definitiva della rivoluzione culturale" e nell'ottobre una sessione plenaria del Comitato Centrale del PCC destituì ufficialmente Liu Shao-chi. La convocazione del IX Congresso del Partito, nell'aprile 1969, a undici anni di distanza dal precedente, segnava il trionfo della linea maoista e il riassetto organizzativo del partito.

Lin Piao, ministro della difesa e protagonista della rivoluzione culturale, venne ufficialmente designato come successore di Mao Zedong. La situazione parve essersi stabilizzata a favore dei militari rispetto ai civili, ma nel 1971 l'improvvisa scomparsa dalla scena politica di Lin Piao e di altri alti esponenti dello stato maggiore (che molto probabilmente preparavano un colpo di stato), dimostrava come fosse precario l'equilibrio raggiunto. La lotta tra le diverse fazioni riprese e ad essa non fu estranea la nuova politica estera, voluta da Zhou Enlai, di apertura all'Occidente, contro il riavvicinamento all'Unione Sovietica, perseguito dai seguaci di Lin Piao. Nell'agosto 1973 il X congresso del partito decretò la definitiva condanna postuma di Lin Piao e sancì la vittoria del gruppo che si riconosceva nel primo ministro Zhou Enlai, cioè dei civili rispetto ai militari, del partito rispetto all'esercito e alle forze sociali spontaneiste (studenti), di una linea pragmatica e centrista rispetto alla sinistra radicale.

Per quanto riguarda la politica estera, dopo una paralisi dell'iniziativa cinese nel periodo della rivoluzione culturale, una nuova fase si aprì nel marzo 1971, quando la squadra cinese di ping-pong, in apertura dei campionati del mondo, invitò i giocatori statunitensi a recarsi in Cina: era il primo segno della distensione fra i due paesi.
La ripresa dell'attività diplomatica di Pechino coincideva da un lato con la stabilizzazione interna, dall'altro con gli importanti cambiamenti sopraggiunti nel contesto sia asiatico sia mondiale (progressivo disimpegno americano nel Sud- Est asiatico, rinascita politica e militare del Giappone, minaccia sovietica alle frontiere e pericolo di una collaborazione tecnica ed economica russo-giapponese in Siberia).

Si arriva così all'ammissione della Cina all'ONU (che comportò l'espulsione di Taiwan) nell'ottobre 1971. Il progressivo miglioramento dei rapporti con il Giappone, fino al reciproco riconoscimento diplomatico (1972), il viaggio del presidente americano Nixon in Cina nel febbraio del 1972 furono importanti successi della nuova linea di politica estera di Pechino e portarono al riconoscimento della posizione internazionale di grande potenza assunta ormai dalla Cina.

È noto che nel '68 i gruppi politici europei che polemizzavano violentemente con la sinistra storica videro nella Cina, nella rivoluzione culturale, nel libretto rosso di Mao, i punti di riferimento per una politica "rivoluzionaria" contrapposta al "revisionismo" dei partiti comunisti. Il paradosso è che costoro inneggiavano al comunismo in versione maoista, mentre all'interno della Cina si scatenava una violenta lotta per il potere che alla fine vide la vittoria della parte moderata dell'apparato. Il mito è certo più affascinante, la strada della rivoluzione radicale è più consolante, rispetto al riconoscere che la tradizione delle violente lotte tra i Signori della Guerra non si era ancora spenta, bensì aveva solo cambiato abito e localizzazione.

Le ulteriori vicissitudini interne cinesi, che si acuirono con la morte di Mao, nel 1976, ebbero come denominatore comune lo scontro tra le due opposte fazioni del gruppo dirigente, l'una tendente a continuare la politica di apertura all'occidente e di allentamento morbido del regime, l'altra legata ad una stretta ortodossia. La vedova di Mao, Chiang Ching, ed altri tre dirigenti di primo piano (da cui l'appellativo di "banda dei quattro") furono accusati di cospirazione ed eliminati dalla scena politica.

Il nuovo leader, Ten Hsiao-ping, accentuò il pragmatismo della linea politica generale e normalizzò i rapporti con USA e URSS, ripristinando i rapporti diplomatici con gli americani (1978) e seppellendo definitivamente le controversie ideologiche coi sovietici (pur non approvando la perestrojka di Gorbacëv).

La Cina ha superato indenne la tempesta che, dalla caduta del Muro di Berlino, ha scosso tutto il mondo comunista (o sedicente tale), facendolo crollare in pochi mesi. Ovviamente anche in Cina la dissidenza ha iniziato a serpeggiare: nessun popolo sopporta a lungo, esaurita una fase di emergenza rivoluzionaria (che può durare anche diversi anni), un regime dittatoriale. Già nel 1979 si era verificata una fase di leggera apertura verso la dissidenza, peraltro rapidamente frenata quando questa iniziò a prendere le connotazioni di aperta contestazione del sistema politico. La risposta del governo di Pechino fu flessibile: repressione dei dissidenti, ma contemporaneamente emanazione di leggi sull'elezione delle assemblee locali, per dare almeno un minimo strumento di dialettica, seppur rigidamente inquadrata nel sistema socialista.
La Costituzione del 1982, la quarta nella storia della Repubblica Popolare Cinese, ha ribadito il predominio del Partito Comunista sulla società e sullo Stato, ha confermato che la Cina Popolare è uno Stato socialista di dittatura del proletariato e ha affermato che essa è uno Stato unitario plurinazionale.
Nel 1993 è stato inscritto il principio dell'economia socialista di mercato. Quest'ultima è una contraddizione in termini solo apparente: è un escamotage per prendere atto di una realtà che è comunque in evoluzione, senza per questo abiurare d'un colpo i principi fondamentali di un sistema. Chi oggi ha rapporti d'affari con la Cina conosce una figura che meno di un decennio fa era inesistente, l'imprenditore cinese, che agisce entro limiti fissati dalla legge ed è sottoposto a numerosi controlli, ma che comunque è un imprenditore privato, cioè un capitalista a tutti gli effetti, che opera in un paese che si proclama Stato socialista di dittatura del proletariato. Del resto oggi Shangai è una delle città più capitaliste al mondo, e lo testimonia il prezzo degli immobili, ai livelli stratosferici delle più ricche metropoli occidentali.

Una possibile chiave di lettura del mistero cinese è che la fedeltà della dirigenza cinese al marxismo-leninismo-pensiero di Mao e la conservazione di un regime comunque dittatoriale non siano originate da cecità politica o da testarda ortodossia: piuttosto sembra tornare a galla un'antica saggezza, unita ad una sana diffidenza verso il mondo occidentale.
La Cina è un enorme mercato potenziale e ad essa guarda, con interesse, tutto il mondo. Un allentamento improvviso dei freni, un'apertura totale e immediata alle pur legittime richieste di libertà e di democrazia politica, si risolverebbe, con ogni probabilità, in uno sfascio non dissimile da quello che ha travolto l'URSS e i suoi satelliti, quel crollo che Gorbacëv si illuse di poter frenare ed a cui Eltsin diede furibondi colpi di acceleratore. I risultati di quel tracollo sono sotto gli occhi di tutti, con la nascita di nuove ricchezze, spesso di carattere mafioso, e nuove miserie regolate principalmente dalla legge della giungla, con un disordine totale che mette a rischio anche le libertà politiche.

      

Quando, nell'89, abbiamo visto le terribili immagini della rivolta di piazza Tien an men, con le dimostrazioni studentesche brutalmente schiacciate dai cingoli dei carri armati, nella nostra ottica di occidentali abituati a vivere nella libertà e nel benessere, ci siamo commossi e indignati. Tuttavia, resta ineludibile un interrogativo: cosa poteva fare il governo cinese, se non reprimere quella dissidenza, che comunque metteva in discussione le fondamenta stesse della società? Poteva autoliquidarsi, certamente, e forse sotto un profilo unicamente morale questo sarebbe stato giusto. Ma se la morale non sa confrontarsi con la realtà, non è più al servizio dell'uomo. E allora il quesito finale è questo: era giusto autoliquidarsi e, forse, dare la libertà, ma, di sicuro, consegnare oltre un miliardo di nuovi clienti alla logica spietata e inumana del mercato e del profitto?
In realtà, purtroppo, questa domanda sembra trovare una sua paradossale risposta nella convivenza - che il potere cinese sta fortemente cercando di impostare - tra sviluppo selvaggio e dominio autoritario del partito.
Insomma, il peggio del capitalismo e del comunismo intrecciati oscenamente...
La realtà, tuttavia, è assai più complessa, e la nostra conoscenza della Cina attuale si basa fondamentalmente su luoghi comuni e leggende metropolitane. Uno strumento utilissimo per capirne di più è L'impero di Cindia, di Federico Rampini (Mondadori, 2006): non solo Cina, ma India e dintorni, la superpotenza asiatica da 3 miliardi e mezzo di persone.

grazie a Paolo Deotto


* La vecchia e più nota grafia Mao Tse-tung (così come Chou En-lai) corrispondeva al sistema anglosassone di traslitterazione (il cosiddetto Wade - Giles), sostituito nel 1979 dal Pinyin, che letteralmente in cinese significa "unire suoni" e generalmente si riferisce al Hànyǔ Pīnyīn (letteralmente: "traslitterazione della lingua degli Hàn"), che è un sistema di romanizzazione (notazione fonetica e traslitterazione in scrittura latina) dei caratteri del cinese standard, mandarino variante di Pechino.