Donne e violenza

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Amnesty International fornisce dei dati agghiaccianti. Una ricerca della Harvard University ha stabilito che nel mondo per le donne dai 16 ai 44 anni la violenza è la prima causa di morte, un'incidenza maggiore degli incidenti stradali, del cancro e delle guerre.
E come se fosse un cancro, la violenza contro le donne assume varie forme: violenza domestica, sfruttamento della prostituzione, stupri, mutilazione dei genitali, sfruttamento lavorativo e, nei casi più estremi, il genocidio: «mancano all'appello» più di 60 milioni di donne, eliminate con l'aborto e l'infanticidio selettivo, una pratica molto diffusa in Cina, dove lo Stato ha imposto alle famiglie il figlio unico.
L'Onu ha calcolato che una donna su tre viene regolarmente picchiata da un famigliare, solitamente il marito. Sono 120 milioni le donne che hanno subito l'escissione dei genitali esterni. E il 70% delle donne vittime di omicidio sono state uccise dal loro partner.
Più drammatici i dati provenienti dai Paesi poveri, dove la violenza contro le donne spesso rientra nei gesti quotidiani della vita comunitaria: in una provincia del Kenia, il 42% ammette di essere regolarmente picchiata dal marito, mentre in Sudafrica ogni 23 secondi una donna subisce violenza sessuale. Tra il 2002 e il 2003, nella Repubblica democratica del Congo 5mila donne vennero stuprate per motivi legati al conflitto etnico.

La guerra solitamente rende il corpo femminile più vulnerabile agli abusi: la Lega delle donne irachene ha denunciato che nel periodo aprile-agosto 2003, almeno 400 donne sono state rapite, stuprate e vendute.

Anche la povertà incide di più sui destini delle donne che su quello degli uomini: in Nepal sono 10mila le ragazzine che ogni anno vengono vendute dalle famiglie per essere avviate al mercato della prostituzione. Accade così anche in Asia sudorientale, dove in periodi di carestia i villaggi più poveri cedono le loro figlie per qualche pugno di riso.

La tratta delle donne raggiunge cifre da capogiro: solo in Europa ne sbarcano 500mila all'anno, costrette a vendersi per strada o all'accattonaggio.

Non ultimi vengono i cosiddetti "crimini d'onore", i quali puniscono le donne che violino le norme della comunità: si va dallo sfregio con l'acido compiuto sui volti delle donne del Bangladesh alle lapidazioni delle adultere in alcuni Paesi arabi. In Pakistan nel 1999 1000 donne furono uccise per "mondarle dal peccato". Le case moderne e pulite delle occidentali non le riparano dalla violenza. In Belgio, ad esempio, più del 50% ha dichiarato di aver subito qualche forma di abuso da parte dei loro partner; in Gran Bretagna, i servizi di pronto soccorso ricevono mediamente una chiamata al minuto per violenze sulle donne in ambito domestico, mentre in Russia in 14mila vengono uccise dai loro famigliari. In Israele è più probabile che una donna venga uccisa da un conoscente che da un estraneo.
Numeri tremendi. Che non migliorano se passiamo all'America: secondo il governo di Washington, ogni 15 secondi un uomo picchia una donna, il che fa 700mila in un anno. Incredibili le statistiche sulla violenza sessuale: sempre secondo l'Oms, tra il 14 e il 20 per cento delle donne statunitensi è vittima di uno stupro durante il corso della propria vita, una cifra che si avvicina molto a quelle del Canada e della Nuova Zelanda.

L'Italia non si discosta dalle statistiche occidentali

In caso di omicidio, nel 64% dei casi la vittima è una donna. L'aggressore è solitamente il coniuge, il convivente o l'ex compagno (70%). Sono 714mila, ossia un 4%, le donne tra i 14 e i 59 che hanno dichiarato di aver subito uno stupro o un tentato stupro nel corso della loro vita. Il 6% degli abusi sessuali avviene all'interno della famiglia.

Nonostante il tema degli abusi sulle donne abbia ricevuto grande attenzione negli ultimi anni, specialmente a partire dalla Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw), adottata nel 1979 dall'Assemblea generale dell'Onu, e dalla Quarta Conferenza sulle Donne di Pechino del 1995, gli abusi non diminuiscono: molti Paesi non riconoscono il problema oppure lo inseriscono nel codice penale come un reato contro la persona e non contro le donne.


Statistiche e dati sulla violenza contro donne e minori
Una breve riflessione

a cura di Donata Bianchi (Associazione Artemisia)


1. Alcuni dati sulle violenze alle donne

La violenza sessuale e i maltrattamenti (fisico, psicologico ed economico) nei confronti delle donne interessano aspetti relazionali e comportamenti sociali che rimangono in gran parte sommersi, lontani dallo sguardo dell’osservatore, anche quello più attento.
La percezione sociale del fenomeno è ancora oggi piuttosto limitata come ha confermato una indagine relativamente recente di Eurobarometro, svolta per conto della Commissione Europea (1999, European and their views on domestic violence against women, Eurobarometer 51.0). Solo poco più di un quinto (22%) del campione di popolazione europea intervistato risponde affermativamente alla domanda se ha mai sentito di una vittima di una qualche forma di violenza nell’ambito familiare o nella cerchia di amici e conoscenti; tra i rispondenti italiani del campione, la quota di coloro che a tale domanda si esprime affermativamente è ancora più bassa, pari all’11,6% degli italiani intervistati.

La difficoltà di emersione del fenomeno è legata:

• a elementi di pregiudizio culturale e di discriminazione sociale di genere. Un elemento, quest’ultimo, che influisce anche sulla natura del fenomeno, infatti, sull’aspetto di genere, dalle poche ricerche disponibili condotte su fonti ufficiali, che confrontano la violenza sulle donne e quella sui minori (Terragni 1997; Terragni 1998), emerge sia la caratteristica di genere delle violenze (sono prevalentemente di sesso maschile gli autori delle violenze) che la continuità tra violenze sulle donne e violenze sui minori (sia perché la maggior parte dei minori aggrediti sono di sesso femminile, sia perché molto spesso la violenza su una donna coinvolge anche i figli di lei o viceversa);
• alla vergogna, alla paura di ritorsioni, al timore di non venire credute e all’isolamento delle vittime;
• alla difficoltà di riuscire a far valere realmente tutti gli strumenti di tutela e protezione esistenti. Il processo, come spesso è stato segnalato, può trasformarsi, infatti, in una ulteriore violenza nei confronti delle donne, non a caso si usa oggi fare riferimento al rischio di “vittimizzazione secondaria”;
• al fatto che numerose donne, come confermano molte ricerche, non riconoscono le esperienze che subiscono come atti di vittimizzazione e secondo parametri che corrispondano alle definizioni giuridiche. Questo accresce il loro isolamento, rendendo le loro esperienze ancora più invisibili.

Se la violenza contro le donne, in tutte le sue forme, è ancora oggi un fenomeno difficile da far emergere, esso rimane inevitabilmente ancor più difficile da misurare.
Negli Stati Uniti e in molti pesi europei le indagini sulla vittimizzazione costituiscono lo strumento più utilizzato per colmare il gap tra i casi noti, cioè quelli che sono stati oggetto di denuncia, e il cosiddetto “sommerso”.

1.1 Italia

Le statistiche giudiziarie, come accade con le violenze sui minori, fotografano solo la punta di un iceberg e in modo parziale poiché solo una parte delle violenze subite dalle donne sono denunciate, e le violenze che emergono hanno caratteristiche che non sembrano corrispondere a quelle del fenomeno reale. Le violenze sessuali commesse da estranei sono quelle maggiormente rappresentate, ma dalle indagini e dalle stime disponibili si tratta, invece, del tipo meno rilevante rispetto alla natura delle esperienze di vittimizzazione vissute dalle donne. I dati giudiziari ci aiutano comunque ad abbattere alcuni stereotipi:
• la violenza sessuale non è un evento eccezionale che accade in circostanze eccezionali, essa si verifica, al contrario, in situazioni normali, spesso nei luoghi che dovrebbero essere i più familiari e sicuri;
• non capita solo “ad alcune donne”, ne sono vittime donne di tutte le condizioni sociali, studentesse, casalinghe e lavoratrici;
• gli uomini non sono dei soggetti “speciali”, solo in rari casi l’autore può essere identificato come un maniaco o affetto da evidente psicopatologia; le donne sono ben più spesso vittime di uomini normali (insegnanti, datori di lavoro, medici, assistenti sociali, infermieri, ecc.), conosciuti e con i quali esiste o esisteva un legame affettivo- le donne sono vittime di una fiducia tradita .
Come scrive Carmine Ventimiglia (2001, in I generi della violenza. Tipologie di violenza contro donne e minori e politiche di intervento, F. Angeli, a cura di Del Giudice, Barbara e Adami) “lo scenario prevalente delle violenze è uno scenario di fiducia (smentita) ed è uno scenario quasi sempre di ordinarie violenze, in taluni casi avviate addirittura prima del matrimonio e nella gran parte dei casi con la caratteristica della continuità nel tempo, di una lunga durata, con una pendolarità di comportamenti che si consumano in una vana alternanza tra “petizioni” (iniziali) di perdono da parte degli uomini e speranze di ravvedimento coltivate dalle donne”.
Le violenze seguono un canovaccio comportamentale, basato su una strategia di controllo, che le studiose e le operatrici hanno definito il ciclo della violenza. Il ciclo della violenza è una dinamica ricorsiva in modo variabile nella quale la Walker (1979, Walker L. E. A., The battered woman, New York, Harper & Row) ha identificato le tre note fasi denominate: crescita della tensione (appaiono i primi conflitti con forte tensione psicologica e inizio di uno stato di allerta da parte della donna), esplosione della violenza (si manifestano atti di maltrattamento sempre più grave con rapida escalation), luna di miele (l’aggressore è colto da paura, senso di colpa, timore di reazioni da parte della donna perciò si giustifica e tenta delle spiegazioni per il suo comportamento, cercando di ottenere il perdono della donna) .

Indagine Istat sulle molestie e le violenze sessuali

Nel 1997/98 l’Italia ha condotto per la prima volta grazie all’Istat un’indagine sulla vittimizzazione (Indagine sulla sicurezza dei cittadini, Istat, 1998), che ha confermato quanto stimato in ricerche su piccoli campioni o dai Centri antiviolenza italiani.
Nell’indagine Istat (riguardante la rilevazione di alcuni reati contro la persona e contro il patrimonio, la percezione della sicurezza nel proprio ambiente di vita e le misure di protezione adottate per difendersi dalla diffusione della criminalità) un’attenzione particolare è stata dedicata ad approfondire gli aspetti relativi ad alcuni tipi di molestie (telefonate oscene, esibizionismo, ricatti sul lavoro e molestie fisiche) e alle violenze sessuali (tentato stupro e stupro). La ricerca ha lasciato fuori dal campo di osservazione un’ampia gamma di violenze, in particolare i maltrattamenti di tipo economico, psicologico e fisico, le molestie verbali, lo stalking (atti di persecuzione quali, telefonate ripetute e insistenti telefoniche, pedinamenti, eccetera). L’assenza dei dati sui maltrattamenti familiari diversi dalla violenza sessuale, costituisce un gap di sicuro rilievo poiché la violenza domestica si colloca tra le principali cause di malattia e di morte per le donne. L’Organizzazione mondiale della Sanità stima che nei paesi industrializzati la violenza domestica provochi nelle donne più danni fisici che lo stupro e gli incidenti d’auto.

Il disegno di campionamento dell’Istat aveva previsto un campione casuale di 50.000 famiglie, con selezione di soggetti dai 14 anni e più. I dati ricavati da coloro che hanno accettato di rispondere all’intervista telefonica (oltre l’80% del campione) ha permesso di ottenere una base informativa che ha portato l’Istat a stimare che sono 9 milioni e 420 mila le donne da 14 a 59 anni che hanno subito almeno una molestia sessuale rilevante nell’arco della vita.

Le molestie maggiormente subite dalle donne:

• telefonate oscene, 33,4%
• molestie fisiche, 24%
• esibizionismo, 22,6%
• ricatti sessuali sul lavoro, 4,2%

Il 28,8% delle donne intervistate ha dichiarato di aver subito un solo tipo di molestia, il 15,7 % due tipi e il 7% tre tipi o più. L’analisi condotta dall’Istat ha suddiviso le informazioni tra molestie e violenze sessuali subite nel corso della vita e relativamente agli ultimi tre anni.
Cosa emerge rispetto alle violenze sessuali? Scrive la ricercatrice responsabile dell’indagine Multiscopo, Laura Linda Sabbadini: “…il fenomeno è caratterizzato da una grande quota di sommerso. Se si analizzano i dati sulle donne violentate nel corso della vita, non è stato denunciato il 93,2% delle tentate violenze sessuali e l’82,7% degli stupri.” La percentuale di non denunciato riguardante gli stupri, diminuisce ai dati che l’Istat raccoglie sugli eventi accaduti negli ultimi tre anni rispetto alla data della rilevazione (68%), una tendenza che potrebbe evidenziare una presa di coscienza femminile e una maggiore determinazione nell’affrontare la situazione.
Comunque, per avere un’idea del sommerso, se tra il 1993 e il 1995 le denunce per violenza carnale sporte in Italia risultano invece pari a 531, per un periodo di tempo pressoché analogo, dai dati ottenuti dall’indagine l’Istat stima che le donne che hanno subito stupro in Italia possono considerarsi pari a 185.000.
Considerando le donne che hanno subito nel corso della vita una tentata violenza o uno stupro (stimate in numero pari a 714.000), emerge che il 15,5% ha denunciato il fatto se la violenza era stata ad opera di estranei, mentre solo il 4% l’ha fatto nel caso di persone conosciute, ma solo il 22% dei tentati stupri e il 18% degli stupri è stato commesso da estranei. Solo il 20,9% dei tentati stupri e l’11,6% degli stupri è avvenuto per strada. La violenza sessuale avviene nei luoghi solitamente considerati sicuri: a casa della donna, a casa di parenti, amici o conoscenti.

Quindi chi commette le violenze?

Gli estranei sono solo una minoranza per quanto riguarda le violenze sessuali (18,1%) e le tentate violenze sessuali (22,6%), salgono invece al 66,8% per le molestie fisiche-.
La stragrande maggioranza sono persone vicine alla vittima, ad esempio:

Dati %
violenze sessuali
tentate violenze sessuali
molestie fisiche
Amici
21,4
25,1
6,6
Conoscenti
19,5
18,5
12,2
Fidanzato, ex fidanzato
4,3
6,9
0,3
Familiare
21,2
5,9
3,1
Persona ben conosciuta
4,6
4,6
Collega o datore di lavoro
4,1
8,5
6,9
Altro
5,2
6,7
3,4
Non risponde
3,2
2,7
0,7

Sul totale delle violenze ad opera di familiari, il 69,2% è stupro.La violenza in famiglia è solitamente caratterizzata da violenza ripetuta. Si tratta di una forma che l’indagine proposta è riuscita a porre in luce con difficoltà.

B. La ricerca dei Centri antiviolenza dell’Emilia Romagna

Nel 1997/98 la Casa delle donne di Bologna ha coordinato una ricerca a livello regionale che ha coinvolto 15 enti tra Centri e Case di accoglienza per donne vittime di violenza, che operano in Emilia Romagna. Delle 1422 donne accolte dai centri nell’annodi rilevazione, la quasi totalità sono vittime di violenze da parte di mariti, conviventi o ex partner. In circa il 20% dei casi le violenze sono esercitate da ex-partner nonostante siano già stai definiti la separazione o il divorzio. La classe di età a cui appartengono in modo prevalente le donne che si sono rivolte ai centri è quella tra i 30 e i 49 anni (62,8%).
Il campione esaminato ha confermato la lunga ripetizione nel tempo delle violenze: in circa il 18% dei casi la durata oscilla tra i 6 e i 10 anni; nel 21% supera i 10 anni.

La ricerca condotta dalla Casa delle donne di Bologna conferma i dati raccolti dalla Sabbadini con l’indagine Istat:

1. solo il 7,1% delle violenze sono commesse da estranei;
2. prevalgono le violenze intrafamiliari, eventi non episodici, bensì cronicizzatisi sia in termini di durata che di frequenza (il 40% delle violenze intrafamiliari hanno una durata da 6 a 10 anni, e rispetto alla frequenza, sono episodi che nel 40,1% dei casi si verificano “molte volte alla settimana”);
3. le denunce decrescono al crescere del rapporto di vicinanza e conoscenza con l’autore delle violenze e più si sale nella “collocazione socio-professionale e agli strumenti di autotutela culturale e di credibilità sociale dell’uomo”.

C. La ricerca di Laura Terragni sulle denunce penali per violenza carnale in Italia negli anni 1960 - 1995

Il tasso medio di denunce (numero di denunce per 100.000 abitanti) in Italia negli anni Sessanta è pari a 3,54; scende a 2,36 negli anni Settanta, decresce ulteriormente negli anni Ottanta per risalire nel quinquennio 1990-95, 2,89. Nel passato un peso significativo avevano le regioni del Sud dove le denunce per violenza apparivano numericamente ben al di sopra della media nazionale (6,49 in Campania contro il dato nazionale di 3,54). Molte denunce sporte in quegli anni, secondo la Terragni, riguardavano forme di violenza contro ragazze molto giovani da parte di pretendenti che successivamente non acconsentivano a sposare la ragazza. Le modificazioni culturali avvenute in Italia negli anni successivi hanno segnato un cambiamento nella natura degli eventi denunciati, come segnale, specialmente nel Sud, di una modificazione nei rapporti di genre e nel sistema dei codici dell’onore familiare.
Per quanto riguarda l’aumento delle denunce nel corso della prima metà degli anni Novanta, si può ipotizzare che abbiano pesato un complesso di fattori, quali: una maggiore consapevolezza da parte delle donne, una, sebbene poco diffusa, nuova sensibilità da parte dei servizi e delle istituzioni, la creazione di servizi specifici di aiuto (i centri antiviolenza), un sensibile, seppure limitato, aumento delle denunce contro ignoti, ossia contro autori del tutto sconosciuti alla vittima, cosa avvenuta in particolare in alcune regioni del Centro-nord, segnale, questo, che per la Terragni potrebbe essere riconducibile ad un deteriorarsi delle condizioni di vivibilità e sicurezza di alcune aree metropolitane. L’indagine della Terragni, compiuta in alcuni Tribunali ordinari penali, tiene conto anche delle violenze commesse su minori, che nel campione preso in esame costituisce la quota più ampia. In questo caso la relazione più frequente è quella padre/figlia, con tutte le caratteristiche note dell’abuso sessuale intrafamiliare: la violenza tende ad avere inizio quando la bambina è molto piccola; vi è un crescendo degli atti abusivi che diventano via via sempre più intrusivi sino allo stupro; se nel nucleo sono presenti più figlie o figli, è piuttosto frequente che l’abuso tenda a reiterarsi su più minori; il tipo di coercizione varia molto, ma il dato più comune è l’assenza di forza fisica sebbene il contesto familiare sia di per sé di tipo violento: il padre esercita spesso vari tipi di violenza domestica sulla madre delle/dei minori.
Le violenze sessuali denunciate da donne contro i propri mariti sono una realtà piuttosto rara, ciò può essere determinato anche dal fatto che nel nostro ordinamento lo stupro contro la moglie non si presenta come una fattispecie ben delineata. “Inoltre, dal momento che la violenza tende a essere inserita in un contesto più generale di maltrattamento, è frequente che il coniuge venga imputato per questo tipo di reato e non solo, o anche, per quello di violenza fisica”. Una molla che può far scattare la denuncia è anche l’associazione alla violenza sessuale di pratiche connesse alla produzione di materiale pornografico.
Anche la ricerca della Terragni alza il velo su una realtà che vede le donne vittime di persone conosciute,familiari, partner, conoscenti, nei loro contesti quotidiani e normali di vita: “La violenza prende forma all’interno delle dimensioni quotidiane dell’esistenza: non è un pericolo esterno, improvviso, ma una forma reiterata di abuso che avviene tra le pareti domestiche o nei luoghi più vicini alla donna. I vincoli di affetto, la dipendenza, la paura, ma anche l’imbarazzo, sono tra i fattori che rendono più difficile portare alla luce queste violenze”.

1.2 Uno sguardo a livello internazionale attraverso il Rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Ottobre 2002) World Report on Violence and Health

Il Rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità su Violenza e Salute costituisce un importante contributo verso una comprensione più approfondita del fenomeno della violenza e del suo impatto sulla società. Esso individua una serie di linee di azioni prioritarie che fanno perno attorno ai vari livelli della prevenzione. Uno degli aspetti più innovativi del lavoro della WHO è nello stesso tipo di orientamento adottato in quanto la violenza è considerata come un problema di salute pubblica di rilievo mondiale, e da ciò deriva uno sguardo nuovo sul problema che sfida gli approcci sino ad oggi adottati, specialmente in materia di politiche di contrasto. Il lavoro svolto dall’OMS ha un’importanza eccezionale anche in considerazione dello sforzo di raccolta e di analisi dei dati, drammaticamente carenti, frammentati e difficilmente comparabili.
Il Rapporto presta attenzione non solo alla dimensione quantitativa dei fenomeni ma affronta anche le cause della violenza e i fattori di rischio correlati alle varie tipologie, presenta i vari tipi di intervento e di risposte adottati per contrastarla e cerca di fornire elementi di valutazione della loro efficacia, individuando e proponendo strategie e metodologie per la prevenzione delle violenze e la riduzione delle conseguenze sociali e sulla salute degli individui.
Del fenomeno si tiene conto nella molteplicità delle sue forme, il Rapporto, infatti, si concentra su sette espressioni: la violenza giovanile, l’abuso e la trascuratezza sui minori, la violenza nelle relazioni da parte del partner, la violenza sugli anziani, la violenza sessuale, la violenza auto-inflitta e i suicidi, e la violenza collettiva nelle guerre e nei conflitti armati.

L’approccio di Salute Pubblica alla violenza adottato dall’OMS. Sintesi delle caratteristiche principali.

La violenza è un problema di SALUTE PUBBLICA: essa va affrontata secondo un approccio interdisciplinare e scientifico, che includa e integri la medicina, l’epidemiologia, la sociologia, la psicologia, la criminologia, l’educazione e l’economia. L’approccio di salute pubblica alla violenza enfatizza l’azione collettiva e cooperativa e deve essere giocato in tanti settori della vita pubblica.Questo approccio comporta l’applicazione di un metodo scientifico, basato su requisiti rigorosi:
A. Studiare il fenomeno in tutti i suoi aspetti, tramite la raccolta dei dati sulla sua dimensione, le caratteristiche e le conseguenze sulla vita degli individui e la società.
B. Investigare il perché la violenza si verifichi per determinare:
- le cause e le correlazioni;
- i fattori che ne aumentano o riducono il rischio;
- i fattori che possono modificare il fenomeno attraverso l’assunzione di interventi specifici
C. Sperimentare strategie di prevenzione, usando le informazioni che derivano dalla progettazione, realizzazione, monitoraggio e valutazione delle misure e dei programmi già adottati
D. Valorizzare e promuovere gli interventi che hanno dimostrato maggiore efficacia, disseminare le informazioni e adottare sistemi standardizzati di valutazione dell’impatto degli interventi.

A. La violenza da parte del partner (breve sintesi)

La violenza da partner del partner è riconosciuta essere una forma di abuso ricorrente e trasversale a tutte comunità umane, a prescindere dalla cultura di riferimento e dalle condizioni socioeconomiche della popolazione. Essa comprende forme di maltrattamento economico, psicologico, fisico e sessuale.
L’OMS afferma che la maggior parte degli atti violenti vedono una donna nel ruolo di vittima e un soggetto di sesso maschile in quello di aggressore. L’analisi di 48 indagini campionarie realizzate in vari paesi del mondo, rivela che in alcuni casi si arriva sino a percentuali pari al 69% del campione di donne intervistate, che riporta di essere stata vittima di violenza da parte del partner almeno una volta nella vita.
La maggior parte delle vittime subisce più forme di violenza, per esempio uno studio condotto in Giappone su un campione di 613 donne ha calcolato che meno del 10% era stato vittima solo di maltrattamento fisico, mentre il 57% aveva sofferto forme multiple di violenza, in specifico: maltrattamento fisico, psicologico e abuso sessuale in età minore.
È molto alta la percentuale di donne che mantiene il segreto sulla violenza domestica di cui è vittima, una situazione che anche nelle statistiche rese disponibili dall’Oms si rivela un situazione che tende a cronicizzarsi e ad aggravarsi nel tempo in assenza di interventi di protezione.
In uno studio condotto in Gran Bretagna su un campione di 430 donne, il 38% delle vittime di maltrattamento fisico da parte del partner non aveva mai parlato con alcuno, il 46% si era confidata con amici, il 31 con familiari e solo il 22% aveva segnalato la violenza alla polizia.
La bassa incidenza delle denunce è un dato ricorrente a livello mondiale: in Australia segnala, in media,solo il 19% delle donne; in Canada il 26%; in Cile il 16%; nella Repubblica di Moldavia il 6%.
Si chiude nel silenzio il 68% delle donne del Bangladesh e il 47% delle donne egiziane.

Le conseguenze della violenza sono estremamente gravi: danni a livello fisico, difficoltà relazionali, disturbi psicologici, invalidità permanenti, sino alla morte. La violenza domestica causa gravi danni anche sulla salute riproduttiva delle donne
Studi fatti in Australia, Canada, Israele, Sud Africa e Stati Uniti dimostrano che tra il 40 e il 70% degli omicidi con vittime adulte di sesso femminile sono avvenuti per mano del partner, molto spesso all’interno di una relazione di tipo abusivo, contro il 4% di omicidi maschili effettuati da donne, partner o ex-partner.
Gravi sono gli effetti anche sui minori esposti ad assistere alla violenza sulla madre da parte del padre o del convivente della donna. La “witnessing violence” è un fenomeno grave e diffuso, ma scarsamente rilevato, colludendo così con il perpetuarsi del ciclo intergenerazionale della violenza.
Ricerche svolte in Brasile, Cambogia, Canada, Cile, Colombia, USA, Spagna, Nicaragua, eccetera, hanno mostrato tassi più alti di violenza domestica tra le donne i cui mariti erano stati essi stessi o bambini maltrattati o bambini esposti alla violenza sulla propria madre.

B. La violenza sessuale

In questa categoria l’OMS include una variegata gamma di atti che vanno dallo stupro, alla violenza sessuale all’interno della coppia, sino all’abuso sessuale e allo sfruttamento nella prostituzione.
I dati disponibili dimostrano che, a seconda del campione di popolazione sul quale sono realizzati gli studi, da una a quattro donne riporta di aver subito violenza sessuale da parte del partner: il 23% delle donne residenti in North London, intervistate nell’ambito di un’indagine sulla vittimizzazione, rispose di aver subito un tentato stupro o uno stupro nel corso della loro vita.
Stando a ciò che oggi si conosce sullo sfruttamento sessuale a fini commerciali, sarebbero centinaia di migliaia le donne e le bambine vittime della tratta per lo sfruttamento e la riduzione in schiavitù nel mercato della prostituzione, oppure esposte e vittime di violenza in ambiente scolastico, sul luogo di lavoro in strutture sanitarie, centri di accoglienza. La violenza sessuale produce drammatiche conseguenze a breve e a lungo termine sulla salute fisica e mentale delle vittime. Genera danni fisici, sulla salute riproduttiva, accresce il rischio di suicidio e di contrarre malattie sessualmente trasmissibili.
A livello mondiale, le violenze sessuali denunciate sono solo la piccola punta di un iceberg la cui parte sommersa rimane difficilmente stimabile.
La violenza domestica di tipo non sessuale si associa costantemente ad atti anche di violenza sessuale, che sovente le donne faticano a riconoscere come tali perché avvengono all’interno di un legame affettivo legalmente riconosciuto. In Messico e negli USA, tra il 40 e il 52% delle donne vittime di violenza domestica è stato anche vittima di violenza sessuale o costretto a rapporti sessuali a cui ha acconsentito dietro forti pressioni e coercizioni da parte del partner.
Esistono ricerche che sembrano confermare l’esistenza di un forte collegamento tra abuso in età minore e violenze sessuali subite in età adulta. Da uno studio nazionale realizzato negli USA , è emerso che le donne vittime di stupro prima dei 18 anni avevano una probabilità doppia di rimanere vittime di stupro anche in età adulta, una volta confrontate con un campione di donne che non aveva subito abuso nell’infanzia (18,3% contro 8,7%).