Federico Tomassi - Enrico Ceccotti

7. Gli atti del Governo Prodi


Il quadro generale, su cui il Governo si è apprestato a intervenire può essere sintetizzato in Quattro emergenze (1).

Le prime tre appartenenti al campo d'azione delle manovre economiche e finanziarie. L'ultima ad esso estranea, ma assolutamente rilevante per la qualità della manovra.
- Emergenza di finanza pubblica: azzeramento del saldo primario e aumento del debito pubblico a causa dell'impennata della spesa corrente obbligatoria e l'ampliamento dell'evasione, determinata a sua volta dal proliferare di condoni e dall'allentamento dei controlli fiscali;
- Emergenza sociale: perdita di potere d'acquisto delle retribuzioni (in un quadro di profitti crescenti), aumento della povertà, in particolare per le famiglie con due o più figli, ulteriore incremento della sperequazione tra i redditi e la ricchezza;
- Emergenza economica: declino della produttività e della competitività, perdita di quote di mercato nel commercio internazionale;
- Emergenza politico-istituzionale: ritorno alla legge elettorale proporzionale, quindi agli incentivi alla competizione e alla subalternità alle lobby da parte di forze politiche anche minuscole ma con forte potere di ricatto, a maggioranze precarie.
Vediamo quali sono stati gli atti del Governo dal suo insediamento a tutto il 2006.

7.1. - Il decreto Bersani di luglio 2006 e l’accesso al mondo del lavoro (non precario). (2)

Il cosiddetto decreto Bersani sulle liberalizzazioni, (3) ha determinato un forte impatto sui consumatori e sulla competitività (ovvero sui costi delle imprese) nei molti ambiti interessati dal provvedimento, in particolare dei temi più “caldi” sul tappeto, a cominciare dalla vicenda taxi. Non torneremo qui su tale impatto, perché ci interessa invece approfondire gli effetti in termini di mercato del lavoro, ovvero come incide il decreto sull’occupabilità, sulla domanda di lavoro, sull’accesso alle professioni, sulle opportunità delle ragazze e dei ragazzi. Un impatto indiretto, non esplicitato nell’intestazione del decreto, ma non certo meno importante per il futuro del nostro paese.
Negli ultimi anni il nostro paese, in termini di bassa crescita e di perdita di quote di esportazioni, non è riuscito ad adeguare la propria struttura produttiva a seguito dei cambiamenti dell’ultimo decennio. Ci riferiamo ovviamente sia ai processi di globalizzazione dei mercati sia al percorso di integrazione europea e alla conseguente impossibilità di ricorrere come prima alle svalutazioni competitive della lira. Perché, rispetto al resto d’Europa, è il nostro paese ad apparire il più colpito, in termini di bassa crescita del Pil e di scarsa fiducia verso il futuro? Quali sono i tratti peculiari dell’Italia di fronte a questi cambiamenti?
Un primo elemento di preoccupazione l’ha proposto Marcello De Cecco, con la sua analogia tra il comportamento del sistema produttivo in questi anni di fronte alle sfide della globalizzazione e durante la perdita della supremazia italiana alla fine del Rinascimento, quando i mari divennero centrali per il dominio politico e il successo economico. (4) In entrambi i casi la reazione all’accresciuta concorrenza internazionale, allora inglese e olandese, oggi asiatica ed est-europea, è stato il tentativo di mantenere le posizioni difendendo la propria nicchia, evitare le perdite riducendo il costo del lavoro, garantirsi la sopravvivenza accollando i costi alla società. All’epoca del grande declino italiano del Seicento un ruolo decisivo lo ebbero le corporazioni, che spartivano l’occupazione tra i figli degli associati, ponendo barriere rigide all’accesso degli esterni e regolamentando strettamente tempi e modalità di lavoro. In questo modo le corporazioni non riuscirono a difendere gli interessi della società nel suo complesso, ma solo di una minima élite che mantenne lussi e privilegi mentre il sistema economico soccombeva alle potenze marittime. E oggi, analogamente, appare come il sistema delle relazioni sociali e politiche in Italia rimanga tra i più arretrati nei paesi occidentali. è un sistema che funziona per affiliazioni e cooptazioni anziché per meriti, come invece il mercato e l’apertura agli scambi globali imporrebbero, rivelando meccanismi tipici delle situazioni dove non esistono concorrenti, ma dove il punto di riferimento è il capo e non il cliente, dove si remunera ciò che si è e non ciò che si fa. Sono meccanismi sociali e culturali, prima ancora che economici, di stampo corporativo, e quando si deve affrontare un problema portano a chiedersi per prima cosa non come risolverlo direttamente, quanto piuttosto come individuare la persona giusta cui rivolgersi. (5)
Un secondo elemento critico lo ha espresso in modo molto chiaro la rivista Time Europe, con la sua copertina dedicata a “L’evanescente futuro dei giovani italiani”. (6) Nell’inchiesta si sottolinea che, di fronte alle cupe prospettive occupazionali e alla mancanza di leader giovani come riferimento, le ragazze e i ragazzi in Italia rischiano di soffrire di una profonda mancanza di speranza e di un disagio. (7) Il nostro paese non ha ancora compreso come utilizzare adeguatamente l’energia, l’entusiasmo e la creatività dei giovani, in contrasto con i coetanei europei, la cui energia traina al contrario lo sviluppo e l’innovazione della Spagna o della Scandinavia. La difficoltà di inserimento in un mondo del lavoro (abbastanza) stabile spiega il permanere a casa coi genitori anche oltre i 30 anni, diversamente da quanto accade nel resto d’Europa, soffocando le potenzialità giovanili, e ciò vale doppiamente per le donne, che ritardano al massimo la decisione di avere figli e determinano così un bassissimo tasso di fecondità. Tutto comincia tardi: il lavoro, l’autonomia abitativa, la prima convivenza o il matrimonio, la nascita di un figlio. Un sintomo di questa situazione, in un’istituzione che dovrebbe al contrario dare una grossa spinta allo sviluppo del paese, è il record mondiale di professori ultrasessantenni nelle nostre università (il 43%) e la più alta età media dei ricercatori (40 anni). Analogamente, mentre tra gli imprenditori inglesi due terzi hanno meno di 40 anni, in Italia l’80% ne ha più di 50, e molti nomi importanti sono tra i 70 e gli 80 anni, nell’economia come nella politica. (8)
La strada per uscire da questa situazione critica passa quindi necessariamente per due “strettoie”. La prima è lo smantellamento dei privilegi corporativi che mantengono protezioni per pochi e precarietà per molti, la seconda è la pericolosa tendenza verso il ritardo delle giovani generazioni nell’ingresso nel mondo del lavoro prima e nei ruoli di responsabilità poi. Walter Tocci ha lucidamente scritto (9): “I primi a ritirarsi dalla competizione mondiale e a rifugiarsi nei settori protetti dell’economia sono stati i grandi capitalisti […] E l’esempio è stato seguito da tanti che hanno cercato di mettere steccati a protezione dei propri affari piccoli e grandi. Molti si sono aggrappati ai privilegi e alle rendite, come fa il naufrago con le spoglie della nave. […] Mai come in questo momento l‘Italia ha avuto tanto bisogno di una politica che sappia andare oltre le fazioni e i corporativismi. Ecco perché le liberalizzazioni di Bersani, al di là del merito, sono apparse, soprattutto ai giovani, come una soluzione veramente nazionale, al di sopra degli interessi costituiti”.
Nel decreto Bersani sono affrontate molte questioni, in ambiti diversi (alcuni dal vago sapore medievale come le limitazioni per i fornai), scegliendo essenzialmente misure a costo zero per lo Stato ma con vantaggi economici evidenti e rapidi per cittadini e imprese. Gli strumenti scelti, per riformare il funzionamento delle professioni sia direttamente (ad esempio architetti, ingegneri, avvocati) sia indirettamente (come nel caso dei farmacisti), si articolano in tre direzioni: favorire la riduzione dei prezzi, permettere la pubblicità dei servizi convenienti e innovativi, controllare che la concorrenza sui prezzi non si traduca in un peggioramento del servizio. (10) Andiamo in ordine alfabetico: gli agenti assicurativi potranno lavorare con più compagnie senza obbligo di esclusiva, e i risarcimenti arriveranno direttamente dalla compagnia; gli avvocati potranno essere pagati con parcelle legate alla vittoria nella causa e all’importo ottenuto dalla controparte a seguito della sentenza (“contingency fee”); le banche dovranno adeguare i tassi dei conti correnti in parallelo alle variazioni stabilite dalla Banca Centrale Europea e non potranno imporre costi di chiusura conto in caso di variazioni al contratto; i notai non saranno più necessari nel caso di passaggio di proprietà di automobili, moto e barche; i panifici non avranno più limiti nel numero e nella produzione; i professionisti non godranno più della tariffa minima e potranno pubblicizzare la propria attività; i pubblici esercizi saranno favoriti dall'abolizione delle commissioni comunali e provinciali per il rilascio della licenza di apertura; i supermercati potranno vendere farmaci senza ricetta alla presenza di un farmacista; i tassisti potranno concordare con gli enti locali l’ampliamento del turno, la collaborazione di dipendenti o familiari, l’utilizzo di veicoli aggiuntivi.
Allora la questione è: come influiscono le liberalizzazioni sulla possibilità di liberare le energie produttive e occupazionali del paese? Le due strettoie menzionate in precedenza sono in realtà due facce dello stesso problema quando si parla di accesso alle professioni, laddove le barriere all’ingresso nel mondo del lavoro bloccano sia la concorrenza sia l’accesso delle giovani generazioni, limitando l’occupabilità e deprimendo l’innovazione. Sono veri e propri “freni esercitati da diritti di casta e da posizioni di rendita”, (11) grazie alla scarsa o assente concorrenza, alle tariffe minime, al divieto di pubblicità, alla necessità di licenze o tessere per esercitare la professione. Si tratta di freni ed ostacoli che riguardano l’intero tessuto economico italiano, minato da servizi professionali e commerciali troppo costosi o comunque poco accessibili, che riducono le opportunità delle ragazze e dei ragazzi che vogliono intraprendere un’attività autonoma “protetta”, ma danneggiano anche in termini di elevati costi di produzione ogni attività imprenditoriale e persino l’afflusso di investimenti esteri. (12) Sono tanti i settori e gli ambiti nei quali ciò si verifica puntualmente, colpendo allo stesso tempo le aspirazioni dei giovani, la libertà di scelta degli individui e la competitività del paese. E persino distorcendo le scelte delle famiglie, visto che il numero di studenti universitari italiani che si orienta verso le discipline umanistiche e sociali appare eccessivamente sbilanciato, rispetto alla media europea, a scapito di quelle tecniche e scientifiche, anche a causa delle elevate rendite di cui godono alcune professioni. (13) Il governatore Draghi lega proprio le rendite di posizioni alla mortificazione delle capacità e delle competenze, al contrario decisive per accrescere la produttività e la competitività e cogliere appieno il potenziale di crescita del paese: “Il riconoscimento del merito non è garanzia di equità, ma, senza, la società è sicuramente più iniqua, perché accentua la discriminazione generata dalle condizioni di partenza; allo stesso tempo, è anche più povera, perché spreca le sue risorse”. (14)
Quali sono i freni di cui parliamo? In primo luogo ci sono gli ordini professionali, che impongono regole stringenti ai propri associati, che limitano la concorrenza tra loro e riducono le possibilità di dimostrare il proprio valore e le proprie qualità. Da un lato ciò deriva dalle modalità di accesso alla professione, che avviene a volte tramite un concorso dallo svolgimento non perfettamente trasparente, (15) e spesso passando per un periodo di lavoro alle dipendenze di qualche professionista già affermato, un praticantato estremamente precario e male o affatto retribuito. Dall’altro lato ciò avviene con la fissazione di tariffe minime e il divieto di pubblicità, che impediscono ai nuovi arrivati di proporsi sul mercato con tariffe vantaggiose, minori dei professionisti affermati, e comunicarle ai potenziali clienti, peraltro senza che tale meccanismo garantisca la qualità del servizio. Basta pensare alla questione delle tariffe degli avvocati, direttamente proporzionali al numero di attività svolte, che non spinge a una rapida conclusione del procedimento, magari per via extragiudiziale, ma incentiva piuttosto a processi dall’estenuante durata. (16) Oppure basta pensare al numero dei notai, rimasto praticamente invariato da 30 anni intorno alle 5000 unità, nonostante il forte incremento nelle attività economiche e nelle compravendite. Oppure, infine, all’esame per diventare giornalista, che dura sei ore e si svolge scrivendo su una macchina da scrivere meccanica.
In secondo luogo ci sono le licenze per esercitare determinate attività, nonostante la domanda sia nettamente superiore all’offerta, determinando così un razionamento della domanda stessa, che rimane insoddisfatta o deve rivolgersi ad altri servizi meno adeguati o persino illegali. Nel caso dei taxi i potenziali clienti si rivolgono al trasporto pubblico o agli NCC, o nei casi estremi agli abusivi, poiché i confronti internazionali mostrano per le grandi città italiane densità dei taxi inferiori alle metropoli europee e un’offerta di servizi poco diversificata. Vuol dire che da un lato esistono potenziali clienti che non usano il taxi perché non lo trovano quando serve o perché costa troppo, e dall’altro lato esistono potenziali lavoratori che non possono accedere alle licenze perché il numero è bloccato dalle resistenze della categoria. Ma l’aumento delle licenze non ha mai determinato, almeno a Roma, una riduzione nel valore della licenza sul mercato secondario, che approssima il reddito atteso dall’attività di tassista, in quanto un aumento dei taxi in circolazione ha piuttosto favorito un incremento della domanda soddisfatta e quindi del giro d’affari del servizio taxi. (17) Analogo discorso vale per le farmacie, per le quali è fissato per legge un numero massimo ma non un numero minimo, come invece basterebbe per garantire il servizio pubblico, e il diritto di gestione viene ereditato e mantenuto (entro un certo numero di anni) anche se l’erede non è un farmacista. Oppure per le guide turistiche, che se non hanno una licenza rischiano guai seri, e persino per i calciatori che vogliono diventare allenatori…
In ogni caso la logica è quella di regolamentare un’attività che presenta, almeno in parte, caratteri di servizio pubblico, in modo da garantire un livello minimo nelle prestazioni, e che quindi comporta un costo per la collettività. (18) L’idea di fondo dovrebbe essere che il fisco, ovvero tutta la collettività (o almeno la parte che paga regolarmente le tasse…) si accolla un costo per un servizio ritenuto pubblico solo se anche il beneficio che ne consegue è collettivo. È sicuramente un bene collettivo la possibilità di usufruire di un servizio pubblico che il mercato privato non considererebbe economico fornire, ma allo stesso modo non appare certamente legato all’interesse collettivo il mantenimento della rendita di una categoria protetta. Le restrizioni all’accesso in un mercato hanno un senso se riguardano non il numero di professionisti o di esercizi, quanto piuttosto se garantiscono la qualità del servizio, attestando gli studi compiuti, l’esperienza accumulata, il superamento di particolari esami. Quando invece le restrizioni sono quantitative, la motivazione è più labile e la conseguenza diretta è l’aumento dei costi per i clienti e le imprese e la difficoltà ad accedere da parte delle nuove generazioni. Possono esistere differenti modalità di accertare e valutare le capacità di chi svolge una professione o un servizio pubblico, ma si crea un problema quando tali modalità vengono utilizzate per ostacolare l’ingresso di nuovi concorrenti nel settore, non per aiutare e valorizzare chi è preparato e meritevole.

7.2.  Il Dpef (19)

Le legge istitutiva del Dpef(la 362) risale al 1988 e ne prevedeva la scadenza di presentazione il 15 maggio di ogni anno, insieme all'orizzonte triennale di competenza. Nel 1999 una successiva legge (la 208) ne ha spostato il termine al 30 giugno, allungandone la durata a quattro anni.
Il Documento di programmazione economico-finanziaria (Dpef) per gli anni 2007-2011, presentato dal ministro dell'Economia e approvato dal Governo, contiene le linee guida (programmatiche) della politica economica a medio termine e diventa di fatto è il programma di legislatura.
L’asse portante si basa su “sviluppo, equilibrio ed equità”. Gli obiettivi da perseguire nella legislatura puntano a rilanciare lo sviluppo, mettere i conti in ordine, ma soprattutto a mettere al centro della politica economica i giovani, le famiglie e il Mezzogiorno.
La differenza tra la stima del deficit (3,8%) indicata nella Relazione trimestrale di cassa di inizio aprile 2006 e l'andamento effettivo (4,1-4,6%) ha richiesto un'ulteriore correzione dei conti nell'anno in corso. Lo scostamento rilevante rispetto alla Trimestrale di cassa e all'ultima Finanziaria ha, dunque, richiesto una manovra correttiva bis per un importo di 7 miliardi, che si affianca al Dpef 2007-2011, presentato come programma "di legislatura", orientato al rigore finanziario e al ritorno allo sviluppo, da sostenere con azioni di rilancio della crescita e conti pubblici in equilibrio.
I punti salienti riguardanti il lavoro, il welfare, il  fisco e i conti pubblici sono così sintetizzabili.

7.2.1. – Sintesi della struttura del Dpef

I numeri. L'impegno concordato in sede europea prevede una correzione strutturale netta entro il 2007 pari ad almeno due punti di Pil (più un altro punto come misure di sviluppo), equivalenti in totale a 35 miliardi, al fine di riportare il deficit sotto il 3% entro il prossimo anno. Dal 2008 in poi si dovrebbe proseguire con un ulteriore taglio dello 0,7% per ciascun anno, in modo da avvicinare il pareggio del bilancio nell'arco del quinquennio di competenza. La priorità è di riportare in tempi brevi l'avanzo primario sopra il 3% del Pil, condizione perché il debito torni a scendere in modo stabile e duraturo.
Il Dpef prevede una manovra finanziaria per il 2007 di 35 mld di cui 20 di correzione dei conti e 15 per lo sviluppo. Il Pil crescerà quest'anno dell'1,6%, nel 2007 dell'1,2% per poi risalire all'1,6%-1,7% negli anni successivi.
Il rapporto deficit/pil (indebitamento) si attesta dal 4% del 2006 per scendere al 2,8% nel 2007 e azzerarsi nel 2011 (fig.13). (20)


Fig. 13 - Indebitamento netto in % del PIL

Fonte: relazione previsionale e programmatica per il 2007
 

Contestualmente il debito cumulato riprenderà a scendere, con grande beneficio rispetto al pagamento degli interessi per arrivare sotto il 100% nel 2011 (fig.14).


Fig. 14 – Debito in % del PIL

       Fonte: relazione previsionale e programmatica per il 2007


La spesa per interessi legata al debito pubblico torna a crescere nel 2006 a causa dell'incremento dei tassi di interesse e si stima tali tassi continueranno a crescere nei prossimi anni. Questa è una ragione per accelerare il più possibile l’abbattimento del debito cumulato e liberare risorse per investimenti.
L’avanzo primario sarà in costante crescita sfiorando il 5% nel 2011 (fig. 15).
La disoccupazione continuerà a calare nel periodo: dal 7,6% di quest'anno al 6,7% del 2011

Fig. 15 – Avanzo primario in % del PIL

       Fonte: relazione previsionale e programmatica per il 2007

Il fisco. La pressione fiscale nel 2006 si attesterà al 41,2% con una crescita dello 0,6% sul 2005. Nel 2007 si va al 41% poi con una riduzione dello 0,1% ogni anno fino al 40,07% previsto per il 2011. L’aumento di quest'anno sarà dello 0,6% mentre calerà di 0,2% nel 2007 e poi gradualmente dello 0,1% l'anno fino al 2011. La diminuzione della pressione fiscale si realizzerà nella misura e ai ritmi compatibili con l'aggiustamento della finanza pubblica. Per centrare gli obiettivi di equità, sviluppo e semplificazione, nella strategia di politica fiscale del governo, sono prioritari interventi finalizzati a: contrastare evasione/elusione di base imponibile; adottare misure di semplificazione degli adempimenti di famiglie e imprese; recuperare progressività; ridurre il costo del lavoro; riformare la tassazione del reddito d'impresa, soprattutto nell'ottica di favorire l'innovazione, la capitalizzazione e l'internazionalizzazione; riformare il catasto e ridurre le aliquote Ici. Il raggiungimento di una maggiore l'equità nella ridistribuzione del carico fiscale si otterrà attraverso la lotta all'evasione e all'elusione. Inoltre equità sarà promossa attraverso interventi su imposte dirette, contributi sociali ed imposte indirette anche al fine di riequilibrare il loro apporto al gettito complessivo. Il sistema fiscale dovrà sempre più discriminare tra attività speculative e attività produttive, al fine di alleggerire le imprese e i lavoratori impegnati nella produzione e nelle sfide poste dalla competizione internazionale. Infine la semplificazione: gli adempimenti richiesti a famiglie ed imprese saranno ridotti al minimo e l'amministrazione tributaria qualificata e riorganizzata per essere posta al servizio dei contribuenti.

Federalismo fiscale. Obiettivo del governo è quello di completare il federalismo fiscale in “un quadro di coerenza tra decentramento delle funzioni e responsabilità finanziarie”. A tal fine, “occorrerà disegnare un percorso condiviso” di definizione delle risorse destinabili alla spesa per le prestazioni di responsabilità di regioni ed enti locali, alla luce del vincolo di bilancio dell'intero settore pubblico. In tal modo, le autonomie locali avranno, su un orizzonte pluriennale, la garanzia di un quadro stabile, certo e coerente con gli equilibri di finanza pubblica. L'assetto definitivo delle relazioni finanziarie tra livelli di governo dovrà prevedere meccanismi di perequazione tali da consentire il finanziamento integrale delle prestazioni essenziali per tutti i governi locali. Gli spazi di effettiva autonomia tributaria a livello locale dovranno garantire margini di manovra sufficienti a far fronte ad eventuali eccedenze di spesa per le prestazioni essenziali e a consentire, esercitando un congruo sforzo fiscale aggiuntivo il finanziamento di eventuali prestazioni addizionali.

Piano Giovani. Un Piano nazionale per i giovani che risponda agli obiettivi dell'accesso dei giovani alla casa, al lavoro, all'impresa, al credito e alla cultura. Un obiettivo da raggiungere “per rendere l'Italia competitiva”. Occorre ''investire con forza anche sulla parte giovane del paese, sostenere e valorizzare le energie creative dei giovani. Investire nei giovani significa infatti investire nella ricchezza della nostra società di oggi e di domani”. Tra le azioni concrete la scelta di destinare la riduzione del cuneo fiscale al lavoro subordinato a tempo indeterminato (una misura che favorisce in particolare l'occupazione giovanile), l'impegno al rilancio di una politica abitativa che sostenga anche le giovani coppie e gli studenti fuori sede, la costituzione di un fondo volto a promuovere il diritto dei giovani alla formazione culturale e professionale e all'inserimento nella vita sociale, nonché a facilitare il loro accesso al credito.

Donne e lavoro. Più asili nido e tutela della maternità anche per i precari. Provvedimenti per incrementare il tasso di occupazione femminile, che puntino anche alla stabilità, alla sicurezza e all'uguaglianza salariale e stipendiale. In questa direzione va anche la scelta di destinare la riduzione del cuneo al lavoro subordinato a tempo indeterminato, “un provvedimento che favorisce in particolare l'occupazione femminile”. Il governo prevede inoltre il potenziamento delle politiche pubbliche conciliative a partire dei servizi per l'infanzia, in particolare degli asili nido, “affrontando così un ostacolo di rilievo alla partecipazione femminile al mondo del lavoro”. L'esecutivo intende inoltre estendere l'esigibilità della tutela della maternità nei lavori precari, promuovere le azioni per l'emersione del sommerso nel campo del lavoro di cura e per il rilancio dell'imprenditorialità femminile.

Pensioni. La spesa nel settore della previdenza, dopo un lieve calo nel periodo 2008-2015, tornerà a crescere. Dopo l'effetto dei provvedimenti normativi di elevamento dei requisiti minimi, il rapporto spesa/pil “riprende a crescere a causa del deterioramento del quadro demografico”. Gli effetti della nuova crescita “saranno in parte limitati anche dall'innalzamento dei requisiti di accesso al pensionamento disposti dalla predetta legge anche nel regime misto e contributivo”. La curva, secondo le previsioni del governo, raggiunge il valore massimo di circa 15,2% attorno al 2038 e si attesta al 13,8% nel 2050, dopo una fase di decrescita. “Il miglioramento del rapporto nella parte finale del periodo di previsione è dovuto essenzialmente al passaggio dal sistema di calcolo misto a quello contributivo e al peso decrescente delle generazioni del baby boom”. In assenza della revisione decennale dei coefficienti di trasformazione, il rapporto risulterebbe sostanzialmente immutato fino al 2015, più elevato di circa 1,5% nel punto di massimo e di poco meno del 2% alla fine del periodo di previsione.

Mezzogiorno. La riduzione del gap del Mezzogiorno si effettua attraverso la realizzazione di infrastrutture, materiali e immateriali, e il miglioramento dei servizi collettivi. Le misure per rilanciare il Mezzogiorno saranno definite nel Quadro strategico nazionale 2007-2013. La politica di sviluppo che lì delineata “sarà diretta a ridurre la persistente sottoutilizzazione di risorse del Mezzogiorno e contribuire alla ripresa della competitività e della produttività dell'intero Paese”. Obiettivo principale del governo è quello di perseguire una 'strategia dell'offerta', “che attraverso la realizzazione di infrastrutture materiali e immateriali e il miglioramento dei servizi collettivi conferisca redditività agli investimenti privati”. Un aumento della convenienza a investire “potrà tradursi in un incremento dell'attività imprenditoriale sia endogena sia esterna ai territori meridionali, con effetti positivi sui redditi e sull'occupazione”. Nei prossimi sette anni le risorse comunitarie da utilizzare con programmi nazionali, regionali e interregionali ammontano a circa 29 miliardi di euro. Le risorse nazionali a carico del bilancio dello Stato richieste per l'accesso ai fondi europei saranno commisurate “secondo una programmazione anch'essa settennale”. La strategia di assegnazione dei fondi “si muoverà sulla base dell'esperienza acquisita con il ciclo 2000-2006” e in linea con la bozza definita dalle amministrazioni centrali e regionali.

Reddito di inserimento. La proposta del “reddito minimo di inserimento” (Rmi) va ripresa, in particolare per chi vive in condizioni disagiate nel mezzogiorno. Per “coloro che sono in condizioni economiche particolarmente disagiate e per i quali sia opportuno costruire percorsi di reinserimento lavorativo e sociale, in particolare nel Mezzogiorno”. Il sostegno sarà condizionato “alla partecipazione ai percorsi di inserimento e alla 'prova dei mezzi'”. Sul fronte dei servizi destinati all'infanzia e per i non-autosufficienti il governo il governo sottolinea che le tariffe “dovranno essere accessibili”. “La compartecipazione da parte delle famiglie dovrà essere differenziata in funzione delle condizioni economiche. Andrà valutata l'opportunità di ricorrere anche a tasse di scopo per finanziare tali attività”.

Sviluppo. La riduzione del cuneo “sarà destinata al lavoro subordinato a tempo indeterminato, al fine di favorire l'occupazione in forme di lavoro standard”. Non saranno toccati i contributi destinati alle pensioni. Saranno ritoccati invece, cioè aumentati, i contributi dei parasubordinati con conseguente modifica della legge 30. Le misure consentiranno, ad un tempo, di assicurare a questi lavoratori un trattamento pensionistico adeguato e di ridurre il differenziale contributivo rispetto al lavoro subordinato”. Provvedimenti che saranno integrati con interventi che modificheranno la legge 30. Della riduzione del cuneo “dovranno beneficiare sia la quota a carico del datore di lavoro sia quella a carico del lavoratore, con il fine di migliorare la capacità di competere delle imprese italiane, attraverso una riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto, e al contempo di assicurare ai lavoratori un recupero in termini di reddito disponibile”. L'intervento sul cuneo “non intaccherà le aliquote contributive destinate all'assicurazione generale per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti, ovvero ad alimentare le pensioni”.

Piano Casa. In arrivo case popolari per le famiglie in difficoltà, le giovani coppie e i giovani studenti fuori sede. “Il governo si impegna a definire un quadro normativo, anche nell'ambito della riforma del Patto di stabilità interno, che agevoli interventi di edilizia residenziale pubblica”. Le iniziative “saranno finalizzate ad una locazione agevolata e selettiva, volta a favorire i gruppi più deboli e a promuovere la mobilità sul territorio di famiglie, lavoratori e studenti universitari. Gli interventi verranno realizzati anche mediante partnership pubblico-private e strumenti di project financing”.

Incapienti. Per gli incapienti arriva un “bonus”. Un assegno che 'riunisca' gli attuali strumenti per le famiglie, comprese le deduzioni Irpef. Tra le azioni principali da realizzare durante la legislatura il governo promette di dare un sostegno deciso ai nuclei famigliari più bisognosi.

Famiglie. Il governo punta inoltre a unificare gli attuali strumenti monetari di sostegno alle famiglie, cioè gli assegni familiari e le deduzioni Irpef per figli a carico, in un assegno per i minori che “fornisca una integrazione di reddito più consistente e in funzione della numerosità del nucleo familiare”. Un intervento che “consentirà di aumentare l'efficacia del sostegno senza porre oneri aggiuntivi alla finanza pubblica”. Ambedue queste forme di sostegno dei redditi, si legge nel documento, “saranno strutturate in forme che incentivino il lavoro e l'emersione e non premino l'evasione fiscale, andranno a vantaggio principalmente delle famiglie con redditi medi e bassi e, per questi ultimi, configureranno una prima forma di 'imposta negativa'.

7.2.2  Valutazioni sul DPEF: dal risanamento alla crescita

La preparazione del Dpef 2007-2011 si è rivelata più difficile e sofferta del previsto in quanto le prospettive della finanza pubblica continuano a destare forti preoccupazioni per le ragioni esposte nei paragrafi precedenti. L'attuale situazione rischia di diventare simile a quella del 1992, quando l'Italia fu alle soglie di una grave crisi finanziaria. Ciò richiede robuste correzioni dei conti nei prossimi due-tre anni, tali da ricostituire un surplus primario sufficiente a garantire la sostenibilità del bilancio pubblico e la riduzione del debito. Sono necessarie, pertanto, misure correttive strutturali, abbandonando così le politiche di interventi una tantum, che hanno finora portato solo benefici temporanei. Anche la mancata crescita della nostra economia negli ultimi cinque anni, con relativa perdita di posizioni nei confronti dei partner europei, è soprattutto la conseguenza di ritardi strutturali, che si manifestano nella crisi di competitività delle imprese e di produttività dei fattori (lavoro, tecnologie, infrastrutture). I problemi strutturali della nostra economia continuano a incombere e fanno sentire il loro peso anche sulle prospettive di tenuta congiunturale nel medio termine, quando si manifesteranno in pieno le conseguenze del caro petrolio, del nuovo apprezzamento dell'euro e della politica monetaria più restrittiva della Banca centrale europea nell'orizzonte del 2007.
Tutto ciò fa sì che gli obiettivi posti nel Dpef siano ambiziosi e di non facile raggiungimento. Inoltre i tagli e risparmi sui quattro grandi comparti di spesa pubblica che costituiscono l'80% della spesa totale: pubblica amministrazione (cioè il modo in cui funziona la macchina dello stato), la spesa previdenziale, quella sanitaria e quella degli enti territoriali sono molto dolorosi e richiedono un grande impegno e l’assunzione di responsabilità collettive ai singoli portatori di interesse. Per la Pubblica Amministrazione, per l’abbattimento della spesa pubblica, si tratta di lavorare sulla riorganizzazione delle funzioni che sul numero delle persone impiegate. Per quanto rilevante la necessaria lotta all’evasione fiscale e agli sprechi non basta a riequilibrare i conti pubblici e quindi condiziona l’adeguamento della spesa sociale. É il capitolo più dolente della manovra, sul quale i sindacati hanno manifestato il loro allarme.
Le modalità di intervento sui vari settori e il loro mix vanno definite dopo il Dpef in un percorso di concertazione istituzionale e sociale. Il Dpef delinea gli obiettivi ma non entra nel dettaglio delle misure, per lasciare il dovuto spazio alla concertazione. Occorre pertanto che il coinvolgimento delle parti sociali sia reale e consenta di armonizzare le varie proposte.
Dalla lettura del Dpef, le  misure relative al lavoro, gli obiettivi da raggiungere e le proposte non sono sempre presentati in maniera organica, ma talvolta spezzettati in diverse parti del documento e non è dunque agevole trarne un quadro unitario. Nel merito, vanno comunque apprezzati gli impegni relativa a:

- la destinazione del cuneo fiscale e contributivo all’occupazione a tempo indeterminato per combattere il rischio di precarietà, come pure la assicurazione che il provvedimento non penalizzerà i trattamenti previdenziali e assistenziali;
- l’accento posto sulle misure per l’occupazione femminile e giovanile che rispecchia i problemi più critici del mercato del lavoro. In particolare l’enfasi posta sulla questione della conciliazione e sul diritto alla maternità;
- l’aumento della aliquota di versamento per le collaborazioni dovrebbe scoraggiare l’uso improprio di queste forme di lavoro, nonché migliorare i trattamenti pensionistici di questi lavoratori. Va meglio precisato come realizzare una completa omogeneizzazione con le aliquote contributive del lavoro subordinato;
- l’annuncio di attivazione di strumenti per l’emersione del lavoro sommerso in raccordo alle misure già inserite, in forma di emendamento, nel d.l. 30 giugno 2006 (la dichiarazione preventiva dell’instaurazione del rapporto di lavoro nei settori più esposti ai rischi di irregolarità, l’obbligo dei versamenti Iva da parte delle imprese appaltanti, nel settore edile, per conto dei sub-appaltatori, la responsabilità solidale tra appaltatore e sub-appaltatore per il versamento delle ritenute fiscali e dei contributi obbligatori);
- la volontà di superare la legge 30/2003, intervenendo sugli aspetti più critici valorizzando gli elementi di continuità presenti, nel “pacchetto Treu” e la necessità che l’intervento legislativo sul lavoro sia ancorato ad accordi tra le parti sociali.
Alcune tematiche sono pero ancora affrontate in modo parziale. In particolare:

Il rapporto tra Stato e Regioni. Con l’attivazione di un tavolo permanente Governo – Regioni si possono mettere in atto scelte strategiche condivise, con il coinvolgimento delle Regioni nella programmazione delle opere di interesse nazionale per assicurarne la coerenza con quelle di livello regionale. Il tavolo può essere il luogo di confronto per lo sviluppo di un piano dei servizi che vada a valorizzare e ad integrare il piano di potenziamento delle infrastrutture e le linee guida per il rilancio del sistema public utilities. (21)
Pur essendo coerente con l’autonomia finanziaria regionale l’impostazione di un Patto di Stabilità interno, basato sul sistema dei saldi finanziari, c’è la necessità di recuperare la dimensione del Patto connessa alla crescita e quindi agli investimenti. Quest’ultimi, compresi quelli riguardanti i cofinanziamenti di programmi UE, non devono essere penalizzati ma connessi alla definizione di un sistema di finanza pubblica territoriale tale da consentire alle Regioni di svolgere pienamente quel ruolo di “armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” previsto nella legislazione concorrente dell’art. 117 della Costituzione.
In un’ottica di coniugare responsabilità e solidarietà tra Stato e Regioni va posto più l’accento sulla necessità di pervenire ad una forma compiuta di federalismo fiscale, ritenuta condizione indispensabile affinché i governi locali possano svolgere compiutamente le loro funzioni e garantire l’equilibrio dei conti pubblici. Il completamento del federalismo fiscale va attuato secondo un percorso condiviso, attraverso un rafforzamento delle sedi di confronto, di definizione su un orizzonte pluriennale delle risorse da destinare alla spesa di competenza di Regioni ed Enti Locali prevista l’istituzione di un organismo adibito al coordinamento ed al monitoraggio delle relazioni finanziarie intercorrenti tra i livelli di governo. Potrebbe essere utile l’istituzione di una Commissione mista Regioni-Governo-Sistema delle Autonomie per il monitoraggio della spesa pubblica.
Questa disponibilità dovrebbe sfociare in un Patto per lo sviluppo, tra Stato, Regioni ed Enti locali nel quale sia identificato il contributo dei singoli livelli istituzionali alla realizzazione degli obiettivi con un ruolo centrale delle Università, della ricerca, dell’innovazione e più in generale per dare impulso alla economia della conoscenza cardine di una moderna azione di politica industriale.

Formazione e lavoro. All’interno della riforma della architettura istituzionale, va meglio definita l’attribuzione alle Regioni delle competenze relative ai profili formativi, in coerenza con l’attuale assetto costituzionale di competenze decentrate in materia di formazione e lavoro. Al suo interno un forte ruolo va attribuito alle parti sociali ed  alla contrattazione collettiva. Ciò permette alle regioni alle parti sociali di concorrere alla regolamentazione dei profili formativi e alla certificazione delle competenze. C’è la necessità di regolamentazione degli istituti preposti alla qualificazione dei giovani in funzione loro inserimento lavorativo (accreditamento delle strutture formative).  Per assicurare un’omogeneità delle regolamentazioni regionali e contrattuali che dovrebbero rispondere a standard comuni, il Ministero del lavoro dovrebbe farsi promotore di un accordo tra le parti sociali e il coordinamento delle Regioni per favorire un’attuazione rapida ed il più possibile omogenea sul territorio nazionale dell’istituto di alternanza studio/lavoro. In Particolare il Dpef risulta carente di una visione organica e di prospettiva in relazione al processo dinamico - ed integrato - che dalla istruzione arriva all’ingresso nel mondo del lavoro, passando attraverso la formazione professionale.

Il rapporto tra flessibilità e precarietà. Le norme introdotte in Italia nell’ultimo decennio, hanno contribuito a rendere più dinamico il mercato del lavoro ma contemporaneamente è aumentato il tasso di instabilità in quanto non è stato accompagnata da misure per migliorare le tutele “nel mercato del lavoro”. Le tematiche da affrontare non possono esaurirsi nelle sia pur centrali questioni del miglioramento della legge 30 e dell’introduzione di incentivi alla stabilizzazione dei posti di lavoro.
Per realizzare un compiuto sistema di tutela della disoccupazione occorre riformare gli ammortizzatori sociali collegandoli alle politiche di reimpiego ed estendendoli a tutti i settori produttivi e a tutti i soggetti, ivi compresi  i lavoratori coinvolti in rapporti di lavoro  non standard, a partire dagli apprendisti.  Il primo punto da affrontare è proprio il completamento e la messa a regime dell’aumento dell’indennità ordinaria di disoccupazione. Si dovrà poi affrontare il tema di come assicurare ai settori oggi esclusi dal sistema cassa integrazione/mobilità (sistema che copre soltanto il settore industriale e relativo indotto, la grande distribuzione e poco altro) una forma di  tutela paragonabile. Al tema si accenna solo di sfuggita nel Dpef, facendo un vago riferimento ad una “adeguata riforma degli ammortizzatori sociali”. Un’importante strumento di stabilizzazione lavorativa è la formazione continua come modalità di qualificazione delle diverse tipologie lavorative, rendendola un vero e proprio diritto. Una buona qualificazione, rendendo il lavoratore “appetibile”, è infatti il migliore antidoto alla disoccupazione e alla precarietà. In merito all’occupazione femminile,  e in particolare, l’intreccio tra lavoro e maternità è una di quelle sulle quali più ampio appare il gap tra obiettivi enunciati e strumenti proposti. Il dato allarmante evidenziato qualche tempo fa dall’Istat in base al quale 1 donna su 5 lascia il lavoro alla nascita del primo figlio, suggeriscano interventi concreti e immediati per rendere effettivo il diritto delle donne al lavoro senza rinunciare alla maternità, favorendo  la conciliazione tra vita lavorativa e vita personale e familiare, a partire da un rilancio del part-time.
La struttura pubblica per rendere esigibili su tutto il territorio nazionale, evitando che si perpetuino disparità a livello regionale, si basano sulla piena attuazione della riforma dei servizi per l’impiego, con adeguate risorse finanziarie ed umane. Riteniamo quella dei servizi per l’impiego una ottima riforma, resa possibile dalla concertazione. Tuttavia essa per ora è stata applica a macchia di leopardo e sopratutto sono mancati gli investimenti strutturali necessari a renderla operativa su tutto il territorio nazionale.
L’attuazione dell’insieme degli interventi definiti dal Dpef, come pure la migliore focalizzazione degli interventi per una politica di sviluppo e coesione sociale suesposta, richiede una notevole dose di risorse finanziarie e organizzative. Ciò si può attuare anche tramite la concertazione sociale e istituzionale e la contrattazione collettiva ma occorre liberare risorse da una razionalizzazione della spesa pubblica cosa che è possibile fare solo parzialmente sul breve periodo stante il disseto dei conti dello stato.
Ad esempio il recente accordo di concertazione realizzato in Spagna va proprio nella direzione di mitigare le derive della flessibilità tramite gli incentivi alle stabilizzazioni, ma anche tramite un potenziamento dei servizi all’impiego e delle tutele in caso di disoccupazione.

7.3 La Finanziaria 2007 (22)
Il Dpef è vincolante per l'azione futura. La legge finanziaria traduce in atti concreti il Dpef in quanto ne assume gli impegni politici per l'anno successivo (il 2007). La tab.1 rappresenta le misure finanziarie dell’intervento secondo quanto approvato dalla Camera dei Deputati.

7.3.1. - Sintesi provvedimenti Finanziaria 2007. Per un lavoro più certo e stabile

Riduzione del cuneo fiscale. Si riduce di 5 punti il cuneo fiscale, esattamente come indicato nel Programma dell’Unione. La riduzione delle tasse del lavoro (cuneo fiscale) sarà del 60% a favore delle imprese e 40% a favore dei lavoratori. Oggetto della riduzione sono solo le imprese che hanno alle proprie dipendenze lavoratori stabili o che si impegnano a stabilizzarli. La misura si applica sull'Irap, per ogni dipendente, per un importo su base annua di 5.000 € per le imprese del Centro-nord; 10.000 € per le imprese del Sud. L'importo deducibile aumenta nel caso di donne lavoratrici assunte nel Mezzogiorno.
Sono poi deducibili le spese relative agli apprendisti, ai disabili, al personale con contratti di formazione lavoro e al personale addetto a ricerca e sviluppo. Sono escluse le banche, gli altri enti finanziari e altre imprese in concessione.

Stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Si prevedono interventi volti a stabilizzare i rapporti di lavoro, per favorirne la piena trasformazione da co.co.co. e co.co.pro. in lavoro subordinato. Nello specifico, la misura prevista è destinata a operare, a seguito di accordi aziendali ovvero territoriali, tra datore di lavoro (committente), e organizzazioni sindacali, fino al 30 aprile 2007.La norma introduce un percorso consensuale di stabilizzazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto. Favorisce i giovani e contribuisce al contrasto della precarietà, agendo sulle convenienze offerte dall'ordinamento, in sinergia cioè con le altre misure varate in materia di occupazione stabile (cuneo fiscale per il lavoro a tempo indeterminato). Siprevede, inoltre, che, ove sia prevista l'assunzione del lavoratore con contratto di lavoro subordinato, il datore di lavoro versi una somma a titolo di contributo straordinario integrativo alla gestione speciale verso l'Inps, cui corrisponderà a carico della finanza pubblica, un contributo nella misura massima utile a raggiungere l'aliquota contributiva per il lavoro subordinato.

Tab. 1 – Valore della manovra finanziaria 2007 in milioni di €


ENTRATE

SPESE

MAGGIORI ENTRATE

23.950

MINORI SPESE

10.400

Contrasto all'evasione e all'elusione fiscale

7.770

     Spese correnti di cui:

8.930

Trasferimento di una parte del Tfr all'Inps

6.010

 

Patto di stabilità interno

3.270

Aumento aliquote contributi sociali

4.760

 

Sanità

2.950

Patto di stabilità interno (Ici e addiz.comun.Irpef)

1.110

 

Consumi intermedi e trasferimenti dei Ministeri

2.100

Tassazione dei redditi di capitale

1.100

 

Pubblico impiego

360

Contributi sociali per regolarizzazioni immigrati

770

 

Riorganizzazione amministrazioni pubbliche

230

Tasse automobilistiche

700

     Altre spese

20

Modifiche Irpef

430

     Spese in conto capitale

1.470

Successioni e donazioni

240

MAGGIORI SPESE

13.970

Modifiche detraibilità dell'automobile

120

     Spese correnti di cui:

7.360

Altre

940

 

Forze armate e missioni di pace

1.400

MINORI ENTRATE

5.110

 

Prestazioni sociali (revisione assegni familiari)

1.400

Deduzioni Irap e incentivi occupazione femminile

2.450

 

Pubblico impiego (rinnovi contrattuali)

1.070

Proroga delle agevolazioni fiscali

1.130

 

Trasferimenti a imprese pubbliche

750

Altre

1.530

 

Sostegno al settore dell'autotrasporto

520

Incremento netto entrate

18.840

 

Altre  

2.220

 

 

    Spese in c/capitale (Fs e altro)

3.990

 

 

    Altri effetti netti

2.620

 

 

Incremento netto spese

3.570

Riduzione complessiva dell'indebitamento netto 15.270 milioni di euro

Fonte: Bankitalia      

Emersione dell’occupazione irregolare e lotta al lavoro nero. La strategia per favorire l’emersione del lavoro irregolare e contro il lavoro nero si articola in vari interventi: indicatori di congruità costituiti da indici che rapportano la qualità dei servizi e beni prodotti con la quantità delle ore necessarie per produrli; introduzione di meccanismi per garantire il rispetto degli obblighi contributivi (estensione Durc); Inasprimento delle sanzioni amministrative in materia di lavoro. Le maggiori entrate derivanti dall'adeguamento delle sanzioni, vanno a incrementare la dotazione del Fondo per l'occupazione; estensione dell'obbligo di comunicazione a tutti i settori di attività dell'instaurazione del rapporto di lavoro il giorno antecedente; Finanziamento di progetti di ricerca in materia di salute e sicurezza sul lavoro e di attività promozionali finalizzate alla prevenzione e alla diffusione della cultura della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, con particolare riferimento ai settori a più elevato rischio infortunistico; misure volte a promuovere l'emersione spontanea, rendendola conveniente per il datore di lavoro, senza che ciò danneggi il lavoratore, ma anzi ne garantisca la regolare e stabile occupazione; Destinazione di una quota del Fondo per l'occupazione per interventi strutturali e innovativi volti a riqualificare la capacità di azione istituzionale e l'informazione dei lavoratori in materia di lotta al lavoro sommerso e irregolare, promozione di nuova occupazione e tutela della salute; meccanismi di rafforzamento della capacità ispettiva, come il potenziamento dell'organico dei Carabinieri, nel cui contingente autorizzato sarà previsto almeno il 50% già in possesso di esperienza e capacità operativa nella materia nella materia giuslavoristica; Costituzione di una cabina di regia nazionale, che concorra allo sviluppo di piani di coordinamento, che concorra allo sviluppo di piani territoriali di emersione e di promozione di occupazione regolare, nonché alla valorizzazione dei Cles (Comitato del Lavoro per l’Emersione del Sommerso); costituzione di un apposito fondo per l'emersione del lavoro irregolare (Feli) per il finanziamento, d'intesa con le Regioni e gli Enti locali interessati, di servizi di supporto allo sviluppo delle imprese che attivino processi di emersione.

Per un pubblico impiego più stabile. Si prevedono misure volte alla stabilizzazione del personale pubblico non dirigenziale, in servizio a tempo determinato da almeno 3 anni, purché assunto mediante procedura di natura concorsuale.

Ammortizzatori sociali. Si prevedono interventi in materia di ammortizzatori sociali, in attesa di una loro organica riforma, a carico del Fondo per l'occupazione. In particolare possono essere concessi trattamenti di cassa integrazione guadagni straordinaria e di mobilità ai dipendenti delle imprese esercenti attività commerciali con più di 50 dipendenti, delle agenzie di viaggio e turismo con più di 50 dipendenti e delle imprese di vigilanza con più di 15 dipendenti;con decreto del Ministro del Lavoro e della Previdenza, sono definiti criteri e modalità per sostenere programmi per la riqualificazione professionale e il reinserimento occupazionale di collaboratori a progetto che hanno prestato la propria opera presso a aziende interessate da situazioni di crisi, nel limite di 15 milioni di milioni di € per ciascuno degli anni 2007-2008; Interventi in materia di LSU, che consentano di assegnare ai Comuni con meno di 50.000 abitanti, a seguito della stipula di un’apposita convenzione con il Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, risorse finanziarie nel limite complessivo di 1 milione di € per l'esercizio 2007, previa individuazione dei criteri di assegnazione, per lo svolgimento di attività socialmente utili assegnazione e per la stabilizzazione occupazionale dei soggetti che le svolgono.

Misure a tutela dell'occupazione. Si prevede di sostenere gli interventi dei c.d. ammortizzatori in deroga. In particolare, la norma proroga, fino al 31 dicembre 2007, la possibilità di intervenire in via amministrativa in situazioni particolari, in cui la vigente normativa non consente alcun intervento. Tutto ciò permetterà nuovi interventi e la prosecuzione di quelli iniziati negli anni precedenti e non completati; di mantenere dell'indennità di disoccupazione; l’intervento non è più su base annuale, ma con stabilizzazione nell'ordinamento delle misure recate in materia dal decreto legge n. 35 del 2005.

Misure di sostegno all'apparato produttivo. È prevista, d'intesa con il Ministero per lo Sviluppo l'istituzione di un’apposita struttura per contrastare il declino dell’apparato produttivo e salvaguardare e consolidare le attività e i livelli occupazionali delle imprese di rilevanti dimensioni che versano in crisi economico-finanziaria. La struttura si potrà avvalere, per le attività ricognitive e di monitoraggio, delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Infine la cosiddetta la cosiddetta mobilità lunga, nel limite massimo di 6.000 unità da attivare entro l'anno 2007, dietro accordi sindacali e con piani approvati dal Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale.

Interventi in materia di previdenza sociale.  Si prevede l’istituzione - presso la Tesoreria dello Stato - del Fondo per l'erogazione dei trattamenti di fine rapporto gestito dall’Inps, in cui far confluire, dal 1°gennaio 2007, il 50% delle liquidazioni maturande non destinate a previdenza a previdenza complementare. Le risorse del Fondo saranno utilizzate, oltre che in funzione della stabilizzazione dei conti pubblici, anche per interventi di sviluppo economico e di finanziamento di infrastrutture. Sono, inoltre, stabilite compensazioni, da garantire alle imprese per il versamento di quote di Tfr, che consistono nell'esonero dal pagamento dei contributi sociali, a cominciare da quelli per assegni familiari, maternità e disoccupazione, per gli anni 2008 e 2009.

Misure per apprendisti e lavoratori “parasubordinati”. Incremento dell’aliquota contributiva per i “parasubordinati” per migliorare il trattamento pensionistico, fissandolo nella misura del 23% per coloro che non siano iscritti ad altre forme di previdenza o non siano pensionati; Dispone, poi, la corresponsione di un’indennità giornaliera di malattia entro il limite di 20 giorni nell'anno solare ai lavoratori a progetto e categorie assimilate iscritti alla gestione separata, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie. A detti lavoratori, che abbiano titolo all'indennità di maternità (anche nei casi di adozione o di ingresso in famiglia), si dispone che sia corrisposto per gli eventi di parto, avvenuti a decorrere dal 1° gennaio 2007, un trattamento economico per congedo parentale, limitatamente a un periodo di 3 mesi entro il primo anno di vita del bambino, pari al 30% del reddito preso a riferimento per la corresponsione dell'indennità di maternità. È previsto, inoltre, un aumento dell’aliquota contributiva anche per gli anche per gli altri parasubordinati al 16%. La rideterminazione al 10% della contribuzione ai fini previdenziali dovuta dai datori di lavoro per gli apprendisti artigiani e non artigiani; nonché l’estensione ai lavoratori assunti con contratto di apprendistato delle disposizioni in materia di indennità giornaliera di malattia, secondo la disciplina generale prevista per i lavoratori subordinati.

Trattamenti pensionistici. Si introduce un contributo triennale di solidarietà nella misura del 3% a carico dei trattamenti pensionistici, i cui importi risultino complessivamente superiori 5.000 € mensili.

Emersione Norme contenute nel decreto legge. Misure di carattere amministrativo e organizzativo che intervengono sugli strumenti (organismi, comitati), che hanno il compito di coadiuvare l'emersione, ovvero di migliorare l'attività conoscitiva del fenomeno, anche attraverso la messa in rete delle comunicazioni e dei dati. Semplificazione dell'adeguamento annuale delle rendite Inail. Disposizioni concernenti i contributi previdenziali per il settore agricolo.

7.3.2  Perché una finanziaria così pesante

Una manovra pari all'1 percento del Pil, come sollecitato dal centrodestra, non sarebbe stata sufficiente per raggiungere gli obbiettivi ricordati, perché l'indebitamento tendenziale contenuto nel Dpef 2007-2011 non includeva: le spese per far funzionare Ferrovie ed Anas (circa 4 miliardi di euro), i maggiori oneri per i rinnovi dei contratti dei dipendenti pubblici (1 miliardo di euro nel 2007), le risorse per prorogare agevolazioni fiscali varie nell'industria, nei servizi ed in agricoltura (circa 1,5 miliardi di euro), le risorse per il fondo sociale o i cofinanziamenti per i programmi europei, ecc. Inoltre, bisognava trovare le risorse per finanziare la riduzione del cuneo fiscale (6 miliardi di euro nel 2007). Insomma, tutti interventi obbligati, anche se non registrati nel tendenziale del Dpef, pari a circa l'1 percento del Pil. Quindi la manovra complessiva non poteva essere, a meno di non paralizzare i trasporti e dare un pesante colpo all'economia e alla credibilità del centrosinistra, inferiore a 2 punti percentuali di Pil (ossia almeno 30 miliardi di euro).

7.3.3  Perché è una buona Finanziaria

Per far ripartire l’Italia e rimettere in moto lo sviluppo è stata fatta una finanziaria ambiziosa in grado di coniugare le esigenze di sviluppo della nostra economia con quelle dell’equità, di una maggiore giustizia sociale, anche nella distribuzione del reddito, e con il necessario rigore nel risanamento dei conti pubblici.
È una Finanziaria molto complessa, con una quantità notevole di misure ed è la più pesante dal ‘92 in poi ma che non si limita a rimettere in equilibrio i conti pubblici. È, come è stato detto, la vera "imposta di successione" che Tremonti ha lasciato in eredità al Paese. Nel primo anno della legislatura è stato scelto di fare una finanziaria che possa mettere in sicurezza la finanza pubblica per poi poter lavorare successivamente a consolidare con misure strutturali per lo sviluppo. L’opera di risanamento consiste nel rientrare nei parametri europei in un solo anno, tornare ad un avanzo primario attivo e far nuovamente scendere il debito pubblico senza colpire il contribuente ma rivedendo i danni precedentemente inferti al bilancio dello Stato. Tutto questo con un percorso condiviso con gli enti locali e le parti sociali.
Venti miliardi di euro sono dedicati alla crescita del Paese, alle sue aziende e alle infrastrutture, agli investimenti e all’edilizia sociale, scelta mai fatta in termini di entità e ventaglio di soluzioni. L’attenzione dei mass media è concentrata soprattutto sul fisco, ma nei prossimi mesi si misurerà l’efficacia in termini crescita dello sviluppo. Gli interventi sul costo del lavoro toglieranno, da un lato oneri alle imprese, e porteranno più soldi nelle tasche dei lavoratori, garantendo diritti e tuteli per i lavoratori parasubordinati e i precari. Obiettivo è non incidere sul bilancio delle famiglie italiane ma dare una salutare spinta al sistema produttivo del Paese.
Una prospettiva di stagnazione e di recessione economica finirebbe per gravare soprattutto sulle spalle dei più deboli e indifesi. Il contenimento della spesa pubblica viene pertanto fatto non comprimendo la spesa sociale. Si avvia una redistribuzione della ricchezza a vantaggio dei redditi bassi e medio-bassi attraverso una rimodulazione del fisco e una lotta all’evasione fiscale (che ha raggiunto limiti ormai insostenibili grazie anche all’impulso ricevuto dalla pratica dei condoni degli anni passati). Si tratta di riequilibrare la forbice fra i redditi che in Italia è la più alta tra i paesi europei (che si è allargata negli ultimi anni). I sacrifici che si chiedono sono finalizzati ad un percorso di sviluppo equo che guarda al futuro. Bisogna fare in modo che non ci sia un rifiuto di una parte rilevante del ceto intellettuale e benestante ad accettare un'idea di solidarietà e redistribuzione sociale. L’obiettivo non è di far piangere qualcuno, ma di far sorridere tutti.
È una Finanziaria strategica che, se coglierà gli obbiettivi previsti, permetterà di spingere sull’acceleratore dello sviluppo nelle prossime Finanziarie della legislatura.

Gli obiettivi strategici previsti dal Dpef sono tre:

- raddrizzamento dei conti pubblici rispetto ai parametri europei,
- sviluppo dell´economia,
- equità sociale.

Vediamo come specificamente sono stati coniugati nella Finanziaria.

7.3.4   Il Risanamento dei conti pubblici

Ci troviamo di fronte ad una Finanziaria che, date le condizioni, è equilibrata ed efficace e ha una chiara impostazione riformista. Da sinistra c’era la richiesta di ridurre la manovra prima a 30 e poi 26 miliardi e di spalmare la parte destinata al raddrizzamento dei conti pubblici su due anni anziché sul solo 2007. Questi suggerimenti avrebbero creato più danni che vantaggi e il governo non li ha accolti. La sinistra chiedeva di diluire nel tempo il risanamento del debito in maniera che fossero utilizzato solo gli strumenti quali la lotta all’evasione fiscale. E’ una Finanziaria giusta che rimette in equilibrio il Paese e ci fa tornare in Europa a pieno titolo, determinati a giocare un ruolo primario anche in economia, così come abbiamo fatto e si sta facendo in politica estera.
Sebbene sia stata approvata dall'Europa le agenzie di rating non sembrano convinte e hanno declassato l'Italia. Queste però fotografano la situazione esistente, cioè quella ereditata. Per quanto riguarda invece l'outlook, cioè le prospettive, la loro valutazione è stabile, dunque non c'è giudizio negativo sul futuro. L’abbassamento del rating non però turbato i mercati e ciò, per ora non ha prodotto conseguenze.
C'è un corposo capitolo di recupero dell'evasione fiscale. Il valore aggiunto del sommerso è compreso tra il 14,9 e il 16,7% del Pil. Dei 200 miliardi di euro di valore aggiunto che sfuggono al fisco circa 100 miliardi sono dovuti all'utilizzo di lavoro non regolare, 93 miliardi da sottodichiarazione di fatturato ottenuto con occupazione regolare. Dal 2003 si osserva, con una preoccupante inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti, la crescita complessiva del sommerso stimabile fino a circa 0,5% di Pil, nonostante la notevole riduzione di lavoro irregolare dovuta alla sanatoria di quasi 700 mila immigrati clandestini.
Nella Finanziaria ci sono 7 miliardi di entrate provenienti dal recupero dell´evasione su un’entrata tributaria stimata in Finanziaria a 13 miliardi. Si tratta di previsioni, però ci sono le premesse per portare a casa quel risultato e che si prosegua su quella strada. Se nei cinque anni di legislatura si arrivasse gradualmente a recuperare il 15 per cento dell’evasione, il fisco incasserebbe annualmente circa 30 miliardi da questa voce. Il recupero dell’evasione comporta comunque tempi lunghi. Il circolo vizioso alla base dell'evasione fiscale deve essere spezzato, affinché i contribuenti onesti non si considerino discriminati per essere tali e siano quindi rassicurati sul fatto che tutti pagheranno le tasse. Per questo l'alta evasione, percepita come fenomeno sociale, diventa causa del comportamento individuale di frode al fisco, contribuendo così ad alimentare quella stessa percezione».
Nella Finanziaria non si è riusciti a dare alla qualitàdell’aggiustamento secondo quanto auspicato da Dpef. Nella ripartizione tra maggiori entrate e minori spese lo sbilanciamento a favore delle entrate non è leggero: si va ben oltre il 50% paventato. L’intervento del contributo delle entrate è superiore al 70% della manovra complessiva. Vi sono però casi di attivazione meccanismi virtuosi che porteranno a risparmi crescenti nei prossimi anni. Il controllo della spesa pubblica è stato solo avviato.
La revisione annuale degli studi di settore è una misura necessaria perché serve non solo ad aumentarli ma all’occorrenza anche a ridurli. L'obiettivo è quello di far pagare le imposte laddove c’è materiale imponibile. Per questo serve uno strumento flessibile. Gli studi di settore non sono un concordato né preventivo né successivo. Non rappresentano il modo per introdurre una sorta di “catastizzazione” sulle tasse applicate ai redditi da capitale. Gli studi di settore sono una guida all'accertamento e alla dichiarazione.

7.3.5  Lo sviluppo dell’economia

C’è uno sforzo notevole che le imprese devono tradurre in investimenti: (23)
- La riduzione di tre punti del costo del lavoro per le aziende e del peso del fisco sugli stipendi.
- Il credito d’imposta automatico, ovvero il taglio immediato delle tasse, per le spese di ricerca fatte nei laboratori e nei centri di ricerca.
- Il decollo della nuova politica industriale con fondi per i progetti di innovazione tecnologica e industriale il che vuol dire spingere le imprese a mettersi al passo sulla logistica, la mobilità, le tecnologie.
- I fondi che garantiscono i finanziamenti alla piccola impresa e un pacchetto di incentivi energetici ed ecologici che vanno dalla rottamazione dei frigoriferi agli sconti per le auto ecologiche
- Il ripristiniamo della attuazione di alcune opere pubbliche. Sono poche ma certe.
- Per il Sud torna il credito d’imposta automatico sia per le nuove assunzioni che per i nuovi investimenti. Senza contare i 10.000 euro di sconto Irap su ogni dipendente e l’arrivo di zone franche.
- I finanziamenti al Sud vengono programmati per 7 anni, per ”allinearli” alla scansione di quelli europei. L’insieme dei finaziamenti valgono 120 miliardi di euro.
Va comunque rilevato che il termine "politiche a sostegno dello sviluppo" è un po’ equivoco in quanto vi rientrano anche iniziative di spesa, come il rifinanziamento dei cantieri e delle ferrovie dello Stato, il rinnovo del contratto del pubblico impiego, nuovi finanziamenti alle Poste, la missione in Libano nonchè dotazioni a vari "fondi" pubblici a disposizione dei singoli ministeri, come il fondo infrastrutture, il fondo per la famiglia, quello dell’occupazione,
Di fatto, l'aumento netto si aggira intorno ai 4 miliardi di euro, se si tiene conto della riduzione dell'Irap per le imprese decisa per abbassare il costo del lavoro (cuneo fiscale), ed è rappresentato da una parte degli altri 8 miliardi di euro di nuove entrate derivati da ulteriori misure contro l'evasione fiscale e dalla rivisitazione degli studi di settore per gli autonomi.
Nel capitolo sviluppo va comunque ascritta la messa in sicurezza i conti pubblici. Con gli interventi attuati il debito torna a scendere mentre l’avanzo primario sale a due punti di Pil.

7.3.6  L’equità sociale

Nell’impianto della Finanziaria l’equità è coniugata con la tutela e la protezione delle famiglie, giovani coppie, i non autosufficienti e i più deboli. Lo spostamento dalle spalle deboli a spalle meno deboli si attua con il finanziamento di iniziative sociali, sgravi per gli affitti dei giovani universitari fuori sede, delle assunzioni delle donne nel Sud, per l'acquisto dei computer da parte degli insegnanti o per l'attività sportiva dei ragazzi. Gli assegni familiari sono aumentati di 1.400 milioni di euro proprio per sostenere di più le famiglie numerose. Per un contribuente con moglie e un figlio l’esenzione arriva a 13 mila euro, con due figli a 15 mila.
Si è affermato da più parti che il ceto medio è fortemente penalizzato dalla manovra.  Il rischio vero è della sua scomparsa. Schiacciato tra l'impoverimento dovuto al crollo della produttività sul gradino più basso, e l'arricchimento senza freni delle categorie più abbienti al gradino più alto. L'intervento di redistribuzione non penalizza, ma semmai aiuta il ceto medio.
Il governo ha fissato la linea di discrimine a 40 mila euro di reddito lordi. Al netto dell’imposta ne restano poco più di 30 mila, vuol dire 2.300 euro mensili per tredici mensilità. L’operazione redistributiva premia le fasce di reddito fino a 40 mila in modo abbastanza consistente. Sopra questa quota, pagherà un aggravio modestissimo meno del 5% dei contribuenti. Pagheranno meno tasse 38 milioni di italiani, il 90%.
Degli oltre 7 miliardi destinati alla riforma dell'Irpef, oltre la metà sono stati impegnati sui lavoratori dipendenti, in modo da raggiungere il risultato di una riduzione media di 2 punti del cosiddetto cuneo fiscale, cioè la differenza tra retribuzione lorda e paga netta. (24) E consistenti risorse sono state dedicate all'interno della manovra dell'Irpef ai pensionati con detrazioni d'imposta per i pensionati sopra i 75 anni.
Non si sono trovati però strumenti adeguati per alleviare i problemi degli incapienti che nei fatti rimagono fuori dalla manovra redistributiva. Non si è riusciti a fare passi avanti nella direzione della universalità dei beneficiari, vale a dire l’estensione dei provvedimenti a tutta la popolazione. Nel complesso la struttura attuale, anche se più razionale, resta appannaggio soprattutto del lavoro dipendente. Per gli aspetti universalistici, si è preferito agire sul lato dell’imposta personale, ma, rinunciando all’imposta negativa, non si è affrontato il problema degli incapienti. Il cono d’ombra dell’evasione non solo impedisce di realizzare risorse, ma ostacola anche il disegno di politiche più coraggiose.
E’ comunque una grande operazione di redistribuzione delle risorse. Con la riforma dell'Irpef sono stati cambiati aliquote, scaglioni di reddito, detrazioni per lavoro e detrazioni per famiglia, assegni familiari. L'effetto finale va visto tutto insieme, senza limitare il ragionamento alle sole aliquote o alle sole detrazioni. E’ stata inserita una clausola di salvaguardia per i redditi fino a 45mila euro: nessuno sotto i 45mila euro dovrà rimetterci, che abbia famiglia, o sia single, lavoratore autonomo o dipendente.
L'aumento dei contributi per i lavoratori (dipendenti, autonomi e parasubordinati) va considerato come pagamento a fronte di una prestazione pensionistica futura, piuttosto che come “tassa”.

7.3.7   Il cuneo fiscale e la lotta alla precarietà

Il cuneo fiscale è la differenza che esiste tra costo del lavoro per l’impresa e la retribuzione netta che il lavoratore riceve in busta paga. Ogni anno l´Ocse pubblica i dati relativi al "lavoratore medio rappresentativo" dei diversi paesi industrializzati evidenziando l’entità di tale divergenza che dipende da due fattori: i contributi sociali e le imposte pagate dal lavoratore (Irpef) e dall’impresa (Ires e Irap), oltre agli assegni familiari nel caso italiano. Quanto maggiore è il cuneo tanto più elevato è il costo del lavoro e quindi maggiori sono i riflessi negativi sulla competitività del Paese. In Italia, prima dell’intervento con la legge Finanziaria, il cuneo risultava di circa 5 punti superiore alla media europea (oltre il 47% del costo del lavoro in Italia, circa il 42% nella media comunitaria dei vecchi Quindici).
Poiché al cuneo concorrono prelievi sia a carico delle imprese che dei lavoratori, si pone il problema di come ripartire i benefici di una sua riduzione, il problema è stato risolto con una ripartizione in 3 punti (60%) a favore delle imprese e 2 punti (40%) a favore dei lavoratori.
Il Dpef ha escluso che l’intervento potesse avvenire attraverso una riduzione dei contributi previdenziali per non interferire con il sistema pensionistico basato sul metodo contributivo. Poiché la quota di contributi a carico del lavoratore è quasi esclusivamente di tale natura (salvo uno 0,3 per la cassa integrazione), ciò valeva a dire che la riduzione del cuneo a favore dei lavoratori dipendenti poteva essere operata solo attraverso una riduzione delle imposte o un aumento degli assegni ad essi erogati. Inoltre, si convenne che non era opportuno riservare un incremento retributivo, per quanto modesto, ai soli lavoratori dipendenti escludendo – per esempio – i pensionati e altre categorie meritevoli di sostegno, sicché, in piena trasparenza e in accordo con le organizzazioni sindacali, si decise di effettuare l’operazione per via Irpef (componente essenziale del cuneo), mantenendo ferma l’entità dello sgravio per il lavoratore medio e l’entità delle risorse a ciò destinate: 3 miliardi su circa 8 complessivi, sempre che la riduzione del cuneo fosse stata generalizzata. Poiché essa è stata limitata esclusivamente a una parte delle imprese e la somma complessiva si è ridotta, a rigore i 3 miliardi si sarebbero dovuti corrispondentemente ridurre. La scelta è stata invece - giustamente – di assicurare lo sgravio Irpef a tutti i lavoratori dipendenti, inclusi per esempio quelli del pubblico impiego, delle banche, dei settori "tariffati", ecc.. (25)
Gli effetti contabili della manovra sono: data la retribuzione media lorda (al lordo cioè dei contributi a carico del lavoratore e delle imposte) di 23.669 euro, il lavoratore vedrà incrementare la busta paga esattamente di due punti, cioè 468 euro l’anno, per via della riduzione dell’Irpef e dell’aumento degli assegni familiari. È questo un risultato che si ottiene in media considerando la distribuzione delle famiglie con e senza figli. Le imprese vedranno invece ridursi il costo del lavoro di tre punti, e cioè di 703 euro, per via della riduzione dell’Irap.
Se vi fossero state più risorse disponibili, si sarebbe potuto evitare anche il modesto aggravio fiscale sui redditi più elevati, essere più generosi con le imprese, più comprensivi nei confronti dei ministri di spesa, ecc.
A regime, nel 2008, il taglio del cuneo produrrà un beneficio strutturale di oltre 9 miliardi di euro, e quasi 6 andranno alle imprese. La riduzione del cuneo per le imprese dà un po’ di ossigeno alla competitività. Ma il problema dell’imprenditoria italiana non si risolve tagliando il cuneo di cinque punti. Può dare effetti, se le imprese saranno trarre vantaggio per la crescita della produttività e della competitività del paese, favorire i nuovi investimenti e segnare una svolta nelle politiche del lavoro visto che è collegato ai contratti di lavoro a tempo indeterminato. Valorizza quegli imprenditori che innovano il prodotto e non solo il modo di produrlo; che cambiano i gusti del mercato; che modificano i termini dell’offerta, non quelli che seguono passivamente la domanda.
I 5 punti di riduzione del cuneo fiscale danno impulso alla ripresa anche migliorando il potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni perché sostenendo i consumi, con maggiori disponibilità di spesa, si aiuta lo sviluppo dell’economia.
Nell’operazione “cuneo” vi è contenuta una scelta che ha un’importanza straordinaria che mai era stata praticata fino ad oggi: il beneficio per le imprese viene riconosciuto unicamente in ragione degli occupati con contratti di lavoro a tempo indeterminato. Questo criterio è di fondamentale importanza, perché premia la stabilità dell’occupazione e indica concretamente la strada per combattere la precarietà. (26)
L’incentivo al tempo indeterminato non significa negare la esigenza di flessibilità che peraltro, se correttamente utilizzata, potrebbe essere vantaggiosa anche per alcune fattispecie di lavoratori oltre che per le imprese. Ciò che distingue la flessibilità dalla precarietà potrebbe essere riassunto nel fatto che un lavoro è flessibile quando esso ha un carattere di straordinarietà per l’impresa e un carattere di temporaneità per il lavoratore. Quando la straordinarietà diventa ordinarietà e la temporaneità diventa permanenza che si protrae nel tempo, la flessibilità diventa precarietà.
Questo è il principale rilievo profondamente critico che va fatto alla legge 30. Sappiamo bene che la precarietà non nasce con questa legge ma al suo fondo c’è una filosofia che favorisce la dilatazione della precarietà e la trasforma in molti casi, appunto, da condizione temporanea in condizione permanente. Per questo la Legge 30 va cambiata e vanno riscritte, con il concorso delle parti sociali, le regole del mercato del lavoro.
Anche per le imprese puntare sulla precarietà da vantaggi molto dubbi. La precarietà crea estraneità e scarso coinvolgimento dei lavoratori sui destini dell’impresa che, per migliorare produttività e competitività, devono investire in qualità, a partire dalla qualità del lavoro. E’ auspicabile che le risorse che gli giungono dal “cuneo” siano ben investite in questo senso.
Più in generale la valorizzazione del lavoro significa condurre un’azione riformatrice che lo assume, certamente come fonte di reddito su cui poter progettare il proprio futuro, ma anche come vita di relazione, come socialità, come autorealizzazione, come sicurezza di futuro e come fondamento della dignità della persona.
Ecco la precarietà ti esclude da tutto ciò, perché ti espropria di diritti e della dignità e per ciò ti ruba il futuro.

7.3.8   Il Tfr e i fondi pensione

Per gli interventi sul cuneo fiscale alle aziende, dal 2007, arriveranno circa 5 miliardi mentre al Fondo Inps potrebbe essere conferita una cifra simile. I conti però non si devono fare con quella quota, bensì con il costo del suo mancato finanziamento. Il trasferimento all’Inps costerà pochissimo al sistema delle aziende perché il tutto si traduce in un aumento degli interessi sull’indebitamento. Alle imprese resta comunque lo stock perché il passaggio all´Inps si esercita su una parte dell’accantonamento annuale futuro. Il benefici legati al taglio del cuneo fiscale sono pari almeno a venti volte rispetto all’azione del governo sul Tfr.
I soldi del Tfr non sono delle imprese ma dei lavoratori. La priorità della riforma deve essere quella di far decollare la previdenza integrativa, e quindi bisogna spingere il maggior numero di lavoratori possibili a aderire ai Fondi. La missione dei Fondi pensioni, deve restare quella di creare una pensione. Devono costare poco al lavoratore e garantirgli remunerazioni alte.  Vale soprattutto per i giovani che rischiano di andare in pensione con assegni totalmente insufficienti. Il successo dei Fondi va di pari passo con la revisione del sistema pensionistico. (27)
A giugno del 2006 erano appena un milione e 600 mila i lavoratori iscritti ai fondi negoziali e aperti, rispettivamente 1,2 milioni e 400 mila. Ed erano 665 mila quelli iscritti ai fondi preesistenti la riforma, e 860 mila quelli che hanno aderito alle forme pensionistiche individuali. Il totale è appena di 3,1 milioni di lavoratori iscritti ai fondi. Le adesioni dei lavoratori dipendenti, non superano il 15 per cento.
L’incremento della previdenza integrativa permette inoltre al sistema finanziario italiano di giovarsi di nuove cospicue risorse.
Il 23 ottobre è stato fatto tra governo, sindacati e Confindustria sul trasferimento del Tfr all’Inps e l’avvio della previdenza complementare dal 2007. Il Tfr, non inviato ai fondi tramite l’esplicita richiesta dei lavoratori, per le imprese di 50 dipendenti (oltre 23mila) sarà trasferito all'Inps che continuerà ad applicare le regole (dunque offrire i rendimenti) oggi previste per le imprese. A questo proposito l’Inps deve adeguarsi per gestire i trattamenti di fine rapporto in modo da non provocare disfunzioni per i lavoratori che avessero esigenze di liquidità.
La manovra sul Tfr tra un anno infatti sarà riesaminata.
Sul trattamento fiscale dei fondi pensione il governo garantisce una revisione con l'intento che questo sia in linea con quello applicato alla previdenza integrativa degli altri paesi europei.
L'accordo segna un'altra tappa nel percorso della concertazione e del dialogo verso una legge finanziaria al passo con le esigenze e le richieste di un paese che deve ripartire.
Gli elementi dell'accordo si sintetizzano nella la scheda riassunta nel box 2.
Elemento positivo dell'accordo consiste nell'anticipazione al 2007 della possibilità di conferire il Tfr ai fondi pensione. E' un'occasione che non si può perdere. I fondi pensione oggi in Italia amministrano un patrimonio inferiore a quello delle fondazioni bancarie. I giovani hanno bisogno di accedere a un ampio spettro di fondi pensione ad adesione collettiva. Sono quelli che permettono di contenere i costi amministrativi e di meglio distribuire il rischio fra i diversi aderenti.
Ma perchè questo secondo pilastro offra prodotti adeguati ai lavoratori, bisogna che nuovi fondi pensione nascano e crescano e ci sia più competizione fra di loro. Quindi lo smobilizzo del Tfr è un'occasione irripetibile per dare la possibilità ai giovani di diversificare il rischio, distribuendo i propri risparmi su diversi strumenti previdenziali. Il sindacato ha un ruolo molto importante nell'informare i giovani e nello spingerli a pensare al loro futuro.



Box 1 - Accordo sul TFR tra Governo, Confindustria, Cgil, CISL e UIL del 23 Ottobre 2006

1) Viene anticipato al 1 gennaio 2007 l’avvio della previdenza integrativa secondo le norme della legge n. 252/2005. Esso comprende anche l’anticipo al 2007 delle compensazioni previste dalla legge, quale condizione per la destinazione di parte del TFR maturando ai fondi integrativi o all’Inps;
2) per tutte le imprese con almeno 50 dipendenti sarà integralmente destinato all’Inps il trattamento di fine rapporto che matura dal 1 gennaio 2007 e non affluito alla previdenza integrativa. Il Governo s’impegna a riesaminare questa disposizione nel 2008;
3) il Governo si impegna a rivedere nel corso del 2007 il trattamento fiscale dei fondi integrativi con l’intento che questo sia in linea con quello applicato alla previdenza integrativa degli altri paesi europei;
4) il Governo si impegna a riprendere e concludere la discussione aperta con il sistema bancario, al fine di trovare forme per venire incontro alle imprese che trovassero difficoltà nell’accesso al credito. In questo ambito si studierà la costituzione di un fondo di garanzia;
5) resta confermato che tutti i lavoratori conservano tutti i diritti previsti da leggi e accordi collettivi in materia di rivalutazione, liquidazione e anticipazione del TFR.



In applicazione di questo accordo è stato fatto un decreto legge per consentire il pieno decollo della previdenza complementare agli inizi del 2007. Questo permetterà ai fondi pensione di adeguarsi subito alle nuove norme e di far scattare da gennaio i sei mesi entro i quali i lavoratori dovranno scegliere se destinare il proprio Tfr ai fondi integrativi, oppure lasciarlo in azienda. I sei mesi entro i quali scatterà il meccanismo del silenzio-assenso parte da gennaio.

7.3.9  Comuni e Regioni

La Conferenza Stato-Regioni, giudica «condivisibile» nel complesso l’impianto della Finanziaria in quanto «agisce su uno stato della finanza pubblica di gravissima difficoltà e su due riferimenti di fondo, la redistribuzione verso i ceti più deboli e un impegno forte per lo sviluppo». Definito il testo finale, per consentire un equilibrio e una sostenibilità complessive alla manovra, bisognerà mettersi attorno a un tavolo e discutere sull’entità della riduzione di spesa in modo che i governi locali abbiano la possibilità fare investimenti per partecipare allo sforzo generale per lo sviluppo. D’accordo con il governo, il 2007 è considerato un anno ponte, in cui è necessario un intervento sulla delega per il federalismo fiscale affinché questo possa partire dal 2008. È lì che si potrà fare anche il riordino complessivo della politica di prelievo. Dopodiché, se le Regioni dovranno fare delle politiche per affrontare problemi specifici, opereranno gli interventi fiscali necessari, siglando un patto con i cittadini. (28)
A proposito di riforme e di federalismo la maggiore flessibilità nei bilanci può spingere gli enti locali a reperire più risorse per investimenti e a lottare anche loro contro l’evasione. L’autonomia permetterà agli enti locali di agire sul lato degli investimenti e della compensazione. Rafforzare il Patto di stabilità interno era essenziale per riportare a unità tutte le componenti della finanza pubblica, e quindi una certa durezza nel controllo è necessaria.
Il 10 Ottobre 2006 è stata raggiunta l'intesa tra governo ed enti locali . La manovra sarà più leggera per comuni, province e regioni. La Finanziaria 2007 costerà 1,1 miliardi in meno circa. Nel box 3 ne vengono riassunti i contenuti.

 



Box 2   - L'intesa tra governo ed enti locali del 10 Ottobre 2006

- saranno rimossi i vincoli all’indebitamento per gli investimenti (comma 11 dell'art. 74), nel rispetto dei saldi finanziari: viene eliminato il tetto del 2,6 e ripristinato quello del 12,5%;
- la manovra discrezionale che gli enti locali dovranno porre in essere sarà inferiore di 600 milioni di euro (100 in meno alle province e 500 ai comuni) rispetto a quanto previsto attualmente;
- per i Comuni inferiori a 5.000 abitanti verrà istituito un fondo, a cura del ministero degli Interni, di 260 milioni a valere sulla parte non utilizzata del fondo ordinario. Una quota da definire sarà destinata alle Comunità montane;
- la manovra non inciderà sulle opere pubbliche co-finanziate con risorse comunitarie;
- le norme contenute nella legge Finanziaria relative al funzionamento degli organi e agli amministratori locali saranno esaminate congiuntamente con il Ministro dell'Interno;
- impegno ad affrontare tempestivamente e nel modo più adeguato il problema della sicurezza nelle grandi città;
- per quanto riguarda la parte ordinamentale, tutto è rinviato invece al Parlamento. Lì andranno valutati i limiti al personale, sia in quantità di organici che in costi per gli stipendi, e quelli agli incarichi;
- scomputo dal patto di stabilità dei 266 milioni che riguardano i cofinanziamenti della legge obiettivo e dei fondi Ue;

- eliminazione del tetto agli investimenti.


(1) Stefano Fassina – Manovra d’emergenza . Unità 12 ottobre 2006.

(2) Testo di Federico Tomassi

(3) Ovvero il D.L. n. 223 del 4/7/2006 convertito dalla L. n. 248 del 4/8/2006,

(4) De Cecco M.: Le partite chiave per far ripartire l’Italia; La Repubblica – Affari & Finanza, 5 giugno 2006

(5) Intervista a Franco Bernabè, in Forcellini P.: Declino senza alibi; L’Espresso, 17 marzo 2005

(7) Israely J.: The Fading Future of Italy’s Young; Time Europe, 10 aprile 2006

(8) Piana L.: Old economy; L’Espresso, 20 aprile 2006

(9) Tocci W.: Se fosse un vero partito democratico… Domande sulla riforma della politica; non pubblicato

(10) Baglioni A., Boitani A., Marchesi D.: Un decreto al microscopio; www.lavoce.info/news/view.php?id=&cms_pk=2255

(11) Draghi M.: Istruzione e crescita economica; lectio magistralis per l’inaugurazione del 100° anno accademico della Facoltà di Economia della Sapienza; 9 novembre 2006; pag. 8

(12) Floris G.: Monopoli. Conflitti d’interesse, caste e privilegi dell’economia italiana; Milano; Rizzoli, 2005; cap. 6

(13) Draghi M.; cit.; pag. 17

(14) ivi; pag. 22

(15) È famoso l’esempio degli esami da avvocato che si svolgevano fino a pochi anni fa a Catanzaro, nei quali la percentuale di promossi era nettamente superiore rispetto a ogni altra città italiana, fino al caso limite del 1997, quando 2295 candidati su 2301 consegnarono lo stesso identico compito. Cfr Floris G.; cit.; pag. 156-160

(16) Marchesi D.: Non fa una bella figura l’Italia in tribunale; www.lavoce.info/news/view.php?id=&cms_pk=2416

(17) Agenzia per il Controllo e la Qualità dei Servizi Pubblici Locali del Comune di Roma; Il settore taxi a Roma. Ipotesi di riforma; aprile 2004

(18) Floris G.; cit.; pag. 135-137

(19) Testo di Enrico Ceccotti

(20) I dati rappresentati nei grafici sono relativi agli aggiornamenti stimati a settembre per la parte programmatica e stimati a luglio per la parte tendenziale. Sono estratti dalla relazione revisionale e programmatica dell’ottobre 2006.

(21) Conferenza Unificata – Parere in ordine al DPEF 2007-2011 – 19 luglio 2006

(22) Testo di Enrico Ceccotti

(23) Pier Luigi Bersani – Il messaggero 2 ottobre 2006.

(24) La retribuzione di un operaio della Fiat, dopo 35 anni di lavoro ai turni, è di 1200 euro netti al mese; che un operaio tessile è al di sotto di questa cifra; e che i giovani laureati, che lavorano con contratti flessibili o precari, possono andare dai 600 ai 900 euro al mese. Una retribuzione netta di 2 mila euro è già considerata buona, una di 3 mila lambisce la parte alta del lavoro dipendente.

(25) Vincenzo Visco – La mia verità sul cuneo fiscale - La repubblica  20 ottobre 2006

(26) Piero Gasperoni – Relazione Attivo DS sul lavoro  - 25 Ottobre 2006

(27) Cesare Damiano - Sul TFR - La repubblica  9 ottobre 2006

(28) Vasco Errani – Il 2007 anno ponte, nel 2008 federalismo fiscale – Il Messaggero 4 ottobre 2006.