Alberto Burgos
Breve introduzione a Gramsci |
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Quando
il Tribunale Speciale processò Antonio Gramsci, l’intenzione
del regime venne dichiarata esplicitamente dal Pubblico Ministero:
”Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello
di funzionare.” Come spesso avvenne, il fascismo italiano
nel proprio operare non distingueva il tragico dal ridicolo, e
al truce proposito iniziale non seppe dare un seguito coerente.
Infatti dal 1929 al 1934 Gramsci poté, pur tra molte difficoltà,
dedicarsi alla stesura di quei Quaderni che - sia detto senza alcuna retorica - rappresentano una delle
opere più importanti della cultura mondiale del XX secolo.
Gramsci non si faceva illusioni: si era ben reso conto che il
fascismo non sarebbe stato un fenomeno di breve durata e dunque
sapeva che la prigionia sarebbe durata molto a lungo. Per continuare
a “vivere”, per non “sparire come
un sasso nell’oceano”, e perché in lui
non erano separabili il combattente e il teorico, Gramsci volle
concentrare tutte le proprie energie in qualcosa “für
ewig”, [1] in
un lavoro sistematico di ricerca sulle origini e sulle caratteristiche
fondamentali dell’Italia, dei suoi intellettuali, della
sua vita sociale e politica.
Su come questo imponente sforzo si sia articolato, è assai
utile la prefazione di Valentino Gerratana ai Quaderni nell’edizione
Einaudi. Qui vogliamo solo sottolineare quanto possa essere ancora
preziosa e affascinante la lettura di Gramsci: solo Machiavelli (a
cui, non a caso, Gramsci dedica molte pagine) seppe analizzare
con altrettanta attenzione e acutezza i fenomeni politici italiani.
Ma Gramsci significa anche una straordinaria capacità di usare con intelligenza
e creatività il metodo marxista: mentre il cosiddetto marxismo-leninismo,
cioè l’irrigidimento dogmatico e strumentale del
pensiero di Marx e di Lenin operato da Stalin e da Mao Tse Tung,
con tutti i guasti e gli orrori che ha provocato, ha prodotto
una sorta di rigetto verso il marxismo tout court.
La sinistra sembra oggi priva di riferimenti: da un lato vi è
un richiamo asfittico, ambiguo, al comunismo da parte di regimi
burocratici e autoritari (Cina, Corea, e in parte anche Cuba),
cui fa da contraltare nostrano una patetica nostalgia per l’opposizione
a tutti i costi (Bertinotti docet);
dall’altro i partiti postcomunisti si affannano a rivendicare
la propria emancipazione dal passato (salvo mantenere i tratti
peggiori della tradizione) e ad annullare qualsiasi critica sostanziale
al capitalismo, accreditato come il migliore dei mondi possibili.
In tutti i casi ciò che più colpisce è il
vuoto culturale (teorico) e ideale che sta dietro queste politiche:
[2] da un lato slogan d’altri tempi,
grottescamente inadeguati rispetto a un capitalismo che ha dimostrato
una vitalità formidabile (e rispetto ad un agglomerato
planetario - almeno nel “Nord” - di individui
consumatori lontani anni luce dalle masse di solo qualche decennio
fa); dall’altro una sorta di confuso pragmatismo, un buon
senso minimalista che rasenta la caricatura del socialismo utopistico
e cristianeggiante già ridicolizzato da Marx. E Berlusconi
ha fatto giustizia di queste sinistre divise e litigiose.
“Ritornare a Gramsci” potrebbe appunto voler
dire non arrendersi all’appiattimento intellettuale, praticare
- per usare una celebre espressione gramsciana - il pessimismo
dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà:
[3] il che, naturalmente, è l’esatto
contrario di come viene dipinto il marxismo, cioè come
un pensiero sclerotizzato, catechistico, dogmatico.
Proprio Gramsci,
a proposito dell’Ottobre sovietico, di quella rivoluzione
contro il Capitale avvenuta ribaltando le previsioni
di Marx (doveva cioè realizzarsi in un paese avanzato,
come l’Inghilterra, non nell’arretrata Russia), scrisse
che “se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni
del Capitale, non ne rinnegano il pensiero vivificatore, […] non hanno compilato sulle opere del Maestro una
dottrina esteriore, di affermazioni dogmatiche e indiscutibili.
Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai.”
[4]
Analogamente a Lenin, Gramsci restituì
al marxismo la sua creatività, lo liberò dalla pedanteria
e dall’inadeguatezza dei suoi interpreti ottusi, incoerenti.
Quindi la breve antologia che proponiamo non servirà a
nulla se si pensa di poterne ricavare qualche formuletta buona
per tutti gli usi; né tantomeno si devono dimenticare le
enormi differenze tra l’oggi ed il periodo in cui scriveva
Gramsci. Non solo negli articoli su l’Avanti!
e su l’Ordine Nuovo [5]
(inevitabilmente segnati da un’impostazione divulgativa o propagandistica),
ma anche negli scritti teorici, il linguaggio, le prospettive
politiche, le definizioni, tutto l’impianto analitico, erano
strettamente legati ad un periodo che ci può apparire “primitivo”:
in una società arretrata, con una composizione sociale
ed una struttura produttiva estremamente semplificate, il conflitto
fra lavoratori dipendenti e datori di lavoro era vera e propria
guerra di classe tra operai e padroni, tanto acuta e cruenta che
il quadro politico s’irrigidì in una drammatica
alternativa: reazione o rivoluzione. [6]
La grande cultura di Gramsci, la sua finezza intellettuale, il
suo essere un brillante polemista, la repulsione per ogni forma
di schematismo, emergono limpidamente dalle sue pagine, tuttavia
non bisogna dimenticare che egli non era un letterato, un osservatore,
non poteva affrontare il caos rifugiandosi in quel pur bellissimo:
“codesto oggi solo possiamo dirti ciò che
non siamo, ciò che non vogliamo.” [7]
Gramsci era un dirigente comunista, un “capo della classe
operaia”, [8] come si diceva allora,
ed era impegnato in prima fila nella durissima lotta dell’epoca;
anche quando il regime gl’impedì di svolgere questo
ruolo, ed egli si trovò necessariamente a lavorare solo
sul piano teorico, la sua opera “für ewig”
non era certo distaccata dal ferro e dal fuoco di quegli anni.
[9]
Contro la politica del giorno per giorno e, viceversa, contro
la politica intesa come esercitazione astratta, schermaglia fra
intellettuali, Gramsci studia a fondo la realtà italiana,
ne offre un quadro complesso (con numerosissimi riferimenti interdisciplinari:
economia, filosofia, linguistica, diritto, politica internazionale,
letteratura, pedagogia, ecc.): da questa straordinaria ricognizione
storico-critica ricava una sintesi “drammatica”
dei problemi reali della società, e individua il soggetto
fondamentale in grado d’intervenire dinamicamente: il partito
politico, “la prima cellula in cui si riassumono
germi della volontà collettiva che tendono a diventare
universali”, lo strumento per “l’applicazione
della volontà umana alla società delle cose.”
Da lì prende avvio questa raccolta, [10]
e proprio la notevole distanza che immediatamente avvertiamo
fra il partito immaginato da Gramsci e le forme attuali, cioè
storicamente possibili, dell’agire politico, ci richiama
alla necessità di una lettura critica. Solo attraverso
questo filtro, cioè adoperando criticamente la “lezione”
gramsciana, utilizzandone gli innumerevoli spunti per acquisire
un metodo di analisi e di riflessione, potremo comprendere l’attualità
storica del pensiero di Gramsci e in particolare di uno dei suoi
punti centrali: la necessità di trasformare la realtà
economica e sociale anche, e soprattutto, attraverso un lungo
e profondo processo di “riforma morale e intellettuale”.
Se, dunque, sono chiari gli errori da evitare accostandosi a
Gramsci (una lettura schematica, un assorbimento meccanico di
concetti che non possono essere certo considerati come assoluti,
e, viceversa, un senso di estraneità storica, di eccessivo distacco rispetto
a un passato lontano ma che è la radice della nostra realtà),
vale la pena osservare che mentre i socialdemocratici europei
sembrano non sentire più la necessità di un quadro
teorico di riferimento (cosa ben diversa, ripetiamo, da una rassicurante
gabbia ideologica), la sinistra di molti paesi - ad esempio dell’America
Latina - in questi ultimi anni ha riscoperto Gramsci. Solo in
parte perché l’arretratezza di quelle situazioni
in qualche modo si presta ad un’applicazione concreta di
taluni insegnamenti di Gramsci. [11] Forse
la questione di fondo è l’idea di lotta:
dove resiste, dove sopravvive all’indifferenza e al conformismo,
si sente il bisogno di vivere ad occhi aperti, di avere memoria
delle lotte passate. E dei compagni che ne sono stati protagonisti.
Per
tutti i brani tratti dai Quaderni del carcere si è
fatto riferimento all’edizione critica Einaudi 1977, ristampata
nel 2001 (che contiene, tra l’altro, un utilissimo indice
per argomenti); tra parentesi viene segnalata anche quella degli
Editori Riuniti (1996) secondo questo schema: IN Gli intellettuali
e l’organizzazione della cultura; LVN Letteratura
e vita nazionale; MAC Note sul Machiavelli, sulla politica
e sullo Stato moderno; MS Il materialismo storico e la
filosofia di Benedetto Croce; PP Passato e presente;
RI Il Risorgimento.
Per gli altri lavori il riferimento, oltre alle LC Lettere
dal carcere, Einaudi, 1971, è alle Opere
di Antonio Gramsci di Einaudi (peraltro esaurite): SG Scritti
Giovanili (1914-1918), 1972; SM Sotto la Mole (1916-1920),
1972; ON L’Ordine Nuovo (1919-1920), 1970; SF Socialismo
e fascismo (1921-1922), 1966; CPC La costruzione del
Partito comunista (1923-1926), 1971. In realtà le
altre opere di G. negli anni ‘80 sono state ripubblicate
da Einaudi nella collana NUE, in un’edizione critica che
proponeva una nuova suddivisione, rigorosamente cronologica: sfortunatamente
anche questa non è più in catalogo, tranne: L Lettere
1908-1926; CT Cronache Torinesi (1913-1917); CF La
città futura (1917-1918).
Le
parti di testo in neretto non hanno corrispondenza nell’originale
e stanno a indicare una sottolineatura di quelli che a nostro
avviso sono i concetti più significativi.
Gli Appunti su Antonio Gramsci forniscono alcuni elementi
sulla vita e sulle opere di G., indicazioni bibliografiche,
varie citazioni.

Appunti
su Antonio Gramsci
Il
primo presupposto di tutta la storia umana è naturalmente
l’esistenza di individui viventi. Il primo dato di fatto
da constatare è dunque l’organizzazione fisica di
questi individui e il loro rapporto, che ne consegue, verso il
resto della natura. (Karl Marx, L’ideologia tedesca)
Siamo
gente a cui manca uno scopo preciso, una meta. Ci mancano capi
e programmi coerenti. Andiamo alla deriva, tutti soli nel cosmo,
sfogando la nostra mostruosa violenza gli uni sugli altri, spinti
da sofferenza e frustrazione. In conclusione è chiaro che
il futuro offre grandi opportunità. È anche disseminato
di trabocchetti. Il trucco consiste nell’evitare i trabocchetti,
prendere al balzo le opportunità e rientrare a casa per
l’ora di cena. (Woody Allen, Effetti collaterali)
La
coscienza socialista contemporanea non può sorgere che
sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Il detentore della
scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali
borghesi; anche il socialismo contemporaneo è nato nel
cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da
essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo
intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di
classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La
coscienza socialista è quindi un elemento importato nella
lotta di classe del proletariato dall’esterno e non qualche
cosa che sorge spontaneamente. (Lenin, Che fare?)
Un
istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che
certamente non vedremo mai più. Cerchiamo d’entrare
nella morte a occhi aperti... (Marguerite Yourcenar, Memorie
di Adriano)
La
ruggine non dorme mai. (Neil Young)
Ciò
che conta più di tutto di Gramsci è quel nodo, sia
di pensiero, sia di azione, nel quale tutti i problemi del tempo
nostro sono presenti e s’intrecciano. È anche un
nodo di contraddizioni, ma sono contraddizioni che trovano la
loro soluzione non in un pacifico gioco di formule scolastiche,
ma nell’affermazione di una ragione inesorabilmente logica,
di una verità spietata e della costruzione operosa di una
nuova personalità umana, in lotta non solo per comprendere,
ma per trasformare il mondo.
(Palmiro Togliatti, Gramsci)
Lettere
dal carcere, Einaudi, 1971: una preziosa
autobiografia indiretta, la migliore introduzione a G.; con un’utilissima
prefazione di Paolo Spriano. Altra edizione: Sellerio, 1996.
Quaderni del carcere,
Einaudi, 1977: in questa edizione integrale, con un cospicuo apparato
critico, i Quaderni vengono pubblicati in ordine cronologico di
stesura, con la relativa numerazione, anche se tradizionalmente
la suddivisione era per “titoli”, e cioè:
Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce:
dall’esame critico dello storicismo crociano all’analisi
dei principali nodi del marxismo
Gli intellettuali e l’organizzazione
della cultura: ricerca sulla storia dei gruppi
intellettuali e della cultura italiana
Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo
Stato moderno: il partito rivoluzionario
come intellettuale collettivo, il ruolo della classe operaia,
la teoria del nuovo Stato
Il Risorgimento: la
genesi e gli sviluppi del Rinascimento e del Risorgimento
Letteratura e vita nazionale:
il fenomeno artistico, la teoria di una nuova cultura
Passato e presente:
la riflessione sull’esperienza politica dagli anni giovanili all’arresto
Scritti giovanili (1914-1918), Einaudi, 1958: gli articoli su Il Grido del popolo e sull’Avanti!
Sotto
la mole (1916-1920), Einaudi, 1960: gli scritti
sull’Avanti!
Lettere
1908-1926, Einaudi, 1992
L’Ordine
Nuovo (1919-1920) ), Einaudi, 1970: gli articoli
sull’organo dei Consigli di fabbrica<
Socialismo e fascismo (1921-1922), Einaudi, 1966: seconda raccolta degli articoli sull’Ordine Nuovo
La costruzione del Partito comunista (1923-1926), Einaudi, 1971
Antologie di scritti
Pensare
la democrazia, Bollati Boringhieri, 1997: comunismo
e libertà
La
questione meridionale, Ed. Riuniti, 1969: uno dei
punti cruciali della storia italiana
Scritti
di economia politica, Bollati Boringhieri, 1997:
l’economia classica, le teorie marxiane, l’attualità
Scritti
politici, Ed. Riuniti, 1971: alcuni dei concetti
principali dell’elaborazione di G.
Sul
fascismo, Ed. Riuniti, 1974: l’analisi del
fenomeno fascista
Sul
Risorgimento, Ed. Riuniti, 1967: classi dirigenti
e popolo nella formazione dell’unità italiana
Il
Vaticano e l’Italia, Ed. Riuniti, 1969: la
questione cattolica come nodo irrisolto dello sviluppo civile
Come
scrisse Engels, fa comodo a molti credere di poter avere in saccoccia,
a poco prezzo e con nessuna fatica, tutta la storia e tutta la
sapienza filosofica concentrate in qualche formuletta. (MAC,
p. 55)
Se
i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale,
non ne rinnegano il pensiero vivificatore, non hanno compilato
sulle opere del Maestro una dottrina esteriore, di affermazioni
dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello
che non muore mai. (SG, p. 150)
I
lavoratori devono essere produttori di storia (ON, p.
34)
Tutti
sono filosofi, sia pure inconsapevolmente, perché anche
solo nella minima manifestazione di una qualsiasi attività
intellettuale, ad esempio il linguaggio, è contenuta una
determinata concezione del mondo. (MS, p. 3)
Gli
uomini cercano sempre fuori di sé la ragione dei propri
fallimenti spirituali: non vogliono convincersi che la causa ne
è sempre la loro animuccia. Ci sono i dilettanti della
fede così come i dilettanti del sapere. Per molti la crisi
di coscienza non è che una cambiale scaduta, il desiderio
di aprire un conto corrente. (SG, p. 83)
Perché
esista un partito è necessario che confluiscano tre elementi
fondamentali: un elemento diffuso di uomini comuni, medi, la cui
partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà,
non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo. […] L’elemento coesivo principale che centralizza nel campo
nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di
forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più. […] Un elemento medio che articoli il primo e il
secondo. (MAC, p. 29)
Il
politico è un creatore, ma né crea dal nulla né
si muove nel vuoto torbido dei suoi desideri e sogni. Applicare
la volontà alla creazione di un nuovo equilibrio delle
forze realmente esistenti ed operanti, fondandosi su quella determinata
forza che si ritiene progressiva, e potenziandola per farla trionfare,
è sempre muoversi sul terreno della realtà effettuale,
ma per dominarla e superarla, o contribuire a ciò.
(MAC, p. 48)
Tutto
è politica, anche la filosofia, e la sola “filosofia”
è la storia in atto, cioè la vita stessa. In questo
senso si può interpretare la tesi del proletariato tedesco
erede della filosofia classica tedesca, e si può affermare
che la teorizzazione e la realizzazione dell’egemonia fatta
da Ilic è stata un grande avvenimento “metafisico”.
(MS, p. 39)
In
Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale
e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società
civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato
si scorgeva subito una robusta struttura della società
civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro a cui stava
una robusta catena di fortezze e di casematte. (MAC, p. 84)
Il
moderno principe, il mito-principe, non può essere una
persona reale, un individuo concreto, può essere solo un
organismo; un elemento di società complesso nel quale abbia
già inizio il concretarsi di una volontà collettiva
riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo
organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è
il partito politico, la prima cellula in cui si riassumono dei
germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali
e totali. (MAC, p. 6)
I
politicanti sono gente che non legge, che non studia, che non
pensa, eppure si pongono come maestri di saggezza. (IN, p.
127)
L’indifferenza
è invero la molla più forte della storia...
(SM, p. 228)
La
supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi: come
“dominio” [soppressione dei gruppi ostili] e come
“direzione intellettuale e morale. [ egemonia]
(RI, p. 94)

Note
(1) G. usa questa espressione di Goethe perché, al di là
del significato letterale (“per sempre, per l’eternità”),
indica un orizzonte lontano, una dimensione del tempo che va oltre
le circostanze immediate e la vita stessa di chi scrive e di chi
legge.
(2) Così si esprimeva G. a proposito dei
politicanti che (anche allora) dominavano la scena: “Sono
gente che non legge, che non studia, che non pensa, eppure si
pongono come maestri di saggezza.”
(3) In realtà, come ricorda G. stesso (ON,
p. 400), la frase, che caratterizza “la concezione socialista
del processo rivoluzionario”, è dello scrittore
francese Romain Rolland, premio Nobel nel 1916.
(4) SG, p. 150.
(5) Fondato nel 1896, l’Avanti!
era l’organo del Partito Socialista Italiano. Il PSI nacque
nel 1892 col nome di Partito dei lavoratori italiani e al suo
interno si formarono varie correnti: riformisti, sindacalisti
rivoluzionari, massimalisti, comunisti. Quest’ultimi al
Congresso di Livorno (21 gennaio 1921) attuarono
una scissione dando vita al Partito Comunista d’Italia (Sezione dell’Internazionale Comunista), che assunse in
seguito il nome di Partito Comunista Italiano. L’Ordine
Nuovo, fondato a Torino il 1° maggio 1919 da un gruppo
di giovani socialisti (tra cui G., Togliatti, Terracini e Tasca),
fu l’anima del movimento dei Consigli di fabbrica e della frazione comunista: per un certo periodo divenne quindi
quotidiano, organo del PCd’I (ruolo che nel 1924 fu assunto
da l’Unità). L’espressione
“ordine nuovo”, ovviamente con tutt’altri
contenuti, fu ripresa anche dai movimenti fascisti: lo stesso
Hitler parlò di Neue Ordnung.
(6) Così G. scrive nel 1920: “La
fase attuale della lotta di classe è la fase che precede
o la conquista del potere da parte del proletariato rivoluzionario […] o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria.”
ON, p. 117.
(7) Eugenio Montale, Non chiederci la parola
(1921).
(8) Ma dal carcere scriverà: “Io
non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo
semplicemente di essere un uomo medio, che ha le sue convinzioni
profonde, e che non le baratta per niente al mondo.”
LC, p. 65.
(9) Tant’è che malgrado la prigionia
poté rendersi conto del processo di degenerazione del sistema
sovietico (che definì “centralismo burocratico”)
ed espresse critiche di fondo: ciò gli costò una
drammatica emarginazione nel partito. Così, a proposito
delle lotte interne al Partito Comunista dell’Unione Sovietica,
aveva scritto già nel 1926 al Comitato Centrale del PCUS:
“Voi oggi state distruggendo l’opera vostra e
correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito
aveva conquistato per l’impulso di Lenin.” (L,
p. 459). Cfr.: P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito,
Ed. Riuniti, 1977 e G. Fiori, Gramsci, Togliatti, Stalin,
Laterza, 1991.
(10) Che in una certa misura ripercorre la sequenza
già proposta da Mario Spinella (cui siamo debitori anche
di alcune note) in: A. Gramsci, Elementi di politica,
Ed. Riuniti, 1969; la prefazione di Spinella è un’utile
introduzione a G.
(11) Cfr.: E. Hobsbawm, Gramsci in Europa
e in America, Laterza, 1995. Ma uno dei pochi studiosi italiani
che ancora si occupano seriamente di G. osserva invece che “il
suo pensiero non può costituire oggi un punto di riferimento
per nessuna forza della sinistra europea o americana (e meno che
mai per le forze rivoluzionarie extra-europee), anche se le categorie
gramsciane costituiscono ancora un importante strumento di analisi.”
A. Lepre, Il prigioniero: vita di Antonio Gramsci, Laterza,
1998, p. 262.

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