Antonio Gramsci

Elementi di politica

Il numero e la qualità nei regimi rappresentativi

[Q 13, p. 1624 (MAC, p. 99)]

Uno dei luoghi comuni più banali che si vanno ripetendo contro il sistema elettivo di formazione degli organi statali è questo, che il “numero sia in esso legge suprema” e che “le opinioni di qualsiasi imbecille che sappia scrivere (e anche di un analfabeta in certi paesi) valga, agli effetti di determinare il corso politico dello Stato esattamente quanto quello di chi allo Stato e alla nazione dedichi le sue migliori forze”, ecc. Ma il fatto è che non è vero, in nessun modo, che il numero sia “legge suprema”, né che il peso dell’opinione di ogni elettore sia “esattamente” uguale. I numeri, anche in questo caso, sono un semplice valore strumentale, che danno una misura e un rapporto e niente di più. E che cosa poi si misura? Si misura proprio l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle élites, delle avanguardie, ecc., cioè la loro razionalità o storicità o funzionalità concreta. Ciò vuol dire che non è vero che il peso delle opinioni dei singoli sia “esattamente” uguale. Le idee e le opinioni non “nascono” spontaneamente nel cervello di ogni singolo: [1] hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione, un gruppo di uomini o anche una singola individualità che le ha elaborate e presentate nella forma politica di attualità. La numerazione dei “voti” è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che “dedicano allo Stato e alla nazione le loro migliori forze” (quando sono tali). Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi “nazionali” che non possono non essere prevalenti nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro. “Disgraziatamente” ognuno è portato a confondere il proprio “particulare” [2] con l’interesse nazionale e quindi a trovare “orribile”, ecc., che sia la “legge del numero” a decidere: è certo miglior cosa diventare élite per decreto. Non si tratta pertanto di chi “ha molto” intellettualmente che si sente ridotto al livello dell’ultimo analfabeta, ma di chi presume di aver molto e che vuole togliere all’uomo “qualunque” anche quella frazione infinitesima di potere che egli possiede nel decidere sul corso della vita statale.

Dalla critica (di origine oligarchica [3] e non di élite) al regime parlamentaristico (è strano che esso non sia criticato perché la razionalità storicistica del consenso numerico è sistematicamente falsificata dall’influsso della ricchezza), queste affermazioni banali sono state estese a ogni sistema rappresentativo, anche non parlamentaristico e non foggiato secondo i canoni della democrazia formale. [4] Tanto meno queste affermazioni sono esatte. In questi altri regimi il consenso non ha nel momento del voto una fase terminale, tutt’altro. Il consenso è supposto permanentemente attivo, fino al punto che i consenzienti potrebbero essere considerati come “funzionari” dello Stato e le elezioni un modo di arruolamento volontario di funzionari statali di un certo tipo, che in un certo senso potrebbe ricollegarsi (in piani diversi) al selfgovernment. [5] Le elezioni avvenendo non su programmi generici e vaghi, ma di lavoro concreto immediato, chi consente si impegna a fare qualcosa di più del comune cittadino legale, per realizzarli, a essere cioè un’avanguardia di lavoro attivo e responsabile. L’elemento “volontarietà” nell’iniziativa non potrebbe essere stimolato in altro modo per le più larghe moltitudini, e quando queste non siano formate di cittadini amorfi, ma di elementi produttivi qualificati, si può intendere l’importanza che la manifestazione del voto può avere.

La proposizione che “la società non si pone problemi per la cui soluzione non esistano già le premesse materiali”. [6] È il problema della formazione di una volontà collettiva che dipende immediatamente da questa proposizione. Analizzare criticamente cosa la proposizione significhi, importa ricercare come appunto si formino le volontà collettive permanenti, e come tali volontà si propongano fini immediati e mediati concreti, cioè una linea d’azione collettiva. Si tratta di processi di sviluppo più o meno lunghi, e raramente di esplosioni “sintetiche” improvvise. Anche le “esplosioni” sintetiche si verificano, ma, osservando da vicino, si vede che allora si tratta di distruggere più che ricostruire, di rimuovere ostacoli meccanici ed esteriori allo sviluppo autoctono e spontaneo: così può assumersi come esemplare il Vespro siciliano. [7]

Si potrebbe studiare in concreto la formazione di un movimento storico collettivo, analizzandolo in tutte le sue fasi molecolari, ciò che di solito non si fa perché appesantirebbe ogni trattazione: si assumono invece le correnti d’opinione già costituite intorno a u gruppo o a una personalità dominante. È il problema che modernamente si esprime in termini di partito o di coalizione di partiti affini: come si inizia la costituzione di un partito, come si sviluppa la sua forza organizzata e influenza sociale, ecc. Si tratta di un processo molecolare, minutissimo, di analisi estrema, capillare, la cui documentazione è costituita da una quantità sterminata di opuscoli, di articoli di rivista e di giornale, di conversazioni e dibattiti a voce che si ripetono infinite volte e che nel loro insieme gigantesco rappresentano questo lavorio da cui nasce una volontà collettiva di un certo grado di omogeneità, di quel certo grado che è necessario e sufficiente per determinare una azione coordinata e simultanea nel tempo e nello spazio geografico in cui il fatto storico si verifica.

Importanza delle utopie [8] e delle ideologie confuse e razionalistiche nella fase iniziale dei processi storici di formazione delle volontà collettive: le utopie, il razionalismo astratto, hanno la stessa importanza delle vecchie concezioni del mondo storicamente elaborate per accumulazione di esperienze successive. Ciò che importa è la critica a cui tale complesso ideologico viene sottoposto dai primi rappresentanti della nuova fase storica. attraverso questa critica si ha un processo di distinzione e di cambiamento nel peso relativo che gli elementi delle vecchie ideologie possedevano: ciò che era secondario e subordinato o anche incidentale, viene assunto come principale, diventa il nucleo di un nuovo complesso ideologico e dottrinale. La vecchia volontà collettiva si disgrega nei suoi elementi contradditori, perché di questi elementi quelli subordinati si sviluppano socialmente, ecc.

Dopo la formazione del regime dei partiti, fase storica legata alla standardizzazione [9] di grandi masse della popolazione (comunicazioni, giornali, grandi città, ecc.) i processi molecolari avvengono più rapidamente che nel passato, ecc..


[1]Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante.” K. Marx, L’ideologia tedesca, cit., p. 35.
[2] Guicciardini nei suoi Ricordi usò molto il concetto di “particulare”, che poi rimase alla base della critica marxista verso i comportamenti egoistici, corporativi, di categorie e gruppi ristretti (anche di lavoratori) che difendono accanitamente i propri interessi senza alcun collegamento con gl’interessi generali della società.
[3] L’oligarchia è il governo dei pochi, in contrapposizione non solo a democrazia (governo del popolo) e a monarchia (governo di uno solo), ma anche ad aristocrazia, che originariamente significa governo dei migliori.
[4] II riferimento è alla struttura democratica dei soviet (naturalmente finché la dittatura di Stalin non li snaturò del tutto).
[5] Autogoverno. G. ritiene che i funzionari, laddove siano eletti, non costituiscono un vero apparato burocratico.
[6] È uno dei concetti fondamentali formulati da Marx.
[7] Nel 1282 il popolo di Palermo si sollevò contro il governo di Carlo D’Angiò. La rivolta fu improvvisa, ma traeva origine da un profondo malcontento: di qui la sua rapida diffusione in tutta l’isola, dove in meno di un mese i francesi furono sopraffatti.
[8] Nel 1516 l’inglese Thomas More scrisse il resoconto immaginario di un viaggio nell’isola di Utopia (che, cioè, non è in “nessun luogo”), dove tutto veniva prodotto e consumato in comune; il termine passò a significare una società ideale. Nel Manifesto è definito “socialismo utopistico” quello di Saint Simon, Fourier, Owen: “Gli inventori di questi sistemi ravvisano bensì il contrasto fra le classi e l’azione degli elementi dissolventi nella stessa società dominante, ma non scorgono dalla parte del proletariato nessuna funzione storica autonoma, nessun movimento politico che gli sia proprio.”
[9] Processo che rende simili i modi di vita e di pensare. Si veda più avanti “L’uomo individuo e l’uomo massa”.