Bertrand Russell

Non era marxista lord Bertrand Arthur William Russell (1872 - 1970), ma il suo pensiero ha avuto un ruolo centrale nel dibattito filosofico e politico del '900.
Nato da una delle famiglie più antiche dell'aristocrazia inglese, mal sopportò le angustie di un'educazione rigida e puritana (a cui disse di essere sopravissuto rifugiandosi nello studio della matematica), e fin da giovane si avvicinò alle idee del socialismo. Fu in particolare un pacifista convinto e la pubblicazione (1916) dei Principi di riforma sociale gli costò la cattedra al prestigioso Trinity College di Cambridge.
Il viaggio che compì nel 1920 in Unione Sovietica lo convinse che non poteva venire nulla di buono da quel sistema ed ebbe sempre una posizione molto critica verso le applicazioni (o presunte tali) del marxismo, tanto da approdare verso un socialismo umanitario e liberale, comunque fortemente critico nei confronti del capitalismo.

Se, dunque, la matematica fu il suo principale campo di interessi, i legami di questa disciplina con la logica e la filosofia diventarono un terreno di esplorazione che Russell esplor˛ a fondo, portandolo a intervenire autorevolmente su molti aspetti della societÓ contemporanea: morale, etica, costume, comportamenti sociali.
Nel 1950 gli venne conferito il premio Nobel per la letteratura proprio per la vastitÓ e la profonditÓ dei suoi studi.

 


Luciano Franceschetti

Su Bertrand Russell

Uno dei pochi geni ancora «universali» del secolo ventesimo, paragonabile forse ad Einstein e Freud per ricchezza e varietà di intuizioni, Bertrand Russell affronta globalmente il discorso sull’etica e sulla fede in quest’opera, che è tra le sue più note, più polemiche e tuttora attuali, sintetizzando la sua ferma e battagliera posizione di libero pensatore, nel senso più radicale e universale del termine, contro ogni dogma e ogni inutile rinuncia.

Liberi pensatori fra i cattolici e i protestanti

  • Io sono fermamente convinto che tutte le religioni, come sono dannose, così sono false. [...] Il mondo necessita di menti e di cuori aperti, non di rigidi sistemi, vecchi o nuovi che siano (Prefazione).
  • Gli argomenti speculativi non spingono gli uomini a credere in un Dio: molti vi credono solo perché non sanno liberarsi dagli insegnamenti appresi nell’infanzia: nell’uomo c’è il desiderio di credere in Dio per bisogno di sicurezza e di protezione (11).
  • Possiamo constatare che, in ogni epoca, l’intensità della fede religiosa è andata di pari passo con inaudita crudeltà e scarso benessere (15).
  • Il timore, fondamento della religione. In principio, dunque, fu la paura: paura dell’occulto, paura dell’insuccesso, paura della morte. La paura porta alla crudeltà, ed è per questo che crudeltà e religione stanno bene insieme (17).
  • La religione ha contribuito alla civiltà? Non credo ci sia un solo santo, in tutto il calendario, la cui santità sia dovuta ad opere di vera utilità pubblica (25).
  • Il cristiano moderno è divenuto certamente più tollerante, ma non per merito del cristianesimo. Questo addolcimento del costume è dovuto a generazioni di liberi pensatori che - dal Rinascimento ad oggi - hanno provocato nei cristiani un senso di sana vergogna per i loro tradizionali pregiudizi (27).
  • È palese che alla base della religione c’è la paura poiché - ogni qualvolta accade una disgrazia - si rivolge il pensiero a Dio: guerre, pestilenze, naufragî e cataclismi promuovono la religione. Ma la religione solletica anche la vanità, l’orgoglio, la presunzione (31).
  • La superstizione influisce negativamente non soltanto sui metodi educativi, ma anche sulla scelta degli insegnanti (Il mio credo, 51).
  • La fede in una vita futura non nasce da argomenti razionali, bensì da emozioni. Fra queste, la più importante è la paura della morte, istintiva e biologicamente utile. Se davvero credessimo nella vita futura, il pensiero della morte non ci spaventerebbe affatto. [...] (Sopravviviamo alla morte? (70)
  • In senso lato, si potrebbe dire che ai protestanti piace essere buoni, ed hanno inventato la teologia per mantenersi tali, mentre ai cattolici piace essere cattivi, ma hanno inventato la teologia per mantenere buono il prossimo...
  • Di qui il carattere sociale del cattolicesimo e il carattere individuale del protestantesimo.

Religione e morale

  • Può la religione lenire i nostri affanni? [...] La morale non è strettamente legata alla religione come pretendono le persone religiose. Direi, anzi, che certe fondamentali virtù si riscontrano più facilmente fra coloro che rifiutano i dogmi religiosi che fra coloro che le accettano (161).
  • Cristiani e comunisti. Gli apologisti cristiani hanno l’abitudine di considerare il comunismo come qualcosa di molto diverso dal cristianesimo, e di mettere in contrasto i suoi mali con le supposte benedizioni di cui godono i popoli cristiani. È un grave errore. I mali del comunismo sono gli stessi mali del cristianesimo. Nella sostanza la OGPU (Ghepeù) non differisce dalla Santa Inquisizione [...] I comunisti falsificano la storia come l’ha falsificata la Chiesa, fino al Rinascimento. Se la Chiesa oggi non è detestabile come il governo sovietico, lo si deve all’influenza dei suoi oppositori: dal Concilio di Trento ai nostri giorni, qualsiasi miglioramento avvenuto nella Chiesa è da ascriversi a merito dei suoi nemici (165).
  • Passione persecutoria. Ma il cristianesimo ha determinato veramente una morale migliore di quella dei suoi rivali e oppositori? [...] Semmai, esso si è distinto dalle altre religioni per un gusto speciale della persecuzione. I buddisti, ad esempio, non hanno mai perseguitato i loro avversari. L’impero dei califfi è stato molto più tollerante nei confronti di ebrei e cristiani di quanto non lo fossero i cristiani nei confronti di ebrei e maomettani. [...] Ogni Chiesa sviluppa un istintivo senso di autoconservazione e mette in ombra quella parti della dottrina del fondatore che non servono allo scopo (169).
  • Il mondo non ha bisogno di dogmi; ha bisogno di libera ricerca.

grazie a: uaar.it


 

Alla fine degli anni '50 Russell fu Presidente del CND (Campaign for Nuclear Disarmament) che, su iniziativa di Gerald Holtom, assunse come proprio simbolo un'elaborazione grafica dei segnali D e N usati sulle portaerei: D per disarmo e N per nucleare, a cui si aggiunse il cerchio, che significa "globale." Il primo utilizzo pubblico del simbolo pare risalga alla marcia di Aldermaston, in Inghilterra, nel 1958, come riportò un articolo del Manchester Guardian. Alcuni anni dopo il simbolo cominciò ad essere utilizzato come bandiera dal movimento studentesco contro la guerra in Vietnam, diventando uno dei più noti simboli della cultura giovanile degli anni sessanta.

simboli pace

Bertrand Russell

Perché non sono cristiano (1957)

Forse sarebbe giusto, prima di tutto, provare a stabilire cosa s'intende per «cristiano». Attualmente, è una parola usata in senso assai vago da moltissime persone. Alcuni non intendono altro che una persona che tenta di vivere una vita virtuosa. Usando il termine in tal senso, suppongo che potremmo trovare dei cristiani in ogni setta o credo; tuttavia non ritengo che questo sia il significato più appropriato del termine, anche solo per il fatto che così implicherebbe che tutti coloro che non sono cristiani - tutti i buddisti, confuciani, musulmani, e cosi via - non stiano tentando di vivere una vita virtuosa. Io non chiamo cristiano chi si sforza di vivere decorosamente, a seconda delle proprie possibilità. Penso, invece, che sia necessario possedere una certa dose di fede per avere il diritto di dichiararsi cristiani. Il termine non ha più il significato chiaro che aveva ai tempi di S. Agostino o di S. Tommaso. A quell'epoca, se un uomo si definiva cristiano, sapeva quello che voleva dire. Così facendo accettava per filo e per segno anche tutto quell'insieme di credenze che il termine implicava, e ogni singola sillaba di tali credenze veniva creduta con tutta la forza della propria convinzione.

CHI È CRISTIANO?

Oggigiorno le cose non stanno esattamente così, infatti siamo un po' più vaghi circa il significato che diamo all'essere cristiani. Tuttavia penso che vi siano due elementi assolutamente essenziali per chiunque si dichiari cristiano. Il primo è di natura dogmatica, e cioè che si deve credere in Dio e nell'immortalità. Se non si crede a ciò, non penso che sia corretto dichiararsi cristiani. il secondo, ancora più importante, e implicito nel termine stesso, è che si deve avere una qualche fede in Cristo. I musulmani, per esempio, credono in Dio e nell'immortalità, ma non si dichiarerebbero certamente cristiani. Credo che, di base, si debba credere che Cristo, se non divino, sia stato comunque il più saggio di tutti gli uomini. Se non si è abbastanza convinti di tutto ciò, non penso che si abbia il diritto di dichiararsi cristiani. Chiaramente vi è anche il significato che si può trovare nel Whitaker's Almanack e nel testi di geografia, dove si dice che la popolazione mondiale può essere suddivisa in cristiani, musulmani, buddisti, adoratori di feticci, e così via; in tal senso siamo tutti cristiani. Tuttavia, i testi di geografia comprendono tutti indistintamente, ma, trattandosi di una suddivisione prettamente geografica, ritengo che possa essere ignorato. E sulla base di quanto ho affermato finora che, quando vi dirò perché non sono un cristiano, dovrò dirvi anche: primo, perché non credo in Dio e nell'immortalità; secondo, perché non credo che Cristo fosse il più saggio degli uomini, nonostante gli riconosca un altissimo grado di rettitudine morale.

Tuttavia, visto il buon esito dei tentativi dei non credenti del passato, non posso accettare una definizione così elastica del cristianesimo. Come ho detto prima, in passato il termine era usato in senso molto più preciso. Per esempio, in esso era insito anche il credere all'inferno. La fede nel fuoco eterno dell'inferno è rimasta un cardine del credo cristiano fino a tempi assai recenti. In questo paese, come ben sapete, ha cessato di esserlo a causa di una Decisione del Privy Council, decisione dalla quale si sono dissociati l'arcivescovo di Canterbury e l'arcivescovo di York; ma, dato che qui la religione è regolata dalle leggi del Parlamento, il Privy Council ha potuto scavalcare le loro Grazie, cosicché i cristiani non hanno più bisogno dell'inferno. Di conseguenza non insisterò più sull'argomento.

L'ESISTENZA DI DIO

Se tentassi di trattare la questione dell'esistenza di Dio in maniera adeguata, vista la vastità e la serietà dell'argomento, dovrei tenervi qui fino alla fine dei tempi, quindi dovrete scusarmi se la affronterò in maniera un po' sommaria.

Saprete senz'altro che la Chiesa cattolica ha dichiarato che l'esistenza di Dio può essere provata con la semplice ragione. Questo è un dogma assai curioso, ma è uno dei loro dogmi. Dovette essere introdotto perché per qualche tempo i liberi pensatori avevano preso il vizio di dire che, per vari motivi, la ragione si sarebbe potuta scontrare con l'esistenza di Dio ma che, comunque sia, essi consideravano la fede in Dio un dato di fatto. Le tesi e le antitesi furono discusse molto a lungo, e la Chiesa cattolica sentì che doveva porre termine alla cosa. Quindi dichiarò ufficialmente che l'esistenza di Dio avrebbe potuto essere provata con la semplice ragione, e di conseguenza dovette anche stabilire quelli che essi consideravano gli argomenti capaci di dimostrarlo. Ovviamente, ve ne sono molti; io ne esporrò solo alcuni.

L'ARGOMENTO DELLA CAUSA PRIMA

Forse l'argomento più semplice e più facile da capire è quello della Causa Prima con la quale si sostiene che qualsiasi cosa noi vediamo in questo mondo ha una causa, e che, ripercorrendo a ritroso ogni anello della catena delle cause, si giunge alla Causa Prima, e che tale Causa Prima prende il nome di Dio. Non credo che oggigiorno questo argomento abbia ancora molto peso, soprattutto perché la causa non è più la stessa. I filosofi e gli scienziati sono andati oltre la questione della Causa Prima, pertanto tale argomento non ha più la stessa forza che aveva in passato; ma, a parte questo, potete comprendere voi stessi perché la tesi secondo la quale ci deve essere una Causa Prima non può essere valida. Devo ammettere che quando ero giovane, mi ponevo molto seriamente questo problema e io stesso ho sostenuto per molto tempo l'argomento della Causa Prima, finché un giorno, all'età di diciotto anni, ho letto l'autobiografia di John Stuart Mill, e lì ho trovato questa affermazione: «Mio padre mi ha insegnato che la domanda: Chi mi ha creato? non ha risposta, dato che immediatamente dopo ci si deve chiedere: Chi ha creato Dio?». Quella semplicissima affermazione mi dimostrò quella che tuttora considero la fallacia della tesi della Causa Prima. Se tutto deve possedere una causa, allora anche Dio deve averla. Se non può esistere nulla che non abbia una causa, la stessa cosa può essere tanto valida per il mondo quanto per Dio, pertanto tale argomento non può essere valido. Lo stesso vale per la visione che gli indiani hanno del mondo, per cui quest'ultimo poggia su di un elefante, e l'elefante, a sua volta, poggia su di una tartaruga; e quando chiedete: «Che ne è della tartaruga?», gli indiani rispondono: «Perché non cambiamo argomento?». Non esiste alcuna ragione per cui il mondo non possa essere nato senza una causa; d'altra parte, non esiste nemmeno un'altra ragione che faccia supporre che vi sia stato un vero e proprio inizio. L'idea che debba sempre esistere un inizio è semplicemente dovuta alla povertà della nostra immaginazione. Quindi non è necessario perdere altro tempo sulla teoria della Causa Prima.

L’ARGOMENTO DELLA CAUSA NATURALE

Un altro argomento molto noto è quello della legge di natura. Questo era uno degli argomenti preferiti per tutto il XVIII secolo, soprattutto sotto l'influenza di Newton e della sua cosmogonia. La gente osservava i pianeti ruotare attorno al sole secondo le leggi della gravitazione universale, e pensava che Dio avesse dato ordine a questi pianeti di muoversi proprio in quel modo, e che questa fosse la ragione per cui essi si comportavano così. Naturalmente ciò costituiva una spiegazione molto comoda e semplice, che evitava a tutti il fastidio di dover ricercare altre spiegazioni alla legge di gravitazione. Oggigiorno, la legge di gravitazione viene descritta mediante un metodo assai complesso introdotto da Einstein. Non è mia intenzione tenere una lezione sulla legge di gravitazione così come la interpreta Einstein, perché anch'essa richiederebbe del tempo; ad ogni modo, la legge naturale, così com'era concepita all'interno del sistema newtoniano, dove, per qualche incomprensibile motivo, la natura agiva in modo uniforme, non esiste più. Adesso scopriamo che una gran quantità di cose che venivano imputate alla legge di natura non sono altro che convenzioni umane. Tutti sappiamo che, anche nelle più remote profondità dello spazio stellare, resta valida la proporzione di tre piedi per ogni iarda. Questo è senza dubbio un fatto notevole, ma è difficile definirlo una legge di natura. E la stessa cosa vale per molte convenzioni che sono state considerate tali.
Al contrario, una volta che si abbia la benché minima conoscenza di cosa facciano effettivamente gli atomi, si scopre che essi sono molto meno soggetti alla legge di quanto gli uomini pensino, e che le leggi alle quali si giunge sono soltanto medie statistiche che derivano dal puro caso. Come tutti sappiamo, vi è una legge secondo la quale, lanciando i dadi, si può ottenere una coppia di sei solo circa una volta su trentasei, tuttavia non si considera questo fatto una prova che la caduta del dado sia regolata da uno schema; invece dovremmo farlo, se ottenessimo la doppia coppia di sei ogni volta che lanciamo i dadi. Tuttavia, sono molte le leggi di natura di questo tipo. Sono medie statistiche di ciò che emerge dalle leggi del caso, e tutto ciò fa sì che tutta questa faccenda delle leggi di natura appaia molto meno affascinante di quanto non fosse in passato. A parte questo, che rappresenta il traguardo attualmente raggiunto dalla scienza, e che potrebbe cambiare domani, l'idea che il complesso delle leggi di natura implichi necessariamente la presenza di un legislatore è dovuta a una confusione fra quelle che sono leggi umane e quelle proprie della natura. Quelle umane sono leggi che ci ordinano di comportarci in un certo modo, e a esse si può scegliere o meno di obbedire; ma le leggi di natura illustrano il modo in cui le cose effettivamente si comportano, e, essendo una mera descrizione delle loro azioni, non si può supporre che debba per forza esserci qualcuno che ha ordinato di compierle, perché, anche supponendo che ci sia, non potrà non porsi la domanda: «Perché Dio ha stabilito queste leggi e non altre?». Se si risponde che lo ha fatto semplicemente per il piacere di farlo, e per nessun altro motivo, allora si scopre che ci sono cose che non sono soggette alla legge, cosicché la catena della legge naturale si interrompe. Se, invece, come fanno la maggior parte dei teologi ortodossi, si afferma che ogni legge stabilita da Dio ha avuto un motivo ben preciso (il motivo, chiaramente, è quello di creare il miglior universo possibile, anche se non ci verrebbe mai in mente che fosse così), e se davvero è esistito un motivo per cui Dio ha stabilito le leggi che ha stabilito, allora Dio stesso è soggetto a una legge, e non si trae alcun vantaggio nell'introdurre Dio quale intermediario. In realtà si hanno delle vere e proprie leggi esterne e antecedenti Dio stesso, e Dio non serve allo scopo, perché non è più il legislatore assoluto. In breve, l'argomento della legge di natura non ha più la stessa forza che aveva in passato.

Continuo come previsto con l'illustrazione dei vari argomenti. Gli argomenti utilizzati per provare l'esistenza di Dio sono mutati con l'andare del tempo. All’inizio si trattava di argomenti prettamente razionali, che avevano al proprio interno dei difetti abbastanza precisi. Avvicinandosi ai tempi nostri, tali argomenti sono divenuti sempre meno corretti dal punto di vista speculativo, e sempre più inquinati da un vago moralismo.

L’ARGOMENTO DEL FINE DIVINO

Il prossimo passo di questo percorso è quello che ci porta a trattare l'argomento del fine divino. Conoscete tutti questo argomento: tutto nel mondo è stato creato in modo tale da consentire a noi di viverci, e noi non potremmo farlo se il mondo fosse appena appena diverso. Questo, in sintesi, è l'argomento del fine divino. Talvolta questo argomento si presenta nei modi più curiosi; per esempio, quando si afferma che i conigli hanno la coda corta affinché sia facile sparargli (mi chiedo cosa ne pensino i conigli). Quella del fine divino è una teoria facilmente soggetta alla parodia. E nota a tutti, infatti, la battuta di Voltaire che diceva che era ovvio che il naso fosse stato creato con quella forma perché fungesse da sostegno agli occhiali. Questo tipo di paradosso non è più tanto importante quanto lo era nel XVII secolo, poiché, dall'avvento di Darwin in poi, comprendiamo molto meglio perché gli esseri viventi si sono adattati al loro ambiente. L'ambiente non è stato creato in funzione degli esseri viventi: sono gli esseri viventi che si sono progressivamente adattati ad esso. Tale affermazione è alla base della teoria dell'adattamento. Non vi è alcuna prova che esista un fine divino.

Esaminando attentamente questa teoria dal punto di vista del fine divino, la cosa che lascia più sorpresi è che si arrivi a credere che questo mondo, con tutto ciò che in esso è contenuto, con tutti i suoi difetti, sarebbe il migliore che l'onniscienza e l'onnipotenza divina sia stata capace di creare in milioni di anni. Io non riesco proprio a crederci. Pensate proprio che, se vi fossero concessi l'onniscienza, l'onnipotenza e milioni di anni di tempo al fine di perfezionare il mondo, non potreste produrre niente di meglio del Ku Klux Klan, dei Fascisti, e di Winston Churchill. In realtà non mi faccio molto impressionare da chi dice: «Guardatemi, sono una creatura talmente splendida che ci deve essere stato per forza un fine nell'universo». Non essendo molto convinto dello splendore di chi lo afferma, penso che questa sia una tesi molto debole. Inoltre, se si accettano le leggi più elementari della scienza, si deve presumere che sul nostro pianeta la vita umana e la vita in generale prima o poi finirà: è solo un fuoco di paglia; è solo uno stadio nel processo di decadenza del sistema solare; infatti, a un certo stadio di declino si sono verificate tutte quelle condizioni relative alla temperatura ed altre cose del genere necessarie alla formazione del protoplasma, cosicché la vita di cui parliamo durerà solo per un breve periodo della vita dell'intero sistema solare. Guardando la luna si può vedere ciò a cui tende la terra: qualcosa di morto, freddo e senza vita.

Mi si rimprovera che questo tipo di visione delle cose è deprimente e qualcuno vi dirà che, se ci credesse, non potrebbe più continuare a vivere. Non credetegli, sono tutte sciocchezze. A nessuno importa veramente di quello che accadrà da qui a milioni di anni, e anche chi pensasse di preoccuparsene davvero, in realtà ingannerebbe se stesso. L'uomo si preoccupa di cose molto più mondane, oppure il suo malessere è dovuto alla cattiva digestione; ma nessuno è reso veramente infelice al pensiero di quello che accadrà di qui a milioni e milioni di anni. Pertanto, nonostante sia indubbiamente deprimente presumere che la vita finirà (ammesso che si possa dire deprimente, dato che talvolta, quando osservo ciò che la gente fa della propria vita, arrivo a credere che sia consolante), non lo è abbastanza, comunque, da rendere infelice la nostra esistenza, semplicemente sposta l'attenzione su altre cose.

L'ARGOMENTO MORALE A SOSTEGNO DELL'ESISTENZA DI DIO

A questo punto ci troviamo di fronte allo stadio successivo di quello che definirò declino intellettuale delle teorie dei teistí, e quindi parleremo delle cosiddette tesi morali a sostegno dell'esistenza di Dio. Certamente tutti sapete che in passato esistevano tre argomenti a sostegno dell'esistenza di Dio, i quali erano stati tutti smantellati da Kant nella Critica della ragion pura; ma Kant si sbarazzò dei vecchi argomenti solo per inventarne uno nuovo, un argomento morale, del quale era pienamente convinto. Kant non differiva da molte altre persone: era scettico sul piano razionale, ma su quello morale, credeva fermamente agli stessi principi appresi in braccio alla madre. Questo dimostra ciò che gli psicanalisti mettono in chiara evidenza: l'influenza immensamente maggiore che hanno su di noi le associazioni di idee acquisite nell'infanzia rispetto a quelle dell'età più matura.

Come dicevo prima, Kant ideò una nuova tesi morale per dimostrare l'esistenza di Dio, e quest'ultima, in diverse versioni, fu estremamente popolare durante il XIX secolo. Ebbe tutti i tipi di versioni possibili: una è quella di dire che se non esistesse Dio non esisterebbe il giusto e l'ingiusto. Non mi importa di sapere se vi sia o meno differenza fra il giusto e l'ingiusto: quella è tutta un'altra questione. Ciò che è importante, invece, è che, se si è abbastanza sicuri del fatto che tale differenza vi sia, allora si è obbligati a chiedersi: tale differenza è dovuta a decreto divino oppure no? Se è dovuta al decreto divino, allora neanche per lo stesso Dio esiste differenza fra cosa è giusto e cosa è ingiusto, e inoltre non esiste più alcuna giustificazione plausibile che ci autorizzi ad affermare che Dio è buono. Se siete pronti ad affermare, come fanno i teologi, che Dio è buono, allora dovete anche affermare che il giusto e l'ingiusto sono in qualche modo indipendenti dal volere di Dio perché la volontà divina è buona, e non cattiva, indipendentemente dal fatto che gli appartenga. Se siete pronti ad affermarlo, allora dovrete anche dire che non è soltanto attraverso Dio che sono nati il giusto e l'ingiusto, ma semmai che essi sono, nella loro essenza, logicamente anteriori a Dio stesso. Senza dubbio, volendo, potreste affermare che è esistita una divinità superiore che ha dato istruzioni a Dio, il quale, a sua volta, ha creato questo mondo; oppure potreste anche seguire la linea seguita da alcuni eretici (tesi che io ho spesso ritenuto plausibile) e cioè che il mondo, così come noi lo conosciamo, in realtà è stato creato dal diavolo, mentre Dio era distratto. Ci sarebbero molte cose da dire a sostegno di tale ipotesi, e senz'altro io non mi preoccupo di confutarla.

L'ARGOMENTO DELLA RIPARAZIONE DELL'INGIUSTIZIA

Esiste un altro tipo di argomento morale molto singolare, mediante il quale si afferma che l'esistenza di Dio è necessaria per ristabilire la giustizia nel mondo. Nella parte dell'universo da noi conosciuto c'è molta ingiustizia, spesso i buoni soffrono, mentre i cattivi prosperano, ed è difficile decidere quale delle due cose sia la più fastidiosa; tuttavia affinché vi sia giustizia in tutto l'universo, bisogna presumere che vi sarà una vita futura dove verranno riassestati gli squilibri terreni, ed è per questo che si afferma che devono esserci Dio, il paradiso e l'inferno, perché così, alla fine, sarà fatta giustizia. Questa è una tesi davvero singolare. Se si guarda alla cosa dal punto di vista scientifico, si potrebbe anche dire che: «Dopo tutto, io conosco solo questo mondo. Non so niente riguardo al resto dell'universo, tuttavia per quel che ci è dato di vedere, si può affermare che, probabilmente, questo mondo costituisce un campione abbastanza fedele, e se qui non c'è giustizia, si presume che non ci sia neanche altrove». Supponete di avere una cassa di arance, e, una volta apertala, di scoprire che tutte quelle in cima sono sciupate, chiaramente non direte: «Quelle sotto devono essere per forza sane, per ristabilire l'equilibrio». Semmai, direte: «Probabilmente tutta la partita è cattiva»; e la stessa cosa farebbe una persona che ragionasse in maniera scientifica. Quest'ultima direbbe: «In questo mondo ci troviamo di fronte a una gran quantità di ingiustizia, e, per quel che ci è dato di vedere ce n'è quanto basta per farci supporre che in questo mondo non vige la giustizia; pertanto la presenza di tanta ingiustizia fornisce le basi per formulare una tesi contro la divinità di Dio piuttosto che a suo favore». Ovviamente sono consapevole del fatto che il tipo di dimostrazioni razionali di cui vi ho parlato non sono certamente quelle che spingono l'uomo a credere in Dio. In realtà, ciò che veramente spinge l'uomo a credere non sono certo argomentazioni razionali. La maggior parte delle persone crede in Dio perché gli è stato insegnato a farlo sin dalla prima infanzia, ed è questa la ragione principale.

Poi credo che un'altra potente ragione sia costituita dal desiderio di sicurezza, una sorta di esigenza che vi sia un grande fratello che vegli sopra di noi. E questo gioca un ruolo importantissimo nello spingere la gente a desiderare di credere in Dio.

IL CARATTERE DI CRISTO

Vorrei adesso dire qualcosa riguardo un argomento che spesso ritengo non sia sufficientemente approfondito da parte dei razionalisti, e cioè l'ipotesi che Cristo fosse il migliore e il più saggio di tutti gli uomini. Generalmente si dà per scontato che tutti siano d'accordo che lo fosse. Personalmente non lo sono. Sono convinto che vi siano molti punti sui quali mi trovo assai più d'accordo con Cristo io di molti di coloro che si professano cristiani. Non penso di poterlo sostenere fino in fondo, ma senz'altro posso farlo più della maggior parte di quanti si professano cristiani. Senz'altro ricorderete quando ha detto: «Non contrastare il male, anzi, a chi ti percuote su una guancia, porgi anche l'altra». Non si tratta di un precetto o di un principio originale. Era praticato da Lao-Tse o da Buddha circa 500 o 600 anni prima dell'avvento di Cristo, ma non è certo un principio che i cristiani accettano come un dato di fatto. Per esempio, non ho dubbi che l'attuale primo ministro sia un cristiano sincero, tuttavia non consiglierei a nessuno di andare da lui e di percuoterlo sulla guancia. Credo che chiunque lo facesse potrebbe scoprire a sue spese che questi dà alla massima un senso figurato.

C'è un altro punto che considero degno di rilievo. Vi ricorderete senz'altro di quando Cristo ha detto: «Non giudicate e non sarete giudicati». Non credo potreste vedere rispettato tale principio nelle corti giudiziarie dei paesi cristiani. Nella mia vita ho avuto modo di conoscere moltissimi giudici che erano profondamente cristiani e nessuno di loro riteneva di agire contro i principi cristiani. Cristo dice anche: «Dà a chiunque ti chiede; e a chi chiede del tuo non chiederlo indietro». Questo è un buon principio. Il vostro presidente vi ha ricordato che non siamo qui per parlare di politica, ma non posso fare a meno di rilevare che nelle ultime elezioni si è dibattuto su quanto fosse auspicabile deludere le aspettative di «chi chiede del tuo», cosicché si dovrebbe desumere che in questo paese il partito Liberale e quello Conservatore sono formati da persone che non sono d'accordo con gli insegnamenti di Cristo, visto che in quell'occasione hanno così palesemente deluso le aspettative di chi chiedeva del loro.

C'è poi un'altra massima che ritengo molto importante, ma che penso non sia molto popolare fra alcuni dei nostri amici cristiani. Cristo ha detto: «Se vuoi essere perfetto, va' e vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri». E’ un ottimo principio, ma, come ho detto prima, non è molto praticato. Penso che tutte queste siano delle ottime massime, anche se è molto difficile rispettarle. lo non mi professo come uno che vive nel loro rispetto, ma dopotutto non mi professo nemmeno cristiano.

DIFETTI NEGLI INSEGNAMENTI DI CRISTO

Appurata la saggezza delle massime sopraccitate, prendo ora in esame alcuni punti in cui non credo che si possa dare per scontata la sovrumana saggezza e la sovrumana bontà di Cristo, così come viene descritto nel Vangelo. La questione storica non c'entra affatto; è già di per sé difficile infatti dimostrare che Cristo sia esistito dal punto di vista storico, e se anche fosse possibile farlo, non sapremmo comunque nulla di lui; quindi non farò riferimento alla questione storica, visto che è molto complessa. Mi preme analizzare Cristo, così come viene descritto nel Vangelo, considerando il Vangelo un semplice racconto nel quale si possono trovare delle cose che non sono molto sagge. Prima di tutto il fatto che egli credeva che la sua seconda venuta sulla terra si sarebbe avverata fra nubi di gloria prima della morte di coloro che erano vivi a quel tempo. Ci sono moltissimi passi che lo dimostrano. Per esempio, egli dice: «Non avrete visitato la terra di Israele, prima che sia giunto il Figlio dell'uomo». Poi dice: «Ci sono alcuni fra noi che non conosceranno il sapore della morte, finché il Figlio dell'Uomo non giungerà nel suo regno»; ci sono molti passi da cui risulta chiaro come egli pensasse che la sua seconda venuta si sarebbe verificata mentre alcuni di loro erano ancora in vita. Di questo erano convinti molti dei suoi primi seguaci, e questo era alla base di molti dei suoi insegnamenti. Quando diceva cose come: «Non preoccupatevi del domani», lo diceva soprattutto perché credeva che la sua seconda venuta si sarebbe verificata molto presto e che gli affanni quotidiani non avevano alcun peso. In effetti ho conosciuto molti cristiani che credevano che la seconda venuta di Cristo fosse molto imminente. Conobbi un pastore che terrorizzava i suoi parrocchiani dicendo loro che la seconda venuta era davvero imminente, ma essi si tranquillizzarono quando scoprirono che piantava alberi nel suo giardino. I primi cristiani ci credevano veramente, e quindi si astenevano dal fare cose come piantare alberi nei propri giardini, poiché avevano tratto da Cristo la convinzione che la seconda venuta era imminente. E’ chiaro che sotto questo aspetto non è stato così saggio come lo possono essere stati altri uomini, pertanto non fu sicuramente molto saggio.

LA QUESTIONE MORALE

Eccoci dunque alle questioni morali. A mio parere, un difetto molto grave della moralità di Cristo è il fatto che egli credesse nell'inferno. Personalmente non ritengo che nessuna persona profondamente umana possa credere nella punizione eterna. Da quanto emerge dal Vangelo, è chiaro che Cristo vi credesse, e ci si trova più volte di fronte a una furia vendicativa contro tutti coloro che non davano ascolto ai suoi insegnamenti (atteggiamento peraltro tipico dei predicatori, ma che comunque sminuisce la sua straordinaria superiorità). Per esempio tale atteggiamento non si riscontra in Socrate, che era assai mite e cortese nei confronti delle persone che non gli prestavano ascolto; secondo me, si addice molto di più a un saggio tenere un comportamento simile a quello di Socrate, piuttosto che lasciarsi trasportare dall'ira. Probabilmente tutti ricorderete le parole che Socrate ha detto in punto di morte, e tutto ciò che in genere diceva a coloro che non erano d'accordo con lui.

Nel Vangelo è scritto che Cristo ha detto: «Oh serpenti, progenie di vipere, come potrete sfuggire alla dannazione dell'inferno?». Erano queste le parole rivolte a coloro che non gradivano le sue prediche. A mio parere questo non è certo il più gentile dei toni, e di questi passaggi relativi all'inferno ve ne sono molti altri. Uno di questi è il popolarissimo passo sul peccato contro lo Spirito Santo: «Chiunque abbia parlato contro lo Spirito Santo, non riceverà il perdono né in questo mondo, né in quello a venire». Questo versetto ha causato un'indicibile quantità di sofferenza nel mondo, visto che moltissime persone hanno creduto di aver commesso peccato contro lo Spirito Santo, e che quindi non sarebbero state perdonate né in questo mondo, né in quello a venire. Sono convinto che qualsiasi persona dotata di un minimo di bontà, non provocherebbe tanta inquietudine e terrore nel mondo.

Poi dice: «Il Figlio dell'Uomo invierà i suoi angeli, e radunerà fuori dal suo regno tutte le cose che lo hanno offeso, e coloro che hanno commesso delle ingiustizie, le getterà in una fornace di fuoco, e vi sarà pianto e stridor di denti»; e poi continua con la descrizione del pianto e dello stridor di denti. E la cosa si ripete un verso dopo l'altro, e per il lettore è chiaro che c'è un certo piacere nella contemplazione di tale pianto e stridor di denti, altrimenti non si ripeterebbe così spesso. Poi tutti senz'altro ricordano la parabola delle pecore e delle capre, e di come, al momento della sua seconda venuta, egli dividerà le pecore dalle capre, e dirà alle capre: «Via da me, maledette, via nel fuoco eterno». E continua: «E queste sono destinate al fuoco eterno». Poi dice ancora: «Se la tua mano ti fa peccare, tagliala; è meglio per te entrare mutilato nel regno dei cieli, che avere entrambe le mani e finire all'inferno, nel fuoco eterno, dove i vili non muoiono e il fuoco giammai si placa». E anche questo lo ripete più e più volte. Devo dire che questa dottrina dell'inferno e della punizione eterna mi sembra piuttosto una dottrina di crudeltà, una dottrina che ha introdotto la crudeltà nel mondo, e ha dato al mondo generazioni e generazioni di crudeli torture; e il Cristo del Vangelo, se credete a ciò che di lui raccontano gli apostoli, deve essere in parte responsabile di tutto ciò.

Vi sono anche altri elementi di minore importanza. Per esempio c'è l'episodio dei maiali di Gadara, quando non fu certamente gentile nei confronti dei maiali, trasferendo i demoni nei loro corpi per poi farli precipitare in mare. Non dovete dimenticare che Cristo era onnipotente, e che avrebbe potuto semplicemente scacciare i demoni; ma invece scelse di trasferirli nel corpo dei maiali. Poi c'è il curioso episodio dell'albero di fichi, che mi lascia sempre alquanto perplesso. Ricorderete cosa accadde all'albero di fichi. «Era affamato, e più avanti vide un albero di fichi che aveva le foglie; ma quando vi fu vicino, non trovò altro che foglie, poiché non era ancora stagione per i fichi, così Gesù rivolgendosi all'albero disse: "Nessuno raccoglierà mai più frutti da te" ... e Pietro... gli disse: "Maestro, sappi che l'albero che tu hai maledetto si è seccato".» Questo è un episodio molto curioso, perché, non essendo la stagione dei fichi, non si sarebbe davvero dovuto dare la colpa all'albero. Non riesco davvero a convincermi che, in quanto a virtù e saggezza, Gesù raggiunga le vette toccate da altri personaggi della storia. Penso che, sotto questo aspetto, Socrate e Buddha siano superiori a lui.

IL FATTORE EMOTIVO

Come ho detto prima, non credo che le vere ragioni per cui gli uomini accettano la religione abbiano nulla a che fare con le argomentazioni. Gli uomini credono sulla base di fattori emotivi. Spesso si dice che attaccare la religione è una cosa molto negativa, perché la religione rende gli uomini virtuosi. Cosi mi dicono, ma io non me ne sono accorto. Conoscete senz'altro la parodia che Samuel Butler ha fatto di questa tesi nel suo libro Erewhon revisited. Come tutti sanno in Erewhon c'è un certo Higgs che giunge in una terra lontana, e, dopo avervi trascorso un po' di tempo, fugge via su di un pallone aerostatico. Vent'anni dopo ritorna in quel paese e trova una nuova religione, nella quale egli stesso viene adorato sotto il nome di «Figlio del Sole», e si racconta che sia asceso in paradiso. Viene poi a sapere che sta per essere celebrata la Festa dell'Ascensione; e sente i professori Hanky e Panky che, parlando fra loro, dicono di non aver mai visto Higgs di persona, e che sperano di non vederlo mai. Higgs, molto indignato, si avvicina loro dicendo: «Svelerò questo imbroglio, e dirò alla gente di Erewhon che ciò che adorano sono io, Higgs, nient'altro che un uomo che se n'è andato su un pallone aerostatico». Ed essi gli dicono: «Non devi farlo, perché tutti i valori morali di questo paese si fondano sul mito di Higgs, e se si sapesse che non sei salito al cielo, la gente diverrebbe cattiva»; e così Higgs, persuasosi, se ne va senza dire nulla.

L'idea è proprio questa: se non ci attenessimo alla religione cristiana, diverremmo tutti malvagi. Invece a me sembra che la maggior parte di coloro che vi si sono attenuti sia stata estremamente malvagia. Ci si rende conto di un fatto curioso: tanto più intensi e profondi sono stati la religione e il dogma, quanto più grande è stata la crudeltà e quanto peggiore lo stato delle cose.

Nella cosiddetta «età della fede», quando gli uomini credevano profondamente nella religione e tutto ciò che essa comportava, c'era l'Inquisizione con le sue torture; c'erano migliaia di donne sfortunate condannate al rogo come streghe; e si praticava ogni sorta di crudeltà su ogni sorta di persone nel nome della religione.

Se vi guardate attorno, vi renderete conto che ogni più piccolo progresso nei sentimenti umani, ogni miglioramento nelle leggi contro i crimini, o verso la diminuzione delle guerre, ogni passo avanti per migliorare il trattamento riservato alle razze diverse da quella bianca, ogni attenuazione della schiavitù, qualsiasi progresso morale che ci sia stato nel mondo, insomma, è stato perennemente ostacolato dalle Chiese organizzate del mondo. Io dichiaro fermissimamente che la religione cristiana, cosi com'è organizzata con le sue Chiese, è stata ed è uno dei principali nemici del progresso nel mondo.

COME LE CHIESE HANNO RITARDATO IL PROGRESSO


Quando affermo che ancora adesso è così, potreste pensare che io esageri. Io credo di no. Prendete, ad esempio, un fatto sul quale sarete d'accordo con me. Non è affatto piacevole parlarne, ma purtroppo la Chiesa ci costringe a parlare di cose spiacevoli. Supponete che al mondo d'oggi una ragazza senza esperienza sposi un uomo affetto da sifilide, in questo caso la Chiesa cattolica direbbe: «Questo è un sacramento indissolubile. Dovete restare uniti per tutta la vita», e non si dovrebbe prendere alcuna precauzione per far sì che la donna non dia alla luce bambini sifilitici. Ecco cosa dice la Chiesa cattolica. Io asserisco che questa è un'atroce crudeltà, e nessuno, neanche coloro il cui naturale senso di compassione sia stato distorto dal dogma, o la cui natura rimanga del tutto impassibile di fronte alle sofferenze altrui, nessuno potrebbe sostenere che sia legittimo e giusto che questo stato di cose continui.

Questo non è che un esempio. Ci sono un'infinità di modi in cui a tutt'oggi la Chiesa infligge a ogni sorta di persone inutili e immeritate sofferenze, in nome di ciò che ha deciso di chiamare morale. E come sappiamo tutti molto bene, nella maggior parte dei casi la Chiesa oppone una tenace resistenza verso ogni tipo di progresso capace di alleviare le sofferenze umane, perché ha deciso di etichettare come morali delle regole di condotta che non hanno nulla a che fare con la felicità umana; e anzi, quando si afferma che si dovrebbe fare questa o quella cosa, perché contribuirebbe alla felicità umana, la Chiesa sostiene il contrario. «Cos'ha a che fare la morale con la felicità umana? Il fine della morale non è quello di rendere felice la gente, ma di renderla adatta al paradiso.» Certamente non li rende adatti a questo mondo.

LA PAURA COME FONDAMENTO DELLA RELIGIONE

Credo che la religione si fondi soprattutto sulla paura. In parte è il terrore dell'ignoto, e in parte, come ho già detto, è il desiderio di sentirsi protetti da una specie di fratello maggiore che rimane a fianco di ognuno in qualunque dubbio o problema. La paura è alla base di tutto - paura del mistero, della sconfitta, della morte. La paura genera la crudeltà, e quindi non bisogna stupirsi del fatto che la crudeltà e la religione abbiano camminato mano nella mano. Ciò è accaduto perché la paura è alla base di entrambe le cose. In questo mondo possiamo adesso cominciare a capire alcune cose, cose su cui riusciamo ad avere un minimo di potere mediante l'aiuto della scienza, la quale passo dopo passo è riuscita a farsi strada lottando contro la religione cristiana, le Chiese, e contro l'opposizione di vecchi pregiudizi. La scienza può aiutarci a superare il vile timore in cui l'umanità ha vissuto per generazioni e generazioni. La scienza, così come lo può il nostro cuore, può insegnarci a smettere di cercare un sostegno ideale, a non inventarsi più alleati celesti, ma piuttosto a far sì che i nostri sforzi qui, su questa terra, siano tali da farne un luogo ove sia possibile vivere, invece del luogo che le Chiese hanno voluto che fosse nel corso di tutti questi secoli.

COSA DOBBIAMO FARE

Vogliamo reggerci in piedi da soli, e guardare il mondo in lungo e in largo, vederne le cose positive e quelle negative, le bellezze e le brutture; accettarlo cosi com'è, senza averne timore. Conquistare il mondo mediante la ragione, non mediante la servile soggezione alla paura che la realtà può far nascere in noi. Il concetto che abbiamo di Dio deriva dal vecchio concetto orientale di dispotismo, ed è un concetto del tutto indegno di uomini liberi. Quando in chiesa si assiste all'autodenigrazione di persone che affermano di essere miseri peccatori e tutto il resto, si assiste a uno spettacolo umiliante e indegno di esseri umani che si rispettino. Dovremmo avere il coraggio di alzarci in piedi e di guardare francamente in faccia la realtà. Dovremmo fare del mondo il migliore dei mondi possibili, e se anche non arrivasse a essere così bello come avremmo desiderato che fosse, sarebbe comunque migliore di quello che hanno modellato gli altri in tutti questi secoli.

Un buon mondo ha bisogno di conoscenza, gentilezza e coraggio; non ha bisogno di un attaccamento al passato pieno di rimpianto, o di incatenare il libero pensiero con delle parole pronunciate molto tempo fa da uomini privi di cultura. Ha bisogno di un'intrepida prospettiva e di libero pensiero. Ha bisogno di speranza per il futuro, e non di voltarsi continuamente indietro verso un passato che è morto, che siamo sicuri che verrà di gran lunga superato dal futuro che la nostra intelligenza saprà creare.

Diego Fusaro

Bertrand Russell

 

Bertrand Russell (1872-1970) nacque in Inghilterra, a Ravenscroft, da nobile famiglia, rimase presto orfano e fu educato dal nonno, lord John Russell. Nel periodo 1890-94 effettuò i suoi studi a Cambridge, dove si cominciava a respirare un'aria di anticonformismo, avversa alla rigida morale vittoriana e ai tradizionali sistemi educativi.
Qui si vennero formando personaggi quali il romanziere E. M. Foster, lo storico L. Strachey e l'economista J. M. Keynes, che avrebbero poi fatto parte del cosiddetto gruppo di Bloomsbury, animato anche dalla presenza di Virginia Woolf. Moore esercitò un'influenza decisiva su tutti i componenti del circolo, Russell compreso.
A Cambridge Russell si interessò soprattutto di matematica e di filosofia e nel 1895 divenne membro del Trinity College.
Una delle sue prime opere fu uno studio sulla socialdemocrazia tedesca, frutto delle sue osservazioni effettuate durante un viaggio in Germania.

Gli interessi per la matematica e per la logica lo portarono a studiare Leibniz, in cui trovava espressa la tesi che i princìpi della matematica sono deducibili da princìpi logici tramite mezzi meramente logici: il risultato fu il volume Esposizione critica della filosofia di Leibniz del 1900. Ad avviso di Russell, il 1900 fu un anno decisivo della sua vita, perchè prendendo parte al Congresso internazionale di filosofia, tenutosi a Parigi, incontrò Giuseppe Peano e fu colpito dalla precisione da questi dimostrata nelle discussione, grazie all'impiego di un rigoroso simbolismo logico. Il risultato più apprezzabile di questa prima fase della riflessione di Russell é costituito da I princìpi della matematica, pubblicati nel 1903, a cui avrebbero fatto seguito i Principia mathematica (1910-1913) composti insieme con A. N. Whitehead. Nel 1912 Russell pubblicò una fortunata esposizione divulgativa del suo pensiero, I problemi della filosofia, e nel 1914 fu inviato a tenere una serie di lezioni ad Harvard, a Boston e ad Oxford, dalle quali ebbe origine il volume La nostra conoscenza del mondo esterno, del 1914.

Durante la guerra, per via della sua attività pubblica a favore del movimento pacifista, Russell fu allontanato dall'insegnamento a Cambridge e condannato a sei mesi di reclusione in carcere, durante i quali compose l'Introduzione alla filosofia matematica.
Da allora la sua attività filosofica fu sempre intrecciata a battaglie politiche e sociali; nel 1920 fece un viaggio nell'Unione Sovietica, di cui condannò il totalitarismo nel volume Teoria e pratica del bolscevismo (1920). Nel 1920-1921 insegnò a Pechino e nel 1927 aprì con la seconda moglie una scuola sperimentale, dove era applicata una pedagogia non autoritaria.
Tutto questo, unitamente ad una serie di scritti popolari, come L'educazione dei nostri figli (1926), Matrimonio e morale (1929), La conquista della felicità (1930), Religione e scienza (1935), nei quali abbracciava posizioni spregiudicate su questioni religiose ed etiche, anche nel campo dell'etica sessuale, suscitò le critiche dei benpensanti.

A parere di Russell gli enunciati etici non hanno una dimensione conoscitiva, ma esprimono desideri, che nascono dall'esperienza immediata dell'individuo, sebbene mantengano una portata universale, nel senso che sono mossi dall'intento che il proprio desiderio diventi il desiderio di tutti. In particolare, si tratta di rendere possibili le condizioni che consentano a ciascuno di conquistare la felicità, rimuovendo ogni occasione di conflitto e, quindi, armonizzando tra loro i desideri individuali e rafforzando quelli che non producono effetti negativi sugli altri.
Su questa base, Russell intervenne costantemente nel corso della sua vita a difendere la libertà degli individui e il loro diritto a perseguire la felicità, contro tutte le forme di ingiustizia e di imposizione autoritaria, politica o religiosa. Russell definì 'buona' la vita 'guidata dall'amore e ispirata dalla conoscenza', non asservita al potere e basata sulla tolleranza e sul dibattito razionale.

Nel frattempo, Russell proseguiva i suoi studi filosofici, influenzato anche dalle teorie di Wittgenstein, che era stato suo allievo a Cambridge prima della guerra. I vari saggi, tra i quali anche la prefazione da lui scritta alla traduzione inglese del Tractatus logico-philosophicus (1922), espose le linee di una filosofia che egli definì 'atomismo logico' e nel 1927 pubblicò il saggio Analisi della materia.
Soprattutto a partire dal 1938, Russell tornò ad intensificare le sue ricerche filosofiche, tenendo lezioni a Oxford, Chicago e Los Angeles.
Nel 1940 gli fu offerto un incarico di insegnamento a New York, ma accusato di immoralità per le sue idee anticonformiste ne fu poi allontanato. Russell tenne allora le 'William James lectures' a Harvard, da cui ebbe origine il volume Indagine su significato e verità, del 1940.
Fra il 1941 e il 1943 tenne lezioni presso la Barnes Foundation, negli USA, su temi che entreranno a costituire la Storia della filosofia occidentale , pubblicata nel 1945, che ebbe uno straordinario successo ed ebbe parecchie ristampe.
Nel 1944, Russell rientrò in Inghilterra e ricevette un incarico di insegnamento a Cambridge, che egli tenne fino al 1950: frutto di tale insegnamento fu la sua vasta ed ultima opera filosofica, La conoscenza umana, del 1948.
Nel 1950 ricevette il premio Nobel per la letteratura e successivamente prese posizione contro il maccartismo, propugnò il pacifismo e propose il disarmo unilaterale senza condizioni.
Nel 1961 capeggiò un sit-in di protesta di fronte al Ministero britannico della Difesa e fu condannato a due mesi di carcere, ridotti ad una settimana a causa delle sue cagionevoli condizioni di salute.
Gli ultimi anni della sua vita lo videro intervenire durante la crisi di Cuba, con lettere a Kennedy e Kruscev, e durante la guerra del Vietnam, con l'istituzione di un tribunale per i crimini della guerra, denominato Tribunale Russell.
Nel 1967, poco prima che sopraggiungesse la morte, iniziò la pubblicazione delle sue memorie, intitolate Autobiografia; nel 1970 lo colse la morte.

MATEMATICA E LOGICA

In un primo tempo, Russell fu influenzato dall'idealismo di Bradley e di Mc Taggart, che poi abbandonò, anche per via dell'influsso di Moore, aderendo ad una 'posizione realistica' , che riconosce l'esistenza della pluralità di oggetti, con i quali hanno a che fare l'esperienza comune e il sapere matematico. Ad avviso di Russell, alla base del monismo di Bradley c'é una logica erronea, che privilegia la forma soggetto-predicato: per Bradley infatti ogni proposizione attribuisce un predicato alla realtà assoluta, intesa come l'unico soggetto. Ma il nostro linguaggio ha non solo proposizioni del tipo soggetto-predicato, ma anche proposizioni che fanno riferimento a relazioni di maggiore e minore, di prima e dopo e così via.
Un termine, che può assumere o no qualcuna di queste relazioni, deve rimanere invariato, ma allora ne consegue che, contrariamente a quanto aveva pensato Bradley, nessuna relazione modifica i termini tra i quali intercorre. Se ad esempio si esamina la proposizione 'A é maggiore di B' , si vede che questa relazione non é l'attribuzione di una qualità o proprietà ad un soggetto e, quindi, non é riducibile alla forma soggetto-predicato, in quanto dipende sia da A sia da B. Questo vuol dire che questa relazione é esterna sia ad A sia a B, cioè collega tra loro entità che sussistono indipendentemente da tale relazione: l'universo é dunque popolato di termini, cioè di entità, che in questa fase del suo pensiero Russell considera analoghe alle idee platoniche, le quali sono caratterizzate da relazioni esterne tra loro, ossia tali da non produrre una loro modificazione interna: e Russell afferma che ' il mondo improvvisamente diventò vario, ricco e solido '.
Solo una logica delle relazioni può rendere conto della stessa operazione del contare, consistente nel porre in relazione termine a termine, e consentire in questo modo l'analisi di intere regioni della matematica, nelle quali sono essenziali le nozioni di ordine e di successione, per esempio tra numeri o tra punti, le quali non sono descrivibili nei termini della logica di soggetto-predicato.
Al calcolo delle proposizioni e al calcolo delle classi, già ampiamente illustrato dalla logica simbolica, Russell affianca dunque una logica delle relazioni, caratterizzate dall'uso di simboli appropriati e i cui antecedenti possono essere ravvisati soprattutto nell'opera di Peirce.
Russell riscontra vari tipi di relazioni: in primis distingue tra relazioni simmetriche e asimmetriche; prendiamo R come simbolo per indicare la relazione e a e b per indicare i termini tra i quali essa intercorre: una relazione si dice simmetrica quando, se vale aRb, allora vale pure bRa e viceversa; di questo tipo é per esempio la relazione 'fratello di'; infatti, se Giorgio é fratello di Marco, Marco é fratello di Giorgio. Una relazione si dice invece asimmetrica quando questo non vale: per esempio, se Giorgio é padre di Marco, allora Marco non é padre di Giorgio. Inoltre alcune relazioni godono della proprietà transitiva, per cui se aRb e bRc , allora aRc, mentre altre non ne godono. Ad esempio, godono della relazione transitiva le relazioni di maggiore e di minore: infatti se A é maggiore di B e B é maggiore di C, allora A é maggiore di C. Non si può invece concludere ad esempio che se A é padre di B e B é padre di C, allora A é padre di C; qui non vale la proprietà transitiva.
Nella sfera della logica proposizionale Russell introduce la distinzione tra proposizione e funzione proposizionale: quest'ultima é un'espressione avente ad esempio la forma 'x é un uomo' , dove x é una variabile sostituibile da un termine definito, detto costante, ad esempio dal termine 'Socrate', dando luogo alla proposizione 'Socrate é un uomo'.
Russell non restringe il rango delle entità che possono essere sostituite alla variabile in una funzione proposizionale; l'unica condizione é che la condizione sia ' qualcosa di assolutamente definito, riguardo al quale non vi é alcuna ambiguità '.
Una funzione proposizionale di per sè non é nè vera nè falsa; vera o falsa é la proposizione che si ottiene sostituendo la variabile con una costante. Risulta inoltre che una una funzione proposizionale può essere considerata come una classe di proposizioni: nell'esempio considerato, 'x é un uomo' é la classe di tutte le proposizioni che hanno come predicato 'é un uomo'. Tra le proposizioni esiste una relazione di implicazione che Russell definisce materiale: essa si esprime nella forma 'se P, allora Q' ; in questo caso si può anche dire che Q é deducibile da P, se non si dà il caso che P é vera e Q é falsa. L'implicazione tra funzioni proposizionali é invece detta formale , dal momento che non riguarda singole proposizioni con i loro specifici contenuti materiali: così, ad esempio, 'x é un uomo' implica formalmente che 'x é mortale' , il che significa che 'se x é un uomo, allora x é mortale'.

La conoscenza dell'opera del professore dell'università di Torino, Giuseppe Peano, autore di un Formulario di matematica, fu importantissima per Russell soprattutto per quel che riguarda la concezione dei rapporti tra matematica e logica. Peano aveva dimostrato che é possibile costruire l'intera teoria dei numeri naturali partendo da tre concetti fondamentali (zero, numero e successore immediato) e da 5 assiomi; per Russell questi tre concetti di Peano sono riducibili alle nozioni logiche di classe e di relazione.
Questo vuol dire che la conoscenza matematica può essere pienamente giustificata mostrandone la derivabilità da queste nozioni meramente logiche. Egli avrebbe assolto a questo compito per mezzo della costruzione, tramite i simboli della logica, di un edificio puramente formale nei Principia mathematica , composti insieme a Whitehead: qui i teoremi della matematica pura sono dedotti a partire dalla definizione di zero, numero e successore, usando regole di derivazione delle proposizioni.
Questa derivazione é attuata grazie all'ausilio di 4 operatori o costanti logiche: 'non' (negazione), 'e' (congiunzione), 'o' (disgiunzione) e 'se..., allora...' (implicazione).
Russell é convinto che la matematica pura é la classe di tutte le proposizioni che hanno la forma dell'implicazione e che é compito della logica analizzare questa relazione. Ma per dimostrare che la matematica si fonda sulla logica, si deve anche dimostrare che i numeri naturali e, quindi, tutte le nozioni fondamentali dell'aritmetica, sono definibili in termini di classe. I numeri non coincidono con le classi di oggetti che sono contati, ma sono quel che tutte queste collezioni di oggetti hanno in comune. Russell definisce pertanto il numero cardinale come ' la classe di tutte le classi simili ad essa ', cioè di tutte le classi i cui membri possono essere correlati uno ad uno. Ad esempio, una classe ha tre membri, se appartiene alla classe alla quale appartengono tutte le classi simili ad essa, dove 'simile' vuol appunto dire che i membri di tali classi possono essere correlati uno ad uno. In tal modo ogni discorso aritmetico su numeri é formulabile nei termini di un discorso meramente logico riguardante le classi e le loro relazioni.
Ben presto tuttavia Russell prese atto che il concetto di classe, o di insieme, può dar luogo ad antinomie o paradossi. In particolare, il pensatore inglese individuò, già al termine della stesura dei Principi di matematica, una contraddizione relativa alla nozione di 'classe di classi', la quale é essenziale per definire i numeri naturali. Egli distinse tra classi che non sono membri di se stesse, cioè non contengono se stesso come elemento: ad esempio, la classe degli uomini non é un uomo e, quindi, non é un membro di se stessa, mentre la classe di tutti i concetti é a sua volta un concetto e, quindi, contiene se stessa come elemento.

A questo punto si pone l'interrogativo: la classe di tutte le classi, che non sono membri di se stesse, é membro di se stessa?

Se si dice 'sì' , essa é una classe che é membro di se stessa, ma allora contiene se stessa come elemento e, quindi, non é più la classe di tutte le classi che non contengono se stesse come elemento. Se si dice 'no', essa é una classe che non é membro di se stessa, ma allora appartiene alla classe delle classi che non contengono se stesse come membro e, quindi, contiene se stessa come elemento. Quale che sia la risposta data, ne consegue sempre e comunque l'opposto rispetto ad essa: questo vuol dire che la nozione di classe di tutte le classi che non contengono se stesse come elemento genera contraddizioni. Questa antinomia faceva vacillare il programma logistico: quale é l'utilità nel definire i numeri in termini di classi, se la nozione di classe genera contraddizioni?
Per risolvere questo problema, Russell elaborò la cosiddetta teoria dei tipi, in un primo tempo in una versione più semplice e poi in una più complessa, detta 'ramificata' . A suo parere, i paradossi nascono da un circolo vizioso, consistente nel ' supporre che una collezione di oggetti possa contenere membri definibili solo tramite la collezione presa come un tutto ' . Per evitare questo circolo vizioso, che consiste nell'autoriferimento di una totalità o di una classe a se stessa, bisogna evitare che tale totalità sia predicata di se stessa e far sì che qualunque asserzione su di essa cada fuori dalla totalità stessa. Per Russell a questo si può provvedere distinguendo tra vari livelli o tipi di oggetti e predicati: di tipo 1 sono gli individui (ad es. Socrate), di tipo 2 sono le proprietà o le classi di individui (ad es. l'umanità), di tipo 3 sono le proprietà o le classi di proprietà e così via. Il paradosso delle classi sorge dal presumere che tutte le classi siano di un tipo solo, mentre é fondamentale che le proprietà di un livello o tipo superiore siano applicate, vale a dire predicate, solamente ad oggetti di tipo inferiore. Questo vuol dire che, data ad esempio la funzione proposizionale 'se x é un uomo, x é mortale' , la teoria dei tipi dà regole per i valori che x può ammettere. Ad esempio, da tale funzione é legittimo inferire la proposizione 'se Socrate é un uomo, Socrate é mortale' , ma non 'se la legge di contraddizione é un uomo, allora la legge di contraddizione é mortale' : quest'ultimo é solamente un gruppo di parole scevro di senso. Questo implica che 'Socrate' e 'la legge di contraddizione' appartengano a tipi diversi tra loro.

LINGUAGGIO E CONOSCENZA

La scoperta dei paradossi relativi alle classi portò Russell a riconsiderare il proprio originario platonismo, cioè l'assunzione dell'esistenza oggettiva di una molteplicità di entità; un problema particolarmente spinoso era dato dai cosiddetti oggetti non esistenti, di cui aveva parlato a suo tempo Meinong, come, ad esempio, il 'quadrato rotondo'. Sappiamo che oggi non esiste un re di Francia, ma é possibile interpretare una frase del tipo 'l'attuale re di Francia é calvo' senza riferirsi ad un'entità? A questi problemi Russell tentò di rispondere con un articolo di fondamentale importanza, intitolato Sul denotare, pubblicato nel 1905 su Mind, una delle più famose riviste inglesi di filosofia: in esso, Russell costruì quella che é nota come teoria delle descrizioni.
Esempi di frasi denotanti sono 'un uomo' , 'ogni uomo' , 'l'attuale re di Inghilterra' , 'l'attuale re di Francia', e così via. Esse possono avere la funzione di soggetti grammaticali in una proposizione, ma bisogna per questo ammettere che esse si riferiscano ad entità?
Per Russell se si possono riformulare in enunciati, che non contengono più frasi denotanti, non é più necessario supporre che tali frasi siano nomi che denotano entità. Diventa cioè possibile introdurre un principio di economia, una specie di rasoio di Ockham, nell'universo sovrappopolato di oggetti, di cui avevano parlato Meinong e Russell in persona, e non é più necessario assumere l'esistenza oggettiva di classi, punti, istanti, particelle. Così, ad esempio, una descrizione del tipo 'ogni x é y' é riformulabile in 'per tutti i valori di x, x é y é vero': in questo modo viene estirpato 'ogni' e non é più necessario assumere che esista una misteriosa entità il cui nome sarebbe 'ogni'.
La forma logica di questi enunciati viene perciò spiegata e chiarificata tramite una parafrasi in cui la descrizione viene abolita. Più complesse sono le descrizioni definite, precedute dall'articolo determinativo, ma anch'esse sono sottoponibili allo stesso tipo di analisi. Così, ad esempio, 'l'autore di Ivanhoe é scozzese' non predica una proprietà di una particolare entità, cioè non implica l'esistenza di un'entità, il cui nome sarebbe 'l'autore di Ivanhoe' . Tale frase infatti é parafrasabile come la congiunzione di tre proposizioni: 1 ) almeno una persona ha scritto Ivanhoe ; 2 ) al massimo una persona scrisse Ivanhoe; 3 ) chiunque abbia scritto Ivanhoe é scozzese. Come é evidente, qui non si assume più l'esistenza di un'entità chiamata 'l'autore di Ivanhoe' ; si può dire in modo comprensibile 'l'autore di Ivanhoe é scozzese' , anche se Ivanhoe non avesse autore; in tal caso l'enunciato risulterebbe falso. Allo stesso modo 'l'attuale re di Francia é calvo' ha senso, senza che per questo motivo si debba assumere l'esistenza di un'entità così denominata.
La teoria delle descrizioni permette a Russell di affrontare il problema della conoscenza, riprendendo e sviluppando una distinzione tra due tipi di conoscenza, già presente in William James. La prima é la conoscenza diretta ( in inglese by acquaintance ), la quale ha come oggetto qualsiasi cosa di cui si sia consapevoli direttamente, senza che ci siano ragionamenti o conoscenze acquisite per altra via a far da intermediari. Questi oggetti sono i dati della percezione sensibile, ma anche gli universali, come la bianchezza, la somiglianza, ecc; essi sono i materiali in base ai quali si perviene con un lavoro costruttivo ad una seconda forma di conoscenza, la conoscenza per descrizione, la quale permette il superamento dei limiti dell'esperienza strettamente personale e la conoscenza delle proprietà di una cosa, anche senza avere esperienza diretta della medesima.
Di questo tipo é per Russell la conoscenza degli stessi oggetti fisici, i quali, come diceva Moore, non ci sono noti per esperienza diretta, ma solo tramite un processo di inferenza a partire dai dati della nostra percezione: così perveniamo alla descrizione di un oggetto fisico come di quell'oggetto che causa determinati nostri dati percettivi. In questo senso, l'oggetto fisico detto tavolo, ad esempio, é una costruzione logica elaborata a partire dall'esperienza sensibile. Con questa teoria Russell vuole difendere non solo il senso comune, come faceva Moore, ma anche e specialmente la validità della conoscenza scientifica.

La conoscenza della verità si articola su due livelli, la conoscenza immediata di proposizioni riguardanti dati di senso e relazioni logiche, la quale é dotata di certezza, e la conoscenza derivata da queste, la quale é suscettibile di errore.

In particolare, si pone il problema della relazione tra i dati sensibili e le nozioni di spazio, tempo, materia, quali sono non solo usate, ma costruire una fisica matematizzata. A questo scopo Russell introduce il concetto di sensibilia, nell'opera intitolata La nostra conoscenza del mondo esterno (1914): i 'sensibilia' sono oggetti con lo stesso status ontologico e fisico dei dati sensibili, ma che di fatto nessuno percepisce. I dati sensibili, infatti, per Russell non sono stati mentali o costituenti di stati mentali e, quindi, nulla impedisce di supporre che esistano sensibilia come costituenti ultimi del mondo fisico. Sia le cose del senso comune, sia gli oggetti delle scienze fisiche risultano pertanto essere costruzioni a partire dai sensibilia: in particolare, una cosa del senso comune é solo la classe delle sue apparenze attuali o possibili.
Questo vuol dire che quel che é reale di una cosa sono tutti i suoi aspetti, mentre la cosa stessa é solo una costruzione logica di riunificazione di questi aspetti. Gli oggetti fisici sono allora definibili come serie di dati sensibili, legati insieme da sensibilia, e la scienza fisica non necessita di ipotizzare oggetti fisici, come qualcosa di distinto dai nostri dati sensibili.
Anche sotto questo profilo, Russell metteva in atto il principio di economia del rasoio di Ockham: quanto più é ridotto al minimo il numero delle entità necessarie, tanto minori sono i rischi di errore che si possono correre nell'enunciare le proprie teorie.
Anche in altre opere, come Analisi della materia (1927) e La conoscenza umana (1948), Russell tentò di dimostrare la continuità delle conoscenze acquisite dalla fisica con i dati percettivi dell'esperienza comune; fu sempre convinto che le conoscenze scientifiche dovessero essere accettate proprio perchè implicano un minor rischio di errori, ma riconobbe che, in generale, ' tutta la conoscenza umana é incerta, inesatta e parziale '.

Le discussioni con l'allievo Wittgenstein portarono Russell nel primo dopoguerra a rielaborare le proprie concezioni precedenti, dando luogo a quella che lui stesso definì la filosofia dell'atomismo logico; egli parte dall'assunto che la totalità del mondo é costituita da fatti atomici, i cui ingredienti sono i dati sensibili e gli universali: fatti atomici sono ad esempio che Socrate é morto o che A sta prima di B, dove A e B sono dati sensibili. Ai fatti atomici corrispondono, sul piatto linguistico, le proposizioni atomiche: di questo genere sono ad esempio 'questo é rosso' , cioè l'attribuzione di una proprietà universale semplice (rosso) a una particolare semplice (questo) o 'Garibaldi fu il marito di Anita' , cioè l'asserzione che determinati oggetti stanno fra loro in una determinata relazione. I fatti possono essere particolari o universali e trovano dunque espressione compiuta in proposizioni del tipo 'questo é rosso' o 'tutti gli uomini sono mortali' , ma i fatti di per sè non sono nè veri nè falsi, mentre vere o false sono le proposizioni che ne parlano, a seconda che corrispondano o meno ai fatti stessi. In questo modo Russell fa propria la teoria della verità come corrispondenza delle proposizioni ai fatti; tramite l'uso dei connettivi, cioè di quelle che aveva un tempo chiamato costanti logiche, si costruiscono a partire dalle proposizioni atomiche le proposizioni molecolari.
La verità delle proposizioni molecolari dipende dalla verità delle sue componenti atomiche, cosicchè ad esempio 'P é Q' é vera se sono vere le proposizioni atomiche P e Q. Al centro della filosofia dell'atomismo logico c'é dunque lo studio delle connessioni tra il linguaggio e il mondo, al fine di raggiungere una conoscenza del mondo. Russell fu del parere che la domanda centrale dell'epistemologia fosse: perchè si deve credere a questo piuttosto che a quello? La risposta a questa domanda può essere fornita, a suo avviso, solo facendo riferimento alle conoscenze di base date dall'esperienza immediata.
In questo senso Russell si sarebbe opposto ai tentativi di ridurre le questioni epistemologiche a questioni meramente linguistiche e a considerare la verità delle teorie scientifiche in termini di pura coerenza interna fra le proposizioni costitutive di una scienza. Allo stesso modo, Russell avrebbe aborrito come futile gioco o semplice contributo alla lessicografia l'analisi del linguaggio comune, sulla quale insisteva Wittgenstein e molti filosofi di Oxford di quegli anni.

IL PARADOSSO DEL BARBIERE

In campo filosofico, non si sa bene perchè, l'immagine dei barbieri e dei loro strumenti è piuttosto ricorrente: Guglielmo da Ockham, nel Medioevo, aveva impiegato filosoficamente il concetto di 'rasoio' per spiegare come sia opportuno ricorrere al minor dispendio possibile di energia esplicativa, tagliando via, proprio come fa il barbiere con il rasoio, il superfluo.
Bertrand Russell, invece, esattamente nel 1901, ideò quello che è divenuto celebre come 'paradosso di Russell' o 'paradosso del barbiere', consistente in questo enunciato: in un paese dove tutti gli uomini sono rasati, esiste un solo barbiere il quale rade tutti gli uomini che non si radono da soli. Ma allora, chi rade il barbiere? Analizzando il problema con la teoria degli insiemi, è chiaro che nel paese esiste l'insieme degli uomini che si radono da soli e quello degli uomini che si fanno radere. Il barbiere si rade da solo? Impossibile, perchè il barbiere rade tutti gli uomini che non si radono da soli! Qualcun altro lo rade? No, perchè il barbiere rade tutti gli uomini che non si radono da soli!
Ci troviamo di fronte ad un paradosso. Secondo Russell, per superarlo, bisogna correggere la nostra convinzione (errata) che per ogni proprietà debba per forza esistere un insieme: in qualche caso non si forma nessun insieme coerente.

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