Salvatore Veca

Discussione sul fallimento del comunismo


(dibattiti organizzati presso il Liceo G.B. Vico di Napoli, 1999)

Salvatore Veca: Buon giorno. Mi chiamo Salvatore Veca. Quando avevo la vostra età, avrei voluto fare il romanziere. Poi decisi che il mio sogno era quello di fare il matematico. Ho fallito in entrambi questi miei progetti e così ho cercato di dedicarmi alla filosofia. Oggi abbiamo un tema di discussione difficile e importante: Perché è fallito il comunismo? Ora visioneremo una scheda introduttiva poi apriremo la discussione.

Commentatore: Lo storico francese Francois Furet ha sostenuto che il comunismo è stato un grande miraggio collettivo. Quando nel 1917, con la Rivoluzione d'Ottobre, i bolscevichi presero il potere in Russia, molti accolsero questo evento come l'inizio di una nuova era per l'umanità. Da allora, per oltre un quarto di secolo, il comunismo sovietico ha cercato di rappresentare l'alternativa al sistema liberale capitalistico. La Rivoluzione d'Ottobre ha suscitato entusiasmi profondi e avversioni altrettanto profonde. Molti sono morti per realizzare nel loro paese il comunismo, molti altri invece, a causa del comunismo. Eppure, osserva Furet, dell'universo comunista, non restano che uomin, riconvertiti a un altro sistema. Della loro precedente esperienza non rimane neanche un'idea. La fine della Rivoluzione Russa e la scomparsa dell'impero sovietico si sono lasciate dietro una tabula rasa senza confronto con quanto era rimasto in piedi dopo la fine della Rivoluzione Francese e la caduta dell'Impero Napoleonico. Al momento della disgregazione l'Impero Sovietico si rivela nella bestia senza precedenti di una ex superpotenza, che non è riuscita a rappresentare una civiltà. Come imprevedibilmente il comunismo sovietico è nato, così, in modo altrettanto imprevedibile, è morto. Ma il fallimento del comunismo si deve veramente - come dice Furet - ad essere stato, fin dalla sua origine, un miraggio inconsistente? Se è stato un miraggio il comunismo, può però essere un miraggio anche l'idea di giustizia sociale, che lo aveva mirato?

Studente: Secondo Lei il popolo russo ha partecipato attivamente alla caduta del comunismo, oppure l'ha subita? E, ancora: al giorno d'oggi, sempre secondo il suo parere, quella società tornerebbe indietro oppure resterebbe nelle attuali condizioni in cui si trova?

Veca: Noi sappiamo che il popolo russo, tanto per intenderci, è stato ampiamente passivo ai fatti storici dell’89 – ‘91. Questo è accaduto anche quando è cominciata questa storia, piena di tragedia e di bellezza come si vedeva nel filmato, del Comunismo sovietico. Prima osservazione: quelle che andarono al potere nell'ottobre del 1917 furono delle vere e proprie élites giacobine. Ciò che resta oggi di quel mondo è rappresentato da pezzi del ceto politico di quell'epoca o da brandelli di gruppi di potere, che, in qualche modo, continuano ad apparire sulla scena, nonostante il compimento, ormai avvenuto, del lento naufragio e dell'inabissamento del sistema comunista sovietico.

Studentessa: Forse una delle maggiori debolezze tra tutte le idee del fondatore ideologico del comunismo è stato il proporre il marxismo come un modo per cambiare fattivamente la società, anziché come una critica dettata dall'economia politica nei confronti del mondo capitalistico?


Veca: Al riguardo io ho in mente un'idea molto semplice. Il marxismo, come progetto di ristrutturazione dell'economia politica sarebbe rimasta per i posteri come un'idea grandiosa dell'Ottocento. Il destino di questa idea è andato definitivamente compromettendosi nel nostro secolo, nel secolo che sta chiudendosi, e forse non sarebbe andata a finire così se la leadership bolscevica, quella di Lenin per intenderci, non avesse, ad un certo punto, operato unicamente per arrivare alla conquista del potere, la presa di un potere che, sul contesto della guerra, rischiava di lasciare vuoto la leadership del Palazzo d'Inverno (ovvero dei Romanov). Allora tutti gli aspetti interni della teoria di Marx, la critica dell'economia politica, rispetto agli esiti della storia contemporanea, la storia del nostro secolo, risultano essere meno importanti del fatto che, in un qualche modo, una qualche versione del marxismo finì per diventare lo strumento ideologico di base, il programma fondamentale da cui attingere l'unica credenza politica accettabile, con cui le élites bolsceviche, l'organizzazione bolscevica, condussero la propria strategia per la presa del potere. Questo fu il punto fondamentale dove avvenne la frattura tra l'ideale ottocentesco e l'ideologia storica del marxismo.

Studentessa: È possibile trovare in Platone un antesignano dell'ascesa e del crollo del comunismo? In un certo senso, in effetti, già Platone ha parlato dell'impossibilità di realizzare tale progetto!

Veca: Questa è una domanda molto difficile. Le vorrei spiegare perché, secondo me, è una questione difficile. Platone è stato, spesso, considerato, in questo secolo, da molti critici del comunismo - del comunismo come tipo di totalitarismo - uno dei suoi promotori ante litteram. Ce ne sono stati tanti, in realtà, di modelli ideologici dittatoriali e totalitari e ne abbiamo avuto un bel numero, di totalitarismi, in questo secolo. Platone è stato presentato, per esempio, da un filosofo della scienza come Karl Popper, come un antesignano del totalitarismo comunista. L'accusa di Popper a Platone, che è ormai divenuta un classico della storia della filosofia contemporanea, è quella di aver presentato nel suo pensiero politico, il primo modello conosciuto nella storia del pensiero occidentale, di società chiusa, in contrapposizione al modello, comune ad ogni società autenticamente democratica, secondo la teoria popperiana, di società aperta. Senza tener conto del fatto che tutta la tesi di Platone, portata avanti nel dialogo Repubblica, è un ideale abbastanza astratto - ecco perché, in questo senso, la Sua domanda è molto difficile -, ci si può porre qualche quesito di tipo storico sull'altro aspetto, meno filosofico e più politico, dell'intera questione. Come abbiamo sentito, anche nella scheda introduttiva, in qualche modo la Rivoluzione d'Ottobre - qui siamo alle origini di tutto il dramma - ha finito per costituire uno delle grandi credenze mitologiche collettive di questo secolo. Su questo un grande storico francese come Francois Furet, nel suo ultimo lavoro, Il passato di un'illusione, ha molto riflettuto. Mi piacerebbe leggere assieme a Voi qualcosa del contributo di Furet per valutare come egli abbia analizzato questa aspetto. Ascoltiamo un brano dell'intervista a Furet.

François Furet : Quando si prende in esame la storia del XX° secolo si è obbligati a riconoscere, se si fa storia con attività analitica, che la fede comunista si è largamente e massicciamente incarnata nell'Unione Sovietica. Il fatto sorprendente è che questa fede si sia sviluppata nonostante la tragicità di tutta quella esperienza. Con ciò non intendo dire che, a sinistra, non ci siano state delle menti realmente lucide. Ce ne sono state e ne ho sempre avuto il massimo rispetto. Io considero Arthur Köestler come uno dei maggiori scrittori del secolo, Kautsky come uno dei più grandi marxisti della storia europea. Ma non hanno avuto credito a livello di risonanza, sono rimaste delle voci isolate. Si osservi la scena politica francese o italiana, negli anni Quaranta, alla fine della guerra. L'Unione Sovietica è riuscita a incarnare di nuovo la speranza comunista. È questo il problema che mi appassiona: la storia di una speranza, impiantata su una tragedia, il fatto che il tragico corso del bolscevismo non abbia distrutto la speranza. E, in fondo, la speranza è rimasta viva fino a Gorbaciov, perché ancora sotto Gorbaciov si sperava di trovare una via d'uscita. Solo dopo la caduta di Gorbaciov la speranza è venuta definitivamente meno.

Veca: Questo spunto tratto da un'intervista a Furet costituisce lo sfondo di un'ipotetica discussione che varrebbe la pena, secondo me, approfondire, - se siete d'accordo naturalmente - La domanda interessante, - per noi che riflettiamo sulla storia alla fine del secolo attuale - è: come mai questa vicenda, che io penso - come anche Furet -, sia stata una delle più grandi modernizzazioni rivoluzionarie mai attuate in paesi economicamente arretrati - "la grande rivoluzione contro il capitale", come diceva Gramsci, è riuscita a diventare, al tempo stesso, una sorta di emittente di speranze collettive? Dove? In quali parti del mondo? Quando? Oggi che, per quanto riguarda l'Impero Sovietico, ci troviamo di fronte soltanto macerie, è importante comunque poterci domandare: dove è andata a finire tutta quella domanda di giustizia sociale che la vittoria del comunismo nell'ottobre del '17 aveva contribuito a galvanizzare?

Studente: Partiamo da un presupposto: il capitalismo è un sistema economico nel quale più una persona mostra di valere, più essa può proseguire nella salita della scala sociale, diventando più ricca e godendo, quindi, di maggiori agevolazioni economiche, rispetto alle altre persone. Il comunismo non può concepire questa concezione del valore umano. Questa mancanza di comprensione delle effettive differenze tra le risorse umane non avrà portato tanti cittadini dei diversi regimi comunisti dell'URSS e dei paesi satelliti, ad una specie di esasperazione, ovvero all'esasperazione di vedersi tutti costretti ad essere perfettamente uguali, pur non essendo affatto tutti uguali? E da questa esasperazione non potrebbe essere nato, in seguito, l'anelito alla distruzione di questo sistema da parte dei sudditi dell'Impero Sovietico?

Veca: Questa domanda è molto bella. Io, però, direi questo: in fondo, nessuno dei cittadini sovietici - adesso parlerò molto rudemente - si è mai realmente messo in mente il progetto politico di smantellare il sistema sovietico. Il sistema sovietico si è autosmantellato, in qualche modo. In effetti, la domanda contenuta nel nostro titolo Perché è fallito il comunismo? andrebbe intesa come: Perché è fallito il comunismo sovietico e filosovietico? (visto che esistono ancora regimi comunisti in Cina, nel Vietnam, o a Cuba).
Quel che è avvenuto è stato il crearsi di un vero e proprio buco nero del potere. Se si pensa a quel che è avvenuto realmente nel 1917, all'indomani dello scoppio della Grande rivoluzione d'ottobre - ci si potrebbe ritrovare a pensare a spostamenti di grandi masse di popolazione agitate da un unico scopo. Persone che stanno insieme ad altre, che cercano di ottenere uno scopo finale, il rovesciamento di un regime tramite la rivoluzione comunista. Ma se Voi pensate solo per un istante al passaggio dagli ultimi anni, degli anni Ottanta, (ma stiamo parlando in realtà, grosso modo degli anni che vanno dall'89 al '91) ad oggi, Voi non potrete certamente pensare ad immagini di grandi masse che si muovono per realizzare l’abbattimento di un impero in sfacelo, così come era stato per quello zarista. Pensate: questo non avvenne neppure ai lati dell'Impero, cioè nei cosiddetti paesi - satellite. Quando è stata tentata l'ultima riforma di Mikhaijl Gorbaciov (non a caso Gorbaciov è stato quello che ha tentato, con tutta la leadership) a quel punto la rottura del sistema di comando, che doveva riguardare la sovranità di quei cittadini di cui parlava Lei prima, fece sì che, come disse il grande storico inglese Eric J. Hobsbawm autore de Il secolo breve, come una specie di enorme superpetroliera, la società sovietica finì per inabissarsi. Questo avvenne perché le motivazioni di fondo del cittadino sovietico si erano definitivamente spente. Il sistema di scambio classico, tra il cosiddetto uomo sovietico o la cosiddetta donna sovietica e lo stato comunista era del tipo: io cittadino a te, stato, do poco, tu stato mi dai poco, ma tu mi tolleri e io mi conformo a questa società. Sicuramente la struttura sociale dominante non era basata su forti incentivi, ma non era neppure completamente irrazionale. I cittadini sovietici, negli anni di Breznev, che furono gli anni della stagnazione economica, stavano meglio di quanto stessero i loro padri sotto Stalin. Ma si trattava, nel contempo di un sistema completamente diverso dal sistema di incentivi di una società in cui vi sia mercato, in cui alle persone è assegnato un qualche ruolo allo sforzo e al merito. Ma anche su questo torneremo, perché era la questione di Furet, quella della speranza che questo si potesse superare.


Studentessa: Ciò che si realizzò in Russia fu veramente il comunismo?

Veca: Su questo non si può dire nulla di definitivo, perché tutto può dipendere da come noi definiamo il concetto di "comunismo". La domanda da lei posta è molto importante, perché se noi intendessimo con "comunismo" una determinata cosa rischieremmo di compromettere la possibilità di offrire una riposta realistica alla Sua questione. Dobbiamo, allora, capire bene qual è la questione da affrontare. Essa è la seguente: il sistema politico, economico, culturale (in seguito chiamato il socialismo reale o realizzato) che, dal '17 al '91, governò la vita di centinaia di milioni di esseri umani fu o non fu il sistema socialista tout court? Se noi volessimo pensare che quello lì fu il comunismo, allora il comunismo è qualcosa che è, effettivamente, collassato. Ma se qualcuno mi dicesse: "No! Io con comunismo ho sempre voluto intendere una comunità di donne e uomini liberi, indipendenti ed emancipati e, dunque, qualcosa che non può avere nulla a che fare con l'effettiva esperienza sovietica", ebbene, io gli risponderei "Okay: allora vediamo di capire di cosa stiamo parlando". Non so se mi sono spiegato. Io ho l'impressione che, di nuovo, dovremmo tenere conto di due aspetti - i due aspetti che sono già toccati nella nostra discussione Uno di essi è quello della storia delle trasformazioni di sistemi, di istituzioni di comando, di controllo e l'altra aspetto è quello relativo alla storia delle credenze su questo mito contemporaneo. Ed ecco tornare di nuovo il tema di Furet in un certo senso. Questo è tutto quello che io onestamente risponderei a questo problema.

Studente: Secondo il parere di molti la proprietà privata fa parte, in qualche modo, della personalità stessa dell'uomo. Lo dimostra anche lo stesso fatto che in Russia per applicare l’esistenza di uno Stato che escludesse la proprietà privata sono stati necessari milioni di morti. Lei non pensa che l'errore fondamentale del comunismo, la causa della sua caduta, possa essere ricondotto principalmente all'assenza della proprietà privata, un valore antropologico in grado di determinare l'uomo stesso? Nella storia, del resto, nessuno ha mai messo in crisi la proprietà privata prima del comunismo....

Veca: "Salvo i gesuiti negli esperimenti del paradigma", si suol dire. Lei, in parte, ha ragione. Io riformulerei così la sua domanda: una delle grandi componenti di quel sistema di cui discutevamo prima consisteva nella idea che vi fossero - mettiamola così - dei fini sociali, dei fini collettivi per i quali era giusto ridurre, sacrificare o azzerare, non tanto o solamente la proprietà privata, quanto la stessa libertà individuale. Dopodiché, tra questi due diritti, libertà personale e proprietà privata, vi è una connessione molto importante. Il concetto che individua la connessione fra le libertà delle persone e le libertà di ciascuno di Voi e l’idea stessa di proprietà, è la semplice constatazione del fatto che ogni proprietà prima di trattarsi, ad esempio, la proprietà di questa penna biro piuttosto che di questa cravatta o del suo accendino zippo, è la proprietà di noi stessi. Non vorrei dare ora una lezione di filosofia politica, ma, guarda caso, la stessa idea di libertà moderna, l'idea del filosofo inglese John Locke è basata proprio su questa constatazione: vi sono delle persone, che sono, prima di tutto, proprietarie di se stesse. Vi sono, inoltre, delle persone che sono proprietarie di altro. Le persone libere sono le prime citate. Ed essere proprietari di se stessi significa poter disporre di sé stessi e poter scegliere. Se noi riducessimo o azzerassimo questo aspetto della personalità umana chiaramente avremmo quell'effetto di cui Lei ha appena parlato: lo svuotamento di una delle libertà fondamentali.

Studente: Per questo motivo, dunque, il comunismo è stato un errore di portata epocale: esso si è rivolto immediatamente contro la libertà personale delle persone, soprattutto contro la libertà di appropriarsi e di consumare liberamente ciò che si vuole. Da ciò non deriva, forse, che la libertà personale di un individuo consisterebbe fondamentalmente nel suo consumismo?

Veca: Quello di cui Lei ha appena finito di parlare non è stato l’unico marchingegno nel Novecento in cui le libertà individuali siano state tragicamente compresse. Noi, innanzitutto, abbiamo conosciuto, in questo secolo, una tragica vicenda: quella del totalitarismo. I grandi totalitarismi - pensate alla vicenda fascista o alla vicenda nazional - socialista, nazista, o alla vicenda giapponese - hanno tutti, insieme al totalitarismo sovietico, in fondo violato lo stesso principio della priorità delle libertà individuali delle persone. Primo chiarimento terminologico: libertà individuale delle persone significa diritto non libertà assoluta ovvero potere; su questo dobbiamo intenderci. Il principio guida è che, comunque stiano le cose, ceteris paribus, la priorità fondamentale deve essere lasciata alla libertà di scelta delle persone. Ora perché noi oggi ci interroghiamo su questo nostro problema? Perché Furet, assieme a tanti storici, si è interrogato su questa strana questione? Come mai quell’idea è stato un momento topico per la speranza collettiva di milioni di persone almeno per cinquant'anni? Ma, soprattutto, cerchiamo di non eludere un'altra questione, di natura prettamente storica, che nasce da questa constatazione: nazismo e fascismo sono stati sconfitti nella catastrofe della guerra, ma allora io mi domando - io non sono uno storico, ma discuto molto con gli storici - ma come ha potuto collassare l'impero sovietico senza perdere un conflitto bellico? Chi è stato il killer del sistema comunista sovietico? È come se il comunismo sovietico avesse perso senza combattere. Il nazismo venne sconfitto nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale, il fascismo venne sconfitto un po' prima, i Giapponesi vennero sconfitti, alla fine con un bombardamento atomico. Questi sono tutti atti della tragedia fondamentale di questo secolo, la seconda guerra mondiale. Ma, al di là di tutto questo, è come se l'Unione Sovietica avesse perso una guerra senza averla combattuta! Quindi questa è un’altra delle riflessioni, secondo me, su cui vale la pena soffermarsi: perché è fallito quel sistema, che, comunque, a modo suo, si basava sulla violazione del principio della priorità delle libertà individuali?

Studentessa: Professore, mi scusi, come mai, come simbolo del tema trattato in questa puntata, ha scelto un pezzo del Muro di Berlino e lo Sputnik sovietico?

Veca: La ringrazio per la domanda. Ho scelto un pezzo del Muro di Berlino perché non avevo tempo per scegliere una cosa più originale, quindi deciso di scegliere l'ovvietà. L'ovvietà ha sempre avuto un certo ruolo nelle nostre vite e, spesso, ci rende più felici, più grandi, più agevoli, di fronte a molti problemi. Perché il Muro di Berlino? Perché il Muro di Berlino - e questo appunto è l'aspetto banale e, allo stesso tempo interessante - collassò, nel senso letterale della parola, ovvero crollò, quando nel mondo avvenne una cosa, che precedette l'implosione del sistema totalitario sovietico, ossia ciò che viene chiamato dagli storici il rientro dell'Impero. Sostanzialmente fu come se alla fine degli anni Ottanta, nei Paesi, diciamo dipendenti dall'Unione Sovietica, ovvero l'Ungheria, i paesi Baltici piuttosto che la Polonia, la Cecoslovacchia - allora c'era ancora la Cecoslovacchia - si andasse diffondendo la percezione che non sarebbero più arrivati i carri armati. Molti dei rovesciamenti avvenuti in tanti di quei paesi sono stati chiamati le "rivoluzioni gentili" o le "rivoluzioni di velluto". Sono state vicende molto curiose, perché sono state delle vere e proprie rivoluzioni senza conflitti. Salvo che in Romania, dove ci furono dei morti - purtroppo è impossibile affrontare senza essere macabri le tragiche contabilità di morti, di vite spezzate - dove Nicolae Ceausescu pensa di controllare la situazione tramite la Securitate, ovvero la polizia segreta rumena, cosa che, per fortuna, si rivelò falsa, in tutti i paesi ex comunisti, che ricordavo prima, il socialismo reale finì senza sparatorie. Tutto questo è ancora interessante perché questa banale idea del pezzo del Muro di Berlino risulta essere legata all'idea di una strana fine senza troppo rumore. Un finale che somiglia in troppo ad una implosione, piuttosto che ad una esplosione.
Perché invece ho scelto lo Sputnik? Quest’oggetto è legato ad una questione che ho discusso molte volte assieme a storici e economisti. Io ricordo - un ricordo personale - che quando appunto avevo deciso di abbandonare la matematica e Baudelaire, per fare filosofia - ero ancora un ragazzino - lo Sputnik, ovvero il fatto che i Sovietici fossero riusciti a spedire una capsula nello spazio con un razzo più potente di ogni altro allora in circolazione, generò un effetto di grande interdizione nel grande pubblico dell’occidente. In molti si chiesero: come hanno potuto questi signori che gestiscono un carrozzone chiamato comunismo sovietico trovare le risorse economiche e l’organizzazione per arrivare a tanto? In Unione Sovietica, in quegli anni, la produzione e la distribuzione di risorse, beni e servizi venivano gestite da un comune ed enorme centro politico, che si chiamava l'Ufficio del Gost Plan. Allora, evidentemente, l'investimento enorme, che veniva portato avanti sin dal dopoguerra, fu sostanzialmente un investimento in tecnologie, tecnologie che potessero avere delle ricadute anche sul piano delle spese militari (ad esempio il razzo che mise in orbita lo sputnik poteva portare su New York una bella testata nucleare). Questa non è mai stata una novità nell'Unione Sovietica. Ma resta una domanda che ancora ci si potrebbe porre: ma se questi signori sono stati in grado di mandare in orbita lo Sputnik e, nella buona sostanza, di creare anche un potentissimo armamento nucleare, come mai non vi sono state ricadute di quel tipo di investimento nella produzione di beni di consumo? Il punto è questo: la maggior parte delle cose che permettono di costruire innovazioni televisive, anche alla RAI, per esempio, sono elementi provenienti dai derivati collaterali di innovazioni prodotte su altri fronti. Per esempio, la ricerca spaziale ha sempre offerto un'infinità di effetti innovativi che poi hanno finito per costituire l’ossatura di tante altre innovazioni. Come dire: nei nostri aspira polvere c'è un pezzo di tecnologia dei satelliti. E allora ripropongo la questione: Perché lo stesso non è potuto avvenire nelle società comuniste, come la Russia sovietica? Perché coloro che erano responsabili della gestione delle risorse tecnologiche, della loro progettazione e della loro produzione evidentemente non conoscevano la logica dell'incentivo. Il sistema comunista sovietico era un sistema che doveva ridurre o azzerare gli incentivi delle persone a far la loro parte, perché tutto potesse rientrare all’interno della pianificazione della distribuzione delle risorse prevista dai piani quinquennali. Come si suol dire: per la maggior parte dei cittadini di quella società era riconosciuto il diritto all'ozio (in stile Animal Farm di George Orwell) per una parte minoritaria, ovvero la nomenklatura o coloro che detenevano vari livelli di potere nella società, erano previsti, invece soldi e prestigio!

Studente: Ciò che Karl Marx definiva il socialismo utopistico, ovvero tutto quel corpus di teorie, in effetti, tipiche dell'età preindustriale – cioè le utopie di Thomas More o di Tommaso Campanella -, non è mai riuscito ad affermarsi appieno nella storia. Un socialismo, invece, di tipo marxista si è affermato in Russia e nei paesi finiti nell’orbita politico - militare sovietica, seppure per breve tempo. Ora io mi chiedo: sul comunismo e sul suo destino, per così dire, infausto ha influito solo un insieme di fattori storici - essendo arrivato, il comunismo, al momento sbagliato, nel posto sbagliato, nel caso della Russia - , o, in effetti, è esso , come ideologia, di per sé ha sempre presentato un'incongruenza di fondo?

Veca: La Sua domanda possiamo dividerla in due parti. Il socialismo utopistico, di cui parlò anche e approfonditamente Marx, non fu soltanto quello preindustriale, bensì anche quello tipico di tanti suoi colleghi filosofi dell’ottocento, con cui lui, in prima persona, spesso si ritrovò a litigare. Lei pensi, per esempio, a Proudhon e a tutta la discussione condotta da Marx con questo filosofo, nell'ambito delle prime riunioni della Prima Internazionale, o con Mikhaijl Bakunin. L'idea di Marx era riassumibile, come è noto, in questa posizione: "il mondo, secondo i filosofi socialisti utopisti, dovrebbe essere fatto così; noi dovremmo, invece, capire dove va il mondo". C'è una bella differenza tra il dire: "Noi abbiamo delle ragioni morali per preferire un mondo in cui la gente non sia sfruttata, in cui le persone non siano dominate da altre persone", e affermare, invece, la necessità di trovare le leggi di trasformazione e di movimento della storia, il cui corretto utilizzo potrebbe far sì che il dominio dei potenti e lo sfruttamento spariscano. Questo fu l'idea di Marx. Questa idea fu molto potente, esercitò un grande fascino intellettuale, fu fonte inesauribile di interrogativi difficili e diventò la teoria scientifica del socialismo, trasformandosi, nel contempo, in risorsa ideologica, dotata di una straordinaria forza identificante. Di contro all'utopia dei primi socialisti essa si affermò come la scienza del socialismo e divenne una religione di salvezza mondana.
La seconda domanda che Lei ha posto, assieme alla prima, come mi sembra di capire, è tutt'altra. Noi dovremmo chiederci se il comunismo sia stato congruente o meno congruente con le proprie premesse, o se la storia l'abbia sconfitto. Proviamo a riformulare così questa domanda. Dalla fine del secolo scorso, fino a tutto l'arco dei primi vent'anni del XX secolo in Russia, nell'Impero zarista, assistiamo alla formazione di organizzazioni rivoluzionarie. Queste organizzazioni rivoluzionarie, ad un certo punto, di fronte ad una particolare contingenza presero il potere, affrontarono la guerra civile - non dimentichiamoci di questo particolare: la guerra civile fu finanziata in gran parte dalle superpotenze occidentali - e vinsero la guerra civile. I vincitori si ritrovarono in un paese enorme, arretrato, dallo scarso sviluppo economico, arenato in quel punto dell’evoluzione storica di una società in cui Marx aveva detto che mai si sarebbe realizzare la rivoluzione comunista, almeno secondo quella teoria "scientifica" (a questo proposito è utile ricordare che vi sono diciotto versioni di una lettera che lui scrisse ad un suo amico riguardo alla questione russa, moltissimi anni prima che scoppiasse la Rivoluzione d’ottobre in cui egli spiegava: "Io non ho un'idea secondo la quale si possa trovare un passe par tout per sapere come va a finire una storia..."), e ad un certo punto riuscirono a modernizzare un grande, un enorme, straordinario paese terribilmente arretrato, attraverso l’unica risorsa del puro comando politico e l’esercizio del suo monopolio. Questo è tutto ciò che, secondo me, ha avuto principalmente a che vedere con la storia dell'esperienza del comunismo nell’età contemporanea.

Studentessa: Secondo Lei, è possibile che il comunismo sia fallito perché non si è mai veramente realizzato?

Veca: Questo è esattamente quello che ci chiedevamo prima. Di nuovo: quando lei mi pone questa domanda qual è il suo problema? Che cosa ha in mente? Posso rifarLe io la domanda? Lei ha in mente qualcosa che più o meno dovrebbe suonare così: il comunismo resta una meta importante e desiderabile, ma, naturalmente, poiché ciò che è stato realizzato è stato realizzato in condizioni avverse, terribilmente avverse, tragicamente sfortunate, il metodo di realizzazione è stato completamente sbagliato e la storia ha spazzato via i risultati. Ma, e qui si inserisce il Suo interrogativo più allarmato, potrà pur esserci un metodo che ci consenta di perseguire quel fine senza arrivare alle stesse conseguenze. Questo è quello che Lei ha in mente?

Studentessa: Sì.

Veca: Ebbene, allora la discussione che potremmo fare per affrontare questo interrogativo dovrebbe essere una discussione nella quale se uno chiedesse: "esiste un comunismo possibile?", dovrebbe essere libero di credere in un comunismo desiderabile. Ci si dovrebbe sentir liberi di credere in un’enorme sfortuna storica che ha fatto sì che una società di persone libere ed eguali non si è potuta realizzare per via di ...una serie di errori procedurali. Questo non è solo un invito alla riflessione, per la responsabilità intellettuale che ognuno di noi ha, ma significa tornare alla sempiterna domanda che tutti i propugnatori o i detrattori del comunismo dovrebbero porsi: che cosa abbiamo in mente quando pensiamo ai tratti di una società comunista? Ma questo significa ripartire dalla domanda: quali tratti della società in cui io vivo, quali aspetti della società in cui io vivo non possono più andare bene? Ovvero: cosa è ingiusto? Norberto Bobbio, all'indomani del collasso della "parete del mondo comunista" disse: "Va bene: c’è stato il collasso del comunismo. Ma questo non può rappresentare la fine di ogni domanda di giustizia sociale". Se ripartiamo da qui, secondo me, potremmo fare un po' più di strada, credo, nella direzione giusta. Questa è la mia idea.

Studentessa: Mikhaijl Gorbaciov è stato colui che ha dato vita, per la prima volta in Unione Sovietica, ad una politica in favore della libertà di parola, di comunicazione, attraverso la perestrojka, il cui obiettivo era passare da un sistema economico accentrato ad un modo più decentrato di organizzare l’economia: Questo tentativo di Gorbaciov, questo nuovo modo di fare politica, si guadagnò le opposizioni dei fautori del "vecchio regime" ma anche i favori dei più, che erano desiderosi di riforme e che si erano resi conto che era possibile uscire dal totalitarismo attraverso una via graduale. Secondo Lei, il comunismo non potrebbe essere fallito proprio grazie a questa "indiretta" presa di coscienza?

Veca: Credo che si possa rispondere di sì, se ho capito bene la Sua domanda, in questo senso. La leadership di Gorbaciov e dei suoi epigoni fu la dirigenza che seguì al lungo periodo della stagnazione di Breznev, un periodo in cui tanti cittadini sovietici stettero meglio dei loro padri e dei loro nonni che avevano vissuto ai tempi di Stalin. La gente stava meglio in quell’epoca perché, bisogna ricordarlo, negli anni Settanta, la Russia aveva guadagnato molto dal fatto che la catastrofe dei prezzi petroliferi gestiti dai paesi arabi aveva favorito tutti i grandi esportatori di petrolio e di gas non appartenenti all’area mediorientale. Tutto questo consentì, in un sistema ormai stagnante, di continuare a sostenere il tenore di vita medio dei cittadini sovietici. Ma vi furono degli indicatori importanti - e questo non è un discorso filosofico, ma è un discorso da prendere pragmaticamente sul serio, non che non siano da prendere sul serio i discorsi filosofici -, che furono i primi sintomi di collasso del tenore di vita medio in Russia, sintomi rilevabili attraverso gli indici di mortalità che cominciarono a preoccupare gli osservatori sovietici esattamente verso la fine degli anni Settanta e verso i primi anni Ottanta. Un’altra delle cose che mise alle corde fu, da un lato, la crisi dell’Afghanistan, ovvero l'impegno militare in un paese straniero (fu una sorta di Vietnam per l'URSS), e dall'altro la sfida americana sul terreno del riarmo. Non dovremmo mai dimenticare il famoso progetto delle Guerre Stellari dell'amministrazione Reagan. I Russi cominciarono a sentirsi continuamente costretti a drenare risorse per riarmarsi e per portare il potenziale bellico a parità con il loro avversari. Poco tempo dopo lo scoppio della corsa al riarmo Andropov, che allora era il leader sovietico, morì. Lo sostituì Cernienko che è stato dimenticato da tutti, poverino! Rimase al Cremlino sette mesi con un "raffreddore", qualcosa del genere, dopodiché anche lui sparì. Tutti si resero conto del fatto che Gorbaciov, il suo successore, avesse un'altra struttura, un'altra età, un'altra cultura e Gorbaciov, dal canto suo, si rese perfettamente conto che bisognava fare qualcosa, perché sapeva che il sistema stava collassando. E la Glasnost, la politica di "trasparenza", fu l'idea di manovrare sul lato politico per un’apertura alle riforme democratiche. Perestrojka fu l'idea di lavorare, come Lei diceva giustamente, sul lato economico, per un decentramento dell’economia socialista. Furono sicuramente due ingranaggi che contribuirono a mettere in crisi la compattezza del sistema che fino ad allora aveva governato la Russia.

Studente: Prendendo in considerazione l'esperienza sovietica e, in particolare modo, guardando in profondità all'esperienza di Stalin come definirebbe quest’ultima quanto pensa che in essa siano stati rispettati i principi teorici del comunismo stesso.

Veca: Sicuramente l'esperienza di Stalin ha rispettato i principi teorici del marxismo. Sa i principi teorici del comunismo sono quelli della dottrina del marxismo - leninismo, Stalin non ha fatto altro che rispettare ciò che altri avevano codificato. Quindi il problema che di nuovo si presenta qui è il presente: quella di Stalin è stata la manovra politica di un autocrate che ha praticamente tenuto in mano, monopolisticamente, tutte le risorse del potere di un intero paese, sacrificando tutto il sacrificabile sull’altare della modernizzazione, tenendo in coma una società lungo la via dei piani quinquennali, sterminando i contadini russi che si opponevano a questo processo di modernizzazione, portando avanti le famose purghe interne allo stesso Partito Comunista Russo. Inoltre Stalin è stato colui che ha reinventato il riferimento alla "Grande Madre Russia" in occasione della Seconda Guerra Mondiale, per istillare patriottismo nei cittadini sovietici impegnati nel conflitto. Insomma: ha fatto molto di più che rispettare quei "principi", ma quei "principi", anche se solo formalmente, li ha rispettati tutti e alla lettera.
Ora però, di nuovo, la questione è: esiste qualcosa che potremmo definire "i principi del comunismo"? Quali sono? A cosa ci riferiamo? Capisce qual è la difficoltà del problema? Se lo guardassimo al di fuori di questo interrogativo, perderemmo di vista un pezzo fondamentale di tutta la storia delle esperienze storiche "classiche" del concetto di "modernizzazione giacobina" pilotata dall'alto, esperienze che hanno sempre implicato il ricorso al totalitarismo. Una delle prime caratteristiche che tutti i ricorsi alla modernizzazione pilotata dall’alto hanno sempre avuto in comune è stato il minimo comune denominatore dell'identificazione tra il partito al potere e lo stato e l’economia e l'identificazione tra partito, stato, economia, arte e cultura - e via dicendo. Cioè questa è l'idea base del totalitarismo, di ogni totalitarismo.

Studentessa: Ma secondo Lei, se non fossero state seguite le tesi che volevano la realizzazione di un socialismo in un solo paese, (ovvero le tesi di Stalin), e fosse stato dato maggiore ascolto a quell'ala del Partito Comunista Sovietico, che, facendo capo a Lev Trotzkij, proponeva un socialismo esportabile anche verso l'Occidente, non si sarebbero avute, (sensibilizzando maggiormente anche le nazioni occidentali) maggiori possibilità per il comunismo di affermarsi e di durare anche più a lungo nella storia?

Veca: Questa è una domanda ancora più difficile. Ora vorrei fare solo uno spot filosofico, tecnico: queste sono tipiche domande contenenti enunciati controfattuali. Sono un po’ come il problema del naso di Cleopatra... "se" non fosse stato bellino e all’insù, chissà come sarebbe andata la storia con Marco Antonio. Tutto questo per dire che si cominciano ad usare i "se" non si sa mai dove si può andare a finire. Quindi sono domande difficili. D’altra parte è pur vero che sebbene il problema del socialismo in un paese solo sia stato affrontato solo nel periodo staliniano, esso derivava dal dramma della dirigenza di Lenin. Fu Lenin il primo a dire: "aspetto la rivoluzione in Germania". Lenin sapeva benissimo cosa comportasse l’attesa della rivoluzione nel mondo occidentale. Il fatto che, ad un certo punto si fosse venuto a creare un isolamento, soprattutto in tutta la fase tra le due guerre, fu la risultante di un fatto in qualche modo che era inevitabile. Lei pensi solo al fatto che i movimenti comunisti, ovvero le tante e diverse componenti di "estrema sinistra" dei partiti socialisti europei, che diventarono comunisti dopo gli anni compresi tra il '17 e il '21, fecero lo stesso "errore" commesso in Russia dal loro "grande fratello" restando presenti solo nei vari paesi e chiudendosi. Questa è stata l'esperienza italiana, per esempio, in parte è stata l'esperienza francese, mentre quella spagnola stava per consumarsi tragicamente nella Guerra Civile. Il problema comune a tutti questi partiti era che, se doveva edificarsi una società socialista, non poteva che realizzarsi, per così dire, in un solo paese. Questa è stata la dura lezione impartita dalla storia ai movimenti comunisti mondiali.

Studentessa: Lei all'inizio ha parlato di un processo di implosione, che rende ancora impossibile, a molti studiosi, andare alla ricerca di un unico killer, come lo ha definito Lei, di una causa unica, esterna, precisa, che abbia potuto determinare la fine del sistema comunista. Però Lei non crede che nel processo di sfaldamento del sistema comunista abbiano giocato un ruolo essenziale, in gran parte, gli aspetti più deteriori della stessa economia sovietica?

Veca: Certamente! Ma per dirlo in una parola: io penso che ci sia stato, soprattutto, un killer interno. Il fatto che, almeno dagli anni Settanta, l'economia sovietica e la società - perché l'economia è in gran parte lo specchio di una società -, entrarono in una fase di stagnazione. D'altra parte la risposta a questa stagnazione, come si discuteva prima con la Sua collega, da parte degli ultimi riformatori fu una risposta (la glasnost) che tentò di articolarsi su di un piano politico senza riuscire a realizzare, però, la perestrojka sul piano economico. Questa è una cosa su cui vale la pena soffermarsi. Stiamo parlando della crisi, del collasso, del fallimento del comunismo sovietico. Ma allora pensate, solo per un attimo, al modello cinese! Il modello cinese, da Deng Xijao Ping in avanti, è stato un modello che, in qualche modo, è riuscito a realizzare i propositi auspicati dai critici della società sovietica, seguendo proprio la Sua proposta. Per dirla in uno slogan: dobbiamo lavorare sull'economia e mantenere ferme le leve di potere nel controllo politico. Tradotto in pratica: "facciamo fuori" migliaia di studenti a Tien an Men, violiamo i diritti umani, non lasciamo pluralismo politico, però, cari cittadini, se volete, arrichissez vous, potete arricchirvi! Non so se sono stato chiaro. La conseguenza è stata che il comunismo cinese, a differenza di quello russo, sta ancora lì...

Studentessa: Via Internet abbiamo trovato un sito su Boris Pasternak per collegarci al suo romanzo, Il Dottor Zivago, la cronistoria della vita di un medico - poeta, di un gruppo di suoi amici e della donna amata, travolti dalla bufera della storia, nel periodo che va dai moti del1905 alla Rivoluzione Russa, fino poi ai primi anni del dopoguerra. Questo libro fu pubblicato in tutti i Paesi ed ebbe un successo straordinario, mentre in Russia le autorità sovietiche non ne permisero la pubblicazione, lo censurarono, non per motivazioni politiche oppure ideologiche, ma semplicemente perché Pasternak tentò, in esso, di rappresentare la realtà. Una realtà non troppo funzionale al regime al potere. Quindi la Russia, per usufruire di un testo, che era emblematico della sua letteratura e della sua cultura, dovette aspettare la caduta del comunismo!

Veca: Sì. Questo fu un capitolo della grande tragedia di questo secolo. Io sono presidente della Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli di Milano. E la questione Pasternak è una questione di cui conosco la storia perché, ad un certo punto venne alla luce la storia romanzesca di un dattiloscritto di questo scritto, che non si seppe bene che fine avesse fatto. Vorrei concludere con una riflessione personale su questa vicenda. Qualsiasi regime totalitario di maggiore o minore intensità avrà sempre paura della diversità, avrà bisogno che al proprio interno non vi siano competizione, rigoglio, fioritura di prospettive, idee diverse. Ecco perché al proprio interno la linea che prenderà piede sarà sempre questa: "si cominci a togliere questo, si tolga un sacco di altre cose e si creino queste società silenziose. In esse vi saranno solo una minoranza di dissidenti, i quali, in genere, sono persone che possono avere contatti col resto del mondo, e avrete, in cambio un'enorme maggioranza di senza voce". Regimi di questo genere sono società che tendono a esaurire da sole, in quella implosione di cui parlavo, la propria capacità di affrontare la sfida del tempo. Perché la sfida del tempo è la sfida dell'incertezza. Sono, come dire, società in cui vi è il tedio della certezza silenziosa. Noi a questo dovremmo opporre sempre, quali che siano le nostre speranze, il bisogno costante di nuovi e fondamentali dubbi. Questi dubbi potrebbero essere fecondi anche per una nuova prospettiva. Ecco perché alla certezza silenziosa dovremmo sempre opporre la conversazione, rumorosa se vogliamo, con l’incertezza. Quella che abbiamo avuto stasera è stato un esempio brillante di conversazione umana, di cui io vi ringrazio.