|
In entrambi i casi furono due guerre lampo (Blitzkrieg) a decidere le fortune della Prussia: nel 1866 le formidabili armate prussiane sbaragliarono gli austriaci a Sadowa e quattro anni dopo, a Sedan, fecero altrettanto con l’esercito francese. Lo stesso imperatore Napoleone III fu preso prigioniero e les loups avanzarono famelici verso la capitale. Di fronte a questa vergognosa disfatta, dovuta all’irresponsabilità della corona, l’istituzione imperiale fu travolta e nel settembre 1870 viene proclamata la repubblica. Immediatamente viene pubblicato un manifesto al popolo tedesco per chiedere la fine delle ostilità, ma in cui si ripete ciò che era stato proclamato nel 1793: “il popolo francese non fa la pace con un nemico che occupa.” [questa e le altre citazioni senza attribuzione sono tratte da: Édouard Dolléans, Storia del movimento operaio, 1830-1952, Sansoni, 1977] L’appello cade nel vuoto e l’assedio di Parigi si fa ogni giorno più pesante: i rifornimenti alimentari sono interrotti, la disoccupazione è alle stelle, le organizzazioni operaie si sfaldano, commercianti e artigiani non possono più lavorare, l'amministrazione pubblica è al collasso. Nel frattempo l'invasore concretizza il risultato politico cui mirava: il 18 gennaio 1871 i principi tedeschi vittoriosi si riuniscono trionfalmente a Versailles (evidente scelta simbolica) e sanciscono l'unificazione federale degli stati germanici incoronando Kaiser (imperatore) Guglielmo di Prussia: nasce il secondo Reich (il primo, o Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca, fu fondato da Ottone I nel 962 e durò, almeno formalmente, fino al 1806). La guerra franco-prussiana era stata breve e sanguinosa, e occorre ricordare che l'unica vittoria francese era stata ottenuta a Dijon da Garibaldi, accorso in aiuto della Repubblica. Ed è proprio a lui che i comunardi poi chiesero insistentemente di assumere il comando delle truppe rivoluzionarie: il generale - che in seguito si pentì della propria decisione - non accetta, anche perché la sua salute è pessima; ma la vera ragione è un'altra: all’Aspromonte si era rifiutato di sparare sui soldati piemontesi, e sempre gli era ripugnata l’idea di combattere, anche per una giusta causa, contro dei compatrioti: come poteva immaginare, lui che, nizzardo, era stato eletto deputato di Francia, di mettersi alla testa di francesi che combattevano altri francesi? E analogamente aveva rifiutato, qualche anno prima, la richiesta di Lincoln di comandare un corpo d'armata nordista durante la guerra civile. Il rivoluzionario Garibaldi, l’alfiere del cosmopolitismo e della fratellanza, si ritrova prigioniero di una visione angusta della lotta politica e non comprende il significato universale della Comune, il suo essere comunque un paradigma per le nascenti forze della rivoluzione. In realtà la stessa maggioranza dei comunardi aveva sottovalutato questo aspetto, e fu Marx, nella Guerra civile in Francia, l’unico che si rese conto di come la Comune avesse aperto una nuova strada per l’internazionalismo proletario. L’Assemblea Nazionale, che si era trasferita a Bordeaux, nomina Adolphe Thiers capo del governo, ed egli firma una pace senza condizioni che dà il via libera all’ingresso dei prussiani a Parigi. Una capitolazione che il popolo parigino giudica come un vero e proprio tradimento, consumato in un clima di esasperazione e di miseria che l’assedio di oltre cinque mesi aveva enormemente amplificato. Il tessuto democratico che pure si era ben radicato in città sembra non reggere più e resiste quasi solo tra i soldati della Federazione Repubblicana della Guardia Nazionale (i "federati": denominazione che riprende quella assunta in seguito all'unione dei membri della Guardia Nazionale delle sezioni parigine con quelli dei Dipartimenti durante la Rivoluzione del 1789): questi eleggono un Comitato Centrale che in qualche modo si configura come un contropotere rispetto al governo Thiers (una situazione per certi versi simile a quella che si verificherà in Russia, tra il febbraio e l'ottobre del 1917, con i soviet contrapposti al governo Kerenskij). Sono giorni convulsi e pieni di confusione: un invasore straniero, un esercito regolare che obbedisce a Thiers, una Guardia Nazionale in cui prevalgono gli elementi democratici, un’Internazionale ancora incerta (malgrado le forti pressioni di Marx perché vi fosse un appoggio incondizionato), una popolazione allo stremo, l'economia e i servizi in grave sofferenza. Il piano di Thiers è quello di abbandonare Parigi, lasciandola in balia dei tedeschi: ciò provocherà sicuramente la violenta reazione popolare autorizzando lo stesso Thiers a intervenire con la repressione più spietata. Quando il 18 marzo 1871 il governo Thiers lascia la città, il Comitato Centrale assume tutti i poteri, ma con grande senso di responsabilità decide che l'unica soluzione democratica è convocare le elezioni generali del (ma in francese il termine è femminile) Comune di Parigi: “Questo tiepido e gaio sole che indora le bocche dei cannoni, questo odore di fiori, il fremito delle bandiere, il mormorio di questa rivoluzione che passa tranquilla e bella, come un fiume azzurro... Questa Parigi che, adottando la parola stessa di Comune, riuniva istintivamente insieme il suo patriottismo dolorante e la sua speranza in una città giusta...” (Jules Vallés) Contro il governo centrale e l'Assemblea Nazionale che avevano condotto la Francia al disastro, Parigi insorge. L'orgoglio nazionale e la rivolta contro la miseria, come nel 1789, prendono la strada impervia e senza ritorno della rivoluzione, in cui al giacobinismo "storico" e al radicalismo repubblicano si affiancano le idee del socialismo; naturalmente non c'è un corpus ideologico definito, perché i riferimenti teorici sono vari e spesso contrastanti: l'umanitarismo di Proudhon, il Blanqui intransigente e cospirativo, la solidità scientifica del comunismo di Marx, lo spirito libertario e antistatuale di Bakunin. Una ricchezza culturale indiscutibile, che tuttavia impedì all'Internazionale di svolgere un effettivo ruolo di direzione politica (la componente anarchica sarà espulsa dall'associazione: una chiarificazione che comunque non eviterà la crisi politica del movimento operaio e il conseguente scioglimento, nel 1876, dell'Internazionale; e anche quando essa verrà ricostituita, nel 1889, non avrà vita facile, perché nel 1919 i bolscevichi ne usciranno per costituire una struttura autonoma, il Comintern). Dopo il crollo dell'impero e la resa, la Guardia Nazionale aveva conservato il proprio armamento malgrado il governo pretendesse la consegna delle armi e, in particolare, dei cannoni installati sull'altura di Montmartre: contrasto che ebbe un peso determinante rispetto alla rottura delle trattative e alla proclamazione della Comune rivoluzionaria. I parigini speravano che il loro esempio fosse seguito dalle altre città francesi, ma a Lione, Marsiglia e Tolosa il tentativo fu stroncato agevolmente dalle forze governative.
La
Comune, per l'importanza e l'universalità dei principi
cui si ispirò, per il lungo assedio che sostenne, per il
numero delle vittime e l'orrore delle rappresaglie, può
certo considerarsi come uno dei più audaci tentativi che
le classi subalterne abbiano mai fatto per emanciparsi. Un governo rivoluzionario piuttosto disomogeneo, dunque, e solo la forte spinta unitaria ne garantirà un chiaro indirizzo politico. Il primo compito della rivoluzione, comunque, è quello di “far vivere Parigi”, cioè organizzare i servizi essenziali di cui la città è rimasta priva: non solo ogni giorno bisognava rifornire una delle più grandi città del mondo, ma occorreva reperire le risorse finanziarie per sfamare gli oltre 300.000 disoccupati e, più in generale, per governare. E sono proprio i soldi il problema prioritario, tanto che il Ministero delle Finanze diventa il cuore del potere rivoluzionario: l'anno prima gli impiegati pubblici (poste, ferrovie, dogane, gendarmeria, catasto, sanità, igiene pubblica, ecc.) necessari per mandare avanti la città erano circa 60.000, e ora ci sono i mezzi per pagarne solo 10.000, che tuttavia garantirono il funzionamento amministrativo. Le fabbriche sono state abbandonate dai dirigenti e dagli imprenditori, il commercio è in pieno caos, e tutta la sfera economica e sociale è da riorganizzare: un compito immenso, al quale il proletariato, per la prima volta nella propria storia, è chiamato a dare risposte concrete ed efficaci: “Nonostante le condizioni così sfavorevoli e la brevità della sua esistenza, la Comune riesce ad adottare alcuni provvedimenti che caratterizzano il suo vero sentimento e i suoi scopi.” Così si esprimerà Lenin, che in molti scritti (ad esempio Stato e Rivoluzione) esalterà la Comune non solo come simbolo rivoluzionario, ma come effettivo momento di governo della classe operaia, in perfetta sintonia con la definizione che ne aveva dato Marx: “Un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l'emancipazione economica del lavoro.” La rivoluzione, “tranquilla e bella come un fiume azzurro”, si misurava dunque con il pane, il mercato nero, le fognature, gli orari degli sportelli pubblici: “l’assalto al cielo” avveniva a partire dalla terra così com’è, e non come si vorrebbe che fosse... Malgrado l'isolamento, dunque, i comunardi tentarono diverse riforme strutturali. • L'esercito (la ferma durava dai 3 ai 5 anni) fu sciolto e sostituito con una forza armata popolare e volontaria, la Guardia Nazionale, appunto. • Fu proclamata la totale separazione fra stato e chiesa, abolendo i privilegi ecclesiastici. • Cooperative di operai gestirono le fabbriche abbandonate dai padroni. • Venne soppresso il lavoro di notte nei forni e abolita l'istituzione dei sensali del lavoro (i "caporali"). • Furono requisite le case libere e sospese le sentenze di sfratto. • Tutti gli oggetti depositati al Monte di Pietà che non avessero un valore superiore ai 25 franchi vennero restituiti alla povera gente che li aveva impegnati. • Fu stabilito che gli alti funzionari e i giudici fossero eletti e revocabili in qualsiasi momento, con una retribuzione pari a quella di un operaio qualificato. • Numerosi i decreti concernenti i servizi pubblici: dall'approvvigionamento alle ambulanze, dalla gestione dei musei e delle biblioteche all'assistenza pubblica. • Venne abolita ogni distinzione tra figli legittimi e naturali, tra coppie sposate e conviventi. • Fondamentale fu lo sforzo per l'emancipazione delle donne, che ebbero un ruolo molto importante in questo periodo: "Cittadine, sopporteremo più a lungo che la miseria e l'ignoranza facciano dei nostri figli dei nemici, che padre contro figlio, fratello contro fratello, vengano ad uccidersi fra loro sotto i nostri occhi per il capriccio dei nostri oppressori? Cittadine, noi vogliamo essere libere!" Ma i comunardi si trovavano nell'assoluta necessità di organizzare le difese in vista dell'offensiva di Versailles, e di fronte a tale priorità la gran parte di quei progetti non ebbero il tempo di essere attuati. Di carattere soprattutto simbolico furono altre iniziative come la distruzione della ghigliottina sotto la statua di Voltaire e l'abbattimento della colonna Vendôme, costruita con il bronzo fuso dei cannoni di Napoleone, e quindi emblema dell'imperialismo e del militarismo. Nel frattempo il governo Thiers prepara con cura il colpo mortale: si finge di condurre negoziati con i rivoluzionari, addirittura si arriva a ipotizzare un compromesso basato sulle dimissioni contestuali dell’Assemblea Nazionale e della Comune; in realtà Thiers vuole solo sabotare tutti gli sforzi per “far vivere Parigi” e cinicamente afferma: ”Vi sarà qualche casa danneggiata, qualcuno verrà ucciso, ma il potere resterà alla legge.” E quando dalle altre città di Francia arrivano preoccupanti segnali di conciliazione coi rivoluzionari, Thiers non esita a ordinare la sistematica esecuzione dei comunardi catturati. Sono settimane di trattative febbrili, la Comune è consapevole della propria fragilità, lo stesso arcivescovo di Parigi - certamente non sospetto di simpatie rivoluzionarie, tant'è che verrà fucilato dagli insorti - si adopera per trovare una soluzione politica: ma gli agenti provocatori di Thiers lavorano assiduamente dentro la città per seminare malcontento e panico, mentre i tedeschi chiudono volentieri entrambi gli occhi di fronte alle truppe di Versailles che si preparano all’attacco finale. Thiers, infatti, ottiene dal vecchio nemico Bismarck la restituzione dei prigionieri di guerra e li riorganizza in vista della repressione: 130.000 uomini perfettamente equipaggiati contro i battaglioni federati con poche munizioni e privi di qualsiasi supporto logistico. Il destino della rivoluzione è segnato. I soldati del generale Mac-Mahon, gli stessi che si erano arresi ai boches, sferrano l'attacco decisivo e dal 21 al 28 maggio, in quella che sarà ricordata come "settimana di sangue", riuscirono ad annientare la resistenza di Parigi. Il 24 maggio la Comune lancia un ultimo, disperato appello: ”Tutti alle barricate!” E si combatte in ogni strada, senza speranza. ![]() Migliaia
di comunardi presi
prigionieri (e
tra essi, naturalmente, donne, vecchi, bambini) sono fucilati
sul posto o condotti a Versailles per essere massacrati sotto
gli occhi dei borghesi esultanti; al
cimitero del Père-Lachaise circa 5.000
persone furono trucidate in un sol giorno. Complessivamente i
morti nei combattimenti furono 30.000, 50.000 i fucilati e 25.000
i deportati.
Così
lo storico Lissigaray nella
sua Histoire de la Commune aveva
scritto di Eugène Varlin, uno degli internazionali
che ebbero un ruolo di primissimo piano: “Instancabile,
modesto, parla poco, ma sempre al momento opportuno, e allora
con una sola parola chiarisce la discussione confusa. Dovunque
la sua presenza assicura l’ordine, la sua autorità
è fatta di simpatia e di semplicità.”
|