PCI Luigi Longo Segretario del PCI (1964-1972)

Schivo, modesto, timido, un volto affilato e malinconico sotto il berretto di giovane militante, un'aria pensosa e mite, il tratto garbato, la gentilezza, “l'opposto - scrisse Berlinguer commemorando la sua morte avvenuta nel 1980 - dell'immagine grottesca dell'uomo immusonito e fanatico con cui si costruiva e da taluno si fa ancora oggi la caricatura del rivoluzionario”.


Ricordando la sua vita “che è quella di un leggendario combattente e insieme di un politico acuto e lungimirante, di un organizzatore infaticabile ma anche di un creatore pieno di fantasia, di un realizzatore amante della concretezza” (sono sempre parole di Berlinguer); ricordando soprattutto l'uomo, il nostro compagno, il commissario delle Brigate internazionali, il combattente partigiano alla testa del CLN. Una lunga vita di lotta, cominciata a Torino, da giovanissimo.

Infanzia e adolescenza difficili, umili origini contadine (è nato a Fubine, un paesone in provincia di Alessandria, il 15 marzo del 1900). “Noi abbandonammo il paese nell’anno che fu detto del “vendemmione”; per l’abbondanza dell'uva che si raccolse. Ma i prezzi scesero a terra. Raccontava mio nonno che da una bigoncia d'uva portata al mercato di Casale, dedotte le spese di viaggio, aveva ricavato appena di che comprare una cannella di legno per spillare il vino delle botti”, racconta lui stesso in una delle conversazioni con Salinari. Lui non dimenticherà mai la fatica, le sofferenze; le umiliazioni delle classi povere.
Deputato per tutte le legislature, alla Camera si batté soprattutto per le pensioni: «In me - ricorda - è sempre presente l'estremo bisogno di assistenza e di aiuto dei lavoratori che frequentavano, tanti anni fa, la cantina dei miei genitori, e che non avevano che le proprie braccia per vivere, di vecchi che dopo una vita di lavoro e di stenti non avevano altra prospettiva per i loro ultimi giorni che il ricovero negli ospizi”.

Dal Monferrato i suoi vanno a Torino, dove aprono infatti una mescita di vino in corso Ponte Mosca, nei pressi dello stabilimento Grandi Motori della Fiat che ha aperto da poco. Una vita di stenti anche qui. I suoi vogliono che diventi falegname, ma a scuola è così bravo che decidono di farlo studiare, per farne uno “statale”.

La prima tessera

Nel ’20 la sua prima tessera, si iscrive al circolo socialista studentesco di Torino; conosce Antonio Gramsci e Togliatti, frequenta la sede dell’Ordine Nuovo, nel centro della città.

Così ben vigilata che gli squadristi si guardano sempre dall’assalirla. “Tutte le porte erano sbarrate verso l’esterno con sacchetti di terra e vari camminamenti disposti a zig zag portavano dalle porte ai cortili, con interruzioni di tanto in tanto, di cavall di frisia e di filo spinato… In qualche angolo più riservato c’erano cestini di bombe a mano e alcuni moschetti”.

Nel ’21 è a Livorno, tra i fautori della scissione che porta alla nascita del PCI. È ancora studente del Politecnico, ha superato bene il primo anno di esami ma, da allora in poi, i suoi studi universitari vengono sacrificati all'impegno politico: "avevo già due figli - ricorderà - ma ancora mi trascinavo libri e dispense per esami che mai avrei sostenuto". Dal '21 infatti la sua vita si intreccia per sempre con quella del partito.

In Urss

Nel '22 è membro di una delegazione che si reca a Mosca per il congresso dell'Internazionale. Incontra Lenin, questo il suo ritratto di allora: «Mi impressionò non solo il suo ragionamento sensato, limpido, ma anche la vivacità, la passione con cui esponeva il pensiero, come fosse bruciato da un fuoco interiore».

A Mosca ci andrà varie volte, a partire dal congresso di Lione; nel 1926, appunto, ci va portando con sé il figlioletto di tre anni, che ha avuto da Estella, Teresa Noce, sua compagna da qualche anno. Incontra Stalin, naturalmente, e tutti gli alti gradi del Cremlino. «Di Stalin ricordo la figura semplice, rigida, ossuta... Il suo parlare era lento, fermo, scandito». Osservazioni acute e disincantate. “A Mosca, al Kim, la Sezione giovanile del Komintem, trovai alcuni dirigenti che avevo già conosciuto, Sciatskin, Rudolf Khiltarian, Lominadze, un gigante di circa due metri d'altezza che si diceva fosse molto legato a Stalin (era georgiano anche lui)."

In Spagna

«La capacità di Longo come dirigente emerse in modo straordinario nella guerra di difesa della Repubblica spagnola - scrive sempre Berlinguer - Le Brigate internazionali che Longo dirige sono certo un  modello di eroismo e di capacità combattente, ma sono anche luogo di esperienza politica unitaria - spesso ardua - tra comunisti, socialisti, democratici».

Lui è il mitico Gallo, l’ispettore generale delle Brigate internazionali. Così lo descrive Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza. “La prima volta che lo vidi avevo diciannove anni. Si era nel 1937. Ero arrivato in Spagna da un anno. Un anno di guerra del battaglione Garibaldi, della Brigate internazionali. Lo vidi sul ponte di Brunete. Stavo andando a cercare una mitragliatrice… quando sulla strada, proprio accanto ad un piccolo fiume vidi un ufficiale. Era solo, con un binocolo osservava le linee nemiche da dove era stata scatenata una tremenda offensiva… Se ne stava tutto solo ad osservare tranquillo mentre attorno era come l’inferno”.

E dice Leo Valiani: “Facemmo passare la frontiera ai primi volontari delle Brigate internazionali, delle quali Longo diventò ben presto l’organizzatore principale e in ultimo anche il vero comandante”.

La risolutezza di Longo nell'assumersi delle responsabilità e nel prendere delle decisioni, la sua calma e il suo sangue freddo nel mezzo dei pericoli, furono, assieme a una grande conoscenza degli uomini e alla scrupolosa cura dei dettagli, fra i principali elementi della coesione e dei successi, ancorché mai definitivi, data la sproporzione degli armamenti, delle Brigate internazionali. Che non nacquero felicemente dalla spuma del mare come Venere. “Albeggiava quando, il 14 ottobre - racconta Gallo - scesero dalla stazione di Albacete i primi 500 volontari. Essi iniziavano la grande epopea delle Brigate internazionali in Spagna. Questi arrivi continuarono con lo stesso ritmo per quasi tutto quell’anno 1936. A ogni arrivo però le difficoltà si moltiplicavano per dieci, per cento. Svolgevamo un'attività febbrile per scoprire nuovi locali, farceli assegnare, farli evacuare senza troppo infastidire i civili, infine per pulirli, adattarli a caserma... Non vi erano materassi, gavette, piatti per tutti; i cucchiai erano quasi sconosciuti, si dovettero istituire turni per consumare i pasti; un piatto e un cucchiaio dovevano servire per due o tre persone, ma mancava l'acqua per lavarli».

Eppure «oggi Guadalajara, domani Madrid» le brigate di Gallo diventano una grande realtà. «La Repubblica spagnola sarà drammaticamente perduta. Ma quando sarà necessario - è sempre Berlinguer - iniziare la lotta dì resistenza patriottica e partigiana, quel patrimonio sarà prezioso in Italia e in tutta Europa». Come un Garibaldi di questo secolo, è Gallo a «inventare e organizzare le strutture militari e politiche della guerra di Liberazione».

Gli anni 60 e 70

Longo fu un dirigente comunista che non ha mai rinunciato ad esprimere le proprie convinzioni anche quando queste potevano sembrare “controcorrente” all’interno del Partito.
Nel 1968, infatti, incontra incontra i dirigenti del movimento studentesco e in un articolo su Rinascita non esita a dire: «Non si può negare che ci sia stato distacco tra il Partito e la realtà politica che si è venuta creando nel campo studentesco. Certi fermanti politici e culturali esistenti nelle Università solo tardivamente hanno interessato i nostri compagni, le nostre organizzazioni. Perché?». In un altro momento delicato, nel 1976 critica apertamente la politica del Partito nei confronti del governo Andreotti: «Siamo certi che la nostra cautela nei confronti del governo Andreotti sia stata sempre giustamente motivata
E ancora, in uno dei suoi ultimi interventi al Comitato Centrale, in modo sferzante attacca la politica dei sacrifici avviata proprio in questi anni: «la mia impressione è che da parte di alcuni si sia assunta stilla questione dei sacrifici una curiosa posizione, vorrei dire da primi della classe, mostrando scandalo per !a richiesta di contropartite. Mi riferisco qui a certi scritti del compagno Amendola o ad alcuni discorsi del compagno Peggio che, per questo, hanno sollevato vivaci reazioni. Ebbene io non credo che sia un delitto da parte dei lavoratori esigere la garanzia che i loro sacrifici non servano in realtà a ricostituire quell'assetto politico ed economico che ha prodotto la crisi, l'affare Lockeed, lo scandalo Sindona, le cosiddette deviazioni del Sifar e del Sid, le trame nere e così continuando».

Nel celebre dipinto "La battaglia di Punta dell'Ammiraglio" che raffigura la sconfitta dell'esercito borbonico da parte dei volontari garibaldini, Renato Guttuso volle rappresentare Luigi Longo al fianco di Giuseppe Garibaldi per sottolineare, come ebbe a dire, la stretta continuità tra la Resistenza ed il Primo Risorgimento. Nacque da qui l'appellativo di "Garibaldi del Novecento" che accompagnò per molti anni colui che sarebbe stato il futuro segretario del PCI, carica cui fu eletto dopo la morte di Palmiro Togliatti nell'agosto 1964.

Questa affascinante similitudine in realtà si presta molto alla figura di Luigi Longo che, già nella Guerra di Spagna, si era distinto alla guida della Brigate Internazionali delle quali con lo pseudonimo di "Comandante Gallo" era diventato Commissario di Divisione ed Ispettore Generale. Luigi Longo infatti era stato il fondatore e l'animatore delle Brigate Garibaldi che tanta parte ebbero nella vicenda della Resistenza Italiana tra il '43 ed il '45 nel consentire la Liberazione del Nord Italia occupato dalle armate tedesche e controllato dai fascisti della Repubblica Sociale con sede a Salò. Longo si pose anche il problema, apparentemente irrisolvibile, di superare le divisioni che si erano manifestate tra i gruppi e le formazioni partigiane di diverso orientamento politico, che ne indebolivano fortemente l'efficacia di azione.
Nacque così, non senza intuibili difficoltà, il Corpo Volontari della Libertà (CVL) del quale, nel dicembre 1944, Luigi Longo divenne Vice Comandante insieme a Ferruccio Parri sotto il comando unico del generale Raffaele Cadorna, che ammetterà onestamente in un suo diario di esercitare "un potere poco più che formale, essendo i due Vice coloro che reggevano "con forti ed abili mani la ribellione".

L'azione partigiana unitaria consentì al nostro Paese di riscattare la sua disonorevole alleanza con Hitler e la violenta aggressione nei confronti di molti Paesi europei e del Nord Africa. 

Se le sanzioni decise dai vincitori della 2a Guerra Mondiale nei confronti dell'Italia furono contenute, lo si deve senza dubbio al ruolo fondamentale della Resistenza nella sconfitta dei nazifascismi nel nostro Paese. Non è un caso che gli stessi alleati, per mano del generale americano Clark, vollero insignirlo a fine conflitto di una tra le più prestigiose decorazioni militari statunitensi: la "Bronze Star".

Longo ebbe, in seguito, un ruolo fondamentale nella ricostruzione, prima di tutto morale, del Paese dopo il ventennio della dittatura ed una spaventosa guerra mondiale.
Membro dell'Assemblea Costituente e parlamentare per molti anni, fu segretario del PCI dal 1964 al 1972 e divenne poi presidente del Partito ed in questo ruolo affrontò con lucidità ed apertura sia la questione del nuovo rapporto con il mondo cattolico, che era uscito positivamente influenzato dal pontificato di Giovanni XXIII, sia la contestazione giovanile, che si innestava nel grande movimento internazionale del '68.

Ma basterebbe ricordare il grande ruolo che Luigi Longo ebbe per la causa della libertà dei popoli e della democrazia sia nella difesa della repubblica spagnola che nella Resistenza italiana per rilevare il grande debito che tutti abbiamo nei suoi confronti.

 La capacità di Longo come dirigente emerse in modo straordinario nella guerra di difesa della Repubblica spagnola.  Le Brigate internazionali che Longo diresse furono anche luogo di esperienza politica unitaria - spesso ardua - tra comunisti, socialisti, democratici. La risolutezza di Longo nell'assumersi delle responsabilità e nel prendere delle decisioni, la sua calma e il suo sangue freddo nel mezzo dei pericoli, furono, assieme a una grande conoscenza degli uomini e alla scrupolosa cura dei dettagli, fra i principali elementi della coesione e dei successi, ancorché mai definitivi, data la sproporzione degli armamenti, delle Brigate internazionali. La Repubblica spagnola sarà drammaticamente perduta. Ma quando sarà necessario iniziare la lotta di resistenza ai tedeschi, quel patrimonio sarà prezioso.



Enrico Berlinguer

Ricordando Luigi Longo


Dal discorso commemorativo pronunciato da il 18 ottobre 1980

L'esempio che Longo ci dà è quello della più grande fermezza attorno ai valori per i quali si combatte, ma contemporaneamente di uno sforzo continuo e faticoso di comprensione razionale nel misurare finalità, obiettivi e metodi per non smarrirsi in cedevolezze opportunistiche o nelle astrattezze del soggettivismo estremistico, per non perdere mai le coordinate morali della propria azione anche dinnanzi alle situazioni più difficili e disperate. Egli pensava che la propria fermezza e la propria tenacia derivassero anche, in parte, dalla sua origine contadina, una origine che egli rivendicava con orgoglio come sua vera natura, quasi sorvolando sulla sua adolescenza di studente modello e di giovane intellettuale dalle vaste letture.

Probabilmente avrà importanza l'origine, ma certo conta la formazione: ed essa è quella di chi cresce politicamente a Torino, nella città più operaia d'Italia e nelle lotte drammatiche del dopoguerra. Gli rimarrà così per sempre l'impronta decisiva per un comunista, ma anche - credo - per chiunque voglia stare dalla parte della causa del progresso; la fedeltà alla classe operaia, a1 popolo, alla parte più emarginata e offesa degli uomini e delle donne, quella che egli chiamava «la povera gente» con antico linguaggio e con sempre nuova indignazione per la ingiustizia sociale. Ma vive in lui contemporaneamente, l'insegnamento intellettuale e morale di Antonio Gramsci, un insegnamento tanto più profondamente avvertito come giusto quanto più l'avvicinarsi a Gramsci fu una conquista raggiunta lentamente dopo la iniziale posizione bordighiana.

Il giovane socialista Longo contribuisce a portare la Federazione giovanile socialista con i comunisti e a trasformarla in Federazione giovanile comunista. Per larga parte degli anni '20 ne sarà segretario: e da questa lotta, da giovane e con i giovani, rimane a Longo una sensibilità e una attenzione ininterrotta e costante - fino ai tempi più recenti - per le nuove generazioni.
Il suo avvicinamento al movimento operaio, al socialismo, al comunismo avviene nel tempo entusiasmante della Rivoluzione d'ottobre.
Attraverso le aspre lezioni dell'inizio degli anni '20 in Italia e in Europa egli giunge alla convergenza con Gramsci nello storico congresso di Lione. L'esperienza aveva dimostrato ancora una volta che non è più rivoluzionaria la linea che appare verbalmente più estrema, ma, al contrario, quella che è capace di una analisi più compiuta della realtà, quella che tende a fare del Partito comunista non una setta, ma un protagonista reale del progresso d'Italia.

Si trattò di una scelta difficile: ma egli intende e ci insegna che la coerenza deve restare nelle scelte umane di fondo ma non può o non deve trasformarsi mai, se non vuole andare alla disfatta, in dogmatismo, cioè nella incapacità di capire la vicenda storica, di cogliere il nuovo, di abbandonare convincimenti che risultano erronei. E questa infatti è stata una delle più grandi e decisive lezioni di Longo. Anche dopo Lione egli elaborò nella Fgci una linea che prese il nome della «opposizione dei giovani» che risultò perdente dinnanzi alla critica di Togliatti. Ma egli non trasformò il dissenso, né in questo né in nessun altro caso, in un elemento di turbamento e di lacerazione. Egli ha insegnato al suo partito a comprendere bene che si può esprimere pienamente il dissenso dentro il partito rinvigorendone la vita democratica e, contemporaneamente, rinsaldandone la unità e la capacità di lotta. Non è unito quel partito in cui ogni motivo di discussione e di contrastò divenga insanabile rottura. Ma non è unito neppure quel partito in cui regni il piatto conformismo, in cui la maggioranza si trasformi in strumento di interno dominio. Ecco la esigenza della tolleranza, della interna dialettica e al tempo stesso della unità, che Longo ha saputo affermare e difendere: il metodo cui siamo rimasti e rimarremo fedeli.
Ma il discutere non può bastare. Essenziali sono il lavoro e l'iniziativa, in stretto legame con le masse. Longo sarà determinante per educare il suo partito a questo compito primario.

A partire dall'inizio degli anni '30 - quando si afferma la «svolta» che porterà il Partito comunista a ricercare ogni strada per portare in Italia il lavoro politico pur nelle condizioni della illegalità, perché il Partito non sia più soltanto un partito di esiliati - Togliatti, Camilla Ravera, Longo e Secchia sostengono e fanno prevalere questa posizione negli organi dirigenti. È una vicenda di cinquant'anni fa, ma senza l'immane lavoro e gli straordinari sacrifici, senza il prezzo del carcere pagato da migliaia di comunisti per radicare l'organizzazione del partito in Italia non sarebbe stato possibile neppure la tappa successiva: la tessitura di una trama di unità operaia e antifascista che ancora oggi resta il fondamento più saldo della Repubblica. [...].

La capacità di Longo come dirigente emerse in modo straordinario nella guerra in difesa della Repubblica spagnola. Le Brigate internazionali che Longo dirige sono certo un modello di eroismo e di capacità combattente, ma sono anche luogo di esperienza politica unitaria - spesso ardua - tra comunisti, socialisti, democratici.
La Repubblica spagnola sarà drammaticamente perduta. Ma quando sarà necessario iniziare la lotta di resistenza patriottica e partigiana quel patrimonio sarà prezioso in Italia e in tutta l'Europa.
Non è vero che da quella grande stagione di riscossa democratica e nazionale non ci sia più nulla da apprendere. E non solo per gli esempi straordinari di abnegazione, di dedizione e di eroismo; ma anche e soprattutto perché fu nella lunga battaglia antifascista e nella Resistenza che l'unità delle forze democratiche dettò la linea di un programma di rinnovamento dell'Italia in ogni campo, che fu in larga parte raccolto nel patto costituzionale. Si saldò cosi una comunanza di sentimenti, pur nelle diversità ideali e politiche, tra i comunisti, i socialisti e gli altri partiti democratici. [...].
In quelle prove si temprarono uomini che saranno costruttori della Repubblica e resteranno garanzia per la nazione: uomini come Pertini, uomini come Parri, Lombardi, Amendola, Saragat, Mattei.

Luigi Longo, capo delle Brigate Garibaldi, vice comandante del Corpo volontari della libertà, ha un ruolo decisivo di quella vicenda: ancora una volta, come in Spagna, capo militare ma, prima ancora, forte dirigente politico. È Longo per primo che, appena liberato dal confino dopo la caduta del fascismo, esorta tutti gli antifascisti ad unirsi per la lotta armata di massa - e non soltanto nell'esercito regolare - per realizzare il compito primo e decisivo, quello di sconfiggere i fascisti e di cacciare i tedeschi dall'Italia.
Pur nella profonda diversità di situazioni e di caratteri si può dire che Longo è stato il Garibaldi di questo secolo.

Togliatti realizza la svolta di Salerno, cioè la unità di tutte le forze democratiche e delle masse popolari nella battaglia antitedesca e antifascista. Longo, al Nord, è guida determinante di una guerra che fa intervenire come protagoniste, per la prima volta nella storia della nazione, la classe operaia e le classi lavoratrici della città e delle campagne e non solo con le azioni armate ma con la lotta di massa, cioè con gli scioperi, il movimento delle donne, la resistenza giovanile, la mobilitazione degli intellettuali.
Ecco che cosa sono stati i comunisti! Ecco che cosa sono stati e sono Togliatti e Longo nella storia d'Italia: personalità decisive della fondazione di uno Stato nuovo, di una nuova democrazia!

E proprio perché la novità è grande, proprio perché la Costituzione repubblicana contiene in sé i principi di un programma innovatore, si scatena l'attacco; sicché occorre subito ergersi per difendere le conquiste ottenute, per impedire i ritorni all'indietro, per continuare la strada intrapresa.

È ancora Longo a farsi animatore di esperienze nuove di organizzazione e di lotta delle masse. La saggezza e il coraggio che ne hanno guidato l'azione nella Resistenza sono più che mai necessari quando, con l'attentato a Togliatti del 14 luglio 1948, è messa a rischio la democrazia stessa.

Bisogna lottare e si lotta; ma bisogna anche evitare di sorpassare un limite oltre il quale è pronta a scattare la trappola della provocazione e della sconfitta del movimento operaio. Bisogna sapere scioperare, ma anche fermare lo sciopero quando diventa necessario.

Con la guida di Longo il partito supera quella terribile prova: ma è innanzitutto la democrazia che ne esce rafforzata, perché un monito possente si è levato contro chi poteva aver pensato di trasformare la sconfitta elettorale del Fronte popolare in un colpo mortale al moto di emancipazione della classe operaia e dei lavoratori.

È arduo - e diviene talvolta terribile - contrastare una offensiva fatta di discriminazione pesante, di persecuzione sistematica, di rottura e di lacerazioni tra le forze popolari del Paese. Ma il tentativo di isolare e di emarginare i comunisti non riesce neppure quando viene incrinata l'intesa unitaria tra socialisti e comunisti, e quando si cerca di cancellare i dati originali del movimento operaio e popolare italiano e in particolare l'esistenza di un cosi forte Partito comunista, solidamente schierato per la difesa e lo sviluppo della democrazia, che non rinuncia, però, all'obiettivo del socialismo e, anzi, intende socialismo e democrazia come necessariamente connessi.

Ecco la «via italiana al socialismo» che l'VIII Congresso proclama con un nuovo programma e un nuovo Statuto. Tocca a Longo, che ne era stato uno degli artefici, portare avanti questa politica dopo la scomparsa di Togliatti.
È Longo che propone alla Direzione del partito la immediata pubblicazione del memoriale di Yalta, facendone un punto fermo della nostra strategia di avanzata al socialismo e della nostra azione autonoma nel movimento operaio internazionale.
È Longo che, dopo avere sostenuto anche con il suo personale intervento gli sforzi per il rinnovamento socialista in Cecoslovacchia, prende posizione insieme con la Direzione del partito contro l'intervento militare del Patto di Varsavia.
È Longo che, pur avendo vissuto il tempo grande e drammatico dell'Internazionale comunista, spinge con coraggio il nostro Partito a una visione e a una pratica nuove dell'internazionalismo, che superano i confini dei partiti comunisti e si fondano sul rispetto reciproco e sulla indipendenza di ogni partito e Stato. [...].

Il nostro paese ha perduto un grande italiano, un grande intellettuale e un dirigente politico di grande statura. Ma voi mi permetterete di dire che noi sappiamo quale uomo e quale maestro di umanità abbiamo perduto.

La vita del nostro partito è segnata e deve continuare ad esserlo da un costume ideale e morale che abbiamo appreso, certo, dai nostri maestri, da Gramsci, da Togliatti, da Longo, ma, insieme, dalla parte migliore del nostro popolo. Il nostro partito non avrebbe potuto e non potrebbe in alcun modo vivere senza l'impegno personale e il sacrificio, che ha dovuto spingersi talora sino a quello della propria vita, di decine e decine di migliaia di militanti di tutte le generazioni.




ringraziamo i compagni della Sez. PdCI Dolores Ibarruri e della Sez. PdCI Luigi Longo di Torino