«Fuori otto!», grida un ufficiale tedesco. Dal gruppo di soldati e ufficiali italiani si alzano in dieci, venti. Per andare a morire. L'ufficiale nazista allora urla: «Ho detto otto, non venti. Che razza di disciplina avete nel vostro esercito?». Gli altri siedono di nuovo in attesa di essere massacrati come tutti gli altri. È la terribile storia della divisione Acqui (qui un saggio di Giorgio Rochat; v. anche divisioneacquicefalonia.it) e dei suoi uomini che si trovavano sull'isoletta greca di Cefalonia, in quel del 1943, nei giorni del «tutti a casa», quando tutti credevano che, dopo tante sofferenze, la guerra sarebbe finita. Per loro, per quelli della «Acqui», fu invece solo l'inizio. Poi, il successivo martirio. Mille storie personali da raccontare, mille tragedie, tanto sangue, tanto orrore, la ribellione di un nuovo esercito con fondamenta democratiche è la nascita della Resistenza contro i nazisti e i loro camerati fascisti. Ci sono poi altre storie intorno alla vicenda della «Acqui». Storie che riguardano partigiani greci e uomini della popolazione civile che furono impiccati o fucilati solo per aver aiutato e protetto i soldati italiani superstiti e feriti. Il massacro dei soldati e degli ufficiali italiani avviene a Casetta Rossa e a San Teodoro. È il racconto dei pochi superstiti e del cappellano militare don Romualdo Formato che vide tutto e che continuò ad urlare disperato, per ore: «Basta, basta! Non avete ancora ucciso abbastanza?» Ma quelli lo spinsero da una parte e continuarono. Sì, i superstiti videro e, dopo, raccontarono. Raccontarono del colonnello d'artiglieria Romagnoli che, dopo avere affidato a don Romualdo un biglietto per la moglie e la figlia, portò la mano al cappello, salutò tutti e si avviò con la pipa in bocca al muro della «casetta rossa» dove buona parte della divisione «Acqui» venne massacrata. I superstiti videro anche il capitano Carrocci, ufficiale d'ordinanza del generale Antonio Gandin, comandante della divisione, inforcare gli occhiali e prendere posto per morire. Il colonnello Fioretti, invece, si piazzò davanti al plotone d'esecuzione e aspettò la scarica tenendo in mano una fotografia dei suoi bambini. Il capitano Gasco dei carabinieri, insegnante di filosofia al Liceo Alfieri di Torino, disse ai colleghi: «Come faranno a vivere senza di me i miei cinque figli!» Dopo un attimo di silenzio si avviò al muro per farsi ammazzare. A fianco a lui, il comandante della Marina Mastrangelo e il capitano Castellani, prelevati dall'ospedale, a stento riuscirono a reggersi in piedi. Erano feriti, ma si tennero appoggiati l'uno all'altro fino al momento della scarica. Fu un massacro infame, la vergogna della «grande Germania» nazista che riuscì a sterminare, in un paio di giorni, 400 ufficiali e oltre 6.000 soldati in divisa, colpevoli soltanto di non aver ceduto le armi ai tedeschi e di essersi battuti in nome dell'Italia. Altri 2.000 uomini prigionieri, verranno caricati su alcune motovedette che saranno fatte passare in una zona di mare ilnteramente minata. Così, anche quei duemila, morranno saltando sulle mine. Tutto avvenne in un momento tragico per il nostro paese. Quando, cioè, dopo il crollo del fascismo, la fuga del Re, di Badoglio e degli stati maggiori a Sud, tutto finì nel caos per migliaia di soldati italiani spediti in Grecia, in Polonia, in Francia, in Albania e in Urss. La divisione «Acqui», in quei giorni, occupava le isole greche di Cefalonia, Zante, Corfù, Itaca, Kaoo e altre zone. L'otto settembre, dopo la firma dell'armistizio con gli alleati, Badoglio dirama il celeberrimo e ambiguo messaggio con il quale ordina ai soldati italiani di non battersi più contro gli alleati, ma avverte che le truppe "dovranno reagire ad ogni attacco, da qualunque altra parte provenga." I soldati italiani in Grecia e in mezza Europa, si domandarono, a quel punto, chi era l'amico e chi il nemico, ma non avranno mai risposte certe. Dovranno decidere da soli. I tedeschi, anche in Grecia, imporranno subito alla «Acqui», di consegnare le armi o accettare di arruolarsi con Hitler. È a questo punto che il generale Gandin, chiederà a tutti agli uomini della «Acqui» di votare se cedere ai tedeschi o combattere. Fu una iniziativa senza precedenti nell'esercito italiano. D'altra parte, molti soldati della «Acqui» avevano già fatto sapere che non si sarebbero arresi mai, mai. In particolare gli uomini della batteria comandata dal capitano Amos Pampaloni, apriranno subito il fuoco contro delle chiatte tedesche che tentano di sbarcare soldati nell'isola. Quasi tutti sceglieranno la ribellione e la battaglia. Durerà sette giorni. Gli italiani non hanno aerei né navi a protezione e subiscono, notte e giorno, continui bombardamenti. Sanno che dall'Italia non arriveranno mai aiuti. Sull'isola, intanto, sono arrivati i rinforzi tedeschi. Alla fine gli italiani dovranno arrendersi. Subito comincia la strage. Il generale Gandin che ha comandato «i banditi», viene subito subito passato per le armi. Poi, toccherà a tutto il resto della divisione; via via che i varii presidi si arrendono. È una infamia orrenda. Ovunque, nell'isola, ci sono cataste di morti. C'è chi, per sfida e rabbia, si fa fucilare cantando. Come alcuni napoletani che, fino all'ultimo, strillano una loro celeberrima canzone. Altri gridano «Viva l'Italia!» e altri ancora urlano «Viva la libertà» o «Abbasso i nazisti.»
Popolazione greca e partigiani, aiutano e nascondono i feriti e superstiti. A due passi da Argostoli, la capitale, il capitano Pampaloni viene fucilato, ma rimane vivo anche se ferito gravamente. Lo nascondono e Pampaloni tornerà vivo in Italia. I tedeschi catturano il giovane che lo ha aiutato. È Angelo Costandakis, figlio del pope di un villaggio vicino. Lo portano sotto un olivo, lo fanno iìnginocchiare con le mani legate e corrono a chiamare il prete per l'assistenza religiosa. ll prete è il padre del giovane. Si accosta al figlio con l'ostia consacrata ma è colto da un terribile tremore. Lo aiutano. Tuttì sentono il ragazzo che dice: «Padre ti ricordi quando ho combattuto contro gli italiani che invadevano il nostro paese? Ero soldato, sono stato un eroe e mi hanno decorato. Ora mi impiccano per avere aiutato gli stessi italiani. È strano, vero?» Il povero padre mette la sua croce pettorale al collo del figlio. Poi si allontana. Il ragazzo, dopo pochi istanti, viene impiccato. Sulla pianta, ancora oggi, i paesani hanno lasciato appeso quel crocifisso, per ricordare come morì un ragazzo greco che aveva aiutato gli italiani. (l'Unità 9 aprile 2005) vedi
anche Totali dei caduti: 9.640 Ufficiali caduti in combattimento 65 Sottoposti ad esecuzione sommaria sul campo di battaglia 189 Fucilati a San Teodoro 136 Sottufficiali e soldati Caduti in combattimento 1.250 Sottoposti ad esecuzione sommaria sul campo di battaglia 5.000 Scomparsi in mare in seguito all’affondamento di tre navi 3.000 La
divisione "Acqui"
sull'isola di Cefalonia contava circa 11.500 uomini.
(da La Divisione Acqui a Cefalonia. Settembre 1943, a cura di Giorgio Rochat e Marcello Venturi, Mursia) 13 settembre Nel pomeriggio, finalmente, arriva da Brindisi, dove si era trasferito il Comando Italiano, un radiomessaggio che diceva di considerare i tedeschi come nemici. Il messaggio spedito a Corfù il giorno 11 solo il 13 viene conosciuto a Cefalonia e questo sarà determinante per la vicenda. Al fine di sondare in profondità la volontà dei soldati, il generale fa preparare e diramare un ordine per un “referendum” tra le truppe nel quale ci sono tre possibilità di esprimersi: 1) con i tedeschi, 2) cessione delle armi, 3) contro i tedeschi. 14 settembre Nelle prime ore del giorno giunge al Comando Divisione il risultato del referendum del Generale Gandin: combattere. Viene consegnata la risposta italiana: “La Divisione Acqui non cede le armi. Si attende risposta.” É l’ultima notte di pace, carica però di angoscia: davanti ora c’è il nemico tedesco, senza più indugi In quest’ultima notte di quiete è come se la Acqui si caricasse sulle spalle le pene ele paure dell’Italia intera: tutto consiglierebbe di abbassare il capo, invece gli undicimilasettecento italiani pronunciano un “no” che diventa il primo mattone della rinascita. Pochissimi di loro la vedranno. 15 settembre Iniziano i combattimenti e in una prima fase gli italiani hanno ragione delle forze tedesche che fronteggiano efficacemente, facendo anche numerosi prigionieri. Nel frattempo, però, arrivano i rinforzi il battaglioni della divisione Edelweiss e della 104a Cacciatori, reparti di disciplina dell’esercito tedesco. La strategia tedesca era di usare piccole unità mobili mentre gli italiani, come già in Africa, formano unità statiche in posizione di difesa. E vi è la possibilità da parte tedesca di disporre dell’appoggio del X° corpo aereo di stanza sulla terraferma, mentre gli Italiani non possiedono forza aerea per contrastarli.
Comunque in una prima fase gli italiani riescono ad impedire lo sbarco nelle vicinanze di Argostoli di rinforzi per il "gruppo Fauth", un reparto tedesco pericolosamente incuneato nello schieramento italiano ma al tempo stesso isolato dal grosso delle truppe tedesche nell'isola; anzi, il fallimento degli sbarchi permette la sconfitta e la cattura di ben 450 uomini del reparto, più alcuni semoventi; ma il 17 il 18 il 19 tutti i tentativi da parte italiana di riconquistare la posizione-chiave di Karkadata falliscono provocando per di più gravi perdite. Arrivano altri battaglioni della divisione "Edelweiss" e della 104a cacciatori. I bombardamenti aerei a sostegno degli attaccanti sono troppo violenti per poter organizzare una efficace linea difensiva. Durante i combattimenti cadono 1.300 uomini sopraffatti dalla forza aerea tedesca. Il Comando militare italiano di Brindisi e gli alleati angloamericani non portano alcun aiuto. Gli inglesi addirittura bloccano due navi italiane partite da Brindisi per il soccorso. 18 settembre . Alle 11 il generale di divisione Foertsch telefona al Comando del Gruppo Armate e preannuncia una nuova ordinanza del Führer. L’ordine è: “Non fare prigionieri tra gli italiani a causa del comportamento improntato al tradimento e alla perfidia tenuto dal presidio di Cefalonia.” Il grosso delle esecuzioni viene eseguito sui luoghi di battaglia appena i gruppi di soldati italiani si arrendono. Testimonianza di Marco Crolli, marconista di Brescia: "La sera del 21 settembre avemmo la sensazione che la situazione stesse precipitando.La mattina del 22 all’alba decidemmo di renderci conto della realtà. Giunti nelle vicinanze della carrozzabile udimmo il crepitio di raffiche di mitra e delle grida. Ci avvicinammo ancora di più e assistemmo ad uno spettacolo terrificante. Soldati nostri che correvano avanti e indietro e che si buttavano a mare per ripararsi tra gli scogli, stretti tra due pattuglie di Gebirgsiager che, sparando a raffica, li stendevano a terra nella polvere e nel sangue. I nostri gridavano con le mani alzate: no! no! Come a dire: non vedete che ci arrendiamo? Noi restammo impietriti e cercammo un nascondiglio…" 22 settembre Esaurite le munizioni, interrotte le comunicazioni, annientati tutti i reparti, il Generale Gandin si vede costretto a chiedere di trattare la resa che è stipulata e concessa senza condizioni. Dopo due giorni dalla fine dei combattimenti, a freddo tra il 24 e il 28 settembre vengono passati per le armi 193 ufficiali e 17 militari di truppa. Testimonianza di Arturo Loranti sottotenente di complemento: "Ci portarono verso la periferia di Argostoli, in una località chiamata “casetta rossa”, Appena entrati ci venne incontro il cappellano Don Romualdo Formato che ci disse: ”Cari ragazzi, è la fine.” I tedeschi ci insultavano continuamente: Verrater (traditori) e ci invitavano ad uscire 4, 8, 12 alla volta salendo su nostre autocarrette che ci portavano al posto di esecuzione… Il plotone di esecuzione era formato da una squadra di 24 soldati tedeschi, dei quali 9 a turno eseguivano la fucilazione di 4 ufficiali alla volta, poi il sottufficiale tedesco passava a dare il colpo di grazia. Noi sentivamo intanto le scariche che uccidevano i nostri…" "Con esecuzioni di massa dal giorno 20 vengono uccisi più di 5.300 tra ufficiali, sottufficiali ed uomini di truppa; è vietato seppellire i cadaveri, che sono bruciati o fatti scomparire in mare. 3.000 superstiti muoiono in mare dentro le stive di navi saltate sulle mine mentre sono condotti ai luoghi di prigionia. La Wermacht spara sui naufraghi. Per parecchie notti illuminano il cielo dell’isola sinistri bagliori di molti roghi. Soprattutto nelle vicinanze dei centri abitati, centinaia e centinaia di salme, accatastate in vere montagne e abbondantemente impregnate di benzina, bruciano a lungo. Altrove, specialmente nelle montagne e sui monti, i cadaveri sono lasciati sul posto in pasto alle belve notturne, ai cani ed agli uccelli.” (Padre Romualdo Fortunato, L’eccidio di Cefalonia, settembre 1943: lo sterminio della Divisione Acqui, Mursia, 1968) I superstiti vengono avviati ai campi di concentramento in Germania. Circa 1.000 uomini rimangono sull’isola come servi dei tedeschi. Novembre 1944 Fra i soldati rimasti sull’isola nasce il “Raggruppamento Banditi Acqui” per organizzare la guerriglia, insieme ai partigiani greci. I capitani Apollonio e Pampaloni, da poco rientrato a Cefalonia dopo aver combattuto sui monti dell’Epiro, liberano Cefalonia insieme ai greci ed agli inglesi. Ciò che resta della Acqui ottiene dagli alleati di poter rientrare in patria con le armi e le bandiere. Su questa vicenda esistono naturalmente molte opinioni: di alcune, di stampo fascista, non conviene nemmeno dare notizia, altre, invece, seppur molto discutibili, sono comunque da esaminare; si veda, ad esempio: http://www.ilcampanile.it/acqui.html |