Claudia Cernigoi

Operazone Foibe

per gentile concessione delle Edizioni Kappa Vu pubblichiamo ampi stralci * del libro
del 1997 di Claudia Cernigoi, di cui nel 2005 è uscita la nuova edizione

Come si crea una mistificazione storica: dalla propaganda nazifascista attraverso la guerra fredda fino al neoirredentismo



Ruggine
penna di velluto
lecca il livido inchiostro
fango rapido
colpire la memoria
riscrivere la storia...

Canzone degli Africa Unite


Prefazione

Introduzione

Capitolo I: A Trieste la storia non comincia il 1° maggio 1945

1. UN PO’ DI STORIA
2. L’ISPETTORATO SPECIALE DI PUBBLICA SICUREZZA
3. LA “POLIZIA ECONOMICA”
4. LA GUARDIA CIVICA
5. MILIZIA DIFESA TERRITORIALE ED ALTRE FORMAZIONI MILITARI
6. LA DECIMA MAS
7. LA GUARDIA DI FINANZA
8. IL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE ED IL CORPO VOLONTARI DELLA LIBERTÀ
9. IL COLLABORAZIONISMO A TRIESTE



Capitolo II: Il nostro studio


1. I CRITERI E LE FONTI
2. GLI SCOMPARSI PER ALTRE CAUSE
3. ANALISI COMPARATA DEGLI ELENCHI DI PIRINA



Capitolo III: Le foibe triestine


1. LA “CULTURA” DELLA “FOIBA”
2. LE FOIBE ISTRIANE E LA PROPAGANDA NAZIFASCISTA
3. LE FOIBE NELLA ZONA DI TRIESTE
4. LA FOIBA PLUTONE E LA STORIA DELLA “BANDA STEFFÉ’”
5. LA FOIBA 149 DI OPICINA CAMPAGNA
6. LA “FOIBA” DI BASOVIZZA.



Capitolo IV: Le inchieste sulle foibe

Bibliografia

(aggiornata al 2004)


* il testo integrale è scaricabile cliccando qui; naturalmente nella versione completa sono riportati molti dati significativi, tra cui numerosi elenchi di persone, utilissimi per comprendere la reale consistenza del problema "foibe", ovvero il modo in cui tale questione è stata affrontata da certi "storici" e dalla stampa. Fra l'altro, qui sono state omesse varie notazioni storiche, anche assai dettagliate, su specifiche vicende triestine.

 

 

Rossana Rossanda

Sulle foibe

Da quando è presidente della Camera, Luciano Violante si è investito della missione di riscrivere la storia, che secondo lui non è mai stata giusta. Rifacendola, si potrebbe “riconciliare la nazione” che, come si sa, nel 1943 si divise.
Prima ci ha spiegato che occorre (o sarebbe addirittura occorso l’8 settembre?) capire i giovani che sceglievano Mussolini e Salò. Adesso rimprovera il suo ex partito - o ex suo partito o comunque si voglia chiamare il PCI - di aver nascosto che dal 1943 al 1945 i partigiani jugoslavi giustiziarono sommariamente e cacciarono nelle foibe non solo gli ustascia ma alcune migliaia di istriani che sospettavano d’accordo con loro, sicuramente molti innocenti. Il PCI ha occultato tutto, dice Violante riprendendo il segretario pidiessino di Trieste, per complicità totalitaria con Tito.
Si dà il caso che io sia stata una del PCI, e istriana da diverse generazioni. Conosco quella storia. Ma la conoscono tutti fuorché, forse, la distratta generazione di Violante: dal 1948 in poi le foibe ci vennero rinfacciate a ogni momento, e non solo dai fascisti che rivolevano Trieste (i loro eredi ancora mettono in causa il trattato di Osimo). Se la federazione triestina del PCI, a lungo diretta da Vittorio Vidali, fu dilaniata nel giudizio politico, storicamente non c’era nulla da scoprire.
Non è questione di archivi da portare alla luce, ci sono storie e documenti. Se Violante avesse velocemente consultato la abbastanza buona biblioteca della Camera, si sarebbe risparmiato delle enormità. La prima delle quali è tacere l’essenziale d’una vicenda che si pretende di ricostruire.

Non ci sono due possibili interpretazioni delle responsabilità italiane in Jugoslavia: ce n’è una. Ed è che l’Italia seguì Hitler nell’invasione della Jugoslavia del 1941, pretese un dominio particolare sulla Croazia, appoggiando Ante Pavelic e sovrapponendogli a mo’ di sovrano Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto. Per due anni i corpi d’armata italiani, soprattutto la Pusteria, e i generali Cavallero, Ambrosio e Roatta attuarono operazioni orrende contro la guerriglia partigiana, la più lunga e coraggiosa d’Europa, gli ebrei, i musulmani, i serbi ed altre minoranze; le fonti di Renzo De Felice calcolano in oltre duecentomila gli uccisi.
Mentre una nobile gara si instaurava, teste indiscusso Luigi Pietromarchi, fra Roma e Berlino su come spartirsi le spoglie dei Balcani. In capo a due anni, con l’8 settembre, l’esercito italiano si disgrega e per l’onore del nostro disgraziato paese diversi soldati e ufficiali raggiungono le formazioni partigiane jugoslave. Ma non perciò esse hanno vinto: i tedeschi non mollano il fronte jugoslavo, se perdono dei territori tentano di riprenderli o li riprendono con ripetute offensive, che tengono impegnata la Wehrmacht come in nessun altro fronte occidentale. La Jugoslavia si può considerare liberata e la guerra quasi conclusa nel tardo 1944 con la presa di Belgrado.
L’unificazione dei comitati partigiani è avvenuta un anno prima. E Tito sarà riconosciuto come interlocutore soltanto alle soglie del 1945, gli inglesi avendogli preferito il governo all’estero di Mihailovic (alleati cetnici inclusi finché non cambiarono bandiera). Quattro anni di guerra di guerriglia, che il variare del fronte e degli esiti rende subito guerra, quattro anni di scontro con un esercito potente e crudele, di massacri, rappresaglie e saccheggi, sono un tempo infinito. L’odio seminato, e meritato, da italiani e collaborazionisti fu grande, e non dimenticato. E le vendette certamente atroci, e non dimenticate.
Ma le responsabilità non sono le stesse.
Non tiriamo in ballo i morti, che sono davvero fuori dalla storia, per far intendere che le colpe sono uguali, e che lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano.
Questa è mistificazione, prima ancora che revisionismo. L’ignoranza e la confusione sono già abbastanza grandi perché un presidente della Camera ex comunista venga ad aumentarle.

il Manifesto, 27 agosto 1996