Paola Ceretta

La storia dei 7 fratelli Cervi

"E in quella pianura, da Valle Re ai Campi Rossi, noi ci passammo un giorno,
e in mezzo alla nebbia, ci scoprimmo ... commossi"

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Ai Campi Rossi ci sono andata, invece, quando c’era la neve. Una giornata gelida. Varcata la soglia mi accolgono le parole di papà Alcide "dopo un raccolto ne viene un altro". Un monito che sintetizza la passione e la forza di questa straordinaria famiglia emiliana. Così comincia il mio viaggio nella triste favola della famiglia Cervi, una delle storie più belle e più crude della nostra Resistenza, che pochi raccontano, che ancora meno conoscono. Entro nella cucina, ancora intatta, come allora. Sento i passi degli squadristi che rastrellano gli 8 uomini, nonostante alcuni di loro, come Ettore, poco più che ventenne, fossero ancora dei ragazzi. Una fitta alla bocca dello stomaco. E poi si sale. Le stanze da letto. Li vedi ancora alla finestra che sorridono verso i campi e poi che sparano, nel buio, per difendersi. L’altra ala della casa è piena di oggetti, ricordi, lettere dei figli alla madre , dal carcere, per rassicurarla. C’è anche una poesia di Salvatore Quasimodo dedicata a quei 7 eroi che probabilmente tali non si sono mai sentiti, parola, oggi, troppo spesso sprecata.
Alcide Cervi con la moglie Genoveffa Cocconi, alleva, nella prima metà del secolo, 9 figli: 7 maschi e 2 femmine. Li educano ai valori semplici della giustizia, della carità cristiana, quella vera, concreta, che si misura in un immenso amore per l’umanità tutta, senza risparmio, del lavoro nei campi, della cultura, quello dei libri che mamma Genoveffa leggeva nell’aia la sera, mentre mangiavano pane e verza, i Promessi Sposi o la Divina Commedia, mica storielle da ridere. Alcide Cervi è un mezzadro che si ribella alla voce grossa dei padroni che non sanno distinguere il granoturco dal trifoglio, ma sono puntuali a riscuotere i loro soldi "pochi, maledetti e subito". Lui, invece, è un progressista e ama quella terra come fosse sua. Con i figli studia libri di agronomia, si informa sulle novità tecnologiche, vuole migliorare il terreno e la produttività, anche a costo di grandi sacrifici. Nessuno lo ascolta e con la numerosa famiglia, che nel frattempo si allarga con nuore e nipotini, fa San Martino, come dice lui, trasloca in diversi fondi fino a prenderne uno tutto suo: i Campi Rossi. Il terreno emiliano è tutto una montagna russa di buche e collinette. Gli 8 Cervi, padre e figli, riescono livellarlo, a nutrirlo, a farlo germogliare, ad aumentare la produzione. Da pazzi incoscienti, per i vicini diventano un esempio da seguire ... e non solo in agricoltura.

Alcide Cervi - I miei sette figliGELINDO, ANTENORE, ALDO, FERDINANDO, AGOSTINO, OVIDIO ed ETTORE sono cresciuti. Vanno in balera, amoreggiano nei paesi vicini, partono per il militare ... e si scontrano con il potere fascista. Un po’ per indole, un po’ per educazione, stanno sulla riva opposta. Aldo fa propaganda antifascista con i suoi commilitoni. Gli ufficiali ubbidiscono al duce e il ragazzo si fa qualche anno a Gaeta. Per lui è come essere andato all’università, un ateneo un po’ particolare, l’università del carcere: lì capisce, comprende, si istruisce e passa all’azione. E si trascina dietro tutta la famiglia. Così una famiglia di contadini come tante passa dalla religione cristiana a quella civile del socialismo prampoliniano prima (Alcide in gioventù aveva assistito a dei comizi che l’avevano scosso nel profondo), che predica l’organizzazione di tanti nel rispetto di tutti contro lo strapotere di uno nel rispetto di nessuno, al comunismo della Resistenza e della liberazione dal fascismo poi, nel sogno di un’Italia libera e democratica dove l’unico monito è quello di costruire.
Aldo apre una biblioteca a Campegine, poco distante da Gattatico, dove si trova il fondo dei Campi Rossi: qui spaccia libri "sovversivi" in barba ai fascisti, i sonnacchioni come li chiama papà Alcide, e tiene riunioni clandestine con chi, attraverso la sua paziente propaganda fatta di chiacchiere informali e discussioni accese, è passato dall’altra parte. Qualcuno ha i genitori fascisti, qualcun altro ci rimetterà la vita. I contatti si allargano, la rete si espande. Volantini e giornali clandestini. Aldo non lascia in giro copie, va direttamente dalle famiglie a leggere e commentare i fatti, come faceva la sua mamma con i Promessi Sposi, cha da tempo non legge più. Imbrogliano l’Annonaria sulle quote dell’ammasso. Il paese li segue.
v25 luglio 1943: cade il governo fascista. L’incubo è finito. La famiglia Cervi offre pastasciutta a tutta Gattatico. Ci sono anche i carabinieri e i soldati fascisti di stanza nel paese, che si sono tolti la camicia nera. Ma l’8 settembre arriva presto. I campi Rossi diventano il quartier generale delle azioni partigiane nella zona. Ospitano soldati alleati dispersi, ex prigionieri, disertori: li lavano, li nutrono, li vestono, li rimettono in piedi. Russi, inglesi, neozelandesi, francesi ... Aldo va in montagna, gli altri continuano ad agire in pianuea. Collaborano con i GAP (Gruppi di azione patriottica), recuperano armi, producono cibo...
Il 25 novembre 1943, alle 6.30 del mattino un plotone di 150 camicie nere circonda la casa dei Cervi e dà fuoco al fienile. Combattono per un po’ poi la famiglia si arrende. Alcide e i suoi 7 figli vengono arrestati. Torturati e interrogati i ragazzi non rispondono. Gelindo e Aldo si assumono la responsabilità di tutto nell’estremo tentativo di salvare il padre e gli altri fratelli. Gli offrono di salvarsi la vita entrando nella Guardia Repubblicana di Salò. Il rifiuto è netto: "crederemmo di sporcarci". Simpatizzano con una guardia e programmano la loro evasione. Vengono tradotti al carcere di San Tommaso e il piano sfuma. I compagni preparano una nuova evasione. La notte di Natale. Ci sono degli intoppi e viene rimandata alla notte di Capodanno, quando i secondini in servizio scarseggiano. Il 27 dicembre, un’azione mai rivendicata, porta alla morte del segretario fascista di Bagnolo in Piano. Gli altri maggiorenti del posto giurano vendetta. All’alba del 28 dicembre vengono prelevati i 7 fratelli più Quarto Cimurri, loro compagno di battaglia: devono andare a Parma per il processo. Per molto tempo il padre crederà, o vorrà credere, a questa bugia. I ragazzi sono in fila al Poligono di tiro di Reggio Emilia. Molti i volontari che ambiscono all’onore di farli fuori. Una scarica e li seppelliscono clandestinamente senza firmarne i certificati di morte. Nemmeno i caporioni fascisti hanno il coraggio di prendersi la responsabilità di quell’eccidio. GELINDO, ANTENORE, ALDO, FERDINANDO, AGOSTINO, OVIDIO ed ETTORE CERVI fanno paura anche da morti.
Il carcere di San Tommaso viene bombardato il 7 gennaio 1944. Alcide scappa tra le mura che crollano e le guardie che gridano. A casa, in preda a un ulcera terribile, viene assistito dalla moglie e dalle nuore. Loro sanno la verità ma la tacciono per lungo tempo nonostante il vecchio padre continui a credere di riabbracciare i figli da un giorno all’altro. Ristabilitosi Genoveffa gli racconta la verità. Alcide non si rassegna: "i nostri morti ispirino i vivi". Al posto di 7 figli ci sono 11 nipoti. Si ricomincia da capo un’altra volta. Le attività partigiane della famiglia continuano. A ottobre i fascisti appiccano un nuovo incendio ai Campi Rossi. Il ricordo doloroso di quello precedente e lo strazio per la morte dei figli è troppo forte e Genoveffa Cocconi muore di crepacuore il 10 ottobre 1944.
L’8 maggio 1945 la Germania firma la resa. La guerra è finita. Questa volta sul serio. Nell’ottobre dello stesso anno vengono riesumate le spoglie dei 7 fratelli Cervi: funerali solenni a Reggio Emilia il 28 ottobre 1945, tumulazione accanto alla madre nel cimitero di Campegine.

Alcide Cervi, nel 1954, ormai ottantenne, raccoglie le sue memorie in un libro, con l’aiuto di Renato Nicolai, I miei sette figli. Racconta la storia di una famiglia di fedi diverse (cattolici, socialisti, comunisti) pieni di forza, di passione, di senso della giustizia e di rispetto verso il prossimo. Valori semplici, valori contadini, come li definisce lui, ma patrimonio di tutti, o quasi. Non pensa che la sua famiglia sia straordinaria, non più di Clara Cecchini, bimba di otto anni, che messa in fila dai tedeschi con la famiglia, con l’orribile bugia di una foto, riceve una sventagliata di mitra e lei, solo ferita, si finge morta, con la mano stretta al suo papà, già cadavere, finchè non arrivano i partigiani a salvarla. Non più della mamma di Bettola (nell’Appennino Reggiano) dove i tedeschi bruciarono persone e cose e le strapparono dalle braccia il figlioletto infante per gettarlo nel fuoco. "Questi sono i dolori grandi che offendono la vita", sentenzia Alcide Cervi. Lui aveva 7 figli e 7 ne ha dati alla patria, altri ne avevano uno e quello hanno dato. Non c’è differenza.

Alcide Cervi muore a 95 anni, nel 1970. I suoi nipoti oggi sono nonni come lo è stato lui ma non vivono più ai Campi Rossi, li hanno aperti a tutti i nipoti d’Italia, perché possano capire e ricordare, perché dopo 7 figli ci sono 11 nipoti, perchè "dopo un raccolto ne viene un altro."

socialpress 25 aprile 2005

v. il sito Istituto Fratelli Cervi