Genova, 25 aprile 1945



 

qui una galleria di immagini

 



Genova è l'unica città europea in cui le forze armate del Terzo Reich si sono arrese ai partigiani

Alle 19,30 del 25 aprile 1945 il generale Günther Meinhold e l'operaio comunista Remo Scappini, rispettivamente comandante delle truppe germaniche dell'intera area genovese e presidente del CLN della Liguria, firmano l'atto di resa in base al quale tutte le forze tedesche operanti nell'area si arrendevano alle formazioni partigiane. Lo storico evento ebbe luogo a Villa Migone, dove risiedeva il cardinale Pietro Boetto, arcivescovo di Genova, uno dei mediatori nelle trattative che portarono alla resa.


 

23 aprile

Il CLN decide di dare avvio all'insurrezione e tutte le formazioni partigiane della zona convergono sulla città, di fatto circondando il nemico, che tuttavia dispone di 12.000 uomini in città e 18.000 nei dintorni: una forza che è molto difficile battere, ma che si può contrastare.
Il comando militare partigiano conta anche sul fatto che da qualche tempo il card. Boetto si sta adoperando affinchè vengano risparmiati ulteriori sofferenze ad una città stremata dall'occupazione e dai bombardamenti alleati, e presume che il gen. Meinhold non intenda dar seguito alla minaccia di far aprire il fuoco sull'abitato alle potenti batterie collocate sulle alture e nella zona del porto.
La situazione è resa ancora più complessa e rischiosa dal fatto che le intenzioni tedesche non sono affatto univoche: se Meinhold pare essere disponibile a trattare, molti suoi ufficiali intendono seguire alla lettera l'ordine di Hitler di fare terra bruciata: in particolare le forze che controllano il porto sono al comando del capitano di vascello Berninghaus, un fanatico nazista ben deciso a opporsi in ogni modo ai partigiani; orientamento condiviso dalle Brigate Nere e dagli altri reparti repubblichini.
Meinhold è dunque in grave difficoltà, e inutilmente propone di risparmiare la città a condizione che gli venga consentito di far evacuare le truppe: le formazioni partigiane intorno a Genova sono in grado di bloccare la ritirata e il CLN ribadisce che "i colpevoli di distruzioni saranno considerati criminali di guerra e come tali passati per le armi ." Inoltre molti ufficiali e soldati tedeschi sono stati catturati dalle SAP, Squadre di azione patriottica, e dunque sono dei veri e propri ostaggi.

L'insurrezione inizia con una formidabile operazione di sabotaggio: vengono disattivate le linee elettriche ad alta tensione, le locomotive sono messe fuori uso, le comunicazioni telefoniche interrotte; mentre si rafforza il controllo partigiano sulle strade verso il Piemonte e la brigata Balilla entra a Sampierdarena, nelle zone portuali altri reparti - con l'apporto decisivo dei camalli - provvedono al rischioso compito di disinnescare le numerose cariche esplosive piazzate sui moli, tra gli impianti, e sott'acqua. Tedeschi e fascisti cercano in tutti i modi di contrastare queste azioni, e i combattimenti sono durissimi.

24 aprile

La situazione è estremamente confusa: si continua a combattere in città, in particolare nella zona di De Ferrari, ed un reparto fascista riesce ad occupare la prefettura, da dove lancia appelli (fingendo di far capo al CLN) alla pacificazione, disorientando non poco i cittadini; il famigerato Berninghaus attua misure di controsabotaggio e cerca addirittura di provocare un incendio che coinvolga la città, e quindi la zona portuale è aspramente contesa. I partigiani prendono il controllo delle carceri di Marassi e liberano i detenuti politici, ma la città continua ad essere frammentata tra zone ancora in mano ai nazifascisti e quartieri liberati; e sulle alture le fortificazioni non cedono alla pressione dei partigiani. Gli alleati sono ancora lontani, a La Spezia.

25 aprile

Durante la notte le forze partigiane hanno messo fuori combattimento gran parte delle postazioni d'artiglieria tedesche e sull'altura di Granarolo hanno occupato la stazione radio, da cui trasmettono i messaggi del CLN.
Le vie di fuga dalla città sono ormai tutte saldamente in mano ai patrioti, la sorte dei tedeschi è segnata.
Nel pomeriggio Meinhold riceve due missive: una del card. Boetto, che si rende garante di una giusta resa, e l'altra del CLN, che definisce le condizioni della resa.
Meinhold ha due alternative: obbedire a Hitler e distruggere la città, e quindi tentare, con poche speranze, di raggiungere il Piemonte; oppure evitare un inutile massacro e accettare la resa. Sceglierà la seconda strada, e per questo verrà condannato a morte in contumacia da Berlino. Si reca all'incontro decisivo con i capi del CLN e finalmente, alle 19,30, firma la resa: "Tutte le Forze armate germaniche di terra e di mare alle dipendenze del signor generale Meinhold si arrendono alle Forze armate del Corpo volontari della libertà alle dipendenze del Comando militare per la Liguria..."

26 aprile

Alle 4,30 del 26 aprile Meinhold trasmette l'ordine di resa a tutti i reparti sotto il suo comando, non senza incontrare forti resistenze da parte degli ufficiali più legati al nazismo.
Alle 9 Paolo Emilio Taviani 'Pittaluga', capo delle formazioni cattoliche, su mandato del CLN da Radio Genova annuncia la capitolazione tedesca, legge il testo della resa e conclude: "Popolo genovese, l'insurrezione, la tua insurrezione è vinta ... Genova è libera. Viva il popolo genovese, viva l'Italia!"
Ma non è tutto finito: i nazifascisti più irriducibili cercano disperatamente di rinviare l'inevitabile disfatta, e si susseguono tentativi di fuga, sortite, azioni di cecchinaggio. Solo in nottata la resa sarà totale.
Genova è dunque davvero libera ed il CLN assume tutti i poteri.
L'indomani arrivano le avanguardie alleate, che prendono in consegna dai partigiani quasi 30.000 prigionieri e che resteranno sbalorditi nel vedere una città aspramente ferita (soprattutto dalle loro bombe...) ma viva e ordinata, con i tram circolanti, la rete elettrica in funzione.
"A Wonderful Job!", commentò il gen. Almond, comandante delle forze angloamericane.

 

 

Günther Meinhold (1889 - 1979) nasce in una famiglia prussiana di militari e proprietari terrieri. Combatte nella I guerra mondiale e viene decorato con la Croce di ferro. Colonnello della Wehrmacht, tra il 1938 ed il 1942 opera alla frontiera orientale del Reich e viene promosso maggiore generale. Dopo aver prestato servizio sul fronte russo e su quello francese, nel marzo 1944 è designato comandante della piazzaforte di Genova.
Ormai convinto che la guerra fosse persa, prende definitivamente le distanze dal regime nazista, al punto di non rispettare l'ordine di Hitler di radere al suolo Genova in caso di ritirata tedesca: per questo viene condannato a morte in contumacia.
Nell'aprile del 1945 avvia trattative segrete con il CLN, ed il 25 aprile accetta la resa. Prigioniero degli americani per circa due anni, rientra in patria nel 1947.
Nel 1949 consegna il proprio memoriale di guerra al Secolo XIX.
Remo Scappini (1908 - 1994) nasce ad Empoli in una famiglia operaia.
Nel 1923 entra nelle file comuniste e nel 1930 è costretto ad emigrare in Francia.
Dopo un soggiorno di due anni a Mosca, dove frequenta la Scuola Leninista, ritorna a Parigi e lavora nell'apparato centrale del Partito Comunista d'Italia.
Nel 1933, durante una missione clandestina in Italia viene arrestato e condannato a 22 anni. Nel 1942 viene liberato grazie all'amnistia per il ventennale del regime e a Torino dirige la Federazione comunista, contribuendo alla nascita dei Gruppi di Azione Patriottica.
Nel novembre del '43 è a Genova e assumerà poi l'incarico di presidente del CLN ligure. Il 25 aprile firma l'atto di resa dei tedeschi.
Nel dopoguerra fu a lungo parlamentare del PCI e poi consigliere comunale, a Empoli e a Genova.

 

Da Il generale e l'operaio, pubblicazione curata da Marco Peschiera e Massimo Gentile e distribuita nel 2009 come supplemento al Secolo XIX, riproduciamo le testimonianze del gen. Günther Meinhold e di Remo Scappini.
Così scriveva nella presentazione il Presidente del Consiglio Regionale della Liguria, Giacomo Ronzitti: "
Sorprende scoprire nelle parole di quegli uomini induriti dalla guerra il tratto di una profonda umanità, quasi una sofferta ragionevolezza in grado di anteporre alla pur comprensibile iniziale diffidenza, nella difficoltà di un passo tanto incerto quanto importante, l'obiettivo comune della pace. Il generale e l'operaio superarono se stessi. Si riconobbero uomini."

 

 

L'ordine di Hitler: fare terra bruciata

Presi il comando di Genova il 10 marzo 1944 con l’ordine di trasformarla in una piazzaforte. Era questo, veramente, un compito per risolvere il quale ci sarebbero voluti degli anni! Ma le intenzioni degli alleati nella loro lotta per il continente erano assolutamente sconosciute. Il servizio di informazioni tedesco non era in grado di chiarire il buio. E uno sbarco nemico nella baia di Genova era possibile. Per impedirlo si doveva fare tutto ciò che era nelle nostre forze. Principalmente ci limitammo alla costruzione di forti ostacoli lungo la costa e mettemmo sotto cemento armato le batterie e le postazioni anticarro ed antisbarco. Il cosiddetto fronte di terra, che avrebbe acquistato importanza da un attacco dai monti, fu organizzato dalla fanteria con piccoli gruppi di combattimento. Per i lavori in cemento armato e le gallerie invece si ricorse alla organizzazione Todt e ad alcune imprese di costruzioni italiane.

Quale guarnigione della fortezza erano a disposizione un reggimento di fanteria tedesco, due battaglioni di bersaglieri e due compagnie di pionieri. A questi si sarebbero aggiunti, nel caso di un attacco, alcune migliaia di uomini delle cosiddette unità d’allarme, che erano composte da uomini di tutte le specialità e comandi presenti, anche della Marina.

Relativamente forte era la difesa d’artiglieria. Oltre alle batterie di un reggimento di artiglieria pesante e di un reparto di artiglieria leggero, alcune batterie autonome, fino al calibro di 380 (Monte Moro), puntavano le loro bocche da fuoco verso la costa. Fuori della fortezza vi erano le batterie del treno armato e la batteria di Arenzano pronte ad intervenire.

Ma se tali artiglierie erano più che sufficienti per affrontare bersagli a mare o fronteggiare un aggressore del fronte di terra, la difesa antiaerea, per contro, era preoccupantemente debole. A prescindere da qualche batteria leggera, soltanto un unico reparto di 88 Flak [FlugabwehrKanone, cannone contraerei] copriva lo spazio aereo sopra la fortezza di Genova: situazione questa che mi preoccupava molto, tenuto conto del fatto che qualsiasi manovra di sbarco sarebbe stata accompagnata da attacchi aerei della massima intensità. Le varie incursioni aeree della RAF sul porto di Genova rappresentavano in realtà solo un pallido saggio di quanto avremmo dovuto aspettarci nel caso di un attacco in grande stile.

Il valore bellico di questa fortezza improvvisata contro flotta e arma aerea rimase pertanto un punto interrogativo. Ma sapevamo troppo bene che il grande dilettante della Reichskanzlei di Berlino non ammetteva né obiezioni né discussioni. È ben vero però che potevo fidarmi assolutamente delle truppe combattenti. Non altrettanto tuttavia poteva dirsi per le cosiddette unità d’allarme, una improvvisazione fra scrivani, cuochi, autisti, attendenti e simili, che non erano adeguatamente equipaggiati e armati per scopi combattivi. Secondo le mie esperienze in Russia questa truppa di tappa, racimolata negli uffici e nelle officine, era la peggiore e, in quanto composta da specialisti, la più costosa di tutto l’esercito. Mi consolai al pensiero che probabilmente questa prova ci sarebbe stata risparmiata, in quanto nel caso di una situazione veramente seria tutti i comandanti e servizi delle retrovie sarebbero stati richiamati in tempo.

Ora queste truppe dei servizi, alle quali anche la Marina contribuiva con un forte contingente, erano poste sotto il mio comando solo in caso di combattimento, mentre l’SD (Sicherheistdients - polizia segreta, il servizio segreto delle SS) rappresentava un organismo del tutto autonomo. Non ne ero dispiaciuto. L’esercito aveva a che fare mal volentieri con questa specie di Ordine segreto, altrettanto presuntuoso quanto sinistro, circondato dal velo della segretezza e che nella Casa dello Studente, in mezzo alla pacifica Genova, credette opportuno circondarsi di fitti cordoni di filo spinato e assicurarsi verso le strade con fortini in cemento armato, dalle feritoie dei quali le canne delle mitragliatrici minacciavano in ogni direzione. Quale polizia segreta di Hitler questa SD aveva all’occorrenza quasi pieni poteri, anche verso le forze armate, un fatto che suscitava fra gli ufficiali violente reazioni di sdegno.

Da parte italiana le Brigate Nere collaboravano con l’SD. In un primo tempo avevo delle idee poco chiare riguardo queste Brigate Nere; ma fu la popolazione di Genova che ben presto mi fornì le necessarie informazioni, rivolgendosi a me con proteste e lamentele, purtroppo nella maggior parte ben giustificate. Mi fece una profonda impressione quando una donna piangente, il cui figlio era stato arrestato da loro, parlò soltanto di “Banda Nera”. In questa occasione potei arricchire il mio patrimonio linguistico italiano di molte altre parole quali “brigante, ladrone, birbante, ecc.” La conseguenza che ne trassi fu che in seguito limitai le attività delle Brigate Nere al minimo. E, per quanto una decisione del genere poteva dipendere da me, non me ne servii più per azioni contro i partigiani.
Durante l’estate del 1944 il dominio dei partigiani nel nostro settore era principalmente limitato ai monti a nord est di Genova. A quel tempo non ritenemmo molto elevato il loro numero: ma la loro forza consisteva nella perfetta conoscenza del terreno, nella mobilità e nell’agilità dei loro comandi. Era assai scomodo per noi che essi controllassero le strade fuori mano, catturando singoli veicoli e facendo saltare in aria ponti. Tutte le azioni contro di loro rimanevano in genere senza successo, perché i fili del loro servizio di informazioni si estendevano fino nella città, per cui per lo più riuscivano a scansarci elasticamente. I reparti comandati a ciò, tratti dalle riserve della fortezza, non amavano eccessivamente queste arrampicate faticose in cui si sentivano come presi in giro.

Con una certa preoccupazione, comprensibile nella nostra situazione, mi resi conto ben presto che i proseliti del Duce si erano ridotti a un resto trascurabile. Anche i discorsi roboanti delle autorità fasciste non poterono ingannarci in proposito. Sentii che lentamente la terra ci veniva a mancare sotto i piedi. Con raccapriccio pensavo alle terribili conseguenze che avrebbero avuto gli ordini impostimi, se a Genova fosse avvenuta una rivolta o se un attacco degli alleati ci avesse costretti ad abbandonare la città. Hitler aveva dato ordine che nulla all’infuori “di terra bruciata” doveva essere lasciato al nemico. Fra i miei documenti c’era il famigerato “Piano Z” con una lista lunghissima di obiettivi da distruggere. E questo piano purtroppo era tutt’altro che un pezzo di carta: centrali elettriche e dell’acqua, fabbriche, ponti, gallerie e, prima di tutto, il porto con la sua diga foranea e i cantieri, dovevano esser distrutti. Trovai buona parte di questi obiettivi già preparati per poter essere fatti saltare. Nel molo era stata collocata una catena di bombe da aeroplano. Bastava la pressione sulle leve in tre posti di brillamento per scatenare la catastrofe: pensiero questo che mi gravava come un incubo.

Ma Genova rimase tranquilla e io potei abbandonarmi al fascino che questa magnifica città esercitava sul mio spirito come su quello di tanti altri.


Salvare il porto dalla catastrofe

La mia posizione comportava frequenti contatti con la popolazione. Un giorno venne da me la dottoressa Muller, moglie del professore Antonio Giampalmo, una tedesca d’origine, per intercedere a favore di una famiglia amica. Non ricordo più i particolari: probabilmente si trattava, come spesso, di liberare qualcuno, che si trovava nel malfamato Marassi, dagli artigli del SD. Il capo del SD era un certo dottor Engel, già allora abbastanza furbo per mostrarmisi talvolta compiacente nei casi meno importanti, dandomi libero un prigioniero di poco interesse per impegnarmi così a mia volta.

Ricordo ancora che in quella occasione mi interessai anche di un altro caso, assai strano, per il quale, mancando in quel momento di un interprete dovetti ricorrere all’aiuto della signora Giampalmo. Una donna, stanca del proprio marito, se ne era liberata denunciandolo presso le Brigate Nere e ora quel disgraziato si trovava completamente innocente nelle carceri di Marassi. Sua madre disperata invocò il mio aiuto e siccome il caso mi indignò particolarmente ne feci una questione di prestigio per me. Il dottor Engel funzionò e mi regalò “magnanimamente” il suo prigioniero! Anche nel caso patrocinato dalla signora Giampalmo potei rimediare al torto fatto e anche in altri simili per i quali in seguito ricorse al mio intervento. Presto si stabilì così una comune attività per risolvere casi del genere, attività nella quale si impegnò anche il professor Giampalmo. Dato il momento non mancavano naturalmente questioni di ogni sorta, per le quali poteva essere utile o addirittura necessario il mio interessamento. Anche per me era assai utile poter ricorrere in problemi che riguardavano la città e la sua popolazione, al consiglio sincero di queste persone, spinte esclusivamente dal desiderio di rendersi utili per la loro gente. Presto ci accorgemmo di concordare per la maggior parte delle nostre vedute e si sviluppò un rapporto di fiducia che si rafforzò ancor più quando, in occasione del fallito tentativo di von Witzleben, nel luglio 1944, di eliminare Hitler a Berlino, confessai loro, adirato, di essere anche io un accolito di quell’uomo, mentre i Giampalmo già da tempo mi avevano fatto intendere che avversavano il fascismo. Da loro appresi molte cose circa la vera situazione politica interna in Italia che altrimenti attraverso le nostre fonti di informazioni naziste, non mi sarebbe stato possibile sapere. Nessuno però poteva allora immaginare quale importanza i nostri rapporti avrebbero assunto alcuni mesi più tardi per Genova e per tutti noi! In seguito ebbi più volte modo, in occasione dei miei frequenti contatti con la popolazione italiana, di trovare conferma di quanto mi avevano detto i Giampalmo e di rendermi conto del tragico conflitto morale in cui la politica di Mussolini con la conseguente guerra fratricida, aveva spinto molte brave persone.

Ricordo ancora il colloquio avuto con un maggiore dell’esercito della Repubblica di Salò, di cui però non rammento più il nome né l’arma cui apparteneva. Era una bella figura di soldato, un uomo retto e onesto che mi parlava in un francese impeccabile, perché di madre francese. Mi fece una profonda impressione rendermi conto del suo penoso dramma interiore: era perfettamente conscio ormai di non trovarsi dal lato giusto; sapeva che i migliori del suo popolo erano nel campo opposto dove il suo onore avrebbe voluto fosse anche lui, ma dove il suo concetto del dovere ora gli vietava di andare. Non espresse chiaramente queste cose, ma la sua rassegnata tristezza ma le fecero comprendere chiaramente.

Fu significativo al riguardo anche un altro episodio sebbene per effetto opposto. Avevo incaricato il mio ufficiale del servizio segreto (spionaggio) di cercare italiani da mandare quali nostri informatori nelle zone partigiane, e un giorno mi chiamò, probabilmente non senza una punta di malignità, perché prendessi personalmente visione degli aspiranti agenti; lo spettacolo che mi offerse era davvero grottesco e penoso a un tempo: donne che ormai quasi più nulla di femminile e di umano avevano nei visi abbruttiti, nella voce roca, nei corpi consunti dalla vita di vizio; certamente rappresentavano anche nella loro categoria gli ultimi relitti. Solo queste donne, dunque, sarebbero state disposte a tradire i propri fratelli. In mancanza d’altro, le mandammo dietro le linee con le istruzioni del caso, consci che poco c’era da sperare sulla loro utilità pratica, come infatti si dimostrò in seguito, perché la maggior parte non le vedemmo neppure più e quelle che tornarono non fornirono mai notizie di qualche valore.

L’estate e il primo autunno passarono senza particolari avvenimenti, interrotti soltanto da alcuni attacchi sul posto da parte degli aviatori che erano di base sulle isole, e da piccole scaramucce coi partigiani. Dovemmo abbandonare e bloccare la strada per Piacenza della quale all’occorrenza potevamo fare a meno. In compenso però prendemmo ogni misura per tener libera a ogni costo l’autostrada e la strada provinciale per Serravalle.
Per il resto c’era abbastanza calma. L’avversario alle nostre spalle dava affidamento per incoraggiarci ad affrontare un problema in cui ambo le parti erano ugualmente interessate: lo scambio dei prigionieri. Riuscimmo a stabilire “rapporti di affari”; non mancavano i mediatori e mossa per mossa venne scambiato un certo numero di prigionieri: pareva che rivivesse ancora una volta la cavalleria dei tempi antichi.

Lo sbarco degli alleati nella Francia meridionale ebbe anche per Genova delle decisive conseguenze, probabilmente però dalla maggioranza della popolazione non avvertite. Finalmente Hitler si fece convincere che era contrario a tutte le esperienze mettere le batterie della difesa costiera immediatamente sulla spiaggia, fatto contro il quale invano avevamo spesso energicamente protestato.
Così venne l’ordine di ritirare rapidamente l’artiglieria di alcuni chilometri dalla costa per nasconderla alla visibilità del mare. Era un lavoro che richiedeva molte settimane e che fino alla primavera del 1945 non poteva ancora essere terminato.
A ogni modo le nuove disposizioni ebbero per conseguenza che la “fortezza Genova” il primo novembre 1944 venne nuovamente dichiarata città aperta; il che per lo meno l’avrebbe salvata dall’eroica, ma tragica sorte di un assedio, visto che anche le linee della difesa di fanteria vennero ritirate sulle alture a nord della città. Ormai Genova si stendeva davanti alle bocche dei cannoni. E un attacco dal mare non era più molto probabile. Vi erano ragioni per ritenere che la città non sarebbe più stata coinvolta in seri eventi bellici e almeno che gli Americani non forzassero la strada costiera. La mia posizione di comandante della fortezza era terminata. Entro pochi giorni avrei potuto lasciare Genova per sempre... e questo al punto in cui stavano le cose poteva avere delle conseguenze radicali per la città.

Interventi presso il Führer per salvare almeno il Porto

Era naturale che io parlassi con i miei amici anche dei problemi della guerra entro i limiti concessimi dai miei doveri di segretezza. I nostri lavori di costruzione entro e intorno alla città non potevano naturalmente rimanere celati, come non lo potevano, tanto meno, i nostri preparativi per far saltare il porto e i complessi industriali, anche se i particolari, specie circa l’entità delle distruzioni, non erano noti. Fu, mi sembra poco dopo lo sbarco degli alleati nella Francia meridionale, che dopo aver parlato con i Giampalmo del metodo Hitler della terra bruciata, li informai del suo ordine, di far saltare il porto con tutti i suoi impianti. A queste prospettive i miei interlocutori rimasero letteralmente esterrefatti.
Essi mi spiegarono le conseguenze economiche che un simile atto di follia distruttiva avrebbe potuto avere non solo localmente ma per tutta l’alta Italia e oltre fino alla Svizzera e nel cuore dell’Europa centrale; bloccando per anni, probabilmente per decenni, ogni commercio e traffico. Più di ogni altra cosa sembravano preoccupati della progettata distruzione del molo esterno; dissero che quel molo, opera della maestria costruttiva italiana, era una parte vitale di tutto il porto, tagliata la quale il porto stesso sarebbe morto e insabbiato. D’altro canto lo scarso valore militare di tali distruzioni, le quali, per quanto atte a rallentare l’avanzata del nemico, non potevano però fermarlo, mi era familiare già dalla Russia.
Quella sera ritornai a casa molto pensieroso e amareggiato.

Una strana coincidenza condusse, non molto tempo dopo, il maresciallo Graziani a Genova per una ispezione. Nella sede del mio comando lo informai sulla situazione, quando venni a parlare della distruzione del porto provocai anche in lui una forte reazione: «Far saltare quel molo significa distruggere il lavoro di 50 anni», mi disse con gravità. Gli proposi di rivolgersi a Hitler per ottenere la revoca di questo ordine. Più tardi venni a sapere che effettivamente ciò era stato fatto ma, come prevedevo, senza ottenere alcun risultato. Fu così che lentamente nella mia mente maturò la decisione di non dare l’ordine di distruzione fin tanto che ciò fosse nel mio potere: sentivo imperioso il dovere di rifiutare l’obbedienza e seguire il migliore giudizio e la voce della mia coscienza.
Ed ecco che invece, divenuto improvvisamente superfluo a Genova e perciò libero per essere comandato ad altra destinazione, l’incombenza di provvedere alle distruzioni sarebbe passata in altre mani, probabilmente al comandante della 148ma divisione di fanteria che teneva il settore Genova - La Spezia. La Superba si era ormai conquistata un posto nel mio cuore. Confesso che me ne dispiacevo.

Avvenne però il miracolo. Il comandante della 148ma divisione di fanteria fu destinato altrove, io rimasi e assunsi anche il comando di quella unità. Quando il 1 novembre 1944 mi insediai al mio nuovo posto di comando a Savignone ero convinto che tutto ciò non era avvenuto per puro caso. Forse era proprio lì, il destino che mi aveva prescelto a questo compito.
Per incominciare c’era intanto un mucchio di nuovo lavoro. Il mio potere si era notevolmente accresciuto. La mia zona si estendeva ora dal passo del Turchino a nord di Voltri fino a Levante per circa 80 chilometri. Genova rimase naturalmente al centro del mio interesse. Il mio lavoro era reso più difficile dal fatto che stavo col mio Stato Maggiore a Savignone ma la posizione del posto di combattimento mi era prescritta.

Un silenzioso inverno foriero di tempesta

Prima dell’inizio dell’inverno venne ordinata dal Corpo di armata un’azione di più giorni contro i partigiani della zona del monte Antola, ma anche questa come del resto era da prevedersi ebbe scarsissimi risultati. Ma incominciò ugualmente a diminuire l’attività dietro al nostro fronte e, a dire la verità, forse i più a quel tempo si erano resi conto, col giungere di notizie sempre più allarmanti dalla patria, che questo breve inverno doveva considerarsi quale silenzioso foriero di tempesta. Una città dopo l’altra crollavano in rovine e macerie: lentamente ma inesorabilmente i russi si spingevano avanti verso la frontiera tedesca. L’anno seguente doveva portare la decisione: non avevo alcun dubbio che non poteva essere altro che una catastrofe.

Gli Alleati verso l'attacco finale

Dopo essermi reso familiare con la mia nuova zona, ripresi nuovamente a frequentare i Giampalmo. Essi abitavano in verità in un luogo assai insolito: infatti, avendo perso l’abitazione in seguito a bombardamento, si erano dovuti accampare nell’Istituto di Patologia dell’Università, luogo di lavoro del Professore, nel cui fondo si trovano le sale mortuarie.

Quell’ambiente di ricerca scientifica, così diverso da quello in cui io vivevo, suscitava un vivo interessamento in me: lì il prof. Giampalmo mi fece partecipe delle meraviglie della vita cellulare osservata al microscopio. Avevano quasi sempre qualcuno o qualcosa per cui chiedere il mio interessamento, sia che si trattasse di abitazioni requisite, di mine collocate in troppo pericolosa vicinanza di un caseggiato o di un acquedotto, di persone arrestate dal SD, del sale che non arrivava più per la popolazione e che si doveva autorizzare a estrarre dal mare su qualche tratto della spiaggia. Aiutai veramente molto volentieri, dove mi era possibile, specie nei casi di torti evidenti fatti a terze persone. Ricordo ad esempio il caso di un noto chirurgo, il dott. Macaggi, arrestato dal SD per aver prestato la sua opera a dei partigiani feriti, e che fece molto scalpore negli ambienti medici. Fu una battaglia piuttosto dura con il dott. Engel: ma infine riuscii a farlo liberare.
Al centro delle preoccupazioni dei Giampalmo rimase però sempre il problema del porto; ad ogni modo i miei amici sapevano ora che si potevano fidare di me: avevo anche fatto loro conoscere qualche altro ufficiale del mio Stato Maggiore al pari di me ostile al regime hitleriano ma ce n’erano anche altri a Genova - e se fosse successo che mi avessero affidato un compito altrove, c’era il caso che prendesse il mio posto un uomo che offriva maggiore fiducia al “più gran genio militare di tutti i tempi” che non al proprio buon senso: non bisognava trascurare il fatto sfavorevole che proprio nella Marina, nei posti di comando, vi erano alcuni ufficiali fanaticamente votati alle idee del Führer. C’era soltanto da sperare che la fortuna ci sarebbe rimasta fedele anche in seguito.
Ma la polizia segreta continuava la caccia all’uomo

L’anno 1944 si chiuse per la Germania con doloroso deficit. L’offensiva insensata all’ovest aveva ingoiato le ultime riserve; solo circa il momento in cui sarebbe avvenuta la catastrofe, si potevano avere differenti opinioni. Per noi solo l’adempimento del dovere poteva rappresentare ancora un sollievo. Era del tutto incomprensibile che ancora in quell’epoca alcuni comandi si comportassero come se la guerra dovesse durare degli anni. Così persino allora l’SD inscenò quelle cacce all’uomo tristemente note, per prelevare con forza giovani italiani e trasportarli in Germania ai lavori forzati: siccome era noto che io detestavo queste imprese atroci e inumane, e per la insanabile inimicizia fra me e il capo del SD, ne fui lasciato all’oscuro, ma ciò nonostante riuscivo esserne informato in tempo utile per poter intervenire. Potetti allora meglio impormi al mio avversario della Casa dello Studente col motivo che ora meno che mai potevo tollerare delle misure che ben a ragione esasperavano e inferocivano le menti di tutti, mettendo in serio per il mantenimento dell’ordine nella città.
Nel frattempo lo schieramento della divisione aveva subito un profondo mutamento: ritirato il reggimento del settore Rapallo-Levanto esso venne sostituito da un reggimento italiano reparto di artiglieria da montagna.

Avevo già avuto modo di conoscere ed apprezzare in Russia il soldato italiano. In una situazione per me pressoché disperata, presso Pavlovgrad nella Russia meridionale, fu proprio una brigata di bersaglieri che di sua libera volontà mi aiutò generosamente, resistendo per ben tre giorni e con gravi perdite. Sono queste belle solidarietà che un soldato non può dimenticare.
La presenza delle truppe italiane portò un’accentuazione dell’attività partigiana: non so se perché spinti da odio contro le formazioni fasciste o non piuttosto per la speranza di fare proseliti; fatto sta che le scaramucce divennero frequentissime nel settore tenuto dalle truppe italiane; all’ala destra della divisione e particolarmente a Genova tutto rimase calmo. Le nostre comunicazioni con la Valle del Po, l’autostrada e la strada nella valle dello Scrivia erano protette con forti misure di sicurezza.

Comprensibilmente i nostri sguardi si volgevano più verso la patria in estremo pericolo che non verso l’attaccante anglo-americano davanti al nostro fronte. In fondo che cosa stavamo ancora fare in Italia, se al di là delle Alpi i Russi e gli Alleati si accingevano a darsi la mano nel cuore del Germania? Ai primi di marzo del 1945, più di 25 divisioni tedesche si trovavano in Italia, in parte falcidiate ed estenuate in duri combattimenti, ma in nessun posto decisamente battute. Se Hitler ci avesse chiamato in patria, era forse ancora possibile, sia pure col sacrificio di forti retroguardie, ricondurre in Germania una parte notevole delle truppe del teatro di guerra italiano e fare barriera contro i Russi. Inoltre con quanto maggiore accanimento noi tenevamo impegnate le forze occidentali tanto più minaccioso diventava il pericolo che Tito, quale avanguardia dei Russi sovietici, invadesse l’Alta Italia via Trieste.

In occasione di un rapporto al corpo d’armata presente la maggior parte dei comandanti, trovai modo di parlare di questi problemi con un collega che divideva le mie apprensioni e i miei sentimenti. Convenimmo che gli Alleati forse non avrebbero eccessivamente disturbato un movimento di sganciamento, visto che in nessun modo potevano essere interessati a una espansione i Russi verso il Mediterraneo. Il mio camerata mi accennò cautamente che alcuni generali avevano deciso di fare pressione sul maresciallo Kesselring in questo senso, visto che da Hitler nulla si poteva sperare.
Con la speranza nel cuore tornai al mio comando per apprendere pochi giorni più tardi con forte delusione, che Kesselring era stato trasferito quale comandante supremo in Francia. Ormai mi ero reso conto che ognuno di noi non poteva contare che sulle proprie forze e doveva, all’avvicinarsi della catastrofe, agire secondo la propria coscienza. Quel che significava ciò, ogni comandante di truppe lo sapeva.

Con ordini spietati il dittatore spinse alla continuazione della lotta disperata: ogni voce della ragione che si alzava contro inutili distruzioni, era fatta affogare nel sangue. Hitler mentre da un lato pretendeva da ogni comandante subordinazione incondizionata, minava dall’altro la disciplina nella truppa, concedendo ad ogni soldato il diritto di uccidere il proprio superiore che avesse ordinato la cessazione del combattimento. Qualche episodio del genere a conferma del grado di aberrazione che si era fatto strada nella mente di molti fanatici, deve essere effettivamente successo a Genova durante i giorni della resa, come venni a sapere in seguito. In una siffatta situazione era davvero più semplice e meno pericoloso spingere con ferrei comandi dal proprio posto di combattimento i propri soldati all’eroica resistenza, finché non ne fosse rimasto più uno che avesse potuto alimentare col proprio sangue la lotta.

Intanto venni a sapere che al margine sud delle Alpi sarebbe stata progettata una gigantesca linea di difesa e che in parte anzi essa era già in costruzione. Sicché era proprio vero che Hitler voleva portare la lotta in Italia fino nell’angolo più estremo del paese. Anche Mussolini lo assecondò degnamente e dichiarò a Milano: «Difenderemo la valle del Po con le unghie e coi denti e faremo una unica Stalingrado di tutta la pianura padana». Io, per mio conto, avevo fondati dubbi che egli avrebbe trovato molta gente disposta a un sì folle olocausto. Per contro una strana voce fece in quei giorni il giro fra noi ufficiali. Da parte del più alto comandante delle SS in Italia, l’Obergruppenfuhrer Wolff, pareva che fossero state allacciate trattative con gli Alleati tramite la Svizzera. Ciò mi parve piuttosto fantastico e poco probabile. Le SS erano le truppe più asservite di Hitler, la sua guardia pretoriana, e ovunque gli esecutori fedeli anche dei suoi ordini di più folle pazzia sanguinaria. Giudicai questa voce come appartenente al regno delle fiabe, ma avevo torto. Soltanto in prigionia venni a sapere che c’era stato un uomo che aveva invece tentato di fare per proprio conto.

Ad ogni modo, anche se in Italia tutto rimase piuttosto calmo, la situazione precipitava perché gli Alleati stavano prendendo fiato per il prossimo - forse ultimo - attacco in grande stile.

Ai primi di marzo il dominio del breve inverno su queste plaghe benedette era già rotto, dai monti stillava l’acqua di sgelo; accanto alle ultime isole di neve verdeggiavano gli alberi. La primavera risvegliò dappertutto nuove iniziative. Dalle isole venivano i bombardieri americani in forti squadre, aggirando rispettosamente la Flak di Genova, con direzione ai ponti del Po, o per colpire le stazioni ferroviarie dell’Alta Italia. Anche i cacciabombardieri erano diventati più frequenti. Con salti acrobatici si gettavano sopra i monti spazzando, con le loro armi di bordo, strade profondamente incise nei monti e costringendo i viaggiatori a cercare precipitosamente riparo nelle buche e nei fossi lungo la strada; il numero delle vetture bruciate cresceva di giorno in giorno e sempre più diventavamo indifesi contro il nostro avversario alato. La scarsa copertura di Flak non bastava neppure per Genova città e aeroplani tedeschi non se ne vedevano più da mesi sopra i monti liguri.


Un colpo da Ussari dei partigiani a Monte Maggio

Come previsto, naturalmente anche i partigiani si fecero vivi con maggiore slancio ed energia. Un giorno riuscirono a combinare un vero colpo da ussari, per così dire, sotto al naso del comando di divisione. Sula cima del Monte Maggio, che domina come un macigno la piccola valle di Savignone, era stazionato un comando italiano di avvistamento aereo. In una luminosa giornata di primavera era scomparso, prelevato da un’automobile di partigiani con armi e strumenti.

Non la presi tragicamente. Anche come avversario non potei fare a meno di riconoscere lo spirito sportivo manifestatosi in questa impresa, ma questo monte dal nome poetico avrebbe potuto diventare il monte del destino dello Stato Maggiore della divisione, se una sola mitragliatrice si fosse insediata lassù.

 

I primi contatti con i partigiani. Genova doveva salvarsi

Verso la fine di marzo ebbi con i miei amici genovesi un colloquio molto serio e di grande portata. Si trattava di un problema che non mi dava pace da settimane. Che cosa si doveva fare, nel caso che io fossi richiamato ad altra destinazione, oppure se tutta la divisione fosse stata ritirata? Quali sarebbero state le sorti della città?
Se fossi stato destinato altrove, non avrei più avuto alcuna influenza sul corso degli avvenimenti. Discutemmo a lungo tutti i vari aspetti della situazione. Si doveva ritenere ancora molto probabile un cambio del comando? Non lo ritenevo molto probabile. Facilmente invece poteva verificarsi il secondo caso. La mia divisione in piena efficienza e numericamente forte poteva, come già quelle che l’avevano preceduta a Genova, venire ritirata per dare nel settore medio del fronte di combattimento il cambio a una divisione decimata e spossata oppure per attestarsi in una posizione lungo la riva del Po.

 

La notte dell’11 aprile 1945

In questa situazione esisteva per me una sola possibilità per salvare Genova dalla distruzione: dovevo ritardare l’ordine di far saltare gli obiettivi fino all’ultimo momento, fino a quando cioè, soltanto i comandi di brillamento e i pionieri sarebbero rimasti in città. Per il resto bastava un’abile organizzazione al fine di favorire i partigiani nel prendere possesso della città e di impedire le distruzioni. A notte inoltrata ero giunto ad una decisione: dovevo prendere contatto col comando dei partigiani. Il prof. Giampalmo mi aveva dichiarato che mi avrebbe aiutato in ciò. Fu deciso di non ritardare la cosa, visto che ogni giorno poteva portare nuove sorprese. Possibilmente già nei prossimi giorni, e cioè appena presi gli accordi necessari con l’avversario, avrei dovuto incontrarmi con un incaricato del movimento clandestino. A tarda sera dell’11 aprile avvenne così il mio primo incontro con l’accreditato del comando partigiano e un suo collega nello studio del prof. Giampalmo all’Istituto di Anatomia Patologica dell’Università, a San Martino. Più tardi venni a sapere che si trattava del dottor Romanzi, pure dell’Università di Genova. Ma quella sera si presentò col suo nome di guerra: “Stefano”. Credo che già quella sera io sia riuscito a dissipare la diffidenza dei due italiani. Erano presenti il prof. Giampalmo e sua moglie che si era assunta la parte dell’interprete.

Genova doveva essere salva

Spiegai al dottor Romanzi di che si trattava. Genova doveva sopravvivere alla guerra senza ulteriori distruzioni. Nel caso che avessi ricevuto l’ordine di abbandonare con le truppe la città, non avrei eseguito le distruzioni. Dai partigiani mi aspettavo che avrebbero evitato di disturbare la ritirata, perché se le truppe fossero state attaccate, avrebbero naturalmente combattuto. Inoltre avrei pregato già fin d’ora di non ostacolare il traffico sull’autostrada perché ciò avrebbe seriamente compromesso anche l’approvvigionamento della popolazione. Non toccai ancora per quella sera la questione di un’eventuale collaborazione dei partigiani con l’occupazione delle centrali di brillamento del porto e degli altri obiettivi. Ci mettemmo facilmente d’accordo e stabilimmo di incontrarci nuovamente in uno dei prossimi giorni, dopo che il dott. Romanzi avrebbe riferito ai suoi comandi.
Quando i due delegati ci ebbero lasciati nel cuore della notte, raccomandai ai miei amici la massima circospezione. I sospetti dei segugi di Hitler erano presto attirati, dovevamo renderci conto che noi tre avevamo messo la testa nel laccio e la più piccola imprudenza poteva esserci fatale. Quale soddisfazione sarebbe mai stata per il nemico dott. Engel il potermi abbattere, visto che finora non vi era riuscito. Da tre o quattro mesi pendeva fra noi una vertenza, perché una volta gli avevo rifiutato il mio appoggio.
Sul caso ero stato già più volte interrogato e la questione era presso Kesselring, e per mia fortuna rimase ancora pendente quando la guerra stava per finire. Il giorno seguente feci partecipe del mio segreto anche il mio capo di stato maggiore, capitano Asmus. Collaboravamo da sei anni e avevamo identiche vedute politiche e inoltre una stretta amicizia ci legava. Potevo perciò parlare senza pericolo; naturalmente egli era pronto a tutto. Si comprenderà facilmente che era per me di grandissimo valore poter parlare con un camerata tedesco di questi problemi perché in fin dei conti avevo anche da salvaguardare gli interessi della mia truppa.

 

Un eroe della Resistenza

Prima ancora di rivedermi col dott. Romanzi, ricevetti un ordine dal mio comando superiore secondo il quale l’esecuzione della distruzione del porto veniva demandata alle competenze della Marina. La distruzione di tutte le altre opere restava compito mio. La novità costituì per noi un brutto colpo. Conoscevo la cieca fede hitleriana che dominava alcuni dei comandi superiori della Marina. Scartai certi piani subito affacciatisi alla mia mente; anche il capitano Asmus aveva forti dubbi in proposito: dovevamo rimetterci forse al caso; ad ogni modo dovevo ora correre ai ripari; bisognava inserire i partigiani. Cercai immediatamente i miei amici per informarli dell’accaduto e per sollecitare un prossimo incontro. Li trovai quel giorno particolarmente emozionati ma lieti e, saputo il motivo, divisi pienamente il loro stato d’animo. Un giovane del movimento clandestino, Luciano Bolis, caduto nelle mani del SD, per timore che le torture gli avrebbero potuto schiudere le labbra e mettere così a repentaglio tante altre vite, forse la stessa organizzazione della Resistenza, si era reciso la gola ferendosi mortalmente. L’SD lo aveva fatto portare all’ospedale di San Martino, dove era piantonato, ma gli amici del ferito con un colpo di mano ben organizzato erano riusciti a trafugarlo, sottraendolo così alle grinfie dei suoi torturatori. Gli ordini dei comandi supremi che arrivavano alla divisione portavano ora per lo più le stigmate della belva feroce che si vede puntata ed è presa dalla rabbia e dalla paura della morte. Con mia grande meraviglia presi perciò conoscenza di un ordine del Führer che annullava l’infamante concetto che fino allora pendeva sulle truppe irregolari.


I pretoriani di Hitler pronti al sacrificio

Il giorno 17 aprile avvenne il secondo convegno con il dott. Romanzi. Verso le ore 16 venne da me con i Giampalmo alla “Festungskommandantur” in via Cesare Cabella, dove lo aspettai col capitano Asmus. Ad ogni buon conto avevamo preso le nostre precauzioni contro disturbatori indesiderati.
A questo proposito i Giampalmo mi dissero che, in caso di una “visita improvvisa” nell’Istituto di Patologia avevano progettato di nascondersi nelle bare del deposito delle camere mortuarie: una prospettiva che, se pur essendo macabra, ci divertì alquanto.

Salvare la diga foranea

Il dottor Romanzi mi riferì innanzi tutto che il suo comando aveva accettato la mia proposta di non disturbare il traffico sull’autostrada e che avrebbe rispettato questo impegno preso con me. Poi mi comunicò alcuni suoi desideri. In molti punti della città erano state collocate cariche di esplosivo che costituivano un grave pericolo per la popolazione. Particolare preoccupazione destavano gli sbocchi della già tristemente nota Galleria delle Grazie, al porto, che erano stati chiusi con massicci carichi di esplosivo. Per la popolazione che da varie parti della città si rifugiava in massa in questi meandri sotterranei ritenuti particolarmente sicuri perché a molti metri sotto al suolo, un’esplosione avrebbe potuto avere inimmaginabili conseguenze. Promisi la neutralizzazione delle mine e degli esplosivi, per quanto lo si poteva fare senza dare troppo nell’occhio.
Poi arrivammo al punto più importante del nostro colloquio; vedevo una sola possibilità: se noi abbandonavamo la città secondo gli ordini, i partigiani dovevano impossessarsi dei posti di brillamento prima che qualcuno avesse potuto mettere mano alle leve. Avrei ancora una volta consultato i piani per le distruzioni e avrei poi comunicato la posizione esatta dei posti di brillamento per il porto. L’idea convinse tutti. Un’altra possibilità non esisteva. Romanzi promise una risposta tempestiva.

Due giorni dopo diedi a Giampalmo una carta del porto e gli mostrai i posti dai quali sarebbero stati manovrati i brillamenti. Sapendone l’esatta ubicazione, non poteva essere difficile per i partigiani neutralizzarli in tempo. Il professore mi promise di fare immediatamente le segnalazioni del caso.
In seguito mi recai dal Console Generale tedesco vicino alla stazione Principe. Non lo avevo visto da tempo. Forse avrebbe saputo qualche nuova notizia. Mi era anche noto che non apparteneva alla congrega degli amici di Hitler. Il signor von Etzdorff mi spiegò nel suo modo vivace il proprio punto di vista circa la situazione. Purtroppo concordammo nelle nostre pessimistiche previsioni.
Poi appresi da lui con mia grande sorpresa che aveva fatto un rapporto all’Aswartiges Amt per ottenere che fosse risparmiato il porto: mi disse di essersi rivolto in merito all’Arcivescovo di Genova, ma non aveva però fino allora tenuto alcun risultato. È sottinteso, naturalmente, che non proferii parola dei miei passi.
Quando il giorno successivo (si tratta del 21 aprile) la competenza per la distruzione del porto venne nuovamente rimessa nelle mie mani, non me ne meravigliai troppo: ero contento che ciò semplificasse di nuovo la situazione. Un altro fatto si aggiunse per rendermi più soddisfatto: e cioè che l’ordine per le distruzioni era stato modificato nel senso che non doveva essere più distrutta col porto anche la diga foranea.

Tuona il cannone alleato

Il fatto era causa di molto stupore per me. Non potevo considerare questa come una decisione di Hitler. Anche Mussolini si era dichiarato inequivocabilmente propenso al sistema della “terra bruciata” quale mezzo di combattimento. Altre forze dovevano quindi essere entrate all’opera. Probabilmente il comandante in capo dell’armata si era lasciato strappare questa concessione, forse in seguito alle continue pressioni e rimostranze di Graziani.
Ma comunque sia, da qualche parte una maggiore saggezza si era fatta strada, anche se essa rimase soltanto una mezza misura. Il famigerato “piano Z” era sufficientemente vasto per trasformare mezza Genova in un cumulo di macerie.
Nel frattempo anche gli attacchi già attesi degli anglo-americani erano ricominciati. Davanti a La Spezia tuonava il cannone. Era chiaro che in alcuni giorni avremmo avuto alla nostra ala sinistra il contatto con l’avversario.

Anche la popolazione riteneva ormai imminente un cambiamento della situazione: molti piccoli segni lo tradivano. Le famiglie di molti fascisti lasciarono Genova alla chetichella: nelle librerie erano esaurite le grammatiche e i dizionari inglesi. Presso i reparti italiani ogni notte scomparivano alcune persone. Qualche caso sporadico si verificò anche presso i reparti tedeschi. Il noto paragone dei topi che abbandonano la nave che affonda, per quanto a buon mercato, si imponeva spontaneo; spesso lo si sentiva fare con amarezza in quei giorni.
Quando verso sera di quel medesimo giorno, dopo una rapida ispezione a Carasco, tornai al mio posto di comando a Savignone, il mio capo di Stato Maggiore mi ricevette molto agitato: una malaugurata notizia era giunta nel frattempo. Dovevo presentarmi immediatamente presso l’Armata per prendere un settore della cosiddetta posizione prealpina. Era avvenuto quel che da tempo temevo.
Il comandante di reggimento più anziano della mia divisione doveva prendere il posto. Era questo un ufficiale la cui sfrenata ambizione ed indiscussa devozione agli ideali di Hitler mi erano ben note. Per Genova c’era da temere il peggio.


Alternativa di speranze

Telefonai al corpo d’Armata Lombardia e pregai il generale di intervenire perché fosse revocato questo ordine. Un cambio nell’attuale situazione non era simpatico neppure a lui. Promise che avrebbe tentato il possibile e che mi avrebbe tenuto informato. Staccata la comunicazione, rimasi solo coi miei pensieri. Sicché era proprio vero che Hitler aveva intenzione di difendere quella leggendaria “Voralpenstellung” la posizione delle Prealpi. L’esercito era destinato a vuotare l’amaro calice fino in fondo e avrebbe dovuto sacrificarsi ai piedi del dilettante pazzo megalomane.
Quale logica conseguenza di questo ordine, conclusi che al più tardi fra un giorno o due avremo dovuto iniziare la marcia verso le Alpi, prima cioè di essere venuti in contatto con gli anglo-americani alla nostra ala sinistra, a La Spezia, e prima che questi avessero forzato l’accesso nella valle del Po. Ma mi sbagliai. L’atteso ordine non venne, o per meglio dire venne troppo tardi, quando eravamo già alle prese con gli americani. Questo doveva avere conseguenze della massima importanza. Quel giorno invece io - date le premesse - dovevo ritenere che una soluzione del genere fosse stata prevista. L’altra soluzione, che più tardi dovetti lo stesso riconoscere come unica giusta, allora mi era ancora molto lontana dal pensiero.

Nella serata giunse la breve notizia dal Corpo d’Armata che si era riusciti ad ottenere dall’Armata la revoca del mio trasferimento. La appresi con sollievo e restai. Contrariamente alle previsioni il 22 aprile trascorse apparentemente in perfetta calma. Al Corpo d’Armata erano occupati a spostare indietro le proprie posizioni e non avevano tempo per occuparsi di noi. I partigiani erano invisibili. Levante annunziava forte rumore di battaglia presso La Spezia.
Lavorai col mio capo di Stato Maggiore intorno ai piani per l’arretramento della divisione.
Dal lato tattico il problema era eccezionalmente difficile visto che la guarnigione dell’intero fronte costiero era costretta a passare per Genova. Ciò significava per le parti più ad Est, a Levanto, una marcia di 60 chilometri soltanto fino a Genova.
Ma l’atteso ordine di partenza non venne; giunse però il 22 l’ordine di partenza per i comandi di tappa che, a partire dalla sera del 23 aprile, dovevano ritirarsi nella Valle Padana. All’alba del 24 aprile il movimento doveva essere terminato. Questo movimento era così accuratamente preparato che non restavano altre disposizioni da aggiungere. Quel giorno feci partecipe dei miei propositi per maggiore sicurezza, un terzo tedesco, il tenente D., comandante la compagnia di pionieri preposta ai brillamenti nel caso della nostra partenza.
L’ultima settimana di aprile cominciò con un caldo quasi estivo. L’autostrada era semideserta quando mi recai a Genova. Ma più tardi al tramonto una catena quasi ininterrotta di autocolonne avrebbe preso la via in direzione di Milano.

Genova mi parve più animata del solito. Quando lasciai la vettura in piazza De Ferrari, ebbi l’impressione che gli sfaccendati davanti al Carlo Felice cessassero le loro vivaci polemiche.
Molti occhi mi scrutarono. Non c’era dubbio. La città era al corrente, malgrado gli ordini rigorosissimi di tenere segreta la partenza. Una rapida passeggiata giù per via XX Settembre diede la conferma: come il fuoco nella steppa la notizia doveva essersi diffusa per la città.

Il piano degli americani

La cosa mi indispose molto. Ma forse sarebbe stato ingenuo credere che un simile avvenimento avrebbe potuto rimanere celato. Ad ogni modo era interessante, ora, vedere la reazione dei partigiani. Finora avevano dato buone prove della loro serietà, avevano rigorosamente mantenuto gli accordi contratti di non disturbare i movimenti sull’autostrada. Era lecito sperare perciò che non sarebbero intervenuti.
Proseguii inquieto. Ormai ogni cosa precipitava verso la decisione.

L’indomani l’ordine per la ritirata sarebbe venuto anche per la divisione? Questo ordine da tanto tempo invano atteso era ormai di ora in ora sempre più ineseguibile, sì da significare sicura distruzione. Dal più vicino comando tedesco telefonai al mio capo di Stato Maggiore a Savignone: «No, dal nemico nulla di nuovo». L’ala sinistra della divisione era sempre senza contatto. Ma il fragore della battaglia a sinistra di La Spezia si spostava sempre più verso Nord. Sicché c’era una novità e ciò era in fondo anche molto ovvio. Perché infatti l’americano doveva precipitarsi in combattimenti dispendiosi se poteva farne a meno? Una volta giunto al Po e tagliata la nostra ritirata, il fronte ligure sarebbe caduto automaticamente come un frutto maturo.
ù, la città era veramente “superba” e di meravigliosa bellezza. Sotto al terrazzo c’era il verde del parco, con rose in fiore e qualche ultima camelia nello scuro fogliame.
Dietro alla verde penombra dei vecchi alberi alla fine del giardino si stendeva il groviglio dei tetti della città, qua e là sovrastato da cupole e campanili fino allo specchio opaco del porto.

E se, forse già domani, fossero giunte le punte dei “panzer” americani lungo la strada costiera nella città, allora più di una dozzina di batterie pesanti tedesche avrebbero rovesciato le loro granate dai monti giù nella città. Cannoni d’assalto e cannoni anticarro si sarebbero misurati in duello con i “panzer” e dalle isole sarebbero venuti i bombardieri. Allora il destino di questa città sarebbe stato segnato: “Genova la Superba” ridotta in macerie come centinaia di altre città dell’infelice e martoriata Europa. Il mio pensiero andò lontano dalla ridente visione primaverile che avevo innanzi agli occhi. Città nella loro lotta mortale mi si paravano dinnanzi nella memoria. Varsavia nella grandine delle bombe aeree aprì la tregenda; seguirono quelle pacifiche cittadine piccolo-borghesi della Francia fra Aisne e Loire. Avevo visto dozzine di città popolose della Russia meridionale perire nelle fiamme. Perché era privilegiata Genova? Aveva davvero diritto a una sorte più benigna? Dove stava la differenza?
Non era difficile riconoscerlo. Allora c’era guerra, lotta decisa. La distruzione di città, spesso, era stata un’arma, discussa sì nella sua giustificazione morale, ma usata da tutti e due gli avversari. Oggi invece la situazione era diversa. Nulla poteva più ormai salvare la Germania dalla catastrofe. La guerra era finita. Quello che sarebbe avvenuto ora, non era più combattimento, era assassinio. Non eroismo, ma terrorismo. Bisognava avere il coraggio di dire “no” anche se nelle proprie file c’erano degli incoscienti che non avrebbero compreso questa decisione.

Nel pomeriggio dello stesso giorno ebbi alla Festungskommandantur il mio terzo convegno con il dottor Romanzi, presenti le stesse persone come in precedenza. Questa volta il rappresentante dei partigiani si inoltrò nel campo avverso con perfetta disinvoltura; s’era dissipato anche l’ultimo resto di diffidenza.
Parlammo per esteso della mia ritirata. Era importante evitare contatti fra le due parti, che avrebbero causato inutile spargimento di sangue. Romanzi convenne su questo punto. Proposi di far stazionare a Savignone in permanenza un uomo di collegamento dei partigiani con un radio trasmittente per assicurare che, in caso estremo, avrei potuto avvisare in tempo il comando del CLN. Il giorno successivo ci saremmo rivisti nell’istituto di Anatomia Patologica dal professor Giampalmo.
Subito dopo tornai rapidamente a Savignone. Qui ero già atteso con impazienza. Molti ufficiali si presentarono, chiesero quali erano le decisioni. Ma in fondo una sola cosa era importante: in quel momento come un buon padre di famiglia dovevo pensare a sistemare la mia casa. Così diedi ordine di pagare immediatamente tutti i conti e di saldare i mandati per le costruzioni in corso. Alle truppe doveva essere corrisposto il soldo di maggio già fin da quel momento.

Esodo notturno

Poi fu la volta del capo di Stato Maggiore. Come sempre, anche oggi era d’accordo con me. Era gradevole avere a fianco un camerata fedele e fidato. Ma il capitano Asmus credette di dovermi raccomandare prudenza. Nella truppa c’erano ancora fanatici seguaci di Hitler. Avrebbero opposto resistenza. E non era purtroppo da escludersi che qualche fanatico avrebbe alzato la rivoltella per il colpo traditore. Il nuovo sanguinario ordine di Hitler aveva già sconvolto più di una mente e accorti comandanti avevano dovuto pagare con la morte il loro coraggio civile.
In serata incominciò l’esodo della truppa. Centinaia di vetture dei tipi più svariati in uso nell’intero continente europeo suddivise in gruppi di marcia si allontanavano lentamente sull’autostrada. Soltanto all’alba l’ultima automobile scomparve a Busalla in direzione nord. L’uomo in collegamento di Serravalle riferì che non erano successi incidenti: i partigiani avevano mantenuto la parola.

Nella notte sedetti a lungo davanti alle mie carte, dopo che il capitano Asmus mi aveva lasciato: gli ultimi bollettini della giornata davano un quadro chiaro della situazione. Gli americani coi quali avevo preso da poco contatto di combattimento alla mia estrema ala sinistra, finora non attaccavano seriamente. Evidentemente puntavano accanto a me su Pontremoli e oltre, in direzione della valle del Po. Era evidente che in questa gara avremmo avuto la peggio. Era troppo tardi; svaniva anche la speranza di poter ancora raggiungere in tempo la Germania per fermare i russi.
Freddo e in modo spassionato lavorai con carta e compasso per controllarmi. Non ottenni un risultato differente. I primi reparti della mia fanteria potevano raggiungere la pianura presso Serravalle al più presto in due giorni. Il cammino, per arrivarvi sulle strette strade di montagna, sarebbe costato sangue. La problematica dei corpi volontari irregolari rimaneva un dato di fatto indiscutibile.
Un altro fattore inoltre dovevamo tenere in considerazione. I partigiani avrebbero presto chiamato in loro aiuto l’arma aerea britannica. Bombardieri e caccia ci avrebbero presi a bersaglio. Era lecito supporre che non avrebbero rinunciato così a buon mercato. La divisione avrebbe raggiunto la valle Padana dopo più giornate di marcia, per forse misurarsi ai passaggi del fiume con le punte dei panzer americani.

Intanto la guerra in Germania si avvicinava sempre più al suo tragico epilogo.
Le notizie radiotrasmesse mostravano assai chiaramente l’andamento dei fronti. Fra due o tre settimane tutto sarebbe finito. Avrei forse potuto fino a quell’epoca, in continui combattimenti, riunirmi alle divisioni vicine e raggiungere il nord dell’Italia risparmiandomi nella capitolazione generale ogni personale responsabilità. Ma questo sarebbe costato ancora migliaia di vite umane e gli inevitabili combattimenti delle retroguardie avrebbero rappresentato per l’integrità di Genova un nuovo pericolo.
Il conto non tornava. Era assurdo, non potevo proprio assumermene la responsabilità. Nulla avrebbe giovato alla Germania il sacrificio delle mie truppe: per Hitler e l’ideologia nazista non si doveva più versare altro sangue.

Momento supremo

Presi la mia decisione: dovevamo sospendere la mia lotta. Il silenzio della notte mi fece vedere le cose con rigida chiarezza. La via che avevo deciso era ormai l’unica giusta. Ma molti dei miei camerati non mi avrebbero compreso. Era una situazione ingrata la mia. Certo era molto più semplice e comodo non intervenire nel corso degli avvenimenti, lasciando alla distruzione, alla morte e al caos l’ultima parola.
Mi invase, variamente represso, un senso di profonda amarezza che non poteva però fare vacillare la mia convinzione di agire rettamente.
All’alba del 24 aprile confidai al capitano Asmus la mia decisione. Non mi ero ingannato, egli mi comprese.
La notte era trascorsa tranquilla, ma nelle prime ore del mattino i reggimenti riferirono che i partigiani nei monti erano in movimento e che in varie zone si erano avvicinati. La fanteria aveva voglia di attaccare e respingere.
Questo fatto mi creò nuove difficoltà. La lotta che io volevo evitare era nell’aria. Una volta che si fosse scatenata, tutte le trattative venivano frustrate. La mia situazione imponeva una immediata iniziativa. Diedi ordine di non attaccare assolutamente e telefonai al professor Giampalmo. Gli spiegai la situazione e le mie preoccupazioni e lo pregai insistentemente di mandarmi il dottor Romanzi. Tentai di telefonare ancora più volte durante la mattinata per sollecitare la cosa perché la situazione si rendeva sempre più difficile e tesa di ora in ora, ma i miei tentativi riuscirono vani a causa delle interruzioni e dei disturbi sulla linea. I comandanti delle truppe facevano pressione.

Anche a Genova i partigiani si erano mostrati apertamente. Stavo come su una polveriera, ma il parlamentare richiesto non giungeva. Intanto disgraziatamente era interrotta anche la comunicazione telefonica per Carasco; potevo comunicare col reggimento italiano soltanto tramite il reggimento di artiglieria nella valle Fontanabuona.
Intorno a Savignone tutto rimase tranquillo durante la giornata, ma per la notte organizzammo un servizio di sicurezza in ogni direzione.
L’indomani, mercoledì 25 aprile, spinto dalle mie preoccupazioni mi trovai in piedi già all’alba. Avevo ordinato la mia Lancia per recarmi a Genova.
I rapporti del mattino non erano ancora giunti che in piccola parte; durante la notte nulla di decisivo era avvenuto. Ma il fatto che in molti posti si fosse sparato, confermava la tensione nervosa dell’atmosfera. Specialmente lungo le strade pareva si sparasse su chiunque passava.
II mio viaggio per Genova si presentava come un’impresa poco dilettevole.

Un viaggio di sei ore

Alle sei giunse una vettura italiana. Ne scese il dottor Romanzi, accompagnato da un giovane capo partigiano. La mia gioia era maggiormente grande in quanto arrivò inatteso: il dottore aveva fatto un viaggio alquanto movimentato, gli si leggeva in viso la notte passata in bianco e doveva anche aver fame. Lo invitai a far colazione con me e mentre si rifocillava mi riferì per esteso.
Durante il giorno precedente il Romanzi aveva fatto servizio medico in un posto di pronto soccorso per i partigiani e il Giampalmo aveva potuto trovarlo e portargli la mia ambasciata soltanto alla sera; quindi il dottore aveva potuto partire per Savignone soltanto alla mezzanotte. Era stato letteralmente un viaggio fra due fronti: la strada era terra di nessuno sulla quale le sentinelle di ambo le parti dirigevano il loro fuoco. C’era veramente da credere nell’intervento protettore della Provvidenza. Se tutto era andato bene, il viaggio per così breve distanza era durato ben sei ore.
Prima di iniziare la sua relazione il dottor Romanzi mi consegnò la lettera del Comando militare regionale ligure con la quale egli veniva accreditato a trattare con me. Mi consegnò anche una lettera del cardinale arcivescovo di Genova. La aprii meravigliato: l'alto prelato mi rivolgeva un caldo appello di risparmiare la città dai bombardamenti.
Il vecchio Principe della Chiesa poteva stare tranquillo, ma egli non poteva sapere quello di cui soltanto i miei amici erano al corrente.
Discussi cordialmente col dottore tutti gli aspetti della confusa situazione che si era venuta a creare. Quello che riferì concordava con i rapporti arrivati a me: le linee si erano avvicinate. Le due parti stavano di fronte. Un combattimento generale si era finora potuto evitare grazie ai nostri ordini categorici. Ma nel porto c’era un reparto della Marina tedesca e in altri settori della città c’erano già scontri accaniti e cruenti.
Tutta la situazione spingeva ormai verso una soluzione. Il Comitato di Liberazione Nazionale avrebbe proposto perciò un immediato incontro a Genova. Quale luogo per la firma delle trattative sarebbe stato scelto il terreno neutrale della villa dell’arcivescovo come particolarmente adatto.


Non volevo combattere per Hitler

Non avevo difficoltà di informare il dottore - che nella sua parte di mediatore mi si era dimostrato comprensivo e leale - delle decisioni da me prese nel frattempo. Parlai mentre ordinavo le mie cose (perché la mia stanza era contemporaneamente anche il mio ufficio). Il mio interprete, un giovane scultore di valore col grado di sergente che mi era fedelmente devoto, non riuscì a nascondere il suo stupore, mentre traduceva le mie parole.
Dissi al dottore che avevo l’ordine di condurre le truppe oltre il Po combattendo se era necessario. Gli dissi che conveniva ai partigiani rispettare la vecchia massima che vuole ponti d’oro per l’avversario che se ne va. Piccoli successi locali non dovevano ingannare sulla situazione. Per ora la mia fanteria era perfettamente intatta e in attesa dell’ordine di attaccare. La mia artiglieria eccezionalmente numerosa era in grado di dirigere il fuoco sia verso i monti sia verso la costa. I partigiani non disponevano attualmente di nulla con cui potere validamente opporsi. Sull’esito della lotta non poteva quindi esservi dubbio.

Ma non volevo più combattere per Hitler, ora che la lotta per la Germania era perduta.

Gli parlai senza riserve delle mie preoccupazioni. Era difficile convincere una truppa non battuta che deve arrendersi, tanto più che non potevo dire il vero sulla mia decisione. Era tragico destino di molti comandanti tedeschi di trovarsi soli in una lotta contro Hitler. La propaganda di anni non aveva mancato il suo scopo; la massa priva di poteri critici, credeva tuttora nel grande mago. Ma la mia decisione era irremovibile. Ero disposto ad assumermene la responsabilità e a sopportarne le conseguenze.
Diedi la parola al più anziano degli ufficiali. Mi disse che comprendeva la situazione, ma avrebbe preferito arrendersi agli americani. Ero preparato a questa obiezione. L’idea di arrendersi a truppe irregolari era antipatico ai più; respinsi questa proposta. Anzitutto era troppo tardi e poi l’idea di abbassare le armi davanti a una divisione di colore mi sarebbe stata ancora decisamente più antipatica: i partigiani erano stati sempre avversari cavallereschi come durante un anno avevamo potuto sperimentare. La guerra volgeva ineluttabilmente verso la fine in pochi giorni, soltanto una ingenua incoscienza poteva condurre ancora altre truppe alla morte. Dissi che ero deciso perciò ad iniziare i passi per la cessazione delle ostilità: dissi che ero già atteso dal governo provvisorio della Liguria. Con Savignone sarei rimasto in comunicazione telefonica: bisognava tenere a posto i nervi e in ogni caso informare i partigiani che trattative erano già in corso.
Questa comunicazione ebbe l’effetto come di una scossa elettrica sugli ufficiali radunati: forse qualcuno malgrado tutto aveva ancora sperato in un miracolo. Ci fu chi propose di tentare di traversare i monti a piccoli gruppi per scampare alla prigionia.
Presi ancora la parola: «La possibilità di aprirsi una strada a piccoli gruppi ha scarse possibilità di successo perché al Po correremmo incontro ai “panzer” americani. E poi in una situazione come questa, più che mai l’ufficiale deve stare con i suoi uomini. Proprio ora non li deve abbandonare. Ad ogni modo la mia decisione è irrevocabile. Io solo ne porto la responsabilità».

Ormai il tempo passava: accompagnato dal più anziano ufficiale dello Stato Maggiore andai verso le automobili in attesa e diedi gli ultimi ordini; speravo di essere di ritorno durante il pomeriggio.
La piccola autocolonna lascia Savignone. In testa la vettura italiana col dottore Romanzi e me. Nella Lancia il capitano Asmus, mio capo di Stato Maggiore, il giovane scultore sergente quale interprete, e il partigiano che aveva accompagnato il dottore italiano.
Dietro consiglio del dottore non facemmo l’autostrada. Nella valle dello Scrivia venne presto raggiunta Casella dove stava la compagnia dei pionieri. Intorno al quartiere dei pionieri un forte reparto di partigiani formicolava in animata confusione, guardato dai soldati tedeschi con la massima diffidenza. Il capo della compagnia aveva ancora in mano i suoi uomini, ma essi bollivano di rabbia per questa invasione rumorosa che era venuta loro addosso così da vicino. Evidentemente giungemmo nel momento giusto per evitare una catastrofe: sarebbe bastata una scintilla; i capi delle due parti nemiche ricevettero l’ordine di rispettare un armistizio locale e di attendere ulteriori ordini; poi le due vetture si diressero verso la strada stretta trai monti.

Dovunque erano patrioti

La mia speranza di raggiungere entro un’ora Genova si dimostrò presto vana. In ogni paese c’erano reparti partigiani, a ogni crocevia c’erano posti di blocco: bisognava sostare ogni momento. Davanti a Pedemonte un cannone anticarro pesante dei partigiani si era appostato minaccioso verso la valle, una pattuglia condusse due prigionieri tedeschi. Mi resi conto della esaltazione dei partigiani: dietro a loro c’era il duro inverno nei monti con gli stenti e gli strapazzi; con nel cuore la convinzione di servire una giusta causa, essi vedevano ora vicina quasi da poterla toccare la pace vittoriosa e con essa il riconoscimento da parte della Patria liberata.
Quando infilammo il sottopassaggio dell’autostrada presso Morigallo e raggiungemmo la grande strada, mezzogiorno era passato da un pezzo. Poco dopo passammo le linee della fanteria tedesca. Feci fermare e chiamai il comandante del più vicino nido di resistenza. Il giovane sottufficiale riferì di essere stato tagliato fuori e che le alture tutto intorno erano state occupate dal nemico, il quale però non aveva ancora attaccato. Con orgoglio mi disse di aver respinto le intimazioni alla resa e che avrebbe tenuto duro. Poi sottovoce aggiunse che non avrebbero potuto districarsi senza soccorso di rinforzi, e mentre con una rapida occhiata scrutava la vettura italiana, il suo giovane viso assunse un’espressione preoccupata.
Lo informai, perché il soldato merita di sapere la verità: prima sarebbe stato concluso un armistizio e l’indomani avrei dato l’ordine di cessazione del combattimento. Soltanto nel caso che avversario non avesse rispettato gli accordi, egli avrebbe dovuto rispondere al fuoco. Strinsi la mano al sottufficiale e rimontai in vettura.
Sulla strada non c’era anima viva; si incominciavano a vedere i primi caseggiati dei desolati sobborghi. In lontananza il crepitio del fuoco di una mitragliatrice; da un portone ci fecero segno con gesti imperiosi: riferirono che nella galleria dell’autostrada, che in quel punto corre vicino alla provinciale, erano chiuse delle truppe tedesche. Salii con Asmus la scarpata.
Fummo abbastanza sorpresi di trovare nella breve galleria qualche centinaio di artiglieri delle due batterie il giorno prima avviate al Po, che erano stati bloccati dai partigiani durante la marcia: nel combattimento che si era svolto, il capitano era caduto. Ora la truppa, senza comandante, con qualche carabina copriva gli sbocchi della galleria, ma la sua situazione era poco invidiabile: le mitragliatrici dei partigiani la tenevano a bada dalle vicine alture; solo il sopraggiungere di un reparto di fanteria avrebbe potuto liberarla. Con poche parole anche qui le armi vennero messe a tacere e gli artiglieri informati della decisione di cessare la lotta l’indomani. Mentre le nostre vetture si avviavano, vidi alcuni partigiani arrampicarsi con dei secchi d’acqua su dai tedeschi.

Bandiera bianca

Finalmente procedemmo più velocemente. Ma le due vetture senza segni di riconoscimento dovevano sembrare sospette. Solo allora mi ricordai di una evidente nostra omissione: un autentico parlamentare reca la tradizionale bandiera bianca. Secondo le antiche usanze ci sarebbe voluto anche un trombettiere, ma con la migliore buona volontà non era possibile procurarselo ora. Quale bandiera bianca trovammo invece un tovagliolo in una delle nostre borse, e lo facemmo sventolare davanti. Non potrei dire però che ci abbia granché servito, perché in seguito fummo fatti egualmente segno a sparatorie davvero fuori programma.
La strada appariva deserta ma la tensione era estrema; visi curiosi si scorgevano ovunque dietro ai vetri dei tristi casoni. Sempre più distintamente si sentiva rumore di battaglia fra il ronzare dei motori; senza dubbio nel vicino porto si combatteva. Sampierdarena: il quartiere industriale era animato. Gruppi di civili stavano sulla strada. Era quasi un sollievo, vedere degli uomini. La tensione si sciolse. Nel rapido passare delle vetture si distingueva chiaramente il cambiamento dei sentimenti. Grida, saluti e battimani; molti salutarono col pugno chiuso alzato.
Nel quartiere verso il porto, in via Cantore, aumentava il rumore della battaglia. Vicino ad un gruppo di partigiani ci fu dato l’alt. Qui la strada si allargava; le vetture rimasero al riparo delle ultime case; potevamo orientarci.

Un fiore sul caduto

Dalla profondità del porto echeggiava il ritmo pesante di una mitragliatrice antiaerea sopra la strada verso le alture del quartiere Belvedere; da dove rispondevano le mitragliatrici dei partigiani. Qui, dunque, era necessario intervenire, prima che l’urto prendesse maggiori dimensioni. L’ufficiale di Stato Maggiore s’incaricò di prendere contatto con la guarnigione tedesca del porto. Con la bandiera bianca improvvisata in mano si incamminò su questa via poco simpatica. Contemporaneamente anche gli attaccanti al Belvedere dovevano ricevere disposizioni. Ora bisognava aspettare.
Con tormentosa lentezza passava il tempo. Il capitano era scomparso. Indisturbato continuava il duello delle mitragliatrici. Alle due del dopopranzo niente ancora di nuovo. Se si andava avanti di questo passo, poteva diventare notte prima di potersi incontrare coi membri del CLN per concludere le trattative. Forse che il capitano non aveva raggiunto la “destinazione”? Dissi al dottor Romanzi che volevo andare a vedere. Gli italiani sconsigliarono che io andassi solo. Si cercò un interprete che mi accompagnasse: dalla cerchia degli astanti si fece avanti una donna, la signora Fontana; non c’era tempo da perdere; era una fortuna che qualcuno si fosse trovato. Con la mia accompagnatrice, che parlava un tedesco impeccabile, mi incamminai per la soleggiata via Cantore. Su questa strada, senza riparo, non era davvero una bella passeggiata. Sopra le nostre teste si incrociavano le raffiche delle mitragliatrici da destra e sinistra, ma l’italiana andò per la sua strada con serena fiducia. Dietro al chiosco, all’incrocio della camionale, una breve pausa, poi verso la scala che conduceva alla piazza devastata dalle bombe davanti alla galleria delle Cave. Ai piedi della scala giaceva un caduto.
Con un gesto materno la mia accompagnatrice si chinò verso il morto e gli mise un fiore sul petto.
Per arrivare all’imbocco della galleria, dovemmo attraversare una piazza devastata dalle bombe, che mi risvegliò dei ricordi. Ancora nell’autunno c’era stata qui vicino la galleria ferroviaria di San Benigno. Quando negli ultimi giorni di ottobre un temporale di violenza tropicale si scatenò sulla città, un fulmine colpì le condutture elettriche della ferrovia e fece saltare le cariche esplosive collocate all’ingresso del tunnel. Per somma disgrazia si trovava in quel momento sui binari della galleria un treno carico di materiale esplosivo di altissimo potenziale, in attesa di essere convogliato a Livorno. Una scossa da terremoto, avvertibile anche a molti chilometri di distanza, fece tremare tutta la città.
La zona del porto vicino alla Lanterna aveva completamente cambiato faccia. Laddove prima vi erano stati alcuni caseggiati abitati, si era formato un paesaggio apocalittico.
La montagna era stata sventrata. Anche le guardie al treno italiane erano perite. L’SD naturalmente, tentò di attribuire il fatto ad un atto di sabotaggio che avrebbe dato l’occasione per misure di rappresaglia. È sottinteso che io “ab initio” impedii tutte le misure miranti a ciò.
La penombra umida nella stretta galleria era un sollievo dopo il rapido cammino nel sole. Dopo centinaia di metri arrivai presso un posto avanzato occupato da un reparto di Marina. Anche Asmus era giunto fino qui; mi riferì sulla situazione imbrogliata. Con cinquecento uomini il comandante si era sistemato in questa trappola, con munizioni per un giorno e viveri per tre: grave errore tattico questo, spiegabile solo per uomini di mare poco esperti di azioni a terra. Comunque impartii disposizioni anche a questi assediati e con l’animo in tumulto lasciai la galleria delle Cave.

Difficile itinerario

Rifacemmo indietro la medesima strada: finalmente tacquero le mitragliatrici: gli italiani aspettavano le vetture.
Passammo Palazzo Doria, il monumento al Duca di Galliera, poi la stretta strada che conduce alla piazza della Stazione. Ivi si scatenò un baccano infernale. A brevissima distanza una mitragliatrice seminò i suoi fasci di proiettili intorno alle vetture. Come accade spesso di pensare alle cose inadatte in situazioni in cui sarebbe più opportuno fare i propri conti col Cielo, mi seccai a constatare come sparasse male questa gente. Avrebbero potuto liquidarci in un attimo. Gli italiani si alzarono nelle vetture e gridarono.
Il fuoco cessò e un piccolo gruppo di combattenti per la libertà si precipitò fuori dalla stazione per iniziare un concitato negoziare. Finalmente cedettero e partimmo.
La serie degli incidenti era esaurita. Verso le sei di sera arrivammo alla Villa Migone, dove era ospitato il cardinale Boetto, nella parte orientale della città. Un’isola di silenziosa pace e di sicurezza si scopri a noi ospitale; eravamo giunti a destinazione. Con sollievo gli italiani si congedarono da noi.

Incontro con Boetto

Il cardinale ci ricevette immediatamente e offerse il suo benvenuto agli ospiti tedeschi. Fummo fortemente impressionati dalla veneranda personalità del vecchio Principe della Chiesa. Respinse le espressioni della mia gratitudine e si dichiarò felice di poter mettere a disposizione il terreno neutrale della sua casa per questa opera di pace. Approvò sinceramente la mia decisione come un atto di buon senso e di umanità e aggiunse la speranza che presto sarebbe tornata la pace nel mondo intero. Lo invitai a partecipare alle trattative ma rifiutò: «Non siamo dei politici e la Chiesa non può intervenire nelle lotte delle potenze profane, ma la mia casa le sarà aperta finché vorrà». Gli occhi buoni del vegliardo mi guardarono a lungo, pieni di comprensione. «Credo che sarà stanco - soggiunse - e avrà bisogno di riposarsi».
Ma non c’era tempo per riposarsi. Telefonai al comandante del reggimento di artiglieria; per fortuna il filo non era interrotto. Nemmeno ora il colonnello aveva perso la sua calma. Anche lui però concordava con me nella valutazione pessimistica della situazione. Lo informai brevemente delle mie intenzioni e promisi di recarmi a trovarlo più tardi, se fosse stato possibile.
Nel frattempo erano giunti i signori Remo Scappini ed Errico Martino, membri delegati del CLN. Incominciò l’ultimo atto del dramma. Nell’ampio salone del Cardinale si trovarono con me e Romanzi i quattro signori in borghese. Ci presentammo e sedemmo attorno al tavolo rotondo. Il sergente tedesco traduceva, l’ufficiale di Stato Maggiore protocollava.
In un primo tempo c’era una comprensibile riserva; la diffidenza, in coloro che fino ad allora erano stati avversari, dominava l’atmosfera. Ma presto una reciproca fiducia si fece strada. Non eravamo convenuti per strappare con trucchi diplomatici qualche vantaggio reciproco.
Quando ringraziai i signori di essere venuti, affermai ciò chiaramente. Poi misi le carte in tavola. Dissi che non era stata la situazione della divisione che mi aveva indotto a voler sospendere la lotta; la divisione non si trovava in situazione disperata; le posizioni del fronte di combattimento erano ancora fermamente nelle mani nostre, la fanteria integra e pronta a combattere, e alle numerose batterie leggere e pesanti nulla di analogo aveva da opporre l’avversario attaccante.

Era invece la sorte della città e - quello che più contava - la vita di migliaia di persone da tutte e due le parti ciò che doveva starci a cuore. Ora che la guerra di Hitler era definitivamente perduta, la mia coscienza mi vietava di sacrificare ancora un sol uomo. L’onore era stato soddisfatto fin troppo. Ero perciò disposto ad abbassare le armi con tutte le truppe poste sotto al mio comando.
Le facce serie degli italiani sembrava si schiarissero. Forse avevano ancora temuto delle difficoltà. Ora invece si dimostrarono degli avversari cavallereschi. Rapidamente ci mettemmo d’accordo sulle modalità del trattato di resa. Non ci furono contrastanti punti di vista né discussioni. La resa doveva iniziarsi la mattina del 26 aprile. Il documento venne firmato. La lotta per Genova era terminata prima ancora che fosse veramente incominciata.

Il suicidio dell’interprete

Quando ci salutammo con una stretta di mano, la luce del tramonto tinse come di fuoco la facciate delle case. Ma era un incendio irreale, da teatro; i tempi delle sofferenze per Genova erano finalmente finiti.

Quella sera noi tre tedeschi cenammo col cardinale, scegliendo naturalmente temi di conversazione rigidamente neutrali. Più tardi il mio sergente-scultore-interprete mi regalò una riproduzione di una sua opera di valore veramente notevole, con una dedica. L’indomani si sparò nella sua camera. Aveva avuto fede negli ideali nazisti e in Hitler, solo qualche settimana prima si era fatta luce nella sua mente. Ora, messo a contatto con la tragica realtà della disfatta della patria, il suo animo sensibile e generoso di artista non aveva resistito. Riuscimmo a mala pena a tener nascosto il fatto al Cardinale Boetto, e ciò soprattutto per merito di un sacerdote tedesco, padre Weidlinger, che con opportuno buon senso - seppur non con rigido conformismo - celò la verità al suo Primate.

Poi restai solo col mio capo di Stato Maggiore. Ancora un lavoro era da compiere. Dovevo dettare gli ultimi ordini per le truppe, e questo era più penoso di quanto non avessi creduto. Non tutti mi avrebbero compreso, almeno non adesso. Ma mi parve di vedere le madri e le spose in pena al di là delle Alpi, qui in Italia e anche di là dal grande mare. Loro mi avrebbero ringraziato e ormai solo questo era importante. L’ora del soldato era tramontata.

Il giorno seguente la radio tedesca trasmise la mia condanna a morte, ma la cosa mi lasciò indifferente.

Generale GÜNTHER MEINHOLD

 

 

Il movimento insurrezionale iniziò a Genova nel tardo pomeriggio del 23 aprile nella zona di Ponente, con epicentro a Sestri e nei quartieri circostanti, quindi si estese nella Valpolcevera e, durante la notte tra il 23 e 24, investì il centro della città. I sintomi della ritirata tedesca erano stati rilevati fin dal pomeriggio del 22, quando alcuni carriaggi carichi di militari e altri mezzi partirono da alcuni punti della città. Il Comando tedesco cercò di mantenere segrete le sue mosse, ma informazioni sull’esistenza di un piano di evacuazione erano giunte al CLNL (Comitato di Liberazione Nazionale Liguria) fin dai primi di aprile. Si sapeva infatti che il generale Vietinghoff, succeduto a Kesserling nel Comando tedesco in Italia, aveva impartito disposizioni a Meinhold, nonché ai Comandi delle SS e della Kriegsmarine, di predisporre un piano di ritirata da tutto il litorale ligure in vista di eventuali sbarchi angloamericani e di un’avanzata della V Armata americana da Levante, di cui avrebbero profittato i partigiani per insorgere.

L’evacuazione tedesca di Genova e dalla Liguria doveva essere accompagnata dall’attuazione del Piano Z, cioè dalla distruzione degli impianti portuali nonché di altri impianti e dei servizi pubblici, in modo da non permettere agli Angloamericani di utilizzarne le attrezzature, per consentire alle truppe tedesche di ritirarsi in direzione del Po e del Veneto, dove era stata stabilita una linea di difesa a oltranza.

È noto che questo piano non poté essere attuato dai tedeschi in seguito all’insurrezione popolare.
Meinhold fece vari tentativi perché questa non avvenisse, tramite i suoi amici genovesi e l’interessamento della Curia arcivescovile che, più volte, sollecitò il CLNL e altri dirigenti della Resistenza genovese a consentire il ritiro “indisturbato” dei tedeschi per evitare che questi procedessero a mettere in atto il Piano Z. Dopo che il CLNL e il CMR (Comitato militare regionale) si furono a più riprese rifiutati di accettare quelle condizioni, Meinhold si decise a intavolare trattative direttamente col CLNL, contando evidentemente di ottenere quanto aveva inutilmente più volte richiesto tramite i suoi intermediari.

La sera del 23 aprile, alle 20 e 30, fu convocata una riunione straordinaria e congiunta del CLNL e del CMR nella sede del collegio di San Nicola. I due organismi non erano tuttavia al completo, mancando nel primo il compagno Pessi e nel secondo Farini, oltre ad altri, tra cui il socialista Azzo Toni, membro del CLNL, che giunse in ritardo (Pessi e Farini arrivarono sul luogo della riunione soltanto alle prime ore del mattino successivo, dissero per un malinteso). Come scriverà Brizzolari: «Non fu una riunione tranquilla. A un primo esame della situazione non tutti furono concordi sulla necessità di passare all’azione. Non si trattava di questioni politiche, ma soltanto di questioni di opportunità tattica e non tutti erano concordi sulla necessità di iniziare subito l’azione. [...]

A maggioranza, poco prima dell’una del giorno 24 aprile, fu deciso l’inizio dell’insurrezione e fu incaricato Taviani di redigere il proclama da rivolgere alla popolazione».

Il proclama iniziava con le parole: «Popolo genovese sei libero!» ed era ben concepito, ma quelle parole suonavano azzardate rispetto alla situazione esistente, anche se l’esuberanza poteva essere giustificata dall’orgoglio di patrioti che, per venti mesi, si erano dedicati a organizzare la Resistenza.
Comunque l’insurrezione era cominciata in tutta la grande Genova. Combattimenti in varie parti della città e della provincia impegnavano le SAP (Squadre di azione partigiana) e formazioni volanti partigiane contro reparti tedeschi e Brigate Nere.

Nella notte tra il 23 e il 24 vennero occupati importanti obiettivi nel centro di Genova: la Prefettura, la Casa dello studente, la Casa del fascio, la Questura, le tipografie dei quotidiani.

Una Brigata SAP attaccò di sorpresa il carcere di Marassi e liberò tutti i politici, facendo prigionieri 25 tedeschi e numerose guardie repubblichine che vennero quindi chiuse nelle stesse celle lasciate dai patrioti.

Il mattino del 25 aprile, dopo la liberazione da Marassi, accompagnato da una squadra di partigiani Vannuccio Faralli venne al Collegio di San Nicola, sede del CLNL, di cui fino al momento dell’arresto aveva fatto parte come rappresentante del Partito socialista. Qui gli fu comunicata la notizia della sua nomina a sindaco di Genova ed egli ringraziò, commosso fino alle lacrime. Gelasio Adamoli, da parte sua, appena libero riprese i contatti con Conte e Noberasco e fece in tempo a partecipare alle ultime battaglie. Allo stesso modo, altri patrioti liberati accorsero a combattere a fianco dei sappisti e dei partigiani.

Purtroppo a Marassi non c’erano più i 25 patrioti che i tedeschi avevano portato via nel pomeriggio del 23. L’edizione ligure de L’Unità del 4 maggio 1945 pubblicherà la testimonianza del compagno Giuseppe Bianchini, già segretario del CMR, che si era trovato insieme a loro. Bianchini narra la tragedia di questi patrioti e dirigenti della Resistenza ligure e genovese: «Alle 15 e 30 fummo caricati su una autocorriera scortati da sette soldati tedeschi delle SS e sopra alla corriera piazzata una mitragliatrice. Per tutta la notte continuò il viaggio in una colonna di autocarri e macchine dove si trovavano soldati e ufficiali tedeschi con vari mezzi e bagagli. Poco prima di Bornasco, una frazione del Comune di Vidigulfo, in provincia di Pavia, nel pomeriggio del 24 la colonna fu attaccata da aerei inglesi, che colpirono anche la corriera dei prigionieri. Alcuni di essi furono uccisi e feriti. Pieragostini e Rinaldo Ponte (un anarchico), benché ammanettati e legati insieme da una catena, decisero di gettarsi dalla corriera ma le SS, dal fossato ove si erano ritirate, li uccisero a colpi di mitraglia. In tutto furono sei i morti: il generale Rossi, Pieragostini, Ponte, il maggiore d’aviazione Stallo, il dott. Negri (del Partito d’Azione) e un certo “Napoli”. Gli altri furono poi portati a Milano, al carcere di San Vittore, da dove furono liberati al mattino del 26 aprile». Più volte ascoltai dalla viva voce di Bianchini il racconto di questa tragica vicenda, con tutti i particolari sul brutale comportamento delle SS, piene di odio contro i partigiani, i momenti del bombardamento, il contegno fermo e deciso dei prigionieri. Ogni volta che Bianchini parlava di questi fatti, si commuoveva fino alle lacrime.

Questo fu l’ultimo crimine delle SS a Genova. Sembra sia stato ordinato dal maggiore Engel, ma è poco verosimile che egli abbia agito senza ordini dall’alto. Il criminale Engel riuscì comunque a scappare e di lui non si è saputo più nulla. Il prelievo dei prigionieri, quasi tutti appartenenti al CMR, aveva lo scopo di assicurare alla colonna in ritirata una «merce» di scambio nel caso che venisse intercettata dai partigiani durante il viaggio.
Questi tedeschi, specialmente gli ufficiali e i graduati che appena fatti prigionieri dai partigiani invocavano subito il rispetto della Convenzione di Ginevra, non mostrarono il minimo scrupolo a compiere un atto tanto vile.
Quando a Genova i partigiani, i sappisti e gli operai (soprattutto quelli di Cornigliano e delle zone industriali dove Pieragostini era molto conosciuto e stimato) appresero la notizia manifestarono sdegno e collera, ma non fu compiuto alcun atto di rappresaglia verso i tedeschi che tenevano prigionieri in attesa di affidarli agli americani.

Nei giorni precedenti l’insurrezione, il nostro partito aveva compiuto un grande sforzo per mobilitare compagni e compagne e aveva seguito ora per ora gli sviluppi della situazione. Nel tardo pomeriggio del 23, quando si notarono movimenti di carriaggi e di truppe tedesche sulla camionabile Genova-Milano, furono impartite le ultime direttive per una mobilitazione generale del partito e delle organizzazioni di massa. Erano state date istruzioni precise ai compagni membri dei CLN locali e aziendali, affinché attivizzassero i rispettivi Comitati e assicurassero una condotta unitaria. Una particolare attenzione era stata dedicata alle formazioni militari, alle SAP delle zone industriali e del centro di Genova, che operavano alle dipendenze del Comando Piazza. I nostri obiettivi immediati erano, come ho detto, lo sciopero generale (che, attraverso manifestini distribuiti nella notte del 23 e al mattino del 24, fu proclamato il 24 stesso), l’azione armata contro vie di comunicazione, obiettivi militari e civili di importanza politica (Prefettura, Questura, Casa dello studente, carcere, stazioni ferroviarie e servizi pubblici, soprattutto centrali telefoniche ed elettriche), conformemente a quanto stabilito dalle direttive del CMR. Nella tarda serata del 23 incontrai di persona i maggiori responsabili dei settori di lavoro della Federazione. Altrettanto fecero Parodi, Farini, Conte, mentre staffette partivano per portare direttive ai compagni delle formazioni partigiane. Verso le ore 19 del 23 si riunì il T.I. (Triumvirato Insurrezionale) per fare il punto sulla situazione, prendere le necessarie decisioni e gli accordi per assicurare la direzione e il coordinamento dell’attività del partito, in stretto collegamento con i centri unitari di direzione politica e militare (CLNL, CMR, Comando Piazza) attraverso i compagni che rispettivamente ne facevano parte. Farmi se ne andò prima del coprifuoco, mentre Parodi venne a casa mia, in corso Carbonara 16, dove rimanemmo a discutere quasi tutta la notte. Al mattino presto Parodi partì per Sampierdarena, dove aveva la sua base. Sempre al mattino del 24, verso le 7, insieme al compagno Angiolo Visdomini che era armato di uno Sten (io avevo soltanto una Beretta 7,65) lasciai anch’io corso Carbonara per recarmi alla sede del T.I., in casa della compagna Laura Gandolfi, in piazza Palermo 18. [...]

 

Nella giornata del 24 e fino al mattino del 25 mi fermai alla sede di piazza Palermo. Per assicurare i collegamenti necessari avevo a mia disposizione numerosi compagni e compagne. Inoltre giungevano alla sede, ormai quasi legalizzata, i compagni più responsabili nel lavoro militare e nell’attività politica: Parodi, Conte, Noberasco, Pucci, Gilardi, Amoretti, Scarparo, “Elena”, Tortorella e altri. Più difficili erano i collegamenti col CMR e con il compagno Farini, perchè dal mattino del 25 il comandante Martinengo, coi suoi vice Farini e Trombetta, si era spostato nella zona della Valpolcevera, sulla camionabile Genova-Milano dove erano concentrate rilevanti forze tedesche. Là si stavano svolgendo aspri combattimenti tra tedeschi, sappisti e partigiani della Brigata “Balilla”, comandata da Angelo Scala “Battista”. Il CMR temeva che i tedeschi puntassero ad accerchiare la città, per scendere poi a occuparla, e intendevamo sbarrare loro la strada. I membri del CMR furono richiamati dal CLNL che, perentoriamente, ordinò il loro rientro “poiché il posto del Comando militare deve essere vicino al CMR e al Comando Piazza». Io stesso inviai a Farmi una staffetta con ordini uguali. Il comandante e i due vice rientrarono a Genova nel pomeriggio del 25, quando già i rappresentanti del CLNL stavano discutendo col generale Meinhold a Villa Migone.

La mattina del 25 raggiunsi la sede del CLNL, a San Nicola, per assumere ufficialmente la carica di presidente e venni accolto con aperta cordialità. Anche se vi ero andato una sola volta, conoscevo già i membri del Comitato dai contatti personali avuti.
Per l’intera giornata del 24 e il 25 infuriarono nel centro di Genova e nelle delegazioni i combattimenti contro i tedeschi (fascisti, Brigate Nere, Guardia Nazionale Repubblicana, come pure molte autorità politiche fasciste si erano in gran parte dileguati). Gli scontri furono particolarmente violenti e con numerose vittime lungo la fascia del porto (tra piazza San Giorgio, Caricamento, Di Negro e Sampierdarena), dove i marinai tedeschi del capitano Berninghaus e anche i militi della Decima Mas sparavano indiscriminatamente contro combattenti e passanti.

I membri delle Brigate SAP a disposizione del Comando Piazza erano circa 3.500. Il 25 aprile entrarono inoltre in azione le Brigate “Severino”, “Balilla”, “Pio”, “Buranello” e altri gruppi. A sappisti e partigiani si aggiunsero, fin dal mattino del 24, migliaia di operai, uomini e donne, giovani e ragazzi. Lo sciopero generale paralizzò l’intera città e la provincia dalle prime ore del 24, fermando tram, treni e ben presto tutto il traffico. Ma, nonostante lo slancio dei patrioti, restavano e a un certo momento andarono accentuandosi le preoccupazioni che i tedeschi facessero saltare il porto e bombardassero la città dai forti sovrastanti (particolarmente pericoloso era quello di Monte Moro, in piena efficienza). Inoltre il grosso delle formazioni della VI Zona tardava ad arrivare, nonostante le pressioni fatte fin dal giorno 24, perché si trovavano schierate su posizioni strategiche e impegnate in combattimenti per impedire la ritirata tedesca.

Le forze partigiane (Brigate Garibaldi e G.L.-Matteotti), guidate dai loro comandanti con alla testa “Miro”, il comandante della Divisione “Cichero”, “Bisagno”, “Canevari”, “Ugo”, “Marzo” e tutti i componenti del Comando Zona arrivarono a Genova nella notte del 25 e furono fortemente impegnate per espugnare le sacche di resistenza tedesche.
In breve la città fu ripulita da tedeschi e fascisti, nonché da numerose spie che si erano poste al loro servizio nei venti mesi di guerra.

Le avanguardie della 92a Divisione “Buffalo” della V Armata americana al comando del generale Almond giunsero a Genova la sera del 26, mentre il grosso arrivò nella notte e, in parte, la mattina del 27. Il generale Almond si presentò alla sede del CLNL, insediatosi all’Hotel Bristol in via XX Settembre, esattamente alle 13 e 30 del 27 aprile. Qui fu ricevuto da tutti i componenti del CLNL, del CMR e del Comando Piazza riuniti.

Il generale ebbe parole di compiacimento per l’impegno prodigato dai patrioti nella lunga lotta e poi per la liberazione della città. Egli era pienamente soddisfatto e non manifestò il minimo disappunto nei confronti di coloro che avevano preceduto l’arrivo delle sue truppe nel liberare la città. Ben diverso sarà il comportamento degli alti ufficiali inglesi che, al loro arrivo, non celeranno il loro nervosismo di fronte ai dirigenti della Resistenza e in particolare verso i comunisti.
A proposito dell’arrivo degli americani a Genova, è interessante la testimonianza del tenente colonnello Basil Davidson, comandante in seconda della Missione inglese. Scriverà Davidson: «Il 25 aprile il CLN occupò la stazione radio e cominciò a radiodiffondere la verità al mondo intero. Sui monti presso Torriglia sentimmo sui nostri apparecchi le voci dei nostri amici [...] In quella sera stessa alcuni di noi scesero a Genova. Io andai in automobile con “Attilio”, più furioso che mai, con la barba nera e lo Sten sporgenti dallo sportello dell’auto. Ogni poche centinaia di metri eravamo fermati dalle SAP, che volevano sapere chi fossimo e che facessimo. L’atmosfera era davvero febbrile. Trovammo la città immersa nella oscurità; il CLN aveva imposto il coprifuoco, per le strade non si vedeva nessuno. Sentivamo una sparatoria nel porto, ove cinquemila tedeschi si erano asserragliati e resistevano accanitamente. Le stamperie stavano pubblicando i giornali dei partiti del CLN. Negli uffici de l’Unità trovammo “Bini", già installato nella sedia di direttore. Qualcuno mi mise in mano una copia del Lavoratore; una testata a caratteri di scatola diceva: Genova liberata!
Quella sera stessa il generale Meinhold si era arreso con le sue truppe al CLN. Ho ancora qui davanti a me una copia dell’atto di resa [...]

Il 26, il giorno in cui questa resa storica prese luogo, il CLN procedette formalmente all’investitura di Errico Martino nella carica di prefetto di Genova [...] Quella sera i carri armati della 92a Divisione americana raggiungevano Rapallo ed io cercai di telefonare dal nostro Quartier Generale nel centro di Genova: “Parlo con Rapallo?”. “Sì, questa è Rapallo”, rispose una voce esile da lontano. “Ha visto degli americani?”. “Caro lei, ce ne sono tanti, a migliaia. Non sente il rumore dei carri d’assalto?“. Poi una voce americana, molto sorpresa, dice: “Yeah, who’s that?”(chi parla?). Glielo dissi e la mattina dopo arrivarono a Genova.

La sera del 25, verso le 21 e 30, quando arrivò alla sede del CLN a San Nicola con “Attilio”, “Ugo” e un interprete, molto cordialmente Davidson espresse il suo apprezzamento ai membri del CLN, del CMR e del Comando Piazza: «Siete stati meravigliosi!» disse. Oggi il colonnello Davidson è diventato uno studioso di storia, pubblica libri e scrive sui giornali. Di recente è tornato in Italia e, a Genova, ha rilasciato un’intervista al Secolo XIX ricordando i suoi incontri coi membri del CLN.

Sull’insurrezione di Genova, sulle sue fasi, sui momenti critici e di preoccupazione, è stato detto e scritto molto, sia da protagonisti politici e militari, sia da storici e pubblicisti di varia estrazione politica, italiani e stranieri. La resa tedesca, nel momento di avanzato sviluppo dell’azione patriottica, rappresenta il fatto saliente e caratterizzante la vittoriosa insurrezione genovese, checché ne dicano e scrivano certe “memorie” provenienti dalla Curia arcivescovile di Genova, che tentano di capovolgere la verità esprimendo giudizi deformanti sui fatti accaduti in quei giorni.

Al CLNL erano giunte notizie su approcci che il generale Meinhold, attraverso amici suoi di Genova, aveva avuto con esponenti della Curia arcvescovile. A un certo momento gli amici di Meinhold presero contatto col prof. Carmine Alfredo Romanzi, legato al Partito d’Azione e amico dell’avv. Cassiani Ingoni (dirigente di quel partito e membro del CLNL), al quale riferirono che Meinhold, a certe condizioni di garanzia, aveva espresso il desiderio di incontrarsi coi dirigenti dei partigiani. Cassiani informò tempestivamente di ciò i membri del CLNL e del CMR. Fu allora deciso che gli incontri, con molta segretezza e cautela, continuassero. Lo scopo era quello di conoscere le intenzioni di Meinhold, quali fossero i suoi propositi e che egli desse una risposta precisa e chiara. Meinhold a un certo momento chiese che venisse stabilita una tregua d’armi e una forma di armistizio, per consentire il ritiro delle truppe tedesche e dei mezzi dal settore, che dipendeva da lui, cioè dalla grande Genova fino a Moneglia. Tale richiesta era fortemente condivisa e appoggiata dalla Curia arcivescovile genovese, ma il CLNL, il CMR e il Comando Piazza di Genova, all’unanimità e con decisione, opposero un netto rifiuto, chiedendo che le truppe tedesche si arrendessero senza condizioni al CLNL, quale unico rappresentante del CLNAI delegato del governo nazionale con pieni poteri per l’Italia occupata.

Nell'incontro del 23 aprile con Romanzi, il generale Meinhold insistette nella sua richiesta, promettendo che non sarebbero state effettuate distruzioni o rappresaglie, ma nello stesso tempo cercando di tergiversare e di approfittare delle pressioni che continuavano a essere fatte sul CLNL, affinché questo accettasse le richieste avanzate da Meinhold. Il generale chiese a Romanzi se il CLNL sarebbe stato in grado di assicurare il controllo della città, qualora egli avesse deciso di recarsi a trattare coi capi del Comando partigiano.

Il 24 il CMR, tramite Romanzi, fece pervenire a Meinhold la propria risposta scritta che diceva:

In merito alla richiesta da voi formulata nei riguardi della situazione della città di Genova si precisa:

a) il Comando Piazza di Genova è in grado di controllare perfettamente l’ordine pubblico; le forze a nostra disposizione sono state notevolmente rafforzate dall’afflusso di patrioti di montagna;

b) le trattative per la resa non potranno che contenere le seguenti condizioni:

1) cessione delle armi;

2) i militari germanici saranno trattenuti come prigionieri di guerra e tenuti a disposizione del Comando Militare Alleato. Potrete inviare i parlamentari a Genova presso il Comando regionale.

Firmato: il Comandante Durante, i vicecomandanti Manes e Tommasi.

 

La lettera del CMR esprimeva una posizione ferma. Il suo contenuto fu attentamente soppesato e certo venne presa una decisione coraggiosa, poiché la effettiva potenzialità delle forze patriottiche, in quel momento, fu notevolmente alzata. Ma in certe circostanze occorre mostrare decisione e agire con tempestività.
In questo caso si tenne molto conto del lato politico della questione, puntando sul prestigio e sul valore delle forze patriottiche che, anche agli occhi del nemico, avevano dato eloquenti prove della propria forza e capacità combattiva.

Nella stessa giornata del 24 Meinhold, sempre tramite i suoi amici, fece sapere di essere disposto a incontrarsi coi capi militari del CLNL a Genova. Al mattino presto del 25, Romanzi partì quindi con un’autoambulanza della Croce Rossa Italiana per Savignone, dove Meinhold aveva posto da qualche tempo la sede del proprio Comando. Munito delle credenziali ufficiali, Romanzi invitò Meinhold a salire sull’autoambulanza e, insieme a lui, tornò a Genova. Al seguito del generale c’erano il capitano Asmus, capo di stato maggiore della Divisione tedesca, e il dottor Joseph Pohl, un sottufficiale suo interprete (il quale, dopo firmato l’atto di resa, nella notte si suicidò non sopportando l’onta del disonore, lui giovane trentenne e fervente nazista).

Una parte importante nei contatti con gli ufficiali del Comando tedesco di Savignone e della zona, nonché con lo stesso generale Meinhold, l’avevano svolta i partigiani della Brigata “Oreste”, sempre comandata da Aurelio Ferrando e dal vicecomandante Lilio Giannecchini. I partigiani della “Oreste” avevano infatti esercitato una forte pressione sui tedeschi affinché si decidessero ad arrendersi, in considerazione del fatto che ormai la guerra per la Germania era perduta e che gli eserciti alleati e le forze partigiane stavano per liberare tutta l’Italia da tedeschi e fascisti. Inoltre il Comando della Brigata “Oreste” si era mantenuto in stretto contatto col CLNL per fornirgli notizie e informazioni sui propositi dello Stato Maggiore di Meinhold, cosa questa molto utile anche ai fini del giudizio sulla situazione e sui movimenti delle forze tedesche. Infine, l’opera dei partigiani della “Oreste” fu particolarmente importante nella giornata del 25 aprile: fin dalla partenza da Savignone, una squadra di partigiani a bordo di un autocarro fece strada per facilitare tutti i passaggi lungo il percorso verso Genova, scortando l’autoambulanza, l’auto con il maggiore Asmus e Pohl e quella di Giannecchini che, con altri partigiani, faceva pure parte del convoglio. Lungo il percorso si ebbero anche scontri tra partigiani e reparti tedeschi che, comandati da ufficiali particolarmente zelanti, non intendevano ancora arrendersi.

Le trattative si svolsero in terreno neutro e cioè a Villa Migone, allora sede della Curia arcivescovile, nella zona di San Fruttuoso dove risiedeva il cardinale Boetto. I rappresentanti del CLNL (Scappini, Martino, Aloni, cui si aggiunse Savoretti, del PLI) arrivarono a Villa Migone alle 15 e 30. Il cardinale Boetto ci presentò rapidamente al generale Meinhold e ai suoi accompagnatori, quindi entrammo subito in una grande sala della villa e ci disponemmo intorno a un tavolo per discutere.
Fin dal primo momento capimmo di non aver fatto buona impressione sul generale, così magri in carne e mal messi nei nostri abiti civili, quando forse lui si aspettava di incontrare militari in divisa e di grado pari al suo. Il cardinale Boetto, pur non conoscendoci di persona, sapeva bene chi eravamo e quali partiti rappresentavamo, quindi doveva aver detto al generale che presidente del Comitato e capo della delegazione era un comunista. Certo, questo non poteva che accentuare la diffidenza di Meinhold. Qualcuno avrebbe poi posto la questione del perché, a trattare con un generale tedesco, fossero andati dei politici e non dei militari. Ora, a parte il fatto che nella delegazione era stato incluso il comandante della Piazza di Genova, i capi del CMR erano in quelle ore fuori città, come ho detto. E, d’altra parte, inviando il suo presidente con altri colleghi, il CLNL aveva inteso precisamente affermare la propria autorità governativa sulla Liguria.

Le trattative durarono circa tre ore (un’ora e più se ne andò prima per una sosta di 15-20 minuti chiesta da Meinhold, per consultarsi col suo capo di stato maggiore, col cardinale e con il suo entourage, ma forse anche per riflettere, poi per la stesura delle quattro copie dell’atto, due in italiano e due in tedesco). Meinhold a tratti appariva nervoso e a tratti assente; parlò della tragedia della guerra, quasi a voler dimostrare che lui non l’aveva voluta, che non aveva condiviso le decisioni di Hitler e dello Stato Maggiore del Reich. insistette sulla questione della incolumità dei prigionieri, sulla consegna delle armi da farsi agli Alleati, sui bagagli personali dei suoi uomini e sul loro ricovero, come se dubitasse della nostra autorità e delle nostre intenzioni.
Si vedeva chiaramente che Meinhold cercava di tergiversare prima di apporre la sua firma sul documento di resa; forse sperava in un tempestivo arrivo di staffette della 92a Divisione americana che sapeva essere in marcia dalla Spezia e vicinissime a Rapallo, oppure nell’intervento della Missione inglese e americana della VI Zona, per consegnarsi prigioniero agli Alleati ed evitare così di arrendersi ai rappresentanti della Resistenza. Si vedeva che Meinhold non aveva alcuna fretta di arrivare alla conclusione, ma ne avevamo noi, consapevoli del valore di quell’atto.

Alle 19 e 30, quando la resa fu sottoscritta, tirammo un sospiro di sollievo.
Il generale era affranto, forse stanco anche fisicamente. Avemmo l’impressione che Meinhold, dopo aver firmato, si sentisse come scaricato da un pesante fardello. Percepimmo di avere davanti a noi un uomo che si era fortemente dibattuto tra l’esigenza di tener fede al giuramento fatto ai capi politici e militari del Reich, nonché all’impegno assunto verso il suo immediato superiore, il generale Vietinghoff (che era quello di portare le truppe alle sue dipendenze al luogo di ritirata stabilito, in Lombardia e da lì nel Veneto) e l’impulso di rassegnazione a cedere, mettendo così fine all’inutile spargimento di sangue e a ulteriori distruzioni. In certi momenti Meinhold dava l’impressione di essere lontano con la mente. Sembrava interrogarsi nel suo intimo, forse per cercare una giustificazione a quanto stava facendo. Forse meditò sulla sua lunga carriera di soldato che lo aveva fatto salire al grado di generale di brigata e poi, dopo il ritiro dal Fronte russo, nel marzo del ‘44, al comando di migliaia di uomini in una regione strategicamente molto importante. Noi delegati del CLNL lo osservammo da vicino per tre ore e avemmo tutti questa impressione, che Meinhold in quel momento avesse compiuto lo sforzo più impegnativo della sua vita.

Credo che, da parte sua, Meinhold scoprisse che noi, suoi nemici, non eravamo poi quei tremendi soggetti che forse qualcuno gli aveva rappresentato. E non escluderei che, in cuor suo, avesse cambiato opinione anche sui comunisti, nelle cui mani aveva tanto temuto di far finire le armi dei suoi uomini. Devo dire che io, che non sono facile alla commozione, di fronte a quell’uomo, in quel momento, non sentii di odiarlo come odiavo i nazifascisti e provai un sentimento di comprensione umana.

REMO SCAPPINI