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John Dickson Carr

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Se Zangwill ha inventato il mistero della camera chiusa, John Dickson Carr (1906 - 1977) di questo enigma è stato, e rimane, il maestro insuperabile (e in Le tre bare, The Hollow Man o The Three Coffins, compilerà addirittura un elenco dei sistemi possibili per commettere un delitto in una camera chiusa; v. sotto).

Nato da una ricca famiglia della Pennsylvania, negli anni '20 visse a Parigi (dove, non a caso, ambienterà le sue prime storie) senza peraltro mescolarsi in alcun modo al mondo bohémien: a differenza di tanti scrittori, infatti, Carr non sentì mai l'impulso di mettere in discussione le proprie origini, e anzi mantenne sempre ben salda la sua formazione alto-borghese.
Forse per questo (oltre che per una sfrenata passione per Conan Doyle, di cui sarà anche biografo) negli anni '30 andò ad abitare in Inghilterra, che lasciò subito dopo la guerra, non appena al governo andarono i laburisti, che evidentemente egli considerava pericolosi bolscevichi.
E probabilmente si sarà ricreduto, perchè, dopo aver soggiornato sia negli Stati Uniti che altrove, tornò in Inghilterra alla fine degli anni '50. Si stabilì definitivamente in patria una decina d'anni più tardi, e lì morì. Un reazionario al pari di Van Dine e di Christie, senza lo snobismo parossistico del primo (i suoi personaggi principali, Gideon Fell e sir Henry Merrivale sono decisamente anticonformisti) e con una cultura assai più solida della seconda, ma come loro, e più di loro, grande tessitore di vicende misteriose fino all'inverosimile.

"Non a caso la maggior parte dei suoi romanzi, benché scritti nel dopoguerra, sono totalmente o parzialmente ambientati in quella Inghilterra ancora vittoriana che prolunga un poco artificialmente la sua esistenza fino alla vigilia della seconda guerra mondiale. Qui, in un'atmosfera idilliaca di garden parties e di cricket, il nostro autore trova l'ambiente ideale per far esplodere i suoi avvenimenti, anomalie macroscopiche in una società ordinata e felice.
Più che di tendenza alla nostalgia, mi pare che si tratti di un ripiegamento ideologico e stilistico. J. D. Carr, infatti, è di formazione letteraria tutto sommato ottocentesca. Si rifa a modelli chiaramente passati, magari anche all'altro grande americano europeizzato che fu Henry James, a rispettosa distanza s'intende. Proprio perché le sue trame ricorrevano a un sensazionalismo non poco artefatto e intenzionale, direi che certe sue antiche assunzioni a maestro del genere orrorifico oggi mostrano molto la corda. Carr non fa affatto l'impressione di essere un padreterno del terrore. Il terrore noi lo incontriamo a ogni angolo di strada - o per lo meno a ogni confine di quartiere - e i diabolici assassini di Carr ci fanno l'effetto d'arzigogolati marinisti del crimine.
E tuttavia J. D. Carr (alias Carter Dickson, alias Carr Dickson) rimane inarrivabile come creatore di intrighi e perfette trame poliziesche. Un enigmista insuperato, talmente sicuro del fatto suo da non aver bisogno di ricorrere a piccoli imbrogli, mentre perfino la grande Agatha ha dovuto servirsi di qualche mezzuccio fuorviante. Carr sfida ogni volta i suoi lettori ad armi pari. È conscio della sua abilità, confida giustamente nella sua fantasia matematica.
Ma ha una debolezza di cui mettiamo al corrente i lettori non incalliti: è un inguaribile romantico, in conformità con l'astoricità di cui s'è detto. Per cui una bella ragazza dall'apparenza ingenua e pura siccome un angelo resta fino alla fine ingenua e pura siccome un angelo." (Ranieri Carano, Introduzione a Gideon Fell: il delitto perfetto non esiste, Mondadori, 1976).

Due parole sui suoi personaggi principali.

  • Henri Bencolin è l'improbabilissimo capo della polizia di Parigi: gelido, astuto, quasi diabolico, assomiglia più a uno dei personaggi del feuilleton a tinte forti che a un alto funzionario della burocrazia francese. (Più avanti un breve saggio su di lui)
  • Gideon Fell è un omaccione assai poco inglese (infatti dovrebbe essere un sanguigno gallese), che, non si sa bene a quale titolo, collabora con Scotland Yard, e in particolare col sovrintendente Hadley, un evidente simil-Watson, anche se decisamente più sveglio. Un po' come Colombo (di cui però è agli antipodi, nell'aspetto fisico e nel carattere esplosivo) Fell sconcerta, non viene preso sul serio, ma è un'autentica "macchina pensante a vapore di mostruosa efficienza": evidentemente la caratterizzazione del personaggio è stata voluta per non richiamare in alcun modo il gelido Holmes, di cui però Fell è figlio diretto.
  • Sir Henry Merrivale, "Il vecchio", HM per chi gli è più vicino, ha una struttura simile a Fell, non si muove, precipita, non parla, ruggisce, non impreca, bestemmia come uno scaricatore dei docks, non chiede, ordina. E via di seguito. Insomma, poco a che vedere con le ghette inamidate di Poirot e l'eau de cologne di Philo Vance, ma anche lui un'implacabile "macchina pensante" (per riprendere un'espressione creata da Jacques Futrelle). Pessimi i suoi rapporti con Scotland Yard, che tuttavia ricorre a lui nei (tanti) casi disperati.
  • Il Colonnello March è un funzionario di Scotland Yard che dirige l'improbabile D3 "Dipartimento Casi Bizzarri": si occupa naturalmente di delitti "impossibili", e anche qui Carr gioca a creare un'atmosfera più gotica che poliziesca, salvo poi risolvere l'enigma in termini assolutamente razionali.



  • Si diceva che Carr, a differenza di Dame Agatha, non si è mai concesso il lusso del benché minimo imbroglio nei confronti del lettore: lo prende in giro, sì, confondendolo con un'aura di mistero che vira inevitabilmente sul sovrannaturale, ma poi ricostruisce tutto nei minimi dettagli e spiega ogni cosa sotto il profilo di una razionalità forse eccessivamente macchinosa, ma ineccepibile. E non è che questo avvenga un paio di volte: Carr ha creato decine di formidabili enigmi basati sulla camera chiusa, e tutte le volte è riuscito a fregarci.


    le magnifiche copertine di Ferenc Pintér per gli Omnibus Gialli Mondadori
     

    John Dickson Carr

    Romanzi con Henri Bencolin

    1930 Il mostro del plenilunio (It Walks by Night)
    1931 L'arte di uccidere (The Lost Gallows)
    1931 Sfida per Bencolin (Castle skull)
    1931 L'ultima carta (The corps in the Waxworks o The Waxworks Murder)
    1937 Quattro armi false (Four False Weapons)

    Romanzi con Gideon Fell

    1933 Il cantuccio della strega (Hag's Nook )
    1933 Il cappellaio pazzo o Il cappellaio matto (The Mad Hatter Mystery)
    1934 Un pugnale a bordo o Delitto a bordo (The Blind Barber)
    1934 Otto di spade (Eight of Swords)
    1935 L'orologio della morte (Death Watch)
    1935 Le tre bare (The Three Coffins o The Hollow Man)
    1936 Notti arabe o Delitti da mille e una notte (Arabian Nights Murder)
    1938 Destare i morti (To Wake the Dead)
    1938 Il segreto dell'automa o L'automa (The Crooked Hinge)
    1939 Occhiali neri (Problem of the Green Capsule o The Black Spectacles)
    1939 Gideon Fell e la gabbia mortale (Problem of the Wire Cage)
    1940 Fantasma party (The Man Who Could Not Shudder)
    1941 Tre suicidi improbabili o Gideon Fell e il caso dei suicidi (Case of the Constant Suicides)
    1941 Il giudice è accusato (Death Turns the Tables o The Seat of the Scornful)
    1944 Fino alla morte o Un colpo di fucile (Till Death Do Us Part)
    1946 Il terrore che mormora (He Who Whispers)
    1947 La sfinge dormiente (The Sleeping Sphinx)
    1949 Una croce era il segnale (Below Suspicion)
    1958 È un reato dottor Fell! (Dead Man's Knock)
    1960 E adesso dr. Fell? o Rombi di tuono per il dr. Fell (In Spite of Thunder)
    1965 Lo spettro e il dr. Fell (House at Satan's Elbow)
    1966 Gideon Fell: panico a teatro (Panic in Box C)
    1967 Tutto bene, dottor Fell (Dark of the Moon)

    Altre opere

    1932 Piazza pulita (Poison in Jest)
    1937 La corte delle streghe (The Burning Court)
    1942 La tabacchiera dell'imperatore (The Emperor's Snuffbox)
    1950 La sposa di Newgate (Bride of Newgate)
    1951 Il diavolo vestito di velluto (The Devil in Velvet)
    1952 Nove risposte per nove problemi (The Nine Wrong Answers)
    1953 Capitan tagliagola (Captain Cut-Throat)
    1956 Astuzia per astuzia (Patrick Butler for the Defense)
    1957 La fiamma e la morte (Fire, Burn!)
    1959 Scandalo a High Chimneys (Scandal at High Chimneys)
    1961 Un colpo di pistola (Witch at the Low Tide)
    1961 Terrore sul Ponte di Londra (The Demoniacs)
    1964 Il messaggero del re (Most Secret), riedizione di Devil Kinsmere (1934) a firma Roger Fairbairn
    1968 I fantasmi della casa maledetta (Papa La-bas)
    1969 Il mezzogiorno dei fantasmi (The Ghost's High Noon)
    1971 Confronta Matteo, capitolo 7° o La casa (Deadly Hall)
    1972 Il mistero di Muriel (The Hungry Goblin)

    Con Adrian Conan Doyle, figlio di sir Arthur, ha scritto Le imprese di Sherlock Holmes (non accreditato ufficialmente) e Le nuove imprese di Sherlock Holmes.

    Carter Dickson


    Romanzi con sir Henry Merrivale

    1934 La casa stregata (The Plague Court Murders)
    1934 Sangue al priorato o Assassinio nell'abbazia (The White Priory Murders)
    1935 La camera misteriosa o I delitti della vedova rossa (The Red Widow Murders). Primo romanzo di Carr pubblicato in Italia
    1935 I delitti dell'unicorno (The Unicorn Murders)
    1936 Delitto da burattini (The Magic Lantern Murders o Punch and Judy Murders)
    1937 Il mistero delle penne di pavone (The Peacock Feather Murders o The Ten Teacups)
    1938 Le cinque scatole o Uno strano convegno o Il Mistero delle cinque scatole (Death in Five Boxes)
    1938 L'occhio di Giuda (The Judas Window)
    1939 Lettore in guardia! (The Reader is Warned)
    1940 E così fino al delitto (And So to Murder)
    1940 Fantasma in mare (Nine - and Death Makes Ten)
    1941 Colpite al cuore (Seeing is Believing)
    1942 Il lago d'oro (The Gilded Man)
    1943 Saper morire (She Died a Lady)
    1944 Perché uccidere Patience? (He Wouldn't Kill Patience)
    1945 La lampada di bronzo (Curse of the Bronze Lamp o Lord of the Sorcerers)
    1946 Le mie defunte mogli o Giù la maschera (My Late Wives)
    1948 Il mistero dello scheletro (The Skeleton in the Clock)
    1949 Henry Merrivale e il fantasma di un amore (Graveyard to Let)
    1950 La vedova beffarda (Night at the Mocking Widow)
    1952 H.M. e il ladro di Tangeri (Behind the Crimson Blind)
    1953 La coppa del cavaliere (The Cavalier's Cup)

    Altre opere

    1933 Terrore al castello o Le perle insanguinate (The Bowstring Murders)
    1938 Il nuovo uomo invisibile (The new invisible man), racconti con il col. March, Polillo, 2003
    1939 Discesa fatale (Drop to His Death o Fatal Descent), in collaborazione con John Rhode, Polillo, 2008
    1956 ... Ma il terrore rimane (Fear is the Same)

     


    Bibliografia su J. D. Carr (v. anche http://www.genovalibri.it/, dove sono indicate le varie edizioni italiane):

    Mauro Boncompagni, Carr e il mistero della camera chiusa, 1983 Giallo Mondadori n° 1821
    Mauro Boncompagn, Carr e il romanzo storico, 1983 GM n° 1821
    Mauro Boncompagni, Carr scrittore radiofonico, 1984 GM n° 1822
    Mauro Boncompagni, Il colonnello March alias John Rhode, 1990 GM n° 2175
    Mauro Boncompagni, John Dickson Carr appunti per una biografia (indiscreta), 1985 GM n° 1881
    Jon L. Breen, La casa dei lunghi sospiri (Parodia di John Dickson Carr), 1979 Estate Gialla Mondadori
    William Brittain, L'uomo che leggeva Dickson Carr, 1965 GM n° 880
    Pietro De Palma, La prima produzione di John Dickson Carr: i quattro racconti di Bencolin (blog giallomondadori)
    Mario Gerosa, Le camere del delitto. Gli interni mentali di John Dickson Carr, Mystfest 1991
    Mario Gerosa, Carter Dickson, 1990 GM n° 2179
    Douglas G. Greene, John Dickson Carr e la camera chiusa di Hitler, 1982 GM n° 1743
    Gian Franco Orsi, Chi è John Dickson Carr, 1969 GM n° 1056
    Gian Franco Orsi & Mauro Boncompagni, Divertiamoci con Carr, 1981 GM n° 1681
    Roberto C. Sonaglia, Carr e il gotico, 1983 GM n° 1821
    John B. Suter, Il caso della camera aperta (Parodia di John Dickson Carr), 1960 GM n° 602
    Lia Volpatti, L'esimio dottor Fell, 1988 GM n° 2079


    Stranamente cinema e tv hanno attinto piuttosto poco dalla cospicua produzione di Carr:

  • La casa del corvo (Man with a Cloak) USA, 1951, di Fletcher Markle; con Joseph Cotten, Barbara Stanwyck, Leslie Caron, Louis Calhern; da The Gentleman from Paris
  • Traversata pericolosa (Dangerous Crossing) USA, 1953, di Joseph M. Newman; con Jeanne Crain, Carl Betz, Michael Rennie, Casey Adams; da Cabin B-13
  • Colonnello March (Colonel March of Scotland Yard) GB,1955, di Bernard Knowles; con Boris Karloff, Ewan Roberts, Eric Pohlmann. Serie trasmessa anche dalla RAI.
  • That Woman Opposite (o City After Midnight) GB, 1957, di Compton Bennett; con Phyllis Kirk, Petula Clark; da The Emperor's Snuffbox
  • I peccatori della Foresta Nera (La chambre ardente) F - I, 1962, di Julien Duvivier; con Jean-Claude Brialy, Claude Rich, Madja Tiller, Antoine Balpetre; da La Corte delle Streghe.

  • John Dickson Carr - Gideon Fell

    Conferenza sulla stanza chiusa a chiave

    (da: Le tre bare, The Three Coffins o The Hollow Man, I Classici del Giallo, n. 234, 13.1.1976, Mondadori)

    "... Siamo in una storia poliziesca e non dobbiamo ingannare il lettore fingendo di non esserci. Non dobbiamo inventare scuse elaborate per tirar dentro una discussione sui racconti polizieschi. Occupiamoci beatamente della più esaltante missione concessa ai personaggi di un libro.
    "Ma per continuare: nel parlarne, signori, non intendo scatenare una discussione buttando giù regole nuove. Voglio soltanto parlare di gusti e preferenze personali. Possiamo citare Kipling, così: ci sono sessantanove modi di inventare delitti complicati e ognuno di essi è valido. Ora, se io dicessi che per me ognuno di essi è ugualmente interessante, sarei - per dirlo nella maniera più civile - un gran bugiardo. Ma non è questo il punto. Se dico che la storia di una camera ermeticamente chiusa è più interessante di qualunque altra, non faccio che ripetere una frase fatta, un pregiudizio. A me piace che i miei delitti siano frequenti, sanguinosi e grotteschi. A me piace che il mio piano sprizzi vividezza di colore e fantasia, poiché non riesco a trovare affascinante una storia che si basi soltanto sul fatto che possa sembrare realmente accaduta. Tutto questo, lo ammetto, è pregiudizio, pregiudizio allegro, spensierato, razionale, e non implica alcuna critica per i lavori più smorzati, o anche più abili.
    "Ma qui bisogna fare questa premessa perché quelle poche persone cui non piacciono le situazioni un po' impressionanti insistono nel considerare le loro preferenze come regole. Loro usano, come un marchio di condanna, la parola improbabile. E con ciò portano gli incauti a credere - come loro - che improbabile significhi scadente.
    "Ora mi sembra ragionevole sottolineare che la parola improbabile è l'ultimissima che dovrebbe essere usata per condannare il romanzo poliziesco. Gran parte della nostra simpatia per la narrativa poliziesca è basata su un'inclinazione verso l'improbabilità. Quando A viene assassinato e B e C sono fortemente sospettati, è improbabile che D, dall'aria assolutamente innocente, possa essere il colpevole. Ma lo è. Se G ha un alibi di ferro, confermato a spada tratta e sotto giuramento da ogni altra lettera dell'alfabeto, è improbabile che G possa aver commesso il delitto. Ma lo ha commesso. Quando l'agente investigativo trova un briciolo di polvere di carbone sulla spiaggia, è improbabile che una simile cosa insignificante possa avere qualche importanza. Ma l'avrà. Per farla breve, si arriva a un punto dove la parola improbabile diventa senza significato, come una beffa. Non può esistere alcuna probabilità sino alla fine del racconto. E allora se vuoi che l'assassinio venga attribuito alla persona meno probabile, come qualcuno di noi vecchi barbogi fa spesso, difficilmente puoi protestare che lui ha agito spinto da moventi meno probabili o necessariamente meno evidenti di quelli delle persone più sospette.
    "Quando si leva il grido: 'Queste cose non possono accadere!', quando protesti contro subdoli mostri e fantasmi incappucciati e bionde sirene ipnotizzatrici, è come se tu dicessi semplicemente: a me non piace questo tipo di racconto. È più che giusto. Se non ti piace, hai tutto il diritto di dirlo. Ma quando ritorci questa questione di gusto in una regola, per giudicare il valore o la verosimiglianza del racconto, allora dici: 'Questi avvenimenti non potrebbero succedere, perché se succedessero io non mi divertirei'.
    "Dove starà la verità? Si potrebbe provarlo prendendo a esempio il caso della camera sigillata ermeticamente perché tale situazione è stata contestata con più veemenza di qualunque altra per la sua poca forza di convinzione.
    "La maggior parte dei lettori, sono lieto di dire, va matta per le stanze chiuse. Ma - è qui il maledetto guaio - perfino i loro amici sono frequentemente dubbiosi. Io ammetto di esserlo spesso. Quindi, per il momento, ci metteremo tutti quanti a studiare la faccenda e vediamo cosa riusciamo a scoprire. Perché siamo dubbiosi quando sentiamo la spiegazione della stanza chiusa? Non perché siamo increduli, no, nel modo più assoluto, ma semplicemente perché ci sentiamo vagamente delusi. E spinti da quella sensazione è più che naturale che si faccia un altro ingiustificato passo avanti dichiarando tutta la situazione incredibile o impossibile o decisamente ridicola.
    "E per farla breve - tuonò il dottor Fell, gesticolando col suo sigaro - è precisamente quello che ci diceva oggi O'Rourke sulle illusioni ottiche che vengono attuate nella vita reale! Mio Dio, signori, quante probabilità può avere un racconto se ci beffiamo persine di cose che accadono realmente? Il fatto che avvengano e che l'illusionista ci riesca sembra rendere l'inganno ancora peggiore. Quando capita in un romanzo poliziesco, lo definiamo incredibile. Quando succede nella vita reale e siamo costretti a darvi credito, ci limitiamo a definire la spiegazione deludente. E il succo di tutt'e due le delusioni è lo stesso: ci aspettiamo troppo.
    "Vedete, l'effetto è così magico che in certo qual modo ci aspettiamo che sia magica anche la causa. Quando vediamo che non è magia, diciamo che è una buffonata. Il che non è giusto. L'ultima cosa di cui ci dovremmo lamentare nei riguardi dell'assassino è la sua condotta stravagante. Tutta la questione sta nella domanda: può questo o quest'altro essere fatto? Se è così, la questione non c'entra per niente. Un uomo scappa da una stanza chiusa a chiave... be'? Dato che evidentemente ha violato le leggi naturali per il nostro divertimento, sa il cielo se non è autorizzato a violare le leggi del Possibile Comportamento! Se un uomo si offre di star ritto sulla testa, noi non possiamo pretendere che mentre lo fa tenga i piedi per terra. Ricordatevene, signori, quando giudicate. Definite il risultato poco interessante, se vi pare, o in qualunque altro modo, basta che si tratti di gusto personale. Ma guardatevi bene dal fare l'assurda affermazione che è improbabile o inverosimile."
    - D'accordo d'accordo - disse Hadley, dimenandosi sulla sedia. - Io non sono molto forte in materia. Ma dato che insisti a farci questa conferenza... evidentemente avrà qualche rapporto col nostro caso...
    - Sì.
    - Allora perché portare a esempio la stanza ermeticamente sigillata? Tu stesso hai detto che l'assassinio di Grimaud non è uno dei casi più difficili che ci sia capitato. L'enigma più grosso è quello di un uomo che viene ucciso in mezzo a una strada deserta...
    - Ah, quello? - disse il dottor Fell, con un gesto della mano talmente sprezzante che Hadley lo fissò. - Quello, dici? Ne ho capito la spiegazione appena ho sentito suonare le campane della chiesa... zitto, zitto, simile linguaggio! Parlo sul serio. È la fuga dalla stanza che mi lascia perplesso. E per vedere se riusciamo a trovare un filo conduttore, traccerò un abbozzo sommario dei vari sistemi per commettere delitti in stanze sigillate, classificandoli separatamente. Questo delitto entrerà certamente in uno di quelli. Per forza! Non ha importanza come sarà la variante: sarà soltanto una variante di alcuni fra i sistemi principali.
    "Già, sì. Ora qui abbiamo un cubicolo con una porta, una finestra e muri solidi. Nell'accennare ai metodi di evasione quando sia la porta sia la finestra sono ermeticamente chiuse, non parlerò del vecchio trucco, oggi rarissimo, di un passaggio segreto per la stanza chiusa. Naturalmente uno scrittore che si rispetti non avrà neppure bisogno di dire che una cosa del genere non esiste. Non sarà necessario dilungarci sulle varianti minori di questa oltraggiosa buffonata: il pannello che è abbastanza largo per farvi passare una mano, o il buco sul soffitto attraverso il quale viene gettato un coltello, dopo di che il buco viene ritappato senza che nessuno se ne accorga, o il pavimento della soffitta cosparso di polvere in modo che sembri che nessuno vi abbia mai camminato. Queste sono soltanto buffonate minori. L'essenziale resta sempre lo stesso, sia che l'apertura segreta sia piccola come un ditale o larga come una baracca... Quanto alle classifiche legittime, signor Pettis, potete segnarvi qualcuna di queste..."
    - Bene - fece Pettis, che stava sorridendo - andate avanti.
    - Primo! C'è il delitto commesso in una stanza ermeticamente sigillata che è realmente sigillata ermeticamente e dalla quale nessun assassino è mai uscito perché nella stanza non c'era nessuno. Spiegazioni:
    "Uno. Non è assassinio ma una serie di coincidenze che finiscono con un incidente che somiglia a un assassinio. Poco prima che la stanza venisse chiusa c'è stato un furto, un'aggressione, un ferimento, oppure un rumore di mobili che si spaccano che fa pensare a una lotta mortale. Più tardi la vittima viene incidentalmente uccisa o stordita in una stanza chiusa e si presume che tutti questi avvenimenti abbiano avuto luogo nello stesso tempo. In questo caso la morte è provocata di solito da un colpo in testa presumibilmente con un randello ma in realtà per l'urto contro una suppellettile qualunque. Può essere lo spigolo di un tavolo o il bordo tagliente di una sedia, ma l'oggetto più consueto è un parafuoco di ferro. Il micidiale parafuoco, tra parentesi, uccide gente in un modo che sembra assassinio sin dai tempi di Sherlock Holmes. La soluzione più soddisfacente di questo tipo di trama che include un assassino, si trova nel 'Mistero della Camera Gialla' di Gaston Leroux, il miglior racconto poliziesco che sia mai stato scritto.
    "Due. È delitto, ma la vittima è costretta a uccidersi o a soccombere accidentalmente. Questo può avvenire a causa di una stanza abitata dagli spettri, per suggestione, o più normalmente, per del gas filtrato dall'esterno. Questo gas o veleno fa perdere la testa alla vittima che si abbandona a violenze sfasciando la stanza come se vi fosse stata una lotta, tanto che finisce col morire per una ferita da coltello che s'infligge da se stesso. In altre varianti si spacca il cranio con un aculeo del lampadario, o s'impicca con un fil di ferro o arriva perfino a strangolarsi con le proprie mani.
    "Tre. È delitto, per mezzo di un congegno meccanico installato nella stanza e nascosto in un qualunque mobile dall'aspetto innocente. Può essere una trappola preparata da qualcuno morto da un pezzo che funziona automaticamente, oppure che è stata riaggiustata dal killer moderno. Può essere qualche nuova strana diavoleria della scienza di oggi. Abbiamo, per esempio, il meccanismo micidiale dell'arma nascosta nel ricevitore del telefono che spara una pallottola in testa alla vittima non appena questa alza il ricevitore. Abbiamo la pistola con un cordoncino legato al grilletto, che viene tirato dalla dilatazione dell'acqua sottoposta a congelamento. Abbiamo l'orologio che spara quando viene caricato (gli orologi sono ormai comuni) e abbiamo l'ingegnoso trucco della pendola antica che comincia a suonare con un fracasso infernale così che, quando la vittima si avvicina per far cessare il clangore, dalla pendola schizza fuori una lama che le squarcia lo stomaco. Abbiamo il peso che cade dal soffitto e il peso che piomba sul cranio dall'alto schienale di una sedia. C'è il letto che esala un gas micidiale non appena un corpo lo scalda; l'ago avvelenato che non lascia traccia, il...
    "Vedete - disse il dottor Fell, puntualizzando le parole col sigaro - quando ci troviamo coinvolti in questi marchingegni, siamo nella sfera della situazione impossibile ancora più che non in quella più ristretta della stanza chiusa. Si potrebbe continuare all'infinito, perfino con i congegni per ammazzare la gente con l'elettrocuzione. Un cordone elettrizzato di fronte a una fila di quadri. Una scacchiera elettrizzata. Persine un guanto elettrizzato. Si può trovare la morte in ogni oggetto dell'arredamento, compresa una teiera. Ma pare che attualmente queste cose non siano usate, perciò continuiamo.
    "Quattro. È suicidio con l'intenzione di farlo apparire delitto. Un uomo si accoltella con un ghiacciolo, il ghiacciolo si scioglie! e poiché nella stanza non si trova nessun'arma, si presume il delitto. Un uomo si spara con un'arma legata a un elastico... l'arma, quando lui la lascia andare, sparisce nel camino, fuori dalla vista. Varianti di questo trucco (non concernenti stanze chiuse) sono state la pistola, attaccata a un peso con una cordicella, che dopo lo sparo schizza nell'acqua dal parapetto di un ponte; e, sullo stesso stile, la pistola gettata da una finestra in un cumulo di neve.
    "Cinque. È un delitto che trae il suo problema dall'illusione ottica e dalla personificazione. Così: la vittima, ritenuta sempre viva, è già assassinata dentro una stanza la cui porta è sorvegliata. L'assassino, sia vestito come la sua vittima o scambiato, da dietro, per la vittima, entra precipitosamente nella stanza. E precipitosamente si libera del travestimento ed esce istantaneamente dalla porta sotto le proprie spoglie. L'illusione ottica è che lui, uscendo, si sia semplicemente scontrato con l'altro. Qualunque cosa accada, lui ha un alibi perfetto perché, quando più tardi verrà scoperto il cadavere, si presumerà che il delitto sia stato commesso dopo che la vittima impersonata è entrata nella stanza.
    "Sei. È un delitto che, per quanto commesso da qualcuno sul momento fuori della stanza, sembra commesso da qualcuno che doveva essere stato dentro la stanza.
    "Nello spiegarvi questo - disse il dottor Fell interrompendosi bruscamente - classificherò simile tipo di delitto sotto il nome di Delitto da Lontano o Delitto del Ghiacciolo, dato che di solito è una variante di quel principio. Ho già parlato dei ghiaccioli, capite cosa intendo. La porta è chiusa ermeticamente, la finestra è troppo piccola perché l'assassino possa passarvi, tuttavia la vittima viene pugnalata nell'interno della stanza e l'arma è introvabile. Be', il ghiacciolo è stato sparato dall'esterno come una pallottola... non staremo a cavillare se sia possibile o meno, non più di quanto abbiamo fatto per i misteriosi gas cui ho accennato prima - e si scioglie senza lasciar traccia.
    "Ma tutto ciò illustra quello che intendo per delitti commessi all'interno di una stanza da qualcuno all'esterno. Ci sono altri metodi. La vittima può essere pugnalata con la lama sottile di un bastone animato passata tra il fogliame di un gazebo e subito ritirata; oppure può essere pugnalata con una lama così sottile che lì per lì non si rende nemmeno conto di essere ferita e va in un'altra stanza dove crolla improvvisamente e muore. Oppure viene attirata ad affacciarsi a una finestra inaccessibile dal basso e, dall'alto, il nostro fedele ghiacciolo gli piomba sulla testa fracassandogli il cranio. Nessun'arma, perché l'arma si è sciolta. "Sotto quest'intestazione (sebbene potrebbero benissimo essere inclusi nel numero tre) potremmo elencare delitti commessi per mezzo di serpenti o insetti velenosi. I serpenti possono essere nascosti non soltanto in cassapanche e casseforti, ma anche, molto abilmente, in vasi da fiori, libri, candelabri e bastoni da passeggio. Ricordo una storia divertente in cui la canna d'ambra di una pipa grottescamente scolpita come uno scorpione diventa uno scorpione vero quando la vittima se la mette in bocca. Poi abbiamo...
    "Uh, basta! È meglio che non divaghi, finirò questa classifica con l'ultima intestazione:
    "Sette. Questo è un delitto che dipende da un effetto esattamente alla rovescia di quello del numero cinque. Cioè si presume che la vittima sia morta molto prima di quello che è in realtà. La vittima è addormentata (drogata ma illesa) in una stanza chiusa. I colpi alla porta non riescono a svegliarla. L'assassino si finge molto spaventato, forza la porta, entra per primo e uccide, pugnalando o sgozzando e suggestionando poi gli altri a credere di aver visto qualcosa che non hanno visto. Questo trucco è stato inventato da Israel Zangwill e da allora è stato usato in un'infinità di varianti. È stato fatto, di solito pugnalando, su una nave, in una casa diroccata, in una serra, in una soffitta, e perfino all'aria aperta... dove la vittima viene fatta inciampare e poi tramortita prima ancora che l'assassino si chini su di lei. Così..."
    - Calma! Un momento! - interruppe Hadley battendo sul tavolo per ottenere attenzione. Il dottor Fell, con espressione soddisfatta, si voltò gentilmente verso di lui e gli sorrise. Hadley continuò: - Tutto questo sarà magnifico. Hai sviscerato tutte le situazioni delle camere chiuse...
    - Tutte? - ribattè il dottor Fell spalancando gli occhi. - Non proprio, direi. Non ho neanche trattato a fondo i metodi sotto quella determinata classificazione. Ho fatto solo un abbozzo. Bah, lasciamo perdere. Ora stavo per parlare dei vari sistemi di truccare porte e finestre in modo che sembrino chiuse dall'interno. Ah. Ehm. Ecco, signori. Continuerò..."

    Mauro Boncompagni

    Carr e il mistero della camera chiusa


    «Noi siamo gente tranquilla. Stiamo per conto nostro. Non ci interessiamo degli affari altrui. Abbiamo la nostra stanza. Non ci occupiamo degli altri. Ci piace di vivere così.» Quel che può rappresentare una stanza nella drammaturgia contemporanea ce lo dice a sufficienza questa patetica, esclusiva professione di fede testimoniata da un personaggio di una commedia di Harold Pinter, The Room (1959). E non solo in questa, ma in quasi tutte le commedie di Pinter la stanza, uno spazio chiuso e circoscritto, diventa il centro dell'azione, un luogo ossessivo e sinistro in cui si celebrano riti sovente incomprensibili ai loro stessi officianti, dove le regole del gioco sociale vengono messe radicalmente in discussione e il linguaggio non corrisponde più al pensiero, i gesti si separano dalle intenzioni, i movimenti sono bloccati sul nascere ed annullati. Tutto è come percorso da una stessa oscura negatività, che capovolge la visione ordinaria del reale e la presenta come enigma. La stanza pinteriana è, in questo senso, una metafora del vuoto, una celebrazione dell'Essere come Assenza a cui si aggrappano quelle pallide larve che, come la Rose della citazione iniziale, la abitano.
    -Qualcosa di questa sinistra ossessione - orientata, è bene dirlo subito, ludicamente - attraversa anche le camere chiuse di John Dickson Carr, e la devozione fanatica di Rose non è poi molto dissimile dal tenace accanimento con il quale i seguaci dello scrittore americano, che sembrano aver occhi solo per questi equivoci locali, divorano i suoi romanzi, attratti dai loro incantesimi come i poeti decadenti erano attratti dai fiori del male. E ne hanno ben donde: la camera chiusa è una ossessione innanzitutto per lo stesso Carr, che dedica ad essa tutta la sua produzione. I malati - incurabili - di Golden Age sanno bene che la tecnica della camera chiusa, del delitto maturato tra le pareti di una stanza accuratamente sprangata dall'interno e nella quale viene rinvenuta soltanto la vittima, non è un'invenzione di Carr; dopo Poe (I delitti delle Rue Morgue) e dopo Zangwill (The Big Bow Mystery), dopo Wallace (autore di molte variazioni sul tema, prima delle quali fu I quattro giusti) e dopo Leroux (// mistero della camera gialla), negli anni Venti e Trenta non pochi scrittori si erano provati in questo particolare tipo di problema poliziesco, e chi volesse scorrere una bibliografia non completa ma sufficientemente vasta protrebbe consultare il volume di Robert Adey Locked Room Murders and Other Impossible Crime (London, Ferret Fantasy, 1979). Ma anche dopo il tramonto della Golden Age, il delitto della camera chiusa ha continuato ad attirare proseliti, e non c'è quasi autore di una certa importanza, da S. S. Van Dine ad Agatha Christie, da Philip MacDonald ad Ellery Queen, che non abbia dato un contributo allo sviluppo di questo genere. Una recente inchiesta, condotta da Edward D. Hoch con l'ausilio di alcuni eminenti critici americani, ha decretato in Le tre bare di Carr e in Rim of the Tip di Hake Talbot (1944; un'opera tanto grande quanto misconosciuta e ancora inedita in italiano) i due migliori romanzi di camera chiusa mai scritti.
    Se non ne è l'inventore, Carr è però l'indiscusso maestro di questo genere poliziesco; e lo è, più che per l'abbondanza della sua produzione, per la costante qualità dei risultati. Riprendendo una una tecnica già usata da altri in precedenza, Carr la piega ad ogni possibile variazione, ne affina i meccanismi con una ostinazione illusionistica che dà a volte le vertigini, la conduce ad esiti di sbalorditiva complessità. Il primo «giallo da camera» dello scrittore americano è anche la sua prima opera in asssoluto, Il mostro del plenilunio; ma il particolare delitto impossibile proposto in questo romanzo non è dei più sollcitanti, quasi che Carr si fosse limitato ad offrire un piccolo saggio senza ancora voler affrontare le risorse del genere con il necessario spirito di competizione.
    È solo a partire dal gruppo di romanzi apparsi nel 1934 con lo pseudonimo di Carter Dickson, che il problema della camera chiusa verrà esplorato sistematicamente, inventando situazioni originali e soluzioni al limite del virtuosismo acrobatico, inserendo discussioni e conferenze in cui, con pazienza classificatoria ed un'ossessione analitca che nasce come risvolto terapeutico di un'accesa pratica devozionale, gli investigatori di volta in volta emergenti lascino i segni visibili della loro presnzai non meno concettuale che materiale. Mai, come di fronte ad una camera chiusa, il narcisismo sublimato di H. M. o di Gideon Fell ha modo di imporsi con tanta prepotente evidenza; in nessun altro spazio, che non sia questo così circoscritto e limitato, quella logocrazia che affligge inesorabilmente i due investigatori carriani può apparire più giustificata e benedetta. Non c'è 'soltanto la notissima e mastodontica preferenza del dr. Fell, ne Le tre bare, sui vari modi di commettere un delitto in una camera chiusa; H. M. aveva comninciato già un anno prima, in The White Priory Murders, a discutere sui moventi che possono indurre un assassino a creare situazioni impossibili, e il discorso sarebbe stato ripreso, tre anni dopo, in una delle camere più paradossali mai allestite in un romanzo di Carr, quella che campeggia in The Ten Teacups. La situazione, qui, è a dir poco sconcertante: all'interno di una stanza, le cui aperture (porta e finestra) sono sorvegliate a vista da testimoni degni di fede e situati a pochi metri di distanza, un uomo viene assassinato con due colpi di pistola sparati a bruciapelo; ma quando, pochi secondi dopo, uno dei testimoni fa la sua irruzione nel locale non trova altro che la vittima, le cui carni ancora rosseggiano per le bruciature. L'assassino si è volatilizzato - faded into thin air, come amava dire Carr. Se non siete lettori abituali di Carr e pensate ad un suicidio o ad un passaggio segreto, scartate pure queste ipotesi: sono un insulto all'intelligenza dell'autore e il meno che vi possa capitare, come salutare contrappasso punitivo per averle formulate, è qualche incubo notturno sapidamente nutrito di spezzoni di conferenze felliane. Se leggete abitualmente Carr, potete magari tentare di elaborare qualche spiegazione immaginosa; ma questa volta gli handicap sono così numerosi da mettee in difficoltà anche i più attrezzati purosangue, e difficilmente arriverete aI traguardo prima di H. M. Consolatevi: il romanzo sarà tradotto non appena si saranno liberati i diritti.
    Era solo un esempio; ma molti altri se ne potrebbero aggiungere, tanto più se si tiene conto che il mistero della camera chiusa assume sovente in Carr la forma più generica del delitto impossibile, di un delitto, cioè, commesso in circostanze altrettanto inspiegabili ma entro scenari più vasti. In questo senso, camere chiuse sono anche il campo da tennis di Gideon Fell e la gabbia mortale, la piscina di H. M. e il fantasma di un amore, il tetto di The Skeleton in the Clock, la rampa di scale di The Unicorn Murders (unico, tra i pur straordinari romanzi di Carr, e forse quello più «ipnotico» di tutti), ecc.
    Muta l'ambientazione ma non cambia la qualità del problema. Questa particolare qualità, che è poi il denominatore comune di quasi tutti i romanzi di Carr, è ciò che consente di presentare un delitto come se fosse uno spettacolo illusionistico. Il fascino delle indagini sui misteri di camera chiusa è lo stesso fascino dell'impossibile e dell'inspiegabile che circonda le operazioni dei grandi maghi; solo che alla fine il trucco viene svelato e l'intelligenza del lettore non ne esce sconfitta. È proprio perché è impossibile che un uomo venga assassinato in una stanza ermeticamente chiusa dall'interno, che diventa affascinante tentare di spiegarlo. E la ragione non è mai così orgogliosa dei suoi trionfi come quando si oppone con successo a ciò che vorrebbe negarla, e così facendo trasforma l'Assenza (di verosimiglianza, senso logico, ecc.), che regna nefasta nelle camere chiuse, in Presenza nuovamente consolatoria e rassicurante. La camera chiusa sarà pure uno dei fantasmi più inquietanti della nostra prosaica esistenza; ma - confessiamolo - non siamo mai stati così sicuri di noi come quando ne abbiamo varcato la soglia in compagnia di qualche asmatico dottore o di qualche Vecchio vanitoso e brontolone.

     

    John Dickson Carr
    Roberto C. Sonaglia

    Carr e il gotico

    Streghe, demoni e spettri - ossia gli ingredienti prediletti del ricettario carriano - non fanno più paura da almeno due secoli, da quando, cioè, il soprannaturale smette di suscitare il minaccioso interesse dell'Inquisizione per trasformarsi in raffinato esercizio letterario. Non che questo primo periodo del genere cosiddetto «gotico» coincida con una ritrovata salute morale... Da Byron e soci alla Radcliffe, dai decadenti a Swinburne (coinvolgendo, perché no?, lo stesso D'Annunzio), il genere noir ha fornito di sé un'immagine di poco edificante vampirismo clinico: la necrolatria, il sadismo misogino, le complicazioni carnali, le sinistre ombre monacali, fanno di tale letteratura qualcosa di ben diverso dalle storielle di fantasmi cui molti di noi sono piacevolmente avvezzi.
    Per loro fortuna, gli amanti del brivido intelligente possono contare su una seconda ondata di autori che continueremo, sempre per approssimazione, a definire gotici. M. R. James, Machen, Blackwood, Lovecraft, Onions e compagni sono la base su cui poggia tutt'oggi un'ispirazione che francamente ha ben poco di necrofilo. Come ha rilevato giustamente Carlo Fruttero nell'introduzione a Storie di fantasmi, i nostri volti di Gorgona, i demoni attuali della distruttività, sono ben altri, rappresentati ormai dallo spauracchio nucleare, dall'inquinamento, dalla frenesia tecnologica non meno che, aggiungeremo noi, dall'appiattimento culturale e dal degrado delle tradizioni etniche. Così - lasciate finalmente da parte le implicazioni erotico-morbose e le turbe psichiche - la casa abbandonata, la porta cigolante, lo specchio misterioso, diventano elementi di otium sano e spesso intelligente, una fuga calcolata da più minacciose realtà, nonché, culturalmente parlando, un recupero della dimensione estetica della nostra Vecchia Europa. Tali dovevano già essere avvertite ai tempi più remoti in cui M. R. James spediva imperturbabili e asessuatissimi professori universitari nelle latebre delle abbazie in rovina, mentre lontano echeggiavano le cannonate della Grande Guerra.
    Certo Carr, pur con tutti i suoi spettri, non è mai stato contemplato nelle antologie gotiche, o meglio neogotiche, probabilmente perché un'altra approssimazione, questa volta di carattere strutturale o editoriale, non certe letterario, ne fa ricadere l'opera sotto i titolo generico di «poliziesco». D'altra parte, riuscirebbe spontaneo attribuire a certe cupe scenografie carriane i compito di giustificare sic et simpliciter, la struttura architettonica del romanzo poiché un delitto impossibile dovrebbe svolgersi in un'ambientazione altrettanto impossibile...
    Ciò è vero solo in parte; premesso che, dal punto di vista estetico, la finzione gotica pare più fondata sull'atmosfera che sulla struttura, sia essa logica o irrazionale, non si possono non sottolineare le scelte stesse di Carr laddove, come ad esempio ne Il cantuccio della strega, la scenografia inquietante del villaggio nella brughiera non è certamente esorcizzata dalla scoperta finale dell'assassino il quale, poveretto, in nessun modo avrebbe potuto contribuire a tanta desolazione; né, ricordando il maniero di Sfida per Bencolin, si riesce a giustificare la sua pianta teschiforme con un'imprescindibile necessità di trama. Qui e altrove, il Nostro rivela un'innegabile inclinazione per il soprannaturale fine a se stesso.
    Si dirà che nei suoi romanzi i fantasmi alla fin fine non esistono, essendo ogni mistero dipanato per forza di galileiana razionalità; la qual cosa ci sembra, anzi, un'evoluzione assai raffinata e moderna del modello neogotico più che un discostarsi da esso: se questa civilissima tradizione ha da continuare, è doveroso un progressivo adattamento alle esigenze della sensibilità odierna senza, ovviamente, cadere nell'eccesso di attualità. A tale proposito, vale la pena di ricordare la vigorosa, e spesso minimizzata, differenza tra «orrore» e «mistero» nella narrativa del genere. Il primo è roba del passato, e sopravvive nella cinematografia sensazionale: il sangue, la violenza alla Dario Argento, discendono direttamente dal primo gotico, quando la rivelazione finale, i tratti orrifici dell'apparizione o le descrizioni antropometriche della salma rappresentano, nella maggior parte dei casi, un capitombolo di climax in cui sono incorsi molti autori; il secondo è in un certo senso la sublimazione del racconto paranormale; come per il genere erotico d'alto livello, tanto per tentare un paragone, «mistero» è il sentimento di attesa inquietante, il vedere e non vedere, la lingerie attraverso cui le forme dell'incognito trapelano con deliziosa quanto veniale morbosità.
    Carr fa anche di più; proponendo una particolare dimensione del misterioso, a suo tempo sviluppata da Gaston Leroux, egli gioca addirittura sull'esistenza/inesistenza del soprannaturale, artificio decisamente più adatto alle nostre menti smaliziate che sorridono iidealmente dei fantasmi e, tuttavia, non sanno ancora decidere se credere o meno ad una realtà metafisica. Questo gioco elegante, come nei neogotici, presenta tutti i sintomi di un biofilo gusto estetico, ripercorrendo il cammino tracciato dalla ghost story classica dove lo spirito, con la sua incorporeità, sposta già l'indice dal carnale all'impalpabile, dall'orrore al mistero. Né è minimamente presente in Carr la lusinga del peccato o il compiacimento raccapricciante: i suoi personaggi non accusano il «male interno» degli antichi predecessori; questo è eventualmente fuori, nell'aria delle brughiere, nei muri delle vecchie dimore. Se gli si può imputare un difetto, rispetto ai cugini specializzati nell'arte del mistero, è proprio quello di essere «asettico» in modo addirittura esagerato; i suoi personaggi, disinfettati dai turbamenti elementari, sono colmi di salute e buon senso «old England», e c'è un ottimismo di fondo al quale si sacrifica per necessità l'unica vittima rituale che, in questo caso, è l'assassino.
    In conclusione, l'impianto architettonico tradizionalmente poliziesco (delitto-indagine-smascheramento del colpevole) non ci sembra sufficiente a negare le più o meno profonde analogie di J. D. C. con i colleghi neogotici. Lo stesso carattere razionale della struttura carriana può essere ridimensionato, o meglio dimensionato ad un'estetica di maniera. Non a caso Carr, autore cronologicamente contemporaneo, dimostra un signorile disdegno per la tecnologia moderna, tramite la quale ogni delitto impossibile risulterebbe... possibile; la «meccanica» è accettata solo se riferita a stadi evolutivi antichi e antiquati - bastoni da sparo, elettrocalamite, eccetera - legati, in una parola, a periodi nei quali la scienza era ancora artigianale, a misura d'uomo, ma anche molto favolosa (c'è un fascino negli archi voltaici e nei lambicchi di Frankenstein che non troveremmo in un moderno laboratorio, con strumenti americani e giapponesi prodotti in serie smisurata). E se, rispetto a Wallace e a Queen, egli rivela un uso più contenuto dell'arzigogolo materiale, degli aggeggi complicati, è proprio per seguire una sua vocazione ad una logica pura che tuttavia risulta quantomeno strampalata se riferita agli avvenimenti di ogni giorno!
    Il ritratto finale, letterariamente parlando, è dunque quello di uno scrittore assai più «fantastico» di quanto possa apparire a prima vista, essendo il fantastico - e qui vogliamo ridar vigore alla nostra tesi - ingrediente imprescindibile nella ghost story tradizionale.

    John Dickson Carr
    Giuseppe Lippi

    Carr e il fantastico

    Montague Rhodes James, un famoso autore inglese di storie di fantasmi, teorizzando sul proprio genere disse una volta: «Talora è necessario avere una via d'uscita per una spiegazione naturale, ma dovrei aggiungere: che questa porta sia abbastanza stretta perché non ce se ne possa servire» (1). Rovesciando questa frase si ottiene la ricetta di quasi tutto il fantastico di John Dickson Carr. Ecco che cosa avrebbe detto il nostro autore: «Talvolta è necessario avere una via d'uscita per una spiegazione soprannaturale, ma dovrei aggiungere: che questa porta sia abbastanza stretta perché non ce se ne possa servire».
    Ma stando così le cose, non se ne dovrebbe concludere che John Dickson Carr sia «estraneo» al fantastico? Certo, egli ci lascia intravedere il miraggio di una spiegazione che non è di questo mondo, ma poi, nella maggior parte dei casi, la mette da parte a favore di soluzioni più «razionali». (È un po' il gioco che facevano anche le prime autrici gotiche, Anne Radcliffe e Clara Reeve, e il giallo ha parentele indubbiamente non trascurabili con il gotico).
    In realtà, concludere che John Dickson Carr sia un autore «ai margini» del fantastico (come fa ad es. Teo Mora in un avvincente e pionieristico articolo su questo tema apparso quattro anni fa) (2), non mi sembra una soluzione soddisfacente. Dico subito perché: non bisogna confondere «fantastico» con «soprannaturale». L'osservazione, che poi è lo spunto per una solida teoria strutturale di un genere letterario, si deve a Tzvetan Todorov, che nel suo citatissimo studio sulla Letteratura fantastica così definisce il genere: «In un mondo che è sicuramente il nostro, quello che conosciamo, senza diavoli, né silfidi, né vampiri, si verifica un avvenimento che, appunto, non si può spiegare con le leggi del mondo che ci è familiare. Colui che percepisce l'avvenimento deve optare per una delle due soluzioni possibili: o si tratta di un'illusione dei sensi, di un prodotto dell'immaginazione, e in tal caso le leggi del mondo rimangono quelle che sono, oppure l'avvenimento è realmente accaduto, è parte integrante della realtà, ma allora questa realtà è governata da leggi a noi ignote (...).
    «Il fantastico occupa il lasso di tempo di questa incertezza: non appena si è scelta l'una o l'altra risposta, si abbandona la sfera del fantastico per entrare in quella di un genere simile, lo strano o il meraviglioso. Il fantastico è l'esitazione provata da un essere che conosce soltanto le leggi naturali, di fronte a un avvenimento apparentemente soprannaturale» (3).
    Benché, per una serie di ragioni, questa definizione sia poco popolare tra gli appassionati di horror, fantasy e affini, bisogna riconoscere che possiede una coerenza estranea a tutti gli altri tentativi fatti in questo senso. Certo, come ogni definizione ha i suoi limiti, ma per il momento funziona egregiamente. Ora, se si adotta il punto di vista di Todorov (che poi non è solo di Todorov), è evidente che molti romanzi di John Dickson Carr rientrano nella categoria del fantastico, e che altri ancora rientrano in quelle affini dello «strano» e del «meraviglioso». Essi, infatti, sono costruiti sul classico meccanismo dell'esitazione: questo delitto è opera del diavolo? Dei fantasmi? Sembrerebbe proprio di sì, ma forse c'è un'altra spiegazione... L'esitazione è matenuta fino all'ultima pagina, quella delle rivelazioni, e a volte anche oltre: infatti le spiegazioni, in Carr, sono ambigue e talora volutamente «aperte». L'esempio ideale è dato dal romanzo La corte delle streghe (The Burning Court, 1937), in cui esistono ben tre possibili soluzioni, una delle quali implica il soprannaturale.
    Ma si possono fare altri esempi. In Il mostro del plenilunio (It Walks By Night, 1930, che è anche il suo primo romanzo) Carr introduce la figura di un licantropo; in Lettore, in guardia! (The Reader Is Warned, 1939) Sir Henry Merrivale deve sbrogliare un'intricatissima matassa e vedere se è effettivamente possibile uccidere una persona a distanza, senza nemmeno toccarla.
    In un acuto saggio dedicato a Carr, lo scrittore francese Thomas Narcejac analizza il tema centrale dei suoi romanzi, quello della «camera chiusa», e giunge a queste conclusioni: «La stanza chiusa rappresenta il simbolo del mondo corporeo, con tutte le sue leggi materiali e la sua logica "a tre dimensioni": ma ugualmente si producono in essa eventi che mettono in scacco questa logica in un certo senso profana, e che si possono spiegare soltanto con un'altra logica, più flessibile, più comprensiva, che tiene conto giustamente della dimensione trascendente delle cose e degli esseri» (4).
    Dunque, anche nei suoi mysteries più «razionali» e più scientifici, Carr si serve di un simbolo (la stanza chiusa) che di per sé è apportatore di trascendenza, cioè di una visione super-razionale del problema. Del resto, in poche ma finissime righe, Narcejac illustra il perché psicologico e storico di questa scelta: «Poiché siamo in Inghilterra... il soprannaturale è comunemente riconosciuto come "l'altra faccia" della natura, o, se si preferisce, come la natura liberata dallo spazio e del tempo (...). Lo spiritismo è passato di qui. Non si può sottovalutare l'enorme importanza che lo spiritismo aveva presso gli anglosassoni all'epoca in cui nacque il romanzo poliziesco: è sufficiente ricordare che Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes, era anche un cultore convinto dello spiritismo (...). Dall'evento materiale a quello immateriale, dal corpo fisico al corpo "astrale", dallo psichismo incarnato a quello disincarnato, lungo una linea che va dal meno evoluto al più evoluto, non c'è soluzione di continuità. Tutto il terrestre si ritrova contenuto e sublimato nello spirituale [corsivo nostro]».
    Ma non basta. Prosegue Narcejac: «Come Freeman si ingegnava a dimostrare l'onnipotenza della deduzione, così Carr si diverte a negarne l'efficacia. Vuol essere il mago della ragione umiliata; cosa che non gli impedisce, con l'aiuto di due dei suoi detective preferiti, Gideon Fell e Sir Henry Merrivale, di proporre soluzioni accettabili a chiunque sia in grado di riflettere. Ai suoi occhi, tuttavia, ragione e buon senso non sono affatto compatibili: se la spiegazione scientifica (prodotto della ragione) entra in conflitto con i dati immediati della conoscenza (buon senso), se da un lato bisogna ammettere che la stanza è sempre rimasta chiusa, e dall'altro non si può fare a meno di constatare che in essa è avvenuto qualcosa d'insolito, nasce fatalmente, nella mente stessa, contraddizione e dolore. Il fantastico è la nevrosi dell'intelligenza...
    «John Dickson Carr ha dunque un'idea della spiegazione del mistero molto diversa da quella di Ellery Queen. Per Queen, in ultima analisi, la realtà è del tutto intelligibile. Per Carr, invece, la realtà è enigmatica e ammette contemporaneamente i due tipi di soluzione: l'una, che si propone unicamente di collegare le apparenze in un sistema coerente, senza pretendere di penetrare fino in fondo la natura delle cose; l'altra, che si limita a constatare i fatti così come appaiono, perfettamente consapevole che il mistero costituisce l'essenza del mondo» (5).
    Ecco perché non mi sento di relegare Carr «ai margini del fantastico», ma invece di considerarlo una figura completa anche sotto quest'aspetto. Del resto, negli ultimi anni sono usciti alcuni volumi che dovrebbero fugare ogni dubbio in proposito. Fa spicco I delitti del diavolo, uscito nel 1981 nella Biblioteca del Giallo Mondadori e comprendente un romanzo e due racconti; ma anche quel piccolo gioiello che è La fiamma e la morte (Fire, Burn! del 1957), in cui l'immagine poliziesca sposa un tipico tema della fantasia com'è quello dei viaggi nel tempo.
    Siamo dunque in pieno fantastico. Ma l'importante, a mio avviso, è insistere su questo punto: Carr accede al fantastico esaltando la «ragione». È proprio la ragione (o la sua «nevrosi») a imbandire in lui i più succulenti festini dell'aldilà...



    (1) M. R. James, «Introduction» a Ghosts and Marvels, a cura di V. H. Cpllins, Oxford University Press, 1924. Cit. in Tzvetan Todorov, La letteratura fantastica (Introduction à la littérature fantastique, 1970), Garzanti, Milano, 1977 e 1981, pag. 29.
    (2) Teo Mora, Tre autori ai margini del fantastico: Gaston Leroux, John Dickson Carr, Yambo, in «Alternativa», nn. 1/2, 1980, Omegna (NO).
    (3) Tzvetan Todorov, La letteratura fantastica (Introduction à la littérature fantastique, 1970), Garzanti, Milano, 1977 e 1981, pag. 28.
    (4) Thomas Narcejac, Il romanzo poliziesco (Une machine à lire: le roman policier, 1975), Garzanti, Milano, 1976, pag. 110.
    (5) Thomas Narcejac, Il romanzo poliziesco, cit., pagg. 109-110,118-120.

    Mauro Boncompagni

    Carr e il romanzo storico

    «To write good history is the noblest work of man», «scrivere della buona storia è la più nobile occupazione dell'uomo» - così leggiamo nella Preface for Connoisseurs in Murder che Carr antepone al suo unico libro che sia anche la ricostruzione di un famoso delitto storico, The Murder of Sir Edmund Godfrey (Hyperion, 1975, p. 15).
    Questa novelization fece la sua comparsa nel 1936; due anni prima Carr aveva pubblicato, con lo pseudonimo di Roger Fairbairn, un romanzo d'avventura e di intrighi politico-spionistico, Devil Kinsmere, ambientato in quella stessa Inghilterra post-cromwelliana del 1670 che fa anche da sfondo - con pochi anni in più di differenza - alle vicende narrate nel caso Godfrey. Si tratta, con tutta evidenza, di un periodo particolarmente gradito a Carr, non solo perché il lavoro del 1934 venne poi riscritto e ripubblicato col proprio nome (ma con un titolo diverso, Most Secret ) trenta anni dopo, ma soprattutto perché quello che rimane il più originale e corposo tra i romanzi storico-polizieschi dell'autore americano, The Devii in Velvet, si svolge nell'Inghilterra restaurata e stuartiana del 1675, in posizione quasi simmetrica tra il 1670 del primo romanzo e il 1678 del famigerato complotto papista, in cui è - come sanno gli storici - inserita la vicenda Godfrey.
    Chiedere ad un tenace conservatore quale Carr perché amasse tanto parlare di questa particolare Inghilterra post-rivoluzionaria, che aveva fatto giustizia di imbarazzanti miti populistici ed era ritornata ad incipriarsi nuovamente le parrucche, è senza dubbio formulare una domanda importuna; meno importuno, forse, sarebbe chiedersi come nasca in Carr questa insistita attenzione alla storia, così incontenibile da dover essere travasata, ad un certo punto, direttamente all'interno delle strutture del romanzo poliziesco. Perché fu questa la via - diciamo pure, romanzata - attraverso la quale Carr cercò di avvicinarsi alla «più nobile occupazione dell'uomo». Chi conosce i primi romanzi di Carr, compresi quelli firmati Carter Dickson, sa benissimo quanto spesso l'autore americano abbia costruito le sue vicende facendo ampi ricorsi ad episodi storici, vuoi in chiave macabra (La casa stregata, II cantuccio della strega) vuoi come elementi di contrappunto allo snodarsi dell'azione principale (La vedova rossa).
    La corte delle streghe
    , forse il più grande romanzo di Carr, certamente quello che meglio ne esprime le tendenze, è una sorta di palinsesto a doppio registro, di racconto insieme storico e contemporaneo nel quale passato e presente procedono in modo parallelo fino ad intersecarsi nello sconcertante finale. Un certo interesse per la storia, quindi - e sia pure in chiave talvolta esotica o folcloristica -, è un connotato che si ritrova già nelle prime opere di Carr e che è facilmente spiegabile con la volontà dello scrittore americano di ricreare le atmosfere del romanzo gotico, per le quali la sospensione magica fornita dal passato - specie se rivisitato in chiave «maledetta», con tutto il corteo di streghe, vampiri, assassini diabolici, ecc. - è ingrediente assolutamente vitale.
    Ma quel che accade dal 1950 - anno in cui Carr pubblica La sposa di Newgate - in avanti è altra cosa ancora. A partire da questa data, infatti, Carr comincia a scrivere veri e propri romanzi storici, sia pure raccogliendo la narrazione intorno ad un enigma centrale che deve essere risolto. La storia non è più, qui, usata come materiale di contorno, come elemento per insaporire la vicenda e conferirle un alone di lontananza macabra o magica, ma diventa il cuore stesso degli eventi, il loro spessore e la loro consistenza. Tutto quel che accade in questi romanzi non è storico soltanto nel senso che essi - come è pur vero - siano ambientati in una particolare epoca, ma in quello, ben più decisivo, che il profumo della vicenda, il linguaggio dei personaggi, il loro modo di pensare e di muoversi nei luoghi che li circondano evocano già di per sé il passato, ne sono come radicalmente investiti, anche se Carr non ce lo dicesse o ci tenesse segreta la data in cui si svolgono i fatti. Più che contenuto della narrazione, la storia diventa l'orizzonte di pensabilità della vicenda. Nessuno dei dodici romanzi di questo genere, che Carr scrive dal 1950 al 1972, fa eccezione a questo discorso; e tutti, a prescindere dalla loro diversa qualità, se chiamati a verificarlo risponderebbero positivamente. Il modo in cui parlano e si muovono i personaggi della New Orleans del 1912, ricostruita in The Ghosts' High Noon, non è quello in cui potrebbero riconoscersi gli ufficiali della Francia napoleonica che fanno la loro comparsa in Capitan Tagliagola; così come grande è la differenza - di stile, di mentalità, di costume - che intercorre tra il Principe di Galles di ...Ma il terrore rimane e il Jonathan Whicher - modello storico del Sergente Cuff di collinsiana memoria - che ritroviamo in Scandal at High Chimneys.
    I romanzi storici di Carr sono dunque, innanzitutto, evocazione di un'atmosfera, fragranza di un'epoca, sortilegio di un attimo fermato e sottratto alla consumazione del tempo appunto perché - faustianamente - «bello». Pur di recuperare il fascino di questa visione, diventano possibili persino i patti col diavolo (elemento per il quale Carr poteva anche tenere presente il Monaco di Lewis) e i viaggi a ritroso nel tempo, quasi che di fronte all'ostinata volontà di rivivere il passato il presente non potesse opporre resistenza alcuna. Carr ne sapeva qualcosa, visto che questa decisa conversione verso la storia si origina anche da precise circostanze biografiche. Si apra a p. 69 il recente H. M. e il fantasma di un amore, e si consideri rivolto a Carr il discorso inquisitorio con il quale Crystal apostrofa Cy Norton (una controfigura dello scrittore che amava spesso paludarsi, nei suoi romanzi, nelle vesti di giornalista o di storico): «Voi desiderate l'Europa, e particolarmente l'Inghilterra, come era prima della guerra. Ma i giorni del passato son volati via irrevocabilmente. E voi lo sapete e non riuscite a sopportarlo, e questa consapevolezza vi sta avvelenando la vita».
    Proprio nel 1948, un anno prima che apparisse il romanzo da cui è stata tratta la citazione, Carr faceva ritorno in America portandosi con sé le proprie frustrazioni e - come Cy Norton - le proprie immedicabili nostalgie. L'Inghilterra post-bellica non era più quella nella quale Carr aveva trovato l'ispirazione per i suoi romanzi. Le case vittoriane con le loro magnifiche camere chiuse erano state spazzate via - idealmente o realmente - dal polverone della guerra; la stratificazione sociale, così perfettamente delineata negli anni Venti o Trenta, cominciava a conoscere alcuni violenti scossoni tellurici; i valori andavano modificandosi ed era sempre meno possibile scorgere in questa modificazione quegli elementari principi di lealtà, onore e giustizia ai quali Carr continuava a voler rimanere fermamente legato. Tutto quel background, insomma, sul quale Carr aveva fino allora costruito i suoi romanzi sembrava essersi polverizzato e dissolto nel nulla. Il bello è che non c'era modo di venire a capo di questo nuovo e più angosciarne delitto impossibile. Non è un caso che Merrivale arresti le proprie indagini al 1953 (ma l'ultima sua avventura veramente grande risale a quattro anni prima, al romanzo citato sopra); Fell, più volonteroso, prosegue rispetto al collega di quattordici anni, ma tutti i suoi casi dal 1958 al 1967 non sono che una pallida eco, un triste declino rispetto alle grandi imprese deduttive a cui ci aveva abituato negli anni Trenta e Quaranta.
    Il ritorno al passato, l'immersione battesimale nel succo amniotico e purificatore della storia diventava allora per Carr una necessità non meno esistenziale che letteraria, non era altro che la possibilità di recuperare un mondo di esigenze, sensazioni e valori a cui il presente sembrava aver interdetto ogni aspirazione a trovare uno spazio e ad imporsi.
    E se il romanzo storico, nel genere poliziesco, incontra oggi più di ieri il favore di autori e pubblico (e basterebbe qui pensare, tra i primi, a pochi nomi, i primi che vengono in mente, da Mignon G. Eberhart a William De Andrea, da Ellis Peters a Richard Grayson, da Peter Lovesey a George O'Toole), è forse perché quanto aveva pionieristicamente intuito Carr comincia a diventare sensibilità diffusa, e chi è insomma perfettamente consapevole che nell'età del disincantamento e della razionalizzazione le camere sono tutte aperte, difficilmente riesce a resistere alla tentazione di mettersi in viaggio con la macchina del tempo, per vedere se altrove ne resti qualcuna provvidenzialmente chiusa.
    È un viaggio fascinoso, non privo di ironia e nostalgia: il suo punto d'approdo è un luogo che esiste soltanto in quanto può essere rivisitato, e come tale è incessantemente conteso tra un sorriso scherzoso che se lo lascia alle spalle (un po' come Stravinskij «rivisitava» il Settecento musicale) e un sentimento malinconico che sa che quanto più lo ama e quanto più gli si avvicina tanto più lo fa diventare irraggiungibile.
    È in questo doppio, continuo movimento di avvicinamento e di allontanamento che si svolge quel gioco col passato a cui danno vita i romanzi storici di Carr; è un gioco sofisticato ed elegante, sottile e. disinvolto, talora un po' compiaciuto di sé - un gioco per futurologi distratti, trasformatisi in antiquari.

    da Il Giallo Mondadori, n. 1821, 25.12.1983

    Pietro De Palma

    La prima produzione di John Dickson Carr: i quattro racconti di Bencolin

    Tra le forme letterarie, i racconti hanno sempre pagato dei tributi ai romanzi: rappresentano quasi una produzione minore, delle storie da scrivere senza impegnarsi particolarmente, in momenti di rilassatezza. Almeno questa è la percezione che ne ha il lettore; invece..
    Invece il racconto è un genere importante quanto il romanzo, non dirò di più o di meno: ne ha una forma più concentrata, possedendo anche delle caratteristiche ricorrenti in quest’ultimo: se vi è una presentazione dei personaggi e della situazione in oggetto, esse devono essere stringate, e lo sviluppo non molto esteso, per necessità di condensazione in un numero di pagine più ristretto; ma tutto il resto..è lo stesso. Anzi se vogliamo, il racconto ha la sua buona parte di difficoltà, perché se nel romanzo taluni “allungano il brodo” con descrizioni e narrazioni che poi nulla hanno a che fare con il nocciolo della storia, nel racconto ciò non è possibile: si devono avere idee chiare e si deve condurre la storia con un filo logico e una tensione, che dalla prima pagina all’ultima, conduca il lettore a godere della fine, senza sotterfugi, escamotages, rallentamenti, perdite di tempo (e di pagine).
    Se nella letteratura “impegnata” il racconto gode di una fortuna inferiore al romanzo, in quella “di genere” e nel nostro caso in quella “gialla”, possiamo dire che, almeno non in Italia, il Racconto Giallo ha avuto una fortuna non inferiore a quella del Romanzo: perché tuttavia in Italia il racconto non abbia avuto pari fortuna, questo è altro discorso. La situazione però è questa: nel mondo sia anglosassone, che l’ha fatta da padrone, e in quello più chiuso, del giallo franco-belga, i racconti hanno avuto la loro buona fetta di pubblico e di popolarità. Ancor oggi, molti autori contemporanei scrivono racconti, ma nel passato, si sono avuti addirittura autori specializzati, per es. Edward D. Hoch, autore anche di romanzi di fantascienza e di apocrifi queeniani, ma soprattutto di oltre 900 racconti, divisi in più serie, tra cui quelli che raccontano di Camere Chiuse e delitti impossibili, sono i preponderanti. Ma anche Joseph Commings si è riservata la sua buona fetta di fama, con le storie del senatore Banner. La messe maggiore, tuttavia, si è avuta con i grandi autori sia di Giallo classico che di Hard Boiled: Ross MacDonald, Ellery Queen, C. Daly King, Agatha Christie, Dashiell Hammett, e moltissimi altri, tra cui John Dickson Carr; e proprio di Carr parleremo, a proposito dei suoi primi quattro racconti con Henri Bencolin.
    Potrebbe sembrare un discorso molto relativo, affrontare la tematica dei racconti carriani puntando l’attenzione solo su 4 racconti, quando la produzione totale ne conta oltre trenta. Ma questo breve saggio non si propone di esaurire la tematica complessiva del racconto in Carr, ma solo di creare un’inquadratura, che possa essere recepita da qualunque lettore, circa la produzione carriana avente come soggetto principale Henri Bencolin.
    Innanzitutto i racconti in Carr hanno una loro parte di importanza notevole: molto spesso servono da sperimentazione di forme, e non è neanche improprio affermare che se è vero che alcuni romanzi sono assoluti capolavori, per es. Le Tre Bare o L’Automa o Il terrore che mormora, o La Corte delle Streghe, è altrettanto vero che anche parecchi dei suoi racconti e radiodrammi sono altrettanto dei capolavori (per es. The Crime in Nobody’s Room, in cui un delitto viene compiuto in un appartamento al secondo piano che non dovrebbe esistere; o il classico Radiodramma, Cabin B-13 con due sposi Richard e Anne Brewster che salgono sul piroscafo Maurevania per la Luna di Miele, e poi nel prosieguo della storia scompare una cabina, la B-13, e lo sposo con essa). Molto spesso, si può dirlo senza aver timore di esser presi in castagna, i racconti in Carr non sono altro che dei romanzi (molto spesso con camere chiuse, delitti impossibili, sparizioni inspiegabili, atmosfere sinistre)... oncentrati. Ecco perché è anche importanti esaminarli e cercare di trovare al loro interno, elementi che ne giustifichino l’esistenza ed il giudizio entusiastico della critica e dei lettori, cosa non frequente. Carr riunì i suoi racconti in alcune serie: in una di esse, The Door to Doom and Other Detections (tradotta in Italia con il titolo La Porta sull’Abisso, Altri Misteri, Mondadori, 1986; e successivamente ne Il Supergiallo Mondadori n. 21, del 2001), si trovano 4 racconti emblematici, appartenenti alla primissima produzione carriana, con protagonista Henri Bencolin.
    Parliamo del periodo in cui Carr risente del periodo di soggiorno in Francia: la Francia e Parigi in particolare, sono luoghi immaginari, giunti fino a noi immutati, con il loro carico di mistero e di fascino, così come lui ne aveva letto nei romanzi di cappa e spada di cui si era nutrito ancora giovane. È la Parigi di Honoré de Balzac, di Stendhal, di Victor Hugo, non quella di Zola., coi suoi contrasti sociali, con i suoi processi. Protagonista è Bencolin, il primo dei personaggi carriani, interprete di cinque romanzi.
    Nell’ordine i racconti sono:
    The Shadow of the Goat (1926), The Fourth Suspect (gennaio 1927), The Ends of Justice (maggio 1927), The Murder in Number Four (1928); e un romanzo breve: Grand Guignol (1929).
    Per quanto riguarda il romanzo breve, T. J. Yoshi, riporta nel suo John Dickson Carr: A Critical Study, che Grand Guignol, fu un romanzo breve, scritto e ultimato da Carr a Parigi; e che lo stesso, una volta tornato Carr in patria, fu pubblicato sullo stesso giornale che aveva pubblicato gli altri racconti, The Haverfordian, tra il marzo e l’aprile del 1929: Grand Guignol non fu altro che la prima versione semplificata di It Walks By Night, Il Mostro del Plenilunio. Nello stesso 1929 Carr provvide a sviluppare il suo primo romanzo con Bencolin (proprio utilizzando Grand Guignol), pubblicandolo nel 1930. E se ne Il Mostro del Plenilunio, troviamo la descrizione di Bencolin, che tutti ricordiamo: “... Studiai il viso, che era girato di tre quarti: le palpebre abbassate, quell’espressione scherzosa e indulgente, le sopracciglia arcuate, gli occhi scuri dalla luce velata. Dal naso sottile e aquilino partivano due rughe profonde che scendevano fino ai lati della bocca; un debole sorriso gli errava fra i baffi appena accennati e il pizzo nero… capelli neri di Bencolin cominciavano a striarsi di grigio. Sopra il bianco della cravatta e della camicia, la sua testa sembrava un dipinto del Rinascimento esposto alla luce fioca della lampada... parlando, si limitava ad alzare le spalle e non alzava mai il tono di voce... i ciuffi aguzzi dei suoi capelli, il pizzetto appuntito, gli occhi corrugati e il sorriso ambiguo erano noti...”, proprio nel romanzo breve precedente, troviamo la definizione più incisiva e fulminante del suo personaggio, una vera e propria fotografia: “... Mephistopheles smoking a cigar" (trad.: Mefistofele che fuma un sigaro).
    Ma perché proprio Mefistofele? Ci viene aiuto uno dei quattro racconti, il secondo per la precisione, The Fourth Suspect. Quando Bencolin è alla presenza di Villon (allora è lui il Capo della Polizia), Carr ne inquadra la figura: “...Il piccolo investigatore… aveva occhi gentili e piuttosto strabici... la figura curva, la barba nera, il gran naso aquilino, l’alone di fumo di sigari che lo accompagnava sempre... un cappello a cilindro inclinato sulla testa in modo spavaldo e il mantello che gli ondeggiava dietro”. Insomma un uomo non bello, ma un personaggio tuttavia, quello che noi diremmo “un tipo”. Ma Carr, precedentemente a questa descrizione, ci aveva detto, quasi a preparare la descrizione del fisico non certamente da Adone, che Bencolin era un uomo: “...troppo sentimentale... lo si poteva veder sognare all’Opera… o ad offrire vino ad amici bohémien”, e che molto spesso finiva a elargire soldi a pezzenti che lo conquistavano con le loro storie false.
    Notiamo allora il perché il personaggio abbia affascinato e conquistato i lettori (e le lettrici): non è bello, ma possiede un fascino tenebroso, in virtù dell’abbigliamento, nonostante sia un sentimentale, sia colto (va ad assistere alla rappresentazione di Opere Liriche e a sognare), socievole e generoso con chi sia squattrinato o abbia (o dica di avere) dei guai. Il suo appellativo di Mefistofele, è sicuramente connesso alla sua professione, a come egli si sappia trasformare in un giudice spietato; ma anche indubitabilmente al suo aspetto. Interessante è quanto dice Gil Bethune in Deadly Hall, penultimo romanzo pubblicato da Carr: “... Momentarily Uncle Gil had looked less like amiable, beardless Mephistopheles than like a Grand Inquisitor preparing to order torture ( trad.: “Per un momento lo zio Gil, più che un amichevole e sbarbato Mefistofele, era sembrato un Grande Inquisitore che si accinge a ordinare la tortura”, J.D.Carr, La Casa, I Classici del Giallo Mondadori n. 887, traduz. Maria Rosaria Schisano, pag. 209)”. A chi si riferisce? T. J. Yoshi crede che l’accenno a Mefistofele, sia legato alla figura di Bencolin, e che il parallelismo sia intenzionale visto che il tempo in cui si svolge la storia del romanzo precede di alcuni giorni il primo grande caso di Bencolin ricordato ne Il Mostro del Plenilunio: infatti la data che viene inquadrata all’inizio di Deadly Hall, La Casa, è il 19 aprile 1927, mentre la storia di It Walks By Night, Il Mostro del Plenilunio, comincia il 23 aprile 1927. Ma Yoshi si ferma qui; invece io direi molto di più. Innanzitutto, l’aspetto: si fa riferimento alla sua espressione mefistofelica (pagg. 166-260) anzi alle sue sopracciglia (pagg. 163-208). L’espressione riferita all’aspetto di Gilbert Bethune: “per quanto i capelli neri fossero appena striati di grigio (pag. 120) ”è molto simile, troppo secondo me per non essere una citazione o un rimando, a quella contenuta nella descrizione famosa dell’aspetto di Bencolin, contenuta in It Walks By Night, Il Mostro del Plenilunio (Classici del Giallo Mondadori Serie Oro, n. 196, pag. 12, traduz. Rossana De Michele): “… i capelli neri di Bencolin cominciavano a striarsi di grigio”: è come se Carr avesse voluto tributare un omaggio ai suoi primi anni, a Bencolin, che è stato il simbolo dei suoi primi successi. Entrambi i cognomi dei due personaggi cominciano con “Be”, entrambi svolgono due professioni sostanzialmente simili (Giudice Istruttore e Capo della Polizia, Bencolin; Procuratore Distrettuale, Bethune); entrambi fumano sigari; entrambi hanno sopracciglia mefistofeliche, cioè arcuate; entrambi i romanzi sono ambientati a distanza di alcuni giorni nel 1927; entrambi hanno un giovane che è come se fungesse da assistente (il Watson della situazione): Jeff Marle per Bencolin, Jeffrey Caldwell detto “Jeff”, per Bethune, e guarda caso come si vede due Jeff. Troppe coincidenze per non essere invece delle citazioni volute. Carr voleva dire che Deadly Hall è come un altro romanzo di Bencolin (situazioni, tempi, e modalità diverse)?
    E a Bencolin vien sempre da pensare, per l’ultimo suo romanzo, Hungry Goblin: infatti Carr, proprio in The Lost Gallows, Carr nel breve volgere di poche pagine, come dice assai giustamente Don D’Ammassa, aveva citato dei termini che poi sarebbero divenuti i titoli di suoi lavori: “…Carr mentions three terms that would later figure in titles of novels - Punch and Judy, the Red Widow, and the Hungry Goblin”. Ma come cambia la rappresentazione e la figura di Bencolin, con la descrizione che ci viene data in It Walks By Night, rispetto a quella precedente, offerta ne Il Quarto Sospetto! Lì lo vediamo elegante (qui, non lo è per nulla), affettato, distinto (qui non lo è), persona di un certo tenore anche sociale: Bencolin non è più uno dei tanti 86 Prefetti, ma è “Juge d’Instruction”: giudice istruttore, consigliere di Corte Suprema e capo della polizia. È cambiato: non è più così “umano”, è diventato più duro, anche spietato, giudice implacabile con i malfattori: è la vita che l’ha reso tale!
    Possiamo anche vedere qui una differenza sostanziale con le altre figure di investigatori: Fell è un personaggio che non ha nulla a che spartire con la polizia, mentre Merrivale pur facendo parte del controspionaggio militare (ne è addirittura a capo), non è figura assimilabile ad un poliziotto; mentre Bencolin, lo è. E se proprio Il Mostro del Plenilunio rappresenta la grande entrata di Carr, sul palcoscenico del delitto nel genere del romanzo, con quel virtuosismo delle messinscene e delle caratterizzazioni da Grand Guignol, tipico dei primi romanzi soprattutto del ciclo bencoliniano, è altrettanto importante sottolineare la straordinaria importanza dei primissimi racconti, quelli con Bencolin giovane, in quanto racchiudono già tutti i caratteri e le caratterizzazioni del Carr successivo, quello dei grandi successi. In particolare, possiamo senza dubbio affermare che molte delle idee che verranno più successivamente sviluppate nei grandi romanzi, si trovano già qui espletate.
    Il primo in ordine di tempo dei racconti è The Shadow of the Goat, L’Ombra del Caprone: fu scritto nel novembre-dicembre 1926. Vi troviamo per la prima volta espressi, non uno ma tre dei caratteri più ricorrenti e meglio identificativi di Carr: un uomo scompare da una stanza ermeticamente chiusa, diremmo “vanishing into thin air”; un delitto in una Camera Chiusa, un tentato omicidio impossibile, con un’altra sparizione non spiegabile, se non con eventi soprannaturali. C’è la scommessa, che prelude alla sparizione impossibile, cosa che verrà ripresa in The Three Coffins (tra Grimaud e Pierre Fley), ma c’è anche la prima sparizione: un uomo, Cyril Merton, rinchiuso in una stanza con le pareti di pietra, senz’altre uscite che la porta, sorvegliata a vista, che... svanisce senza lasciare traccia, allo scoccare del tempo previsto; l’omicidio di un altro in una casa dove a detta di tutti non è entrato nessuno, e vi sono due persone della servitù che giurano che è proprio quello che è accaduto (e che non giurano il falso): l’unica persona che avrebbe potuto essere lì, Garrick, il nipote della vittima, non poteva starci perché impegnata a sorvegliare la porta della camera dove c’era stata la sparizione di Merton: due fatti incontestabilmente concatenati, ma inspiegabili. La cosa importante è che Jules Fragneau viene ucciso. Infine, il nipote di Fragneau viene assalito da qualcuno che lo ferisce, e chi lo ferisce è, per asserzione di Bencolin, un morto. Tre fatti inspiegabili, risolti con ferrea logica: ne risulta una soluzione assolutamente spettacolare.
    Un’altra caratteristica di questo primo e sorprendente racconto con Bencolin, che molti ritengono un autentico capolavoro (ed è facile confermarlo, leggendolo), è l’atmosfera soprannaturale che si respira, altra caratteristica dell’opera carriana (fantasmi, demoni, sparizioni impossibili, atmosfere lugubri), che ci potrebbe ricordare un inglese doc specializzato in quello, cioè Montagne Rhodes James, ma che invece è propria, a detta di Douglas G. Greene, studioso che ha pubblicato la biografia di Carr, di certi lavori di Anne Katherine Green: per esempio, egli ha sostenuto esserci persino delle somiglianze del plot nel cariano racconto The Gentleman From Paris ed il racconto della Green, The Leavenworth Case (1878), come pure tra il radiodramma Cabin B-13 e la Room n. 3 del 1909 della Green.
    E non sarà difficile ricordare l’atmosfera de Le tre bare, quando prima Grimaud e i suoi amici discorrono davanti al fuoco, e poi nel racconto lugubre e sinistro si inserisce lo sconosciuto Pierre Fley, che minaccia Grimaud di far intervenire al suo posto suo fratello. Tanto che alcuni si spingono ad affermare che proprio questo racconto contiene i germi di due dei suoi migliori romanzi successivi, Le tre Bare e Nove risposte per nove problemi.
    E notiamo un altro particolare, che ricorre anche negli altri 3: Bencolin non è solo. Assieme a lui vi è un altro protagonista , che nei romanzi scompare, e il cui posto viene assunto, almeno per i primi quattro da Jeff Marle: ossia Sir John Landevorne. Sì, proprio quel Sir John Landervorne che comparirà di nuovo e per l’ultima volta, in quello che è unanimemente considerato il Capolavoro della prima produzione romanzesca del ciclo bencoliniano, ossia The Lost . Che Sherlock Holmes sia diventato il prototipo e l’archetipo di tutti i detective da allora in poi, lo testimonia tutta la serie di apocrifi sherlockiani, che tuttora vengono sfornati, e i romanzi che da allora investono tutto il mercato editoriale europeo e poi americano, con detectives che hanno in Holmes il loro padre putativo: non è il caso qui di esaminare i vari Shiel o Meirs, ma indubbiamente ciascuno di essi inventa un personaggio che in qualcosa richiama Holmes.
    È d’altronde il destino di chi inventa un genere: vedersi copiato o comunque preso ad esempio da chi intenda ripercorrere anche “parva fortuna” la sua parabola. Secondo me, la maggiore invenzione di Conan Doyle, quella che misura il suo genio, è d’altra parte non tanto aver inventato l’archetipo dell’investigatore moderno, che analizza qualsiasi fatto misurandolo con la forza della sua logica, ma avergli contrapposto in un dualismo d’effetto, un compagno meno acuto, ma che gli è indispensabile molto spesso per ricavare la soluzione: è proprio Watson talora a dare il la al suo compagno con delle osservazioni intuitive, non meditate, che finirebbero lì per lì se non avessero chi invece riesce a trasformarle miracolisticamente in soluzioni soddisfacenti. Del resto l’invenzione del protagonista di serie A e di quello di serie B che insieme formano una coppia è vecchia come il mondo: Mickey Mouse/Goofy, Don Chisciotte/Sancho Panza, Zagor/Chico. Se non ci fosse stato Watson o un’altra spalla, sicuramente Holmes non avrebbe avuto il successo planetario: Watson rappresenta l’anima di Holmes, la sua coscienza, l’umanità burbera di un medico, contrapposta alla intelligenza superlativa, asettica e talora irritante del detective che tutto sa.
    È da questo momento che le coppie di investigatori si ricorderanno con maggior benevolenza di quanto non accada per l’investigatore solitario: non a caso i Gialli più belli o comunque quelli in cui Poirot emerge con maggior forza son quelli in cui gli è contrapposto il romantico e ingenuo Capitano Hastings che ad un certo punto scompare (forse anche perché stava togliendo troppo a Poirot). Ma il caso Poirot/Hastings non è isolato e parecchi autori di polizieschi nel primo periodo d’oro del giallo hanno inventato una spalla al loro detective. A questa sfilza di autori appartiene anche John Dickson Carr ,ma non tanto con la coppia Henri Bencolin/John Landevorne, quanto con quella Bencolin/Marle: già da It Walks By Night, Il mostro del plenilunio, Landevorne (che compare in tutti i primi 4 racconti con Bencolin) scompare, lasciando il posto a Jeff Marle, il narratore, discepolo di Bencolin: un personaggio quindi posto in una posizione diversa dal primo, più subalterna.
    John Landevorne appare per l’ultima volta in The Lost Gallows, L’Arte di Uccidere (per non apparire più). Il fatto che Carr, sin dal primo dei romanzi pubblicati con Bencolin, decida di farlo fuori, testimonia per me il nuovo status professionale e sociale raggiunto da Bencolin: “Juge d’Instruction”, mentre Landevorne, è in sostanza, ora, un ex-funzionario di Scotland Yard, mentre prima: “…era forse l’unico uomo in città che avesse l’autorità di dare ordini a Scotland Yard: ed Henri Bencolin poteva essere soltanto uno degli ottantasei prefetti di polizia della Francia, ma non era certo il meno importante di essi” (The Shadow of the Goat, L’Ombra del Caprone, Supergiallo n. 21, pag. 181); se si vede bene, Jeff Marle, che riveste la parte del Watson della situazione, non è in posizione paritetica, quale è quella che sostanzialmente si osserva per Landevorne nei primi quattro racconti (anche se poi il vero deus ex-machina è sempre Bencolin) e per The Lost Gallows, ma pur essendo un conoscente di Bencolin (Bencolin ed il fratello di Jeff erano amici) è comunque in una posizione più defilata e comunque non condivide il centro del palcoscenico. È lui, il celebre poliziotto francese sempre al centro delle luci, è lui che detta l’azione investigatrice, non c’è nessuno che possa provare a sottrargli le luci della ribalta. E nel tempo stesso è come se Bencolin distruggendo l’immagine del suo compagno di una volta, si sbarazzasse di una parte di sé, distruggesse parte del suo passato, una parte di coscienza che non vuol più considerare; però già con The Four False Weapons, 4 Armi False, Jeff Marle scompare (ma come dice giustamente Don d’Ammassa, parlando di Poison in Jest, Piazza pulita, romanzo del 1932: “...It is, essentially, a Bencolin novel without Bencolin…Jeff Marle is the narrator”) e gli altri due principi dell’investigazione carriana, Fell e Merrivale, anche se hanno occasionali compagni di avventura, non ne avranno mai uno fisso: un po’ quello che accade con Poirot dopo la parentesi Hastings: è come se alcuni romanzieri del genere giallo, avessero tentato si svincolarsi dalla pesante eredità di Doyle.
    Tuttavia, per spiegare quanto accade in The Lost Gallows, Carr dice che Landevorne era cambiato avendo perso un figlio tragicamente (si era impiccato): giacchè in nessuno dei quattro racconti della giovinezza di Bencolin, si allude a possibili date cui si collegano, ossia non viene mai specificato l’arco temporale, da quello che dice Carr in The Lost Gallows si potrebbe dedurre che siano stati collocati in un tempo che si pone prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Questo spiegherebbe anche come dalla fine del quarto racconto, al primo romanzo, anche se in effetti nel tempo effettivo, non passano che pochi mesi, in quello immaginario, potremmo dire letterario, romanzesco, passino più di dieci anni: in cui Bencolin passa dalla carica di Prefetto, uno dei tanti, a quella di Capo della Polizia, consigliere di corte suprema, e giudice istruttore, spodestando quel Villon che compare in due dei quattro racconti, nel secondo e nel quarto.
    Bencolin, a differenza di Merrivale e di Fell, lavora meglio quando ha un avversario che si contrappone: in quello tradisce la sua origina romantica: è come un cavaliere che reagisce all’affronto subito, e reagisce tanto più veementemente quanto chi gli si oppone è grande e astuto quanto lui.
    In The Fourth Suspect , Il Quarto sospetto, è il Conte Villon , il suo superiore, che chiede il suo aiuto pur contestando il fatto che Bencolin possa trovare il bandolo della matassa (lo detesta, per la straordinaria capacità di Bencolin di avere tutto sotto controllo e di risolvere le matasse più complesse): la spia LaGarde è stata uccisa, sotto gli occhi dello stesso Villon e dell’agente del servizio segreto Riordan, che hanno sentito lo sparo: hanno sfondato la porta,senza aver visto nessuno uscire da una stanza ermeticamente chiusa, alla cui unica uscita erano presenti loro due. LaGarde è vestito ancora alla maniera del ballo in maschera che si è tenuto in casa sua, e sulla faccia vi è una maschera: su quel viso vi sono tre fori: due per gli occhi (nella maschera) ed il terzo nella fronte, da cui esce un rivolo di sangue sotto i loro occhi. Ancora una volta una Camera chiusa assolutamente straordinaria, ancora una volta risolta con maestria. Anche questo secondo racconto semina dei germi che verranno sviluppati altrove: la vittima è vestita in maniera bizzarra (Hogenauer, in The Magic Lantern Murders, Delitto da Burattini, è trovato morto, col sorriso distorto in un ghigno per avvelenamento da stricnina, e un Fez turco in testa; Penderel col cilindro, un lungo cappotto, un abito da sera vetusto, una barba finta nera che già sul mento gli si è staccata, un pugnale persiano piantato nel petto ed “il manuale di ricette casalinghe della Signora Eltridge”, in The Arabian Nights Murder, Delitti da Mille ed una Notte; Dwight Stanhope con indosso una maschera d’oro, come ne The Gilded Man, Il Lago d’Oro ) con la parrucca bianca, gli arti a sghimbescio, una maschera sul viso, ed una sigaretta fumante in mano; vi è ancora un assassino “vanished into thin air”, e un assassinio molto simile al secondo di Le tre bare: anche lì viene assassinato un uomo, e tre testimoni (due passanti ed un poliziotto) giurano che nessuno si è avvicinato alla vittima: conclusione? Delitto impossibile.
    L’assassinio avviene sotto i loro occhi, ma entrambi giurano che nessuno era lì, esclusa ovviamente la vittima. Anche nel successivo Peacock Feather Murders (1937, anche The Ten Teacups) Il Mistero delle penne di pavone, Vance Keating che “sta portando un cappello che non è ovviamente della sua taglia” è entrato in un appartamento sull’attico, chiudendosi la porta alle spalle, mentre sia la finestra che l’unica porta, sono sorvegliate all’esterno dalla polizia: viene assassinato con due proiettili, e la pistola, un antico revolver, viene trovata sul pavimento, e dell’assassino nessuna traccia. Per di più, questo, il racconto, è il primo dei suoi scritti in cui elabora il tema dell’oggetto (l’arma, ma anche altro), che scompare dopo un delitto, in una Camera Chiusa: il seme gettato qui, farà frutti altrove: innanzitutto l’arma che scompare in Till Death Do Us Part, Un Colpo di Fucile; parecche mazzette di banconote, svanite in una stanza, in Hot Money, Denaro che scotta (racconto compreso nella raccolta The Department of Queer Complaints); il testamento che scompare da una stanza chiusa, la cui finestra ha pesanti inferriate e la porta è sorvegliata, in The Gentleman from Paris, Il Gentiluomo di Parigi (racconto tratto dalla raccolta The Third Bullet and Other Stories). Il terzo racconto è ancor più singolare. The End of Justice La fine della Giustizia, ripropone il tema della sfida che Bencolin accetta: questa volta è un uomo che rispetta, Follewes, che ha speso tutti i suoi soldi in opere di beneficenza, ad essere stato condannato a morte, per l’omicidio del cugino Darworth.
    L’omicidio presenta ancora una Camera Chiusa: Fellowes è stato visto entrare a casa della vittima, bussare alla porta, annunciarsi, essere fatto entrare, rinchiudere la porta. Poi... viene trovato il fratello della vittima, noto spiritista, ammanettato mai e piedi ad una poltrona e con un coltello piantato nel cuore: nella stanza ovviamente non c’è nessuno! Fellowes pare che sia scomparso, volatilizzato: tanto più che l’unica finestra è aperta sì, ma sul bordo del davanzale e sul prato sottostante c’è una candida distesa di neve, senza neanche una impronta, immacolata e perfetta. Come avrà fatto il presunto omicida a fuggire, tanto più che non si è mosso di casa? Chi era l’assassino? Bencolin riuscirà anche in questo caso a risolvere il mistero, ma non riuscirà a salvare l’amico, che verrà impiccato ingiustamente, pochi minuti prima che venga scoperto l’assassino.
    Questo racconto fornisce assieme al primo esaminato parecchie idee per Le tre bare. Inoltre il tema della distesa coperta di neve in cui non si vedono impronte oppure se ne vedono ma non appartengono alla vittima sarà ripetuto con infinite variazioni dallo stesso Carr (e da altri suoi posteri): The Footprints in the Sky, Un’Impronta in Cielo, del 1940, racconto in cui Carr come al solito non si risparmia ed inventa una Camera Chiusa del genere più allargato, il prato coperto di neve, con una soluzione veramente da lasciare a bocca aperta; la distesa di neve di Assassinio al Priorato The White Priory Murders; la neve che vien giù e l’assenza di orme da parte dell’assassino di Grimaud in The Hollow Man (The Three Coffins), Le Tre Bare; c’è in Death and the Gilded Man, Il Lago d’Oro; persino la variazione in cui al posto della neve c’è la sabbia: per es. The Witch of the Low Tide, Un colpo di pistola.
    Un altro tema qui presente, quello del ventriloquismo, verrà puntualmente riproposto col prosieguo della carriera di scrittore di Carr: infatti nel 1935, nella serie con H. M. con la quale Carr si firma per ragioni editoriali con lo pseudonimo Carter Dickson, vedrà la luce il romanzo The Red Widow Murders, I Delitti della Vedova Rossa, che vede Il Grande Vecchio alle prese con una delle sue Camere Chiuse migliori e più intricate, in cui uno dei personaggi è ventriloquo. Tuttavia, il racconto a me sembra alquanto sbilanciato come soluzione: immaginare che Darworth trovato ammanettato alla poltrona, pur avvezzo a sedute spiritiche falsate, abbia avuto la forza, pur dopo che si sia incatenato le caviglie, di pugnalarsi al cuore, e dopo ammanettarsi, mi sembra una colossale spacconata. In verità più da Fell che da Bencolin: una di quelle arrampicate sugli specchi cui Carr si è sempre dedicato, allorquando il plot per qualche ragione gli sfuggiva di mano. Avrei potuto capire che la pugnalata se la fosse inferta nello stomaco e poi fosse morto dissanguato, ma... immaginare di colpirsi al cuore (e la morte è quasi istantanea) e poi avere la forza di ammanettarsi, rivelerebbe nella vittima non un uomo ma un semidio. Una cosa un po’ difficile a mandar giù. Infine c’è l’ultimo racconto, The Murder in Number Four, Assassinio al numero quattro.
    È una Camera chiusa molto suggestiva: questa volta è in uno scompartimento di un treno. Mercier, contrabbandiere di diamanti, viene trovato strangolato in uno scompartimento, chiuso col catenaccio dal di dentro, e con una finestra, con uno spazio tale da non far passare neanche un nano, tale solo per prendere aria. La soluzione è ancora una volta suggestiva, e del resto l’unica ad essere possibile, se non si vuole ammettere il fatto che Mercier sia potuto essere strangolato da un fantasma. L’indizio fondamentale che porta Bencolin ad identificare l’assassino è un biglietto.
    Tuttavia il racconto, anche se offre una soluzione spettacolare, è il meno originale dei quattro: ha infatti una filiazione diretta in The Big Bow Mystery di Israel Zangwill. È tuttavia da segnalare come in questo racconto, Carr esplori per la prima volta la tecnica della risoluzione di un problema, dissertando non tanto sulla tecnica della camera chiusa (cosa che in un certo senso c’era già stata in The Big Bow Mystery di I. Zangwill e che si afferma alla grande prima con The Three Coffins nel 1935 (la famosa dissertazione su la Camera Chiusa); poi con Death from a Top Hat, Morte dal cappello a cilindro di Clayton Rawson (1938) che la amplia; e infine una terza di Derek Smith in Whistle up the Devil (1953), Un fischio al Diavolo), ma su come il detective possa e debba lavorare per risolvere felicemente un caso poliziesco. Riporto la prima parte della dissertazione, tra Sir John Landevorne e Bencolin che nel corso del racconto, fieramente, dice: “...E io sono Bencolin, prefetto della Polizia in Parigi”; ometto la seconda parte perché si fa riferimento palese alla risoluzione del caso in questione (la traduzione è di Antonietta Maria Francavilla): - Che bella scacchiera, vero? - osservò dopo un poco (è Bencolin che parla ora: n.d.r.)
    Una partita a scacchi può essere un’impresa terribile e affascinante quando bisogna giocarla a rovescio e con gli occhi bendati. L’avversario comincia col re in posizione di scacco e tenta di rimettere i pezzi nelle posizioni in cui si trovavano all’inizio. Ecco perché non si possono applicare regole o leggi matematiche al delitto. Il miglior giocatore di scacchi è quello che riesce a visualizzare la scacchiera come lo sarà dopo la sua mossa. Il miglior investigatore è quello che riesce a visualizzare la scacchiera com’era stata prima che lui trovasse i pezzi disposti a casaccio. Deve possedere tanta immaginazione da intuire le occasioni che il criminale ha avuto, e da agire come il criminale avrebbe agito. È una grande, orrenda battaglia tra due immaginazioni opposte. Nessuno è più portato di un investigatore a fare un mucchio di pompose e macchinose chiacchiere su ragionamento, deduzione e logica. Troppo spesso dice “ragione” quando in realtà intende “immaginazione”. Io invece mi rifiuto di ammettere che una pedanteria da due soldi come la ragione venga confusa con una qualità assai più elevata.
    Ma stia a sentire - obiettò sir John. Supponiamo di prendere a esempio il caso di stanotte. Lei ci ha fornito una ricostruzione del delitto, d’accordo, e forse lo ha fatto grazie all’immaginazione. Però, non ci ha spiegato come faceva a sapere che le cose erano andate proprio in quel modo. È stata la ragione a dirglielo, no? E comunque, come ha fatto a risolvere l’enigma dell’assassinio di Mercier?
    Questo è proprio un esempio di quanto cercavo di spiegarle. Se ne dicono tante dell’investigazione criminale che a volte un investigatore si chiede perché la gente creda che lui agisca in un certo modo. Gli scrittori di romanzi polizieschi vogliono che l’investigazione sia una scienza, sottopongono le persone sospette alla “macchina della verità” e gli propinano test freudiani… dimenticando che un inno cente è sempre nervoso e si comporta da colpevole assai più del criminale stesso, perfino a livello di sistema neurovege tativo. Dimenticano che le loro macchine vengono usate da quella che è la meno obiettiva e la più irriducibile di tutte,.. la macchina umana.
    Quanto all’investigatore che si basa sulla psicologia, quello va a pescare il tipo d’uomo che può avere commesso il delitto, si aggira finché non trova il suo tizio e allora dice: “Ecco l’assassino” che le prove gli diano ragione o no. Col suo permesso, questo è il mio giudizio: tutte balle. Non esiste uomo incapace di commettere un delitto in ogni circostanza; dire che un delitto audace è stato necessariamente commesso da una persona audace, equi vale a dire che uno scrittore ubriacone non può scrivere che di bevande alcoliche, o che un pittore ateo non è in grado dì dipingere un quadro di soggetto religioso. Invece, spesso è il beone che scrive i migliori opuscoli in favore della temperanza, è l’ateo che trova gli argomenti più convincenti per propagandare la religione”.
    Uno scritto che definisce una volta per tutte l’importanza di questi racconti, una vera summa di Bencolin, oltre che miniera di situazioni e di stratagemmi che Carr userà poi nel prosieguo della sua carriera di scrittore: tra le altre, mi piace ricordare qui, che proprio in The Lost Gallows, il romanzo che vede per l’ultima volta Landevorne assieme a Bencolin, che per certi versi è uno dei romanzi polizieschi più romantici di Carr, di un romanticismo molto cupo però, si evidenzia tutta la natura mefistofelica di Bencolin, più di quanto forse accada in It walks By Night, spietata e sardonica, cosa che nei quattro racconti forse non si rivela quasi mai; anzi, alla fine del capitolo 5 di The Ends of Justice, quando Bencolin chiede al vescovo Wolfe di ritardare il più possibile l’esecuzione di Fellowes, perché lui e Landevorne lo possano salvare, e il vescovo si rifiuta di collaborare, i due “... erano ritti l’uno di fronte all’altro, l’uomo di chiesa e l’investigatore, e l’odio sorto tra loro accendeva i due volti come una fiamma. - Vescovo Wolfe - scandì Bencolin - Pilato era più misericordioso di lei”.
    Qui è utile commentare come Bencolin appaia molto più umano del vescovo e molto meno spietato e duro, e anche meno cinico di come apparirà nei romanzi successivi: la Chiesa (anglicana perché l’azione si svolge a Londra), nominata erede, ricaverebbe molti soldi, dalla morte di Fellowes e proprio il vescovo Wolfe ha aiutato a risolvere il caso. Noto solo come ancora una volta l’uso dei nomi è caratteristico: il vescovo si chiama Wolfe, e in tedesco Wolf significa “lupo”. Non mi sembra una scelta casuale, per un religioso che pur non essendosi macchiato del delitto, vedendo che dall’arresto di Fellowes avrebbe ricavato molto, si è offerto di aiutare la polizia ad arrestarlo.
    Nelle pagine finali di The Lost Gallows, Bencolin ricorda a El Moulk che lo sta salvando dalla morte per impiccagione, cui era stato destinato da ****, solo perché lo vuol vedere salire il patibolo all’alba e vuol vedere come gli carezzi il collo La Vedova Rossa, cioè la ghigliottina. E nell’epilogo della storia, quando tutti sono ammutoliti dall’orrore, Bencolin... canta allegro una canzoncina: Bencolin, giudice implacabile, avrebbe voluto vedere ghigliottinato El Moulk che era stato alla causa di un evento tragico, ma accetta la sorte del fato: Dio ha colpito il malvagio, e ha fatto giustizia. E tutto può finire bene.

    da: http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori

     


    Gideon Fell






    Sir Henry Merrivale












    Henri Bencolin




    col. March

    altre opere di J. Dickson Carr

    altre opere di Carter Dickson