John le Carré Un monumento. In qualche modo anche le Carré (pseudonimo di David Cornwell) è debitore nei confronti di Fleming, che per primo aprì la strada della spy story moderna, ma, come Deighton e Greene, ha avuto il merito di raccontare lo spionaggio per quello che è realmente. Fra l'altro, nei suoi romanzi non solo spie e intrighi hanno assoluta credibilità, ma non si ricorre alla scorciatoia facile facile dei buoni contro i cattivi, laddove, ovviamente, i primi sono quelli del mondo libero e i secondi i trucidi di KGB e dintorni. Certo, Le Carrè è suddito di Sua Maestà, e sta dalla parte dell'Occidente, ma senza farsi troppe illusioni sul proprio mondo, e quindi i vari antagonisti sono in definitiva molto simili. George Smiley "era il prototipo della "persona che non ricorderò mai"; piccolo e paffuto, con degli occhiali dalle spesse lenti e radi capelli, egli era a prima vista la perfetta immagine dello scapoIone di mezza età, fallito nella vita e con un impiego sedentario. La sua connaturata indifferenza verso i problemi pratici del vivere civile era chiaramente esemplificata dagli abiti, costosi e scomodi, perché era una pagliuzza nelle mani del sarto, che lo derubava." (Un delitto di classe) Smiley, tanto realistico quanto era fiabesco Bond, diventerà a poco a poco il protagonista centrale delle vicende narrate da le Carré, almeno finché la fine della guerra fredda non renderà più possibile la contrapposizione Est - Ovest, secondo gli schemi classici. Ma le Carré non si sentirà orfano, è un osservatore troppo acuto della realtà internazionale per non capire che "il grande gioco" ha solo cambiato regole, e squadre, e da grande scrittore affronta con assoluta padronanza la nuova situazione. Anzi, negli ultimi anni le Carré ha assunto via via posizioni sempre più critiche nei confronti dell'Occidente (v. l'intervista riportata sotto) e Amici assoluti è una struggente riflessione sulla memoria e sul cambiamento. I romanzi di le Carré sono avari di inseguimenti, revolverate, effetti speciali (ed è anche questa assenza a renderli avvincenti), e se parlano di spie lo fanno in un clima decisamente più vicino al mistery classico: La talpa, forse il libro più bello di le Carré, se da una parte è il capolavoro assoluto del classico tema del doppio gioco (tanto che talpa viene usato correntemente per definire un qualche infiltrato), dall'altra si svolge come un vero e proprio giallo, in cui il volto del colpevole rimane ignoto fino alle ultime pagine. Del resto i primi due libri di le Carré sono dei gialli a tutti gli effetti, e in Un delitto di classe Smiley fa proprio il detective. Cinema e televisione hanno attinto ampiamente a le Carré, in genere con prodotti di qualità: libri (di spionaggio e non):
John le Carré (ovvero David John Moore Cornwell, 1931, Poole, Dorsetshire, com'è stato e com'è all'anagrafe) sorprende sempre con i nuovi libri quanto con i vecchi, quando li si prova a rileggere, e li si rilegge puntualmente con gusto e addirittura avidità. È lui che è interessante, e che sia interessante lo può confermare oltre ai grandi romanzi un articolo scritto sulle questioni che lo appassionano, lo spionaggio e il terrorismo, o un copione televisivo, con lo spionaggio e il terrorismo per argomento. Certo, lo spionaggio e il terrorismo sono da un certo numero d'anni temi di bruciante e triste attualità, ma si farebbe un errore supponendo che sia tutto qui quel che va scrivendo John le Carré. Ci sono tanti scrittori anglosassoni, bravi, o forse più bravi di lui, nel creare trame aggancianti, misteri e colpi di scena sensazionali. In realtà, a considerare con attenzione il suo caso a un certo punto si comincia a sospettare che lo stesso spionaggio e lo stesso terrorismo potrebbero essere per John le Carré solo degli utili ingredienti, dei pretesti plausibili, degli strumenti d'eccezione per trattare con il maggiore abbandono il suo interesse principale, fondamentale, irrinunciabile, che è semplicemente, quasi banalmente direi, l'amore. Pensate a quanto l'amore domini il ciclo di Smiiey. George Smiley, nel primo romanzo di John le Carré che lo ospita, Chiamata per il morto, 1961, è subito messo in relazione con l'amore, sia pure sfortunato: "Quando Lady Ann Sercomb, verso la fine della guerra, sposò George Smiley, lo descrisse ai suoi amici aristocratici, molto stupiti, come un tipo di .una mediocrità da togliere il fiato. Quando, due anni dopo, lo abbandonò per un corridore d'automobili cubano, annunciò enigmaticamente che, se non lo avesse lasciato allora, non sarebbe mai più stata capace di farlo. Il visconte di Sawley si recò appositamente al suo club per annunciare che la gatta aveva fatto i gattini. Questa battuta, che per qualche tempo fu la barzelletta della buona società, può essere compresa soltanto da coloro che hanno conosciuto Smiley. Basso di statura, grasso e di temperamento tranquillo, si diceva che spendesse molti quattrini per comprarsi vestiti molto brutti che pendevano addosso alla sua figura tozza come la pelle addosso a un rospo rinsecchito. Alle nozze Sawley dichiarò infatti che 'la Sercomb si era maritata con un rospo con l'impermeabile'. Ignaro di questa definizione, Smiley aveva percorso malcerto la navata della chiesa, incontro al bacio che lo avrebbe trasformato in principe. Era ricco o povero? Un contadino o un prete? E lei dove diavolo lo aveva pescato? L'assurdità del matrimonio era sottolineata dall'indiscutibile bellezza di Lady Ann e il mistero era aggravato dalla sproporzione esistente tra l'uomo e la sposa." Questa pagina, ormai diventata classica, racchiude già tutta la disperazione che il povero Smiley, marito innamorato ma sempre tradito, si porta dietro nella sua intera carriera di controspione o spione per reprimere o prevenire, in pratica ordire le stesse trame che si chiama a rompere: personaggio imbarazzante che, per fare presumibilmente il bene, pratica febbrilmente il male, mai placato, mai contento, mai in disarmo. E questo non per amor della patria, in cui non mostra di credere molto né poco, ma per quell'odio furibondo, contro tutti "o quasi, che è il rovescio più ingenuo dell'incurabile amore sfortunato per la moglie. Un odio così eccessivo che, prima o poi, Lady Ann comincia a esser giustificata. Quanto di terribile accade non è, in realtà, colpa sua. Se lei ha una colpa è verso se stessa, per non avere imparato abbastanza presto a capire chi veramente si nascondesse sotto le apparenze goffe e bonarie del rospo con l'impermeabile. ![]() C'è un'altra pagina [attenzione: si svela il clou del libro!] ormai classica in La talpa, 1974, quella in cui Smiley s'intrattiene per le ultime spiegazioni con la talpa, Bill Haydon, lo spione dei russi insediato nel cuore stesso dal controspionaggio inglese. Finalmente scoperto, Haydon, che è stato anche l'amante di Lady Ann, pare prossimo a partire per l'URSS in uno dei soliti scambi compromissori. Comunque fa amabilmente conversazione da vero uomo di mondo, dice cinicamente a Smiley di sperare che lui lo ricordi con affetto e, già che c'è, gli confida che, se è andato a letto con Lady Ann, lo ha fatto solo per ottemperare alle istruzioni russe. I russi ammiravano molto la bravura di Smiley, ma gli riconoscevano un punto debole: la moglie. L'ultima illusione di un uomo senza illusioni; su questo punto occorreva battere: se in casa o fuori si fosse saputo che Haydon era l'amante di sua moglie, forse Smiley non ci avrebbe visto più tanto chiaro e l'inghippo sarebbe riuscito più facilmente. Haydon non doveva strafare né forzare la mano, ma, se possibile, mettersi in fila con gli altri. Poi Haydon sarà ucciso da un compagno di sbandamenti, e a Smiley toccherà informare la sua infedele Ann, ritiratasi nel frattempo in campagna. "Non c'erano taxi in vista e così, dopo aver chiesto informazioni alla biglietteria, attraversò il porticato deserto della stazione e andò a piantarsi accanto a un cartello verde che diceva: 'Fila per l'autobus'. Aveva sperato che lei andasse a prenderlo, ma forse non aveva ricevuto il suo telegramma. Figurarsi, le poste sotto Natale: chi può prendersela con loro? Si chiese come avrebbe accolto Ann la notizia di Bill e poi, ricordando il viso atterrito di lei su quella scogliera in Cornovaglia, si rese conto che ormai Bill era morto per lei. Aveva avvertito il gelo del suo contatto e doveva aver capito in qualche modo cosa vi si nascondesse dietro. Illusione? ripetè senza illusioni. Faceva un freddo spieiato: sperò vivamente che quello squallido amante le avesse almeno trovato un posto riscaldato. Si pentì di non averle portato gli stivali imbottiti di pelliccia che erano nello stipo sotto le scale [...]. Poi la vide: la macchina malridotta ormai stava puntando verso di lui nella corsia segnata 'Solo autobus', e Ann al volante stava guardando nella direzione sbagliata. La vide smontare, lasciando la freccia accesa, ed entrare nella stazione a informarsi: alta e l'aria sventata, straordinariamente bella, decisamente la donna di un altro uomo." Un'impossibilità d'amore può essere il massimo dell'amore. L'amore può essere il grande assassino. Tutto il ciclo di George Smiley è un monumento ai delitti dell'amore. Ma anche nei grandi romanzi in cui Smiley si muove solo in margine come La spia che venne dal freddo, 1963, o vien solo citato, se non sbaglio, una o due volte come Lo specchio delle spie, 1965, o non c'è proprio neppure in una citazione distratta come La tamburina, 1983, il campo è sempre dominato da una rovinosa e a suo modo esaltante storia d'amore. Ci sono tante specie d'amore bastardo. E ogni amore è bastardo. È il caso di questa television play, Fine della corsa, in cui John le Carré, che soprattutto nelle ultime opere ha abbondato, se non ecceduto, in numero di pagine, ci fornisce una prova di grazia insinuante e feroce raccontandoci, attraverso un dialogo sinuoso e spietato tra un giovane e un vecchio, una sconvolgente storia d'amore. Il giovane è Bagley, che si presenta come prete, ma poi ostenta sin troppo di appartenere al mitico servizio segreto inglese Ml5. Il vecchio è Frayne, un senior civil servant, esperto in computer e statistiche, che ha evidentemente qualcosa da nascondere. Bagley è un asso negli interrogatori oppure è una frana. John le Carré non si pronuncia chiaramente, il suo forte è il forte dei suoi classici tortuosi e diffidenti della natura umana che in ogni battuta, in ogni sospiro, in ogni fremito corporale intuiscono il mistero, una serie di misteri, e nel silenzio e nella immobilità ne accertano anche di più, molti di più. C'è stato un tradimento a favore del KGB, ma c'è stata soprattutto questa storia d'amore. D'amore del tipo che si dice proibito. Si dice? E perché? Un amore non può dirsi proibito solo quando l'innamorato ha bisogno di una proibizione, di un rischio di rovina totale, anche morale, per gustar di più la passione? Asso o frana, Bagley raggiunge il suo scopo, e Fine della corsa, in questo senso, va persino oltre i contatti pericolosi dei grandi romanzi. Il dialogo, senza l'appesantimento delle descrizioni (che fanno, sì, l'eccellenza di John le Carré ma che forse proprio perché lui è un virtuoso del genere seppelliscono un poco la tensione nei grandi romanzi), qui s'impone come una legge naturale, una legge di sopravvivenza o di condanna. In nessuno dei grandi romanzi di John le Carré una passione è stata sviscerata con una simile rapidità e perspicuità, con una simile grazia nel dire l'atrocità e nel non nascondere la dolcezza di essere uomini e innamorati. Anzi, per maggiore esattezza, uomini, spioni e innamorati. [Introduzione a Fine della corsa, Mondadori, 1986]
LONDRA - Diceva John le Carré, qualche anno fa, ai tempi del suo bel libro sullo strapotere delle multinazionali farmaceutiche, Il giardiniere costante, che a spingerlo a raccontare era la Alterszorn, la rabbia dei vecchi. Ora che John le Carré di anni sta per compierne settantasette, seppure in grande forma, la sua Alterszorn è diventata semplicemente «rabbia». La rabbia che prova il grande romanziere della guerra fredda (e non solo) di fronte contro il dramma delle migrazioni, la politica delle multinazionali, la minaccia del terrorismo usato come arma di pressione per imporre una nuova forma di colonialismo, l' etica distorta dagli imperativi politici di fronte alla confusione del presente. E siccome John le Carré, nella vita David Cornwell, elegante e pacato gentiluomo britannico, osservatore attentissimo delle vicende politiche, è, appunto, un narratore, ha trasfuso questa sua rabbia in una storia, nutrendola delle sue esperienze e dei suoi ricordi, e ha costruito in Yssa il buono, il suo ventunesimo libro, un romanzo tanto avvincente quanto terribilmente possibile (Mondadori, pagg. 345, euro 18,60), che esce in Italia prima ancora che in Gran Bretagna. Sullo sfondo della sua bella, intima casa di Hampstead, John le Carré fa una cosa che, spiega, è inconsueta per lui, elencare gli elementi che sono andati a combinarsi nel suo nuovo romanzo - o, come dice lui, le cose che ha infilato nel suo Ruecksack, nel suo zainetto. Prima i personaggi. «Yssa. Ho conosciuto qualcuno molto simile a lui venti anni fa, in Russia, mentre facevo ricerche per La passione del nostro tempo, che si svolge in parte in Cecenia. Era un ragazzo, musulmano, figlio di un ufficiale russo e di una donna cecena che lui non aveva mai conosciuto, e, come Yssa, nutriva nei confronti del padre, che aveva usato violenza alla madre, un odio profondo. Quel ragazzo, con la sua purezza, con il suo estremismo morale, è rimasto lì, nella mia memoria, per vent' anni, come certi personaggi costretti ad aspettare di entrare in scena, e che a un certo punto saltano su, e occupano tutto lo spazio». Poi c'è lei, Annabel, la ragazza, il giovane avvocato che si batte per la causa dei diritti civili degli immigrati. «Ho avuto la fortuna di incontrare una giornalista tedesca che si è occupata del caso di Murat Kurnaz, un turco tedesco e formatosi a Brema, che a un certo punto del suo percorso umano è diventato profondamente religioso. Dopo l'11 settembre Murat Kurnaz si è trasferito in Pakistan per approfondire il suo studio dell' Islam. «Aveva diciannove anni quando a Karachi è stato arrestato dalla polizia pakistana perché il suo nome era su una lista di ricercati in quanto aveva frequentato la stessa moschea di Atta. È stato ceduto dai pakistani agli americani per tremila dollari, torturato a Kandahar da una squadra americana, ne è quasi morto, poi è stato spedito a Guantanamo e ha passato lì quattro anni e mezzo. Finché è emerso che era perfettamente innocente. Ora è in Germania. E ha scritto un libro sconvolgente, Five Years of My Life. Quando l' ho conosciuto era appena tornato da Guantanamo. E la mia amica giornalista stava girando un documentario per la televisione tedesca sulla sua vita. È stata lei a invitarmi a conoscerlo. Una ragazza molto carina, un'idealista, che, come Annabel, cercava di negare la sua femminilità con un modo di vestire deliberatamente triste. Vedendo la loro interazione ho cominciato a pensare al mio Yssa e ho trasformato lei in Annabel». Il terzo personaggio chiave è un banchiere inglese che David Cornwell ha conosciuto anni fa a Vienna, molto simile al Tommy Bruer del libro. «Era il presidente di una banca privata e cercava sempre di convincermi ad aprire un conto segreto. Non c'è mai riuscito. E ci rimaneva male, perché voleva i miei soldi come un segno di fiducia. Beveva e la banca non andava tanto bene. «Un romantico di mezza età, come tanti uomini, specialmente nei servizi segreti, che vanno in pensione a sessant' anni e improvvisamente realizzano di non aver mai veramente vissuto per rispetto delle convenzioni. Anche lui si è depositato in qualche mondo nella mia memoria. Anche Tommy, come Annabel, come Yssa, ha avuto un padre ingombrante. Tutti e tre vivono e si comportano secondo norme che hanno ereditato. E sì, nel libro mi sono identificato con lui, e ho creato un triangolo immaginario». Poi c' è, quarto personaggio, Amburgo. «Io ho una lunga storia con la Germania. Amburgo é la città dove sono stato spedito a fare brevemente il console quando il Foreign Office ha scoperto che avevo scritto La spia che venne da freddo e ha ritenuto opportuno allontanarmi da Bonn. Per caso, poi, ero ad Amburgo con mia moglie l'11 settembre, negli uffici della Deutsche Rundschau, davanti a un televisore, a vedere in dvd dei materiali su Rudi Dutschke negli anni ' 60 e ' 70. Gridava un messaggio che non si può non condividere: "Dobbiamo costruire un ponte tra chi ha troppo e chi non ha nulla". Poi ho ricevuto una telefonata dalla mia segretaria che mi diceva di accendere la televisione. E ho passato il pomeriggio incollato davanti alle Torri distrutte e alla faccia di Osama. Forse per questo nella mia testa si è stabilita una connessione tra il messaggio di Dutschke e quella sorta di anarchia antimodernista che è al centro della dottrina islamica più estremista. Amburgo è una città dalle mille identità. La città da cui è partito Mohammed Atta. La città di Ulriche Meinhof. Una città piena di fermenti politici, dove si avverte la particolare sensibilità dei tedeschi, una reazione probabilmente al passato nazista, ai diritti umani. E sullo sfondo, un paese che ha 800mila cittadini di origine turca, quattro milioni di turchi senza cittadinanza a cui la Germania chiede disperatamente di integrarsi e che hanno difficoltà culturali a farlo. Insomma, tutto mi riconduceva lì, a costruire attorno a Yssa una storia di pregiudizi, di complotti, di sospetti, l'immensa paura dell'altro». Ad Amburgo, racconta ancora le Carré, è basata Flucht Punkt, un'organizzazione diretta da due donne a cui si rivolgono gli immigrati «quando arrivano disperati in Germania e aspettano di essere cacciati di nuovo. Mi hanno accolto, mi hanno presentato a un loro assistito ceceno. È stato così, collegando una cosa all'altra, punto dopo punto, che ho messo insieme il libro». Dove, attorno al triangolo composto da Yssa, Annabel e Tommy Bruer, c'è un affollarsi di servizi segreti in competizione, di polizie, di profittatori, di capitali più o meno sporchi, di gente che vuol farsi bella scoprendo l' ennesimo - e forse inesistente - complotto islamico. «Provo una grande rabbia per come le democrazie occidentali stanno smantellando i diritti civili e la struttura stessa della democrazia. per difenderla. Gli inglesi in particolare hanno fatto dei gravissimi strappi al loro sistema costituzionale - anche se da noi non esiste costituzione, è tutta pragmatica. Ora si può mettere dentro una persona per sette settimane, quarantadue giorni, senza motivazione. E gli americani hanno ingannato se stessi, come racconta Jane Mayer in un libro sconvolgente, The Dark Side. La rottura dei diritti costituzionali messa in atto dagli Stati Uniti è stata decisa in silenzio, nel panico del dopo 11 settembre, da un piccolo circolo di persone che hanno immaginato i metodi per torturare la gente e per sottrarsi alla convenzione di Ginevra ancor prima di avere una sola persona da torturare, mettendo in campo tutte le forme di tortura - meno il sangue, perché siamo persone ben educate - dal waterboarding ai metodi di cui ancora non sappiamo niente per condurre la gente fino al punto della follia. È difficile crederlo: siamo qui, all'inizio del 21esimo secolo, a cercare il modo di introdurre dei sistemi medievali di tortura. Ma sono fermamente convinto che questi sistemi non riguardano tanto la ricerca delle informazioni quanto una forma di vendetta. Il sospetto è per definizione colpevole, e deve soffrire per quello che è stato fatto alla dignità e alla sicurezza americana». Lui, David Cornwell, da ex «agente segreto», e quindi come uno che in passato ha condotto numerosi interrogatori, pensa che «non c' è niente di più stupido che estrarre informazioni con la tortura. Non è mai stato un mezzo produttivo. Costringi qualcuno a fare una finta confessione, ne ottieni nomi falsi, false informazioni, qualsiasi cosa pur di fermare la tortura. È molto più fruttuoso interrogare con pazienza, con umanità, con comprensione, creare delle alleanze». E intanto si parla di una nuova guerra fredda. «Non è una nuova guerra fredda. Sono i detriti della prima. La Georgia è governata da un signore che ha studiato in America. L'esercito georgiano è equipaggiato dagli americani, con il sostegno di Israele. Con una forma di diplomazia irresponsabile gli americani hanno messo in testa a Shakashvili l'illusione che avrebbe potuto combattere i russi - e che non ci sarebbe stata una reazione. Ma la sensibilità dei russi sul Caucaso è sempre stata enorme. L'iniziativa è stata presa dai georgiani, che hanno ucciso, violentato, assassinato». «Adesso stiamo prendendo un atteggiamento nobile: siamo tutti georgiani, ha detto McCain. Ma perché? Perché il petrolio muove tutto. È guerra fredda perché la Russia può aprire e chiudere il rubinetto del petrolio quando vuole? Non è la guerra fredda, è la frenesia delle grandi potenze per trovare risorse... Vuole sapere se sono nostalgico della guerra fredda? Sì, sono nostalgico della guerra fredda. Perché a quei tempi avevamo delle speranze per il giorno in cui sarebbe finita e avremmo ricostruito il mondo. Perché i contendenti si muovevano all'interno, grosso modo, dello stesso sistema culturale. Ora il potere si sta spostando verso Est e capiamo sempre meno i nostri interlocutori. No, è difficile vedere vie d'uscita». Repubblica - 05 settembre 2008, Intervista di Irene Bignardi il sito di le Carré *Tinker, tailor, soldier, sailor, rich man, poor man, beggar man, thief" è una filastrocca per bambini usata per codificare gli uomini del Circus sospettati di essere la talpa |