Giorgio Scerbanenco Qualcuno li avrà visti, qualcuno ne avrà sentito parlare, insomma tutti più o meno conoscono l'inafausta stagione - a cavallo fra gli anni '60 e '70 - dei vari La polizia incrimina, la legge assolve, Milano odia: la polizia non può sparare, Napoli violenta, Italia a mano armata, ecc.. Questi film vennero chiamati poliziotteschi, un po' come i western nostrani (ma Sergio Leone fu tutt'altro!) venivano definiti spaghetti: dei sottogeneri, un po' beceri e tirati via. Ora i soliti critici post-post-postmoderni li rivaluteranno senz'altro (ma non c'hanno un cazzo da fare?), però si trattava proprio di filmacci: sceneggiature scritte al bar in mezzora, attori che te li raccomando (pensate a uno bravo davvero come Thomas Milian finito in monnezza), esterni che più fasulli non si può, con tutta la gente per strada che si volta a guardare gli inseguimenti e che nel film è lì tale e quale. Il buffo è che l'involontario apripista di questa serie fascistoide fu nel 1968 il grande Carlo Lizzani, con Banditi a Milano: uno strepitoso Volontè che impersona Pietro Cavallero, protagonista (vero) di una serie di spettacolari rapine a Milano, nel 1967: una storia dura, che affonda le radici nell'immigrazione dal Sud, e ancor prima nel disagio generazionale del dopoguerra (Cavallero era stato un attivista comunista), ed è veramente rappresentativa delle contraddizioni metropolitane di un'Italia ancora in bilico fra il suo passato contadino e le magnifiche sorti progressive promesse dalla DC. Tutto ciò scompare nel filone che seguì, tutto fatto solo di poliziotti pistoleri che combattono il Male - la Mala e poi hanno le mani legate dalla... Legge. Ma era già venuto alla luce in Venere Privata (1966): primo romanzo di un Giorgio Scerbanenco (1911 - 1969) che aveva già una lunga esperienza editoriale, sia come scrittore che come giornalista, e si era anche già cimentato, negli anni '40, nel poliziesco tradizionale. Venere Privata è una svolta: non la Roma placida e rancorosa di Gadda, o la provincia, insidiosa ma bonaria, di Soldati, e in generale l'Italia bravagente - cattivagente: qui si parla di Milano, della città che non ha tempo da perdere, affamata di modernità, in cui tutti vorrebbero cercare il successo, città che non accoglie se non a prezzi impossibili e violenti, città per gli squali della speculazione edilizia (che magari vorrebbero fare il Presidente del Consiglio), città mercato dei nuovi consumi, dalla lavastoviglie alla cocaina. E Scerbanenco è forse uno dei primi che ha il fegato di raccontarla, questa Milano - Italia brutta, sporca e cattiva, o cattiva, incazzata e stanca: protagonista delle storie nere è Duca Lamberti, un medico radiato dall'Albo per aver praticato un'eutanasia (parola che allora era proibita, come incesto, omosessualità): non del tutto plausibili i suoi rapporti con la Questura, ma Scerbanenco evita quasi tutti i luoghi comuni dell'investigatore dilettante, ancorché scientifico, e ci regala un'indimenticabile Milano da sparare. Moltissimi i libri di Scerbanenco, che ha frequentato quasi tutti i generi (avventure, rosa, western, fantascienza): qui ricordiamo solo i principali titoli polizieschi, tra cui alcune antologie di racconti pubblicate postume (non seguendo cronologicamente la data della prima edizione): Film (mediocri) dai suoi libri:
Mordano, 19.07.1999 Gentile signor Scerbanenco, sono un suo affezionato lettore e le scrivo per dírle che mi sono piaciuti molto i suoi libri. Non li ho letti tutti, dal momento che la sua bibliografia sterminata conta quasi un centinaio di romanzi e un migliaio di racconti che vanno dal noir al rosa passando attraverso l'intimismo autobiografico e il giallo classico, ma quelli che ho letto mi hanno talmente colpito che sento il bisogno di scriverle questa lettera, scusandomi in anticipo del tempo che le farò perdere. Mi ricordo che avevo quattordici anni quando lessi il suo primo libro. Era il 1974, lei era morto da cinque anni, ed era una domenica pomeriggio in cui avrei fatto qualunque cosa pur di non fare i compiti. L'alibi migliore era mettersi a leggere, ma nella libreria di mio nonno, da cui ero andato a pranzo, non c'era niente di decente. Poi, vedo quegli strani occhi che mi fissano obliqui e stilizzati dalla costola bianca di un Giallo Garzanti, appena sopra il titolo, I ragazzi del massacro. Lo sfilo, lo apro, leggo l'inizio: "La signorina Matilde Crescenzaghi fu Michele e Ada Pirelli, nubile, insegnava alla scuola serale Andrea e Maria Fustagni" e ci resto così così perché quel tono formale e precisino mi sembra una cosa da libro Cuore, ma il finale del prologo, "Meglio sarebbe stato che la classe fosse tenuta da un sergente maggiore della Legione Straniera, e non da lei, fragile, delicata signorina della piccola borghesia dell'Alta Italia", mi incuriosisce e volto pagina. "È morta cinque minuti fa' disse la suora", un inizio classico da giallo, a cui segue una delle pagine più dure e crude che siano mai state scritte in un romanzo. Da quel momento non ho potuto mollare il libro, catturato, affascinato e sconvolto da una realtà che non conoscevo, da pieghe nascoste del cuore umano che non credevo neppure esistessero, da un mistero feroce, malinconico e disperato raccontato come non credevo fosse possibile, con quelle parole semplici, dirette e crude, apparentemente formali e precisine come quelle dell'inizio. Non ho fatto i compiti, sono andato male all'interrogazione e alla fine non mi sono neanche laureato, ma ho letto tutti i suoi romanzi simili a quello e sono diventato uno scrittore anch'io. Sa qual è la cosa che più mi ha colpito nei suoi libri? Il coraggio. Tanti tipi di coraggio, ostinato, silenzioso e freddo, vagamente autoironico, come appare lei nelle fotografie, con quel suo sorriso sottile sotto a quel naso arcuato che sembra un becco. Il coraggio della contraddizione, per esempio. Il suo personaggio più noto, protagonista di quattro romanzi, è Duca Lamberti, ed è una contraddizione vivente. Appare per la prima volta nel marzo 1966, in Venere privata, ed è uno strano poliziotto. Intanto non è un poliziotto ma un medico, no, anzi, non è neppure un medico. Lo era, finché non lo hanno radiato dall'Ordine a vita e messo in galera per tre anni per aver praticato l'eutanasia ad una sua anziana paziente malata di cancro. Nelle prime pagine del romanzo, se ne sta seduto su una panchina a passare il tempo contando i sassolini di un viale, come ha imparato a fare in galera, aspettando che arrivi un ruvido industriale brianzolo che vuole assumerlo come baby sitter del figlio "grand e ciula", che sta inspiegabilmente cercando di suicidarsi a forza di bere. C'è un motivo per cui il ragazzo fa questo, c'è un mistero, una cosa tremenda, che Duca deve risolvere se vuole salvare il ragazzo. Così si trasforma in un poliziotto, ma è uno strano poliziotto, determínato, feroce, apparentemente cinico e invece fragile, inquieto e disperatamente sensibile. Non è un duro all'americana, Duca, è un italiano che ne ha viste troppe e ci sta male. Ma come poliziotto è proprio strano. "Siccome i morti non tornano e nè io nè nessuno può portarle qui Alberta viva" dice al figlio dell'industriale, "allora noi dobbiamo fare qualche altra cosa. Quella più importante è di trovare la persona che l'ha uccisa, o che l'ha costretta ad uccidersi, e quando l'abbiamo trovata la strozziamo, lei deve pensare questo, che la troveremo e la strozzeremo". Non la strozzano, e nel romanzo successivo, Traditori di tutti, uscito lo stesso anno, Duca viene assunto dalla Questura di Milano, dove rimane anche in I ragazzi del massacro, dell'agosto 1968, e I milanesi ammazzano al sabato, dell'aprile 1969, a raccontare, lui, tutte le contraddizioni di un'Italia che vale anche oggi, quella dei poveri cristi, degli emarginati, degli alienati e degli indifferenti nascosti tra le pieghe di un paese inebriato dal boom economico delle prime lavatrici e delle prime seicento, quella di una criminalità nuova assurdamente feroce, senza più pudore e senza più paura, quella del potere, delle coperture politiche e degli insabbiamenti, quella della brava gente "dolorante e disperata" come Amanzio Berzaghi, vecchio milanese camionista, che lo sa che ammazzare "l'è minga giust, ma che in un meraviglioso e imprevedibile sabato novembrino" perde la testa. È in questa Italia così moderna e così attuale che Duca cerca i bari, quelli che non stanno alle regole, "i banditi con l'ufficio legale a latere" che "imbrogliano, rubano e ammazzano, ma hanno già studiato la linea di difesa con il loro avvocato nel caso fossero scoperti e processati e non vengono mai puniti abbastanza". E li cerca con tanto odio e con tanta rigida determinazione da farsi scambiare per fascista. Mi perdoni, ma l'ho sentito dire anche di lei, l'ultima volta in Francia, da scrittori di noir autori di romanzi molto simili ai suoi: "Scerbanenco? ma non è un fascista?" lo non ci credo. Credo che sia piuttosto l'arrabbiatura e l'abbruttimento di chi ha visto "troppa miseria", come lei stesso racconta in un frammento bellissimo di autobiografia che si chiama Io, Vladimir Scerbanenko, e che si trova in fondo all'edizione di Venere privata che Garzanti ha ristampato negli Elefanti. Lo stato d'animo di un russo figlio di madre italiana col padre fucilato durante la rivoluzione, un romano di Kiev con una k di troppo nel cognome, che cerca di sopravvivere e di farsi accettare in un paese in cui si sente straniero, operaio al tornio di una fabbrica di sveglie, filosofo autodidatta, paziente di sanatorio, ambulanziere e poi contabile alla Croce Rossa, e alla fine autore di racconti, redattore e direttore di riviste femminili, scrittore. E forse, anche i pregiudizi di un uomo morto e vissuto prima dei '68 e di tutto il resto. Ma non un fascista. C'è un altro coraggio nei suoi libri, ed è il coraggio di chíamare le cose con il loro nome. È un coraggio che non si trova spesso nella letteratura italiana, fino a non molto tempo fa neppure in quella di genere e oggi men che mai nella fíction cinematografica o televisiva. Niente filtri per schermare la realtà, che è disperata, feroce, nuda e cruda come nei romanzi, più noti, di un James Ellroy o di un Jim Thompson. Nessuna scusa e nessun compromesso, nessun eroe senza macchia, a partire da Duca Lamberti o dai suoi colleghi questurini. "E come è stato scoperto?" "A schiaffi. Era Mascaranti che l'interrogava. Quando combinano quei trucchi non pensano mai agli schiaffi. Non c'è mica bisogno di tante torture cinesi, al quinto o sesto schiaffo di Mascaranti, uno deve decidere prima che il cervello gli vada in acqua". Non è bello, non è giusto, lo dice anche Duca, lo dice anche lei, ma è cosi che succede ed è così che si racconta. Chiamando le cose con il loro nome con uno stile che è sempre così rapido e concreto da sembrare a volte abbozzato o sgrammaticato e invece no, è una scelta accurata che non trascura nessuna parola, neppure i nomi della gente. Come ne "La lussuria", uno dei cinquecento racconti che Frassinelli ha raccolto nell'introvabile Il Cinquecentodelitti, dove siede a testimoniare una donna grigia, "vestita di grigio, sembrava avesse un grembiule più che un abito, aveva il viso grigio come l'abito, cosi i capelli, e anche la voce sembrava grigia". E come si chiama? Erminia Lavini, un nome desueto ma non abbastanza, che sembra stinto a forza di lavarlo. E poi c'è un altro coraggio, uno dei più importanti: il coraggio di essere un narratore. Un narratore, uno che racconta storie, uno scrittore e basta, diremmo noi, ma non importa. Uno che se ne frega della divisione tra Letteratura Alta e letteratura bassa, e con artigianale, minuziosa e ardente passione, "ogni settimana, per non dire ogni giorno, per non dire ogni ora" come scrive Oreste del Buono nella sua prefazione al suo Millestorie, sempre di Frassinelli, "era in grado di sfornare una storia fornita di trama e personaggi dotati di una toccante tendenza ad imprimersi nella memoria". Storie, storie vere ed eccezionali anche se minime, racconti di poche righe che per densità potrebbero essere le righe centrali di un romanzo di centinaia di pagine. Storie imparate da quella vita di miseria, dettate dalla sensibilità dello scrittore o sentite in tutti quegli anni passati a rispondere alla posta dei lettori, seduto alla macchina da scrivere dei settimanali rosa come in un confessionale laico. Storie da raccontare, come va fatto e senza tante scuse. Lei lo dice con la solita semplicità, e sembra quasi facile. "il profano pensa che l'ispirazione sia qualcosa di magico (...). È molto bello pensare al poeta che guarda il cielo azzurro in attesa dell'ispirazione. Ma non è così. Si scrive quando si vuole e l'ispirazione, forse, non esiste. Come in tutte le cose bisogna soltanto aver voglia di scrivere, averne piacere. Anche per stirare un mucchio di biancheria, o per fare una maglia con i ferri bisogna averne voglia o piacere (...). A me piace scrivere". Bè, questo lo abbiamo visto. Come abbiamo visto il suo coraggio nel rapportarsi alla narrativa di genere e alle sue stesse regole. Entrando e uscendo dai canoni del giallo e del noir, contravvenendo alle regole, costruendo trame che riescono ad essere sempre avvincenti anche quando sono ingenue, come quelle di Raymond Chandler, permettendosi di abbandonarsi a sentimenti di estrema tenerezza anche nei racconti più duri, fino a scrivere decine e decine di romanzi rosa, centinaia di racconti d'amore, infischiandosene di qualunque etichetta e di qualunque norma, se non quella di scegliere il modo più giusto, la struttura narrativa più efficace per raccontare una storia. Perché sono importanti le storie. Lei lo dice con chiarezza, anche questo, in Io, Vladimir Scerbanenko, e lo dice con la tecnica del migliore autore di noir. Riceve una lettera da una lettrice che si vuole suicidare, lei gli risponde con tutta la forza di convinzione che uno scrittore può comunicare, le parole giuste, le motivazioni giuste, tutto, ma quella cerca di uccidersi lo stesso. Allora la letteratura è inutile? Allora scrivere, raccontare, criticare, denunciare, mostrare le contraddizioni e le ipocrisie della società come ha fatto lei, come fanno gli scrittori di noir, come facciamo noi, è completamente inutile? Ci sono rimasto male, quando ho letto quelle righe, ma poi, poco dopo, ecco il colpo di scena. "Un'altra volta sola sentii in una lettera lo stesso dilagante desiderio di morire". Lei le risponde, come l'altra volta, e la signora dice che la ringrazia ma che si ucciderà lo stesso. Lei continua a scriverle e la signora le risponde, dice che si uccide ma intanto continua a rispondere e "ancora l'anno scorso ho ricevuto una sua lettera. Questa volta le parole erano riuscite a fermare quel desiderio, la mano stesa davanti alla locomotiva aveva fermato il treno in corsa. Qualche volta accade, e allora penso che il mio mestiere di scrivere non è inutile". La saluto cordialmente e scusandomi ancora per il tempo che le ho fatto perdere la ringrazio dell'attenzione che ha voluto dedicarmi, suo Carlo Lucarelli |