il rosso e il giallo
cinema |
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Tirate sul pianista 
(Tirez sur le pianiste, F, 1960)
di François Truffaut. Con Charles Aznavour, Marie Dubois, Nicole Berger, Michelle Mercier, Albert Rémy
Un bravo pianista, ridottosi a suonare in infimi locali dopo il suicidio della moglie, si trova coinvolto in una brutta storia di malavita e ne uscirà non bene: perchè non è il tipico eroe dei film americani, ma uno qualsiasi. Nel suo secondo film Truffaut affronta di petto il poliziesco e ne ridicolizza i luoghi comuni: non per supponenza intellettuale (dedicherà a Hitchcock pagine bellissime) ma, al contrario, per mescolarlo con la realtà della gente comune. Un esercizio di stile ironico e raffinato, maturo, solido. Vero cinema. Da Goodis.  |
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Psyco 
(Psycho, USA, 1960)
di Alfred Hitchcock. Con Anthony Perkins, Vera Miles, Janet Leigh, Martin Balsam, John Gavin
Un'impiegata fugge con la cassa dell'ufficio ma ha la pessima idea di fermarsi in un solitario motel. Sulla sua scomparsa indagano prima un investigatore privato (che non avrà fortuna) e poi il fidanzato e la sorella, fino all'allucinante scoperta finale. La formidabile sequenza della doccia è tra le più celebri della storia del cinema, ma anche la scena della sedia girevole che ruota all'improvviso e mostra... Da un libro di Robert Bloch, un capolavoro che ha avuto tre mediocri seguiti e una fotocopia (1998).  |
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Il nostro agente all'Avana 
(Our Man in Havana, GB, 1960)
di Carol Reed. Con Alec Guinness, Maureen O'Hara, Ernie Kovacs, Noel Coward
Nella corrotta Cuba del dittatore Batista la situazione politica è in fermento ed il governo britannico è in cerca di informazioni. Un modesto venditore di aspirapolveri riesce a farsi assumere come agente e dato che le sterline di Sua Maestà gli fanno molto comodo s'inventa un sacco di balle, via via sempre più elaborate. Guinness è grandissimo in questo film tratto dallo splendido romanzo di G. Greene: con la sua candida ironia è certamente una spia più credibile e realistica dei futuri agenti in smoking e Aston Martin.  |
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Giungla di cemento 
(The Criminal o The Concrete Jungle, GB, 1960)
di Joseph Losey. Con Stanley Baker, Sam Wanamaker, Patrick Magee, Jill Bennett, Margit Saad
Uscito di galera, dov'era finito dopo un grosso colpo (e non senza aver nascosto il bottino), un rapinatore duro ma con una sua etica è costretto a rientrare nel giro: evade e si ritrova in un gioco assai complicato, con la polizia che lo bracca e i complici un tempo leali e ora interessati solo al malloppo. Tra claustrofobia penitenziaria e spietatezza urbana, la storia amara di un "angelo caduto che conserva una sua integrità morale in un universo depravato." (Morandini, Dizionario dei film, Zanichelli, 2008)  |
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Delitto in pieno sole 
(Plein soleil, F, 1960)
di René Clément. Con Alain Delon, Maurice Ronet, Marie Laforêt
Un giovane Ripley (la creatura centrale di P. Highsmith) è assoldato da un ricco americano per rintracciare il figlio trasferitosi in Italia: lo ritrova e resta incantato dal suo modo di vivere cinico e brillante; per godere di quella bella vita lo uccide, poi prende il suo posto e inizia una giostra di finzioni e sostituzioni, sempre più azzardate, e ogni volta che sta per essere scoperto Ripley uccide. L'identità altrui diventa una droga mortale, che, però, lo porterà lontano. Dove? Rifatto, bene, da A. Minghella (Il talento di Mr. Ripley, 1999).  |
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Fino all'ultimo respiro 
(À bout de souffle, F, 1960)
di Jean-Luc Godard. Con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Jean-Pierre Melville
Un ladro ruba un'auto dopo un colpo e nella fuga uccide un agente della stradale. Tornato a Parigi, e braccato dalla polizia, ritrova un'amica americana e cerca di convincerla a fuggire con lui in italia. Lieto fine? Ci mancherebbe altro. Opera prima di Godard, questo film "sul disordine del nostro tempo divenne il manifesto della Nouvelle Vague e, insieme con Hiroshima mon amour (1959) di Resnais, contribuì alla trasformazione linguistica del cinema negli anni '60, sfidando le regole canoniche della grammatica e della sintassi tradizionali." (Morandini)  |
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Il diabolico Dottor Mabuse 
(Die 1000 Augen des Dr. Mabuse, D, 1960)
di Fritz Lang. Con Wolfgang Preiss, Gert Fröbe, Peter Van Eyck, Andrea Checchi
Possibile che un'orrenda serie di crimini sia opera del dottor Mabuse, dato per morto molti anni addietro? L'ultimo film di Lang riprende il personaggio da lui portato sullo schermo quarant'anni prima (e poi nel 1933; altri faranno mediocri seguiti) e chiude il ciclo creativo del grande regista tedesco: l'espressionismo è un ricordo, ma ne resta il segno indelebile nelle atmosfere allucinate e frenetiche, rese ancora più avvincenti dalle acute intuizioni sul potere persuasivo e pervasivo dei mass media, e in particolare della televisione.  |
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Pagare o morire
(Pay or Die!, USA, 1960)
di Richard Wilson. Con Ernest Borgnine, Robert F. Simon, Zohra Lampert, Alan Austin
Primi anni del '900, a New York: un poliziotto di origine italiana, Giuseppe Joe Petrosino, è in prima fila contro la Mano nera, un'organizzazione criminale, particolarmente spietata, specializzata nel racket e che verrà poi soppiantata da Cosa Nostra. Una lotta difficilissima non solo per i metodi brutali con cui operavano i criminali ma anche per gli alti livelli di corruzione che garantivano protezioni e impunità. E a pagare sarà lo stesso Petrosino, ucciso da sicari della Mano Nera. Film non eccelso ma con una sua robusta dignità.  |
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Colpo grosso 
(Ocean's eleven, USA, 1960)
di Lewis Milestone. Con Frank Sinatra, Dean Martin, Peter Lawford, Sammy Davis jr., Angie Dickinson
I casinò di Las Vegas, i suoi ricchi caveau, una banda multicolore (il clan Sinatra al completo) ed efficientissima che progetta di svaligiarne addirittura cinque contemporaneamente: un piano perfetto, una bionda fascinosa, imprevisti di non poco conto. Un riuscitissimo mix di thriller e commedia brillante. "È la più divertente e simpatica compagnia di bricconi che si sia vista sullo schermo dopo quella dei Soliti ignoti (1958)." (Morandini) Remake nel 2001 con G. Clooney nel ruolo che fu di Sinatra.  |
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Il sicario
(I, 1960)
di Damiano Damiani. Con Sergio Fantoni, Alberto Lupo, Sylva Koscina, Belinda Lee, Andrea Checchi, Pietro Germi
Il lato oscuro del boom economico: un imprenditore sull'orlo del fallimento non vede altra via d'uscita che quella di eliminare il proprio principale creditore, e costringe un ex dipendente a compiere l'omicidio. Le rispettive vicende personali porteranno entrambi a un ripensamento profondo. Delitto e castigo. Sceneggiato con Cesare Zavattini, il film è ancora lontano dall'impianto tipico di Damiani (impegno civile e forza spettacolare), e si concentra sulle sfumature psicologiche, sulle atmosfere, sui riferimenti sociali e ambientali.  |
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L'assassino 
(I, 1961)
di Elio Petri. Con Marcello Mastroianni, Salvo Randone, Andrea Checchi, Micheline Presle, Loris Bazzocchi
Un antiquario viene accusato di aver ucciso l'ex amante e quindi si trova ad una svolta drammatica della propria esistenza: le riflessioni a cui inevitabilmente è costretto lo porteranno a conclusioni amare e senza prospettive. Il film d'esordio di Petri (e iniziano subito i guai con la censura) si rivela un'opera già matura, evidentemente frutto delle esperienze nel settore e dell'attenzione con cui il regista ha sempre guardato al cinema d'oltralpe. Mastroianni e Randone eccellenti.  |
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Asfalto che scotta 
(Classe tous risques, F, 1960)
di Claude Sautet. Con Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo, Sandra Milo
Abel, un rapinatore francese rifugiatosi in Italia per sfuggire alla giustizia, cerca di rimpatriare insieme alla propria famiglia, ma vengono scoperti e nel conflitto a fuoco moglie e figli muoiono. Arrivato fortunosamente a Parigi Abel si nasconde e riprende i contatti col proprio mondo: i vecchi compari lo abbandonano e solo un nuovo amico gli darà una mano, ma non basterà. Un vero noir, in mezzo a tante imitazioni, in cui si riprende il vecchio stile di conciliare con saggezza azione e psicologia.  |
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Assassinio sul treno 
(Murder She Said, GB, 1961)
di George Pollock. Con Margaret Rutherford, Arthur Kennedy, Muriel Pavlow
Inizio memorabile: Miss Marple assiste impotente a un delitto mentre è in treno: vede strangolare una donna sul convoglio che, per pochi attimi, viaggia affiancato al suo. Non creduta dalla polizia, con il solito acume ed aiutata da un vecchio amico, trova prima il cadavere e poi il colpevole. Primo dei quattro film in cui Margaret Rutherford impersona il fortunato personaggio di Agatha Christie. Per le sue interpretazioni poi sarà nominata Dame of the Order of the British Empire!  |
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La spia del secolo 
(Qui êtes-vous Monsieur Sorge?, F, 1961)
di Yves Ciampi. Con Thomas Holtzmann, Keiko Kishi, Hans Otto Meissner
Il tedesco Richard Sorge fu davvero la spia del secolo: trasferitosi in Giappone a metà anni '30, fingendosi fervente nazista frequenta i circoli diplomatici più esclusivi di Tokyo e acquisisce informazioni importantissime che trasmette alla sua patria ideale, l'URSS (la madre era russa e Sorge era comunista): dal quadro completo delle forze armate nipponiche fino ai dettagli (che Stalin ignorò) dell'Operazione Barbarossa. Purtroppo il film deforma la storia per scopi spettacolari, quando invece la realtà era molto più affascinante e misteriosa.  |
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Angeli con la pistola 
(Pocketful of Miracles, USA, 1961)
di Frank Capra. Con Glenn Ford, Bette Davis, Peter Falk, Thomas Mitchell, Arthur O'Connell, Hope Lange
Un gangster, particolarmente affezionato ad una vecchia mendicante, viene a sapere del ritorno negli USA della figlia della donna, fidanzata con un aristocratico e ignara delle condizioni materne: così organizza una serata di gran gala con barboni e malviventi travestiti da signori, e con veri ricchi costretti a partecipare. Ultimo film di Capra (e remake di un suo lavoro del '33), si regge sul formidabile mestiere del regista e su una schiera di bravi attori; una gradevole commedia in cui la cornice gangsteristica è poco più che un pretesto.  |
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La vendetta del gangster 
(Underworld U.S.A., USA, 1961)
di Samuel Fuller. Con Cliff Robertson, Dolores Dorn, Beatrice Kay, Paul Dubov
Anni prima gli hanno ucciso il padre e lui è intenzionato a vendicarsi: il tempo è passato e gli assassini sono diventati personaggi importanti, però lui è un duro e non si fa intimidire, eliminandoli con fredda determinazione. Ma è difficile che una storia del genere possa avere un finale consolatorio e tutto il film si svolge su un registro cupo, spietato, quasi shakespeariano, in cui la distinzione fra bene e male si perde senza scampo. Fuller, "il più 'elisabettiano' tra gli indipendenti di Hollywood" (Morandini) è un maestro nel coniugare azione e intelligenza.  |
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Crimen 
(I, 1961)
di Mario Camerini. Con Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Franca Valeri, Silvana Mangano
Un treno per Montecarlo e un variegato gruppo di italiani in viaggio, chi per rifarsi al casinò,
chi per liberarsi dal vizio, chi per... Quando un'anziana signora viene uccisa, in vario modo rimangono coinvolti
nell'indagine. Divertente tentativo di abbinare il giallo alla commedia all'italiana, con interpreti ben collaudati che compensano largamente una sceneggiattura abbastanza fragile. I remake, italiano (dello stesso regista, dieci anni più tardi) e americano (Once upon a Crime, 1992) , saranno decisamente superflui.  |
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La commare secca 
(I, 1962)
di Bernardo Bertolucci. Con Francesco Ruiu, Marisa Solinas, Allen Midget, Giancarlo De Rosa, Alfredo Leggi
Sulle rive del Tevere viene ritrovato il cadavere di una prostituta. I sospetti si concentrano subito su un balordo, un protettore, un soldatino, e due ragazzi di vita. Ciascuno di loro si proclama innocente e racconta la propria versione dei fatti. Clamoroso esordio, a 21 anni, di B. Bertolucci (già aiuto regista di Pasolini in Accattone), con un film aspro e dolente, proprio come le borgate romane dell'epoca. Liberamente tratto dall'ultimo capitolo di Ragazzi di vita, sceneggiatura di Pasolini e Sergio Citti.  |
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Il promontorio della paura 
(Cape Fear, USA, 1962)
di Jack Lee Thompson. Con Gregory Peck, Robert Mitchum, Martin Balsam
La tranquilla esistenza di un avvocato viene improvvisamente sconvolta dalla comparsa di un ex detenuto animato da un terribile spirito di vendetta, per una condanna dovuta - secondo lui - alla difesa inadeguata prestatagli a suo tempo dal legale. Così inizia a perseguitare ferocemente lui e la sua famiglia, in un angoscioso crescendo. Dal romanzo The Executioners di John D. McDonald. Rifatto egregiamente da Martin Scorsese nel 1991 (Cape Fear - II promontorio della paura). Da John MacDonald.  |
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I peccatori della Foresta Nera o Le tentazioni quotidiane
(Le diable et les dix commandements, F-I, 1962)
di Julien Duvivier. Con Jean-Claude Brialy, Michel Simon, Fernandel, Louis de Funés, Lino Ventura, Alain Delon
Un giornalista racconta a sua moglie la storia di una propria antenata, la marchesa di Brinvilliers, mandata al rogo nel '600 perché considerata una strega. Vanno nel castello dell'aristocratica, abitato dai suoi discendenti, e una di essi, che pare posseduta dallo spirito della strega, uccide il suocero, a sua volta discendente dell'inquisitore che ordinò il rogo. Il film riesce a mescolare piuttosto bene la commedia, il giallo e il fantastico: uno dei pochi di un qualche rilievo tratto da un'opera di J. Dickson Carr (Il cantuccio della strega).  |
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Il coltello nell'acqua 
(Nóz w Wodzie, PL, 1962)
di Roman Polanski. Con Leon Niemczyk, Jolanta Umecka, Zygmunt Malanowicz
Una coppia borghese in partenza per una gita in barca ha la splendida idea di portare con sè un giovane autostoppista: inevitabile il confronto tra i due maschi, che si contendono l'ammirazione femminile. E un coltello sarà lo strumento finale della competizione. Per definizione una barca può essere claustrofobica, e qui diventa il luogo non solo del conflitto "virile" ma anche dello svelamento di tutte le ipocrisie. Primo film di Polanski che racchiude molti dei temi che ancora lo ossessionano e già rivela un grande talento. 
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Lolita 
(Id., USA-GB, 1962)
di Stanley Kubrick. Con James Mason, Shelley Winters, Sue Lyon, Peter Sellers
Un professore di mezza età s'invaghisce perdutamente di un'adolescente un po' birichina e per starle vicino ne sposa la madre. Che non tarderà a capire come stanno le cose, tanto che il marito progetta di ucciderla. Desiste, e quando la donna muore in un incidente potrà finalmente stare con la ragazzina, che però lo mollerà per un altro. Un omicidio chiude la fosca vicenda. Raffinata e attenta trasposizione del celebre, e noiosissimo, romanzo di Nabokov. Mason e Sellers strepitosi.  |
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Agente 007, licenza di uccidere 
(Dr. No, GB, 1962)
di Terence Young. Con Sean Connery, Ursula Andress, Joseph Wiseman, Jack Lord, Bernard Lee
Abbiamo già detto che spy story e giallo... Dunque ecco il primo dell'interminabile serie 007: Connery resta il migliore, e solo Brosnan è altrettanto credibile; un velo pietoso sui vari orsacchiotti, Moore in primis; Craig è molto bravo, ma i suoi film in genere sono mediocri. Comunque Fleming è stato l'inventore della spy story moderna, quindi lode a lui. Questo film non solo apre una saga, ma riforma un genere (peraltro innescando una frenesia di pessime imitazioni). E per chi all'epoca era ragazzino vedere Ursula Andress uscire dall'acqua...  |
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"Il mio nome è Templar, Simon Templar." Ebbene sì, così si presentava, il Santo. E altre connessioni ci sono: il più famoso Templar è stato R. Moore, futuro e indegno erede di Connery nel ruolo di Bond, e Fleming sposò una cugina di quel L. Charteris creatore del Santo. 50 libri a partire dal 1928, una serie radiofonica, svariati film, la fortunata serie televisiva negli anni '60, altri film ancora, per un personaggio decisamente poco originale: ladro gentiluomo in perenne lotta con polizia e gangster, raffinato, tombeur de femmes, brillante, poliglotta, esperto di armi e di auto, ecc.. Ma Charteris ci sapeva fare: una scrittura piacevolissima, un senso dell'umorismo spesso irresistibile, storie quasi scontate ma con guizzi notevoli di originalità e di ritmo.  |
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Il buio oltre la siepe 
(To Kill a Mockingbird, USA, 1962)
di Robert Mulligan. Con Gregory Peck, Mary Badham, Philip Alford
Nell'Alabama degli anni '30 un giovane di colore è accusato di aver violentato una ragazza bianca. Nonostante l'avvocato difensore dimostri brillantemente l'innocenza del suo assistito, il processo si svolge in un clima assai ostile, e la sentenza, pronunciata da una giuria di soli bianchi, è di condanna. Il giovane fugge ma non avrà scampo. Il film viene realizzato in un periodo ancora fortemente segnato dalla discriminazione razziale ed è un ritratto molto coraggioso del peso dei pregiudizi. Dal romanzo di Harper Lee (1960), premio Pulitzer.  |
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Va' e uccidi 
(The Manchurian Candidate, USA, 1962)
di John Frankenheimer. Con Frank Sinatra, Lawrence Harvey, Angela Lansbury
Durante la guerra di Corea alcuni soldati americani, prigionieri al nord, subiscono un lavaggio del cervello mirato a un diabolico complotto: dovranno descrivere come un eroe un sergente che in realtà diventerà inconsapevolmente un killer; così, tornato in patria trionfalmente, potrà proseguire la già ben avviata carriera politica candidandosi alla vicepresidenza, uccidere il candidato presidente e subentrargli. Ma uno degli altri lentamente comincerà a ricordare ... Avvincente thriller fantapolitico che avrà un buon remake (J. Demme, 2004).  |
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Che fine ha fatto Baby Jane? 
(What ever Happened to Baby Jane?, USA, 1962)
di Robert Aldrich. Con Bette Davis, Joan Crawford, Maidie Norman, Victor Buono
Jane, ex bambina prodigio frustrata dagli insuccessi, vive da decenni in una vecchia casa con la sorella Blanche, già diva degli anni '30, paralitica dopo un incidente. Un perverso rapporto sadomasochistico che sfocia nella follia e nella morte violenta. "Gioco al massacro tra una vittima che diviene carnefice e un carnefice che si trasforma in vittima, in bilico tra il melodramma e l'horror, è un capolavoro del grand-guignol cinematografico, detestato da molti che lo considerano una vetta del Kitsch violento." (Morandini)  |
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Sherlock Holmes - La valle del terrore 
(Sherlock Holmes und das Halsband des Todes, D-I-F, 1962)
di Terence Fisher. Con Christopher Lee, Thorley Walters, Hans Söhnker, Senta Berger
Holmes ed il professor Moriarty si fronteggiano ancora: il genio del crimine ha riorganizzato la propria sordida congrega e ha deciso che rubare antichi tesori è molto sicuro e redditizio: stavolta ha messo gli occhi sulla collana di Cleopatra, ma troverà sulla propria strada un SH in gran forma. Che infatti nello scontro decisivo col suo irriducibile nemico... Un po' troppo liberamente ispirato a La valle della paura di Conan Doyle, ma con un Christopher Lee molto convincente nei panni di SH.  |
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Eva 
(Id., I-F, 1962)
di Joseph Losey. Con Jeanne Moreau, Stanley Baker, Virna Lisi, Lisa Gastoni, Riccardo Garrone
Uno scrittore inglese, che ha raggiunto il successo grazie a un plagio, a Venezia s'invaghisce di Eva, una squillo di lusso, diventando il suo schiavo. Dopo aver spinto la moglie al suicidio, medita di uccidere Eva: ne avrà ha il coraggio? Da un romanzo di James Hadley Chase, un film sui complessi e ambigui meccanismi di potere che regolano i rapporti fra i sessi. Ed è forse la prima volta che Venezia viene rappresentata al di fuori della cartolina: un bianco e nero struggente quasi contrapposto (o contiguo?) alla degradazione umana.  |
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Lo spione 
(Le doulos, F, 1962)
di Jean-Pierre Melville. Con Jean-Paul Belmondo, Serge Reggiani, Jean Desailly, Fabienne Dalì
La polizia infiltra uno dei suoi in una pericolosa banda di rapinatori, che però sospettano e cercano in tutti i modi di smascherarlo. Un noir arricchito dai ritmi tipici dei film americani, ma anche da un amaro sguardo sulla verità che troppo spesso è menzogna, e da un ritratto raffinato e malinconico dell'amicizia virile. La frase di Céline che fa da epigrafe (“Bisogna scegliere: morire ... o mentire?”) è in qualche modo l'essenza stessa del film. Reggiani più bravo di tutti. Dopo alcuni lavori mediocri, Melville va imponendosi come il maestro del polar.  |
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Divorzio all'italiana 
(I, 1962)
di
Pietro Germi. Con Marcello Mastroianni, Stefania Sandrelli, Leopoldo Trieste, Daniela Rocca, Lando Buzzanca
Un aristocratico siciliano s'invaghisce di una sedicenne e per liberarsi della moglie la spinge all'adulterio e poi la uccide: ma può contare sul Codice penale, che allora prevedeva il "delitto d'onore", e dopo pochi mesi il masculo siculo è libero di dedicarsi alla fanciulla. Un protagonista istrionico e sopra le righe come maschera indolente dell'indignazione civile di un Germi che guarda cinico e sornione quell'Italietta ipocrita e democristiana. Uno dei pochi esempi italiani di commedia noir intelligente, aspra, raffinata.  |
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Mafioso 
(I, 1962)
di Alberto Lattuada. Con Alberto Sordi, Norma Bengell, Ugo Attanasio, Cinzia Bruno
Mafioso di piccolo calibro, si è trasferito a Milano e cerca di integrarsi in quel nuovo tipo di ambiente. Ma viene richiamato in servizio per far fuori il membro di una famiglia rivale, a New York. Tutto giocato sull'ironia ed il paradosso, il film rischia talvolta di cadere nel macchiettismo, o di far prevalere la risata, magari amara, sulla riflessione. Ma la bravura di Sordi e la lucidità di Lattuada riescono a mantenere la storia sul registro agrodolce della commedia all'italiana di qualità.
"Ma alla fine, la risata si strozza in gola." (Scorsese)  |
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Operazione terrore 
(Experiment in Terror, USA, 1962)
di Blake Edwards. Con Glenn Ford, Stefanie Powers, Lee Remick, Roy Poole
Un'impiegata di banca riceve questo cortese invito: se non ruberà una forte somma di denaro sua sorella verrà uccisa. In più il ricattatore si comporta in modo molto inquietante. Riuscirà il nostro agente dell'FBI a sventare il diabolico piano? La domanda è retorica, ma Edwards riesce a non renderla del tutto scontata e, rinunciando nettamente al suo solito genere brillante, costruisce un equilibratissimo meccanismo a orologeria, dove tutto funziona a meraviglia (a partire dall'inizio del film, che si può vedere qui).  |
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Il delitto non paga 
(Le crime ne paie pas, F, 1962)
di Gérard Oury. Con Michèle Morgan, Edwige Feuillère, Danielle Darrieux, Annie Girardot, Philippe Noiret
Negli anni '60 ci fu un'ondata di film a episodi e in questo caso assistiamo a quattro storie indipendenti, ambientate in periodi e luoghi diversi. Al centro - oltre alla "morale" sintetizzata nel titolo - quattro personaggi femminili accuratamente disegnati proprio per creare atmosfere e situazioni ben differenziate. Malgrado l'esito drammaturgico non sia omogeneo e vi siano salti di qualità fra un episodio e l'altro, il risultato complessivo è piuttosto insolito e nient'affatto disprezzabile.  |
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La banda Casaroli 
(i, 1962)
di Florestano Vancini. Con Renato Salvadori, Jean-Claude Brialy, Tomas Milian, Mariella Zanetti, Gabriele Tinti
Bologna, fine anni '50: un balordo mette insieme una piccola banda ed insieme compiono numerose rapine in banca, senza farsi scrupolo di sparare e uccidere. L'Italia si sta riprendendo dopo i disastri della guerra, ma, appunto, c'è chi vuole crearsi il proprio personale boom, inseguendo miti violenti e individualistici. Esordio di Vancini che sa cogliere molto bene il clima dell'epoca (sia come quadro generale che nei dettagli) e non nasconde i debiti verso il noir francese. A sua volta aprirà la strada a Lizzani e Damiani.  |
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Un uomo da bruciare 
(I, 1962)
di Vittorio e Paolo Taviani, Valentino Orsini. Con Gian Maria Volonté, Lydia Alfonsi, Didi Perego, Spiros Focas
Salvatore è uno dei tanti emigrati siciliani che ha cercato fortuna sul continente e quando torna nella sua terra si batte con coraggio contro il caporalato e la mafia. Ma, come tanti, verrà spazzato via dalla violenza criminale (e dalle collusioni politiche). Liberamente ispirato alla vita del sindacalista socialista Salvatore Carnevale, uno dei primi film che affronta apertamente il tema dei rapporti mafia - Stato, mescolando con grande intensità il taglio quasi neorealista, il lirismo morale e l'efficacia di immagini penetranti.  |
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Salvatore Giuliano 
(I, 1962)
di Francesco Rosi. Con Frank Wolff, Salvo Randone, Renato Pinciroli, Massimo Mollica
Sicilia, 1950: il cadavere di Salvatore Giuliano, lo spietato esecutore della strage di Portella della Ginestra, giace in una pozza di sangue. Si conclude, apparentemente, una storia di banditismo, ma ancora è un mistero la storia di questo ribelle diventato uomo al centro delle trame che consentirono per decenni la sopravvivenza del regime democristiano colluso con la mafia. Forse il film più bello di quella stagione del cinema italiano che seppe coniugare in modo straordinario impegno civile e spettacolo, raffinatezza tecnica e capacità di analisi.  |
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I cinque volti dell'assassino 
(The List of Adrian Messenger, USA, 1963)
di John Huston. Con George C. Scott, Kirk Douglas, Dana Wynter
Dodici uomini morti misteriosamente nell'arco di cinque anni e una lista che li accomuna. Un funzionario dell'Intelligence Service indaga con tenacia e l'epilogo avverrà durante la più tradizionale caccia alla volpe nella campagna inglese. Burt Lancaster, Frank Sinatra, Tony Curtis, Robert Mitchum compaiono nei titoli di testa, ma non si vedono mai. O no? Da un romanzo di Philip MacDonald uno dei più bei polizieschi mai realizzati, con un John Huston in stato di grazia.  |
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La ragazza che sapeva troppo 
(I, 1963)
di Mario Bava. Con Valentina Cortese, John Saxon, Leticia Roman, Tiberio Murgia
Una turista americana a Roma è ospite di una vecchia signora e quando questa ha un malore la ragazza corre in cerca di aiuto, ma a Trinità dei Monti assiste ad un omicidio: non viene creduta e lei stessa dubita di quanto è accaduto, tuttavia si renderà conto che c'è un qualche cupo mistero quando scopre un ritaglio di giornale che descrive un omicidio identico a quello che effettivamente aveva visto. Si tratta in realtà di una serie di delitti le cui vittime sono in ordine alfabetico. Forse il primo vero poliziesco italiano.  |
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Landru 
(Id., F, 1963)
di Claude Chabrol. Con Charles Denner, Danielle Darrieux, Michèle Morgan, Hildegarde Neff
Simpatico modo per sbarcare il lunario: sedurre fanciulle benestanti, farsi nominare erede, e poi agevolare la loro dipartita; per l'ingombrante cadavere c'è un'ottima caldaia. Sembra Monsieur Verdoux, ma è una storia vera, che addirittura venne usata dal governo francese per distogliere l'opinione pubblica dagli scottanti problemi legati alla fine della 1a guerra mondiale. Chabrol si diverte un mondo a fare gelidamente a pezzi, non solo metaforicamente, le convenzioni e le pulsioni piccolo-borghesi, facendo risaltare ambiguità e ipocrisie.  |
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Assassinio al galoppatoio 
(Murder at the Gallop, GB, 1963)
di George Pollock. Con Margaret Rutherford, Robert Morley, Flora Robson
Durante le tradizionali corse dei cavalli nella cittadina di Milchester, immersa nella provincia inglese, muore il ricco signor Enderby. Le apparenti cause naturali del decesso non convincono affatto Miss Marple che, dopo indagini piuttosto movimentate, durante le quali rischierà essa stessa di venir assassinata, sarà in grado di ricostruire l'accaduto e di smascherare il colpevole. La vulcanica Margaret Il film non è poi granchè, ma Rutherford riesce come al solito ad essere simpatica e convincente.  |
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L'omicida
(Le meurtrier - Der Mörder, F-D, 1963)
di Claude Autant-Lara. Con Maurice Ronet, Robert Hossein, Marina Vlady, Yvonne Furneaux
Omicidio in un paesino della Costa Azzurra: una donna viene uccisa, e del delitto è sospettato un pover uomo assillato da una moglie nevrotica che, oltre a tutto, conserva ossessivamente tutti i ritagli di giornale che parlano dell'assassinio. Ma le indagini ed il processo porteranno al vero colpevole. Pur rinunciando alla violenza e alle cupe atmosfere metropolitane tipiche del noir, il film s'inserisce perfettamente nel genere, imperniato sui caratteri e sull'ambiente saturo di ambiguità.  |
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Maigret e i gangsters 
(Maigret voit rouge, F-I, 1963)
di Gilles Grangier. Con Jean Gabin, Françoise Fabian, Vittorio Sanipoli
L'ispettore Lognon vede assassinare un uomo a Montmartre, ma del cadavere si perde ogni traccia. Gli dà una mano a dipanare la faccenda il commissario Maigret: c'è di mezzo l'FBI, che non vuole intrusioni in quella che si rivela una resa dei conti tra gangster americani. Ma quando Maigret si mette in testa di indagare, chi lo ferma? Ultimo dei tre film con Gabin nei panni del celebre poliziotto. Manuel Vásquez Montalbán: "Gabin si è impadronito di Maigret come Bogart di Marlowe."  |
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Il fuggiasco  |
TV |
| (The Fugitive, USA, 1963-1967). Con David Janssen, Barry Morse, Bill Raisch |
Un medico, ingiustamente accusato di aver ucciso la moglie, riesce a fuggire e decide di mettersi sulle tracce del vero colpevole. Gerard, tenace poliziotto, gli dà la caccia. Il fuggitivo vaga per quattro anni da uno Stato all'altro vivendo avventure più o meno movimentate e cercando le prove della propria innocenza. Lo sbirro non molla ovviamente, ma se lo prendesse finirebbe il business, e così ci mette appunto quattro anni per mettergli le mani addosso. Però, colpo di scena... Serie in 120 episodi che ebbero un successo enorme, tanto che la puntata finale raggiunse, e mantenne fino al 1976, il record del telefilm più visto d'America, col 72% di share.  |
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Aveva iniziato nel 1959 come supporto a Giallo Club, ma il successo fu tale che il personaggio creato dalla coppia Casacci-Ciambricco, assunse vita autonoma: era il tenente Ezechiele Sheridan della Squadra Omicidi di San Francisco, interpretato da Ubaldo Lay: impermeabile alla Bogart, tono sbrigativo, sguardo penetrante, Sheridan divenne immediatamente popolarissimo, e l'ingenuità del neofita spettatore italiano (meno idiota, comunque, di chi oggi si beve i reality e i talk show a base di "casi umani") fece sì che sparisse il confine tra finzione e realtà, nel convincimento che il tenente Sheridan fosse un vero poliziotto. La serie televisiva, efficace anche se realizzata con mezzi limitati, andò in onda dal 1963 al 1972.  |
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| La sciarpa |
TV |
| regia: Guglielmo Morandi. Con Aroldo Tieri, Nando Gazzolo, Roldano Lupi, Franco Volpi, Francesco Mulè |
Se Sheridan fa storia a sè, nel '63 s'inaugura un capitolo fondamentale della tv italiana: si riprende anche per il giallo la formula degli sceneggiati, cioè gli adattamenti televisivi, a puntate, di romanzi più o meno famosi. E Durbridge sarà l'autore più frequentato: a questo primo titolo, infatti, seguiranno ben altri 9, oltre a quelli ripresi da altri scrittori (Simenon, Greene, Conan Doyle, Stout, Chesterton, Van Dine, Dürrenmatt, Collins, Borges&Casares, Dickson Carr). Trame spesso piuttosto convenzionali, che non spaventino troppo, ma che contribuirono in modo decisivo a far conoscere il giallo al grande pubblico.  |
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Anatomia di un rapimento 
(Tengoku to jigoku, J, 1963)
di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
È stato rapito il figlio di un industriale e gli si chiede un enorme riscatto: ovviamente lui è pronto a pagare, anche se questo sarà un colpo durissimo per le sue finanze. Ma quando si scopre che i criminali hanno sbagliato, sequestrando il figlio di un dipendente, l'uomo è in preda a dubbi atroci: pagherà? Le indagini si svolgono in una Tokyo torbida e violenta (il tit. originale significa appunto Paradiso e Inferno) e il film si concentra sull'intreccio fra contrasti sociali e drammi individuali. Da Due colpi in uno di McBain.  |
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La Pantera Rosa 
(The Pink Panther, USA, 1963)
di Blake Edwards. Con Peter Sellers, David Niven, Claudia Cardinale, Robert Wagner
Il regista aveva in mente una variante del ladro gentiluomo e affidò a D. Niven
la parte di Sir Charles Lytton, impegnato a rubare il celebre diamante "Pantera Rosa", in conflitto con un poliziotto catastrofico, interpretato da Sellers. Niven fu come al solito all'altezza, ma due comprimari gli rubarono la scena. Intanto la stessa Pantera Rosa: non il diamante, ma il personaggio animato della sigla iniziale, complice anche l'ormai celeberrima musica composta da H. Mancini.
E poi il grande Sellers, si capisce, anima dei successivi (e miglliori) film.  |
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Fu Manchu - A.S. 3 Operazione tigre 
(The Face of Fu Manchu, GB-D, 1963)
di Don Sharp. Con Christopher Lee, Nigel Green, Joachim Fuchsberger, Karin Dor, Howard Marion Crawford
Sir Nayland Smith, di Scotland Yard, l'irriducibile nemico di Fu Manchu, aveva assistito alla sua esecuzione, ma il succedersi di orribili delitti che portano il marchio della setta di Fu Manchu fa pensare che egli sia riuscito a sopravvivere. E ora minaccia Londra con un gas letale che può sterminare la città. Godibile mix di horror, poliziesco e fantascienza, il film rilancia il personaggio già impersonato da B. Karloff, e questa Spectre asiatica evoca paure che prenderanno corpo negli anni '90. Lee, al solito, bravissimo e cattivissimo.
Mediocri i seguiti. 
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Il corridoio della paura 
(Shock Corridor, USA, 1963)
di Samuel Fuller. Con Peter Breck, James Best, Gene Evans, Constance Towers, John Craig
Omicidio in un ospedale psichiatrico: un giornalista, che così spera di vincere il Pulitzer, decide di scoprire la verità: aiutato dalla fidanzata, con una messinscena si fa ricoverare e inizia a indagare, entrando in contatto sempre più ravvicinato coi pazienti e con una realtà al di là di ogni immaginazione. E conservare il proprio equilibrio sarà difficilissimo. Girato nell'epoca in cui si cominciava a denunciare la disumanità delle "istituzioni totali", il film, teso e violento, suscitò orrore e polemiche per la sua crudezza.  |
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Agente 007, dalla Russia con amore 
(From Russia With Love, GB, 1963)
di Terence Young. Con Sean Connery, Daniela Bianchi, Pedro Armendáriz, Lotte Lenya, Robert Shaw
007 deve sottrarre ai sovietici una macchina di decodificazione e si fa aiutare da una bella doppiogiochista, che però è in realtà al servizio (inconsapevole) della Spectre. Dopo ci sarà Goldfinger, e dopo ancora la deriva verso film sempre più improbabili, e lontani da I. Fleming. Questo è il migliore della serie, ed il più innovativo malgrado l'impianto tradizionale (peraltro non fedelissimo al libro), con pezzi memorabili: dal prologo alla lotta in treno, alla valigetta. Un po' troppo folklore, ma From Russia With Love è una colonna sonora perfetta...  |
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Sciarada 
(Charade, USA, 1963)
di Stanley Donen. Con Cary Grant, Audrey Hepburn, Walter Matthau, James Coburn
Una bella americana vive a Parigi con il marito. Lui viene ucciso e lei inizia a fare strani e pericolosi incontri, ma un affascinante connazionale si offre di aiutarla. Quando scopre che costui non è chi dice di essere, il panico è totale, ma... Per fortuna poi i cattivi si sbranano tra loro. Quasi tutto perfetto in questo gioiello che sembra Hitchcock e che si svolge con ottimo equilibrio fra thriller e commedia brillante: l'unico neo è una Parigi stereotipata, proprio come gli americani la vogliono. Musica (di H. Mancini) che fece epoca.  |
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Marnie 
(Id., USA, 1964)
di Alfred Hitchcock. Con Tippi Hedren, Sean Connery, Diane Baker, Louise Latham
Marnie è cleptomane: Mark, un ricco editore, lo sa ma la vuole sposare lo stesso. Quando scopre che è anche frigida, e che ha altre profonde paure, cerca in ogni modo di scoprire l'origine di tutti questi squilibri. La rivelazione avverrà in un drammatico incontro a tre: la madre della ragazza racconterà, con dolore e fatica, di un brutale trauma infantile. Un compiaciuto esercizio di stile in cui il regista inglese affronta i temi psicoanalitici a lui cari: con qualche semplificazione di troppo, e il film non è dei migliori.  |
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Assassinio a bordo 
(Murder Ahoy!, GB, 1964)
di George Pollock. Con Margaret Rutherford, Lionel Jeffries, Charles Tingwell
Sulla Battledore, nave scuola della Marina di Sua Maestà britannica, viene commesso un omicidio: per varie circostanze interviene Miss Marple, che vedremo anche in una fiammante uniforme. Prima di arrivare alla soluzione la battagliera vecchietta si imbatterà in altre due uccisioni e lei stessa rischierà di lasciarci la pelle. La sceneggiatura non fa riferimento ad un'opera particolare di Agatha Christie ma è stata scritta appositamente per l'istrionica e incontenibile Margaret Rutherford.  |
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Topkapi 
(Id., USA, 1964)
di Jules Dassin. Con Melina Mercouri, Peter Ustinov, Maximilian Schell, Akim Tamiroff
Una bella signora mette insieme una banda di malviventi per realizzare un colpo clamoroso: il furto di un pugnale con incastonato un preziosissimo diamante, conservato al museo Topkapi di Istanbul. Preparazione accurata, colpi di scena mozzafiato, imprevisti, e un errore fatale. Dal romanzo (1962) di Eric Ambler. Secondo Oscar a Ustinov, ma Mercouri incantevole. Ambientazione sapiente, col museo che affascina più della città, ma Istanbul fa comunque sognare una cena sul Bosforo..., vero, F.?  |
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Sei donne per l'assassino 
(I, 1964)
di Mario Bava. Con Cameron Mitchell, Eva Bartok, Thomas Reiner, Luciano Pigozzi
A Roma, in un atelier di alta moda cinque modelle sono uccise, una dopo l'altra, da un assassino con il viso coperto da un cappuccio bianco. Gli omicidi sono efferati ed il commissario Silvestri non riuscirà a venirne a capo: la soluzione si avrà semplicemente nelle scene finali, in cui vediamo l'assassino che si toglie il cappuccio. Una conclusione un po' troppo facile, che non ha molto senso e in netto contrasto con le regole di un giallo; ma il film, particolarmente violento, resta comunque uno dei pochi gialli italiani di qualche spessore.  |
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Contratto per uccidere 
(The Killers, USA, 1964)
di Don Siegel. Con Lee Marvin, Angie Dickinson, Ronald Reagan, John Cassavetes, Clu Galager
Due sicari professionisti eseguono il proprio incarico, ma qualcosa non torna: la vittima si è lasciata uccidere senza opporre resistenza. Uno dei due decide quindi di capire come stanno le cose e si ritroverà in mezzo a una vicenda molto complicata. Tratto da un racconto di Hemingway (già portato sullo schermo nel 1946), film duro, asciutto, dal ritmo sempre teso, nello stile tipico di un Siegel mai compassionevole. Fu l'ultimo film di Reagan e l'unico in cui fa il cattivo (poi lo farà in altro modo).  |
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Assassinio sul palcoscenico 
(Murder Most Foul, GB, 1964)
di George Pollock. Con Margaret Rutherford, Ron Moody, Charles Tingwell
Una compagnia teatrale è falcidiata da una serie di misteriosi omicidi. L'ispettore Craddock non sa dove sbattere la testa e Miss Marple, la vecchietta rompiballe, non esita a intervenire: si fa scritturare e, non ostante l'aperta ostilità della polizia, riuscirà ad arrivare alla soluzione del caso. Il film non è molto ben congegnato ed è meno divertente degli altri, ma pazienza: Margaret Rutherford ci piace troppo! Da Fermate il boia di A. Christie, in cui però il protagonista era Poirot.  |
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Quattro spie sotto il letto 
(Les barbouzes, F, 1964)
di Georges Lautner. Con Mireille Darc, Bernard Blier, Lino Ventura, Francis Blanche
La moglie di un trafficante d'armi, in possesso d'importanti brevetti, resta improvvisamente vedova, e ricca, e intorno a lei si scatena la bagarre di agenti di vari servizi che vogliono mettere le mani sui segreti del morto. Il film è francese, e dunque alla fine la spunterà l'agente francese, che, in quanto tale, naturalmente sedurrà la bella signora. Una delle poche riuscite parodie dei film di spionaggio, anche perché la brillante sceneggiatura è di Albert Simonin. Barbouze significa barba finta, una vecchia espressione per spia.  |
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Fantomas 70 
(Fantômas, F, 1964)
di André Hunebelle. Con Louis de Funès, Jean Marais, Mylène Demongeot, Jacques Dynam
Davvero irritante quando quell'incredibile cosa che è il cinema rovina una storia, e, per di più, con un gran successo di pubblico: perchè esattamente questo è accaduto con la pessima serie su Fantomas uscita tra il 1964 e il 1967. Due bravissimi attori, de Funès e Marais, impegnati in tre film che del grande e oscuro ciclo di Fantomas non erano neanche l'ombra dell'ombra: sì, qualche trovata divertente e avveniristica, ma per il resto commediole sgangherate, umorismo dozzinale, vicende scontate, suspense inesistente. |
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Bande à part 
(F, 1964)
di Jean-Luc Godard. Con Claude Brasseur, Sami Frey, Anna Karina, Louisa Colpeyn
Due amici per la pelle, "simpatiche canaglie e tipico esempio del disinvolto menefreghismo di moda tra i giovani francesi negli anni '60", s'innamorano della stessa ragazza e quando scoprono che sua zia nasconde in casa un bel malloppo decidono di fare il colpo. Ma tra equivoci e pasticci le cose si complicano e ci scappa il morto. "Un riuscito compendio del Godard prima maniera: beffardo e malinconico, è un dramma risolto in cadenze di commedia burlesca" (Morandini)  |
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Sette giorni a maggio 
(Seven Days in May, USA, 1964)
di John Frankenheimer. Con Burt Lancaster, Kirk Douglas, Fredric March, Ava Gardner, Martin Balsam
Distensione o no? Il Presidente dice di sì, ma il Capo di Stato Maggiore della Difesa non ne vuol sapere e prepara un colpo di stato. Il suo più stretto collaboratore, però, non ci sta e parla con la Casa Bianca. Forse il più bel thriller fantapolitico mai realizzato, in cui si mescolano i temi allora attualissimi dello scontro tra i due blocchi e quelli antichi della lealtà e del tradimento. Lancaster e Douglas fanno a gara a chi è più bravo e si muovono stupendamente in un'atmosfera angosciosa e tesissima.  |
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Agente 007, missione Goldfinger 
(Goldfinger, GB, 1964)
di Guy Hamilton. Con Sean Connery, Gert Fröbe, Honor Blackman, Harold Sakata, Desmond Llewelyn
Diabolico piano per mettere le mani nientemeno che sulla riserva d'oro degli USA custodita a Fort Knox e controllare così il mercato mondiale. Riuscirà 007 a sventare il crimine del secolo? Terzo (e ultimo per fascino) film della saga, in cui esplodono le diavolerie tecnologiche di Q e le invenzioni scenografiche, che poi diventeranno ridicolmente esagerate e stucchevoli. Ma qui furono davvero geniali (solo accennate nel libro) e, insieme alle musiche, hanno definitivamente consolidato il mito di Bond, James Bond.  |
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Maigret è stato più volte protagonista di film e serie televisive: tra quest'ultime la più riuscita è quella interpretata da Gino Cervi, protagonista anche di un film, Maigret a Pigalle (1967), che tuttavia non aveva certo lo stesso fascino della serie televisiva, peraltro realizzata con palese povertà di mezzi. La RAI la mandò in onda tra il 1964 ed il 1972, con la regia di Mario Landi (produttore A. Camilleri) e l'interpretazione di Cervi e Andreina Pagnani, affiancati da numerosi bravi attori. Gli stessi francesi (!) dovettero ammettere che quel Maigret era superbe, tant'è che è ancora ritenuto uno dei migliori in assoluto (e Simenon, che pure amava Gabin, concordava). Una pietra miliare della tv italiana, e forse solo Montalbano ha raggiunto una qualità così alta.  |
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Sì, non è propriamente un giallo, sta in quella twilight zone fra il poliziesco e l'horror, sta dove vi pare, ma... Quando la RAI, nel 1966, trasmise Belfagor ovvero Il fantasma del Louvre, la Paura entrò in milioni di case e la tivvù non fu più la stessa: da scudocrociato scatolotto consolatorio-pedagogico divenne anche il possibile veicolo di oscurità e inquietudini. Belfagor (Belphégor ou Le fantôme du Louvre), tratto dall'omonimo romanzo di Arthur Bernède, è stato prodotto dalla tv francese nel 1965, ed è andato in onda in Italia nel 1966, in quattro episodi, poi replicati. Regia di Claude Barma. Con Juliette Gréco, René Dary, François Chaumette, Yves Rénier, Sylvie, Christine Delaroche; nel ruolo del fantasma il mimo
Isaac Alvarez.  |
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| I pugni in tasca 
(I, 1965)
di Marco Bellocchio. Con Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masé, Liliana Gerace
Dice: ma basta che ci sia un morto ammazzato e lo mettono qui anche se...? Sì, perché tra gli infiniti omicidi, per denaro, gelosia, ecc., ci sono quelli della follia, non patrimonio esclusivo di fantasiosi serial killer. Qui, infatti, l'assassino è un giovane borghese, mentalmente sconvolto, oltre che epilettico. Non ne può più della madre cieca e la uccide (in una sequenza agghiacciante), e farà altrettanto con un fratello ritardato. Ma la sorella... In realtà un film estremamente complesso, nella sua gelida semplicità, un capolavoro che scardinò il cinema italiano.  |
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Il collezionista 
(The Collector, USA, 1965)
di William Wyler. Con Terence Stamp, Samantha Eggar
Un collezionista di farfalle, un po' fuori di testa, s'invaghisce di una ragazza: la rapisce e la tiene prigioniera nella cantina della sua casa isolata. La tratta come una farfalla rara e meravigliosa e promette di liberarla quando si sarà innamorata di lui, ma lei è pronta a tutto pur di fuggire. Da un romanzo di John Fowles, "angosciante e perverso psicothriller claustrofobico" (Morandini) che non concede nulla alla macelleria e aggredisce lo spettatore con le sue atmosfere soffocanti.  |
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Chiamata per il morto 
(The Deadly Affair, GB, 1965)
di Sidney Lumet. Con James Mason, Harriet Andersson, Maximilian Schell, Simone Signoret
Un alto funzionario dello spionaggio britannico viene trovato morto: pare un suicidio ma un suo collega, George Smiley, ha l'incarico di indagare, anche perché pare che il morto avesse, in gioventù, pericolose simpatie di sinistra. Varie circostanze portano Smiley a dubitare fortemente del suicidio e infatti... Tratto dal primo libro di le Carré, il film è in bilico tra poliziesco e spy story, e rispecchia abbastanza fedelmente il mondo ambiguo e antieroico creato dal grande scrittore. James Mason è bravo, ma poi verrà sir Alec...  |
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Ipcress 
(The Ipcress File, GB, 1965)
di Sidney J. Furie. Con Michael Caine, Guy Doleman, Nigel Green, Sue Lloyd
Uno scienziato viene rapito e i servizi britannici affidano l'incarico di ritrovarlo all'agente Palmer: non è proprio un esempio di diligenza, ma conosce il mestiere e dovrà addirittura fare i conti col lavaggio del cervello a cui lo sottopongono i cattivi. Da The Ipcress File (1962) di Len Deighton, un film di spionaggio che si discosta nettamente dal modello Bond e, senza rinunciare a un solido meccanismo spettacolare, offre un ritratto intenso e realistico del complesso mondo delle spie.  |
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La spia che venne dal freddo 
(The Spy Who Came In from the Cold, GB, 1965)
di Martin Ritt. Con Richard Burton, Oskar Werner, Claire Bloom, Peter Van Eyck, Robert Hardy
Un agente segreto britannico va in missione nella Germania dell'Est: l'obiettivo è mettere fuori gioco un pericoloso avversario, ma le cose sono più complicate e, come sempre nello spionaggio, niente è come sembra. Realizzato contemporaneamente a Ipcress, un altro film che contrasta egregiamente il filone spionistico di taglio meramente spettacolare, sottolineando l'ambiguità del "grande gioco" e rinunciando al facile manicheismo. Dal romanzo (1963) di John le Carré.  |
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Mata Hari, agente segreto H 21
(Mata Hari - Agent H21, F, 1965)
di Jean-Louis Richard. Con Jeanne Moreau, , Claude Rich, Frank Villard
Durante la prima guerra mondiale, a Parigi, una celebre danzatrice fa la spia per i tedeschi, ma l'amore per un ufficiale sarà la sua rovina. Liberamente tratto dalla vera, e assai più complicata, storia di Mata Hari, il film è decisamente più bello di quello con G. Garbo (1932): pur non rinunciando agli effetti spettacolari e all'inevitabile melodramma, riesce a dare un quadro piuttosto realistico della vicenda spionistica e del suo intrecciarsi con i destini personali. Moreau tutt'altro che glaciale.  |
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Rapina al sole 
(Par un beau matin d'été, F, 1965)
di Jacques Deray. Con Jean-Paul Belmondo, Geraldine Chaplin, Gabriele Ferzetti, Sophie Daumier, Adolfo Celi
Una strana banda, guidata da fratello e sorella, progetta un grosso colpo: il sequestro della figlia di un miliardario. Non senza problemi riescono finalmente a realizzare l'impresa e poi a mettere le mani sul riscatto, ma i contrasti e l'avidità, come sempre, manderanno tutto all'aria. Dal romanzo One Bright Summer Morning (Mezzanotte di fuoco, 1983) di James Hadley Chase un noir ben gestito da un professionista del genere che sa scegliere e dirigere una buona squadra di attori.  |
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Vagone letto per assassini 
(Compartiment tueurs, F, 1965)
di Constantin Costa Gavras. Con Yves Montand, Simone Signoret, Michel Piccoli, Jacques Perrin
I passaggeri di uno scompartimento ferroviario vengono uccisi uno dopo l'altro ed il colpevole è sicuramente uno degli altri viaggiatori. La polizia indaga faticosamente ma alla fine riuscirà a scoprire la ragione di queste morti e a fermare l'assassino. Film d'esordio di Costa Gavras che ha l'accortezza di non restare imprigionato dal noir così frequentato in quel periodo e di costruire una trama in cui ben si mescolano il poliziesco claustrofobico e la commedia amara. E gli attori rispondono egregiamente.  |
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Agente Lemmy Caution: missione Alphaville 
(Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution, F-I, 1965)
di Jean-Luc Godard. Con Eddie Constantine, Akim Tamiroff, Anna Karina, Howard Vernon, Jean-Pierre Léaud
Missione difficilissima per L. Caution: addirittura su Alphaville, capitale di un altro pianeta, governata rigidamente da un supercomputer che proibisce nel modo più assoluto, pena la morte, l'espressione di qualsiasi sentimento. Riprendendo il personaggio di P. Cheney, già portato mediocremente sullo schermo, Godard affronta con esplicita ironia, mescolandoli, due generi pulp: sì, ci sono la città senz'anima, l'individuo umiliato, e molti hanno apprezzato questo gelido sarcasmo, condito da innumerevoli citazioni, ma il risultato pare un divertissement pasticciato.  |
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Il bandito delle undici 
(Pierrot le fou, F, 1965)
di Jean-Luc Godard. Con Jean-Paul Belmondo, Anna Karina, Dirk Sanders, Raymond Devos, Graziella Galvani
Nauseato dalla propria vita Pierrot abbandona moglie e figli e, dopo un omicidio, fugge con l'amante. Che però si rivela birichina e lui... "Film che conclude pirotecnicamente la 1ª fase dell'itinerario di Godard con un'ultima, dolorante affermazione romantica che è anche una disperata dichiarazione di disorientamento. Film d'emozioni e di sentimenti in cui, però, la provocatoria sprezzatura narrativa e il ricorso accanito alle citazioni e ai collage escludono ogni partecipazione simpatetica dello spettatore. Poema cinematografico, grido di rivolta." (Morandini)  |
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Il commissario Pepe 
(I, 1965)
di Ettore Scola. Con Ugo Tognazzi, Giuseppe Maffioli, Silvia Dionisio, Marianne Comtell, Elsa Vazzoler
Metà anni '60: in una città del Veneto "bianco" ad un serio ma disincantato commissario di P.S. viene affidato l'incarico di condurre un'inchiesta apparentemente di routine su alcuni peccatucci da buoncostume. Si ritroverà, invece, a scoperchiare una pentola zeppa di notabili corrotti e puttanieri, e dall'alto intervengono i pompieri. Da un maestro del nostro cinema uno sguardo feroce sul perbenismo dell'Italietta democristiana attraverso gli occhi sornioni e intelligenti di Tognazzi. |
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La decima vittima 
(I, 1965)
di Elio Petri. Con Marcello Mastroianni, Ursula Andress, Elsa Martinelli, Salvo Randone, Massimo Serato
In una surreale Roma degli anni duemila si svolge, regolato da un potente computer, il round mortale di un gioco per supericchi: che pagano una fortuna per partecipare alla Grande Caccia, in cui la preda è un altro concorrente che si gioca la pelle per un bel po' di soldi. Qui la cacciatrice, ben decisa a conquistare il primato, è una bionda di molto cattiva. Dal racconto di fantascienza La settima vittima (1954) di Robert Sheckley, Petri si diverte a costruire un noir assai ben congegnato in cui confluiscono grottescamente generi e umori i più diversi.  |
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Thrilling 
(I, 1965)
di C. Lizzani, E. Scola, G. Polidoro. Con Nino Manfredi, Walter Chiari, Alberto Sordi, Sylva Koscina, Tino Buazzelli
Tre storie (è il periodo dei film a episodi) tra il macabro e il grottesco: un insegnante convinto che la moglie voglia ucciderlo, un ingegnere uxoricida perché stufo di essere tormentato, un automobilista costretto a passare la notte in una locanda inquietante. Due grandi registi (Polidoro ebbe fama solo con Il diavolo) si divertono a mescolare la commedia all'italiana con il racconto nero, ma la bilancia pende nettamente sul versante umoristico, ancorché amaro. Film intelligente ed esilarante, con attori quasi sempre eccellenti.  |
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Sette uomini d'oro 
(I, 1965)
di Marco Vicario. Con Philippe Leroy, Gastone Moschin, Rossana Podestà, Renzo Palmer, Giampiero Albertini
Lavori stradali nel pieno centro di Ginevra, proprio vicino ad una ricca banca... E infatti si tratta di un'astuta messa in scena per penetrare nel caveau e mettere le mani su sette tonnellate di lingotti d'oro. Poi ci penserà il diavolo a metterci la coda. Un colpo grosso all'italiana, pieno di brio e di trovate intelligenti, tanto da essere uno dei pochi film italiani brillanti ad aver avuto un successo internazionale. Il seguito sarà inevitabilmente molto meno originale e divertente.  |
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Repulsione 
(Repulsion, GB, 1965)
di Roman Polanski. Con Catherine Deneuve, Yvonne Furneaux, Ian Hendry, John Fraser
Carol è una giovane donna che apparentemente conduce una vita normale ma che in realtà è in preda a oscure ossessioni: che esplodono quando la sorella di lei - vivono insieme - va a fare un viaggio. La follia di Carol non ha più limiti e si concentrerà sulla morte degli uomini che l'avvicinano. Uno psicothriller angosciante in cui Polanski fa di una bravissima Deneuve il prototipo della confusione umana che a contatto col conformismo si trasforma in odio, sottile e devastante, innocente e senza pietà.  |
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Bunny Lake è scomparsa 
(Bunny Lake is Missing, GB, 1965)
di Otto Preminger. Con Laurence Olivier, Keir Dullea, Carol Lynley, Noel Coward
Una mamma va come ogni giorno a prendere la figlia a scuola ma la bambina è scomparsa, anzi, pare addirittura che non sia mai esistita. La donna precipita nell'angoscia totale ma naturalmente non si arrende e farà di tutto - aiutata dal fratello e da un poliziotto di Scotland Yard - per ritrovare la figlia. Dietro alla sparizione, però, si nascondono verità inconfessabili che Preminger insinua con grandissima abilità, in un crescendo di sospetti e di paure, sino al tesissimo finale hitchockiano.  |
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Cincinnati Kid 
(The Cincinnati Kid, USA, 1965)
di Norman Jewison. Con Steve McQueen, Edward G. Robinson, Ann Margret, Karl Malden, Joan Blondell
New Orleans, anni '30: Cincinnati Kid è il miglior giocatore di poker in circolazione, ma quando rientra nel giro il vecchio Lancey le cose si complicano: inevitabile il confronto finale tra i due, in una memorabile partita che resta la pagina migliore di quello che è un classico del cinema americano, il gioco d'azzardo. In realtà tutto il film è centrato su questa sfida e l'abilità di Jewison sta proprio nel non aver appesantito tutto il resto, ovvero nell'aver ricostruito con acutezza e cura dei particolari atmosfere e caratteri.  |
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Dieci piccoli indiani 
(Ten Little Indians, GB, 1965)
di George Pollock. Con Hugh O'Brian, Shirley Eaton, Mario Adorf, Wilfrid Hyde-White, Dalih Lavi
Una delle trame più avvincenti di Dame Agatha, più volte portata sullo schermo con varianti sul luogo della vicenda e sul finale. Dieci persone sono invitate a trascorrere alcuni giorni in un'isolata villa di montagna: il padrone di casa non si fa vedere e comunica in modo misterioso. Quando, uno dopo l'altro, gli ospiti cominciano a venir uccisi, i sopravvissuti si sospettano reciprocamente e cercano di scoprire il mistero, sperando di scamparla, non riuscendoci: e muoiono tutti. Ma... Il finale è sconvolgente.  |
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Mirage 
(Id., USA, 1965)
di Edward Dmytryk. Con Gregory Peck, Walter Matthau, Diane Baker, Kevin McCarthy, Leif Erickson
Uno scienziato che ha fatto una clamorosa scoperta perde la memoria e cerca in tutti i modi di ricomporre la propria esistenza: si ritroverà al centro di un complicato e violento intrigo e l'intervento di un investigatore privato sarà decisivo. Una New York completamente al buio in seguito ad un black out è la cornice cupa e minacciosa di una vicenda tesa, dominata da una suspense di sapore inconfondibilmente hitchcockiano. Peck e Matthau in un'accoppiata insolita ed efficacissima.  |
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Blow-up 
(I, 1966)
di Michelangelo Antonioni. Con David Hemmings, Vanessa Redgrave, Sarah Miles, Jane Birkin, Peter Bowles
Un giovane fotografo londinese pensa che in alcuni scatti realizzati in un parco vi siano le prove di un delitto e cerca di capire (anche ingrandendo - blow up - le foto): qual è la realtà catturata dall'obiettivo? E la sua ambiguità forse è ancora meno irreale di quella che sembra la normalità quotidiana. Il finale, indimenticabile, lascia quasi tutto in sospeso. Un capolavoro che ha fatto epoca e che, pur non prefigurando le esplosioni di rabbia di Zabriskie Point, dà il segno dell'inquietudine che percorre l'Occidente in quella decisiva metà degli anni '60.  |
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Svegliati e uccidi (Lutring) 
(I, 1966)
di Carlo Lizzani. Con Robert Hoffman, Gian Maria Volonté, Lisa Gastoni, Marco Mariani
Luciano Lutring fu protagonista di alcune clamorose rapine nella Milano dei primi anni '60: la stampa ne fece quasi un mito, ribattezzandolo "il solista del mitra", ma in realtà era un delinquente qualsiasi, forse più in gamba di altri, ma sempre un balordo da strapazzo. Lizzani toglie alla vicenda il (falso) sapore avventuroso e ne ricostruisce asciuttamente la vera dimensione: il boom, la voglia di soldi facili, la povertà culturale, le nuove realtà urbane. Volontè rischia sempre di rubare la scena al protagonista.  |
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Detective's Story 
(Harper, USA, 1966)
di Jack Smight. Con Paul Newman, Lauren Bacall, Shelley Winters, Janet Leigh
II detective privato Lew Harper è ingaggiato da una donna, ricca e bella, perché indaghi sulla misteriosa scomparsa del marito: fuga d'amore o rapimento? Fatto sta che Harper lo ritrova cadavere e finisce invischiato in una brutta storia, in cui quasi nulla è come sembra e, come al solito, il denaro è il motore di tutto. Dal romanzo Bersaglio mobile (dove Harper si chiama Archer) di Ross Macdonald. Sarà seguito dallo scialbo Detective Harper: acqua alla gola (S. Rosenberg, 1976).  |
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Quiller memorandum 
(The Quiller Memorandum, GB, 1966)
di Michael Anderson. Con George Segal, Alec Guinness, Max von Sydow, George Sanders, Senta Berger
In piena guerra fredda, in una Germania ubriacata da un travolgente sviluppo, s'intrecciano interessi economici e nostalgia per Hitler ed i servizi britannici cercano di far luce su una pericolosa organizzazione neonazista. Un agente si troverà in mezzo ad una storia complicata, con un'affascinante donna che forse lo aiuta o forse no. L'acuta sceneggiatura di Harold Pinter evita accuratamente i cliché e porta la storia - interpretata da attori in gran forma - su un registro quasi surreale. 
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Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide! 
(Le deuxième souffle, F, 1966)
di Jean-Pierre Melville. Con Lino Ventura, Paul Meurisse, Marcel Bozzuffi, Raymond Pellegrin
L'azione non manca: un'evasione spettacolare, uno spietato regolamento di conti tra bande rivali, una rapina a un furgone blindato carico di platino, sparatorie senza risparmio e una carneficina finale. Ma se Melville è uno dei pochi registi europei capaci di misurarsi con i classici americani, è anche bravissimo a sfumare i toni, ad asciugare i dialoghi, a dare alla vicenda frenetica un ritmo quasi sincopato, con pause raffinatissime. "Un polar che Melville eleva al rango di tragedia moderna." (Morandini) 
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Fahrenheit 451 
(Id., F-GB, 1966)
di François Truffaut. Con Oskar Werner, Cyril Cusack, Julie Christie, Anton Diffring
Sì, è un film di fantascienza (e uno dei più belli, da un grande romanzo di Ray Bradbury), ma si svolge quasi come un poliziesco: in un futuro dove l'unica fonte di sapere è la televisione, e leggere e possedere libri è un reato grave, scovare e bruciare i libri è il compito dei pompieri. Uno di essi, però, ha una crisi di coscienza (non condivisa dalla moglie) e avvia una doppia vita, inquisitore e fuorilegge. Finale di uomini lib(e)ri. Un film (il primo a colori di Truffaut) che è un atto d'amore per la letteratura, e per l'inganno, se può aiutare ad essere più liberi.  |
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Il sipario strappato 
(Torn Curtain, USA, 1966)
di Alfred Hitchcock. Con Paul Newman, Julie Andrews, Lila Kedrova, Günter Strack, David Opatoshu
Uno scienziato americano finge di passare "dall'altra parte" e va a Berlino Est, accolto trionfalmente: il suo scopo è scoprire certi segreti missilistici. Il film riprende gli stereotipi sulla guerra fredda e non sembrerebbe neanche Hitchcock, se non fosse per le solite zampate geniali. Un angoscioso pedinamento in un museo labirintico, e l'uccisione di una spia: una scena interminabile, cruenta, complicata, grottesca. Hitch rivelò a Truffaut di aver voluto dimostrare quanto in realtà sia difficile uccidere se non si è del mestiere...  |
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Funerale a Berlino 
(Funeral in Berlin, GB, 1966)
di Guy Hamilton. Con Michael Caine, Oscar Homolka, Eva Renzi, Paul Hubschmid
Quello che nel libro di Deighton è l'agente senza nome, qui, come in Ipcress, è Harry Palmer: che deve organizzare la defezione di un alto ufficiale del KGB. Ma ci sono di mezzo il muro di Berlino, un agente doppiogiochista, il Mossad e pure la malavita. Se nel romanzo la complessità della trama ha modo di dipanarsi in modo convincente qui la carne al fuoco è davvero troppa. Ma Caine è perfetto nel ruolo dell'agente capace e indisciplinato, e i suoi duetti con Homolka sono da vero cinema. 
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Modesty Blaise, la bellissima che uccide 
(Modesty Blaise, GB, 1966)
di Joseph Losey. Con Monica Vitti, Dirk Bogarde, Terence Stamp, Alexander Knox, Rossella Falk, Scilla Gabel
Bella, ricca, abile, spericolata, offresi a servizi segreti per missione difficilissima. Astenersi perditempo. Peccato che un'opera del grande Losey possa riassumersi così, ma qui siamo davvero a livelli imbarazzanti: un film che vorrebbe essere una parodia del cinema spionistico anni '60 tutto azione, cade poi nell'imitazione e ne viene fuori un fumettaccio. Mentre il fumetto di P. O'Donnell una sua fisionomia ce l'aveva. E M. Vitti sembra che stia recitando una mediocre commedia all'italiana, senza nemmeno la procacità della Modesty originale.  |
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Il ladro di Parigi 
(Le voleur, F, 1966)
di Louis Malle. Con Jean-Paul Belmondo, Geneviève Bujold, Françoise Fabian, Marlène Jobert
Nella Parigi di fine '800 un giovane viene derubato di tutte le sue sostanze dal tutore. Per vendicarsi commette un furto, che gli riesce particolarmente bene, e quindi decide di dedicarsi a questo mestiere, divenendo un vero esperto. L'amore per una ricca fanciulla rischia di condurlo sulla retta via, ma "il primo furto non si scorda mai" e continuerà. Feuilleton solo in superficie, perché con il grande Malle Belmondo riesce quasi ad essere bravo, nella propria solitudine ai confini con la rivolta verso la corrotta società borghese.  |
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Poirot e il caso Amanda 
(The ABC Murders, GB, 1966)
di Frank Tashlin. Con Tony Randall, Anita Ekberg, Robert Morley
A Londra si verifica una sequenza di omicidi, tutti accomunati da uno strano filo conduttore: i nomi delle vittime si susseguono in ordine alfabetico. L'affascinante Amanda si dichiara colpevole, ma Hercule Poirot non è convinto, e infatti la verità è tutt'altra. Tony Randall è un efficace Poirot, ma spesso esagera nel macchiettismo e rischia più che altro di assomigliare a Clouseau... Senz'altro da preferire le interpretazioni di Finney o di Ustinov, e anche del Suchet televisivo.  |
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Vidocq 
(Vidocq, F, 1967)
di Georges Neveux e Marcel Bluwal. Con Bernard Noël, Alain Mottet, Genevieve Fontanel |
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Vidocq era davvero un ex detenuto diventato capo della polizia di Parigi nella prima metà dell'800 e su questo personaggio vi furono numerosi adattamenti televisivi e cinematografici: questa serie, andata in onda alla fine degli anni '60 e a cui seguirà quella interpretata da Claude Brasseur nel 1971, è un ottimo mix di poliziesco e commedia, condotto con un ritmo che nelle pur pregevoli serie televisive italiane è ancora di là da venire. Poi, nel 2001, anche Dépardieu in un film assai più cupo.
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Nick mano fredda 
(Cool Hand Luke, USA, 1967)
di Stuart Rosenberg. Con Paul Newman, George Kennedy, Harry Dean Stanton, Lou Antonio
Nelle prigioni americane la durezza è la regola, e Nick lo sa: ma, finito in galera per il suo spirito ribelle, anche lì non rinuncerà alla propria indole. Si scontra con le guardie, con scaltrezza afferma una sua dignità in mezzo agli altri detenuti, evade, viene ripreso, scappa ancora, finché... Il filone carcerario è tipico del cinema USA e questa è in assoluto una delle opere migliori, con un equilibrio sorprendente fra avventura, humour e violenza. Il Newman più bello, irriverente, e bravo, che si sia mai dato di vedere.  |
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Ad ogni costo 
(I, 1967)
di Giuliano Montaldo. Con Edward G. Robinson, Klaus Kinski, Adolfo Celi, Janet Leigh, Robert Hoffman
Una banda agguerrita, un grosso carico di diamanti, una rapina organizzata nei minimi particolari ed eseguita a regola d'arte. Ma come al solito ci si mette di mezzo il caso e c'è il colpo di scena finale. Anzi, due. I critici hanno crocefisso l'ottimo Montaldo (Tiro al piccione, Gott mit Uns, Giordano Bruno, Sacco e Vanzetti) per un film così convenzionale, ma se fosse stato un americano o un francese nessuno si sarebbe scandalizzato. Oltre a tutto la storia funziona perfettamente e regge bene il confronto con analoghi, dignitosi prodotti stranieri.  |
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James Bond 007 - Casino Royale 
(Casino Royale, GB, 1967)
di V. Guest, K. Hughes, J. Huston, J. McGrath, R. Parrish. Con D. Niven, P. Sellers, W. Allen, U. Andress, O. Welles
Il mondo dello spionaggio internazionale è devastato dalle azioni di una misteriosa organizzazione ed i capi dei vari servizi si rivolgono al vecchio J. Bond, in pensione, perché risolva le cose. E poi la trama impazzisce. I produttori che hanno acquisito i diritti sui libri di Fleming non sono riusciti ad accaparrarseli tutti e questo film è fuori serie: un tentativo malriuscito di parodia che puntava alla sovrabbondanza (di attori, di registi, di trovate, di colpi di scena, di ironia) per rivaleggiare maliziosamente con il "canone" bondiano. Un'occasione persa.  |
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Il cervello da un miliardo di dollari 
(Billion Dollar Brain, GB, 1967)
di Ken Russell. Con Michael Caine, Karl Malden, Ed Begley, Oscar Homolka, Karl Malden, Françoise Dorléac
Un miliardario texano leggermente anticomunista investe una fortuna in un folle progetto: l'intervento di un proprio esercito privato nelle repubbliche baltiche per provocare la reazione dell'URSS e scatenare la guerra mondiale. L'agente Palmer si troverà a collaborare con un vecchio nemico del KGB per scongiurare la catastrofe. Il talento visionario di Russell vira troppo sul surreale e tradisce senza uno scopo preciso il quadro angoscioso e (a posteriori) non del tutto assurdo del libro di Deighton. 
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Il 13° uomo
(Un homme de trop, F, 1967)
di Constantin Costa Gavras. Con Michel Piccoli, Jean-Claude Brialy, Charles Vanel, Bruno Cremer
Durante l'occupazione tedesca una formazione partigiana francese libera un gruppo di condannati a morte: dovrebbero essere dodici, ma ce n'è uno in più: chi? E, soprattutto, è forse una spia nazista infiltrata? La prevalenza del tema bellico non soffoca del tutto il meccanismo a enigma, anzi, la vitale ricerca di un colpevole in una cerchia ristretta viene talvolta resa ancora più suggestiva dall'angosciosa atmosfera generale ben lontana dai canoni del poliziesco classico o del noir.  |
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Masquerade 
(The Honey Pot, USA, 1967)
di Joseph L. Mankiewicz. Con Rex Harrison, Cliff Robertson, Adolfo Celi, Susan Hayward, Capucine
Un riccastro, fingendo di essere in punto di morte, convoca nel suo palazzo veneziano le ex amanti, che ovviamente accorrono, con l'idea di accaparrarsi l'eredità. Non è ben chiaro lo scopo dell'uomo, e la vicenda si complica quando una delle donne viene uccisa. Mankiewicz è bravo come pochi a mescolare commedia e poliziesco, dirigendo i bravi attori in dialoghi serrati e brillanti come un consumato direttore d'orchestra. Una Venezia bella e malinconica, senza troppi sapori da cartolina.  |
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Senza un attimo di tregua 
(Point Blank, USA, 1967)
di John Boorman. Con Lee Marvin, Angie Dickinson, Keenan Wynn, John Vernon
Due amici, già colleghi di galera, fanno un colpo ai danni di una banda di gangster. Uno dei due, però, frega l'altro portandogli via il malloppo. Il derubato è un vero duro e si mette in caccia, ma deve fare i conti anche con la criminalità organizzata. Uno dei grandi noir, girato da un regista quasi esordiente che si rivela di notevole capacità nel costruire una storia dura e complicata e narrarla con fluidità e ritmo. Ottimo Marvin. Da The Hunter di D. E. Westlake - R. Stark. Nel 1999 il ben più modesto remake di B. Helgeland, Pay Back, con M. Gibson.  |
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Peter Gunn: 24 ore per l'assassino 
(Gunn, USA, 1967)
di Blake Edwards. Con Craig Stevens, Albert Paulsen, Laura Davon
La proprietaria di un bordello di lusso incarica l'investigatore privato Peter Gunn di provare che un gangster è il responsabile della morte violenta di un suo socio in affari loschi, ma il criminale, che stavolta è innocente, cattura Gunn e lo costringe a trovare entro 24 ore il vero colpevole. Ispirato a una serie TV dello stesso B. Edwards, "è un film manierista (con citazioni di O. Welles e S. Fuller) che ha suscitato dure accuse di gratuito formalismo. La sua poetica è quella della riscrittura, del calco di materiali già pronti." (Morandini) Remake nell'89.  |
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La notte dei generali 
(The Night of the Generals, GB, 1967)
di Anatole Litvak. Con Omar Sharif, Peter O'Toole, Donald Pleasence, Tom Courtenay, Philippe Noiret
Parigi, 1944. In una serie di torture e omicidi di prostitute è sicuramente coinvolto un soldato tedesco, e quindi a indagare è un ufficiale della polizia militare. Scoprirà che il colpevole è un brillante generale, comandante della divisione SS Nibelungen, sadico di mestiere e per hobby. L'inchiesta s'intreccia con le vicende legate a un tentato putsch antihitleriano e non sarà facile. Ma in qualche modo la giustizia, lentamente, farà il suo corso. Insolito e riuscito incontro tra poliziesco e film bellico, con una buona tensione.  |
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Agli ordini del Führer e al servizio di Sua Maestà 
(Triple Cross, GB, 1967)
di Terence Young. Con Christopher Plummer, Romy Schneider, Trevor Howard, Yul Brinner, Gert Fröbe
Eddie Chapman è uno scassinatore coi fiocchi
ma viene preso da Scotland Yard, e quando esce, allo scoppio della guerra, comincia a lavorare per i servizi segreti del Reich. Poi va all'Intelligence Service e si offre di fare il doppio gioco. Le cose stanno davvero così o si tratta di un triplo gioco? Ispirato a una storia vera, il film punta soprattuto a soddisfare le esigenze spettacolari, sfiorando soltanto l'idea di rappresentare compiutamente l'ambiguità del mondo dello spionaggio. Resta comunque una robusta storia di spie.  |
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Gli occhi della notte 
(Wait Until Dark, USA, 1967)
di Terence Young. Con Audrey Hepburn, Richard Crenna, Alan Arkin, Efrem Zimbalist jr.
Casualmente un fotografo entra in possesso di una certa quantità di droga, e in attesa di decidere cosa farne la nasconde in casa: tre cattivi vanno lì per riprendersi la roba e ci trovano la moglie. Una cosa facile, direte, tanto più che la donna è cieca. Ma tosta, e infatti... L'idea è abbastanza inverosimile, ma gestita con gran mestiere e il thriller funziona egregiamente: le scene più o meno al buio, dove la donna si trova in vantaggio, creano una suspense del tutto insolita, e assai efficace.  |
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Gangster Story 
(Bonnie and Clyde, USA, 1967)
di Arthur Penn. Con Warren Beatty, Faye Dunaway, Gene Hackman, Michael J. Pollard, Estelle Parsons
Nell'America degli anni '30, lui e lei, giovani balordi, ma belli e ben vestiti, fanno coppia per godersi la vita: rapinare banche sarà il loro modo per spassarsela, e impareranno bene il mestiere, tenendo in scacco la polizia per molto tempo. La stampa li trasformerà in una sorta di eroi e loro si sentiranno tali, infantilmente, fino alla fine. Una volta tanto il cinema prende una storia vera non edulcorandola, ma restando fedele alla realtà: il ritratto, splendido, è di due persone arroganti e immature, senza risvolti di ribellione o di intelligenza. 
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Rapina al treno postale 
(Robbery, GB, 1967)
di Peter Yates. Con Stanley Baker, Joanna Pettet, James Booth, Frank Finlay
La "rapina del secolo" fu quella ai danni del treno postale Glasgow - Londra, nel 1963, che fruttò ai banditi svariati milioni di sterline. Le indagini durarono anni, e quasi tutti i banditi vennero catturati. Tranne il capo... Dopo un insipido filmetto nel '66, una trasposizione attenta sia al realismo della situazione sia alla spettacolarità: tentativo non facile ma che, al di là di una certa fretta nel delineare i personaggi, si risolve più che bene: in fondo la sceneggiatura originale era davvero ben studiata...  |
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Il massacro del giorno di San Valentino 
(St. Valentine's Day Massacre, USA, 1967)
di Roger Corman. Con George Segal, Ralph Meeker, Jason Robards, Jean Hale
14 febbraio 1929: in un garage di Chicago tutti e sette i membri di una banda rivale vengono massacrati dai sicari di Alfonso Capone, travestiti da poliziotti. Punto di svolta della feroce lotta per il controllo della malavita, e momento clou dell'irresistibile ascesa del gangster per antonomasia, la vicenda qui è raccontata quasi come un reportage, ma Corman ci mette del suo per renderla ancora più drammatica e spettacolare, evitando, però, i risvolti politicamente più scabrosi (la collusione fra amministratori pubblici e criminalità).  |
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Lo scandalo - Delitti e... champagne
(Le Scandale, F, 1967)
di Claude Chabrol. Con Maurice Ronet, Yvonne Furneaux, Anthony Perkins, Stéphane Audran
Non male ritrovarsi al timone di un'antica azienda che produce squisito champagne: però, come in tutte le vicende del capitalismo (e nella fattispecie in quello di tipo familiare) avidità e intrighi non mancano. E infatti il protagonista una mattina si sveglia e nel suo letto c'è una donna morta: qualcuno vuole incastrarlo. Chabrol affila le armi e si avvia a diventare uno dei registi che sceglie la strada del poliziesco, più o meno noir, per parlare anche d'altro, e in particolare della stupidità della borghesia.  |
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La calda notte dell'ispettore Tibbs 
(In the Heat of the Night, USA, 1967)
di Norman Jewison. Con Sidney Poitier, Rod Steiger, Warren Oates
A Sparta, Mississippi, viene ucciso un industriale. Lo sceriffo razzista individua subito il possibile colpevole: non può che essere quel nigger di passaggio, che invece si rivela un agente dell'FBI, col quale si troverà costretto a collaborare. E le scintille fra i due lentamente lasceranno il posto a una comprensione reciproca più profonda di quanto entrambi vorrebbero ammettere. All'epoca fu un'opera decisamente di rottura.
Da un romanzo di John Ball, avrà due seguiti, assai meno convincenti. Anche una noiosa serie tv.  |
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A ciascuno il suo 
(I, 1967)
di Elio Petri. Con Gian Maria Volonté, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Mario Scaccia
In Sicilia un modesto intellettuale di sinistra, e di provincia, scopre casualmente la verità su di un duplice omicidio, ma si confida proprio con l'amante segreta del mandante e... Un vero giallo, perché delitto e movente non sono il solito quadretto artificiale, bensì realtà ambigua, corrosiva, e aliena dall'happy end. Dallo splendido libro (1966) di Sciascia uno dei primi film italiani sulla mafia, in cui il grande Petri riesce a combinare mistero e banalità, atmosfere rarefatte e dialoghi duri.  |
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Frank Costello faccia d'angelo

(Le samouraï, F, 1967)
di Jean-Pierre Melville. Con Alain Delon, Nathalie Delon, François Périer, Cathy Rosier
Costello, un killer che lavora rigorosamente da solo, è sospettato di un omicidio e la polizia cerca in tutti i modi di incastrarlo. I committenti temono che egli parli e decidono di eliminarlo. Braccato senza pietà, Costello combatterà contro tutti, fino alla fine, moderno samurai. Come e più che negli altri film Melville va ben oltre lo stile americano e lo stesso noir (o polar): forse addirittura esagera nell'elegia dell'eroe solitario, ma ci dà un ritratto indimenticabile di una Parigi qui n'est plus.  |
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A sangue freddo 
(In Cold Blood, USA, 1967)
di Richard Brooks. Con Robert Blake, Scott Wilson, Paul Stewart
Un film nero come pochi, anche perché tratto da un romanzo durissimo di Truman Capote (e da una vicenda realmente accaduta): due delinquenti appena usciti di galera organizzano una rapina, ma le cose si mettono male e i due sparano inutilmente, facendo una strage. Fuggono disperatamente e inizia una violenta e spietata caccia all'uomo a cui non riusciranno a scampare: saranno presi e impiccati. Poi ci sarà l'altrettanto gelido Truman Capote: a sangue freddo (2006).  |
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Diabolik 
(I-F, 1967)
di Mario Bava. Con John Philip Law, Michel Piccoli, Marisa Mell, Adolfo Celi, Claudio Gora, Renzo Palmer
Diabolik continua nelle sue stupefacenti imprese: ruba 10 milioni di dollari e un gigantesco carico d'oro. Lo vorrebbero acchiappare sia il suo irriducibile nemico, l'ispettore Ginko, che Valmont, un potentissimo gangster: ma il re del crimine riesce addirittura a resuscitare un paio di volte. Trama sgangherata e personaggi da fumetto: appunto, trattandosi della trasposizione di uno dei fumetti più famosi. Bava ci mette del suo, però, e costruisce una sarabanda pop irriguardosa e divertente.  |
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La sposa in nero 
(La mariée était en noir, F, 1968)
di François Truffaut. Con Jeanne Moreau, Michael Lonsdale, Jean-Claude Brialy, Michel Bouquet, Charles Denner
La goliardata di un gruppo di amici provoca la morte di un uomo all'uscita dalla chiesa in cui si erano appena celebrate le sue nozze. La sposa - vedova cerca pazientemente, per anni, i cinque uomini responsabili e li uccide uno per uno. Dal romanzo di William Irish-Cornell Woolrich, Truffaut realizza un capolavoro, dando volto e anima a una Jeanne Moreau che di volta in volta si trasforma per aderire alla personalità di ciascuna delle sue vittime designate: una trasformazione non priva di contraddizioni, ma che ha comunque esiti letali.  |
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Stéphane, una moglie infedele 
(La femme infidèle, F, 1968)
di Claude Chabrol. Con Michel Bouquet, Stéphane Audran, Maurice Ronet
Il solito triangolo: il ricco signore di mezza età, la moglie insoddisfatta, il giovane amante. E l'inevitabile sviluppo: il marito scopre la tresca e uccide l'altro. Tutto scontato, se non fosse per Chabrol, il quale sa da par suo offrire un ritratto gelido e inquieto dell'agonizzante fragilità borghese, che tuttavia riesce a ricomporsi in un ordine devastato ma integro. Quando infatti la donna capisce cosa è accaduto, non può fare a meno di amare l'estremo atto di amore del marito, che difenderà anche quando egli sarà arrestato.  |
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Lo strangolatore di Boston 
(The Boston Strangler, USA, 1968)
di Richard Fleischer. Con Tony Curtis, Henry Fonda, George Kennedy
Quando ancora il cinema non aveva granché scoperto i serial killer, questo film racconta con molto scrupolo la vera storia di una serie di omicidi che sconvolsero Boston negli anni '60: dodici donne vennero strangolate e la polizia fu impegnata in una caccia all'uomo senza precedenti. Il colpevole risultò uno schizofrenico che uccideva in stato d'incoscienza. Un insolito Tony. Curtis bravissimo a interpretare il ruolo dell'omicida senza eccessi di ferocia o, viceversa, di pietismo.  |
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Il caso Thomas Crown 
(The Thomas Crown Affair, USA, 1968)
di Norman Jewison. Con Steve McQueen, Faye Dunaway, Yaphet Kotto, Jack Weston
Un riccone, sfaccendato ma amante del brivido, non trova di meglio che organizzare una colossale rapina... ai propri danni. L'ispettrice delle assicurazioni non è convinta e lo smaschera, ma fra i due... Appunto, se non ci fossero due come loro il film non avrebbe alcuna ragion d'essere (e peggio ancora sarà il sequel del 1999) se non quella di presentarsi come un prodotto patinato di cui ci si dimentica subito, malgrado la palese ambizione di ripercorrere le commedie sofisticate di un tempo.  |

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Il giorno della civetta 
(I, 1968)
di Damiano Damiani. Con Franco Nero, Claudia Cardinale, Lee J. Cobb, Serge Reggiani
Un capitano dei carabinieri che viene dal nord è al comando di una stazione di una cittadina siciliana e si trova a indagare su alcuni delitti di mafia. Lentamente riesce a penetrare in una mentalità e in un ambiente del tutto inusuali per lui, addirittura conquistandosi la fiducia di una testimone naturalmente reticente. Memorabile il dialogo fra l'ufficiale ed il padrino locale. Criticato per un certo schematismo, il film, tratto da uno dei capolavori di Sciascia, resta comunque uno dei grandi esempi di cinema civile degli anni '60.  |
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La banda Bonnot 
(La bande à Bonnot, F, 1968)
di Philippe Fourastié. Con Bruno Cremer, Jacques Brel, Annie Girardot, Jean-Pierre Kalfon
Parigi, inizio '900. Storia (vera) davvero drammatica quella di Jules Bonnot: rimasto disoccupato e lasciato dalla moglie reagisce con disperazione, dando sbocco violento alle proprie idee anarchiche: mette insieme una banda composta dai suoi compagni più radicali (gli "illegalisti") e rapina banche, utilizzando per primo l'automobile come mezzo per sfuggire alla polizia. Che alla fine lo troverà e lo ucciderà. Il film si prende qualche licenza di troppo, ma ricostruisce bene l'atmosfera dell'epoca e gli interpreti (fra cui un grande, istrionico Brel) sono decisamente bravi.  |
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Banditi a Milano 
(I, 1968)
di Carlo Lizzani. Con Gian Maria Volonté, Don Backy, Laura Solari, Carla Gravina, Tomas Milian
Uno strepitoso Volontè che impersona Pietro Cavallero, protagonista (vero) di una serie di ingegnose e spettacolari rapine a Milano, nel 1967: una storia dura, che affonda le radici nell'immigrazione dal Sud, e ancor prima nel disagio generazionale del dopoguerra (Cavallero era stato un attivista comunista), ed è veramente rappresentativa delle contraddizioni metropolitane di un'Italia ancora in bilico fra il suo passato contadino e le magnifiche sorti e progressive promesse dalla DC.  |
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Sherlock Holmes  |
TV |
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regia: Guglielmo Morandi. Con Nando Gazzolo, Gianni Bonagura, Marina Malfatti, Paolo Carlini, Franco Volpi |
Gazzolo è stato l'unico attore italiano a interpretare SH e per questo lo citiamo. Infatti le sei puntate RAI andate in onda nel '68 (adattamento di E. Anton) non sono certo un esempio di come portare in tv Conan Doyle: gli attori sono anche bravi, a partire proprio da Gazzolo (ottimo doppiatore, fra l'altro: Niven, Caine, lo stesso Cushing-SH, chissà perchè il Volonté di S. Leone, ecc.), che però sembra quasi a disagio ed è fisicamente poco plausibile; e Bonagura ricalca il Watson più ottuso e stereotipato. L'ambientazione è troppo finta-Inghilterra e l'insieme è ingenuo e artificioso in modo imbarazzante. Brett e Richardson rabbrividiscono.  |
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È diventato uno degli investigatori più celebri della storia, soprattutto grazie alla grande interpretazione di P. Falk, ma anche in virtù di alcune trovate decisamente originali. Ribaltando il meccanismo classico (la scoperta dell'assassino
è il clou della storia), qui vediamo subito chi è il colpevole, anzi assistiamo all'accurata preparazione dell'omicidio, cogliendo tutti gli ingegnosissimi accorgimenti che dovrebbero garantire l'impunità al colpevole. Che è quasi sempre una persona colta, disinvolta, molto intelligente, che progetta e realizza il crimine con freddezza e sagacia. E Colombo sembra mona, ma... La prima serie andò in onda dal 1968; la seconda dal 1989 in 24 episodi con l'avvicendarsi di registi come Cassavetes e Spielberg.  |
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Squadra omicidi, sparate a vista! 
(Madigan, USA, 1968)
di Don Siegel. Con Henry Fonda, Richard Widmark, Harry Guardino, Susan Clark, James Whitmore
Due detective della Omicidi di Brooklyn stanno per arrestare un ricercato, ma questi riesce a fuggire portandosi via la pistola di uno dei due: roba da perdere il distintivo, ma potranno evitarlo se entro settantadue ore ritroveranno arma e criminale. E non sarà affatto facile. Un classico poliziesco metropolitano, ma Siegel affronta con acume e con grinta la città sporca e cattiva e offre uno sguardo non consolatorio dell'ambiente della polizia. Fonda e Widmark davvero cavalli di razza. 
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L'uomo dalla cravatta di cuoio 
(Coogan's Bluff, USA, 1968)
di Don Siegel. Con Clint Eastwood, Lee J. Cobb, Susan Clark, Betty Field, Tisha Sterling
Uno sceriffo dell'Arizona va a New York per estradare un assassino, lo preleva, e se lo fa portar via dai suoi complici; viene esonerato dal servizio, ma naturalmente riprende la caccia. Siegel preleva Eastwood dal West e lo porta in città: quasi un'emancipazione, o meglio una domanda: che c'azzecca l'etica puritana della frontiera con la realtà urbana, allegra e affollata di contraddizioni? Regista e attore inaugurano un sodalizio che sarà decisivo per un Eastwood destinato a diventare - chi l'avrebbe mai detto? - il più grande regista americano.  |
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Bullitt 
(Id., USA, 1968)
di Peter Yates. Con Steve McQueen, Robert Vaughn, Robert Duvall
Bullitt, tenente della squadra omicidi di San Francisco, non è un poliziotto come gli altri: solitario e di poche parole, preferisce i suoi personalissimi metodi d'indagine a quelli classici. Un po' buono, un po' cattivo, asso del volante (leggendario l'inseguimento forsennato sulle strade di San Francisco), quando gli ammazzano un testimone, lo tiene nascosto e si mette ostinatamente sulle piste dei suoi assassini. Dal romanzo Mute Witness di Robert L. Pike. Uno Steve McQueen spericolato sulla sua Ford Mustang, da antologia.  |
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| I racconti del Maresciallo |
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Nel '65-66 le mediocri Avventure di Laura Storm, ma è nel 1968 che inizia la stagione dei gialli italiani: I racconti del Maresciallo (da M. Soldati) con T. Ferro; Francesco Bertolazzi Investigatore, con U. Tognazzi (1970), Qui Squadra Mobile (da Felisatti-Pittorru, 1973 e 1976), Il commissario De Vincenzi, con P. Stoppa (da De Angelis, 1974), Sarti Antonio brigadiere, con Flavio Bonacci (da Macchiavelli, 1978), Quattro delitti (da Scerbanenco, 1979), I nuovi racconti del Maresciallo, con A. Foà (1984), La ragazza dell'addio (da Scerbanenco, 1984). E proprio nel 1984 ci sarà una svolta, con produzioni decisamente più impegnative: La piovra, di D. Damiani, con i suoi seguiti, fino a Montalbano, passando per Sarti diventato ispettore, il mar. Rocca, il comm. Corso, il comm. Soneri e altri.  |
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La mia droga si chiama Julie 
(La sirène du Mississippi, USA, 1969)
di François Truffaut. Con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Nelly Borgeaud, Martine Ferrière
Louis vive nell'isola di Réunion e per trovarsi una compagna si affida ad un annuncio su un giornale: Julie è bella, ma quando s'incontrano lei è addirittura incantevole (eh sì), e si sposano. La donna, però, si rivelerà molto diversa, non solo nell'aspetto, ed il povero Louis... L'amore coinvolgerà entrambi in modo inaspettato e il film si dipana in questo affascinante doppio registro: la lenta scoperta di verità nascoste e la fragilità delle regole. Dal romanzo di Irish - Woolrich, Truffaut usa ancora, da maestro, suspense e mistero per parlare di vita.  |
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Gli intoccabili
(I, 1969)
di Giuliano Montaldo. Con John Cassavetes, Britt Ekland, Peter Falk, Salvo Randone, Gabriele Ferzetti
Un piccolo calibro della mafia architetta un colpo grosso al Royal, una casa da gioco di Las Vegas, e per realizzarlo fa evadere Hank, un noto gangster. Scopre però che intorno al Royal ruotano gli interessi di un'altra cosca mafiosa, quindi decide di desistere. Ma è troppo tardi: il gangster, aiutato dalla moglie, entra in azione. Tutto si concluderà in un bagno di sangue. Definito "prodotto d'imitazione", è un film minore ma dignitoso di uno dei maestri del cinema italiano (Tiro al piccione, Gott mit Uns, Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno).  |
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Barbagia (La società del malessere) 
(I, 1969)
di Carlo Lizzani. Con Terence Hill, Gabriele Tinti, Don Backy, Frank Wolff
Graziano è un pastore sardo che per vendetta commette un omicidio: viene arrestato e condannato, ma riuscirà ad evadere, dandosi alla macchia. Quindi si dedicherà alle rapine e ai sequestri di persona, fino alla cattura definitiva. Ispirato alle vicende reali di Graziano Mesina, il film ricostruisce con acume le condizioni sociali ed economiche che furono alla base del banditismo in Sardegna, molto diverso da quello di altre regioni e comunque fenomeno non assimilabile alle mafie. "Un pamphlet avvincente e utile: un saggio di buon giornalismo ricostruito.” (Kezich)  |
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Il clan dei siciliani 
(Le clan des siciliens, F, 1969)
di Henri Verneuil. Con Jean Gabin, Lino Ventura, Alain Delon, Amedeo Nazzari, Leopoldo Trieste
Dopo una rapina miliardaria, e condotta con grande maestria, la banda capeggiata da un vecchio boss si sgretola a causa dei contrasti interni. Tentativo riuscito solo a metà di creare un'atmosfera crepuscolare intorno alla "mala di una volta": l'evidente, eccessiva attenzione alle esigenze spettacolari dominanti toglie smalto e credibilità alla vicenda. I tre grandi protagonisti non riescono a evitare il sospetto che siano lì soprattutto per il loro nome. Da un bel romanzo di Auguste Le Breton.  |
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Il tagliagole 
(Le Boucher, F, 1969)
di Claude Chabrol. Con Stéphane Audran, Jean Yanne, William Guérault, Roger Rudel
Nasce un'inconsueta storia d'amore tra un'insegnante ed un macellaio, che però subisce una drammatica svolta quando lei scopre un indizio che fa precipitare sull'uomo il sospetto che sia lui il colpevole di una serie di omicidi. Un omaggio sommesso a Hitchcock, questa storia affidata alle sfumature, ai silenzi, all'ambiguità: non vi si respira l'atmosfera gelida tipica di Chabrol, perché qui l'ipocrisia piccolo-borghese viene disvelata quasi con garbo, e con una sorta di affetto verso l'impossibilità di separare vittime e carnefici.

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Un colpo all'italiana 
(The italian job, GB, 1969)
di Peter Collinson. Con Michael Caine, Noel Coward, Rossano Brazzi, Robert Powell, Raf Vallone, Maggie Blye
Un vecchio esperto in rapine progetta di rubare 4 milioni di dollari in lingotti d'oro che la FIAT dovrebbe utilizzare per un nuovo stabilimento, in Cina. L'idea è quella di provocare un colossale ingorgo nel traffico, per consentire a chi ha ha eseguito il colpo di fuggire agevolmente sulle agilissime Mini Minor. Finanziato dalla casa automobilistica (che infatti vide impennarsi le vendite della vetturetta), il film mescola abilmente thriller e commedia ed i protagonisti si/ci divertono apprezzabilmente. Remake decisamente più cupo nel 2003.  |
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Ultimo domicilio conosciuto
(Dernier domicile connu, F, 1969)
di Josè Giovanni. Con Lino Ventura, Marlène Jobert, Michel Constantin
Un processo scottante e inquinato da sordidi intrighi, un testimone decisivo che scompare: riceve l'incarico di rintracciarlo un commissario che non guarda in faccia nessuno (e infatti si è messo nei guai più volte per non essere stato diplomatico coi potenti). Un noir con tratti anticonformisti e che ben racconta lo strano e complicato scenario in cui si fronteggiano (talvolta molto ambiguamente) criminalità e polizia. Una delle migliori prove di Lino Ventura, equilibrato, duro, convincente.  |
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Lo specchio delle spie 
(The Looking Glass War, GB, 1969)
di Frank Pierson. Con Anthony Hopkins, Christopher Jones, Pia Degermark, Ralph Richardson
Guerra fredda: gli inglesi sospettano che nella DDR vi siano missili puntati su Londra e per saperne di più reclutano un ex agente polacco, desideroso di rientrare nel giro ma, soprattutto, di acquisire la cittadinanza britannica. Questi si ritroverà in un gioco assai più grande di lui, dove tutto va visto attraverso the looking glass, uno specchio segreto. E tutto si svolge, amaramente, in quest'ottica distorta. Da un libro di Le Carré un film che ne riprende, dignitosamente ma senza particolari lodi, le atmosfere prive di enfasi spettacolare.  |
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Dillinger è morto 
(I, 1969)
di Marco Ferreri. Con Michel Piccoli, Annie Girardot, Anita Pallenberg, Gino Lavagetto, Carole André
Un uomo normale, che attraversa una città deserta e torna a casa: lì si dedica alle sue piccole cose, si prepara una cena coi fiocchi, tenta un approccio con la cameriera, vede i filmini domestici, ritrova una vecchia pistola (lasciata avvolta in un giornale che parla della morte di Dillinger), la pulisce, la dipinge a pois e poi uccide la moglie. E se ne va via. Non c'è nulla - se non un omicidio - del poliziesco in questo film calmo e allucinato che fa degli oggetti quotidiani il simbolo dell'inutilità, del vuoto vitale che rappresentano, della borghesia senza senso. 
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Z - L'orgia del potere 
(Z, F, 1969)
di Constantin Costa Gavras. Con Jean-Louis Trintignant, Yves Montand, Irene Papas, Charles Denner
Nel 1963 il deputato socialista Lambrakis viene assassinato. Le autorità greche cercano di insabbiare ma un coraggioso magistrato riesce a ricostruire la verità: sono stati sicari fascisti manovrati dalla polizia. Girato due anni dopo il golpe dei colonnelli (1967), il film riesce ad abbinare splendidamente denuncia politica e impianto thriller, con Trintignant in una delle sue prove migliori. Alla sceneggiatura collaborò lo scrittore Jorge Semprún. Musiche di M. Theodorakis. Oscar e numerosi altri premi. (Z = è vivo, in greco antico)  |
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Quando Rex Sout ammise di "avere la stoffa del narratore, ma non quella del grande romanziere", abbandonò la letteratura d'avanguardia e si dedicò al poliziesco. Col risultato sorprendente di riuscire a fondere le due grandi scuole, quella inglese e quella americana: Wolfe e Goodwin sono rappresentativi dei due mondi e riescono a incontrarsi efficacemente. Esistono svariati adattamenti cinematografici e televisivi (qui) dei casi di Nero Wolfe, ma quello più convincente è stato realizzato dalla RAI, con regia di Giuliana Berlinguer, tra il 1969 ed il 1971: Tino Buazzelli è semplicemente strepitoso, e gli fa da spalla un brillante Paolo Ferrari (già conduttore di una deliziosa trasmissione di una decina di anni prima, Giallo Club).  |
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Una squillo per l'ispettore KIute 
(Klute, USA, 1970)
di Alan J. Pakula. Con Donald Sutherland, Jane Fonda, Roy Scheider
Un poliziotto investiga sulla scomparsa di un industriale e alcuni indizi lo portano ad una squillo di New York: l'indagine è complicata e s'intreccia con altre vicende, anche perché l'ispettore non può esimersi dall'aiutare la ragazza, minacciata da un maniaco che ha già ucciso altre prostitute. Fra i due, oltre a tutto, nasce qualcosa. I due attori sono molto bravi e convincenti (Fonda vincerà l'Oscar) e sono diretti da un regista che firmerà film come Tutti gli uomini del presidente e La scelta di Sophie. 
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I senza nome 
(Le cercle rouge, F, 1970)
di Jean-Pierre Melville. Con Alain Delon, Yves Montand, André Bourvil, Gian Maria Volonté, François Périer
Tre duri, del mestiere, fanno un grosso colpo, ma non c'è amicizia possibile, e poi uno sbirro testardo manda tutto all'aria. Un noir tra i più tesi e senza scampo, il più bello di Melville: la morte non solo è inevitabile, ma sempre ostile e traditrice. Secondo il regista, il film include tutte le 19 situazioni possibili del noir. Uno dei film più gelidi mai realizzati: "inesorabile come un orologio di precisione, ha tempi giusti, personaggi attendibili, atmosfere credibili, una tenuta figurativa che, a forza di iperrealismo, sfocia nel fantastico." (Morandini)  |
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Professione killer
(Company of Killers, USA, 1970)
di Jerry Thorpe. Con Ray Milland, Fritz Weaver, Van Johnson, John Saxon
Situazione classica: dissidi economici fra soci e uno decide di eliminare l'altro, assoldando un sicario. La polizia però riesce a scoprire il piano e cerca in tutti i modi sia di arrestare il mandante sia di impedire l'omicidio, e non sarà una faccenda semplice. Niente originalità, insomma, ma una suspense tradizionale governata con dignitoso mestiere, tanto che il film è assai meglio di molti altri tenuti in vita solo da effetti speciali. Milland troppo gelido meglio di Johnson troppo svagato e Saxon troppo cattivo.  |
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L'uccello dalle piume di cristallo 
(I, 1970)
di Dario Argento. Con Tony Musante, Enrico Maria Salerno, Suzy Kendall, Umberto Raho
In vacanza a Roma, uno scrittore americano assiste impotente al tentativo di assassinare una donna, e addirittura verrà sospettato lui stesso: sarà scagionato quando l'assassino, che continua a colpire, tenterà di ucciderlo. Una confessione in punto di morte pare chiarire il mistero, ma... Il colpo di scena conclusivo è magistrale e segna il clamoroso esordio di un regista che solo per altri due film frequenterà il giallo in senso stretto, passando poi all'horror puro con Suspiria (e farà più che bene, perchè i gialli successivi non saranno certo memorabili).  |
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Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto 
(I, 1970)
di Elio Petri. Con Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan, Orazio Orlando, Gianni Santuccio
Il dirigente della Squadra Omicidi di Roma, passato a capo dell'Ufficio Politico, uccide la bellissima amante e semina ovunque indizi della propria colpevolezza, per dimostrare che, in quanto rappresentante della Legge e del Potere, è al di sopra di ogni sospetto. Infatti... Una delirante autoaccusa chiude il film in chiave assolutamente onirica e surreale. Un Volontè straordinario in quello che è stato il primo film che ha osato indagare sui meccanismi repressivi della polizia italiana, proprio subito dopo il '68.  |
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La vita privata di Sherlock Holmes 
(The Private Life of Sherlock Holmes, GB-USA, 1970)
di Billy Wilder. Con Robert Stephens, Colin Blakely, Christopher Lee, Geneviève Page
Abituati a Rathbone e a Cushing, questo SH è un po' sconcertante: è così misogino da far supporre una possibile, e del tutto legittima, omosessualità; nei momenti di noia suona sì il violino ma ci dà dentro con la cocaina, ancorché diluita al 7%; e poi la sua quotidianità non è fatta solo delle abitudini note e molto british, ma anche di squarci di vera e propria intimità. E c'è pure Mycroft, il fratello maggiore. Il grande Wilder ci offre tutto questo in una robusta e scintillante cornice avventurosa, e ci regala un giallo atipico, malinconico, seducente. 
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Sadismo 
(Performance, GB, 1970)
di Donald Cammell, Nicolas Roeg. Con James Fox, Mick Jagger, Anita Pallenberg, Michele Breton, Ann Sidney
Per sfuggire alla polizia un giovane gangster decide di fuggire all'estero, e nel frattempo si rifugia in uno scantinato abitato da un cantante pop in declino e dalle sue due amanti. In un clima di violenza e follia i protagonisti si fronteggiano al di là di ogni regola. Un fin troppo elaborato circo psichedelico figlio delle culture degli anni '60, che non risparmia invenzioni oniriche, strepitosi pezzi musicali, acrobazie linguistiche, eccessi di ogni tipo, ma anche con uno sguardo ai labili confini fra industria culturale e mondo del crimine.  |
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Il clan dei Barker 
(Bloody Mama, USA, 1970)
di Roger Corman. Con Shelley Winters, Pat Hingle, Robert De Niro, Bruce Dern, Don Stroud
Negli anni della Grande Depressione, una madre-padrona organizza la propria famiglia in una vera e propria banda: violenza senza limiti ed epilogo inevitabilmente tragico. Senza ammiccamenti e furberie, Corman ridisegna da vero virtuoso del cinema un'epoca confusa e contraddittoria. "In questa galleria di mostri percorsa a passo veloce vibra una pietà di fondo. Nella sua altalena fra tragedia greca in versione pop art e freudismo da supermarket diventa un film fantastico" (Morandini). |
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Anche gli uccelli uccidono 
(Brewster McCloud, USA, 1970)
di Robert Altman. Con Bud Cort, Sally Kellerman, Michael Murphy, William Windom
Brewster ha un sogno: volare come Icaro. E a questo dedica tutto il tempo, rinchiuso in un vecchio rifugio antiaereo a fare esperimenti. Intorno a lui il mondo "normale", che lo disturba profondamente, ma anche una ragazza gentile. Nell'ambiente circostante avvengono vari omicidi e l'assurdità della situazione non potrà portare ad un lieto fine. Fra i meno conosciuti di Altman, un film che spiazza per l'alternarsi di amaro e agrodolce, di quotidianità e di ribellione, di crudezza e di lirismo.  |
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Il conformista 
(I, 1970)
di Bernardo Bertolucci. Con Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, E. Tarascio, G. Moschin
Ossessionato da un trauma adolescenziale (con omicidio?) e dal bisogno di essere "normale", durante il fascismo Marcello diventa un agente dell'OVRA e prende contatto con un suo vecchio professore, fuggito in Francia: avrà un ruolo decisivo nella sua uccisione. Naturalmente il delitto è solo il momento culminante di un itinerario esistenziale complesso e senza speranza che il film (da Moravia) descrive con una leggerezza raffinata e stilisticamente perfetta (colori, suoni, sguardi). Protagonisti eccellenti.  |
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Strategia del ragno 
(I, 1970)
di Bernardo Bertolucci. Con Giulio Brogi, Alida Valli, Tino Scotti, Franco Giovanelli, Pippo Campanini
Athos ritorna nel paese d'origine, nel parmense, dopo molti anni: suo padre, omonimo, era un celebre antifascista ucciso dagli squadristi mentre preparava un attentato a Mussolini. Un suo vecchio amore, però, spinge il giovane a indagare su quella morte, forse non del tutto chiara, e la verità affiorerà lentamente, amara e struggente. Un film bellissimo, accorato e crudo, che intreccia l'anima marxista e quella dell'irreale, tra musiche di ambiguità (il valzer al ritmo di Giovinezza), colori sfumati, parole non dette. |
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Il clan degli uomini violenti 
(La horse, F, 1970)
di Pierre Granier-Deferre. Con Jean Gabin, Marc Porel, Michel Barbey, Daniele Ajoret
Auguste, patriarca di un'agiata famiglia rurale della Normandia, scopre che il nipote è coinvolto in un traffico di eroina (la horse): lo punisce, ma poi lo protegge, uccidendo uno spacciatore; per rappresaglia gli bruciano la fattoria e stuprano una ragazza. La vendetta del vecchio sarà implacabile, coerente con la sua cultura autoritaria e tradizionalista. Un personaggio cupo al centro di uno degli ultimi film di Gabin, ed il ritratto di un certo ambiente è pervaso da pulsioni violente e antiche.  |
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| I killers della luna di miele 
(The Honeymoon Killers, USA, 1970)
di Leonard Kastle. Con Tony Lo Bianco, Shirley Stoler, Mary Jane Higby, Doris Roberts
Lei non è proprio una bellezza, lui è decisamente fascinoso, ma sono una coppia (dicono di essere fratelli) ben affiatata: lui seduce donne di una certa età, ne ripuliscono il conto bancario e poi uccidono la terza incomoda. Decine di volte. Una storia terribile, e vera, che infiammò le cronache USA di fine anni '40: poi diventata un film anche nel 1996 e nel 2006, qui viene raccontata con gelida obiettività, senza i successivi ritocchi estetici o psicologici: uno stile asciutto, quasi documentaristico, reso ancora più efficace dalle intense musiche di Mahler.  |
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Borsalino 
(Id., F-I, 1970)
di Jacques Deray. Con Alain Delon, Jean-Paul Belmondo, Françoise Christophe, Corinne Marchand
La scalata di due malavitosi nella Marsiglia degli anni '30: riusciranno a tenere in pugno la città. Ma anche un'amicizia così rischia di naufragare di fronte al potere e alla fine il noir prevale su tutto. "Delon e Belmondo giocano ai gangster: il primo tiene d'occhio il grande Gatsby, il secondo Humphrey Bogart. Li guida Deray che tiene d'occhio con astuzia i ritmi del cinema hollywoodiano." (Morandini) Ma, in fondo, il risultato è deludente: pare troppo un'imitazione più che un omaggio. Sequel inutile.  |
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Arancia meccanica 
(A Clockwork Orange, GB, 1971)
di Stanley Kubrick. Con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark
Fortune e sfortune del famoso Alex: capetto di una gang di giovanotti londinesi dediti allo stupro e all'omicidio finisce in galera e si riabilita. E quando esce proverà l'ebbrezza di essere lui la vittima. Musiche sublimi per una violenza a volte insopportabile, il grottesco al servizio di una malvagità che non è solo quella officiata dai teppisti: l'istituzione, democratica o totale, non perdona. Tranne il pessimo Eyes Wide Shut, Kubrick ha realizzato solo capolavori: qui con una lucida scorribanda nei generi, l'unico modo di rappresentare il futuro opposto a 2001.  |
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Il braccio violento della legge 
(The French Connection, USA, 1971)
di William Friedkin. Con Gene Hackman, Fernando Rey, Roy Scheider, Frederic De Pasquale, Eddie Egan
"Popeye" Doyle, del Narcotics Bureau di New York, è rozzo e sbrigativo, ma è un segugio di razza: individua un traffico internazionale di droga e smaschera il principale corriere, che viene dalla Francia. L'inseguimento in auto lungo la linea esterna della metropolitana è tra i più avvincenti del genere, e la fuga del criminale che saluta con la manina è memorabile. Un film di grande mestiere, che in qualche modo rilancia il poliziesco urbano, anche grazie a interpretazioni superbe: Hackman e Rey fanno a gara. Ci sarà un discreto sequel (1975).  |
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Duel 
(Id., USA, 1971)
di Steven Spielberg. Con Dennis Weaver, e il camion
Horror? Fantastico? Thriller? Quello che vi pare, ma un piccolo capolavoro questo primo film di Spielberg. Un tranquillo commesso viaggiatore ha fretta, supera un po' così un camion, che però non gradisce, e comincia a inseguirlo, fino a tentare di ucciderlo. Un camion, sì, perchè non vediamo mai chi lo guida. E solo su questo il film si regge: benissimo, con una tensione formidabile. On the road che più di così non si può, ma lontano da ritratti sociali o psicologici: lo spazio che si trasforma in claustrofobia, la strada metafora di se stessa.  |
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Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica 
(I, 1971)
di Damiano Damiani. Con Franco Nero, Martin Balsam, Claudio Gora, Marilù Tolo
Un giovane magistrato, integerrimo e determinato, cerca disperatamente di far fronte al dilagare della criminalità, ma si trova sempre di fronte a ostacoli che paiono insormontabili: imbecillità burocratica, collusioni, scarsità di mezzi, ingerenze politiche. I suoi stessi superiori preferiscono di gran lunga la prudenza democristiana piuttosto che impegnarsi in questa complicata battaglia, e l'unico vero appoggio lo trova in un commissario. Uno dei coraggiosi film dell'importante stagione del cinema italiano di denuncia civile.  |
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In nome del popolo italiano 
(I, 1971)
di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Yvonne Furneaux, Renato Baldini
Più una commedia drammatica (Risi al meglio) che un giallo, ma si tratta pur sempre di un'indagine su una morte molto sospetta: il magistrato inquirente scopre che la vittima era in rapporti intimi con un industriale, arrogante e fascista, e lo incalza senza tregua. Tutti gli indizi confermano la colpevolezza del sospettato ma il ritrovamento del diario della morta porterà ad un finale che ricorda il Giudice e il suo boia. La Giustizia versus la Legge. I due protagonisti, nella contrapposizione di caratteri, gusti, idee, linguaggi, sono mostri di bravura. 
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Il gatto a nove code 
(I, 1971)
di Dario Argento. Con Karl Malden, James Franciscus, Catherine Spaak, Tino Carraro
Un centro di ricerca privato, dove si studiano i meccanismi dell'ereditarietà, è al centro di alcuni episodi inquietanti, e poi di una serie di omicidi: indaga un intraprendente giornalista, a cui si associa uno strano personaggio, appassionato di enigmistica e cieco. Saranno proprio il fiuto investigativo e l'acume del cieco a svelare il mistero. Argento, qui al secondo film, conferma le proprie notevoli capacità narrative (pur con alcune incongruenze nella trama) e fa uscire il giallo italiano dall'infanzia.  |
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Roma bene 
(i, 1971)
di Carlo Lizzani. Con Nino Manfredi, Virna Lisi, Irene Papas, Umberto Orsini, Philippe Leroy, Gastone Moschin
Una nobildonna romana ed il suo rispettabile salotto: un barone che fa il ladro, aristocratici spiantati, faccendieri, uxoricidi, industriali alla frutta, politici corrotti, ecc.. E le indagini di un commissario di P.S. che non farà certo carriera. Finale grottescamente metaforico. Film criticato per un certo schematismo (Morandini: "goffo tentativo di mescolare commedia, dramma, satira, cinema di denuncia sociale"), ma a rivederlo oggi si può dire che, al contrario, Lizzani non esagerò certo nel suo rappresentare così acremente quel pezzo di società.  |
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Da parte degli amici: firmato mafia!
(Le saut de l'ange, F, 1971)
di Yves Boisset. Con Jean Yanne, Sterling Hayden, Senta Berge ,Gordon Mitchell, Raymond Pellegrin
A Marsiglia, come a Palermo, la mafia si interessa alle elezioni, e l'esigenza di forti rapporti col potere politico rende ancora più aspra la competizione fra le cosche: il clan dei corsi, controllato dalla potente famiglia Orsini, contrasta violentemente il gruppo degli Alvarez, che sostiene la candidatura del palazzinaro Forestier. La guerra si fa ogni giorno più cruenta. Felice commistione tra noir classico e cinema politico da parte di un regista che oserà addirittura portare sullo schermo il torbido affaire Ben Barka (L'attentato, 1972). 
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4 mosche di velluto grigio 
(I, 1971)
di Dario Argento. Con Michael Brandon, Mimsy Farmer, Oreste Lionello, Stefano Satta Flores
Un giovane musicista provoca involontariamente la morte di un uomo e viene perseguitato da un misterioso sconosciuto che ha addirittura fotografato l'accaduto. La situazione si complica, prima con l'assassinio di una ragazza e poi con altri delitti, ma un investigatore privato riuscirà a far luce sull'ingarbugliata (e un po' inverosimile) vicenda. Nettamente inferiore all'Uccello dalle piume di cristallo, il film sembra preludere al futuro abbandono di Argento del giallo classico a favore di orizzonti al di là di qualsiasi realismo.  |
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Sacco e Vanzetti 
(I, 1971)
di Giuliano Montaldo. Con Gian M. Volonté, Riccardo Cucciolla, Rosanna Fratello, Armenia Balducci
USA, 23 agosto 1927: vengono giustiziati due assassini. Erano innocenti, ma non si tratta di un errore giudiziario, quanto di un vero e proprio omicidio di stato: la vendetta del potere nei confronti delle lotte sociali colpisce due immigrati italiani, anarchici. Solo dopo 50 anni il governatore del Massachusetts chiederà pubblicamente scusa. Un film magnifico, in cui il dramma, politico e umano, viene narrato senza alcuna retorica e spettacolarità, e i due protagonisti sono eccellenti: Cucciolla, lieve, sommesso (e Palma d'oro a Cannes), non è da meno di Volonté.  |
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Detenuto in attesa di giudizio 
(I, 1971)
di Nanni Loy. Con Alberto Sordi, Gianni Bonagura, Lino Banfi, Elga Andersen
Un uomo qualsiasi, con un buon lavoro ed una famiglia felice, all'improvviso viene arrestato e incarcerato: non sa perché e si ritroverà schiacciato dalla macchina giudiziaria. Abituati ai film carcerari made in USA, ci si ritrova un po' spiazzati da questa vicenda tutta italiana, ma anche sconvolti perché è una realtà assai più vera, e che potrebbe coinvolgere chiunque. Sordi aveva già interpretato ruoli drammatici, ma venati di grottesco: qui, invece, il quadro è realistico, cupo, e il risultato è di sorprendente efficacia.  |
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Grissom Gang - Niente orchidee per Miss Blandish 
(The Grissom Gang, USA, 1971)
di Robert Aldrich. Con Tony Musante, Kim Darby, Scott Wilson, Robert Lansing
Cercando di salvarsi da una rapina finita male, tre balordi prendono in ostaggio la figlia di un milionario; per gestire la situazione si fanno aiutare dalla famigerata banda Grissom, una famiglia di criminali guidata dalla madre, che però li fa fuori per tenersi il riscatto. Uno dei membri della banda s'innamora dell'ostaggio e tutto si complica. Un'America (siamo ai tempi della grande Depressione) miserabile e violenta, senza buoni e cattivi, in cui tutto si riduce a niente. Da J. H. Chase.  |
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Le nuove avventure di Vidocq 
(Les nouvelles aventures de Vidocq, F, 1971)
di Georges Neveux e M. Bluwal. Con
Claude Brasseur, Marc Dudicourt, Danièle Lebrun, Jacques Seiler |
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Vidocq era davvero un ex detenuto diventato capo della polizia di Parigi nella prima metà dell'800 e su questo personaggio vi furono numerosi adattamenti televisivi e cinematografici: questa serie, andata in onda agli inizi degli anni '70 e che segue quella interpretata da Bernard Noël nel 1967, riprende solo vagamente la storia originale e si diverte a ricamare con ironia, alternando piacevolmente poliziesco e commedia. Poi, nel 2001, Dépardieu in un film assai più cupo. 
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I terrificanti delitti degli assassini della via Morgue 
(Murders in the Rue Morgue,
USA, 1971)
di Gordon Hessler. Con Jason Robards, Herbert Lom, Adolfo Celi, Lilli Palmer
A Parigi, in rue Morgue, un teatro in cui si rappresentano pièces a forti tinte: uno degli attori viene ucciso e poi seguiranno altri efferati delitti. A indagare l'ispettore Vidocq. Vidocq?! Insomma, il film non è neanche male (bravi attori, cura dei particolari, stile fluido), ma i produttori a volte sono proprio stronzi: usano lo splendido racconto di Poe come richiamo e poi lo frullano furbescamente con altri personaggi, innestando vicende e situazioni horror anche accettabili, ma che non c'entrano nulla con la rue Morgue.  |
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La signora dell'auto con gli occhiali e un fucile 
(La dame dans l’auto avec des lunettes et un fusil, F, 1971)
di Anatole Litvak. Con Samantha Eggar, Oliver Reed, John McEnery
Bella seccatura se nell'auto che vi prestano trovate un cadavere rinchiuso nel bagagliaio: così capita a una giovane donna in viaggio sulla Costa Azzurra, e, tanto per non farsi mancare nulla, quando cerca di capirci qualcosa si sente dire da varie persone che l'hanno già vista, mentre lei è sicura di non essere mai stata in quei luoghi. Le manca solo che la polizia sospetti di lei, e infatti... Ma Danny non si dà per vinta e con grande determinazione riesce a uscire (quasi) indenne dalla faccenda.  |
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Dieci incredibili giorni 
(La décade prodigieuse, F, 1971)
di Claude Chabrol. Con Orson Welles, Michel Piccoli, Anthony Perkins, Marlène Jobert
Una felice famigliola: il patriarca tiranneggia moglie e figlio adottivo, che cercano di sopportare la pesante situazione avviando una relazione; la donna viene ricattata e per poter pagare ruba, mentre il giovane chiede aiuto ad un suo professore, che però non riesce a fare granché. La vicenda non potrà che avere una conclusione tragica. Tutto imperniato sulle psicologie individuali e sulla complessità dei rapporti fra le persone, il film si risolve in un mélo poco plausibile, dove però Welles e Piccoli fanno sfoggio di bravura.  |
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Unico indizio: una sciarpa gialla
(La maison sous les arbres, F, 1971)
di René Clément. Con Faye Dunaway, Frank Langella, Barbara Parkins, Karen Blanguernon, Raymond Gérome
Un matematico americano vive a Parigi con la famiglia ma, avendo lavorato negli USA in un'azienda di alta tecnologia, è oggetto delle attenzioni di chi vorrebbe che lui svelasse importanti segreti industriali. Il ricatto si fa pesante: rapimento dei figli. Ma viene sospettata la moglie, un po' fuori di testa, che tuttavia avrà un ruolo decisivo nel risolvere la faccenda. Clément conferma la propria notevole capacità di intrecciare suspense e acume psicologico, ritmo e lentezza.  |
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Il commissario Pelissier 
(Max et les ferrailleurs, F, 1971)
di Claude Sautet. Con Michel Piccoli, Romy Schneider, Bernard Fresson, François Périer
Deluso dalla farraginosità dell'apparato giudiziario e deciso a combattere il crimine più incisivamente, un magistrato cambia mestiere e diventa poliziotto. Per incastrare una banda di rapinatori elabora una complessa messa in scena (un grosso colpo a una banca) e tende la trappola. Come i noir d'altri tempi la vicenda non è solo suspense e azione, ma attenzione ai personaggi e ai dettagli: amara e stupenda la periferia parigina, e Schneider incantevole (e bravissima) nel suo essere libera e sfortunata.  |
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Shaft il detective 
(Shaft, USA, 1971)
di Gordon Parks. Con Richard Roundtree, Charles Cioffi, Moses Gunn, Lawrence Pressman
Shaft è un vero duro: investigatore nero dai mezzi sbrigativi, per risolvere un caso di rapimento si trova alle prese con la mafia e non perde un briciolo di grinta. Ha per amico un poliziotto italiano, ma è in ottimi rapporti con i Black Panthers: insomma, un personaggio decisamente di rottura, che naturalmente ebbe molto successo tra il pubblico afroamericano e suscitò le ire dei conservatori. Ci furono vari seguiti, anche in tv, e addirittura si creò un filone, in genere con esiti piuttosto mediocri. Di grande impatto la colonna sonora funky (Oscar) di Isaac Hayes.  |
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Terrore cieco 
(Blind Terror o See no Evil , GB, 1971)
di Richard Fleischer. Con Mia Farrow, Robin Bailey, Dorothy Alison, Diane Grayson
Sarah non è fortunatissima: non solo è orfana e cieca, ma la famiglia in cui vive, quella degli zii, viene sterminata. Almeno lei in quel momento era fuori. Viene a sapere che l'assassino ha perso un braccialetto, che lei ritrova e di cui cerca di scoprire la provenienza: crede di esserci riuscita, ma si caccia in un vicolo cieco (pardon) e il vero assassino... Farrow è molto più brava di Hepburn (Gli occhi della notte, 1967) e la suspense diventa sempre più tagliente, fino all'angosciosa fase finale. Omonimo ma non remake nel 2001.  |
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Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo 
(Dirty Harry, USA, 1971)
di Don Siegel. Con Clint Eastwood, Andy Robinson, Harry Guardino
Uno psicopatico che si firma "Scorpio" tiene in scacco San Francisco sparando dal tetto dei palazzi su persone scelte a caso. L'ispettore Harry Callaghan lo cattura, ma il killer viene rilasciato per insufficienza di prove: il poliziotto lo cerca, lo ammazza e poi butta il distintivo. Liberamente ispirato ad un assassino che davvero terrorizzò San Francisco a cavallo fra gli anni '60 e '70, il film inaugurò un filone molto discusso per come veniva rappresentata certa violenza, ma Siegel era molto più acuto e complesso di tanti suoi imitatori.  |
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Carter 
(Get Carter, USA, 1971)
di Mike Hodges. Con Michael Caine, Britt Ekland, Ian Hendry, John Osborne
Jack Carter vuole vendicare suo fratello, ucciso da una gang rivale, e comincia a fare piazza pulita. La malavita british non è certo più elegante di quella di Chicago, e infatti Jack è in completo blu ma sempre con un micidiale fucile a pompa. Un thriller metropolitano asciutto, ironico, violento, ambientato sapientemente in una Londra sordida e tuttavia accogliente, grigia e bollente, sconsigliabile ai turisti. Caine è perfetto con quell'espressione sempre pronta a passare dal beffardo allo spietato. 
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Frenzy 
(Id., GB, 1972)
di Alfred Hitchcock. Con Jon Finch, Barry Foster, Billie Whitelaw
A Londra uno psicopatico uccide varie donne strangolandole con una cravatta. Un ex ufficiale della RAF, disoccupato e déraciné, diventa il principale indiziato quando ad essere assassinata è la sua ex moglie: chiede aiuto ad un vecchio commilitone che in realtà è proprio il serial killer. Film apparentemente meno incalzante di altri, ma che riprende con sobria maestria temi tipici di Hitchcock: il sospetto, l'ambiguità, la sessualità frustrata, la debolezza, l'innocente perseguitato.  |
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Un tranquillo week-end di paura 
(Deliverance, USA, 1972)
di John Boorman. Con Jon Voight, Burt Reynolds, Ned Beatty, Ronny Cox
Quattro amici vanno a fare una discesa in canoa di un fiume, ma l'incontro con alcuni abitanti del luogo trasforma quello che doveva essere un allegro fine settimana in un incubo di violenza selvaggia. Divertente e angoscioso l'impatto dei "cittadini" con una natura (e chi la abita) in cui le regole sono totalmente altre. "Quello dei quattro cittadini è un viaggio negli inferi dell'inconscio, del pre-storico, del mito in un contesto di dolore e di morte." (Morandini) Memorabile la scena del Dueling Banjos.  |
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L'attentato 
(L'attentat, F, 1972)
di Yves Boisset. Con Gian Maria Volonté, Jean-Louis Trintignant, Michel Piccoli, Jean Seberg, Philippe Noiret
Il capo dell'opposizione di un regime autoritario nordafricano è in esilio in Svizzera, ma i suoi nemici lo vogliono morto: con la complicità involontaria di un giornalista e con l'aiuto dei servizi segreti francesi lo attirano a Parigi e lo sequestrano. Le autorità insabbiano tutto. Il film ricostruisce il clamoroso affaire Ben Barka (1965): la Francia usava tutti i mezzi per mantenere la propria influenza postcoloniale. Un'opera (che fu a lungo boicottata) di forte denuncia: il rigore però non toglie nulla a un thriller politico fra i migliori.  |
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La polizia ringrazia 
(I, 1972)
di Stefano Vanzina. Con Enrico Maria Salerno, Mario Adorf, Franco Fabrizi, Mariangela Melato, Valentino Macchi
A Roma un misterioso gruppo denominato Anonima Anticrimine elimina una serie di persone in vario modo sfuggite alla giustizia. Il commissario che indaga scoprirà che dietro c'è qualcosa di molto più grosso, forse addirittura un intrigo mirato ad un golpe. A prima vista un film ascrivibile all'indecente filone "poliziottesco", ma in realtà Stefano Vanzina mette insieme con grande mestiere (e con un occhio a Sciascia) pezzi di noir all'italiana e di cinema politico: risultato non a livello di Damiani o Rosi, ma comunque dignitoso.  |
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La pietra che scotta 
(The Hot Rock, GB, 1972)
di Peter Yates. Con Robert Redford, George Segal, Zero Mostel, Ron Leibman, Moses Gunn
John Dortmunder è un simpatico furfante, tanto ingegnoso quanto sfortunato. Anche perchè i suoi complici non sono proprio la crème del crimine. Così, quando organizzano meticolosamente il furto di un preziosissimo diamante da un ben protetto museo di Brooklyn, gliene capitano di tutti i colori. Commedia poliziesca ben costruita, piena di ritmo, tra suspense e situazioni esilaranti. Redford eccellente. Da un romanzo di Donald E. Westlake, il gran maestro della crime story con humour.  |
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Il commissario Le Guen e il caso Gassot 
(Le tueur, F, 1972)
di Denys de La Patellière. Con Jean Gabin, Bernard Blier, Fabio Testi, Felix Marten
L'anziano commissario Le Guen è ormai alla fine della carriera ma, da sbirro di razza, non si tira certo indietro quando si tratta di ritrovare un pericoloso pluriomicida evaso dal carcere. In uno dei suoi ultimi film, Jean Gabin è ancora un vecchio leone e riesce a evitare l'involontaria caricatura di se stesso. Acuta ed efficace la scelta di non imperniare la storia sull'azione e sulla nostalgia per il cinema d'altri tempi, bensì sulle atmosfere e sulla capacità dei principali protagonisti di essere sobri e penetranti.  |
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America 1929 - Sterminateli senza pietà 
(Boxcar Bertha, USA, 1972)
di Martin Scorsese. Con Barbara Hershey, John Carradine, David Carradine, Barry Primus, Bernie Casey
Negli anni della Grande Depressione: storia di emarginazione, lotta politica, egoismi e solidarietà. Bertha, “sorella della strada”, si lega ad un combattivo sindacalista, ma lo scontro sociale vira inevitabilmente sulla violenza, e il gruppo che si forma diventa una banda: l'FBI non fa sconti e tratta gangster e rivoluzionari allo stesso modo. Uno dei primi film di Scorsese e già emerge la forza visionaria del grande regista: libertà e anarchia, individui e società che non riescono a trovare equilibrio.  |
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Il padrino 
(The Godfather, USA, 1972)
di Francis Ford Coppola. Con Marlon Brando, Al Pacino, Robert Duvall, Diane Keaton, James Caan
La celebre saga (ci saranno altre due parti) della famiglia Corleone, dall'arrivo negli USA dalla Sicilia alla lenta creazione di un impero criminale, attraverso la figura di don Vito e poi di suo figlio Michael. La grandezza di Coppola, soprattutto nel ricostruire un'epoca e un ambiente, e la bravura degli attori (negli altri episodi ci saranno anche De Niro, Wallach, Garcia, Mantegna) hanno creato un mito ambiguo. I mafiosi raccontati anche dal loro punto di vista, con affetti e dilemmi, sempre mafiosi sono.  |
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Un battito d'ali dopo la strage
(Le fils, F, 1972)
di Pierre Granier-Deferre. Con Yves Montand, Marcel Bozzuffi, Lea Massari, Germaine Delbat
Trasferitosi a New York e diventato un temuto gangster, un còrso ritorna a casa per rivedere la madre morente: inevitabile ritrovarsi tra le atmosfere del tempo perduto, in cui però irrompe brutalmente la realtà, che non lascia scampo. Uno dei migliori registi del filone noir qui si cimenta nella difficile - e in buona misura riuscita - impresa di intrecciare realtà e ricordo, cinismo e malinconie, la durezza della lotta e la tenerezza familiare. E Montand offre l'interpretazione giusta, misurata e cruda.  |
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Joe Valachi - I segreti di Cosa Nostra 
(I, 1972)
di Terence Young. Con Charles Bronson, Lino Ventura, Walter Chiari, Amedeo Nazzari
Dopo aver scalato tutti i gradini dell'organizzazione, Joe Valachi diventa un vero pezzo da novanta, ma la sua rivalità con Vito Genovese, il capo dei capi, gli crea molte difficoltà. Arrestato dall'FBI, diventerà il primo importante collaboratore di giustizia. Assai più crudo e realistico de Il Padrino, il film (sceneggiato dal biografo di J. Serpico) non segue il classico filone gangsteristico ma ricostruisce, con buona tensione spettacolare, una storia vera che fece grande scalpore.  |
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Milano calibro 9 
(I, 1972)
di Fernando Di Leo. Con Gastone Moschin, Mario Adorf, Barbara Bouchet, Philippe Leroy
"Se si va avanti così dovranno creare la Commissione antimafia anche a Milano." Decisamente profetica questa battuta molto politica in un film fortemente debitore verso il noir francese ma che se ne distacca proprio per la consapevole contaminazione del genere con la denuncia sociale. Gastone Moschin è un mostro di bravura e, insieme ad altri buoni attori, riesce a rendere molto convincente il ritratto di una mala che non ha più nulla di "romantico" e agisce con spietato realismo. Da un'antologia di racconti di Scerbanenco.  |
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Sbatti il mostro in prima pagina 
(I, 1972)
di Marco Bellocchio. Con Gian Maria Volonté, Laura Betti, Jacques Herlin, Carla Tatò, Fabio Garriba
All'inizio degli anni settanta Milano vive momenti difficilissimi: lo scontro politico è forte, spesso violento, e il direttore di un giornale reazionario cerca di sfruttare un fatto di cronaca (lo stupro e l'omicidio di una ragazza) per screditare la sinistra: di fatto costruisce false prove per incastrare un giovane extraparlamentare e usa le pagine del quotidiano per una crociata moralizzatrice. Un thriller politico visto dalla parte del "cattivo", interpretato magnificamente da Volonté. In un filmato d'epoca c'è un giovane e fascistissimo I. La Russa.  |
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Girolimoni, il mostro di Roma 
(I, 1972)
di Damiano Damiani. Con Nino Manfredi, Guido Leontini, Orso Maria Guerrini, Mario Carotenuto
Durante il fascismo la criminalità era pressochè inesistente, ma solo perché il regime censurava i fatti di cronaca nera. Però il caso di Gino Girolimoni, accusato di aver ucciso alcune bambine, andò su tutti i giornali per dimostrare l'efficienza della polizia. Che però si sbagliò, e così il poveretto fu rilasciato senza dare alcuna notizia della sua innocenza. Un film in cui si mescolano bene tanti (troppi, forse) temi: la cultura di regime, la demagogia, la realtà popolare, il conformismo, l'imbecillità burocratica, l'ingiustizia, la solitudine.  |
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Non si sevizia un paperino 
(I, 1972)
di Lucio Fulci. Con Florinda Bolkan, Irene Papas, Barbara Bouchet, Tomàs Milian, Virgilio Gazzolo, Marc Porel
In un piccolo paese della Lucania vengono uccisi tre ragazzini e il panico dilaga. Mentre le indagini proseguono fra molte difficoltà i sospetti della gente si rivolgono ossessivamente verso una strana figura: una sorta di "strega", rabbiosa e selvaggia (e bellissima). Alla fine lei confesserà, ma... Il film punta decisamente agli effettacci e talvolta imbroglia con troppa disinvoltura, tuttavia a modo suo non solo scava sulle caratteristiche delle comunità rurali, chiuse e diffidenti, ma affronta argomenti per l'epoca assai scabrosi.  |
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La più bella serata della mia vita 
(I, 1972)
di Ettore Scola. Con Alberto Sordi, Michel Simon, Charles Vanel, Pierre Brasseur, Claude Dauphin, Janet Agren
Alfredo va in Svizzera per una faccenda di esportazione di capitali e, trovatosi in panne con l'auto, trova rifugio in un castello, dove viene accolto con tutti i riguardi. Nel corso della sontuosa cena rivelerà le proprie marachelle (nefande) ai suoi ospiti, uomini di legge in pensione che lo condannano a morte. La sentenza verrà eseguita? Da La panne di F. Dürrenmatt, un film del grande Scola che, pur con una diversa sfumatura finale, ne riprende perfettamente la freddezza (dietro l'atmosfera conviviale) e la divertita ferocia.  |
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La corsa della lepre attraverso i campi 
(La course du lièvre à travers les champs, F, 1972)
di René Clément. Con Jean-Louis Trintignant, Robert Ryan, Aldo Ray, Lea Massari
Assistere alla morte di un uomo è un trauma, che però diventa pericolosissimo se si tratta di un omicidio; ma se il moribondo consegna all'incauto ma non irreprensibile testimone una forte somma di denaro, la faccenda si fa davvero complicata. E infatti qualcuno (che sta progettando un grosso colpo) rivuole indietro i soldi e tutto precipita. Al centro della insidiosa vicenda il contrasto non tanto fra bene e male, quanto fra chi ha il potere e chi, essendone privo, deve lottare disperatamente per sopravvivere.  |
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Getaway! 
(The Getaway, USA, 1972)
di Sam Peckinpah. Con Steve McQueen, Ali MacGraw, Ben Johnson, Al Lettieri
Un simpatico malvivente finisce in galera incastrato dai suoi stessi soci, e la possibilità di uscire gli viene data da un boss, a patto che organizzi un colpo per lui; ma si ritroverà a farlo proprio con gli ex compari. Inevitabili cruente complicazioni, e per fortuna che il nostro ritrova la moglie, ancorchè non irreprensibile. Quasi Bonnie e Clyde, ma ci sarà il lieto fine, magari con i due che vissero felici e contenti in Messico? Una delle migliori interpretazioni di McQueen, e un Peckinpah tumultuoso e divertente. Da Jim Thompson (1959).  |
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Gli insospettabili 
(SIeuth, GB-USA, 1972)
di Joseph L. Mankiewicz. Con Laurence Olivier, Michael Caine, Alec Cawthorne, John Matthews
Uno scrittore di polizieschi scopre che la moglie lo tradisce con il parrucchiere: lo invita a casa sua dove gli ha teso una trappola apparentemente senza scampo, ma la vittima designata capisce il piano e sta al gioco, la cui posta però è la vita. Inizia una formidabile schermaglia, esilarante e mortale, con continui rovesciamenti e colpi di scena, resa ancora più stupefacente dal fatto che gli altri protagonisti che entrano in scena sono in realtà... Olivier e Caine straordinari. Caine farà la parte dello scrittore nel bel remake di Branagh (2007).  |
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Lo scopone scientifico 
(I, 1972)
di Luigi Comencini. Con Alberto Sordi, Bette Davis, Silvana Mangano, Joseph Cotten, Mario Carotenuto
Una riccastra americana, fanatica delle carte, ogni anno arriva a Roma e gioca con una coppia di poveracci, ai quali regala un milione, salvo poi recuperarlo battendoli. Ma, anche per l'intervento di un altro giocatore, stavolta le cose si mettono male per la vecchiaccia. O no? O sì? In assoluto una delle più belle commedie all'italiana, giocata su una suspense originalissima e su un formidabile poker di attori. Il "coro" (il tifo scatenato della borgata, il saggio) è l'altro grande interprete di un film beffardo, a modo suo noir (con omicidio in arrivo), agrodolce, di classe.  |
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... E tutto in biglietti di piccolo taglio 
(Fuzz, USA, 1972)
di Richard A. Colla. Con Burt Reynolds, Raquel Welch, Yul Brynner, Tom Skerritt, Jack Weston
Allarme rosso alll'87° distretto di polizia di Boston: uno psicopatico, sordo e calvo, uccide alcune personalità pubbliche e minaccia di continuare se non gli verrà pagato un grosso riscatto. Trattato da uno dei romanzi del celebre ciclo di McBain, il film fatica a riprenderne l'originale mix di grottesco e violenza metropolitana e non va molto oltre uno dei tanti dignitosi prodotti made in USA di quegli anni. Reynolds anche bravo, ma che c'azzecca con Carella & soci?  |
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Rapina record a New York 
(The Anderson Tapes, USA, 1972)
di Sidney Lumet. Con Sean Connery, Ralph Meeker, Dyan Cannon, Martin Balsam, Christopher Walken
L'idea è quella di svaligiare in un sol colpo tutti gli appartamenti di un palazzo di lusso: un esperto del ramo mette su la banda e si fa finanziare da un boss mafioso. Ma c'è di mezzo un complesso apparato di sorveglianza elettronica da parte di polizia e dintorni. Il libro di Lawrence Sanders era centrato soprattutto sul quadro davvero inquietante delle attività di intelligence capillare e particolarmente intrusiva svolte dalle varie agenzie statunitensi, ma il pur ottimo film è più prudente, e punta soprattutto sulla suspense.  |
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Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno 
(Mean Streets, USA, 1973)
di Martin Scorsese. Con Harvey Keitel, Robert De Niro, Cesare Danova, Robert Carradine, David Carradine
Charlie è nato e cresciuto a Little Italy, ed è lì che si consuma la sua vita contraddittoria: la religiosità, il desiderio di affermarsi, lo zio mafioso che lo protegge e lo aiuta, l'amore, l'amicizia con un estroso balordo dal destino segnato. Al suo terzo film, Scorsese irrompe nel firmamento del cinema con questo geniale impasto di neorealismo, gangster movie, autoanalisi di italoamericano che sa guardare con affetto e lucidità alle proprie origini. E De Niro ruba inevitabilmente la scena al pur bravo (e protagonista) Keitel.  |
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Scorpio 
(Id., USA, 1973)
di Michael Winner. Con Burt Lancaster, Alain Delon, Paul Scofield, John Colicos
Nella CIA c'è una talpa, naturalmente al servizio del KGB, e un agente francese è incaricato di eliminare il traditore. Sicario e bersaglio, però, erano stati grandi amici e questo rende la faccenda, già ingarbugliata di suo, ancora più complicata. Film abbastanza intricato, appesantito dal proposito di rendere crepuscolare una vicenda in cui dominano, oltre a un grande Lancaster, amicizia virile e distanza generazionale. L'azione, tuttavia, avvolge tutto con logica e fluidità.  |
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Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan 
(Magnum Force, USA, 1973)
di Ted Post. Con Clint Eastwood, Hal Holbrook, Mitchell Ryan, David Soul
I produttori sono ben decisi a sfruttare il successo avuto da Dirty Harry e ingaggiano i giovani e talentuosi John Milius e Michael Cimino per sceneggiare un sequel: Callaghan, sospeso dal servizio per i suoi eccessi, viene contattato da uno squadrone della morte formato da poliziotti che eliminano i criminali sfuggiti alla legge. Dirty Harry resta convinto dei propri metodi ma non accetta questa violenza fuori controllo, ed è egli stesso a liquidare i giustizieri. Però Siegel era un'altra cosa.  |
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Riflessi in uno specchio scuro 
(The Offence, GB, 1973)
di Sidney Lumet. Con Sean Connery, Trevor Howard, Ian Bannen, Vivien Marchant, Derek Newark
In un sobborgo di Londra si aggira un maniaco che sevizia bambine e la polizia è in massima allerta. Finalmente viene individuato un possibile colpevole, e il sergente che lo interroga ha la mano pesante: il sospetto muore per le percosse subite. Quando si scoprirà che era innocente, il poliziotto va in crisi. Al di là di Bond, Connery si rivela un grandissimo attore e qui è perfetto nel ruolo del duro che si mette in discussione. Lumet non si risparmia: dialoghi acuti, immagini raffinate e "sporche", tensione, umanità e vuoto.  |
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Il lungo addio 
(The Long Goodbye, USA, 1973)
di Robert Altman. Con Elliott Gould, Nina Van Pallandt, Sterling Hayden, Mark Rydell
Marlowe viene sospettato di aver ucciso la moglie di un suo vecchio amico, che però lo scagiona, confessando e poi togliendosi la vita. Vari elementi convincono Marlowe che le cose non stanno affatto così e dopo una indagine piena di sorprese... Gould non è Bogart o Mitchum (1975), ma è comunque un ottimo interprete delle vicende tratte da uno dei più bei libri di Chandler. Che Altman tradisce egregiamente nella trama ma riuscendo a mantenerne lo spirito ironico e amaro e ridandogli vitalità. 
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Il giorno dello sciacallo 
(The Day of the Jackal, USA, 1973)
di Fred Zinnemann. Con Edward Fox, Michel Auclair, Terence Alexander, Delphine Seyrig
L'OAS (Organisation Armée Secrète) è stato un potente gruppo paramilitare fascista che ha cercato in tutti i modi di contrastare l'abbandono delle colonie francesi, in particolare l'Algeria. Il film immagina che essa abbia assoldato il miglior killer internazionale per uccidere il presidente De Gaulle: il thriller fantapolitico si snoda come un giallo dal meccanismo perfetto, senza troppe preoccupazioni psicologiche ma badando a creare un crescendo di suspense, fino al momento in cui le Général è inquadrato nel mirino... Da un libro di F. Forsyth.  |
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Il serpente 
(Le serpent, F, 1973)
di Henri Verneuil. Con Henry Fonda, Yul Brynner, Philippe Noiret, Dirk Bogarde, Virna Lisi, Michel Bouquet
Un colonnello del KGB passa all'Ovest (dal celebre Check Point Charlie) e offre la propria collaborazione, ma i servizi occidentali - peraltro in feroce competizione fra loro - non si fidano e lo sottopongono ad ogni genere di prova per verificarne l'affidabilità. Alla fine tutto si risolverà in virtù di un piccolo dettaglio. Negli anni in cui impazzano spie e intrighi inverosimili, un film non manicheo e abilmente giocato sulle atmosfere e sul confronto spietato, ancorché incruento, fra i vari soggetti. E gli attori sono perfettamente all'altezza.  |
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Chi ucciderà Charley Varrick? 
(Charley Varrick, USA, 1973)
di Don Siegel. Con Walter Matthau, Felicia Farr, Joe Don Baker, Norman Fell
Vola, Varrick, su uno di quei vecchi aeroplani che si esibiscono nelle fiere. Ma il suo vero mestiere è nel cuore: però lui, "l'ultimo degli indipendenti", non ha più soci all'altezza e così si accontenta di un giovanotto avido e inesperto, che gli combinerà un sacco di guai. E infatti dopo un colpo si ritrova braccato da polizia e malavitosi. Ce la dovrà mettere tutta per salvare la pelle. Un personaggio perfetto per Matthau, mai così burbero e saggio, cinico e spensierato, ingenuo e intelligente. 
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A Venezia... Un dicembre rosso shocking 
(Don't Look Now, GB-I, 1973)
di Nicolas Roeg. Con Donald Sutherland, Julie Christie, Massimo Serato, Leopoldo Trieste, Clelia Matania
Due coniugi inglesi, che hanno da poco subito la tragedia della morte della figlia, sono a Venezia perché lui deve restaurare una chiesa. Lei è in forte depressione, ma pare riaversi dopo aver incontrato una sensitiva secondo cui la bambina è felice là dove si trova. Il marito non ci crede ma... Il fantastico sembra prevalere, tuttavia la raffinatezza della suspense colloca questo magnifico film in una zona d'ombra accettabilissima. La città a volte è un po' da cartolina, però sa esprimere un'angoscia che può insinuarsi solo in quelle calli. Da D. du Maurier.  |
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L'agente speciale Mackintosh 
(The Mackintosh Man, USA, 1973)
di John Huston. Con Paul Newman, James Mason, Dominique Sanda, Harry Andrews
Un agente speciale è costretto a farsi rinchiudere in carcere al fine di stabilire i contatti necessari per indagare su un traffico di diamanti con oscuri risvolti spionistici: ovvviamente correrà notevoli rischi e arriverà a risolvere il caso solo dopo aver smascherato un abile doppiogiochista. Pare che il grande Huston sia stato convinto a girare il film, che non lo attirava, per motivi finanziari: in ogni caso la storia, piuttosto improbabile, si dipana in modo farraginoso e si salva solo per le ottime interpretazioni e per un finale abbastanza teso.  |
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Gli amici di Eddie Coyle 
(The Friends of Eddie Coyle, USA, 1973)
di Peter Yates. Con Robert Mitchum, Peter Boyle, Richard Jordan, Mitchell Rya
Un gangster di secondo piano viene incastrato dall'FBI e, anche perché tiene famiglia, costretto a collaborare. Naturalmente i suoi compari non la prendono bene e cercano di farlo fuori. Decisamente un noir d'altri tempi, con un Mitchum in una delle sue interpretazioni più convincenti: duro, malinconico, avviato verso una sconfitta inevitabile e amara. In controtendenza rispetto ai polizieschi violenti e movimentati di quel periodo, il film riesce ad essere uno dei migliori del genere proprio per la capacità di rendere originali anche situazioni scontate.  |
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Serpico 
(Id., USA, 1973)
di Sidney Lumet. Con Al Pacino, John Randolph, M. Emmet Walsh
Uno di quei film che hanno segnato la storia del cinema: la vicenda (romanzata ma vera) di un giovane poliziotto italo americano di New York che vede sgretolarsi il mito della lotta contro la criminalità: la corruzione dilaga tra le forze di polizia e i tentativi di fare pulizia sembrano destinati al fallimento. La denuncia che egli fa lo rende immediatamente inviso ai suoi colleghi, e dall'omertà si passa all'intimidazione: quando tenteranno di ucciderlo esplode lo scandalo, ma la delusione di Serpico è troppo forte e abbandona il distintivo.  |
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Electra Glide 
(Electra Glide in Blue, USA, 1973)
di James William Guercio. Con Robert Blake, Billy Green Bush, Elisha Cook, Jeannine Riley
Electra Glide è un leggendario modello Harley Davidson usato dalla polizia statunitense: l'agente, reduce dal Vietnam, ama moltissimo la propria moto, ma forse la vorrebbe abbandonare e diventare detective. Forse. Perché l'Arizona a cavallo di una motocicletta è qualcosa di unico. Un regista poi scomparso nel nulla affronta sobriamente, ma con grande passione e discreta abilità, i grandi miti: la libertà, la Legge, la strada che non finisce mai: He's a good cop on a big bike on a bad road.  |
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La stangata 
(The Sting, USA, 1973)
di George Roy Hill. Con Paul Newman, Robert Redford, Robert Shaw, Charles Durning, Eileen Brennan
Rifilare un bidone, una stangata, può essere gratificante, ma se il pollo è addirittura un boss della malavita, che oltre a tutto ti ha fatto fuori un amico... I due protagonisti si divertono un mondo in questo film scoppiettante (ma con alcuni momenti amari)
e ricco di trovate, imperniato su un meccanismo di precisione che sottende l'efficace colpo di scena finale. Rilancio clamoroso del ragtime attraverso le musiche di Scott Joplin, che accompagnano maliziosamente tutta la vicenda.  |
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Il rompiballe 
(L'emmerdeur, F, 1973)
di Edouard Molinaro. Con Lino Ventura, Jacques Brel, Jean-Pierre Darras, Nino Castelnuovo, Caroline Cellier
Un sicario professionista si sistema in una camera d'albergo da cui dovrà sparare al proprio obiettivo, ma nella stanza accanto c'è un tale che, disperato, vuole uccidersi: il killer verrà travolto dalle follie imprevedibili del suicida e... Più commedia che thriller, naturalmente, che irretisce con dialoghi e situazioni intelligenti. Curiosamente B. Wilder, grande regista a differenza del francese, col suo ultimo lavoro farà un remake (1981) molto meno brillante, malgrado la fenomenale, e in questo caso un po' sbiadita, coppia Lemmon - Matthau.  |
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Il delitto Matteotti 
(I, 1973)
di Florestano Vancini. Con Franco Nero, Mario Adorf, Riccardo Cucciolla, Gastone Moschin, Vittorio De Sica
1924: il deputato socialista denuncia i brogli elettorali e Mussolini lo fa rapire e uccidere. E le opposizioni non riusciranno a far crollare il fascismo. Film tutto politico, ovviamente, e che c'entra dunque col giallo? Ma un omicidio, e il mistero che lo avvolge (qui in modo trasparente), sono raramente frutto di piani diabolici, perché le ragioni sono quasi sempre semplici: il denaro, il sesso, il potere. Appunto. La sceneggiatura è inevitabilmente schematica, ma gli eccellenti interpreti danno anima e tensione alla drammatica vicenda.  |
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L'amerikano 
(Etat de siège, F, 1973)
di Constantin Costa Gavras. Con Yves Montand, Renato Salvatori, Otto Eduard Hasse, Jean-Luc Bideau
Uruguay, primi anni '70: come in quasi tutti gli altri paesi dell'America Latina, a governare col pugno di ferro sono militari fascisti, contro cui combatte la guerriglia. I Tupamaros sequestrano un agente della CIA e la situazione dell'aguzzino prigioniero offre un originale rovesciamento della prospettiva. Un bravissimo Y. Montand rende molto bene l'ambiguità e al tempo stesso la coerenza di chi serve lucidamente il potere. Girato nel Cile di Allende il film conferma come anche il cinema politico possa raggiungere il grande pubblico. 
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Dillinger 
(Id., USA, 1973)
di John Milius. Con Warren Oates, Richard Dreyfuss, Ben Johnson, John P. Ryan, Michelle Phillips
Dalla vera storia di John Dillinger, nemico pubblico n. 1 negli anni '30, che sfidò impunemente la polizia finchè l'FBI (di recente costituzione) non riuscì a tendergli una trappola mortale. Il film ricama parecchio sulla figura del bandito e su quella del suo antagonista, attribuendo ad entrambi un improbabile spirito cavalleresco. Esordio di Milius, già robusto sceneggiatore, che rivela subito la propria cifra stilistica: profondo cinismo, esaltazione della forza rispetto alle debolezze morali, varie pulsioni reazionarie, grande attenzione al ritmo.  |
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Sugarland Express 
(The Sugarland Express, USA, 1974)
di Steven Spielberg. Con Goldie Hawn, Ben Johnson, Michael Sacks
Lei va a trovare in carcere il marito e lo aiuta a evadere, e quindi "rapiscono" il figlio che era stato dato in affidamento. Vengono individuati e braccati dalla polizia, e tutto si complica quando prendono in ostaggio un agente. La loro fuga si trasforma in una drammatica sarabanda on the road, con centinaia di inseguitori e una folla di fan. Ma il potere esige che le proprie regole vadano rispettate, a tutti i costi, e Spielberg è lucidissimo a darci questo ritratto amaro e clownesco dell'America. 
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Chinatown 
(Id., USA, 1974)
di Roman Polanski. Con Jack Nicholson, Faye Dunaway, John Huston, Roman Polanski
Nella Los Angeles di metà anni '30 un investigatore privato indaga su quella che sembra una banale storia di corna ma s'imbatte in un clamoroso caso di corruzione pubblica, intrecciato a una torbida vicenda familiare di potere e di incesto. L'atmosfera noir è avvincente nel suo avvolgere il sole che avvolge la California e gli attori sono superbi: il vecchio, sublime, malefico John Huston sembra preso di forza da un dramma shakespeariano. Cameo delizioso di Polanski. Nicholson dirigerà un sequel nel 1990.  |
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Una calibro 20 per lo specialista 
(Thunderbolt and Lightfoot, USA, 1974)
di Michael Cimino. Con Clint Eastwood, Jeff Bridges, George Kennedy, Geoffrey Lewis, Catherine Bach
Un rapinatore evade e va in cerca del bottino dell'ultimo lavoro: lo fa travestendosi da prete e portandosi dietro un giovane ribaldo. Anche i vecchi complici vogliono il malloppo e cercano di farli fuori. Tutto è complicato dal fatto che nel luogo magico hanno costruito una scuola. L'esordiente Cimino non esita a prendere un cliché (il vecchio esperto e l'apprendista) e a usarlo con abilità per una storia in ottimo equilibrio tra durezza e spavalderia, addirittura con il sapore agrodolce di un'amicizia virile non priva di una qualche tenerezza.  |
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Dossier Odessa 
(The Odessa File, GB, 1974)
di Ronald Neame. Con Jon Voight, Maximilian Schell, Maria Schell, Peter Jeffrey, Derek Jacobi, Hannes Messemer
Un giornalista free lance di Amburgo viene in possesso del diario di un ebreo ex internato, in cui fra l'altro si parla di un ufficiale nazista, criminale di guerra, membro di Odessa. Si mette a indagare, non senza rischi, e, con l'aiuto del Mossad e di S. Wiesenthal, riuscirà addirittura a infiltrarsi nell'organizzazione: che è ancora attiva e ha lugubri progetti. Film non privo di schematismi ma con una sua tensione, e che in ogni caso ebbe il merito di far conoscere al grande pubblico la pericolosità del neonazismo. Da un libro di F. Forsyth.  |
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L'orologiaio di St. Paul 
(L'horloger de Saint-Paul, F, 1974)
di Bertrand Tavernier. Con Philippe Noiret, Jean Rochefort, Yves Afonso, Jacques Denis, Julien Bertheau
In una Lione sospesa fra storia e modernità, un orologiaio cerca di ritrovare il rapporto col proprio figlio, che conosce davvero poco. Quando questi ucciderà un poliziotto e verrà arrestato, il legame fra i due non sarà ovviamente quello di prima. Tratto dal romanzo (1954) L'orologiaio di Everton, di Georges Simenon, il film (esordio del grande Tavernier) ne riprende perfettamente l'atmosfera dolente, quasi surreale: quando il delitto è l'atto estremo che rivela la normalità delle cose.

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Gang
(Thieves Like Us, USA, 1974)
di Robert Altman. Con Keith Carradine, Shelley Duval, Louise Fletcher, Tom Skerrit
Durante la Grande Depressione un giovane evade dal carcere insieme a due criminali che lo costringono a lavorare con loro; poi ha la pessima idea di innamorarsi della nipote di uno dei due, la sposa e fuggono insieme, ma la polizia incombe. Remake di La donna del bandito (N. Ray, 1948), ne riprende il romanticismo senza speranza, con quei risvolti ironici e graffianti tipici di Altman che riescono a dare originalità al filone gangsteristico fin troppo saccheggiato dal cinema.  |
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... E poi non ne rimase nessuno 
(And then There Were None, I-F-D, 1974)
di Peter Collinson. Con Oliver Reed, Elke Sommer, Richard Attenborough, Adolfo Celi, Charles Aznavour
Una delle trame più avvincenti di Dame Agatha, più volte portata sullo schermo con varianti sul luogo della vicenda e sulla fine. Dieci persone sono invitate a trascorrere alcuni giorni in una dimora isolata nel deserto iraniano: il padrone di casa non si fa vedere e comunica in modo misterioso. Quando, uno dopo l'altro, gli ospiti cominciano a venir uccisi, i sopravvissuti si sospettano reciprocamente e cercano di scoprire il mistero, sperando di scamparla, non riuscendoci: e muoiono tutti. Ma... Il finale è sconvolgente. 
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Assassinio sull'Orient Express 
(Murder on the Orient-Express, GB, 1974)
di Sidney Lumet. Con A. Finney, L. Bacall, V. Redgrave, I. Bergman, S. Connery, J. Gielgud, M. Balsam, A. Perkins, R. Widmark, C. Blakely, J. Bisset, J.-P. Cassel, W. Hiller, M. York, R. Roberts
Sul celebre treno viene ucciso un uomo d'affari assai equivoco, ma in viaggio c'è anche Poirot, che indaga. Ovviamente l'assassino è uno dei passeggeri, ma chi? E perché? E lo spettatore si gode dialoghi e interrogatori con attori uno più bravo dell'altro. Finney interpreta Poirot solo in questa occasione ma forse è stato il migliore di tutti, ed il suo grand final (con ottimi flashback) è davvero memorabile. Da un plot magistrale di A. Christie.  |
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Il caso Drabble 
(The Black Windmill, USA, 1974)
di Don Siegel. Con Michael Caine, Donald Pleasence, Delphine Seyrig, John Rhys-Davies
Un agente dei servizi segreti britannici è nei guai fino al collo: viene rapita sua figlia, egli stesso è sospettato di tradimento ed anche sua moglie sembra non fidarsi più di lui. La vicenda, tesissima, è costruita con l'abilità di chi sa maneggiare perfettamente le scatole cinesi, e il ritmo frenetico è sempre bilanciato da una cura magistrale verso i particolari, le sfumature di carattere. Caine ricorda inevitabilmente "l'agente senza nome" ma, come sempre, è un interprete lontano dagli stereotipi e dalla consuetudine.  |
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Milano odia: la polizia non può sparare
(I, 1974)
di Umberto Lenzi. Con Tomàs Milian, Laura Belli, Henry Silva, Gino Santercole
Emblema dei film poliziotteschi, beceri e tirati via. Ora qualcuno li rivaluta però si trattava proprio di filmacci: sceneggiature scritte al bar in mezzora, attori che te li raccomando (pensate a uno bravo davvero come Tomàs Milian finito in monnezza), esterni che più fasulli non si può, con tutta la gente per strada che si volta a guardare i finti inseguimenti e che nel film è lì tale e quale. Il buffo è che l'involontario apripista di questa serie fascistoide fu nel 1968 il grande Carlo Lizzani, con l'ottimo Banditi a Milano.  |
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Cani arrabbiati - Semaforo rosso 
(I, 1974)
di Mario Bava. Con Riccardo Cucciolla, Lea Lander, Maurice Poli, Don Backy, George Eastman
Dopo una rapina tre balordi sequestrano un'auto e due persone, abbandonandosi alle peggiori efferatezze. Il film è tutto qui: un'esplosione continua di volgarità e di violenza, con una postilla ironica (legata al rapimento di un bambino) che coinvolge anche uno dei sequestrati nell'infamia. Il "maestro" dell'horror italiano si concede una variante nel noir (?), e con una sovrabbondanza di crudeltà che risulta incomprensibile. Ma Quentin Tarantino vide il film e ne restò entusiasta, tanto che il bellissimo Le Iene ha appunto come titolo Reservoir Dogs. Mah.  |
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Alle origini della mafia
(I-GB, 1974)
di Enzo Muzii. Con L. J. Cobb, J. Cotten, V. Moriconi, T. Howard, M. Girotti, F. Rey, J. Mason, A. Nazzari, M. Ferrer
Sciascia scrisse più volte sulla mafia, anche ricostruendone la genesi e gli sviluppi nei vari contesti, ad esempio esaminandone l'evoluzione differenziata nella società rurale siciliana dell'800 e in quella industriale statunitense. Da qui l'idea di un film per la tv che offrisse appunto vari ritratti, dal XVI sec. ad oggi: un approccio didascalico che tuttavia, anche grazie ad un cast di alto livello, riuscì ad ottenere un ottimo risultato in termini di spettacolarizzazione. Ma nell'Italia della DC contigua alla mafia il film ebbe una visibilità assai limitata.  |
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L'ispettore Martin ha teso la trappola 
(The Laughing Policeman, USA, 1974)
di Stuart Rosenberg. Con Walter Matthau, Louis Gossett jr, Bruce Dern
Crimine apparentemente inspiegabile nella dolce San Francisco: i passeggeri di un autobus di linea vengono sterminati a colpi di mitra. Chi è stato? E, soprattutto, perché? L'ispettore che conduce le indagini non si scompone e come un mastino arriverà alla fine dell'enigma. Matthau al solito è bravissimo, ma non sempre il film è all'altezza dell'ambiguità e delle sottigliezze del bel romanzo, ambientato a Stoccolma, di Wahlöo & Sjövall (quand'ancora non era esplosa la moda dei giallisti scandinavi).  |
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