Massimo Bonfantini

Il giallo e il noir



Parte quarta. Maigret si diverte con Simenon


1. Fare Storia con i gialli

“Quando un giornalista fa bene il suo mestiere, come quando lo fa uno scrittore di gialli, non fa soltanto cronaca. Fa Storia”.

Così conclude Carlo Lucarelli la sua Introduzione al numero speciale dell’Europeo, uscito nel luglio 2003, dedicato ai Veri gialli della nera. Evidentemente, Lucarelli vuol dire che, anche quando non si fa luce sulla verità di un delitto vero, la scrittura, anche la scrittura di un narratore, di un giallista, se è vera scrittura interpretativa, riesce a essere scrittura vera di realtà di persone e società storiche.
Lucarelli pensa forse anche a sé, come autore di gialli, ma certo al realismo storico, intriso di denuncia e conoscenza degli ambienti sociali da cui nasce il delitto: realismo proprio dei grandi giallisti, anche tradizionali come Simenon.
Il bozzettismo affettuoso, un po’ da commedia brillante, con cui è dipinto Maigret, nelle sue relazioni con la moglie e l’entourage dei personaggi fissi, ci può distogliere l’attenzione dal vigore, di ispirazione tra Balzac e Zola, con cui vengono tratteggiati i vizi perversi e parassitari di certa alta borghesia; gli egoismi e le avidità della media borghesia ‘perbene’, cittadina o paesana, parigina o provinciale, industriale o professionale; la volontà di potenza e la sete di controllo di certi mercanti venuti dal niente; la brutalità bestiale e la lussuria disperata di amanti plebei o di bande sciagurate di immigrati; le connivenze o le complici coperture dei politici. Ancorché l’ideologia attraverso cui i fatti e i fattacci sono illuminati e interpretati sia quella di un solido conservatore con venature reazionarie, resta un forte sentore di realtà. Sono fatti che sanno di verità. Come anche Maigret è terribilmente vero.
Straordinario personaggio seriale, Maigret: con carattere a tutto tondo, ben definito, ma con sfumature di azioni e di comportamenti e di sentimenti, che evolvono con l’età.
Da un certo momento in poi Simenon cura la biografia di Maigret più della propria. Una mossa importante è quella che Simenon fa a Tumacacori in Arizona nel 1948. Quando scrive La prima inchiesta di Maigret, che esce nel 1949 a Parigi, ma che è ambientata, sempre a Parigi, nel 1913, quando Maigret aveva 26 anni, era alle prime armi, ed era fresco sposino, da un anno, di Louise Léonard.
La mossa è importante, perché Simenon esplicita a posteriori e giustifica la genesi del personaggio. Esplicita soprattutto la vocazione di Maigret.
A metà del libro, sul principio del capitolo quinto, intitolato “La prima ambizione di Maigret”, troviamo questa celebre pagina:

La morte del padre aveva costretto Maigret a interrompere al secondo anno gli studi di medicina, ma in realtà non aveva mai avuto intenzione di fare il medico e curare i malati.
A dire il vero, il mestiere che aveva sempre sognato non esisteva. Da ragazzo, al paese, aveva come l’impressione che un sacco di gente non fosse al posto suo, o prendesse una strada sbagliata unicamente perché non aveva le idee chiare.
E immaginava un uomo di infinita saggezza, e soprattutto di infinita perspicacia, al tempo stesso medico e sacerdote, un uomo in grado di intuire con un’occhiata il destino delle persone.
Un uomo da consultare come si consulta un medico. Una specie di aggiustatore di destini. E non solo perché intelligente - forse non aveva neanche bisogno di un’intelligenza eccezionale -, ma perché capace di mettersi nei panni di chiunque.
Maigret non aveva mai parlato di questo con nessuno. Né osava pensarci troppo seriamente per paura di sentirsi ridicolo. Non potendo portare a termine gli studi di medicina, era comunque entrato nella polizia, per caso. Ma era stato poi veramente un caso? E i poliziotti non sono qualche volta proprio degli aggiustatori di destini?

Questa pagina esalta spesso psicoanalisti e psicoterapeuti vari, i quali, come per esempio Laura Filastò, scelgono Maigret come santo patrono, conquisi da questa missione di aggiustatore di destini, di curatore di anime colpevoli e lacerate. Anche se nella medesima raccolta, di atti di un convegno tenutosi a Firenze, raccolta intitolata Les écritures de Maigret, il fratello giallista e avvocato di Laura Filastò, che si chiama Nino Filastò, accusa Maigret proprio di autoritarismo da Santa Inquisizione, poco garantista negli interrogatori finali, e testardamente attaccato alle prime intuizioni.
Per fortuna Maigret non è nel suo agire così pretensioso e antipatico come il personaggio sacro, il miracoloso guaritore, cui nella sua adolescenziale ingenuità voleva avvicinarsi.
E io penso che in nessuno dei 76 romanzi e dei 26 racconti dedicatigli da Simenon, Maigret si comporti come chi creda di “intuire con un’occhiata” sola il destino di un uomo. La colpevolezza o l’innocenza. L’inchiesta e l’indagine sono quasi sempre circospette, lente, laboriose, fitte di scoperte tentative e parziali e di controprove. E quando la ragionevole ipotesi iniziale risulta precipitosa, come in Maigret e la Stangona, il nostro detective se ne accorge proprio dall’interrogatorio dell’indiziato, e riesce a correggere la direzione: a percorrere e a verificare l’ipotesi alternativa.

Per apprezzare le storie di Maigret, lo stile di Maigret, le inchieste di Maigret, è necessario stare attenti a quello che il detective fa, non a quello che dice di fare, o piuttosto a quello che dice che sta facendo il suo autore, quando si perde in commenti, che vogliono essere magnificativi e che risultano confusivi.
Simenon ha un debole per il termine ‘intuizione’. Cesario, in una monografia Su Simenon, peraltro eccellente per spunti e messe di informazioni, gli va dietro.
Le intuizioni, come l’empatia e le ispirazioni, hanno il fascino dell’eccezionale, del magico, del miracoloso, dello spiritismo. Ma hanno lo spiacevole difetto di non esistere, come conoscenza immediata e definita del vero, e di essere una magniloquente copertura apolegetica di una subitanea associazione di idee vagamente promettente: di una ipotesi vaga, se non corroborata da un lavoro di approfondimento teorico e di verifiche sperimentali.
Se partiamo dalla prima inchiesta di Maigret, scritta da Simenon, cioè da Pietr il lettone, avremo l’immagine di un Maigret, dice giustamente Oliva, “non troppo diverso dal suo quasi coetaneo Sam Spade” (Il falcone maltese esce un anno prima, ma il romanzo di Simenon, pubblicato nel 1931, è scritto nel 1929).

“Investigatore pragmatico e non intellettuale”, dice Oliva, Maigret “non può fare altro che marcare quanto più è possibile da vicino il suo uomo, di imparare a conoscerne le virtù e le debolezze”.

2. Il metodo di Maigret

Del resto il pedinamento del poliziotto assomiglia al pedinamento dei personaggi, raccomandato da Cesare Zavattini come regola fondamentale per gli autori del nostro neorealismo cinematografico. E presto il metodo interattivo-osservativo di Maigret si distende nelle tre procedure: dell’osservazione da un punto fisso come un bistrot; del turismo investigativo nell’ambiente fisico; dei dialoghi a giri successivi con i testimoni. Mentre Moers della scientifica e gli ispettori forniscono dati, indizi, identificazioni anagrafiche, analisi, precedenti, ecc.
Ma il filo principale dell’indagine è indubbiamente la ricostruzione del perché, del movente, della causa finale, come diceva Aristotele. Perciò Maigret bada soprattutto al legame di coerenza e/o plausibilità fra l’abito e i caratteri dei possibili colpevoli e il fattaccio.
Nella ricostruzione storico-romanzesca degli eventi Maigret ricorre a regolarità sociologiche e/o psicologiche di validità indeterminata. Perciò indovina e rischia più di Holmes. Ma lo può fare, perché ha gli indiziati sottomano e il torchio della verifica e degli interrogatori a disposizione.
La verità che cerca Maigret è iconico-narrativa. Perciò Maigret deve lasciare gravitazionare i dati. Intento e intontito, attento e vuoto, Maigret va dentro la storia e se ne lascia invadere.
Maigret è un grande detective. Simenon ha inventato un grande personaggio, perché Maigret ha un suo stile speciale e prediletto nel fare abduzioni e nel condurre l’inchiesta. Uno stile che genericamente possiamo definire sotto il segno del pragmatismo e del comportamentismo. Nel senso che Maigret fa molta attenzione alle abitudini e al legame fra psicologia e comportamenti nella vittima e poi, a partire dalla vittima, negli altri personaggi dell’azione, perché dalla personalità della vittima si risale all’omicida. Ma se vogliamo chiarire più specificatamente lo stile investigativo di Maigret, dovremo dire che è caratterizzato da una grande attenzione all’oralità e dunque al mangiare e al bere.

Se in un personaggio come Nero Wolfe l’attenzione al cibo è un’attenzione da raffinato gastronomo ed è in carattere con la ‘eccezionalità’ dell’individuo detective, per Maigret l’attenzione al cibo è da un lato un’attenzione da buongustaio senza snobismi, ma dall’altro è una scelta di metodo. Il metodo di Maigret privilegia la fase orale. Maigret parla molto, mangia molto, beve molto, rumina, assapora. L’oralità è anche una metafora utile ad apprezzare lo stile dell’inchiesta e della scrittura, di Maigret e di Simenon.
L’inchiesta va assaporata a poco a poco, entrando in atmosfera con tanti piccoli sorsi, e scegliendo il liquore giusto (la tonalità giusta) da conservare per tutto il tempo dell’indagine. Come fa Maigret, che conduce certe inchieste a base di birra, altre di bianco, altre in chiave di calvados.
Come uno storico delle Annales, Maigret è attentissimo al rapporto tra cultura materiale, abitudini materiali e abitudini sociali e tratti psicologici dei suoi soggetti d’indagine.
Che lo stile nel vestire, nel muoversi, nello stare a tavola, nel mangiare e nel bere, dico nel modo e nella qualità ovvero nel contenuto, sia una spia fondamentale, non solo dell’appartenenza di classe ma anche del carattere della persona, è quanto Maigret evidenzia persino con enfasi nelle sue prime apparizioni a partire da Pietr il Lettone, composto nel 1929 e pubblicato nel 1931. Ma è con Maigret et son mort, tradotto nel 1954 da Mondadori con il titolo Ben tornato Maigret, che il Commissario si prende cura, amorevole e scientifica insieme, della sua vittima, riuscendo a scoprire la sua bibita preferita, il Suze-citron.

Ma con ciò siamo ben lungi dall’averla identificata; a che ci serve sapere i gusti del morto «in materia di aperitivi»? Così obbietta a Maigret lo scorbutico e ottuso Giudice Istruttore Coméliau, fornendo a Maigret e a Simenon l’occasione per un pezzo esemplarmente dimostrativo, che comincia così: «Avete mai bevuto il Suze-citron, signor Giudice? È una bibita amara, poco alcolica. Non è un aperitivo di normale consumo. Ho avuto anzi occasione di notare che quelli che lo bevono non sono in generale persone che vanno al caffè per soddisfare il desiderio sporadico di un aperitivo, ma sono frequentatori abituali, come ad esempio i viaggiatori di commercio, che vogliono partecipare a numerose bevute».

Da altri tratti, da altre abitudini concomitanti, Maigret scopre che il suo morto è il padroncino di un piccolo locale. Qui entrato, Maigret si serve per prima cosa proprio un Suze-citron, «ricordandosi della bibita preferita dal suo morto», e quasi per penetrarne il carattere, per esercitare l’esercizio che Dilthey chiamava di comprensione, con una tecnica da attore, che si vuole calare nel personaggio, capirne i sentimenti, partendo dai gesti, come del resto deve aver suggerito a Simenon il Poe della Lettera rubata.

È proprio qui, infatti, che sentiamo [è Dupin che parla] del ragazzo di otto anni il quale formava l’ammirazione di tutti per la sua bravura al gioco di pari e dispari. È un gioco semplicissimo che si fa con le palline. Uno dei giocatori, stringendo in mano un certo numero di palline, domanda al compagno se il numero è pari o dispari. Se questi indovina guadagna una delle palline, se sbaglia ne perde una. Il bambino di cui vi parlo, aveva vinto tutte le palline della scuola. Naturalmente possedeva un modo d’indovinare; e questo consisteva semplicemente nell’osservare e calcolare la scaltrezza dei suoi avversari. Per esempio il suo avversario è un semplicione, che levando in aria il pugno chiuso chiede: «Pari o dispari?». Il nostro ragazzo risponde: «Dispari» e perde, ma la seconda volta vince perché dice fra sé: «il semplicione le aveva pari la prima volta, e tutta la sua furberia arriverà sino a metterle dispari; allora io dirò: dispari». Dice dispari e vince. Con un avversario però di un grado meno ingenuo avrebbe pensato: «A questi, la prima idea che si affaccerà alla mente, avendomi udito dir dispari la prima volta, sarà la semplice variazione da pari a dispari, come ha fatto quell’altro semplicione; però una seconda riflessione gli farà pensare che è un cambiamento troppo semplice e alla fine si deciderà a ripetere pari, come la prima volta. Io dirò dunque pari». Così fa, e vince. Ora questo modo di ragionare del nostro bambino, che i suoi compagni chiamano fortuna, che cos’è mai?
Non è - risposi - che un’identificazione della mente del nostro ragionatore con quella del suo avversario.
- Appunto – disse Dupin - ed ecco la risposta che ebbi da quel ragazzo, quando gli domandai quale mezzo aveva, per ottenere quella perfetta identificazione, che faceva il suo successo: «Quando voglio sapere sino a che punto qualcuno sia furbo o sciocco, o buono o cattivo, o quali sono i suoi pensieri, in quel momento, cerco di dare al mio viso per quanto mi è possibile la sua stessa espressione e poi aspetto per vedere quali pensieri o sentimenti verranno nella mia mente o nel mio cuore, in corrispondenza alla mia fisionomia».

Maigret generalizza questa suggestione di Poe-Dupin, dunque. Connettere gli indizi con un certo tipo di azione, di atto, l’atto con presunte o presumibili abitudini; le abitudini con i caratteri e i costumi dell’individuo. Di qui ricostruire per ipotesi la personalità della vittima, del testimone, del sospetto-assassino. Per poi verificare la coerenza o incoerenza, la plausibilità o implausibilità dell’accordarsi del personaggio con quel determinato atto. Questo, più che una generica attenzione al movente, è il metodo da storico, da psicologo, da narratore di Maigret.

3. Maigret s’amuse

In questo romanzo del 1957, Maigret s’amuse ovvero Maigret si diverte, Simenon si ispira però non solo e non tanto alla Lettera rubata, ma all’altro straordinario racconto di detection di Poe, Il mistero di Marie Rogêt: un’indagine tutta attraverso i giornali.
In questo romanzo Simenon pare perseguire un intento dimostrativo, quasi pedantemente didascalico. Fa dell’immaginazione narrativa di Maigret la protagonista dichiarata del racconto. Al punto da non richiedere quasi cooperazione dalla nostra immaginazione. Il testo ha il fascino geometrico e un po’ rigido di una detection che è insieme una meta-detection, programmaticamente spogliata di ogni ornamento inessenziale.

Che cosa è l’essenziale del metodo di Maigret? Per spiegarcelo Simenon fa una prova. Prova a togliergli la macchina della polizia. Anzitutto la visione diretta della scena del delitto e degli indizi. Poi i referti, reperti, testimonianze, analisi degli esperti. Infine la possibilità di arricchire e svolgere l’inchiesta con gli interrogatori.
Con quale mossa narrativa Simenon può mettere in moto il suo esperimento? Facendo obbligare Maigret, un po’ dalla sua salute, un po’ dal buon dottor Pardon e un po’ da Mme Maigret, a prendersi finalmente delle vacanze piene in agosto. E poi, per un gioco di circostanze e coincidenze assai verosimili, obbligandolo a stare in vacanza e in incognito a Parigi. A questo punto Maigret è pronto per seguire ‘da dilettante’ e attraverso i giornali e i mass media come un qualunque privato cittadino il Caso Jave. Janvier che lo sostituisce nel suo ufficio al Quai des Orfèvres ha la sua grande occasione. Maigret anche moralmente è così impedito dall’intervenire. Riuscirà ad aiutarlo egualmente, e nel modo più strambo per un poliziotto, mandando al suo allievo tre biglietti anonimi. Janvier è allievo ben degno del maestro. Farà tesoro dei consigli.

In molti romanzi di Simenon i pensieri con cui Maigret ‘fila’ l’enigma sono appena accennati, e le sue ipotesi si mischiano continuamente con l’accumularsi dei riscontri e delle testimonianze. L’indagine ha un po’ l’andamento di un assedio: in cui i vari colloqui e l’interrogatorio finale acquistano una funzione decisiva.
Qui no. Qui Maigret, proprio come il lettore, ma anche come lo scrittore, “non aveva visto nessuno dei personaggi del dramma in carne e ossa” (p. 131). Doveva lavorare su quanto gli raccontavano altri testi: gli articoli dei giornali.
Ma appunto per questo l’avventura del suo pensiero, nel suo obbligato correre via dai dati di fatto, andare oltre la loro chiusa inerzia, diventa espressamente, dichiaratamente, la dimensione più interessante della detection. E il metodo, lo stile di questa ricostruzione intellettual-immaginativa è il vero tema del romanzo.
Ci interessa richiamare solo due scenari del dramma, che si svolge in pieno agosto in Francia circa cinquant’anni fa.
Il primo è naturalmente la scena del delitto: lo studio medico dell’affermato Dottor Philippe Jave, professionista capace, alla moda e in ascesa, sui quaranta. Sostituito nelle vacanze estive dal giovane Gilbert Négrel, trentenne, di famiglia antica, borghese e protestante di Nîmes, serio e studioso allievo di Jave.
È in questo studio, sito sullo stesso pianerottolo dell’abitazione dei Jave, che si scopre, nudo e piegato in un armadio, il cadavere di Éveline, moglie del Dottor Jave. Sul cadavere un’ecchimosi alla tempia. La morte provocata da un’iniezione di digitalina, invece che di canfora: digitalina, controindicatissima per chi già soffriva di un battito cardiaco patologicamente lento.

Il secondo scenario del dramma è la villa di Cannes dove i coniugi Jave passano le vacanze con la bambina e la governante-bambinaia: la cinquantenne Claire Jusserand.
Il giornalista Lassagne con un’inchiesta tenace riesce a ricostruire adolescenza e prima giovinezza di Éveline Le Guérec a Concarneau. Risulta assodato che la ragazza reagiva alla condanna della malattia incurabile con una rabbiosa intraprendenza sessuale. Fra l’altro, “aveva voluto” un maturo scapolo e poi un dentista, di cui aveva distrutto il matrimonio.
Un’edizione successiva del giornale, oltre ad accennare a un possibile ritorno di Maigret dalle vacanze, riporta una dichiarazione di Martine Chapuis, la fidanzata, a Janvier e alla stampa. Era a conoscenza della “persecuzione” cui da un paio d’anni Éveline sottoponeva Négrel, che ne aveva “pietà”. Martine non ne era gelosa.
Gli indizi, le circostanze materiali giocano più contro Négrel che contro Jave. Era ben Négrel sicuramente sul posto press’a poco nell’ora del delitto. E anche la logica più generale e generica delle azioni sembra giocare contro Négrel. Se Éveline era nuda, lo sarà stata per fare all’amore. E ovviamente, in quel luogo, e in quel modo così ansioso e trasgressivo, non con il marito. E se Éveline è svenuta, è più facile che sia stato il giovane amante a emozionarsi sino a sbagliare l’ampolla e a iniettarle digitalina invece di canfora.
E tuttavia il fatto che non quadra, il ‘fatto sorprendente’ è per Maigret da subito proprio questa nudità della povera Éveline, forse perché la sua causa sembra troppo ovvia.

“MAIS POURQUOI DIABLE ÉTAIT-ELLE NUE?”.

È il primo biglietto-consiglio a Janvier.

Il secondo è:

“À VOTRE PLACE, J’IRAIS À CONCARNEAU”,

in ossequio del resto a una massima notissima del metodo di Maigret: che per scoprire l’assassino bisogna conoscere il carattere della vittima. Ora proprio a Concarneau si scopre che il carattere di Éveline poteva essere coerente con il ritrovamento del suo corpo nudo. La cosa sembra naturale anche alla pudica signora Maigret. Ma non a Maigret:

L’immagine di Éveline nuda, piegata in due nell’armadio, gli tornava in mente senza dargli tregua. […]. La cosa non quadrava. Era a causa del carattere di Négrel che questa versione degli avvenimenti gli sembrava falsa? Il giovane sostituiva un collega in uno degli studi medici più lussuosi di Parigi. Aveva alcuni appuntamenti. Cinque, era stato detto. Altri clienti potevano sopraggiungere da un momento all’altro, perché era orario di visite. E poi c’era Josépha, la serva, lì di faccia. Anche se Éveline si fosse effettivamente spogliata, persino se lui l’avesse uccisa, intenzionalmente o no, Négrel non era forse il tipo d’uomo che l’avrebbe rivestita? E non necessariamente per stornare i sospetti. Piuttosto per una sorta di riflesso (p. 149 dell’edizione originale francese).

Non c’è nessuna legge scientifica, né qualche statistica che lo esclude con sicurezza, dico che i giovani protestanti e professionisti di Nîmes abbandonino vittime nude. Ma a Maigret, in base al carattere, risultante da tutte le informazioni, di quel giovane, questa ipotesi, per quel giovane, stride.
Allora, contro le apparenze, l’assassino, freddo calcolatore nella macchinazione per incolpare Négrel, non può che essere Jave. Jave ha moltissimo movente. Ma ha un alibi. E soprattutto ha dalla sua la presunzione di ignoranza della presenza della moglie nel suo studio quel sabato pomeriggio. Tuttavia, se ha ucciso, e deve avere ucciso, doveva sapere che la moglie era lì. E poteva averlo saputo solo da Claire Jusserand. Ma è ben plausibile secondo Maigret che Claire abbia comunicato a Jave l’appuntamento preso da Éveline per telefono con Négrel. Quella donna amara e arcigna, privata delle gioie dell’amore, doveva invidiare Éveline ed essere dalla parte di Jave. Spesso quel tipo di donna, del resto, fissa il suo affetto in una sorta di “culto segreto” su “un solo uomo”, che diventa la sua sola ragione di vita (p. 157).
Ecco dunque Maigret che, rovesciando il paradigma indiziario di Holmes e C., fa saltar fuori la necessità o destinatività razionale di un evento (la comunicazione di Claire a Philippe Jave) dalla cogenza dell’ipotesi teorico-narrativa.
Ma come verificare l’esistenza effettuale dell’evento previsto come necessario dalla teoria? Solo interrogando Claire. E, dato il tipo, solo interrogandola con un tranello, in modo mascherato e indiretto.
Qui la sua condizione insolita di “dilettante” gioca a vantaggio di Maigret. Può ricorrere a un trucco che “non si sarebbe permesso se si fosse trovato nel suo ufficio al posto di Janvier” (p. 160). Un trucco da giocatore non da funzionario. Un trucco in cui entrano le tre abilità del baro, che imbroglia per forzare la sorte, dell’attore, che rappresenta una parte e si finge un altro, del giocatore di bigliardo, che esplora il continuo di un’area di posizioni di scocco e infine trepidante ma decisissimo si affida a quell’unico colpo di cui presente nell’immaginazione e nella tensione dei muscoli gli effetti - meditati e previsti ma non propriamente computati e perciò sempre avvolti, costitutivamente, in un alone di indeterminatezza.
Maigret telefona a Mlle Jusserand a Cannes fingendosi Jave. Fortunatamente la linea è disturbata. Maigret indovina che un tipo come Jave telefonando doveva chiamare per nome la sua dipendente e presentarsi dicendo “Ici, monsieur”. Infine la domanda:

“Ditemi, Claire, quando la polizia vi ha interrogata in merito alla telefonata della signora di venerdì, avete risposto che me ne avevate parlato? ”

“Certo che no, fece la voce dall’altro capo del filo”.

La verifica aveva confermato l’evento razionalmente necessario. Il caso era risolto. Maigret poteva inviare il terzo decisivo biglietto a Janvier:

“JAVE SAVAIT PAR LA NURSE, DÈS VENDREDI

SOIR, QUE SA FEMME VIENDRAIT A PARIS”.

Maigret parte infine per le vacanze. In un alberghetto lo raggiunge una cartolina, anonima ma del fido Janvier, con su scritto:

MERCI, PATRON.

GRAZIE, CAPO.

E io ringrazio voi per la paziente e affettuosa attenzione.