Massimo Bonfantini

Il giallo e il noir



Parte sesta. Il nero senza paura

1. Perché e come dal giallo al noir

Nel nostro genere, che per il suo tema si può chiamare delle storie che concernono delitti e soprattutto fatti di sangue, si constata dunque una certa evoluzione, che va, dalla metà del Novecento a oggi, dal ‘giallo’ al ‘nero’.
Dal giallo classico al noir contemporaneo, vuol dire anzitutto che il centro dell’attenzione dell’autore, e quindi del lettore, si sposta dalla bravura logica e dal metodo scientifico del detective alla significatività morale e sociale e/o efferatezza e/o fascinosità morbosa del delitto o fattaccio.
Ciò comporta naturalmente una maggiore attenzione alla specificità, ai moventi, ai caratteri dei delinquenti. E insieme una attenzione nuova alla vittima, alle vittime. E con ciò anche ai detective e agli eroi per caso e storicamente nuovi.
Il giallo classico, la detective story, ha rilevanza per la filosofia, il metodo delle scienze e l’epistemologia.
La storia criminale contemporanea si intreccia invece soprattutto con la storia e le storie.
In un senso duplice, del fare storia: da un lato, illumina tipicamente certe verità storiche; dall’altro, fornisce esempi, modelli e strumenti di interscambio di ricerche per le scienze storiche.
Dalla filosofia alla storia attraverso la morale, si potrebbe dire.
L’anello di passaggio dal distaccato, aristocratico, filosofico e ‘scientifico’ Dupin, con tutti i suoi discendenti, ai mutevoli nuovi eroi borghesi, maschi e femmine, ufficiali o casuali, è l’eroe necessario, moralista inflessibile, impegnato nella sua intransigente battaglia contro il male. L’anello di congiunzione è costituito dalla tradizione del grande detective giustiziere duro e puro: che va dal Marlowe di Chandler all’Alligatore di Carlotto, passando per Scerbanenco, mi viene da dire.
Ma l’impegno, a partire dalla critica al giallo tradizionale, portata dal poker d’assi Dürrenmatt, Gadda, Woolrich, Highsmith, si trasferisce pian piano dal detective all’autore.
Per fare chiarezza sui comportamenti morali, sociali, storici, individuali e collettivi, ci vuole la detection. Il romanzo di impegno civile non può che essere giallo. Questo ci insegna in Italia con la coerenza di tutta una ricerca e di tutta una vita Leonardo Sciascia.
Ma chi compie la detection è l’autore, lo scrittore.
Forse adesso non è più così solo, con i suoi eroi di carta, perché detective modesti e popolari hanno più coraggio di una volta, e le verità sulle cause dei delitti diventano sapere comune o almeno più diffuso.

2. Sciascia legittima i gialli come letteratura alta

Questo forse è il senso, o certo uno dei messaggi, contenuto in Una storia semplice, Adelphi 1989.
Leggo da una scheda preparata, nel 2002, da Marco Lancellotti, filosofo e scrittore:

“Giorgio Roccella, diplomatico, assente da molti anni da Monterosso, suo paese natale in Sicilia, tornato scrive ‘Ho trovato’ (in casa mia qualcosa: ma cosa?), e telefona alla polizia che, il giorno dopo, effettua una perquisizione rinvenendolo morto. Suicidio? Nella casa vi sono segni di vita recente: un telefono installato da non molto, chiavistelli nuovi nei magazzini…

Un treno si deve fermare per un semaforo rosso e un passante ne avverte il capostazione che, insieme ad un operaio, il giorno seguente sarà ritrovato ucciso. Un sacerdote seguiva gli ormai modesti interessi di casa Roccella. Durante una seconda perquisizione di essa un brigadiere vede che il suo commissario conosce un interruttore della luce non visibile agli occhi, e il giorno dopo lo scomodo testimone sta per essere ucciso dal superiore, che simula un incidente, ma spara per primo.

Appunto come ‘incidente’ verrà classificata da polizia e giudice l’uccisione del commissario: le prove a suo carico potrebbero, pirandellianamente, valere altrettanto bene per il subordinato. Eppure era indubitabilmente lui, il commissario, insieme al sacerdote custode della casa, l’autore del triplice omicidio: erano loro i capi di una banda di ladri e spacciatori che, fatto dell’abitazione di Roccella il proprio covo, al suo arrivo lo avevano ucciso trasportando dal capostazione, complice e a sua volta vittima, la droga, gli strumenti di raffinazione, un quadro.

Iniziata nel 1961 con Il giorno della civetta, la carriera di Sciascia si conclude con questo ‘giallo’ più breve ma stilisticamente e strutturalmente ancor più raffinato”.
Raffinate e perfette, fra l’altro, le due scene madri. La prima scena madre, che rivela, per illuminazione reale e metaforica, la responsabilità del commissario agli occhi del Brigadiere Lagandara:

Al pianterreno non c’era, per gli agenti, nulla che non fosse già stato visto. Salirono al primo piano, entrarono in cucina. La porticina verso il solaio era tenebrosamente aperta. Vi si fermarono; poi il commissario si fece avanti, salì agile e sicuro la scaletta di legno: e arrivato lassù inondò di luce il solaio. E gli altri appresso.
Il brigadiere, muovendosi con cautela tra tutta quella roba accatastata, girava e rigirava lo sguardo sui muri.
“Che cosa cerchi? ” domandò il commissario.
“L’interruttore”.
“Ah, già: tu non sei mai riuscito a trovarlo. Ma non è difficile: è dietro il busto di Sant’Ignazio”.
“Ma non si vede” disse il brigadiere.
“Intuito” disse il commissario. E scherzò. “Non dirmi che l’ho trovato perché sono laureato”. Ma gli occhi gli si erano invetrati come di terrore.
“Non glielo dirò” disse il Brigadiere: cupamente.

Lasciamo risuonare cupamente l’avverbio “cupamente” nell’ampio spazio bianco di quello che resta della pagina 59 dell’edizione CORSERA 2003. E poi andiamo alla seconda scena madre, che è naturale figliazione di questa prima. La seconda scena madre è un topos da giallo e da western. Andiamo avanti di cinque pagine. Fermiamoci alle pagine 64 e 65:

Il brigadiere capì. Sul giornale che aveva davanti e che fingeva di leggere, le parole si agglomerarono, si fusero, si sciolsero nel titolo che il commissario credeva di poter leggere nei giornali all’indomani: “Commissario di polizia uccide per errore un suo subalterno”.
Disse: “Io pulisco sempre la mia… Ma lei è un buon tiratore?”
“Eccellente” disse il commissario.
E il brigadiere ad avvertimento e a scarico di coscienza:
“Badi che colpire il centro di un bersaglio non basta per essere considerati buoni tiratori. Ci vuole destrezza, rapidità… ”.
“Lo so”. Eh no, pensò il brigadiere, non lo sai: o perlomeno non lo sai come lo so io.
La sua pistola la posava ogni mattina nel cassetto alto, a destra, della scrivania. Lo aprì lentamente, silenziosamente con la destra mentre con la sinistra si teneva davanti il giornale. Le sue mani erano diventate più agili e come moltiplicate, tutti i suoi sensi più acuti. Vibrava tutto in lui, come di una corda metallica sottile e tesa. L’atavico istinto contadino a diffidare, a vigilare, a sospettare, a prevedere il peggio e a riconoscerlo gli si era risvegliato sino al parossismo.
Il commissario finì di pulire la pistola, la ricaricò, l’impugnò fingendo mira alla lampada, a un calendario, al pomo dl una porta; ma al momento in cui con improvvisa rapidità la puntò sul brigadiere e sparò, questi si era già gettato a terra con tutta la sedia, aveva scoperto dal giornale che teneva con la sinistra la pistola che aveva tirato dal cassetto, sparato un colpo dritto al cuore del commissario, che crollò sulle carte che aveva davanti copiosamente insanguinandole.
“Era un buon tiratore” disse il brigadiere guardando il foro del proiettile dietro la sua scrivania “ma io lo avevo avvertito”: quasi avesse vinto in una gara. Ma subito dopo cominciò a piangere e a battere i denti.
Naturalmente finisce con l’insabbiamento, tre pagine dopo:
Richiamarono [il brigadiere Lagandara] più di un’ora dopo.
“Incidente” disse il magistrato.
“Incidente” disse il questore.
“Incidente” disse il colonnello.E perciò sui giornali: “Brigadiere uccide incidentalmente, mentre pulisce la pistola, il commissario capo della polizia giudiziaria”.

Lo stile è incalzante. La scrittura breve, incisiva, paratattica. È l’energia della scrittura trasparente, e senza fronzoli né ricerca della moltiplicazione di effetti, che vuole avvicinarsi a quella praticata e predicata da Stendhal, nelle Croniques Italiennes e nel Rosso e il nero. E Stendhal era un maestro ideale di Sciascia. Ma nella lieve increspatura grottesca delle battute delle autorità, come nel ritorno beffardo del tormentone dei falsi titoli di giornale, c’è qualcosa del Cechov dei primi racconti e degli atti unici.

È forse a partire da questo racconto magistrale di Sciascia che si comincia e che cominciamo tutti ad accettare lo status di vera letteratura per i gialli.
Che anzi comprendiamo che il nuovo realismo storico non può che avere questa scrittura indaginosa e perentoria; con l’attenzione fissa alla singolarità della situazione, alla singolarità della materialità nera degli eventi particolari. Ma l’attenzione si apre al senso tipico e generale. Qui, nello scritto di Sciascia, magistratura, polizia e chiesa sono unite nel delitto e nella mafia.

3. Dacia Maraini vince nobilitando la cronaca nera

Lo stile, del sospetto, della suspense, dell’indagine, della scoperta delle connivenze e degli orrori nascosti, dell’analisi e della denuncia del vissuto e delle sue cause, penetra nel giornalismo, nella scrittura degli storici, in tutta la narrativa.
Di colpo, nel giro di pochi anni, la scrittura in giallo e in nero acquista prestigio e addirittura centralità, oltre che pervasività in letteratura.
Intanto, nel 1991, Corrado Stajano scrive con Un eroe borghese dedicato al caso Ambrosoli, la sua storia: con ritmo romanzesco, ma assolutamente veritiera, rigorosamente ‘vera’ detection sui delitti dei potenti.
Intanto, il pool di Mani pulite, come riconoscerà Gherardo Colombo nel suo libro Il vizio della memoria, userà con precisione le armi della detection.
Il nuovo giallo-nero viene rapidamente considerato nuovo realismo critico e nuova avanguardia.
Ormai non solo dalla cosiddetta critica militante, sui giornali, ma anche dagli italianisti o dai sociologi della letteratura, nei testi destinati all’università. Come nel libro a più autori, e curato da Elisabetta Mondello, che trovate indicato anche in bibliografia, La narrativa italiana degli anni novanta (Roma, Meltemi, 2004).
Il tema centrale è il delitto come iceberg del ghiaccio crudele della violenza e della sopraffazione e dello sfruttamento diffusi.
Non è tanto il metodico esercizio intellettuale e distaccato della ragione interpretativa dell’onnisciente e onnipotente detective-giustiziere, che interessa i nuovi autori e i nuovi lettori. Ma interessa fermarsi a interrogarsi e a riflettere sulle radici specifiche dei singoli orrori.
Riflettere sulle radici della violenza sessuale e famigliare, sulle radici della violenza sociale, degli interessi, del potere, del razzismo, del fanatismo, del fondamentalismo.
Questi diventano anche i temi prediletti di scrittori e scrittrici riconosciuti, oltre che di scrittori emergenti.
Nessuno si meraviglia dunque che alla fine degli anni novanta, Dacia Maraini riceva il massimo premio, il massimo riconoscimento letterario italiano, il Premio Strega, proprio per una raccolta di dodici racconti ispirati al nero della cronaca, tra i quali fa da filo conduttore, più tonale e morale che intellettuale, la commissaria Adele Sòfia.
Qualche volta non deve neanche, quasi, interrogare, solo ascoltare. Ascoltare una storia di vita. Come nel sesto e centrale racconto contenuto nel volume Buio, pubblicato da Rizzoli nel 1999, e dal CORSERA nel 2001, e intitolato Muri di notte.
È un racconto di finezza psicologica e di scrittura straordinaria, che getta più luce di tante inchieste sociologiche sul legame sadomasochista che tiene insieme o fa scoppiare molti rapporti coniugali. Leggiamo l’incipit, dalle pagine 85 e 86 del volume, come invito alla lettura o alla rilettura, magari recitativa, ad alta voce:

Una voce di donna nella notte. Parla con voce soffice, piana, intervallata da punte di acredine e sorpresa. Il tono in quei momenti si fa acuto, quasi infantile.
La commissaria Adele Sòfia la ascolta, attenta e meditabonda. Tiene gli occhi fissi su quel corpo di donna dalle ampie ferite. È piccola, ha gli occhi azzurri e i capelli neri. È robusta e delicata nello stesso tempo. Le bende sul collo e sul braccio sono visibili sotto la camicetta nera.
“Ero al buio. Dormivo. Ho sentito uno scossone al letto come se qualcuno ci sbattesse contro un ginocchio. Mi sono svegliata e ho visto un’ombra che mi stavo addosso. Mi colpiva rabbiosamente, sulla spalla, sul collo. Lì per lì non ho capito che era un coltello, signora commissaria, mi sembrava che mi stesse strappando la carne viva dal braccio sinistro, a morsi. Istintivamente ho allungato il destro, ancora sano, verso il comodino. Ho afferrato il pesante lume di ferro e ho colpito quella che mi sembrava essere la testa dell’aggressore. Ho sentito un rumore sordo, uno scricchiolio profondo e poi più niente, silenzio”.
“Quando ha capito chi era? ”
“Sono andata barcollando verso la porta. Ho spinto l’interruttore. Ho visto l’uomo disteso sul pavimento. In un primo momento non l’ho riconosciuto. Solo dopo, guardandolo meglio, ho capito che era Adriano, mio marito, signora commissaria”.
“Secondo lei perché aveva tentato di ucciderla? ”
“Non lo so, non lo capisco. ”
Delle lagrime scendono dagli occhi della donna piccola e robusta. La commissaria aspetta che riprenda a parlare.
“Vuole un bicchiere d’acqua? ”
“Pensavo a un ladro, uno di fuori. E invece era lui: Adriano, col coltello da cucina, mentre dormivo… Non c’era sangue accanto alla sua testa per terra, non c’era niente che facesse pensare alla morte. Sarà svenuto, ora riprenderà a respirare e che gli dico? Faccio finta di niente? Aveva la bocca aperta. Avrei voluto chiudergliela ma non riuscivo ad avvicinarmi. Gli guardavo il mento: si stava facendo crescere il pizzo. Era così strano quel pizzo grigio. Non gli stava bene, gli faceva una faccia furba e triste. Ora ricomincia a respirare, ora ricomincia a respirare… Ma non ricominciava e intanto non sapevo che fare. Poi ho visto quel rivolo di sangue che stava inzuppando la coperta del letto e mi sono portata una mano al collo. Allora ho sentito il dolore e mi ha preso una paura terribile”.
“Suo marito insegnava all’università. E lei, lavora?”
“Lavoro, anzi lavoravo per lui. Cominciavano la mattina a chiamarlo gli studenti, i colleghi, gli editori, gli organizzatori di seminari e di Convegni in giro per il mondo. Ero io l’addetta al telefono; prendevo i nomi, gli appuntamenti, smistavo le persone secondo quello che mi ordinava mio marito la mattina, prima di uscire”.

4. Assassini di madri: dall’orango di Poe a un figlio di mamma

Come diceva, ai suoi tempi, Emile Zola, il raccontare, e il romanzo, deve essere “sperimentale”. Cioè fondato, oltre che sulla tradizione e l’invenzione dell’arte, sull’esperienza di vita dell’autore.
È così ben comprensibile che Dacia Maraini in questi racconti se la cavi meglio, come qui, con personaggi del suo ambiente, di intellettuali e professori d’ambo i sessi.
Ma già c’era stata, a metà degli anni novanta, l’esplosione della Gioventù cannibale: “la prima antologia italiana dell’orrore estremo”, come recita il sottotitolo, antologia a cura di Daniele Brolli.
Di quel volumetto della Collana Einaudi Stile Libero del 1996, io credo che sia destinato a restare nella storia della letteratura il racconto di apertura: Seratina di Niccolò Ammaniti e Luisa Brancaccio.
È certo un racconto che si nutre di esperienze di vita, di vita vicina agli autori: in un mondo giovanile e studentesco della borghesia romana.
Il racconto, chiarissimo e perentorio, e ricco di risonanze, è un racconto nero: di un delitto, un delitto casuale ma terribilmente simbolico; di un delitto senza castigo.
Emanuele, studente altoborghese in legge, chiamato al videocitofono la sera dall’amico Aldo, accetta di farsi condurre in auto a prendere le sigarette, benché riluttante, perché deve andare a un matrimonio l’indomani, alzandosi presto. Così comincia la “seratina” del titolo.
A un certo punto della “seratina”, benché Emanuele voglia sganciarsi da Aldo, il ricco figlio di un gioielliere, sempre più bevuto e drogato, si trovano in tre. Perché hanno raccattato una bella ragazza amica di Aldo, Melania. Si trovano in tre dentro allo zoo, naturalmente sbarrato, dopo avere scavalcato il muro.
Dentro allo zoo, nasce la situazione drammatica, anzi tragica. In seguito a una sorta di debolezza cavalleresca dello studente altoborghese in legge Emanuele.

- Te l’ho detto. È pazza. Vuole il canguro -. Emanuele quasi non riusciva a parlare e si sentiva la faccia in fiamme.
- E che ci vuole fare con un canguro?
- Lo vuole carezzare, - disse Emanuele facendo il verso a Melania.
- E tu prendiglielo – fece Aldo con una alzata di spalle.
- Non hai capito, Aldo. Vuole che le prenda il canguro cucciolo, quello che dorme nella gabbia con la mamma.
- Ho capito, ho capito. Lei lo vuole? E tu vaglielo a prendere! Ti ha appena fatto una pippa, dài! A proposito, come è andata?
- Lo hai visto. Eri lì.
Aldo non rispose.
Camminarono in silenzio in direzione degli sciacalli.
- Vabbe’, secondo me lo devi fare. Che ci perdi? Scavalchi, glielo prendi un attimo e poi lo riporto indietro io. Così finisce la storia. Lei ti ha fatto la sega e tu le hai preso il canguro.
Emanuele si avviò di scatto verso la gabbia dei canguri.
- Dove stai andando? - fece Aldo.
- Vaffanculo! Mi avete rotto il cazzo. Tutti e due. Se la storia finisce dopo che ho preso il canguro, io lo prendo. Perché questa storia io non la sopporto più. Serata di merda, Aldo. Grazie.
Avrebbe fatto qualsiasi cosa a quel punto, era esausto.
Questa seratina del cazzo dovrà pur finire! Si disse e si aggrappò furiosamente alle sbarre della gabbia. Si tirò su facendo forza sulle braccia. Infilò un piede tra le punte del cancello arrugginito. Rimase un istante in bilico, la testa gli girava, affogata nell’alcol. La forza di gravità e le vertigini complottavano per farlo cadere. Chiuse gli occhi e si calò dall’altra parte. Atterrò con un rumore sordo. Il cuore aveva incominciato a pompargli adrenalina nelle arterie e la saliva gli si era seccata in bocca. […]
Dall’altra parte delle sbarre Aldo lo incitava. Sembrava un orango [NB!] imbottito di anfetamine. - Muoviti!
Puzzava. Quel posto puzzava di merda, piscio e animale selvatico.
Le due bestie giacevano addormentate sul cemento.
- Muoviti!
- E non rompere il cazzo! - gli sbraitò contro Emanuele.
Quei due marsupiali avrebbero dovuto starsene sotto il cielo stellato australiano, con ventotto gradi, in un bel prato di trentamila chilometri quadrati e invece erano a Roma, ingabbiati, a gelarsi il culo, a dormire tra i loro escrementi.
Continuavano a starsene immobili.
Vuoi vedere che sono morti? Che sono tutti morti gli animali di questo zoo?
Fu assalito da un orrendo dubbio.
Lo hanno chiuso e se ne sono andati via. Hanno lasciato gli animali a crepare nelle loro gabbie.
Poi vide il cucciolo agitare le zampe posteriori come fanno i cani quando sognano.
Avanzò.
La madre era enorme.
Un bestione di novanta chili. La lunga coda muscolosa sembrava una condotta dell’acqua coperta di pelo. Se la stringeva tra le minute zampette davanti, zampette da topo con gli artigli affilati. Quelle posteriori invece erano sproporzionate e incredibilmente possenti. Aveva la faccia di un Bambi. Un enorme Bambi grigio e deforme.
Era la prima volta che Emanuele vedeva dei canguri così da vicino.
Non riusciva a valutarne la pericolosità. Animali da documentario. Erano aggressivi? Avrebbero avuto paura?
Emanuele non ne aveva la minima idea.
Concluse che comunque sarebbe stato più sano e corretto non svegliare il bestione. Lentamente, coi movimenti accurati e precisi di un cinese che gioca a shangai, afferrò il piccolo immobilizzandolo con una stretta decisa. Era liscio. Pesava poco.
Fatto!
Si allontanò. Il piccolo canguro prese ad agitarsi, a scalciare impazzito. Emanuele lo strinse con più forza e lo guardò negli occhi. E fu lì che sbagliò.
In quelle pupille nere come petrolio e grosse come biglie vide tutta la paura del mondo. Il terrore dell’erbivoro sbranato dal carnivoro.
Restò a guardarlo imbambolato e poi lo lasciò andare.
Da un altro mondo arrivò la voce di Aldo: - Ma che hai fatto?!? Ce l’avevi in mano e te lo sei lasciato scappare! – Ma quello era un mondo lontano, al di là delle sbarre, un mondo che non aveva mai tenuto in braccio un piccolo canguro, che non sa quant’è morbido e tiepido. Un mondo che non capisce un cazzo di niente.
Si avviò deciso verso le sbarre.
Si sentiva meglio. Molto meglio. Aveva scaricato Aldo, Melania e la coscienza in un colpo solo. C’era entrato, in quella fottuta gabbia. Bella prova. E ne era uscito pulito, non aveva ceduto ai capricci stronzi di una troia.
Emanuele si girò un’ultima volta verso il cangurino, che si era rintanato in un angolo buio. Alzò un braccio. Voleva fargli ciao ciao con la mano.
Ma la mano non rispose al comando e prese a tremare, proprio come il cucciolo.
Mamma canguro si era svegliata.
Se ne stava ferma al centro della gabbia. Enorme. Lo guardava con due fessure buie e impenetrabili. […]
Il canguro saltò. Sollevandosi sulla coda partì con le zampe in avanti, pronto a scalciare.
- MIODDIO!
La mano di Emanuele andò dritta alla pistola che aveva nella tasca della giacca. La pistola del gioielliere. [La pistola del padre di Aldo, che Aldo si portava in tasca, che gli era caduta scavalcando il muro dello zoo, e che Emanuele aveva raccolto]. E in quel gesto non c’era consapevolezza ma solo l’istinto, la paura della morte scritta nel DNA. Perché Emanuele stava per morire e quello stronzo canguro stava per ucciderlo e niente aveva più senso se non la pallottola sparata senza prendere la mira che andava dritta al cervello, che esplodeva schizzando oltre le sbarre la poltiglia rossa, che apriva la testa in due a un marsupiale che non c’entrava un cazzo con la vita di Emanuele.
E poi non ci fu nulla a cui sparare.
La cangura gli crollò pesantemente ai piedi.

La storia del giallo si era aperta, con Poe, con il delitto di un orango che aveva ucciso due vecchie, madre e figlia. La storia del giallo si chiude, per riaprirsi tinta di nero, con il delitto senza castigo di un uomo che uccide una madre, una madre canguro, simbolicamente la vita animale.
Nella fenomenologia degli stronzi e dei cretini, ci dice Niccolò Ammaniti, c’è di peggio del signorile e cretino Emanuele. C’è il giovane maschilista Roberto Bindella che, nel racconto Fa un po’ male, compreso ne Il giallo e l’impegno in “Micromega 3” del 2002, nella postmoderna giungla d’asfalto ci lascia le penne.
In quella interessante antologia, troviamo anche un divertente racconto di Marcello Fois: Quello che manca. E in quel divertente racconto, troviamo anche un divertente dialoghetto (a pagina 174), per finire la nostra storia di storie con un sorriso:

“Magari sta dicendo la verità, ha dei precedenti, non vuole guai. Magari vorrebbe aiutarlo, ma veramente non c’era da Porzio”.
“Se continui mi commuovo. Quella c’era eccome! Non ti sarai lasciato ingannare dagli occhi dolci? ”.
“Chi, io? ”.
“Eh, tu. Magari adesso mi dici anche che è una bella donna”.
“Beh, brutta non è”.
“E come no, quella è finta dalla testa ai piedi, te lo dico io, e avrà almeno una quarantina d’anni”.
“Ne ha trenta. L’ho visto dalla pratica”. Il tono di Marchini era leggermente piccato.
“Trenta? ”, esagerò Curreli, cercando un altro fazzolettino di carta.
“Lei parla tanto di Lombroso e poi giudica dall’aspetto”.
“Non giudico dall’aspetto, è proprio per questo che credo che Serena Vacchi stia mentendo, io la gente la guardo negli occhi e quella donna ha cercato di evitarmi”.
“Insomma le sta antipatica”.
“Sì, mi sta antipatica, come quel manichino di Crescioni e tutti quelli come lui, tutto questo periodo mi sta antipatico e sai perché? Perché vogliono sembrare diversi da quello che sono”.
“Non c’è niente di male a voler sembrare diversi”.
“Se c’è di mezzo la democrazia, il male c’è eccome”.
“E ti pareva che non la buttava in politica, commissà che c’entra adesso la democrazia?”.
“Beh, adesso quella che chiamano democrazia c’ha le labbra finte, i capelli ossigenati e tutto il resto, è finta, non è quella che sembra”.
Marchini rinunciò al terzo arancino. “E cosa sarebbe? ”, chiese, pentendosi immediatamente della domanda.
“Non lo so, non lo so ancora, ma la democrazia che piace a me non ha né i soldi né il tempo per rifarsi le tette. È chiaro? ”.
Marchini ebbe un sussulto. “Dice che la Vacchi si è rifatta le tette? ”.
Curreli lo guardò, aveva una risposta pronta, ma Marchini non l’avrebbe capita.

Riferimenti

 

I. Testi fondamentali

Poe, Edgar Allan (1809-1849)

1841 Gli assassinii della Rue Morgue

1842 Il mistero di Marie Rogêt

1843 Lo scarabeo d’oro

1844 La lettera rubata

1845 Il corvo

1846 Filosofia della composizione

Doyle, Arthur Conan (1859-1930)

1887 Uno studio in rosso

1902 Il mastino dei Baskerville

Christie, Agatha (1890-1976)

1926 Dalle nove alle dieci (L’assassinio di Roger Ackroyd)

1933 L’assassinio sull’Orient Express

1942 Il ritratto di Elsa Greer

Christie, Agatha e altri del Detection Club

1931 L’ammiraglio alla deriva

Peirce, Charles Sanders (1839-1914)

1929 Guessing, in Opere, Milano, Bompiani, 2003.

Hammett, Dashiell (1894-1961)

1930 Il falcone maltese

Gardner, Elre Stanley (1889-1970)

1937 Perry Mason e l’ereditiera bizzarra

Chandler, Raymond (1888-1959)

1939 Il grande sonno

Simenon, Georges (1903-1989)

1948 Ben tornato Maigret

1957 Maigret si diverte

Highsmith, Patricia (1921-1995)

1950 Sconosciuti in treno

1966 Suspense: pensare e scrivere un giallo

Gadda, Carlo Emilio (1893-1973)

1957 Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Dürrenmatt, Friedrich (1921-1990)

1958 La promessa: un requiem per il romanzo giallo

Scerbanenco, Giorgio (1911-1969)

1966 Venere privata

1966 Traditori di tutti

1969 Milano calibro 9

Macchiavelli, Loriano

1975 Fiori alla memoria

Ellroy, James

1987 Dalia nera

1990 L.A. Confidential

Montalban, Manuel Vazquez

1979 I mari del Sud

1981 Assassinio al Comitato Centrale

Camilleri, Andrea

1994 La forma dell’acqua

2003 Il giro di boa

Lucarelli, Carlo

1990 Carta bianca

1997 Almost blue

Pinketts, Andrea G.

1992 Lazzaro vieni fuori

Fois, Marcello

1992 Ferro recente

1998 Sempre caro

Perissinotto, Alessandro

2003 Treno 8017

Carlotto, Massimo

1995 La verità dell’Alligatore

Ammaniti, Niccolò e AA.VV.

1996 Gioventù cannibale

2002 Il giallo e l’impegno, “Micromega”, 3, Almanacco di Letteratura

Maraini, Dacia

1999 Buio

Vinci, Simona

2003 Come prima delle madri

II. Bibliografia essenziale

Massimo Bonfantini e Carlo Oliva, I maestri del giallo, Bergamo, Lucchetti, 1990.

Massimo Bonfantini e Carlo Oliva, Il caso del nastro mancante, Napoli, Esi, 1992.

Carlo Oliva, Storia sociale del giallo, Lugano, Todaro, 2003.

Elisabetta Mondello (a cura di), La narrativa italiana degli anni Novanta, Roma, Meltemi, 2004.

III. Testi citati oltre alle fonti principali (in ordine di entrata)

 

PARTE PRIMA

1. William Goldman, Non si maltrattano così le signore, 1964; trad. it. Milano, Il giallo mondadori 1061, 1969.

2. Cesare Cases, Viaggio nel cuore del giallo, “La Repubblica”, sabato 28 giugno 2003, p. 40.

3. Rex Stout, intervista a Orsi, in William Goldman, vol. cit., p. 173.

4. Oreste Del Buono (a cura di), I padri fondatori: il giallo da Jahvè a Voltaire, Torino, Tascabili Einaudi, 1991.

5. Leonardo Sciascia, Breve storia del romanzo poliziesco, in Cruciverba, Torino, Struzzi Einaudi, 1983.

6. AA.VV., Il segno dei tre, Milano, Bompiani, 1983; Tascabili Bompiani, 2004.

7. Horace Walpole, Il castello di Otranto, 1764.

8. Robert K. Merton & Elinor G. Barber, Viaggi e avventure della Serendipity, Bologna, Il Mulino, 2002.

9. Lou Reed, intervista a Stefano Lombardi Vallauri, “L’Unità”, lunedì 21 luglio 2003, p. 19.

10. Jules Verne, Edgar Allan Poe, 1864; trad. it. Roma, Editori Riuniti, 1990.

11. Pietro Dri, Serendippo. Come nasce una scoperta: la fortuna nella scienza, Roma, Editori Riuniti, 1994.

12. Massimo Baldini (a cura di), Conan Doyle, Gli aforismi di Sherlock Holmes, Roma, Tascabili Economici Newton, 1995.

PARTE SECONDA

1. Massimo A. Bonfantini, La semiosi e l’abduzione, Milano, Bompiani, 1987; II ed. 2003.

2. Luigi Calcerano & Giuseppe Fiori, Guida alla lettura di Agatha Christie, Milano, Oscar Mondadori, 1990.

3. Agatha Christie, La mia vita, 1977; trad. it. 1978; Milano, Oscar Mondadori, 1989.

PARTE TERZA E QUARTA

1. Massimo A. Bonfantini e Mauro Ferraresi (a cura di), La ragione abduttiva, numero speciale della rivista “Il Protagora”, n. 6, luglio-dicembre, 1984.

2. Carlo Lucarelli, Il successo della “nera”: mistero, morbosità, paura, Introduzione a I veri gialli della nera, numero speciale della rivista “L’Europeo”, periodico bimestrale, n. 4, luglio 2003.

3. Massimo A. Bonfantini, Peirce e Maigret: quali abduzioni? ; in AA.VV., Les écritures de Maigret, Bologna, Clueb, 1998.

4. Nino Filastò, Inchiesta poliziesca e Locus Veritatis; in AA. VV., Les écritures de Maigret, cit.

5. Laura Filastò, Un amore per Maigret; in AA.VV., Les écritures de Maigret, cit.

6. Salvatore Cesario, Su Georges Simenon, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1996.

7. Georges Simenon, La prima inchiesta di Maigret, 1949; Milano, Adelphi, (I ed. 2001), 2003.

8. Georges Simenon, Maigret e la Stangona, 1951; Milano, Adelphi, 2003.

PARTE QUINTA e SESTA

1. Friedrich Dürrenmatt, Il tunnel, Milano, Marcos y Marcos, 1985.

2. Aldo Pecoraro, Gadda, Roma-Bari, Laterza, 1998.

3. Cornell Woolrich, Il detective danzante, in Aa.Vv., L’ombra del mostro, Milano, Speciali del Giallo Mondadori, 1998.

4. Leonardo Sciascia, Una storia semplice, Milano, Adelphi, 1989.

 


 

nota redazionale: davvero interessante questo saggio; peccato, però, che anche in questa bibliografia vi sia la pessima abitudine di usare AA.VV. per i volumi scritti da più persone: basta consultare un qualunque manuale di biblioteconomia per imparare le semplici regole in materia