inizio rosso e giallo


Jacques Lacan

La cosa freudiana


(...) Non a caso questa storia si è mostrata propizia a dar seguito a un filone di ricerca che già vi aveva trovato appoggio. Si tratta, come sapete, del racconto che Baudelaire ha tradotto con il titolo La lettera trafugata (La lettre volée). Fin dall'inizio vi si distinguerà un dramma dalla narrazione che ne è fatta e dalle condizioni di questa narrazione. Del resto, si vede subito cosa rende necessarie queste componenti, e come esse non abbiano potuto sfuggire alle intenzioni di chi le ha composte. La narrazione, infatti, doppia il dramma di un commento senza di cui non ci sarebbe possibile messa in scena...

Queste scene sono due: di esse designeremo subito la prima con il nome di scena primitiva, e non per disattenzione, giacché la seconda può essere considerata come la sua ripetizione, proprio nel senso che qui è all'ordine del giorno. La scena primitiva dunque si gioca, ci si dice, nel boudoir reale, di modo che noi supponiamo che la persona di rango più elevato, chiamata ancora l'illustre persona, che è sola quando riceve una lettera, sia la Regina. Questo sentimento si conferma per l'imbarazzo in cui la getta l'ingresso dell'altro illustre personaggio, di cui ci è già stato detto prima di questo racconto che la nozione che questi potrebbe avere di detta lettera, metterebbe in gioco per la dama nientemeno che l'onore e la sicurezza. Infatti ci è prontamente tolto il dubbio che si tratti proprio del Re, dalla scena che si svolge con l'ingresso del ministro D...

A questo punto, infatti, la Regina non ha potuto far di meglio che giocare sulla disattenzione del Re lasciando la lettera sul tavolo «rivoltata con l'indirizzo di sopra». Tuttavia essa non sfugge all'occhio di lince del ministro, che non manca nemmeno di rimarcare lo smarrimento della Regina e di sventare così il suo segreto. Da questo momento tutto si svolge come in un orologio. Dopo aver trattato con il tono e lo spirito che gli sono abituali gli affari correnti, il ministro prende di tasca una lettera che somiglia d'aspetto a quella che ha sotto gli occhi, e facendo finta di leggerla la depone di lato a quest'ultima. Qualche parola ancora con cui divertire il regale pubblico, e rattamente si impossessa della lettera imbarazzante, sgombrando il campo senza che la Regina, a cui nulla è sfuggito dei suoi maneggi, abbia potuto intervenire per timore di risvegliare l'attenzione del regale congiunto...

Tutto avrebbe potuto passare inosservato per uno spettatore ideale di una operazione in cui nessuno ha fiatato, e il cui quoziente è che il ministro ha sottratto alla Regina la sua lettera e, risultato ancora più importante del primo, che la Regina sa adesso che è lui ad averla, e non innocentemente. Un resto che nessun analista trascurerà, messo lì com'è a riportare tutto ciò che è proprio del significante, senza tuttavia saper sempre che farne, la lettera lasciata a buon conto dal ministro e che la mano della Regina può ora appallottolare...

Seconda scena: nel gabinetto del ministro. E nella sua casa, e noi sappiamo, stando al racconto che il Capo della polizia ne ha fatto a Dupin, che la polizia da diciotto mesi, tornandoci tutte le volte che glielo hanno permesso le assenze notturne abituali del ministro, ha perquisito la sua abitazione e dintorni, frugandoli da cima a fondo. Invano - benché chiunque possa dedurre dalla situazione che il ministro tenga la lettera a portata di mano. Dupin si è fatto annunciare al ministro. Costui lo riceve con ostentata noncuranza, con discorsi che effettuano una romantica noia. Dupin, tuttavia, che non è tratto in inganno dalla finta, con gli occhi protetti dai suoi occhiali verdi, ispeziona il luogo. Quando il suo sguardo si posa su un biglietto tutto sgualcito che sembra abbandonato nella casella di un laido portacarte di cartone che richiama l'attenzione per i suoi lustrini, appeso nel bel mezzo della cappa del camino, sa già di avere a che fare con ciò che cerca...

A questo punto non deve fare altro che congedarsi, dopo avere «dimenticato» la tabacchiera sul tavolo, per ritornare l'indomani a cercarla, armato di una copia contraffatta che simula l'aspetto attuale della lettera. Un incidente nella strada, preparato perché scoppiasse al momento giusto, attira il ministro alla finestra: Dupin ne approfitta per impossessarsi della lettera e sostituirla con quella che ne ha il sembiante, col che non gli rimane che salvare presso il ministro le apparenze di un normale congedo. Anche qui è avvenuto se non proprio senza rumore, senza fracasso. Il quoziente dell'operazione è che il ministro non ha più la lettera, ma lui non ne sa nulla, lungi dal sospettare che è Dupin che gliel'ha sottratta...

C'è bisogno che sottolineiamo che queste due azioni sono simili? Sì, perché la similitudine cui miriamo non è fatta della semplice riunione di tratti scelti al solo scopo di apparigliarne la differenza. E non basterebbe tener fermi questi tratti di rassomiglianza a spese degli altri perché ne risulti una qualche verità. È l'intersoggettività in cui le due azioni si motivano che vogliamo mettere in rilievo, e i tre termini con cui essa li struttura. Il privilegio di questi ultimi si giudica dal fatto che essi rispondono insieme ai tre tempi logici attraverso cui si precipita la decisione, e ai tre posti che questa assegna ai soggetti che ripartisce. Questa decisione si conclude nel momento di uno sguardo...

Tre tempi che ordinano tre sguardi sostenuti da tre soggetti, incarnati ogni volta da persone diverse. Il primo comporta uno sguardo che non vede niente: è il Re, la polizia. Il secondo, uno sguardo che vede che il primo non vede niente, e s'illude di vedere coperto ciò che nasconde: è la Regina, poi il ministro. Il terzo è quello che del primo e del secondo sguardo vede che lasciano ciò che è da nascondere allo scoperto per chi vorrà impossessarsene: è il ministro, e alla fine Dupin...

Ciò che ci interessa oggi è il modo con cui i tre soggetti si danno il cambio nei loro spostamenti nel corso della ripetizione intersoggettiva. Vedremo che il loro spostamento è determinato dal posto che viene a occupare quel puro significante che è la lettera trafugata, nel loro trio. Sta qui ciò che ce lo confermerà come automatismo di ripetizione. Possiamo considerare una semplice razionalizzazione, secondo il nostro rude linguaggio, il fatto che la storia ci sia raccontata come un enigma poliziesco? In verità ci sentiremmo in diritto di considerarlo poco certo, se notiamo che tutto ciò in cui un simile enigma si motiva a partire da un crimine o da un delitto - cioè la sua natura e i suoi moventi, i suoi strumenti e la sua esecuzione, il procedimento per scoprirne l'autore e la via per provarlo - qui è accuratamente sottratto in partenza a ogni peripezia...

Il dolo è sin dall'inizio chiaramente conosciuto tanto quanto le mene del colpevole e i loro effetti sulla vittima. Il problema, quando ci viene esposto, si limita alla ricerca, ai fini della restituzione, dell'oggetto a cui attiene il dolo, e sembra del tutto intenzionale che la sua soluzione sia già ottenuta quando ce lo si spiega. E per questo che si è tenuti col fiato sospeso.
Di fatto, quale che sia il credito che si può fare alla convenzione di un genere per suscitare un interesse specifico nel lettore, non dimentichiamo che «il Dupin» è un prototipo...

Sarebbe tuttavia un altro eccesso ridurre il tutto a una favola la cui morale sarebbe che, per conservare lontana dagli sguardi una di quelle corrispondenze il cui segreto è talora necessario alla pace coniugale, basti lasciarne in giro i fogli intestati sul proprio tavolo, sia pur rivoltati sulla loro faccia significante. È un trucco che per parte nostra non raccomanderemmo mai a nessuno di provare, temendo che se si fida ci resti male. Qui dunque non ci sarebbe altro enigma che, da parte del Capo della polizia, un'incapacità all'origine di un insuccesso - salvo forse da parte di Dupin una certa discordanza, che non ammettiamo volentieri, tra le osservazioni certamente molto penetranti benché non sempre pertinenti nella loro generalità, con cui ci introduce al suo metodo, e il modo con cui di fatto interviene...

Arriveremmo presto a chiederci se, dalla scena inaugurale che solo la qualità dei nostri protagonisti salva dal vaudeville, fino alla caduta nel ridicolo che nella conclusione pare promessa al ministro, ciò che ci dà piacere non sia il fatto che tutti sono giocati. Saremmo tanto più inclini ad ammetterlo in quanto vi ritroveremmo, insieme a coloro che ci leggono, la definizione che abbiamo dato, da qualche parte di sfuggita, dell'eroe moderno, come colui «cui dàn lustro imprese derisorie in una situazione di smarrimento». Siamo forse presi anche noi dalla prestanza del detective amatore, prototipo di un nuovo matamoro, preservato ancora dall'insipidità del superman contemporaneo?...

J. Lacan, Ecrits, Editions du Seuil, Paris 1966. Ed. italiana Einaudi, 1962, trad. di G. Contri e S. Loaldi