Philby: la spia che andò nel freddo

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Harold Adrian Russell "Kim" Philby (1912-1988) è stato la più celebre spia del XX secolo: giovanissimo (aveva 22 anni) incominciò a lavorare contemporaneamente per il controspionaggio britannico, l'MI5, e per lo spionaggio sovietico.
Nasce nel 1912 in India, dove suo padre, figlio cadetto di un lord, era un alto funzionario imperiale: uno di quei sudditi di Sua Maestà che non videro mai il proprio ruolo come semplice momento esecutivo degli interessi coloniali, ma anche e soprattutto come occasione per conoscere realtà diverse.
Il soprannome del figlio deriva ovviamente dal celebre libro di Kipling, come una sorta di omaggio all'idea - in verità romantica e non molto realistica - di un'integrazione fra le due culture. Il mondo asiatico e medio-orientale (Saint-John Philby divenne addirittura consigliere privato del re Ibn Saud d'Aarabia) furono in qualche modo la culla di Kim, che infatti lavorerà proficuamente e a lungo proprio in Medio Oriente.
Quando il padre si separa, Kim segue la madre in Inghilterra, dove svolge gli studi in ottime scuole, fino ad approdare al prestigioso e aristocratico Trinity College di Cambridge: Kim è brillante, colto, raffinato, ma non si riconosce in quell'ambiente deputato a formare la classe dirigente dell'Impero, e, anzi, coltiva una crescente ostilità verso quel mondo elitario e conformista; studia i classici del marxismo, non nasconde le sue forti simpatie per la rivoluzione bolscevica, e instaura con alcuni altri studenti un sodalizio intellettuale e politico che li porterà molto lontano.

I suoi due amici - e compagni - più fidati sono Guy Burgess e Donald McLean, che insieme a lui, e ad Anthony Blunt e John Cairncross, diventeranno i futuri protagonisti del più clamoroso smacco dei servizi segreti occidentali, i cosiddetti magnifici cinque, o Cambridge Five. Tra essi Philby si distinguerà non solo per le maggiori capacità di agente - privo di quelle debolezze caratteriali che porteranno Burgess e McLean alla solitudine, anche se simile a loro nell'amore infinito per lo scotch - ma anche perché era l'unico del gruppo a non essere omosessuale: negli altri questa componente risultò decisiva nel determinare la scelta di ribellarsi alla società inglese, rigida e sessuofobica.
Sarà Philby a reclutare Burgess e McLean, ma in realtà il suo avvicinamento al lavoro clandestino non avviene nel modo sordido tipico delle vicende di spionaggio: nei primi anni '30 Kim va in Austria per imparare meglio il tedesco, e proprio assistendo al violento scontro politico in atto, con gli operai e i comunisti massacrati dalla repressione, decide di impegnarsi attivamente nella battaglia antifascista. Avrebbe potuto rafforzare la propria militanza nel Partito Comunista Britannico, mettere le proprie risorse intellettuali a disposizione di qualche organizzazione del movimento operaio, e invece (forse su consiglio di quel Theodore Maly cui si deve la paternità dei primi reclutamenti a Cambridge) ebbe un'intuizione assolutamente geniale: prendere pubblicamente le distanze dalle proprie conclamate convizioni di sinistra, entrare a far parte organicamente dell'establishement e lavorare dall'interno, segretamente. La stessa strada che, dietro suo suggerimento, prenderanno gli altri.
Il suo voltafaccia politico ufficiale assume caratteristiche ancora più radicali: sfrutta la sua ormai ottima conoscenza del tedesco (proverbiale la sua capacità di imparare le lingue: parlerà correntemente anche lo spagnolo, l'arabo e il russo) per tessere rapporti con gli ambienti del nazionalsocialismo, si reca frequentemente in Germania per coltivare amicizie e contatti nel mondo industriale, e si crea la fama di conservatore filonazista e gran conoscitore dei problemi internazionali.
Va in Spagna, durante la guerra civile, come corrispondente del Times dalle linee franchiste, e la sua formidabile abilità mimetica rende praticamente inattaccabile la sua copertura. Verrà addirittura decorato da Franco in seguito ad una ferita riportata durante un bombardamento.
Tornato a Londra, consegue finalmente lo scopo per cui tanto aveva lavorato: entrare nel SIS, il Secret Intelligence Service. Inizia dunque organicamente il suo lavoro di "talpa" che molti anni dopo ispirò due dei capolavori della narrativa spionistica, La talpa di John le Carré (1974), e in parte anche II fattore umano di Graham Greene (1978).
La sua rapida carriera nell'intelligence britannica rischiò di essere stroncata nel 1948: un diplomatico sovietico a Istanbul, Konstantin Volkov, stava per passare all'Occidente, e Philby si fece mandare in Turchia per gestire l'operazione, certo che la defezione di Volkov, a conoscenza di molti segreti, avrebbe causato la sua scoperta; fatto sta che Volkov venne richiamato "provvidenzialmente" in URSS, e Kim fu salvo.
La sua stella brillava nel firmamento delle spie e si fece apertamente il suo nome come uno dei possibili capi del servizio segreto; si preferì invece mandarlo a Washington a dirigere una missione che era di primaria importanza per cercare di ridimensionare l'imbattibilità dei servizi sovietici: coordinare la collaborazione fra i vari servizi britannici e statunitensi, troppo frequentemente in competizione fra loro (la CIA era nata solo nel 1947, dalle ceneri dell'OSS, Office of Strategic Services, e, oltre a dover fare i conti con il potentissimo FBI di John Edgar Hoover, voleva assolutamente "emanciparsi" dai fratelli maggiori inglesi).
Philby si trova dunque in una posizione nevralgica, nel cuore stesso delle reti di spionaggio e controspionaggio dell'Occidente: riesce a far trasferire a Washington Burgess e McLean e insieme fornirono ai sovietici informazioni preziose sulle ricerche atomiche, sulla guerra di Corea, sui rapporti anglo-americani, sulla NATO, sul Giappone. Da notare che il trasferimento dei due fu gestito da Philby indirettamente, precauzione che si rivelò decisiva quando i suoi amici furono scoperti.
I nuovi metodi del NKVD, il servizio segreto russo poi divenuto il KGB, avevano completamente spiazzato l'MI5 e l'MI6 (rispettivamente gli organismi di controspionaggio e di spionaggio), che continuarono a pensare ad agenti nemici che cercavano di avere informazioni attraverso l'osservazione o la corruzione o facendo propaganda nei sindacati e nelle forze armate, mentre invece essi si facevano passare per normali cittadini. L'NKVD aveva sistemi estremamente sofisticati e iniziò a reclutare agenti all'interno dell'establishment, e molti, appunto, all'Università di Cambridge, considerandoli giustamente un investimento a lungo termine.

Philby ebbe fra l'altro l'incarico di preparare un intervento clandestino contro l'Albania nell'ambito di un vasto piano teso a destabilizzare i regimi satelliti di Mosca: inutile dire che l'operazione (come quella analoga avviata contro l'Ucraina) fu un disastro, e tutti gli agenti inviati in loco furono catturati. Londra e Washington capirono perfettamente che questi fallimenti non erano casuali e scatenarono una caccia frenetica ai traditori: Burgess, McLean, e lo stesso Philby furono presto nel mirino, ma Kim mantenne un sangue freddo eccezionale, riuscendo a stornare da sè qualsiasi sospetto e al tempo stesso a mettere sull'avviso i due amici; che si defilarono rapidamente, e la conferenza stampa che tennero a Mosca, in cui attaccarono duramente la politica delle potenze occidentali, spiegando così i motivi della loro scelta, fu uno scandalo clamoroso.

Era il 1951, e Philby continuò il doppio gioco per altri 12 anni. Tuttavia non era più un insospettabile: dapprima gli furono tolti gli incarichi più delicati e poi fu costretto a lasciare l'MI5. Era ormai tagliato fuori dal "grande gioco" (l'espressione divenne celebre perché usata da Kipling nel suo Kim, ma era stata coniata da un vero agente britannico in Oriente, Arthur Conolly) e campava quasi di espedienti, sfruttando le innumerevoli conoscenze che aveva negli ambienti londinesi.
Un aiuto insperato venne proprio da chi voleva la sua pelle a tutti i costi: un deputato laburista presentò un'interpellanza parlamentare per sapere se la leggenda del "terzo uomo" aveva un qualche fondamento e, nella fattispecie, se costui era Harold Philby. Il governo non aveva prove e, per ragioni di opportunità, scelse di difendere fino in fondo l'integrità dei servizi: Philby, dunque, non solo fu pubblicamente riabilitato, ma potè riprendere il proprio lavoro; non ufficialmente, ma, in qualità di inviato dell'Observer e dell'Economist, con l'incarico di fornire informazioni sull'esplosiva situazione del Medio Oriente.

da Le Grandi Spie, De Agostini, 1973



Si trasferì quindi a Beirut nella primavera del 1956 e si occupò attivamente della crisi di Suez, degli attriti fra USA e URSS per il controllo su Egitto e Siria, della guerra civile in Libano, della rivoluzione in Iraq, dei contrasti fra Israele e mondo arabo. Le sue corrispondenze erano molto apprezzate e il "vecchio Kim" si ritrovò ancora una volta a gestire con disinvoltura e perizia impareggiabili un gioco delicatissimo.
Aveva con sè i due figli nati dal secondo matrimonio (si era sposato una prima volta, negli anni '30, con un'ebrea austriaca), conclusosi da tempo, ma ciò non gli impedì di innamorarsi perdutamente della moglie di un collega del New York Times: i due andarono a vivere insieme, e, malgrado i frequenti abusi di alcol da parte di Kim, la relazione fu felice e tranquilla.
Il 23 gennaio 1963 Kim era atteso a cena insieme a Eleanor all'ambasciata britannica di Beirut, ma la minestra si raffreddò nel suo piatto: Kim aveva capito da vari indizi che la sua posizione era compromessa ed era letteralmente scomparso, senza dire nulla neanche ad Eleanor, che peraltro ignorava totalmente la sua doppia vita. La sua fuga è ancora parzialmente circondata dal mistero: chi dice che si sia imbarcato nottetempo su una nave sovietica, chi ritiene più credibile che abbia attraversato a piedi il confine con la Siria, fatto sta che sei mesi dopo lo ritroviamo a Mosca (dov'erano da tempo Burgess e McLean).

La vicenda, resa ancora più colorita dagli aspetti sentimentali, ebbe risonanza mondiale, e per i sovietici la scoperta del loro migliore agente si trasformò in uno strepitoso successo propagandistico, poi ampliato dalla pubblicazione del libro di Philby, La mia guerra segreta (Mondadori, 1968). Pare che in seguito a ciò gli USA abbiano progettato di assassinarlo, avendo Philby rivelato particolari molto imbarazzanti sull'inefficienza americana e sul comportamento da "dilettante" del capo della CIA, Allen Dulles.

In Unione Sovietica lavorò per l'agenzia di stampa Novosti e, finita bruscamente l'unione con Eleanor, si risposò con l'ex-moglie del suo vecchio amico McLean.
Kim è morto a Mosca nel 1988.

"Quando guardo Mosca dalle finestre del mio studio, vedo ancora le solide fondamenta del futuro che avevo intuito a Cambridge." "Ormai ho perso da molto tempo il mio diploma di laurea (penso, in realtà, che si trovi negli archivi del MI5), ma conservo ancora le mie convinzioni."

 


Sharon Stone e Rupert Everett sono i protagonisti della spy-story firmata Marek Kanievska (2004) Codice Homer - A different loyalty, basata sulla storia di Eleanor e Harold Philby. Nella finzione scenica Sharon Stone veste i panni di Sally Cauffield, una corrispondente di guerra americana che vive a Beirut, dove incontra un suo collega britannico, Leo. Dall'incontro nasce un'appassionata storia d'amore e tutto sembra procedere per il meglio, ma un giorno Leo scompare nel nulla. Alla disperata ricerca di quello che ormai è diventato suo marito, Sally scopre che in realtà il suo uomo è una spia al servizio del KGB e farà di tutto per riportarlo a casa.
"Ho girato questa pellicola - dice Sharon Stone - quando era appena iniziata la guerra in Iraq e ho potuto riscontrare numerose somiglianze tra l'epoca della guerra fredda e quella che stiamo vivendo. Mi definisco una persona apolitica ma mi sono domandata, durante le riprese, a cosa serva la guerra, tutte le guerre che si combattono ogni giorno. Mi si spezza il cuore a pensare che ieri come oggi non sia possibile vivere nella pace."
Il film non è un capolavoro ma ha l'indubbio merito di raccontare piuttosto correttamente (seppur con una certa superficialità) una realtà che non è certo quella a cui ci ha abituato la cinematografia occidentale, con l'infantile e disonesta divisione tra "buoni" e "cattivi". Lo stesso titolo originale, A different loyalty riprende un'espressione effettivamente in uso nei servizi britannici e che, appunto, non liquidava le spie rosse come semplici traditori, ma riconosceva loro una dignità etica. La stessa delusione di Cauffield-Philby verso il socialismo sovietico è rappresentata con sobrietà e dolente amarezza: passeggiando per Mosca lei gli dice: "Non è certo questo il comunismo che avrebbe immaginato Lenin" e lui, che comunque sceglierà di continuare a vivere in URSS: "Non è il comunismo che nessuno avrebbe immaginato."

 

 

Bibliografia

Qui uno studio psicanalitico sulla figura di Philby

Harold Philby

La mia guerra segreta

da: Harold Philby, La mia guerra segreta, Mondadori, 1968

INTRODUZIONE

Questo breve libro è stato scritto a intervalli da quando sono giunto a Mosca circa cinque anni fa. Di tanto in tanto, mentre proseguivo nel mio lavoro, mi sono consigliato con alcuni amici per i quali nutro molta stima. Ho accettato parte dei consigli e ne ho respinti altri. Uno dei suggerimenti respinti è stato quello di rendere più interessante il libro sottolineando i pericoli del lungo viaggio da Cambridge a Mosca. Ho preferito proporre ai lettori una cruda esposizione dei fatti, senza accorgimenti stilistici.
La scorsa estate, nel 1967, quando il libro è giunto a una conclusione provvisoria, ho meditato a lungo sull'opportunità di pubblicarlo, e mi sono consultato nuovamente con alcuni amici il cui consiglio poteva rivelarsi utile. I miei amici hanno deciso all'unanimità - e a quell'epoca ero d'accordo con loro - che era opportuno rimandarne la pubblicazione a tempo indefinito. E questo soprattutto perché tale pubblicazione avrebbe con ogni probabilità creato molto scalpore e complicazioni internazionali di natura difficilmente prevedibile. Pareva quanto meno azzardato portare a termine un'azione che poteva produrre conseguenze tali da non poter essere previste in anticipo.
E così ho deciso di riporre il dattiloscritto nel cassetto. Ma la situazione è stata radicalmente mutata dagli articoli apparsi in ottobre sul «Sunday Times» e sull'«Observer». Tali articoli, malgrado un certo numero di inesattezze e di errori d'interpretazione (e, temo, una certa dose d'esagerazione a favore della mia abilità), presentavano un quadro sostanzialmente esatto della mia carriera. Naturalmente, alcuni giornali della concorrenza hanno insinuato immediatamente che il «Sunday Times» e l'«Observer» erano rimasti vittime di un'enorme mistificazione. L'assurdità di tale insinuazione è già stata dimostrata dal «Sunday Times». Da parte mia, posso aggiungere solo che, dopo matura riflessione, ho rifiutato deliberatamente l'offerta del «Sunday Times» di rivedere gli articoli prima che fossero pubblicati. Ero dell'opinione che il direttore del giornale doveva assumersi la responsabilità delle conclusioni raggiunte dal suo corpo redazionale, e che l'obiettività degli articoli poteva offrire il fianco ad attacchi se io, parte interessata, intervenivo nella loro stesura.
Come dicevo, comunque, questi articoli hanno mutato completamente la situazione. E ora posso offrire il mio libro al pubblico senza essere accusato di voler pescare nel torbido. Il mio unico scopo è di correggere certe inesattezze e certi errori d'interpretazione, e di presentare un quadro più completo dei fatti.
La prima grave crisi della mia carriera risale a parecchio tempo fa: durò infatti dalla metà del 1951 alla fine del 1955. Durante questa crisi, fui sostenuto dal pensiero che nessuno poteva attribuirmi un legame con qualche organizzazione comunista, per la semplice ragione che non ero mai stato membro di nessuna. I primi trent'anni di lavoro per la causa nella quale credevo li trascorsi fin dal principio nella più assoluta clandestinità. Questo lungo periodo iniziò nell'Europa centrale nel giugno del 1933 e finì nel Libano nel gennaio del 1963. Solo allora potei rivelare quello che ero: un agente del servizio segreto sovietico.
Fino a poco tempo fa, e cioè quando il «Sunday Times» e l'«Observer» pubblicarono alcune notizie attendibili sul mio conto, tutti gli articoli e tutti i libri che avevano trattato di me l'avevano fatto in modo confuso e senza approfondire i fatti. Non mi sento tuttavia di far loro una colpa per questa loro faciloneria, perché durante tutta la mia carriera sono stato molto attento a non lasciare trapelare la verità. Posso al massimo biasimarli per essersi affrettati a pubblicare notizie inesatte e per aver insistito nel cercare spiegazioni complesse, quando forse le sole spiegazioni erano le più semplici. La verità nuda e cruda era naturalmente troppo frustrante per una struttura in decadimento e per i suoi alleati d'oltre oceano. Ma tentare di nasconderla con parole a volte ingegnose e a volte addirittura assurde, era inutile e, soprattutto, destinato al fallimento.
Dopo circa un anno di attività nell'Europa centrale, tornai in Inghilterra. Era arrivato il momento di cominciare a guadagnarmi da vivere. Poi accadde qualcosa. Nel giro di poche settimane avevo abbandonato tutti i miei contatti politici e avevo cominciato a frequentare le cerimonie dell'ambasciata tedesca. Mi iscrissi alla lega anglo-tedesca, e feci da galoppino per l'organizzazione, durante i lavori intesi a fondare, con denaro nazista, un giornale di categoria destinato a migliorare i rapporti tra Gran Bretagna e Germania. Malgrado tutti i miei sforzi, però, questa strana avventura fallì, perché fummo preceduti da un altro gruppo. Ma mentre proseguivano ancora le trattative, feci numerose visite a Berlino per conferire con il Ministero della Propaganda e con l'ufficio di Ribbentrop. Fino a quel momento, nessuno aveva ancora messo in circolazione la voce che ero passato dal comunismo al nazismo. La spiegazione più semplice, e più vera, è che allora le relazioni ufficiali e ufficiose tra la Germania e l'Inghilterra preoccupavano seriamente il governo sovietico.
La guerra di Spagna scoppiò durante una delle mie visite a Berlino. I nazisti esultarono, e solo al mio ritorno in Inghilterra venni a sapere che il generale Franco non aveva conquistato l'intero paese, ma in Spagna si stava preparando una lunga guerra civile. La mia prima missione fu nel territorio spagnolo occupato dai fascisti: avevo l'incarico di installarmi nella zona, il più vicino possibile al centro delle operazioni, e di restarci a lungo. La missione fu fortunata, perché nel giro di poche settimane divenni il corrispondente accreditato del «Times» presso le forze armate di Franco, e mantenni questo incarico per tutta quella guerra straziante. Di nuovo, nessuno insinuò che potevo essere considerato un falangista. E resta valida ancora la spiegazione più semplice: ero in Spagna per incarico del servizio segreto sovietico.
Nell'agosto del 1939, quando le nubi della guerra cominciarono ad addensarsi sopra Danzica, il «Times» mi disse di dimenticare la Spagna e di tenermi pronto a seguire come corrispondente i contingenti inglesi che sarebbero stati inviati sul fronte occidentale. Date le circostanze, non potevo desiderare nulla di meglio. I corrispondenti di guerra, se dotati di mente analitica, possono sempre raccogliere una massa d'informazioni che la censura non permetterà mai loro di pubblicare, ma che possono tornare utili in altro modo. La mia esperienza in Spagna mi aveva insegnato quali erano le domande giuste da formulare. Ben presto, il quartier generale inglese si stabili ad Arras, in prossimità di Parigi. Presi a passare la maggior parte dei miei week-ends nella rassicurante anonimità della capitale, e certo non solo, come davo a intendere, per cercare amori facili. Ma per quanto buona, la sistemazione ad Arras non era sufficientemente utile. I miei amici sovietici avevano insistito perché mi occupassi innanzitutto dei servizi segreti inglesi. (Era l'epoca che precedeva l'avvento di Muggeridge, quando il servizio segreto inglese godeva ancora di una certa reputazione.) Prima che i giornalisti lasciassero la Francia, agli inizi d'ottobre, lasciai cadere qualche insinuazione qua e là. Poi non mi restò che aspettare. E questo libro descrive con parecchi particolari, anche se non completamente, le ragioni che portarono al successo la mia impresa.
Nel caso che gli scettici nutrano ancora dei dubbi in proposito, sarà forse meglio che esponga chiaramente i fatti. Nella mia prima giovinezza divenni un membro qualificato dei servizi segreti sovietici. Posso dunque affermare di essere stato un funzionario del servizio segreto sovietico per più di trent'anni, e tale ho intenzione di restare finché la morte o il decadimento senile non mi costringeranno ad abbandonare il mio lavoro. Ma poiché la maggior parte delle missioni che ho svolto in vita mia vengono in genere affidate, almeno nei servizi inglesi e americani, a degli agenti semplici, d'ora in avanti mi qualificherò come agente. «Agente», naturalmente, è un termine aperto a molte interpretazioni: può indicare un semplice corriere incaricato di portare messaggi da un punto all'altro, oppure colui che scrive questi messaggi, o un funzionario con poteri esecutivi, o anche un consulente. Passai rapidamente attraverso il primo stadio, e ben presto presi a scrivere, o comunque a procurare, informazioni su scala sempre maggiore. Con l'aumentare delle mie conoscenze e divenuto più esperto, mi vennero affidate funzioni esecutive che si aggiunsero ai miei compiti di trasmettitore e procacciatore di informazioni. Questo progresso si sviluppò parallelo alla mia permanenza in seno al servizio segreto inglese, che dal 1944 in avanti prese a consultarmi su importanti problemi politici.
Alcuni scrittori mi hanno definito «agente doppio», o addirittura «triplo». Se tale definizione intendeva affermare che ho lavorato con egual zelo per due o per tre paesi, devo dire che non poteva essere più inesatta. Per tutta la mia carriera, sono sempre stato un agente di punta del servizio segreto sovietico, e ho lavorato nell'interesse della Russia. Il fatto che sia stato agente del servizio segreto inglese non significa niente: ho sempre considerato il mio incarico all'interno del SIS semplicemente come una «copertura». e come un mezzo da sfruttare a fondo per raggiungere una posizione che mi permettesse di servire nel migliore dei modi l'Unione Sovietica. I miei rapporti col SIS vanno dunque visti esclusivamente come il sistema per attuare gli impegni che avevo preso nei confronti dell'Unione Sovietica, perché, oggi come allora, per me l'Unione Sovietica è sempre stata la fortezza attorno alla quale ruota il mondo.
Durante i due primi anni progredii molto lentamente, anche se riuscii a battere Gordon Lonsdale alla Scuola Londinese di Studi Orientali diplomandomi con dieci anni d'anticipo su di lui. In quel periodo, ero considerato una sorta di «apprendista» del servizio segreto. E ancor oggi mi meraviglio per l'infinita pazienza dimostrata dai miei superiori, una pazienza pari solo alla loro intelligente comprensione. Settimana per settimana, ci incontravamo in questo o in quel luogo deserto nei dintorni di Londra; settimana per settimana, mi presentavo agli appuntamenti a mani vuote, e ne ripartivo carico di consigli, ammonimenti e incoraggiamenti. Spesso mi avviliva quella mia incapacità di concludere qualcosa di valido, ma le lezioni continuarono e misero radici. Quando arrivò il momento di mettermi seriamente al lavoro, mi trovai in possesso di tutte le qualità mentali indispensabili.
Tanto meglio per me, perché le prime missioni mi videro in Germania e nella Spagna fascista, due paesi che liquidavano gli agenti segreti nemici senza pensarci sopra due volte. Ebbi la mia ricompensa durante la guerra di Spagna, quando venni a sapere che ormai il periodo di prova era finito. Emersi dal conflitto come funzionario del servizio segreto sovietico.
Come ebbe inizio tutto questo? La mia decisione di svolgere una parte attiva nella lotta contro la reazione non fu il risultato di una conversione improvvisa. I miei primi interessi politici mi spinsero a occuparmi dei movimenti sindacali. Quando nel 1929 andai a Cambridge, una delle mie prime azioni fu di iscrivermi alla sezione socialista dell'Università di Cambridge. Per i primi due anni, presi parte regolarmente a tutte le riunioni, senza tuttavia esplicare oltre il mio attivismo. Proseguendo negli studi, mi resi conto gradualmente che il partito laburista inglese era ben diverso dalle forze di sinistra internazionaliste. Ma la vera svolta nel mio pensiero ebbe luogo quando il partito laburista, nel 1931, si rivelò inefficiente e fallì nella sua lotta politica. Mi sembrava incredibile che il partito potesse essere così impotente di fronte alle forze di riserva che la reazione riusciva a mobilitare in periodi di crisi. Ancor più grave mi sembrò il fatto che un elettorato dotato di presunta preparazione politica si fosse lasciato travolgere dalla cinica propaganda dell'epoca e questo fece nascere in me seri dubbi sulla validità del sistema parlamentare.

Questo libro non pretende essere un libro di storia, né tanto meno un trattato o una polemica. È un diario, e intendo allontanarmi il meno possibile dall'argomento centrale. A questo punto, perciò, sarà sufficiente dire che fu il disastro laburista del 1931 a spingermi a pensare seriamente per la prima volta alle possibili alternative al partito laburista. Cominciai a prendere parte attiva alle riunioni del CUSS, l'associazione socialista dell'Università di Cambridge, e dal 1932 al 1935 ne assunsi la mansione di tesoriere. Questo mi mise in contatto con gruppi di sinistra in posizione critica nei confronti del partito laburista, e in particolar modo con i comunisti. Alternavo le letture dei classici del socialismo europeo ad accese discussioni all'interno della sezione studentesca. La mia evoluzione fu lenta e sfibrante. Ci misi due anni per passare dall'ideologia socialista a quella comunista. E solo nell'estate del 1933, alla fine del mio ultimo anno di studi a Cambridge, mi liberai di tutti i dubbi. Lasciai l'università con la laurea in tasca, e la convinzione che la mia vita doveva essere votata al comunismo.
Ormai ho perso da molto tempo il mio diploma di laurea (penso, in realtà, che si trovi negli archivi dell'MI5), ma conservo ancora le mie convinzioni. Può darsi che a questo punto i miei lettori vengano colti da qualche dubbio, ma non sembri strano che io abbia deciso di adottare la dottrina comunista solo a trent'anni: molti miei contemporanei hanno fatto altrettanto. Alcuni di questi, poi, quando furono resi noti i lati più deteriori dello stalinismo, scelsero una strada diversa. Io mantenni le mie convinzioni. E a questo proposito penso di dovere delle spiegazioni. Quando fu evidente che nell'Unione Sovietica qualcosa non andava, decisi che mi si presentavano tre alternative. Primo, potevo rinunciare definitivamente alla politica. Ma era impossibile: ho diversi entusiasmi e diverse passioni anche al di fuori della politica, ma solo la politica riesce a dare contenuto e coerenza alla mia vita. Secondo, potevo continuare la mia attività su una base radicalmente diversa. Ma da che parte? Allora, come ora, il periodo politico Baldwin-Chamberlain mi pareva una sorta di follia. E la follia è sinonimo di male. Già mi vedevo imboccare la strada politica che mi avrebbe condotto sulle posizioni dei vari Koestler, Crankshaw e Muggeridge, tra i reietti della politica, tra coloro che diffamavano il movimento che non erano riusciti ad appoggiare e maledivano il dio che non erano riusciti a sostenere. Come avvenire mi pareva orribile, anche se redditizio.


La terza alternativa mi imponeva di restare al mio posto, di nutrire piena fiducia nei principi della rivoluzione, che senza dubbio sarebbero sopravvissuti all'aberrazione degli individui, anche se enorme. E fu questa la strada che seguii, guidato in parte dalla ragione e in parte dall'istinto. Graham Greene, in un libro intitolato Missione confidenziale, immagina una scena nella quale la protagonista chiede al protagonista se i suoi capi sono migliori degli altri. «No. Naturalmente no» risponde lui. «Tuttavia io preferisco quelli di cui essi sono a capo... anche se li guidano per una via sbagliata.» «Sempre i poveri, a torto o a ragione» lo deride lei. «Non è poi tanto peggio di la patria a torto o a ragione, non è vero? Si sceglie la propria parte una volta per tutte; naturalmente può essere la parte sbagliata. Lo potrà dire solo la storia.»
Questo passaggio può essere utile a chiarire il mio atteggiamento nei confronti degli abissi del culto stalinista. Ma oggi non ho più dubbi sul verdetto della storia. La mia continua fede nel comunismo non significa necessariamente che i miei punti di vista e il mio atteggiamento siano rimasti fossilizzati per trent'anni. Essi sono stati influenzati e modificati, a volte anche violentemente, dagli sconvolgenti avvenimenti della mia vita. Ho litigato con i miei compagni su questioni vitali, e ancor oggi mi capita di discutere. C'è ancora un'enorme mole di lavoro da svolgere; vedremo degli alti e bassi. Progressi che trent'anni fa speravo di vedere realizzati in vita forse dovranno aspettare ancora una generazione o due, prima di essere attuati. Ma, quando guardo Mosca dalla finestra del mio studio, vedo ancora le solide fondamenta del futuro che avevo intuito a Cambridge.
È poi un pensiero consolante che se non fosse stato per l'Unione Sovietica e per l'ideologia comunista, il Vecchio Mondo, se non tutto il mondo, sarebbe oggi governato da Hitler e da Hirohito. Per me è ragione di grande orgoglio essere stato invitato, e in età tanto giovane, ad offrire il mio piccolo apporto all'erezione di questo potere. Come, perché e quando sono divenuto membro del servizio segreto sovietico è una questione che riguarda solo me e i miei compagni. Dirò solo che, quando mi venne fatta questa proposta, non esitai. Non si discute l'offerta di far parte di una forza d'elite.

Enrico Franceschini

Kim Philby deluso dall'URSS morì alcolista


La vedova, Rufina Pukhova, racconta la profonda amarezza del più famoso agente britannico passato all'Unione sovietica: "Mi chiedeva: 'Perché la gente qui vive così male?'". L'alcol prima come rifugio e poi come mezzo per il suicidio

Morì attaccato a una bottiglia, sebbene di cognac, non di vodka russa. Beveva per dimenticare la sua grande illusione, per non vedere i fallimenti del comunismo sovietico, e alla fine con la determinazione di chi vuole uccidersi. Kim Philby, il più famoso agente segreto britannico passato all'URSS, fonte di ispirazione di romanzi, film e feroci scambi di accuse tra l'Occidente e Mosca, chiedeva con un dolore atroce alla moglie: "Perché la gente qui vive così male? Dopotutto i sovietici hanno vinto la seconda guerra mondiale. Perché?"

Non trovò mai una risposta. O se la trovò, non la confessò pubblicamente a nessuno. Ma a sua moglie, Rufina Pukhova, una russo-polacca che aveva sposato dopo la defezione in URSS, confidò gli interrogativi, i dubbi, il profondo senso di disillusione che avevano poco alla volta avvelenato la sua decisione di tradire una patria, la Gran Bretagna, e scegliersene un'altra, l'Unione Sovietica. "Kim aveva scelto l'URSS perché credeva in una società giusta e dopo avere varcato la cortina di ferro dedicò tutta la sua esistenza al comunismo", racconta la vedova sulle colonne del quotidiano Guardian di Londra. "Ma una volta venuto a vivere qui fu colpito da una delusione cocente, così profonda da fargli venire le lacrime agli occhi".

Quindi trovò rifugio nell'alcol. Due bicchieri di cognac dopo cena, tutte le sere, a cui spesso seguiva l'intera bottiglia nel corso di notti insonni. A volte chiedeva alla moglie di nascondergli il cognac, ma poi andava a scovarlo lo stesso: solo verso la fine, quando era ossessionato dall'idea di perderla e lei, per salvarlo, lo minacciò di andarsene se non avesse smesso, Philby le disse che non c'era più bisogno di nascondere la bottiglia, si sarebbe limitato ai due bicchierini, "e mantenne la parola". Per un po'. Era comunque troppo tardi. "Beveva per suicidarsi", afferma la vedova, e riuscì nell'intento.

Nato in India nel 1912, laureato a Cambridge, all'università Philby diventò un simpatizzante comunista. Negli anni '30 lavorava già come informatore del KGB da Londra. Continuò a farlo come corrispondente del Times, mandato a seguire la guerra civile spagnola, poi nel 1940, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, entrò nell'MI6, il servizio di spionaggio britannico, facendo rapidamente carriera. Ma faceva il doppio gioco, passando numerosi segreti al Cremlino. Nel 1963, mentre si trovava a Beirut sempre per conto dello spionaggio di Sua Maestà, sparì e fuggì a Mosca, dove fu trattato con rispetto, ma condusse una vita isolata, sempre protetto - o seguito - da agenti del KGB che sorvegliavano ogni suo movimento.
Per un po' la compagnia di altri agenti britannici passati in URSS, i "Cambridge Five", i cinque di Cambridge, che avevano fatto con lui l'università, all'epoca un terreno fertile per chi voleva lavorare nel servizio segreto ma pure permeato di idee socialiste e rivoluzionarie. In particolare uno dei cinque inglesi fuggiti a Mosca in quegli anni, George Blake, l'unico ancora vivo, andava d'accordo con Philby. Ma non fu sufficiente a cancellargli la vista dei fallimenti del comunismo: l'incapacità di costruire quella società giusta e dignitosa in cui lui aveva creduto.

"Ero venuto qui con tante idee, tante cose da dare all'URSS, mi diceva", racconta la Pukhova, con la quale Philby si sposò nel 1973, quando lui aveva 59 anni e lei 38, "ma nessuno sembrava interessato alla mia opinione". Così fece ricorso all'alcol. "Una volta mi disse espressamente che era il modo più semplice per farla finita. Si ubriacava rapidamente e cambiava davanti ai miei occhi. Diventava un'altra persona. Però non era aggressivo. Dopo un po' si alzava e si trascinava fino al letto". Morì nel 1988, venticinque anni dopo la sua defezione.

Le informazioni date da Philby all'URSS portarono alla morte di decine di agenti britannici o informatori sovietici. A Londra fu condannato ed esecrato come un traditore. In Russia è ufficialmente considerato un eroe. Una targa in suo onore è stata inaugurata nel dicembre scorso dal capo del servizio segreto russo al quartier generale di Mosca, nel dicembre scorso. Ma Kim Philby non si sentiva probabilmente più onorato per avere messo la sua vita di spia al servizio del KGB e della Russia comunista.

la Repubblica, 31.03.2011

video ritrovato dalla BBC negli archivi della STASI
(con pubblicità e un commento idiota)