Nativi
americani


La storia delle stragi e del genocidio dei nativi americani è una delle pagine più drammatiche e complesse della storia delle Americhe. Non si tratta di un singolo evento, ma di un lungo processo che durò secoli, durante il quale milioni di persone furono uccise, deportate, private delle loro terre e della loro cultura.

1. Il contatto e le epidemie (dal 1492 in poi)

Quando gli europei arrivarono nelle Americhe, a partire dal viaggio di Cristoforo Colombo nel 1492, portarono con sé malattie come vaiolo, morbillo e influenza. Queste epidemie si diffusero rapidamente tra i popoli indigeni, che non avevano immunità a questi agenti patogeni: si stima che una percentuale enorme della popolazione nativa – fino al 90% in alcune aree – morì per malattie e fame nei decenni successivi al primo contatto.
Questa catastrofe demografica fu causata in gran parte da malattie, ma anche da condizioni di vita imposte dagli invasori e dallo sfruttamento forzato nelle miniere e nelle piantagioni.

2. Conquista, guerre e colonizzazione

Con l’espansione europea e, successivamente, degli Stati Uniti d’America, seguirono numerosi conflitti e massacri contro popolazioni indigene:

    • Gnadenhutten, 1782 – Un gruppo di miliziani americani uccise 96 indiani Delaware, molti dei quali erano cristianizzati e non combattevano.
    • Sand Creek Massacre, 1864 – Le truppe statunitensi attaccarono un villaggio di Cheyenne e Arapaho pacifici: furono uccisi molti uomini, donne e bambini.
    • Mankato, 1862 – Dopo le guerre con i Dakota (Sioux) il governo statunitense condannò a morte 38 indiani in quella che fu la più grande esecuzione di massa della storia degli Stati Uniti.
    • Wounded Knee, 1890 – Circa 150–300 Lakota vennero massacrati dall’esercito degli Stati Uniti in Dakota del Sud: è considerata una delle ultime grandi stragi di nativi americani in armi o disarmati.

Questi episodi si inseriscono nelle cosiddette guerre indiane, una lunga serie di conflitti tra eserciti coloniali/statunitensi e tribù native per il controllo di territori, risorse e vie di comunicazione.

3. La politica di rimozione e deportazione

Una delle politiche più devastanti fu l’Indian Removal Act (1830), una legge che autorizzò il governo degli Stati Uniti a spostare forzatamente tribù come i Cherokee, Choctaw, Creek, Chickasaw e Seminole dalle loro terre nel Sud degli Stati Uniti verso territori a ovest del fiume Mississippi. Le marce forzate di questi popoli diedero origine al cosiddetto “Trail of Tears” (Sentiero delle Lacrime), durante il quale migliaia morirono per fame, freddo e malattie.

4. La violenza istituzionale e culturale

Oltre alle morti causate direttamente da violenza e guerra, molte altre forme di oppressione hanno colpito le comunità native:

    • Sistemi di scuole residenziali in cui bambini indigeni venivano separati dalle famiglie per “civilizzarli”, spesso subendo abusi e molte volte morendo. Questo sistema è stato oggetto di recenti cause legali, con le tribù che accusano il governo USA di genocidio culturale e morti non riconosciute.
    • Violazioni sistematiche di trattati: gli Stati Uniti firmarono oltre 500 accordi con le tribù, molti dei quali vennero ignorati o annullati per espropriare terre e diritti.

5. Conseguenze demografiche e culturali

Nel suo complesso, l’impatto combinato di guerre, deportazioni, malattie, sfruttamento economico e distruzione culturale è stato catastrofico:

    • Alcuni storici stimano che decine di milioni di indigeni americani siano morti tra il 1492 e il XIX secolo, rendendo lo sterminio uno dei più gravi nella storia umana.
    • Questa serie di event si configura come genocidio dei nativi americani, per la combinazione di uccisioni, perdita culturale e distruzione deliberata delle comunità indigene anche attraverso politiche pubbliche.

6. Memoria e riconciliazione

Solo recentemente ci sono stati sforzi per riconoscere ufficialmente questi eventi nella memoria storica e pubblica, con iniziative di riconciliazione, educazione, ricerche e richieste di scuse formali da parte di governi e istituzioni.

In sintesi: la storia delle stragi dei nativi americani non è un singolo episodio, ma un processo storico durato secoli che combina:

    • contatto coloniale ed epidemie,
    • guerre e massacri,
    • deportazioni forzate e discriminazioni legali,
    • distruzione culturale istituzionale.

Questi avvenimenti hanno portato alla drastica riduzione demografica e culturale delle popolazioni indigene del continente americano, con effetti che si riflettono ancora oggi.

 


da: Le Scienze, 27.01.2016

 

Il collasso dei nativi americani e l'arrivo delle missioni

Il drammatico tracollo delle popolazioni del Nord America in seguito all'arrivo dei coloni europei non fu immediato. Le epidemie che falcidiarono l'87 per cento della popolazione indigena iniziarono solo un secolo dopo il primo contatto e coincisero con l'insediamento delle chiese missionarie

Il drammatico declino delle popolazioni native americane è un fatto accertato, ma c'è meno accordo sui tempi in cui si verificò. Secondo molti studiosi le malattie decimarono gli indigeni poco dopo il primo contatto con gli europei, altri invece sostengono che si sviluppò in modo più graduale, nel corso di molti anni.

Le analisi condotte da Matthew J. Liebmann e colleghi sui resti di 18 antichi villaggi della popolazione indigena dei pueblos della valle di Jemez, nel New Mexico, dimostrano adesso che entrambe le ricostruzioni sono imprecise.

Le epidemie scoppiarono quasi un secolo dopo i primi contatti, in coincidenza con l'insediamento dei missionari. "Nel sud ovest, il primo contatto tra i nativi e gli europei si è verificato nel 1539", spiega Liebmann. “Ma la malattie presero piede solo dopo il 1620, dopo di che si assistette a un rapido spopolamento fra il 1620 e il 1680”. In soli 60 anni, la popolazione dei villaggi studiati crollò infatti dell'87 per cento circa, passando da 6500 abitanti a meno di 900.

Lo spopolamento ebbe un enorme impatto culturale e sociale, con la perdita dei custodi della cultura tradizionale e delle autorità sociali e religiose, ma non solo."Le persone che vivevano in quei villaggi avevano bisogno di legname per i tetti, il riscaldamento e la cottura”, ha spiegato Liebmann “Inoltre, disboscavano la terra per coltivare: in quelle aree gli alberi non crescevano. Ma, con la moria degli abitanti, le foreste ripresero a crescere e aumentarono gli incendi boschivi ".

La scoperta – osservano i ricercatori - ha un riflesso sull'attuale dibattito intorno all'inizio di una nuova era geologica, il cosiddetto Antropocene, caratterizzata dall'influenza degli esseri umani sul clima su scala globale.

Alcuni studiosi vorrebbero far iniziare questa nuova epoca nel 1610 quando, come mostrano le analisi dei carotaggi nei ghiacciai, i livelli di CO2 scesero drasticamente in tutto il pianeta, un fenomeno messo in relazione con il forte aumento della vegetazione boschiva in tutto il Nord America.

"L'argomento fa perno sull'idea che lo spopolamento delle Americhe sia stato così estremo da lasciare il segno nella atmosfera e nel clima globale. Il sud ovest è stato uno dei primi punti di contatto tra europei e nativi americani in quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti, ma nel 1610 la regione non aveva ancora sperimentato uno spopolamento catastrofico, quindi è difficile sostenere che ciò sia avvenuto in qualsiasi altra parte del Nord America in un breve lasso di tempo."

Per tracciare le dinamiche dello spopolamento, Liebmann e colleghi sono ricorsi a un insieme di tecnologie, a partire dalla mappatura aerea con la tecnica LiDAR, che usa il laser per penetrare nella fitta vegetazione forestale e creare una mappa con una precisione di pochi centimetri, tanto da aver permesso di calcolare la struttura e l'architettura dei 18 villaggi.

Successivamente i ricercatori hanno sviluppato un'equazione basata sul volume di ogni singolo edificio mappato che ha consentito di stimare quante persone vivessero nella zona.

I risultati sono stati poi messi in relazione con quelli ottenuti da studi dendrocronologici (ossia basati sull'analisi degli anelli di crescita degli alberi), che hanno consentito di scoprire che proprio fra il 1630 e il 1650 si è verificata una rapida crescita forestale in aree precedentemente tenute a coltura.

Questa mappa evidenzia la diffusione e la varietà dei nativi, che appunto non rappresentavano una realtà omogenea e unitaria, ma un insieme di popoli con tradizioni e culture differenti, talvolta in contrasto fra loro, ma che per i colonizzatori erano un tutt'uno: selvaggi da eliminare.


Da Little Bighorn a Wounded Knee

Il colonnello George Armstrong Custer, veterano della guerra civile, partecipò attivamente alle campagne contro i nativi delle pianure, si distinse nel massacro dei Cheyenne (1868) e successivamente nelle azioni a sostegno delle ricerca dell'oro nelle terre sacre dei Sioux (1874). Ritenendosi l'uomo del destino, colui che avrebbe definitivamente 'risolto' la questione indiana, comandò numerosi attacchi contro i 'pellerossa' ma sottovalutò la capacità di reazione dei Sioux, che nel 1876, presso il fiume Little Bighorn, sterminarono il Settimo Cavalleggeri di Custer.
Oltre a Cavallo Pazzo, uno dei condottieri indiani fu il capo dei Sioux Hunkpapa Toro Seduto (Tatanka Yotanka), che, in seguito alle sanguinose rappresaglie dei soldati dell'Unione, fu costretto a rifugiarsi in Canada; per alcuni mesi si unì a Buffalo Bill e alle tournée del Circo Barnum, per poi ritornare tra la sua gente. Rappresentava ancora un simbolo, e dunque un pericolo per Washington, e fu ucciso a sangue freddo da agenti governativi (1890).
Alla notizia della sua morte un nutrito gruppo di Sioux Lakota guidati da Piede Grosso si mise in marcia per onorare il grande capo, ma nei pressi del fiume Wounded Knee fu intercettato dai soldati statunitensi, che a colpi di mitragliatrice massacrarono circa 300 nativi.


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