Doris Lessing

Doris May Taylor nasce il 22 ottobre 1919 a Kermanshah, in Persia, da genitori inglesi. Il padre Alfred era un impiegato bancario che, subito dopo avere combattuto nella Prima Guerra Mondiale, aveva lasciato l'Inghilterra, alla ricerca di una vita migliore e più interessante in Oriente. Con lo stesso spirito romantico e avventuroso, nel 1925 trasferisce la famiglia nella Rhodesia del Sud, l'attuale Zimbabwe, dove Doris trascorre una buona parte dell'infanzia e della sua giovinezza in una tenuta di campagna, a contatto con la magnifica natura africana, ma anche con una società che evidenzia i primi segnali del conflitto razziale nel quale sprofonderà qualche anno dopo la Rhodesia.
Studia in un convento e poi in una scuola femminile a Salisbury. Dopo la scuola continua da sola la propria educazione. Memoria di quegli anni sono i libri Racconti africani, Sorriso africano e Quattro visite nello Zimbabwe.
A 15 anni lascia la casa di famiglia e lavora prima come nurse e poi come centralinista. Nel 1937 sposa Frank Charles dal quale, dopo due figli, divorzierà nel 1943.
Entra a fare parte della "Left Book Club", un'associazione comunista dove conosce Gottfried Lessing che sposa e dal quale ha un figlio.
Nel 2007 le è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura.


  • Le nonne
  • Il sogno più dolce
  • La brava terrorista
  • Ben nel mondo
  • Il taccuino d'oro
  • Martha Quest
  • Camminando nell'ombra
  • Sorriso africano
  • Se gioventù sapesse
  • Il diario di Jane Somers
  • Amare, ancora
  • Sotto la pelle
  • Racconti londinesi
  • Echi della tempesta
  • Un matrimonio per bene
  • L'altra donna
  • Il quinto figlio
  • Racconti africani
  • L'abitudine di amare

  • Doris Lessing

    Lessing è venuta in Italia nel 2003 per presentare alla Fiera del Libro Memorie di una sopravvissuta, romanzo ormai introvabile nell'edizione italiana d'una ventina d'anni fa, ora ripubblicato da Fanucci.
    Intervista di Maria Serena Palieri

    Signora Lessing, nel leggere i suoi romanzi, dal Taccuino d'oro al ciclo dei Figli della violenza come questo Memorie di una sopravvissuta (tutti, tranne l'ultimo, usciti in Italia per Feltrinelli), ci è venuto man mano, da lettrici, di definirla scrittrice realista, poi no, iperrealista, ancora no, visionaria, forse fantascientifica, forse scrittrice fortemente onirica, che scrive in uno stato tra sonno e veglia. Qual'è la definizione in cui lei si sente più a suo agio?


    Nessuna. Piuttosto mi interessa perché lei mi rivolga questa domanda: è necessario pormi in una categoria? E una cosa deve essere per forza nemica dell'altra? Io, quando scrivo, penso a una storia, ed è questa che poi determina lo stile. Per quanto concerne una serie di miei libri. Memorie di una sopravvissuta come il ciclo Canopus in argo: Archives, Brian Aldiss, grande critico, considerato un po' il grande padre della fantascienza, mi ha voluto definire tale, appunto, scrittrice di fantascienza. Io non sono d'accordo. Penso che la vera fantascienza sia quella che elabora sulla base di teorie scientifiche: il modello perfetto è Blood Music di Greg Bear. Mentre altri libri soffrono di quella che, per loro, diventa un'etichetta costrittiva. Si dice che perfino Il Signore degli anelli di Tolkien è fantascienza...

    Nelle Memorie di una sopravvissuta, romanzo del 1974, ambientato in una Londra futuribile e degradata, dove si è dissolto ogni tessuto sociale, compaiono per la prima volta le bande giovanili che, anarchiche e violente, ubbidiscono solo alle proprie leggi, bande che tornano poi nel Quinto figlio e, poco più civilizzate, nel suo ultimo romanzo Il sogno più dolce. Perché queste bande sono entrate così potentemente nella sua immaginazione?


    Sono dappertutto, fanno parte della cultura in cui viviamo. Scrivendo Memorie di una sopravvissuta ero convinta di averle inventate, invece poco tempo dopo ho letto che a New York c'erano bande di ragazzini che terrorizzavano le persone nella metropolitana e nei grattacieli. Insomma, ho scoperto che non si può inventare niente. Così come credevo di avere inventato Hugo, l'animale mezzo cane e mezzo gatto che compare in questa storia, poi ho saputo che a Los Angeles avevano cercato di crearlo. Per fortuna senza esito. Ma vorrei aggiungere, rifacendomi alla domanda di prima, che ci si dimentica troppo spesso che leggere e scrivere è anzitutto piacere, provare piacere. Di questo si parla troppo poco.

    Nel Sogno più dolce lei fa i conti definitivi e drastici con la fede nel comunismo. Quella che l'ha animata personalmente, tra Rhodesia e Inghilterra, per più di una trentina d'anni, e che aveva già cominciato a sottoporre a esame in romanzi precedenti. A ottantaquattro anni cosa pensa della politica? Crede ancora in qualcosa?


    Oggi ho pochissima fiducia nella politica e nei politici. Ma questo è tipico di quelli della mia generazione, noi abbiamo visto crollare tutti i grandi sogni in cui credevamo. È difficile, oggi, trovare un'idealista, tra di noi. Come cittadina credo sia possibile darsi obiettivi piccoli, piccoli gruppi che riapplicano a piccole cose per esempio in campo ambientale. Lo credo perché questi li ho visti funzionare. I movimenti con grandi e declamati ideali invece falliscono. Tutti. Ed è una delle storie che ho raccontato nel Sogno più dolce: quando l'Africa è stata liberata dalla colonizzazione, sono arrivati fiumi di soldi dall'America e dall'Europa, e sono stati dissipati, mentre hanno funzionato piccole imprese, come quella della mia Sylvia che, nel suo romanzo, costruisce quasi con le sue mani il suo ospedale.

    Due anni fa al Festival di Edimburgo lei ha lanciato una specie di anatema sulle giovani scrittrici inglesi e sui loro romanzi stile Bridget Jones. Ha detto che sono sciocche, disimpegnate. Me, se è così, di chi è la colpa? Vostra, che non avete saputo trasmettergli una lezione generazionale?


    In effetti, dopo il Diario di Bridget Jones, gli editori sono stati inondati di romanzi in quello stile, e li continuano a pubblicare, perché sembra che la formula abbia successo. E, in parte, anche perché la maggior parte delle donne, inutile nascondercelo, cerca un marito, un fidanzato, un partner, poche sono quelle che ritengono positivo stare sole. Ma non date la colpa a me di ciò che è successo negli anni Sessanta. È stato fatto un gran male, ma non l'ho fatto io.
    La mia idea era che bisognasse lottare per ottenere leggi che mettessero sullo stesso piano uomini e donne. Invece dalla fine degli anni Sessanta la gente ha cominciato a salire sul palcoscenico e a dire “Guardatemi”. Non è così che si cambia il mondo. Si cambia trasformando le leggi, e questo chiede di affrontare noiose procedure burocratiche e di faticare. Come quando si è ottenuto che cambiasse il regime patrimoniale tra coniugi: prima, in Gran Bretagna, la donna nello sposarsi trasferiva ogni sua proprietà al marito, poi si è ottenuto che ogni cosa diventasse proprietà condivisa. E adesso qualcuno comincia a dire che non è giusto che, al momento della separazione, una moglie che non abbia mai lavorato ottenga dal marito il cinquanta per cento di ogni avere. È curioso, interessante, vedere come le tendenze sociali vadano avanti e indietro, come onde. Comunque, il mio sfogo di Edimburgo era nato dal fatto che, in visita in una classe elementare, avevo trovato una maestra che facendo lezione insegnando ai bambini che il loro sesso era all'origine di ogni guerra, violenza, aggressività, mentre le bambine sorridevano soddisfatte. Non è così, è crudele.

    La guerra. Qual'è stata la sua posizione su quella anglo-americana in Iraq?
    Era illegale. Ora è bene che Saddam sia stato cacciato, ma questo conflitto crea precedenti tremendi e non sappiamo quale ne sarà il risultato finale. L'Iran sta inviando in Iraq i suoi mullah più fanatici e in Iraq il fondamentalismo cresce. Gli Stati Uniti hanno una politica estera, oggi, che non si può definire esattamente sottile.

    l'Unità, 18/05/2003