Nando Dalla Chiesa

Piazza Fontana: il tempo della vergogna


Piazza Fontana tutti a casa? Per ora sappiamo solo che l’accusa ha chiesto l’assoluzione. Ossia che il sostituto procuratore generale presso la Cassazione, Enrico Delehaye, ha chiesto di confermare le assoluzioni del processo d’appello, le quali avevano annullato a loro volta le condanne inflitte in primo grado (quelle «scritte con l’inchiostro rosso», come aveva elegantemente chiosato l’avvocato onorevole Carlo Taormina). Sappiamo anche che l’avvocato dello Stato, in rappresentanza del ministero dell’Interno, ha chiesto invece il contrario: ossia di annullare le assoluzioni che avevano annullato le condanne.
Vi state forse già confondendo con questo intreccio di condanne, assoluzioni e annullamenti? E allora toglietevi dalla testa di potere mai parlare di Piazza Fontana. Di poterne capire la storia. E tanto meno di poterla raccontare un giorno a vostro figlio o a vostro nipote.
Perché Piazza Fontana è stato il più grandioso laboratorio di impunità giudiziaria mai concepito in democrazia. È stata la sperimentazione grandiosa di un modello, di un labirinto paranoico che ha allineato decine e decine di magistrati, una infinita batteria di leggi e di cavilli, di istituti giuridici e di azzardi dottrinari, e centinaia tra politici, poliziotti, agenti segreti, provocatori. È stato un carosello instancabile di ricorsi e di obiezioni, di prove eclatanti e depistaggi. Un museo degli orrori illuminato ogni tanto da qualche lampo di onestà e perfino di eroismo. Il tutto architettato, si badi, non da una mente sola; ma da un concerto spontaneo di menti sintonizzate su lunghezze d’onda diverse ma magnificamente compatibili. E tenute insieme, nel loro nucleo storico, da una complicità più forte del cemento armato. Perché ci sono di mezzo i morti. E con loro si può scherzare quando si tratta di metterli in programma. Non quando si tratta di risponderne. Trentacinque anni di menti compatibili, ormai. Una volta dicevamo sbigottiti quindici anni. E poi, sempre più scandalizzati, venti e trenta. Poiché gli anni della strage crescono come quelli dei vivi, quasi aggiungendo a ogni assoluzione, a ogni avocazione, a ogni annullamento, una beffarda candelina sulla torta della memoria.
Trentacinque anni che nella loro successione di svolte e di giudizi farebbero impazzire qualunque studioso e forse hanno fatto anche impazzire qualche avvocato portandolo, all’interno della stessa vicenda, a saltare il fosso. E che fosso: a difendere non più le vittime ma gli imputati. È cambiata l’Italia in questi anni. Tivù in bianco e nero e tivù a colori. Grandi fabbriche in città e terziario al silicio. Europa a sei ed Europa a venticinque, con dentro il crollo del Muro. Rumor e Berlusconi. E Piazza Fontana sempre lì, che arranca inseguendo un nuovo processo dietro l’altro. E generazioni di giudici che si danno ossessivamente il cambio. È mutato tutto anche nella antropologia, nella fisiognomica dei tribunali. Dai colli taurini dei funzionari e magistrati allevati nel ventennio, irrimediabilmente anziani a cinquant’anni, al volto adolescenziale del giudice Salvini. C’è un’intera umanità che si affastella nel tempo intorno a Piazza Fontana, ognuno con la sua funzione. Gente che nasce e sparisce con il processo, almeno nel suo pubblico ruolo. E gente che attraversa la storia del Paese ma da Piazza Fontana per una ragione o l’altra ci passa, lasciandovi il segno della propria identità. Restivo e Taviani, Andreotti e Cossiga, D’Ambrosio e Alessandrini, Calabresi e Pinelli, Pecorella e Taormina, Maletti e Miceli, Rauti e Zorzi, Valpreda e Giannettini, Freda e Ventura, Rumor e Henke. Un’immensa foto di gruppo. Nomi che parlano solo al passato e nomi che parlano anche al presente. Con tante biografie di inquisiti finite in parlamento. E con richieste di autorizzazione a procedere negate dal parlamento medesimo.
C’è forse un solo modo per raccapezzarsi in questa storia infinita e per dare un nome e un volto all’impunità. Ed è di contare le stanze in cui potremmo immaginare di volta in volta di stipare gli imputati dei singoli turni. Stanza numero uno, quella con dentro gli imputati del primo processo di primo grado. Stanza numero due, appello del primo processo, fuori questi e dentro quegli altri. Stanza numero tre, stanza numero quattro, stanza numero cinque. E così via. E ogni volta i nomi degli imputati che diventano “quelli giusti”. Perché i giudici o i pubblici ministeri della volta precedente in fondo non sono stati bravi. Hanno sbagliato qua e hanno sbagliato là. Non c’è mai un’assoluzione totale, per Piazza Fontana. Così vedremmo anche, ogni volta, chi assolve, chi non capisce bene, chi trova il cavillo per riazzerare tutto. Con il tempo che si allontana e i testimoni che non ci sono più, muoiono anche quelli, che ci volete fare. Forse, anzi, qualcuno è stato eliminato già all’epoca, qualcuno un po’ testimone un po’ imputato è latitante ed è stato fatto evadere. Sicché il processo si arrotola sempre di più sulle carte dei faldoni, vi si sbrodola, e basta un po’ di carta assorbente dell’ultimo giudice per chiuderlo, per asciugare definitivamente l’inchiostro, rosso o nero che sia.
Ma almeno una cosa l’ha insegnata, questo processo che può diventare laboratorio anche per noi. Se sistema accusatorio deve esserci anche in Italia, se davvero - adottando questo sistema - abbiamo voluto adeguarci a civiltà giuridiche superiori, prendiamo atto che laddove esso esiste seriamente il processo si chiude di norma al primo grado. Lungo quanto è necessario; ma interamente fatto, come ha ricordato giustamente Gerardo D’Ambrosio, con le persone in carne e ossa davanti ai giudici e nella freschezza della memoria; non, come avviene dopo il primo grado, solo con le ridde di carta ingiallita, con i cumuli di timbri e firme, con verbali afoni e senza la possibilità di portare l’occhio o l’orecchio dove l’intelligenza e lo scrupolo vorrebbero.
Perché Piazza Fontana è certo un macigno sulla classe politica che la amministrò, su quella sua specialissima idea che la democrazia valga - in fondo - un po’ di crimine, che i mezzi non corrompano mai il fine. Ma è anche un macigno sul celebre diritto della “patria di Verri e Beccaria”, sul suo concepirsi come una tela di Penelope che si fa e si disfa all’infinito. Come una macchina poderosa e costosissima che, tra emozioni, speranze, dolori e certezze, produce sabbia e nuova sabbia ancora. Sempre materia che serve ad asciugare.