piccolo dizionario marxista

critica


Il termine è caratteristico del pensiero illuminista e, soprattutto, della tradizione kantiana. Esso giunge a Marx nel significato dominante, che era proprio della sinistra hegeliana. I giovani hegeliani ritenevano che si dovesse realizzare la sintesi di reale e razionale espressa da Hegel nella idea di stato. La razionalità doveva divenire la realtà della struttura statuale: il modello hegeliano agiva dunque come modello di modernizzazione rispetto alla realtà storica. Questo, naturalmente, significava la necessità di rimuovere quella struttura arcaica e semifeudale dello stato che ne impediva l'evoluzione verso la forma universale teorizzata nei Lineamenti della filosofia del diritto di Hegel. Strumento intellettuale di questi obbiettivi politici è l'esercizio filosofico della critica.
La critica, a livello politico, si configura, quindi, come una dialettica tra dover essere ed essere. Per esempio, se lo stato esistente non realizza la forma ideale dello stato, la filosofia diviene azione intellettuale e il lavoro critico del giovane hegeliano diventa azione politica. A livello filosofico la critica si pone il compito illuministico di liberazione della coscienza dalle forme di pensiero dogmatiche, prima fra tutte la religione.

I primi lavori pubblicistici di Marx pubblicati negli Inediti per la più recente filosofia e pubblicistica tedesca (1843), negli Annali tedeschi di scienza e arte (1842) e, soprattutto nella Gazzetta renana (1842) risentono molto direttamente di questa atmosfera intellettuale, anche se il termine «critica» vi è citato in modo episodico. Al di là degli oggetti direttamente in questione (la censura, la cattiva amministrazione, l'inefficienza della burocrazia, ecc.) il modello intellettuale che anima questi interventi può essere ricondotto alla forma di intelligenza tipica della critica. Vi è un permanente divario tra la realtà statuale e la sua idea, ed è la mancanza di razionalità dello stato reale, che non riesce a impedire ne le ingiustizie ne le disfunzioni sociali.
Questa atmosfera intellettuale, tipica di un giovane hegeliano, Marx la problematizzerà discutendo il luogo filosofico di origine. della parte politica della critica, e cioè la filosofia del diritto di Hegel: siamo nella primavera-estate del 1843, subito dopo la chiusura della Gazzetta renana.
L'elemento centrale di questa analisi è l'idea di democrazia come forma politica che «fa dello Stato l'Uomo oggettivato» (C HP, 33). L'universalità dello stato viene, dunque, pensata secondo un contenuto positivo e non secondo la astratta realizzazione della eticità. Anzi Hegel, nel tentativo di mediare ogni elemento sociale nella forma universale dello stato, non costituisce affatto una universalità ideale, ma una universalità vuota, i cui contenuti concreti non sono altro che gli elementi chè, di fatto, costituiscono la società civile: come quando le forme sociali della proprietà privata divengono elementi fondamentali della struttura statuale.
Il vuoto dell'eticità sacralizza dunque l'elemento empirico: questo è il segreto della sintesi hegeliana.
Costruendo una vera idealità con l'idea democratica ed umanistica di stato, appare possibile sia la critica della concezione dello stato hegeliano che la realizzazione di una idea di universalità. È il momento dell'utopia democratica del giovane Marx. «Così la critica veramente filosofica», scrive Marx, «dell'odierna costituzione dello stato non indica soltanto le sussistenti contraddizioni, ma le spiega, ne comprende la genesi, la necessità, le prende nel loro peculiare significato. Ma questo comprendere non consiste, come Hegel crede, nel riconoscere ovunque le determinazioni del concetto puro, bensì nel concepire la logica specifica dell'oggetto specifico» (C HP, l03).
Impedire la sintesi ideale nello stato hegeliano degli oggetti specifici sia delle istituzioni politiche che della società civile: questo è il senso più profondo della critica marxiana. Ma il tipo di critica allo stato hegeliano e la idea universale di stato democratico sono due elementi teoricamente non compatibili. La «logica degli oggetti specifici» conduce verso una analisi dei rapporti esistenti nella società civile che rende impossibile qualsiasi forma di loro sintesi nell'universalità ideale dello stato. Il problema del giovane Marx diviene quello dei rapporti tra società civile e stato.

Esso raggiunge una prima chiarificazione in occasione dello scritto intorno alla Questione ebraica (1843). In questo scritto Marx sottopone a critica la posizione di Bruno Bauer relativa alla emancipazione degli ebrei. Secondo Bauer l'ebreo ha due impossibilità sulla strada della sua emancipazione. L'una è lo stato cristiano, l'altra è la propria essenza spirituale di ebreo. Dal punto di vista della struttura dello stato l'emancipazione ebraica passa per la critica dello stato cristiano e per la sua sostituzione con la vera universalità etica dello stato. Dal punto di vista della coscienza ebraica I'emancipazione passa, ancor più che per il cristianesimo, per la critica alla religione. Marx sottopone a critica entrambe le conclusioni di Bauer. Non soltanto lo stato cristiano non è in grado di concedere alcuna emancipazione agli ebrei, ma nemmeno lo stato universale, lo stato privo di contenuti religiosi, lo stato secondo l'idea di se stesso, può ottenere questo risultato. L'emancipazione politica che può concedere lo stato non è la soppressione della religione, ma semplicemente il suo trasferimento dal diritto pubblico al diritto privato. Quanto alla coscienza ebraica, Bauer la riduce al suo momento più astratto, alla religione, così che, che la professione filosofica della critica.
Scrive Marx: «Noi cerchiamo di rompere la formulazione teologica della questione. La questione della capacità dell'ebreo ad emanciparsi si trasforma per noi nella questione di quale particolare elemento sociale sia da superare per sopprimere il giudaismo» (QE, 184). Questo significa abbandonare l'identificazione dell'ebraismo con la forma dottrinale della religione ebraica, e vedere, invece, la religione ebraica nel suo «fondamento mondano», cioè nella forma della coscienza sociale dell'ebreo di tutti i giorni: l'egoismo, il traffico, il denaro. Così come lo stato politico non può emancipare da una religione, così la critica filosofica non può emancipare la forma di una coscienza che deriva dalle condizioni sociali di esistenza che costituiscono il contenuto rappresentativo reale della religione. L'emancipazione dell'ebreo non può quindi che essere una emancipazione della sua umanità che deve passare attraverso la trasformazione delle condizioni che dominano l'esperienza sociale dell'ebreo e che costituiscono la forma della sua coscienza. Quella che, nell'astratto orizzonte della filosofia critica, è l'emancipazione filosofica dalla religione, nella realtà non può essere che l'emancipazione umana dalla obbiettiva esperienza sociale. La critica si trasferisce dalla coscienza alla società, dalla filosofia all'azione.
Queste riflessioni sulla Questione ebraica hanno condotto Marx a due risultati che saranno molto rilevanti nella sua storia intellettuale: in primo luogo, l'universalità ideale dello stato, che ha la sua realizzazione nell'eguaglianza giuridica, è il risultato di tutta la storia moderna che ha spoliticizzato la società civile per condensare la dimensione politica nella struttura dello stato. Ciò significa che l'universalità astratta dello stato può esistere soltanto in quanto presuppone, come necessarie, le disuguaglianze materiali esistenti nella società civile.
«Là dove lo Stato politico ha raggiunto il suo vero sviluppo, l'uomo conduce non soltanto nel pensiero, nella coscienza, bensì nella realtà, nella vita, una doppia vita, una celeste e una terrena, la vita nella comunità politica nella quale egli si considera come ente comunitario, e la vita nella società civile, nella vita civile nella quale agisce come uomo privato..» (QE, 166). Esiste una scissione tra società civile e stato, ma la forma della universalità statuale dipende proprio dalle particolarità della società civile.
L'altro elemento importante della riflessione marxiana è l'approfondimento del rapporto tra l'autonomia della società civile e le forme della coscienza che derivano dai rapporti concretamente esistenti nella società civile. Questo significa che le forme. della coscienza non possono essere modificate in modo radicale con l'esercizio della critica.
La filosofia deve condurre alla critica e la critica alla azione. La filosofia «una volta smascherata la figura sacra dell'autoestraneazione umana (deve) smascherare l'autoestraneazione nelle sue figure profane. La critica del cielo si trasforma così nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica» (CQH, 191). La critica della politica ha mostrato che non è la universalità dello stato che può rimuovere le particolarità della società civile, anzi, che sono i rapporti della società civile a determinare i contenuti concreti della coscienza.
«L'arma della critica non può certamente sostituire la critica delle armi» (CDH, 197). Nella metafora Marx indica che, contemporaneamente ai limiti della critica filosofica, egli ha trovato il problema politico fondamentale: la trasformazione rivoluzionaria della società.
Nonostante Marx rilevi i limiti obbiettivi della critica, egli osserva proprio nella Introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel che, nella condizione sociale arretrata della Germania, la critica che nasce come critica della religione ha una sua funzione sociale rilevante. In una società dove la produzione teorica sostituisce l'evoluzione storica, la critica, per essere concreta, non può che essere filosofica. «Se dunque noi critichiamo anzi che le oeuvres incompletes della nuova storia reale, le oeuvres postumes della nostra storia ideale, la filosofia, la nostra critica si trova invero in mezzo ai problemi dei quali il presente dice: that is the question. Ciò che presso i popoli progrediti è rottura pratica con le moderne condizioni dello stato, in Germania... è innanzi tutto rottura critica con il riflesso filosofico di tali condizioni» (ivi, 195).
Criticare la filosofia hegeliana dello stato non ha perciò il significato di una sterile esercitazione ma è l'unica condizione possibile per creare le condizioni che, a loro volta, veicolino una trasformazione effettiva del reale. «La critica, della filosofia speculativa del diritto non si perde in se stessa, ma procede ad assolvere compiti per la cui soluzione esiste un unico mezzo: la prassi» (ivi, 197).
Il compito della critica si conclude con l'affermazione dell'essenza dell'uomo e quindi con il dovere morale di restaurarne la dignità. È nell'umanesimo di Feuerbach che Marx trova il fondamento della sua forma di critica - umanistica e naturalistica - emancipata dalla sua origine giovane-hegeliana.
«La critica della religione finisce con la dottrina per cui l'uomo è per l'uomo l'essenza suprema, dunque con l'imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l'uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato...» (ivi, 197-198) Il meccanismo critico ha così prodotto, nel suo funzionamento, un esito compiutamente teorico ad una regola morale che si giustifica nell'ideale (essenza umana) corrisponde l'idea categoriale (essenza umana) che si concretizza in una regola morale. In questa direzione l'analisi critica si caratterizza come un'impresa totale: la critica diviene, insomma, una categoria generale d'interpretazione del reale e quindi, per Marx, del suo mutamento.
«Ho già annunziato nei "Deutsch-Franzosische Jahrbiicher" la critica della scienza del diritto e dello stato sotto forma di una critica della filosofia del diritto hegeliana. Farò quindi seguire, in diversi opuscoli separati, la critica del diritto, della morale, della politica ecc.., e finalmente tenterò di ridare, in un lavoro speciale, la connessione dell'insieme, il rapporto delle singole parti, come anche la critica conclusiva dell'elaborazione speculativa di quel materiale» (MEF, 251).
Contrapposta alla metodologia della critica positiva che ha il suo fondamento filosofico in Feuerbach si colloca la critica negativa di Bauer che non si differenzia dalla filosofia e dalla dialettica hegeliana. «L'ignoranza del rapporto della critica moderna con la filosofia hegeliana in genere e con la dialettica in specie fu tanta che critici come Strauss e Bruno Bauer... restano, almeno virtualmente, del tutto involti nella logica hegeliana» (ivi, 354).
Dal punto di vista del Marx che riproduce il tema della critica nella necessità di instaurare nel mondo l'umanesimo di Feuerbach, la «critica» di Bauer appare schematica e povera, chiusa come essa è nella dialettica tra la propria purezza intellettuale e l'opacità del mondo espressa nel concetto di «massa».
La stessa posizione nei confronti di Bruno Bauer e della sinistra hegeliana si trova nella Sacra Famiglia (1845). «La critica extra-mondana non è un'attività essenziale del soggetto umano, reale, che vive nella società presente. L 'individuo reale è solo un accidente, un recipiente terreno della critica critica la quale si rivela in esso la sostanza eterna...» (SF, 178).
In quest'opera anche Engels attacca, con durezza, le concezioni della scuola baueriana e soprattutto il concetto di critica. Con argomentazioni simili a quelle di Marx, ma con arguzia e sense of humor ne sottolinea da un lato il carattere mistico-teologico e, dall'altro, l'incapacità di costruire un'analisi rigorosa su problemi di ordine storico-economico. «La critica non fa altro che "costruirsi formule con le categorie dell'esistente", cioè con l'esistente filosofia hegeliana e con gli orientamenti sociali esistenti; formule, nient'altro che formule... Essa è e rimane una vecchia donna, l'avvizzita e vedova filosofia hegeliana, che imbelletta e ritocca il suo corpo rinsecchito...» (ivi, 19)
L'ultima volta che Marx-Engels trattano della tradizione della «critica» nella filosofia dei giovani hegeliani è nella Ideologia tedesca. Quivi il distacco dall'umanesimo di Feuerbach è radicale: Feuerbach parla di una astratta essenza del genere umano del quale non è in grado di dare nè il processo storico né la realtà sociale. Anche la filosofia di Feuerbach fa dunque parte della «ideologia tedesca», cioè delle attitudini a trasferire i problemi della realtà sociale nelle forme astratte del pensiero. La critica umanistica che si può derivare da Feuerbach non è diversa, nella sua essenza filosofica, dalla critica-critica di Bruno Bauer.
D'altro canto la prospettiva in cui viene considerata la critica di Bauer è molto differente rispetto alle opere precedenti. Ad essa non viene rimproverato né di essere una critica senza contenuto, né di essere senza efficacia sociale, ma si afferma che la filosofia tedesca non può che essere «critica». La sua astrazione deriva dal suo rapporto con la realtà sociale: la Germania arretrata è un luogo in cui i problemi oggettivi si trasfigurano nella forma astratta del pensiero. La «critica» quindi è una ideologia degli intellettuali tedeschi (C.B.).