piccolo dizionario marxista

dialettica materialistica


Marx ed Engels non hanno mai fatto uso dell'espressione «materialismo dialettico», che fu elaborata dopo di loro soprattutto da Dietzgen e Plekhanov, ma parlano a più riprese della «dialettica materialistica», per designare il loro «metodo scientifico». Con questa formula hanno voluto riflettere il rapporto tutto particolare che stabiliscono con la filosofia hegeliana, che essi considerano invece caratterizzata dalla sua «dialettica idealistica». Una dialettica idealistica è una dialettica puro pensiero, nel corso della quale il pensiero riflettendosi su se stesso, produce la propria «materia», sotto forma di una totalità di determinazioni che unifica nel suo infinito processo. Ogni realtà diventa allora intellegibile, nella misura in cui si integra nella sfera dello spirito che effettivamamente la costituisce. Ciò che è dialettico in questo processo è il suo svolgimento, che procede attraverso lo sviluppo di contraddizioni interne, che, a loro volta, scoprono in se stesse la forma della loro risoluzione. È ciò che Hegel definisce negazione della negazione.
Quando Marx ed Engels «ritornano» a Hegel dopo il 1850, quando l'ideologia borghese dominante prende a trattarlo come «un cane morto» perché trovano nella sua concezione il modello di una spiegazione scientifica della realtà, affrontata non soltanto attraverso opposizioni astratte esteriori, ma nel processo necessario del suo autosvilupparsi. In questo senso, nel fondo stesso della dialettica, anche se in maniera occulta o alterata deve senz'altro esservi una buona dose di materialismo.
Questo materialismo consiste, prima di tutto, nel fatto che, dal punto di vista della dialettica, la realtà si trova strappata alla sua immobilità ilusoria, all'apparenza di uno stato di fatto fissato una volta per tutte, mentre questa realtà è invece trasportata al di là di se stessa da un movimento immanente che rivela in essa stessa le condizioni del proprio divenire. In tal senso la dialettica, ogni dialettica, è, come dice Marx «critica e rivoluzionaria» , nella misura in cui «discioglie» tutto ciò che del definitivo ha soltanto l'apparenza e fa palese, secondo una nota formula di Engels, «tutto ciò che esiste merita di perire». La dialettica rivela, così, il carattere intrinsecamente storico tutta la realtà.
Inoltre, la dialettica scarta il punto di vista astratto della metafisica che ritaglia la realtà in entità indipendenti, collegate soltanto da rapporti di esteriorità, in modo simile a quei conflitti tra forze escludenti ogni negatività che Kant pone alla base della sua «metafisica della natura».
Secondo un'importante formula di Hegel «ogni verità è concreta»: ciò significa che una qualsiasi conoscenza non è autenticamente razionale se non è grado di rendere effettiva l'unità interna dell' oggetto. La realtà, allora, non si presenta come una collezione arbitraria di parti o di elementi, ma si riconduce all'unico processo, all'interno del quale essa sviluppa tutti quegli aspetti come altrettanti momenti necessari alla propria determinazione.
Hegel ha affermato tutti questi princìpi, ma in un contesto tutto particolare, che dà alla sua dialettica una forma idealistica: come già abbiamo detto, identifica questo processo razionale con lo spirito, concepito nel rapporto immanente con se stesso, in quel ritorno su di sé che costituisce la sua storia ed è anche tutta la storia. La dialettica, così, perde il suo carattere critico e rivoluzionario e restaura addirittura il punto di vista metafisico attraverso la posizione di privilegio che riconosce allo spirito separandolo dalla natura, che non è a sua volta mossa da una propria dialettica, in quanto i suoi cicli, ripetitivi ed astratti, corrispondono a una forma degradata, progettata esteriormente, della vita spirituale. Lo sviluppo autentico di quest'ultima, allora, si svolge al di fuori della natura, nella storia. In questo senso l'interpretazione globale della realtà proposta da Hegel non è altro, conformemente alle tradizionali filosofie idealistiche, che un recupero, una santificazione del dato di fatto, poiché, dal punto di vista della fine della storia, si trova garantita soltanto la perpetuazione di ogni stato di fatto. Ecco che la formula «tutto ciò che esiste merita di perire» si converte nel suo contrario: «tutto ciò che esiste merita di essere conservato».
Osserviamo che questa contraddizione interna della dialettica hegeliana ne conferma paradossalmente la validità e l'oggettività: essa è effettivamente universale, anche al di là della propria coscienza di sé, nella misura in cui si trova collocata anch'essa nel campo stesso della sua riflessione, alla quale fornisce involontariamente un oggetto.
La dialettica, come forma di pensiero, sviluppa nella sua storia forme contraddittorie, l'idealistica e la materialistica, e il suo progredire si esplica a partire dal loro confronto.
Ma non è sufficiente caratterizzare la natura propria della dialettica hegeliana, identificando la sua contraddizione interna; occorre anche metterla in pratica, accompagnando il suo movimento e proponendo la soluzione del conflitto che non ha saputo o potuto formulare da sé. La messa in atto da parte di Marx e di Engels della dialettica hegeliana è appunto il passaggio da una dialettica idealistica a una dialettica materialistica. Non si tratta di un passaggio immediato, in quanto è esso stesso un processo, nel corso del quale viene a costituirsi una nuova pratica della dialettica, la cui idea non può anticipare il suo sviluppo. Lungo il lavoro di elaborazione che hanno imposto alla dialettica per adattarla ai loro scopi, Marx ed Engels hanno riflettuto su questa trasformazione alla luce di diversi concetti, che la presentano in modalità assai differenti.
Dapprima Marx ed Engels hanno esposto il rapporto della dialettica idealistica con la dialettica materialistica come un rovesciamento. Quest'ultima nozione proviene evidentemente da Feuerbach: e riconduce la relazione delle due dialettiche a quella di un «contenuto reale» e di una «forma mistica», di cui si è provvisoriamente travestita. È ciò che Marx ed Engels chiamano «rimettere la dialettica sui suoi piedi», riconducendola alla sua base materiale, dalla quale si era provvisoriamente distaccata.
Il loro ritorno alla dialettica, dunque, coincide col ritorno della dialettica a se stessa, dove finalmente ritrova in se stessa il suo vero contenuto. Si tratta tuttavia di un procedimento molto hegeliano, di negazione della negazione, col quale la dialettica scopre, attraverso il suo episodio idealistico, la sua essenziale verità materialistica. Qui la dialettica materialistica appare come identica alla dialettica idealistica; non ne differisce che formalmente, nella sua presentazione e nell'interpretazione che essa dà del suo stesso processo. A queste condizioni vi è senz'altro un «ritorno a Hegel», ma si tratta di condizioni tali, per cui la contraddizione tra materialismo e idealismo, che Marx ed Engels sostengono altrove essere la chiave di tutta la storia della filosofia, vede diminuita la sua importanza a beneficio della permanenza della dialettica, il cui contenuto «reale» permane, nonostante tutte le forme successivamente acquisite nella sua storia.
Senza dubbio per sfuggire a questa difficoltà, Marx ed Engels hanno tentato, intorno al 1870, di rettificare la nozione di «rovesciamento», completandola con un'altra anch'essa metaforica: l'estrazione. Allora il rapporto tra dialettica e idealismo (o materialismo) rimane sempre quello tra un contenuto e una forma, ma in maniera tale che quest'ultima non è più soltanto un'immagine capovolta (o conforme) bensì un involucro esteriore, che può essere strappato e dentro il quale si ritrova intatto il «nocciolo razionale», che il materialismo riprende nella sua interezza.
Nella prima parte di L. Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca (1888), Engels ha sviluppato fino in fondo l'idea di una separazione degli elementi uniti nella dialettica hegeliana e che sono i termini della sua contraddizione.
Questa filosofia presenta da parte sua un sistema che costruisce il suo idealismo nella forma assoluta e un metodo razionale che gli sussiste accanto e può esserne separato per funzionare in un nuovo contesto, quello di una scienza materiale della natura e della storia spogliata da ogni presupposto idealistico.
Questa strategia critica è tuttavia piena di inconvenienti teorici: risolve effettivamente la contraddizione hegeliana con lo strumento discriminante che separa il contenuto dalla forma. Ma che cosa rimane allora di quel che sembrava I'acquisizione fondamentale della dialettica hegeliana, cioè l'affermazione dell'unità dei contrari, che non sono contrapposti soltanto nel rapporto arbitrario di una opposizione esteriore, ma che si sviluppano insieme nell'unità di uno stesso processo? Ciò che non si comprende più, in questi termini, è il rapporto che lega autenticamente la dialettica al materialismo: quest'ultimo corre anch'esso il rischio di apparire come un involucro di circostanza, il cui «nocciolo razionale» è stato rivestito arbitrariamente, senza l'intervento di una necessità interna, concreta e razionale.
Facendo giocare l'una sull'altra le due metafore, nel fondo disparate, dell'estrazione e del rovesciamento, Marx ed Engels mostrano che il lavoro di elaborazione cui hanno sottoposto la dialettica non sbocca in una teoria definitiva del suo oggetto: per sapere cosa sia la dialettica materialistica, bisogna dunque riferirsi alla pratica concreta, realmente diversificata, nel corso della quale essi hanno intrapreso la sua elaborazione.