Karl Marx

Salario, prezzo, profitto. 2


La produzione del plusvalore

Supponiamo ora che la produzione della quantità di oggetti correnti necessari alla vita di un operaio richieda sei ore di lavoro medio. Supponiamo inoltre che sei ore di lavoro medio siano incorporate in una quantità d'oro uguale a tre scellini. In questo caso tre scellini sarebbero il prezzo o l'espressione monetaria del valore giornaliero della forza-lavoro di quell'uomo. Se egli lavorasse sei ore al giorno, produrrebbe ogni giorno un valore sufficiente per comperare la quantità media degli oggetti di cui ha bisogno quotidianamente, cioèper conservarsi come operaio.
Ma il nostro uomo è un operaio salariato. Perciò deve vendere la sua forza-lavoro a un capitalista. Se la vende a tre scellini al giorno, o diciotto scellini la settimana, la vende secondo il suo valore. Supponiamo che egli sia un filatore. Se egli lavora sei ore al giorno, egli aggiunge al cotone un valore di tre scellini al giorno. Questo valore che egli aggiunge giornalmente al cotone costituirebbe un equivalente esatto del salario, o del prezzo, che egli riceve giornalmente per la sua forza-lavoro. In questo caso però il capitalista non riceverebbe nessun plusvalore, o nessun sovrapprodotto.
Qui urtiamo nella vera difficoltà.
Comperando la forza-lavoro dell'operaio e pagandone il valore, il capitalista, come qualsiasi altro compratore, ha acquistato il diritto di consumare o di usare la merce ch'egli ha comperato. Si consuma o si usa la forza-lavoro di un uomo facendolo lavorare, allo stesso modo che si consuma o si usa una macchina mettendola in movimento. Comperando il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro dell'operaio, il capitalista ha dunque acquistato il diritto di fare uso della forza-lavoro, cioè di farla lavorare, per tutto il giorno o per tutta la settimana. La giornata di lavoro o la settimana di lavoro hanno, naturalmente, certi limiti; ma su questo punto ritorneremo in seguito. Per ora voglio attirare la vostra attenzione su un punto decisivo.
Il valore della forza-lavoro è determinato dalla quantità di lavoro necessaria per la sua conservazione o riproduzione, ma l'uso di questa forza-lavoro trova un limite soltanto nelle energie vitali e nella forza fisica dell'operaio.
Il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro è una cosa completamente diversa dall'esercizio giornaliero o settimanale di essa, allo stesso modo che sono due cose del tutto diverse il foraggio di cui un cavallo ha bisogno e il tempo per cui esso può portare il cavaliere. La quantità di lavoro da cui è limitato il valore della forza-lavoro dell'operaio, non costituisce in nessun caso un limite per la quantità di lavoro che la sua forza-lavoro può eseguire. Prendiamo l'esempio del nostro filatore. Abbiamo visto che, per rinnovare giornalmente la sua forza-lavoro, egli deve produrre un valore giornaliero di tre scellini, al che egli perviene lavorando sei ore al giorno. Ma ciò non lo rende incapace di lavorare dieci o dodici o più ore al giorno.
Pagando il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro del filatore, il capitalista ha acquistato il diritto di usare questa forza-lavoro per tutto il giorno o per tutta la settimana. Perciò, egli lo farà lavorare, supponiamo, dodici ore al giorno. Oltre le sei ore che gli sono necessarie per produrre l'equivalente del suo salario, cioè del valore della sua forza-lavoro, il filatore dovrà dunque lavorare altre sei ore, che io chiamerò le ore di pluslavoro, e questo pluslavoro si incorporerà in un plusvalore e in un sovrapprodotto. Se per esempio il nostro filatore, con un lavoro giornaliero di sei ore, ha aggiunto al cotone un valore di tre scellini, un valore che rappresenta un equivalente esatto del suo salario, in dodici ore egli aggiungerà al cotone un valore di sei scellini e produrrà una corrispondente maggiore quantità di filo.
Poiché egli ha venduto la sua forza-lavoro al capitalista, l'intero valore, cioè il prodotto da lui creato, appartiene al capitalista, che è, per un tempo determinato, il padrone della sua forza-lavoro. Il capitalista dunque anticipando tre scellini, otterrà un valore di sei scellini, perché, anticipando un valore in cui sono cristallizzate sei ore di lavoro, egli ottiene, invece, un valore in cui sono cristallizzate dodici ore di lavoro. Se egli ripete questo processo quotidianamente il capitalista anticipa ogni giorno tre scellini e ne intasca sei, di cui una metà sarà nuovamente impiegata per pagare nuovi salari, e l'altra metà formerà il plusvalore, per il quale il capitalista non paga nessun equivalente. su questa forma di scambio tra capitale e lavoro che la produzione capitalistica o il sistema del salariato è fondato, e che deve condurre a riprodurre continuamente l'operaio come operaio e il capitalista come capitalista.
Il saggio del plusvalore, dipenderà, restando uguali tutte le altre circostanze, dal rapporto fra quella parte della giornata di lavoro necessaria per riprodurre il valore della forza-lavoro, e il tempo di lavoro supplementare o pluslavoro impiegato per il capitalista. Esso dipenderà quindi dalla misura in cui la giornata di lavoro verrà prolungata oltre il tempo durante il quale l'operaio per mezzo del suo lavoro riproduce unicamente il valore della sua forza-lavoro, cioè fornisce l'equivalente del suo salario.

Il valore del lavoro

Dobbiamo ora ritornare alla espressione "valore o prezzo del lavoro".
Abbiamo visto che questo valore non è di fatto che il valore della forza-lavoro, misurato sulla base dei valori delle merci necessarie alla sua conservazione.
Poiché però il lavoratore riceve il salario soltanto dopo aver finito il suo lavoro, e poiché egli sa che ciò ch'egli dà realmente al capitalista è il suo lavoro, perciò il valore o prezzo della sua forza-lavoro gli appare necessariamente come il prezzo o valore del suo lavoro stesso. Se il prezzo della sua forza-lavoro è di tre scellini, nei quali sono incorporate sei ore di lavoro, e se egli lavora dodici ore, egli considera necessariamente questi tre scellini come il valore o il prezzo di dodici ore di lavoro, quantunque queste dodici ore di lavoro rappresentino un valore di sei scellini.
Di qui una duplice conseguenza.

Primo: il valore o prezzo della forza lavoro prende l'apparenza esteriore del prezzo o valore del lavoro stesso, quantunque, parlando rigorosamente, valore e prezzo del lavoro siano espressioni prive di significato.

Secondo: benché solo una parte del lavoro giornaliero dell'operaio sia pagata, mentre l'altra parte rimane non pagata, benché proprio questa parte non pagata, o pluslavoro, rappresenti il fondo dal quale sorge il plusvalore o il profitto, ciò nonostante sembra che tutto il lavoro sia lavoro pagato.

Questa falsa apparenza distingue il lavoro salariato dalle altre forme storiche del lavoro. Sulla base del sistema del salario anche il lavoro non pagato sembra essere lavoro pagato. Con lo schiavo, al contrario, anche quella parte di lavoro che è pagata appare come lavoro non pagato.
Naturalmente lo schiavo per poter lavorare deve vivere, e una parte della sua giornata di lavoro serve a compensare il valore del suo proprio sostentamento. Ma poiché fra lui e il suo padrone non viene concluso nessun patto e fra le due parti non ha luogo nessuna compravendita, tutto il suo lavoro sembra lavoro dato per niente.
Prendiamo, d'altra parte, il contadino servo della gleba quale esisteva, potremmo dire, ancora fino a ieri in tutta l'Europa orientale. Questo contadino lavorava, per esempio, tre giorni per sé nel campo suo proprio o attribuito a lui, e i tre giorni seguenti eseguiva il lavoro forzato e gratuito nel podere del suo signore. In questo caso il lavoro pagato e quello non pagato erano visibilmente separati, separati nel tempo e nello spazio, e i nostri liberali si sdegnavano, scandalizzati dall'idea assurda di far lavorare un uomo per niente!
In realtà però la cosa non cambia, se uno lavora tre giorni della settimana per s‚ nel proprio campo e tre giorni senza essere pagato nel podere del suo signore, oppure se lavora, nella fabbrica o nell'officina, sei ore al giorno per s‚ e altre sei per il suo imprenditore, anche se, in quest'ultimo caso, la parte pagata e la parte non pagata del lavoro sono confuse in modo inscindibile, e la natura di tutto questo procedimento è completamente mascherata dall'intervento di un contratto e dalla paga che ha luogo alla fine della settimana. Il lavoro non pagato, in un caso sembra dato volontariamente, nell'altro caso sembra preso per forza. La differenza è tutta qui. Se in seguito userò le parole "valore del lavoro", non si tratterà che di una espressione popolare per "valore della forza-lavoro".




Come si crea il profitto quando una merce è venduta al suo valore

Supponiamo che un'ora di lavoro medio cristallizzi un valore di sei denari, cioè che dodici ore di lavoro medio cristallizzino un valore di sei scellini.
Supponiamo inoltre che il valore del lavoro sia di tre scellini, cioè il prodotto di sei ore di lavoro. Se nella materia prima, nelle macchine, ecc. impiegate per una determinata merce sono in più cristallizzate ventiquattro ore di lavoro medio, il valore della merce ammonterà a dodici scellini.
Se inoltre l'operaio occupato dal capitalista aggiunge a questi mezzi di produzione dodici ore di lavoro, queste dodici ore saranno incorporate in un valore supplementare di sei scellini. Il valore complessivo del prodotto sarà quindi di trentasei ore di lavoro materializzato, pari a diciotto scellini. Ma poiché il valore del lavoro, cioè il salario pagato all'operaio, ammonta soltanto a tre scellini, il capitalista non ha pagato nessun controvalore per le sei ore di pluslavoro prestate dall'operaio e incorporate nel valore della merce. Il capitalista, vendendo questa merce al suo valore, a diciotto scellini, realizza dunque un valore di tre scellini per il quale non ha pagato nessun equivalente. Questi tre scellini costituiranno il plusvalore o profitto che egli intasca. Il capitalista otterrà dunque il profitto di tre scellini non vendendo la merce a un prezzo superiore al suo valore, ma vendendola al suo valore reale.
Il valore di una merce è determinato dalla quantità totale di lavoro che essa contiene. Ma una parte di questa quantità di lavoro rappresenta un valore per cui è stato pagato un equivalente in forma di salari; mentre un'altra parte è materializzata in un valore per cui non è stato pagato nessun equivalente. Una parte del lavoro contenuto nella merce è lavoro pagato; un'altra parte è lavoro non pagato. Perciò quando il capitalista vende la merce al suo valore, cioè secondo la somma totale di lavoro in essa cristallizzato e impiegato per la sua produzione, egli deve Necessariamente venderla con un profitto. Egli non vende soltanto ciò che gli è costato niente, quantunque sia costato il lavoro del suo operaio. I costi della merce per il capitalista e i suoi costi reali sono cose diverse. Ripeto, dunque, che si fanno profitti normali e medi quando le merci vengono vendute non sopra il loro vero valore, ma al loro vero valore.

Le diverse parti in cui si scompone il plusvalore

Il plusvalore, cioè quella parte del valore complessivo della merce in cui è incorporato il pluslavoro o lavoro non pagato dell'operaio, io lo chiamo profitto. Questo profitto non viene intascato tutto dall'imprenditore capitalista. Il monopolio del suolo pone il proprietario fondiario nella condizione di appropriarsi una parte di questo plusvalore, sotto il nome di rendita fondiaria, indipendentemente dal fatto che questo suolo sia usato per l'agricoltura, per edifici, per ferrovie, o per qualsiasi altro scopo produttivo. D'altra parte, il fatto stesso che il possesso degli strumenti di lavoro dà la possibilità agli imprenditori capitalisti di produrre un plusvalore, o, il che è poi la stessa cosa, di appropriarsi una certa quantità di lavoro non pagato, questo fatto consente al proprietario dei mezzi di lavoro, che egli presta in tutto o in parte all'imprenditore capitalista, cioÉ, in una parola, consente al capitalista che presta il denaro di reclamare per sè‚ un'altra parte di questo plusvalore, sotto il nome di interesse, cosicché all'imprenditore capitalista come tale non resta che il cosiddetto profitto industriale o commerciale.
La questione di conoscere secondo quali leggi è regolamentata questa ripartizione dell'importo globale del plusvalore fra le tre categorie citate, è del tutto estranea al nostro argomento. Ad ogni modo, da quanto abbiamo esposto risulta quanto segue.
Rendita fondiaria, interesse e profitto industriale sono soltanto nomi diversi per diverse parti del plusvalore della merce, o del lavoro non pagato in essa contenuto, e scaturiscono in ugual modo da questa fonte, e unicamente da questa fonte. Essi non derivano dal suolo come tale o dal capitale come tale; ma suolo e capitale danno la possibilità ai loro proprietari di ricevere la loro parte rispettiva del plusvalore che l'imprenditore capitalista spreme dall'operaio. Per l'operaio è d'importanza secondaria il fatto che questo plusvalore, risultato del suo pluslavoro o di lavoro non pagato, venga esclusivamente intascato dall'imprenditore capitalista, oppure che quest'ultimo sia costretto a cederne delle parti a terze persone, sotto il nome di rendita fondiaria e di interesse. Supponiamo che l'imprenditore capitalista impieghi capitale proprio e sia proprietario del suolo: tutto il plusvalore si riversa allora nelle sue tasche.
L'imprenditore capitalista è colui che spreme direttamente dall'operaio questo plusvalore, indipendentemente dalla parte che alla fine egli potrà trattenere per sé. Questo rapporto fra l'imprenditore capitalista e l'operaio salariato è dunque il perno di tutto il sistema del salario e di tutto l'attuale sistema di produzione. Quando alcuni dei cittadini che prendevano parte alla nostra discussione tentavano di rimpicciolire la questione e di considerare questo rapporto fondamentale tra l'imprenditore capitalista e l'operaio come questione subordinata, essi avevano torto, quantunque, d'altra parte, essi avessero ragione di affermare che, in date circostanze, un rialzo dei prezzi può interessare in modo molto diverso l'imprenditore capitalista, il proprietario fondiario, il capitalista finanziario, e, se volete, l'agente delle imposte.
Da quanto abbiamo detto possiamo trarre ancora una conclusione.
Quella parte del valore della merce che rappresenta soltanto il valore delle materie prime, delle macchine, in breve, il valore dei mezzi di produzione impiegati, non dà nessun reddito, ma ricostituisce soltanto il capitale.
Ma a prescindere da ciò è falso ritenere che l'altra parte del valore della merce, quella che dà un reddito, o che può essere distribuita sotto forma di salario, profitto, rendita fondiaria, interessi, sia costituita dal valore dei salari, dal valore della rendita fondiaria, dal valore del profitto, e così via. Lasciamo ora da parte i salari e consideriamo solo i profitti industriali, l'interesse e la rendita fondiaria. Abbiamo appunto visto poco fa che il plusvalore contenuto nella merce, o quella parte del suo valore nella quale è incorporato lavoro non pagato, si scompone in diverse parti, che portano tre nomi diversi. Ma sarebbe contro la verità affermare che il suo valore risulti o sia formato dalla addizione dei valori indipendenti di queste tre parti costitutive.
Se un'ora di lavoro si incorpora in un valore di sei denari, se la giornata di lavoro dell'operaio comprende dodici ore, se la metà di questo tempo è lavoro non pagato, questo pluslavoro aggiunge alla merce un plusvalore di tre scellini, cioè un valore per il quale non è stato pagato nessun equivalente. Questo plusvalore di tre scellini rappresenta il fondo intero che l'imprenditore capitalista può dividere, in una proporzione qualsiasi, col proprietario fondiario e con colui che gli ha prestato denaro. Il valore di questi tre scellini costituisce il limite del valore che essi hanno da ripartire fra loro. Ma non è l'imprenditore capitalista che aggiunge al valore della merce un valore arbitrario come suo profitto, a cui poi viene aggiunto un altro valore, ecc., in modo che la somma di questi valori fissati arbitrariamente costituisca il valore globale. Voi vedete dunque quanto sia errata l'opinione popolare, che confonde la scomposizione di un dato valore in tre parti, con la formazione di quel valore per mezzo della addizione di tre valori indipendenti, e in questo modo trasforma il valore globale, dal quale scaturiscono la rendita, il profitto e l'interesse, in una grandezza arbitraria. Se il profitto totale realizzato dal capitalista è uguale a cento sterline, noi chiamiamo questa somma, considerata come grandezza assoluta, l'ammontare del profitto. Se consideriamo invece il rapporto tra queste cento sterline e il capitale sborsato, questa grandezza relativa la chiamiamo saggio del profitto. evidente che questo saggio del profitto può essere espresso in due modi.
Supponiamo che cento sterline siano il capitale anticipato come salari.
Se il plusvalore ottenuto è pure uguale a cento sterline - e questo ci indicherebbe che la metà della giornata di lavoro dell'operaio consiste di lavoro non pagato - e se misuriamo questo profitto secondo il valore del capitale anticipato come salari, diremo che il saggio del profitto è del 100 per cento, poiché il valore anticipato è cento e il valore ottenuto è duecento.
Se, d'altra parte, non consideriamo soltanto il capitale anticipato come salari, ma consideriamo tutto il capitale anticipato, per esempio cinquecento sterline, delle quali quattrocento rappresentano il valore delle materie prime, delle macchine, ecc., allora diremo che il saggio del profitto è soltanto del 20 per cento, perché il profitto di cento è soltanto la quinta parte di tutto il capitale sborsato.
La prima maniera di esprimere il saggio del profitto è l'unica che vi indica il vero rapporto fra lavoro pagato e lavoro non pagato, il vero grado dello sfruttamento del lavoro. L'altra maniera di esprimersi è quella abituale, e infatti adatta a certi scopi. In ogni caso, essa è molto utile per nascondere il grado in cui il capitalista spreme dall'operaio lavoro non pagato.
Nelle osservazioni che ancora ho da fare userò la parola profitto per indicare l'ammontare totale del plusvalore che il capitalista spreme, senza occuparmi della ripartizione di questo plusvalore fra le diverse parti, e quando impiegherò l'espressione saggio del profitto, lo farò sempre per misurare il profitto secondo il suo rapporto col valore del capitale anticipato sotto forma di salari.

Il rapporto generale tra profitti, salari e prezzi

Se dal valore di una merce togliamo il valore delle materie prime e degli altri mezzi di produzione impiegati in essa, cioè se togliamo il valore che rappresenta il lavoro passato in essa contenuto, il valore che rimane si riduce alla quantità di lavoro aggiunto dall'operaio che ha lavorato per ultimo. Se questo operaio lavora giornalmente dodici ore, se dodici ore di lavoro medio si cristallizzano in una quantità di oro eguale a sei scellini, questo valore addizionale di sei scellini èl'unico valore che il suo lavoro avrà prodotto. Questo valore determinato dal tempo di lavoro è l'unico fondo dal quale sia l'operaio che il capitalista possono trarre la loro parte o quota rispettiva, l'unico valore che deve essere ripartito in salari e profitti. evidente che questo valore stesso non viene modificato dal diverso rapporto secondo il quale esso può venir ripartito fra le due parti. Inoltre, nulla sarà mutato se invece di un operaio considereremo l'intera popolazione operaia, e invece di una giornata di lavoro considereremo, poniamo, dodici milioni di giornate di lavoro.
Poiché il capitalista e l'operaio hanno da suddividersi solo questo valore limitato, cioè il valore misurato dal lavoro totale dell'operaio, quanto più riceve l'uno, tanto meno riceverà l'altro, e viceversa. Siccome non esiste che una quantità , una parte aumenterà nella stessa proporzione in cui l'altra diminuisce. Se i salari cambiano, il profitto cambierà in direzione opposta. Se i salari diminuiscono, aumenteranno i profitti; se i salari aumentano, i profitti diminuiranno. Se l'operaio, come abbiamo supposto precedentemente, riceve tre scellini, la metà del valore che egli ha creato, o se la intera giornata di lavoro consiste per metà in lavoro pagato e per l'altra metà in lavoro non pagato, il saggio del profitto sarà del 100 per cento, perché il capitalista riceverà tre scellini. Se l'operaio riceve solo due scellini, cioè lavora per s‚ solo un terzo della giornata, il capitalista riceverà quattro scellini e il saggio del profitto sarà del 200 per cento. Se l'operaio riceve quattro scellini, il capitalista ne riceverà solo due e il saggio del profitto cadrà allora al 50 per cento; ma tutte queste variazioni non esercitano nessuna influenza sul valore della merce.
Un aumento generale dei salari provocherebbe dunque una caduta del saggio generale del profitto, ma non eserciterebbe nessuna influenza sul valore.
Sebbene i valori delle merci, che debbono regolare in ultima analisi il loro prezzo di mercato, vengono determinati unicamente dalla quantità complessiva del lavoro in esse cristallizzato, e non dalla ripartizione di questa quantità in lavoro pagato e in lavoro non pagato, non ne deriva affatto che i valori di singole merci o di un certo numero di merci che vengono prodotte, per esempio, in dodici ore, restino costanti. Il numero o la massa di merci prodotte in un determinato tempo di lavoro e con una determinata quantità di lavoro, dipende dalla forza produttiva del lavoro impiegato per la loro fabbricazione, e non dalla sua estensione o dalla sua durata.
Con un determinato grado di forze produttive del lavoro di filatura, per esempio, con una giornata di lavoro di dodici ore si producono dodici libbre di filo; con un grado inferiore di forze produttive soltanto due libbre.
Quindi, se nel primo caso dodici ore di lavoro medio sono incorporate in un valore di sei scellini, le dodici libbre di filo costeranno sei scellini; nell'altro caso, le due libbre di filo costeranno pure sei scellini. Una libbra di filo costerà dunque sei denari nel primo caso, e tre scellini nel secondo. La differenza di prezzo sarebbe una conseguenza della differenza delle forze produttive del lavoro impiegato. Nel caso della maggiore forza produttiva, in una libbra di filo sarebbe incorporata un'ora di lavoro, mentre nel caso della minore forza produttiva in una libbra di filo sarebbero incorporate sei ore di lavoro. Il prezzo di una libbra di filo sarebbe, nel primo caso, soltanto di sei denari, quantunque i salari siano relativamente alti e basso il saggio del profitto. Nell'altro caso sarebbe di tre scellini, quantunque i salari siano bassi e alto il saggio del profitto. E avverrebbe così perché il prezzo della libbra di filo É determinato dalla quantità complessiva del lavoro che essa contiene e non dal rapporto fra lavoro pagato e lavoro non pagato in cui questa quantità complessiva si scompone.
Il fatto menzionato sopra, che il lavoro ben pagato può produrre merci a buon mercato, e il lavoro mal pagato merci care, perde perciò la sua apparenza paradossale. Esso è soltanto l'espressione della legge generale secondo cui il valore di una merce è determinato dalla quantità di lavoro in essa incorporata, ma che questa quantità di lavoro dipende esclusivamente dalle forze produttive del lavoro impiegato e perciò varia con ogni variazione della produttività del lavoro.


I casi principali in cui vengono richiesti aumenti e combattute diminuzioni di salario

Vogliamo ora esaminare seriamente i casi principali in cui si tenta o di ottenere un aumento, o di opporre una resistenza alla diminuzione dei salari.

Primo. Abbiamo visto che il valore della forza-lavoro, o, in linguaggio ordinario, il valore del lavoro, è determinato dal valore degli oggetti di prima necessità o dalla quantità di lavoro richiesta per la loro produzione.
Se dunque in un Paese determinato il valore degli oggetti di prima necessità consumati in media giornalmente dall'operaio è di sei ore di lavoro, pari a tre scellini, l'operaio dovrebbe lavorare sei ore al giorno per produrre l'equivalente del suo sostentamento quotidiano. Se la intera giornata di lavoro fosse di dodici ore, il capitalista gli pagherebbe il valore del suo lavoro dandogli tre scellini. La metà della giornata sarebbe lavoro non pagato e il saggio del profitto sarebbe del 100 per cento.
Ma supponiamo ora che, in seguito a una riduzione della produttività , occorra più lavoro per produrre, poniamo, la stessa quantità di prodotti del suolo, di modo che il prezzo dei mezzi di sussistenza consumati in media ogni giorno aumenti da tre a quattro scellini. In questo caso il valore del lavoro salirebbe di un terzo, o del 33 per cento. Occorrerebbero allora otto ore della giornata di lavoro per produrre l'equivalente del sostentamento giornaliero dell'operaio, secondo il suo tenore di vita di prima. Il pluslavoro cadrebbe dunque da sei ore a quattro ore e il saggio del profitto dal 100 al 50 per cento. Chiedendo un aumento di salario, l'operaio esigerebbe soltanto il maggior valore del suo lavoro, come ogni altro venditore di una merce il quale, non appena sono aumentati i costi della sua merce, cerca di farsi pagare questo maggior valore. Se i salari non aumentassero, o se non aumentassero abbastanza per compensare il maggior valore degli oggetti di prima necessità , il prezzo del lavoro cadrebbe al di sotto del valore del lavoro e il tenore di vita dell'operaio peggiorerebbe.
Ma può aver luogo una modificazione anche in senso opposto. Grazie all'aumentata produttività del lavoro, la stessa quantità di oggetti di prima necessità per il consumo medio giornaliero potrebbe cadere da tre a due scellini, cioè non sarebbero più necessarie sei ore ma solo quattro ore della giornata di lavoro per produrre l'equivalente del valore di questi oggetti di prima necessità. L'operaio sarebbe allora in grado di comperare con due scellini tanti oggetti di uso corrente quanti ne comperava prima con tre. In realtà il valore del lavoro sarebbe diminuito, ma a questo minor valore corrisponderebbe la stessa quantità di merci di prima. In tale caso il profitto salirebbe da tre a quattro scellini e il saggio del profitto dal 100 al 200 per cento.
Benché il tenore di vita assoluto dell'operaio fosse rimasto immutato, il suo salario relativo, e perciò la sua condizione sociale relativa sarebbe peggiorata rispetto a quella del capitalista. Se l'operaio opponesse resistenza a questa diminuzione dei salari relativi, egli non tenderebbe ad altro che a conseguire una partecipazione all'aumento delle forze produttive del suo lavoro, e a mantenere la sua precedente condizione sociale relativa.
Così i padroni delle fabbriche inglesi, dopo l'abolizione delle leggi sul grano e violando apertamente le solenni promesse fatte durante la propaganda contro queste leggi, ridussero i salari, in generale del 10 per cento.
In un primo tempo essi riuscirono a far fronte alla resistenza degli operai; ma in seguito, per circostanze sulle quali non posso ora soffermarmi, gli operai riguadagnarono questo 10 per cento che avevano perduto.

Secondo. I valori degli oggetti di prima necessità e per conseguenza il valore del lavoro, possono restare gli stessi, ma il loro prezzo in denaro subire una variazione in seguito a una precedente variazione del valore del denaro.
Se si scoprissero miniere d'oro più ricche, e così via, la produzione di due once d'oro, per esempio, non costerebbe maggior lavoro di quanto ne costava prima un'oncia. Il valore dell'oro cadrebbe allora della metà , cioè del 50 per cento. Poiché i valori di tutte le altre merci sarebbero allora espressi dal doppio del loro primitivo prezzo in denaro, lo stesso avverrebbe anche del valore del lavoro. Dodici ore di lavoro, che erano prima espresse in sei scellini, sarebbero ora espresse in dodici scellini.
Se i salari dell'operaio rimanessero a tre scellini, invece di salire a sei, il prezzo in denaro del suo lavoro non corrisponderebbe più che alla metà del valore del suo lavoro e il suo tenore di vita peggiorerebbe in modo spaventoso.
Questo avverrebbe in misura più o meno grande anche se il suo salario, pur aumentando, non aumentasse nella stessa proporzione in cui il valore dell'oro è diminuito. In questo caso non si sarebbe verificato nessun cambiamento, né delle forze produttive del lavoro, né della domanda e nell'offerta, né nei valori. Nulla sarebbe cambiato, all'infuori delle denominazioni monetarie di questi valori. Sostenere in tali casi che l'operaio non deve chiedere con insistenza un aumento proporzionale dei salari, equivale a dirgli che egli deve accontentarsi di essere pagato con dei nomi invece che con delle cose. Tutta la storia passata prova che ogni volta che si produce una simile svalutazione della moneta, i capitalisti sono immediatamente pronti ad approfittare di questa occasione per frodare gli operai. Una scuola molto numerosa di economisti afferma che, in seguito alla scoperta di nuovi paesi ricchi di miniere d'oro, al migliore sfruttamento di quelle d'argento e alla fornitura del mercurio più a buon mercato, il valore dei metalli preziosi è nuovamente caduto. Ciò spiegherebbe la lotta generale e simultanea sul continente per ottenere salari più alti.

Terzo. Abbiamo supposto finora che la giornata di lavoro abbia limiti determinati.
Ma la giornata di lavoro non ha in s‚ nessun limite costante. La tendenza continua del capitale è di prolungarla fino al suo estremo limite fisico, perché nella stessa misura aumentano il pluslavoro e quindi il profitto che ne deriva. Più il capitale riesce ad allungare la giornata di lavoro, più grande è la quantità di lavoro altrui di cui esso si appropria. Durante il secolo diciassettesimo, e anche nei primi due terzi del diciottesimo, una giornata di dieci ore era la giornata di lavoro normale in tutta l'Inghilterra.
Durante la guerra contro i giacobini, che fu in realtà una guerra dei baroni britannici contro le masse operaie inglesi, il capitale celebrò delle orge, e prolungò la giornata di lavoro da dieci a dodici, quattordici, diciotto ore. Malthus, che non può in nessun modo essere sospettato di essere un sentimentale piagnucoloso dichiarò, in un opuscoletto apparso verso il 1815, che se le cose fossero continuate in quel modo, la vita della nazione sarebbe stata minacciata alle sue radici. Qualche anno prima dell'introduzione generale delle macchine di nuova invenzione, verso il 1765, apparve in Inghilterra un opuscoletto dal titolo: Saggio sull'industria. L'anonimo autore, nemico giurato della classe operaia, si diffonde sulla necessità di estendere i limiti della giornata di lavoro. Tra l'altro, egli propone a questo scopo la istituzione di case di lavoro, le quali, come egli dice, dovrebbero essere case di terrore. E quanto dovrebbe essere lunga la giornata di lavoro, che egli propone per queste case di terrore? Dodici ore: precisamente il tempo dei capitalisti, dagli economisti e dai ministri fu richiesto nell'anno 1832 non soltanto come la giornata di lavoro esistente nella realtà , ma come il tempo di lavoro necessario per un ragazzo al di sotto di dodici anni.
L'operaio, quando vende la sua forza-lavoro, e nel sistema attuale egli è costretto a farlo, concede al capitalista l'uso di questa forza, ma entro certi limiti ragionevoli. Egli vende la sua forza-lavoro per conservarla, - lasciando a parte il suo logorì o naturale -, ma non per distruggerla.
Quando egli vende la sua forza-lavoro al suo valore giornaliero e settimanale, è implicito che questa forza lavoro non sarà soggetta in un giorno o in una settimana al consumo o al logorì o di due giorni o di due settimane.
Prendiamo una macchina del valore di mille sterline. Se essa si consuma in cinque anni, aggiungerà a questo valore duecento sterline all'anno, cioè il valore del suo logorio annuo è inversamente proporzionale al tempo in cui essa si consuma. Ma ciò distingue l'operaio dalla macchina. La macchina non si consuma esattamente nella stessa proporzione in cui viene utilizzata, mentre l'uomo deperisce in misura molto maggiore di quanto sia visibile dalla semplice addizione quantitativa del lavoro. Nei loro sforzi per riportare la giornata di lavoro alla sua primitiva, ragionevole durata, oppure, là dove non possono strappare una fissazione legale della giornata di lavoro normale, nei loro sforzi per porre un freno all'eccesso di lavoro mediante un aumento dei salari e mediante un aumento che non sia soltanto proporzionale all'eccesso di lavoro spremuto, ma gli sia superiore, gli operai adempiono solamente un dovere verso s‚ stessi e verso la loro razza. Essi non fanno altro che porre dei limiti alla appropriazione tirannica, abusiva del capitale.
Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano.
Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all'infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell'industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione.
Il capitalista, prolungando la giornata di lavoro, può pagare salari più elevati, e ciò nonostante ridurre il valore del lavoro se l'aumento del salario non corrisponde alla maggiore quantità di lavoro estorto e al conseguente più rapido declino della forza-lavoro. Questo risultato può essere conseguito anche in altro modo. I vostri statistici borghesi vi racconteranno, per esempio, che i salari medi delle famiglie che lavorano nelle fabbriche del Lancashire sono aumentati. Essi dimenticano però che ora, al posto dell'uomo, capo della famiglia, vengono gettati sotto le ruote del Juggernaut capitalista anche sua moglie e forse tre o quattro bambini, e che l'aumento dei salari globali non corrisponde al plusvalore totale estorto alla famiglia. Anche entro determinati limiti della giornata di lavoro, quali esistono in tutte le branche di industria soggette alla legislazione di fabbrica, un aumento dei salari può diventare necessario, sia pure soltanto per mantenere il vecchio livello del valore del lavoro. Se si aumenta l'intensità del lavoro un uomo può essere costretto a consumare in un'ora tanta forza vitale quanta ne consumava prima in due ore. Ciò si è prodotto realmente, in un certo grado, nelle industrie soggette alla legislazione di fabbrica, in seguito al ritmo più celere delle macchine e al maggior numero di macchine in azione che un solo individuo deve ora sorvegliare. Se l'aumento dell'intensità del lavoro o l'aumento della massa di lavoro consumata in un'ora marcia di pari passo con la diminuzione della giornata di lavoro, sarà l'operaio che ne trarrà beneficio. Ma se questo limite viene superato, egli perde da una parte ciò che guadagna dall'altra; e dieci ore di lavoro possono essere per lui altrettanto dannose quanto lo erano prima dodici ore.
Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per gli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore tensione del lavoro, l'operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza.

Quarto. Voi tutti sapete che la produzione capitalistica, per ragioni che non occorre spiegarvi ora, attraversa determinati cicli politici. Essa attraversa successivamente un periodo di calma, di crescente animazione, di prosperità , di saturazione del mercato, di crisi e di stagnazione. I prezzi di mercato delle merci e i saggi di profitto del mercato seguono queste fasi, ora cadendo al di sotto della loro media, ora superandola.
Se considerate il ciclo intero, troverete che uno scarto del prezzo di mercato è compensato da un altro, e che nella media del ciclo i prezzi di mercato delle merci sono regolati dai loro valori. Ebbene, durante la fase della discesa dei prezzi di mercato e durante le fasi della crisi e della stagnazione, l'operaio, quando non perde del tutto la sua occupazione, deve contare sicuramente su una diminuzione dei salari.
Per non essere defraudato, egli deve persino, quando i prezzi di mercato scendono a tal punto, contrattare con il capitalista per determinare in quale proporzione una diminuzione dei salari è divenuta necessaria. Se durante le fasi della prosperità , allorché si realizzano extraprofitti, egli non ha lottato per un aumento dei salari, non riuscirà certamente, nella media di un ciclo industriale, a mantenere neppure il suo salario medio, cioè il valore del suo lavoro. Sarebbe il colmo della pazzia pretendere che l'operaio, il cui salario nella fase discendente del ciclo è necessariamente trascinato nella corrente generale sfavorevole, si debba escludere da un compenso corrispondente durante la fase del buon andamento degli affari.
In generale i valori di tutte le merci si realizzano solo attraverso la compensazione dei prezzi di mercato, che variano incessantemente, grazie alle continue oscillazioni della domanda e dell'offerta.
Sulla base del sistema attuale, il lavoro non è che una merce come le altre.
Esso deve quindi subire le stesse oscillazioni per raggiungere un prezzo medio che corrisponda al suo valore. Sarebbe sciocco considerarlo da una parte come una merce, e d'altra parte volerlo porre al di fuori delle leggi che determinano i prezzi delle merci. Lo schiavo riceve una quantità fissa e costante di mezzi per il suo sostentamento; l'operaio salariato no. Egli deve tentare di ottenere, in un caso, un aumento di salari, non fosse altro, almeno, che per compensare la diminuzione dei salari nell'altro caso. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà , le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo.

Quinto. In tutti i casi che ho considerato, e che sono il 99 su 100, avete visto che una lotta per l'aumento dei salari si verifica soltanto come conseguenza di mutamenti precedenti ed è il risultato necessario di precedenti variazioni della quantità della produzione, delle forze produttive del lavoro, del valore del lavoro, del valore del denaro, della estensione o dell'intensità del lavoro estorto, delle oscillazioni dei prezzi di mercato, dipendenti dalle oscillazioni della domanda e dell'offerta e corrispondenti alle diverse fasi del ciclo industriale: in una parola, sono reazioni degli operai contro una precedente azione del capitale. Se considerate la lotta per un aumento dei salari indipendentemente da tutte queste circostanze, e prendete in considerazione solo i mutamenti dei salari, trascurando tutti gli altri mutamenti dai quali essi derivano, partite da una premessa falsa per arrivare a false conclusioni.


La lotta tra capitale e lavoro e i suoi risultati

Primo. Dopo aver dimostrato che la resistenza periodica opposta dagli operai contro la diminuzione dei salari e gli sforzi che essi fanno di tempo in tempo per avere degli aumenti di salario sono inseparabili dal sistema del salario e dettati dal fatto stesso che il lavoro è parificato alle merci, e che perciò è soggetto alle leggi che regolano il movimento generale dei prezzi; dopo aver mostrato, in seguito, che un rialzo generale dei salari provocherebbe una caduta del saggio generale del profitto, senza esercitare alcuna influenza sui prezzi medi delle merci o sui loro valori, sorge ora infine la questione di sapere fino a qual punto, in questa lotta incessante tra capitale e lavoro, quest'ultimo ha delle prospettive di successo.
Potrei rispondere con una generalizzazione, e dire che il prezzo di mercato del lavoro, come quello di tutte le altre merci, si adatterà a lungo andare al suo valore; che perciò, malgrado tutti gli alti e bassi, e malgrado tutto ciò che l'operaio possa fare, in ultima analisi egli non riceverà in media che il valore del suo lavoro, il quale si risolve nel valore della sua forza-lavoro, determinato a sua volta dal valore degli oggetti d'uso necessari per la sua conservazione e la sua riproduzione, valore che, infine, è regolato dalla quantità di lavoro necessaria per la loro produzione.
Ma vi sono alcune circostanze particolari, che differenziano il valore della forza-lavoro o il valore del lavoro dai valori di tutte le altre merci. Il valore della forza-lavoro è costituito da due elementi, di cui l'uno è unicamente fisico, l'altro storico o sociale. Il suo limite minimo è determinato dall'elemento fisico, il che vuol dire che la classe operaia, per conservarsi e per rinnovarsi, per perpetuare la propria esistenza fisica, deve ricevere gli oggetti d'uso assolutamente necessari per la sua vita e per la sua riproduzione. Il valore di questi oggetti d'uso assolutamente necessari costituisce quindi il limite minimo del valore del lavoro. D'altra parte anche la durata della giornata di lavoro ha il suo limite estremo, quantunque assai elastico. Questo limite estremo è dato dalla forza fisica dell'operaio. Se l'esaurimento giornaliero della sua forza vitale supera un certo limite, questa non può rimettersi ogni giorno in attività. Però, come abbiamo detto, questo limite è molto elastico. Una successione rapida di generazioni deboli e di breve esistenza può servire il mercato del lavoro così bene come una serie di generazioni robuste e di lunga esistenza.
Oltre che da questo elemento puramente fisico, il valore del lavoro è determinato dal tenore di vita tradizionale in ogni paese. Esso non consiste soltanto nella vita fisica, ma nel soddisfacimento di determinati bisogni, che nascono dalle condizioni sociali in cui gli uomini vivono e sono stati educati.
Il tenore di vita inglese potrebbe essere abbassato a quello degli irlandesi, il tenore di vita di un contadino tedesco a quello di un contadino della Livonia. L'importanza della parte che assumono, a questo riguardo, la tradizione storica e le abitudini sociali, potete rilevarla dal libro del signor Thornton sulla sovrappopolazione, nel quale egli mostra che i salari medi nelle diverse regioni agrarie dell'Inghilterra sono ancora oggi differenti, a seconda delle circostanze più o meno favorevoli nelle quali queste regioni hanno scosso il giogo del servaggio.
Questo elemento storico o sociale, che entra nel valore del lavoro, può aumentare o diminuire, e anche annullarsi, in modo che non rimanga che il limite fisico. Al tempo della guerra antigiacobina, la quale, come usava dire l'incorreggibile divoratore di imposte e di sinecure, il vecchio Gorge Rose, fu fatta per salvare i comodi della nostra santissima religione dagli assalti dei francesi miscredenti, gli onesti agrari inglesi - che in una precedente nostra seduta abbiamo trattato con tanto riguardo -, ridussero i salari dei lavoratori agricoli persino al di sotto di questo minimo puramente fisico, e fecero aggiungere, mediante le tasse in favore dei poveri, il rimanente necessario per la conservazione fisica della razza. Fu questo un modo brillante per trasformare l'operaio salariato in uno schiavo, e il fiero libero contadino di Shakespeare in un povero.
Se confrontate tra loro i salari normali o i valori del lavoro in diversi Paesi e in diverse epoche storiche dello stesso Paese, troverete che il valore del lavoro non è una grandezza fissa, ma una grandezza variabile, anche se si suppone che i valori di tutte le altre merci rimangano costanti.
Lo stesso confronto per quanto riguarda i saggi del profitto del mercato, dimostrerebbe che non solo essi cambiano, ma che cambiano anche i loro saggi medi. In quanto ai profitti, non esiste nessuna legge che ne determini il minimo.
Non possiamo dire qual è il limite ultimo al quale essi possono cadere. E perché non possiamo stabilire questo limite? Perché siamo in condizioni di stabilire i salari minimi, ma non quelli massimi. Possiamo soltanto dire che dati i limiti della giornata di lavoro, il massimo del profitto corrisponde al limite fisico minimo dei salari, e che, dati i salari, il massimo del profitto corrisponde a quella estensione della giornata di lavoro che è ancora compatibile con le forze fisiche dell'operaio. Il massimo del profitto è dunque limitato solamente dal minimo fisico dei salari e dal massimo fisico della giornata di lavoro. chiaro che fra questi due limiti del saggio massimo del profitto è possibile una serie immensa di variazioni. La determinazione del suo livello reale viene decisa soltanto dalla lotta incessante tra capitale e lavoro; il capitalista cerca costantemente di ridurre i salari al loro limite fisico minimo e di estendere la giornata di lavoro al suo limite fisico massimo, mentre l'operaio esercita costantemente una pressione in senso opposto.
La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta.

Secondo. Per quanto riguarda la limitazione della giornata di lavoro in Inghilterra e in tutti gli altri paesi, essa non è mai stata regolata altrimenti che per intervento legislativo. Senza la pressione costante degli operai dall'esterno, questo intervento non si sarebbe mai verificato. Ad ogni modo, il risultato non avrebbe potuto essere raggiunto per via di accordi privati fra gli operai e i capitalisti. proprio questa necessità di una azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è il più forte.
In quanto al limite del valore del lavoro, la sua determinazione reale dipende sempre dalla domanda e dall'offerta, intendo dire dalla domanda di lavoro da parte del capitale, e dall'offerta di lavoro da parte degli operai. Nei paesi coloniali la legge della domanda e dell'offerta è favorevole all'operaio. Ciò spiega il livello relativamente alto dei salari negli Stati Uniti d'America. In questo paese il capitale può tentare tutto quello che vuole; esso non può impedire che il mercato del lavoro si svuoti continuamente in seguito alla trasformazione continua degli operai salariati in contadini indipendenti, che provvedono a se stessi. La condizione di operaio salariato è per una parte molto grande degli americani soltanto uno stadio transitorio, che essi sicuramente abbandonano dopo un tempo più o meno breve. Per far fronte a questo stato di cose che esiste nelle colonie, il paterno governo britannico ha fatto propria durante un certo periodo di tempo la cosiddetta teoria moderna della colonizzazione, che consiste nell'innalzare artificialmente il prezzo delle terre nelle colonie, per impedire in tal modo la trasformazione troppo rapida dell'operaio salariato in un contadino indipendente.
Passiamo ora ai paesi di vecchia civiltà , nei quali il capitale domina interamente il processo della produzione. Prendiamo, per esempio, l'aumento dei salari degli operai agricoli in Inghilterra dal 1849 al 1859. Quale ne fu la conseguenza? I coltivatori non poterono, come avrebbe consigliato loro il nostro amico Weston, aumentare il valore del grano, e nemmeno i suoi prezzi di mercato. Al contrario, dovettero accomodarsi alla loro caduta.
Ma durante questi undici anni essi introdussero ogni sorta di macchine e nuovi metodi scientifici, trasformarono una parte del terreno arato in pascolo, aumentarono le dimensioni delle aziende agricole e perciò il volume della produzione, e con questi e altri mezzi avendo ridotto la domanda di lavoro accrescendone la forza produttiva, fecero sì che la popolazione lavoratrice delle campagne diventò di nuovo relativamente sovrabbondante.
É questo il metodo generale secondo il quale, nei Paesi vecchi, dove il suolo è occupato, si compiono più o meno rapidamente le reazioni del capitale agli aumenti di salario. Ricardo ha giustamente osservato che la macchina si trova in continua concorrenza col lavoro e spesso può essere introdotta solo quando il prezzo del lavoro ha raggiunto una certa altezza; ma l'adozione della macchina non è che uno dei molti metodi per aumentare la forza produttiva del lavoro. Lo stesso processo che rende relativamente superfluo il lavoro abituale semplifica, d'altra parte, il lavoro qualificato e perciò lo svaluta.
La stessa legge si fa valere anche in un'altra forma. Con lo sviluppo delle forze produttive del lavoro, l'accumulazione di capitale è molto accelerata, anche se il livello dei salari sia relativamente alto. Si potrebbe dunque concludere - come ha ritenuto A. Smith, ai tempi del quale l'industria moderna si trovava ancora ai suoi albori - che questa accumulazione accelerata di capitale deve far traboccare la bilancia a favore dell'operaio, in quanto crea una domanda crescente del suo lavoro. Per questa stessa ragione molti scrittori contemporanei si sono meravigliati che, sebbene il capitale inglese sia aumentato in questi ultimi venti anni molto più rapidamente della popolazione inglese, i salari non siano più aumentati. Ma parallelamente all'accumulazione progressiva del capitale ha luogo una modificazione crescente nella composizione del capitale. Quella parte del capitale che è formata da capitale fisso, macchine, materie prime, mezzi di produzione d'ogni genere, aumenta più rapidamente di quell'altra parte del capitale che viene investita in salari, cioè per comperare lavoro. In forma più o meno precisa, questa legge è stata stabilita da Barton, Ricardo, Sismondi, dal professor Richard Jones, del professor Ramsay, da Cherbuliez e altri.
Se il rapporto primitivo fra questi due elementi del capitale era uno a uno, col progredire dell'industria esso diventa cinque a uno, ecc. Se di un capitale globale di seicento, si investono trecento parti in strumenti di lavoro, materie prime, e così via, e trecento in salari, basta raddoppiare il capitale globale per creare una domanda di seicento operai invece che di trecento. Ma se di un capitale di seicento, cinquecento parti sono investite in macchine, materie prime, e così via e soltanto cento in salari, questo capitale deve salire da 600 a 3.600 per creare una domanda di seicento operai invece che di trecento. Con lo sviluppo dell'industria la domanda di lavoro non procede dunque di pari passo con l'accumulazione del capitale.
Essa aumenta indubbiamente, ma in proporzione continuamente decrescente rispetto all'aumento del capitale.
Queste poche indicazioni basteranno per dimostrare che proprio lo sviluppo dell'industria moderna deve far pendere la bilancia sempre più a favore del capitalista, contro l'operaio, e che per conseguenza la tendenza generale della produzione capitalistica non è all'aumento del livello medio dei salari, ma alla diminuzione di esso, cioè a spingere il valore del lavoro, su per giù, al suo limite più basso. Se tale è in questo sistema la tendenza delle cose, significa forse ciò che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? Se essa lo facesse, essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e di disperati, a cui non si potrebbe più dare nessun aiuto. Credo di aver dimostrato che le lotte della classe operaia per il livello dei salari sono fenomeni inseparabili da tutto il sistema del salario, che in 99 casi su 100 i suoi sforzi per l'aumento dei salari non sono che tentativi per mantenere integro il valore dato del lavoro, e che la necessità di lottare con il capitalista per il prezzo del lavoro dipende dalla sua condizione, dal fatto che essa è costretta a vendersi come merce. Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande.
Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del lavoro salariato, non deve esagerare a s‚ stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d'ordine conservatrice: "Un equo salario per un'equa giornata di lavoro", gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: "Soppressione del sistema del lavoro salariato".
Dopo questa lunga e, temo, affaticante esposizione, alla quale non potevo sottrarmi senza nuocere all'argomento, concludo proponendovi l'approvazione della seguente risoluzione:
Primo. Un aumento generale del livello dei salari provocherebbe una caduta generale del saggio generale del profitto, ma non toccherebbe, in linea di massima, i prezzi delle merci.
Secondo. La tendenza generale della produzione capitalistica non è di elevare il salario normale medio, ma di ridurlo.
Terzo. Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci in seguito a un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l'abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato.


Karl Marx