Michele Pistillo

"Doppia lealtà" o "Appartenenza": la storia del PCI dal 1947 al 1991

La pubblicazione in volume degli atti del convegno organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci il 25-26 maggio 2001, sul tema «Il PCI nell’Italia repubblicana», ci aiuta a sviluppare alcune considerazioni sullo stato attuale della storia del PCI, per il periodo di cui si è occupato il convegno.
L’intento chiaramente perseguito e riproposto nella Introduzione agli atti scritta da Giuseppe Vacca è quello di indicare una linea interpretativa della politica e dell’opera complessiva del più grande partito di opposizione in Italia (per il periodo considerato), e tra i maggiori partiti comunisti in Europa e nel resto del mondo. Quindi, la metodologia interpretativa ha una chiara prevalenza, al punto che Vacca, riferendosi in primo luogo alle relazioni presentate da Silvio Pons e Roberto Gualtieri, parla di «un primo abbozzo di storia del PCI dal 1943 al 1991» 2. In modo molto sintetico si possono richiamare alcuni «paradigmi » interpretativi dai quali i protagonisti del convegno sembrano siano partiti per una storia, certamente complessa, ma più rispondente, secondo loro, al reale svolgimento degli eventi che hanno segnato la vita di questo partito: il superamento dell’antinomia autonomia – eterodirezione e dipendenza dall’esterno, cioè dall’URSS; la nozione del «doppia lealtà - doppio Stato», quale punto centrale della storia del PCI; un’attenzione, che finisce col diventare predominante, al fattore internazionale, che agirebbe in modo «virtuoso» 3 per la DC e i suoi governi durati cinquant’anni, «mentre per il PCI, tranne che nel breve periodo della grande alleanza antifascista, la “doppia lealtà” lo aveva impedito» 4. Non a caso il convegno si apre con la relazione di Silvio Pons, dedicata al rapporto PCI-URSS.
Dobbiamo aggiungere, prima di svolgere alcune considerazioni su questo modello interpretativo, che la Introduzione di Vacca, anche alla luce delle reazioni, molte strumentali e immediatamente politiche, è sicuramente più serena e equilibrata rispetto alle due relazioni che hanno suscitato un vivace dibattito nel convegno e sulla stampa.
Il volume di cui ci occupiamo non dà conto di tutti gli interventi che si sono svolti nel convegno, alcuni apertamente polemici con le relazioni, mentre diffuse erano le impressioni e le considerazioni critiche in molti dei partecipanti. Ma è su quanto è stato pubblicato che dobbiamo soffermarci, considerandolo non solo un avvio di una discussione e di una ricerca (è stato, il convegno, certamente anche questo), ma anche il punto di approdo, richiamato da Vacca nella sua Introduzione, di un lavoro durato più di un decennio e che giunge ad alcune conclusioni significative. Non già «un’archiviazione della storia del PCI» (che nessuno è in grado di fare anche se lo volesse), ma una rappresentazione di essa, la quale se fa discutere (e questo è un bene), imprime già un segno di non poco conto, nel senso di non pochi capovolgimenti di metodi di ricerca e di giudizi storici, che avevano ed hanno una valenza politica immediata (al di là, lo ripetiamo, delle ridicole e dissennate strumentalizzazioni di certi giornali) «com’è normale che sia - è sempre Vacca che scrive - nelle attività di ricerca di un Istituto collegato a un partito», che ha alle spalle una grande tradizione di studi, di ricerca, di organizzazione della cultura legata all’opera e al nome di Antonio Gramsci.
Comprendiamo perfettamente il collegamento tra storiografia e politica. L’essenziale è che quest’ultima non pieghi alle sue esigenze la verità storica. Né ci impressiona l’espressione «revisionismo storiografico » se con essa si intende una ricerca più ampia, approfondita, che rinnova certe opinioni e certi giudizi e dà un apporto consistente alla conoscenza di un intero periodo storico. Non può essere accolto il «revisionismo » deteriore, il quale spesso si avvale di un documento, facendone un feticcio, fuori dal contesto storico reale, dimenticando o deformando fatti ed avvenimenti, senza tener conto del reale rapporto di forze in lotta tra loro coi relativi condizionamenti sia interni che internazionali. E soprattutto non ci piace la storia che esclude le masse e va avanti a colpi di citazioni (non sempre corrette) e di bibliografie, nelle quali non si distingue quasi mai il contributo di uno studioso da quello di un altro. Una bibliografia, vogliamo dire, andrebbe richiamata e utilizzata con senso critico.

Doppia lealtà, doppio Stato

«Quella di “doppia lealtà” è una categoria euristicamente ricca ma anche fortemente ambigua e per questo si intende qui utilizzarla con estrema cautela, in un’accezione ben delimitata e al tempo stesso assai ampia»: così Roberto Gualtieri nella sua relazione, che ritiene «assai discutibile» il concetto di «doppio Stato» 5. Ma, nonostante queste buone intenzioni e la corretta avvertenza, l’Introduzione di Vacca e le due relazioni fanno un uso largo e costante di questa nozione, fino a elevarlo a uno dei «paradigmi» interpretativi della storia del PCI.
Il punto di partenza è costituito dagli studi di Franco De Felice, che avevano un altro scopo e altre finalità. Se abbiamo ben compreso l’ampio e complesso saggio dello storico scomparso, Doppia lealtà e doppio Stato 6, la sua base di riferimento è in un continuo intreccio tra Stato legale e Stato costituito di «governi privati», «con una marcata affermazione dei processi societari e la loro incidenza sul sistema di rappresentanza e sulla formazione della decisione politica, con il lobbysmo» 7. E per essere ancora più chiaro che si tratta di «doppio Stato» (sempre all’interno di una singola nazione) De Felice aggiungeva significativamente: «Nella categoria “doppio Stato” occorre dare al termine “Stato” il significato qualificante e specifico suo proprio, e questo significa che interessa ed investe funzioni statali: per questa ragione ritengo più precisa e adeguata la categoria di doppio Stato invece di quella di governo invisibile» 8. È del tutto evidente che l’indagine di Franco De Felice ha al suo centro lo «Stato nazionale» nel quale interessi privati, forze economiche nazionali e straniere, organizzazioni sovversive, strumenti mediatici, danno luogo a un altro vero e proprio Stato, realizzando una «doppia lealtà», finché non si arriva a momenti di gravi contrasti e di scontri più o meno aperti e alla sovversione.
Non è un caso che una parte importante del saggio di Franco De Felice sia dedicato alle organizzazioni e ai tentativi di sovvertire la legalità costituzionale, soffermandosi ampiamente su fenomeni eversivi quali Rosa dei venti, Gladio, P2, organizzazioni tipo Avanguardia Nazionale, Pace e Libertà, le attività dei servizi segreti italiani inquinati e in molti casi direttamente influenzati dalla Cia, per concludere con la vicenda Moro 9.
A Franco De Felice era ben presente «la componente internazionale e [che] nel “nesso nazionale-internazionale” è individuabile la radice della funzione dirigente ed anche del doppio Stato» 10. Uno dei punti centrali del saggio è costituito dal valore e dal significato dell’antifascismo, di cui i comunisti italiani furono parte integrante e decisiva. Per Franco De Felice l’antifascismo «è un mutamento istituzionale, l’adozione di una forma politica di democrazia parlamentare pluralista, accompagnata dalla definizione per grandi linee di un progetto di riorganizzazione sociale (Costituzione per larga parte programmatica)».
Eppur tuttavia, il punto su cui insiste l’autore del saggio è che ben presto, e non solo per le influenze esterne, si crea una contrapposizione tra «costituzione materiale » e «costituzione formale», «il contrasto cioè tra una fragile e precaria rottura democratica e la permanenza di una struttura di comando e di gerarchie sociali non intaccata e tendente a svuotare la rottura di significato, rilevanza e capacità espansiva» 11. Questo blocco di forze sociali e politiche opera anzitutto sul terreno della continuità dello Stato italiano, nonostante la rottura dell’antifascismo. Mentre «le gambe che renderanno operativo tale sistema saranno, in un arco estremamente denso e ristretto di anni, la scelta filo-occidentale (anzi in prima istanza filostatunitense), l’apertura al mercato internazionale, la stipulazione d’alleanze politico militari. La strada imboccata nel 1942-1943 sarà definita nel 1949» 12.
Aggiunge ancora significativamente De Felice: «Per quanto penetrante, per la particolarità della storia italiana, il sistema della doppia lealtà non interessa in misura esclusiva il nostro paese e non può considerarsi un tratto distintivo della sua vicenda» 13.
E indica alcune particolarità della situazione italiana: «L’Italia è l’unico grande paese industriale europeo in cui tra maggioranza e opposizione non esiste una convergenza sulle scelte strategiche […] la classe dirigente in senso ampio è spaccata» 14. È facile affermare che questo tratto che caratterizzava la situazione italiana dal 1943 al 1991 sia presente ancor oggi, con maggiore virulenza, nonostante la scomparsa dell’URSS e del PCI. Ed è, quindi, dal terreno nazionale che bisogna partire per comprendere appieno il perché di questa spaccatura, dando il giusto peso alle influenze e ai condizionamenti internazionali, che ci sono stati sia sulla DC che sul PCI, e su altre forze politiche e strutture più o meno segrete. Ogni altro approccio, se da un lato schiaccia il PCI sulla presenza e i condizionamenti dell’URSS e la DC su quelli statunitensi e «occidentali», ci fa smarrire il vero terreno dello scontro che è legato, in primo luogo, anche se non esclusivamente, alla nostra storia nazionale.
Non è un caso che Franco De Felice riprenda una parte estremamente significativa di un articolo di Togliatti, apparso su Rinascita, il 5 maggio 1962. «Sono vent’anni che si combatte in Italia. Vent’anni che due forze avverse, l’una di progresso e di rivoluzione, l’altra di conservazione e reazione, si affrontano e misurano in un conflitto che ha avuto le più diverse fasi, nessuna delle quali, però, si è conclUSA in modo tale che potesse significare il sopravvento definitivo dell’uno o dell’altro dei contendenti […]. Quale l’origine di questa situazione? Essa è la conseguenza di un fatto che non può più e non potrà mai essere cancellato. Le classi popolari sono diventate, in un momento decisivo della storia nazionale e della vita dello Stato italiano, protagoniste di questa vita e di questa storia […]. Da questo dato di fatto parte e sopra di esso si fonda tutta la situazione del nostro paese» 15.
È in questo quadro complesso e fortemente condizionato che si collocano le vicende del PCI, dello schieramento popolare e di sinistra, dei sindacati, delle grandi masse popolari.
L’uso applicato ai collegamenti internazionali della nozione di «doppia lealtà - doppio Stato», e la sua riduzione alla preminenza dell’elemento esterno, finisce con lo schiacciare la DC sugli Stati Uniti e il PCI sull’URSS. Scompaiono l’Italia con i suoi veri problemi, le classi dirigenti vecchie e nuove, lo scontro e l’organizzazione delle masse, ingigantendo la dipendenza dall’esterno per cui «l’eterodirezione» scacciata dalla porta rientra dalla finestra e l’autonomia (condizionata, anche se in modo né continuo né permanente) ridotta al limite. Su questa china si arriva alla parodia della storia di cinquant’anni della repubblica italiana.

L’appartenenza ideologica

La sottolineatura della storia e della realtà nazionale, lo abbiamo già rilevato, non può portare ad alcuna sottovalutazione del quadro internazionale, dei suoi condizionamenti, dell’esistenza di due blocchi contrapposti, per il periodo di cui ci occupiamo, delle lotte e degli schieramenti che essi hanno indotto a livello nazionale, del peso politico, economico, culturale oltre che militare che essi hanno avuto. Questo complesso di fattori ha lasciato un segno profondo sul nostro paese almeno fino al 1989, per spostarsi su di un altro terreno, con l’esistenza di un’unica superpotenza, gli Stati Uniti d’America, e con le nuove e più gravi minacce che questo fatto comporta. La caduta dell’URSS ha sconvolto il mondo, così come aveva fatto la rivoluzione d’ottobre del 1917. La nascita e la fine dell’URSS riempiono il secolo appena finito, dandogli un tratto essenziale da cui non si può prescindere.
I campi contrapposti, sia prima che dopo il 1917, hanno messo il loro sigillo sul «secolo breve» coi nazionalismi, i fascismi, le due guerre mondiali coi relativi disastri del dopoguerra. Si è trattato di uno scontro per la vita e per la morte. Scrive Eric J. Hobsbawm: «Il secolo breve è stato un’epoca di guerre religiose, anche se le religioni più militanti e assetate di sangue sono state le ideologie laiche affermatesi nell’Ottocento, cioè il socialismo e il nazionalismo […] la loro forza non era tanto consistita nella capacità di suscitare emozioni simili a quelle delle religioni tradizionali […] Bensì nella promessa di fornire soluzioni durature ai problemi di un mondo in crisi. Ma proprio in ciò si è dimostrato il loro fallimento alla fine del secolo» 16.
È questa divisione del mondo che si verifica già alcuni decenni prima della rivoluzione russa. Per questo la nozione di «doppio Stato», così com’è stata intesa e utilizzata da molti studiosi della storia italiana dal dopoguerra, e ritenuta un «paradigma» per comprendere e interpretare la storia del PCI (1943- 1991), è fuorviante e non ci aiuta a capire il secolo che è trascorso, e tanto meno la storia del PCI e della DC (per la quale bisognerebbe parlare di «triplice Stato e triplice lealtà»: Stato italiano, Vaticano, Stati Uniti d’America). Se si volesse proprio individuare un’applicazione da laboratorio della nozione di «doppia lealtà - doppio Stato», secondo l’analisi di De Felice, bisognerebbe richiamare l’assassinio del presidente americano Kennedy o la campagna elettorale in Italia del 1948. Nel primo caso, il presidente della più grande potenza mondiale viene ucciso, annientato da una coalizione di interessi, quasi un altro Stato (mafia, settori della CIA, esuli cubani, grandi centri di potere industriale, militare, finanziario). Nel secondo caso, le elezioni politiche del 1948, allo Stato italiano si affianca nella lotta al comunismo lo Stato del Vaticano, che mobilita tutte le sue forze (dai Comitati civici, alle chiese, ai parroci, fino a far girare santi e madonne in lacrime) per sconfiggere i «cosacchi» italiani e quelli russi, i cui cavalli si sarebbero abbeverati nelle fontane di S. Pietro, in caso di vittoria del Fronte popolare. Naturalmente il tutto si completa con la partecipazione massiccia degli americani, con tutti i mezzi: dal ricatto dello «sfilatino» alla minaccia di un intervento armato.
Altro, dunque, deve essere il «paradigma» interpretativo, il quale se è valido fino in fondo lo è in tutte le situazioni. Si pensi al periodo fascista: i comunisti, i socialisti, gli antifascisti non si riconoscevano nel proprio Stato (che è, ovviamente, cosa diversa dalla Patria e dalla nazione); e i primi si riconoscevano, si collegavano con lo Stato sovietico, in quanto parte di un campo opposto all’altro (o ad altri dopo l’avvento del fascismo e del nazismo). Queste considerazioni ci inducono a mettere in primo piano la nozione di «appartenenza», sul piano ideologico e politico, e, più ampiamente, economico, militare, culturale.
Basti pensare al fatto che ancora oggi, sepolti l’URSS come entità statale e il PCI come partito politico, vi è chi agita la logora bandiera dell’anticomunismo.
Nel nostro paese, in realtà, la teoria del «doppio Stato» si incarna oggi in una sola persona, la cui lealtà verso i propri corposi interessi è intrisa di slealtà verso la Costituzione della Repubblica italiana.
Per questo riteniamo giusta la considerazione di Ernesto Galli della Loggia, nel suo intervento al convegno: «Il Partito comunista italiano era nato come una filiazione della rivoluzione leninista ed era orgoglioso di esserlo e di riconoscersi nell’URSS. Fare riferimenti a concetti come “nazionale” e “internazionale” cela e occulta questo dato che è invece storicamente decisivo: ciò che dà coerenza al legame tra Unione Sovietica e PCI non è l’identità delle scelte tra Togliatti e Stalin, ma il fortissimo senso di appartenenza ideologica». Egli ha ragione da vendere sia quando considera strumentale il binomio «autonomia - eterodirezione», sia quando critica l’impostazione stessa del convegno in modo molto più vivace e severo di quel che appare oggi negli atti 17, chiedendo di fare i conti con tutte le precedenti elaborazioni che riguardavano in primo luogo Togliatti e la tradizione comunista in Italia. Naturalmente Galli della Loggia, fa finta di non ricordare che per decenni il PCI era stato presentato e combattuto come «servo di Mosca», «la lunga mano di Mosca», e che nelle elezioni del 1948 il volto di Garibaldi diventava, capovolto, quello di Stalin.
Se è vero che nessuno studioso serio ha mai scritto di un PCI «eterodiretto» (Victor Zaslavsky e Aga Rossi, sull’onda avviata da Renzo De Felice, fanno eccezione), è anche vero che una delle motivazioni per escludere il PCI dal governo del paese fu proprio l’accUSA della sua «dipendenza» da Mosca (il fattore K).
L’appartenenza, dunque, ad un campo, ad uno schieramento, ad una ideologia: questo è uno dei punti nodali della storia del PCI, di tutta la sua storia. La guerra fredda del secondo dopoguerra proseguiva lo scontro, in altre forme e con altri mezzi, che già era in atto prima della seconda guerra mondiale, durante la costruzione dell’URSS, prima della stessa costruzione dell’URSS. Il «mito del socialismo» che si diffonde già nella seconda metà dell’Ottocento, si fonda e diventa tutt’uno con il «mito dell’Unione Sovietica».
L’internazionalismo proletario nasce prima dell’URSS e se proprio vogliamo andare alle origini, nasce col Manifesto di Marx e di Engels nel 1848.



La «doppiezza» togliattiana

Ciò che colpisce nella relazione di Silvio Pons (L’URSS e il PCI un sistema internazionale della guerra fredda) è la linea secondo la quale la storia del PCI è in gran parte nel rapporto con l’URSS e, quindi, negli archivi di Mosca. Noi la pensiamo in modo diametralmente opposto. Questi archivi se ben utilizzati (senza forzature e strumentalizzazioni) ci possono aiutare a capire non poche cose. Ma il punto è che questa storia è da ricercare nelle vicende italiane, in primo luogo: nello scontro politico, sociale, culturale, di classe che nel nostro paese si è sviluppato, nelle caratteristiche peculiari del PCI, della DC, dei sindacati, di grandi organizzazioni di massa; nella presenza massiccia, pesante, condizionante, degli americani almeno fino a tutti gli anni settanta.
Silvio Pons, direttore della Fondazione Istituto Gramsci, giunge ad affermare, ed è affermazione non suffragata da nessuna documentazione seria, che «è evidente l’ambivalenza della condotta togliattiana: l’opzione legalitaria non era mai stata enunciata come una scelta di principio dallo stesso Togliatti, che anzi in varie occasioni, aveva lasciato aperta l’opzione insurrezionale» 18.
Tutta la documentazione raccolta e analizzata da Giuseppe Vacca già nel suo Saggio su Togliatti e la tradizione comunista negli anni settanta andava in direzione diametralmente opposta. Il quinto capitolo del volume, dedicato a «rivoluzione antifascista e transizione al socialismo in Italia 1944-1947», si apriva con il seguente giudizio di Togliatti: «Si dice spesso che, dopo la liberazione, l’occupazione straniera del territorio nazionale, che rendeva militarmente impossibile la vittoria di una insurrezione popolare, fu il fattore determinante della politica dei comunisti […] La nostra politica fu in realtà ispirata e dettata da motivi ben più profondi - dichiarava Togliatti in apertura del Rapporto al X Congresso del partito, che ha i caratteri del bilancio d’una esperienza politica e di lotta ormai ventennale - Si era creata, nella Resistenza, una unità di forze democratiche che si estendeva fino a comprendere, socialmente, gruppi di media borghesia progressiva e, politicamente, una grande parte del movimento cattolico di massa. Noi eravamo stati in prima fila tra i promotori, organizzatori e dirigenti di questa unità, che possedeva un suo programma di rinnovamento di tutta la vita del paese, un programma che non venne formulato in tavole scritte se non parzialmente, ma era orientato verso la instaurazione di un regime di democrazia politica avanzata, riforme profonde di tutto l’ordinamento economico e sociale e l’avvento alla direzione della società di un nuovo blocco di forze progressive. La nostra politica consistette nel lottare in modo aperto e coerente per questa soluzione, la quale comportava uno sviluppo democratico e un rinnovamento sociale orientati nella direzione del socialismo.
Non è dunque che noi dovessimo fare una scelta tra la via di una insurrezione legata alla prospettiva di una sconfitta, e una via di evoluzione tranquilla, priva di asprezze e di rischi.
La via aperta davanti a noi era una sola, dettata dalle circostanze oggettive, dalle vittorie riportate combattendo e dai programmi sorti nella lotta. Si trattava di guidare e spingere avanti, sforzandosi di superare e spezzare tutti gli ostacoli e le resistenze, un movimento reale di massa, che usciva vittorioso dalle prove di una guerra civile. Questo era il compito più rivoluzionario che allora si ponesse, e per adempierlo concentrammo le forze. L’occupazione militare del territorio nazionale e l’intervento straniero nelle cose nostre, non agirono come freno di velleità insurrezionali che non esistevano, ma come elemento di organizzazione e direzione dell’opposizione conservatrice e reazionaria che riuscì, a un certo punto, a interrompere il processo di rinnovamento già iniziato
» 19.
Togliatti non ha mai nascosto che il fine ultimo del PCI e delle forze ad esso alleate fosse quello del socialismo nel nostro paese. Ma già col VII Congresso dell’Internazionale comunista era cambiata «la strategia»: «I comunisti si schieravano a difesa del regime democratico […] prendevano nelle loro mani la bandiera della democrazia […] L’indirizzo non era dunque più soltanto di tattica, ma di strategia». E ancora: «Ciò che noi facciamo è, nelle condizioni di guerra, di catastrofe nazionale e di pericolo di rinascita fascista, un’applicazione originale e nostra di quella proposta di creare dei governi di fronte nazionale antifascista che venne avanzata nelle file del movimento comunista fin dal 1935» 20. A proposito di questa linea strategica commenta Vacca: «È questa la strategia con la quale, nella situazione storica data, la classe operaia afferma e fa avanzare la propria propostadi ricomposizione unitaria delle forze produttive esauste e delle masse rovinate dalla guerra […] questa è una strategia nazionale e di classe al tempo stesso» 21. Potremmo continuare nelle citazioni. Particolarmente nel 1956, sia nelle sue relazioni al Comitato centrale, sia in quella all’VIII Congresso, nella Dichiarazione programmatica, il carattere strategico della «via italiana al socialismo» è continuamente sottolineato da Togliatti.
Vi è un discorso, particolarmente significativo perché ci consente di affrontare un altro dei temi presenti nelle due relazioni al convegno dell’Istituto Gramsci, che Togliatti pronuncia il 10 giugno 1948 e, quindi, all’indomani della sconfitta elettorale del Fronte popolare del 18 aprile, alla Camera dei deputati.
«Quando un partito comunista ritiene che le circostanze oggettive e soggettive pongano all’ordine del giorno la necessità per le forze popolari avanzate di prendere il potere con le armi, cioè con una insurrezione, esso proclama questa necessità, lo dice apertamente. Così fecero i bolscevichi nel 1917, e marciarono all’insurrezione a bandiere spiegate. Così abbiamo fatto noi, comunisti italiani, a partire dal settembre 1943.
Non abbiamo nascosto a nessuno che la via che avevamo preso e proponevamo al popolo era la via dell’insurrezione; insieme con i compagni socialisti e con gli amici di “giustizia e libertà” abbiamo marciato su questa via senza esitazioni e abbiamo vinto contro il fascismo e contro l’invasore straniero
[...] E noi, comunisti italiani, quanti depositi di armi credete che avessimo sotto il fascismo? Nemmeno uno! E quanti ne avevate voi socialisti? Nemmeno uno anche voi.
Ma quando vi è stato bisogno di spezzare con le armi la tracotanza dei tedeschi e il tradimento dei fascisti, le armi ci sono state e sono state vittoriose
» 22.
E, ancora, a proposito delle armi nascoste, sempre nello stesso discorso, Togliatti affermava: «Nel corso del 1947 vi furono persino i primi segni di un risorgente squadrismo, che manifestò con gli attentati a ripetizione contro le sedi dei partiti popolari e dei sindacati. A un certo punto ci si accorse però che la via era, e rimane, molto pericolosa e per parecchi motivi.
Si diceva, si sussurrava infatti da tutte le parti che molte armi erano nascoste, e sarebbero venute fuori alla luce del giorno in cui un qualsiasi tentativo di ripresa fascista ci fosse stato.
Benedette le armi nascoste, dunque, se hanno salvato la nostra patria da un’altra sciagura di quel genere, da un’avventura la quale avrebbe potuto portarci ancora più in basso! Benedette le armi nascoste! Per questi motivi credo non sia ancora, oggi, la vostra ora, onorevoli colleghi del Movimento sociale italiano; ed è per questo che voi date su quei banchi la lamentevole impressione di relitti, spettri di un passato d’infamia e di vergogna
» 23.
Ci siamo soffermati su questo punto, perché quello della «doppiezza» nella linea del PCI è questione che divide profondamente gli storici. Non voler prendere atto della realtà degli avvenimenti non aiuta a comprendere molte cose, tra le quali il fatto indiscutibile della grande influenza politica, elettorale, culturale di quello che, a ragione, è stato definito «il più grande partito comunista d’Occidente». Né si modifica questa realtà dando credito all’opzione armata, secondo alcuni, sempre presente nella linea del PCI.
Sappiamo bene che non pochi hanno considerato l’insurrezione vittoriosa del 25 aprile 1945, l’inizio di una più vasta rivoluzione, sul tipo di quella che si svolgeva in Jugoslavia. Ma l’opera svolta da molti comandanti partigiani comunisti, non solo ai più alti livelli, secondo le precise direttive del PCI, raffreddò gli animi di molti combattenti, servì a chiarire, a spiegare, ad orientare. Certamente in quei giorni e nelle settimane successive, alla cacciata dei tedeschi e alla fine della Repubblica di Salò, ci furono violenze, da parte partigiana, che in non pochi casi andarono oltre il limite. Vendette operate da gruppi che agivano liberamente al di fuori di ogni disciplina, una sacrosanta collera («i giorni dell’ira») contro gli autori di massacri, soprusi, violenze contro le popolazioni e i partigiani. Si voleva sradicare il fascismo alle radici, si faceva però non solo giustizia sommaria di alcuni capi (e questo rientrava nelle direttive del CLN Alta Italia), ma anche di tanti, uomini e donne, che avevano collaborato o direttamente combattuto con la Rsi e con i tedeschi. Purtroppo, in alcune zone le violenze continuarono anche nelle settimane e nei mesi successivi all’aprile 1945, gettando sul movimento partigiano un’ombra oscura, che non si riuscì ad evitare, quando non fu apertamente incoraggiata a livello locale (si pensi all’Emilia e al «triangolo della morte»).
L’epilogo dell’aprile 1945, se aprì una pagina nuova nella storia d’Italia, scavò, pure, un fossato rimasto per decenni incolmabile e che nessuna «retorica resistenziale » può far ignorare. In quei giorni e in quelle settimane furono nascoste molte armi, in molte zone.
Lo fecero gruppi di partigiani comunisti; ma anche socialisti, azionisti, e quasi certamente non pochi seguaci della Rsi. Una delle ultime trovate del gerarca Pavolini, mentre tutto crollava, fu quella di nascondere armi da utilizzare contro gli americani, in una improbabile guerriglia che si riteneva di poter organizzare.
Si tenga presente un altro dato importante. All’indomani dell’esclusione dei comunisti e dei socialisti dal governo, Togliatti dichiara alla Direzione del suo partito: «occorre impedire che il partito e le masse che ci seguono scivolino su posizioni che conducono alla lotta e alla insurrezione armata» 24. E al quesito posto da Togliatti all’ambasciatore Kostilev («se si deve nel corso di una o più provocazioni da parte dei democristiani e di altri reazionari, iniziare l’insurrezione armata delle forze del fronte democratico popolare per prendere il potere») la risposta di Mosca (vivo Stalin) è assolutamente negativa. Era esattamente ciò che Togliatti voleva: con il consenso di Stalin egli intendeva troncare ogni discussione nella Direzione del PCI su questa eventualità. Non è la prima volta, del resto, che egli utilizzava questa via per difendere la sua linea, che avanzava a fatica nel partito.
L’aveva già fatto per la «svolta di Salerno», lo farà ancora con la missione Secchia a Mosca e con la nota risposta di Stalin di sostegno alla sua linea.
Roberto Gualtieri, rifacendosi ad alcuni contributi e a documenti di scarsissima attendibilità (egli stesso definisce «maldestro» il modo di utilizzare la documentazione dell’Archivio di Stato da parte di Gianni Donno, La Gladio rossa del PCI 1945-1967) 25, cerca di avvalorare la tesi, con prove «sia pure solo indirette», dell’esistenza di una «struttura spionistico-militare illegale legata all’Unione Sovietica», che impedirebbe «di leggere la storia del PCI sulla base della categoria dell’“autonomia”, prescindendo dalla realtà dei suoi legami internazionali». Cioè la sua «dipendenza da Mosca».
Ovviamente Gualtieri fa ampio uso della tesi dei finanziamenti sovietici al PCI, ma non tralascia «lo spionaggio, il sabotaggio, la raccolta di informazioni», sempre riferendosi a contributi e alla documentazione «indiretta» di altri, gran parte della quale è stata raccolta nelle Questure dell’epoca scelbiana e da false note informative scritte da infiltrati della polizia nelle sezioni e nelle federazioni del PCI.
I soldi di Mosca ci sono stati, e fino alla fine degli anni settanta furono anche molti. Ma erano certo minori dei finanziamenti americani, che arrivarono alla DC dagli USA, ai sindacati come la Cisl e la Uil, ad altri partiti della coalizione governativa, alle organizzazioni clandestine e di provocazione contro il PCI e la sinistra («la strategia della tensione»). Per non parlare dei finanziamenti di grandi industrie, a incominciare da quelle di Stato.
Cossiga ha recentemente dichiarato (l’Unità, 15 febbraio 2003) che «la DC aveva mantenuto una propria, per quanto labile, struttura militare, parallela a quella comunista, che fu sciolta nel 1954 dal comitato militare guidato da Taviani». La DC aveva, dunque, una sua struttura militare (per quanto «labile») nonostante avesse a sua disposizione il governo, le forze di polizia, l’esercito (sicuramente gli alti comandi), le forze armate americane e le loro basi, i servizi segreti. Maurizio Caprara affronta il tema di un PCI «proiettato all’offensiva della rivoluzione», per concludere che «la superba potenza attribuita da alcuni avversari a un esercito rosso è un mito approssimativo, se non altro frutto di approssimazione, un meccanismo di difesa afflosciato, in parte smantellato e in parte arrugginito perché inattivo da anni» 26.
Mentre Cossiga ha dichiarato alla Commissione Stragi del Parlamento: «Quando mi sono chiesto per quale motivo il Partito comunista non si sia impadronito del potere con la forza […] la spiegazione è stata sola una: la scelta irrevocabilmente democratica e parlamentare fatta da Togliatti e la divisione del mondo in due. Lo Stato italiano non sarebbe stato assolutamente in grado di impedire una presa del potere per infiltrazione o per violenza da parte del Partito comunista. Di questo non ho dubbio alcuno. Ecco il motivo del mio giudizio di democraticità sul Partito comunista: perché il Partito comunista non ha fatto quello che avrebbe potuto facilmente fare. E non lo ha fatto per due motivi: perché Mosca non glielo avrebbe permesso, anzi li avrebbe mollati, e in secondo luogo perché la scelta democratica e parlamentare di Togliatti (la “via nuova”) era irrevocabile» 27.

Ciò che manca nelle due relazioni al convegno, specie in quella di Gualtieri, è una robusta e realistica analisi della «guerra fredda», con tutto ciò che essa ha significato soprattutto in Italia (paese di confine fra gli opposti campi, con la presenza dello Stato del Vaticano, degli americani, di un forte e radicato partito di governo, la DC, per più di 45 anni e del più forte e radicato partito comunista dell’Europa occidentale).
L’Italia diventa così un paese laboratorio, di scontro diretto, dove la lotta politica, sociale, culturale, quella estera e militare aveva una profondità, una continuità, ed una partecipazione di massa sconosciute in altri paesi occidentali. In Italia, e solo da noi, nonostante l’armatissima, numerosissima armata del PCI (Victor Zaslasky, tutto dominato dal suo anti-comunismo viscerale, riferisce di non meno di 100-150mila uomini armati, ben diretti) è stato realizzato un attentato al capo dell’opposizione che poteva portare – ma non avvenne innanzitutto per precise indicazioni di Togliatti – a una guerra civile. Ci fu lo sciopero generale in gran parte spontaneo. Ci furono grandi manifestazioni di massa, scontri in alcune città, soprattutto al nord con la polizia. Ma tutto rientrò nell’alveo dello scontro democratico. Non per nulla l’incaricato del PCI e della CGIL di trattare con De Gasperi fu Giuseppe Di Vittorio, il quale a tutto pensava meno che ad una insurrezione.
Giuseppe Vacca (l’Unità del 9 novembre 1991), in una nota dal titolo significativo, 1954, Mario Scelba «questuante» in USA, ha scritto: «La guerra fredda è stata l’origine dei “disastri” in cui da molti anni abbiamo visto cadere il mondo. Oggi siamo in grado di vedere meglio come, nel lemma guerra fredda, l’accento debba essere posto più sul sostantivo che sull’aggettivo». Poi passa a parlare dei finanziamenti americani sulla base delle testimonianze di Egidio Ortona, ambasciatore italiano in USA 28. Così riferisce Ortona su alcuni incontri avuti con Scelba: «L’ambasciatrice Luce […] mi aveva anche detto che se si fosse condotta una lotta anticomunista vigorosa, si sarebbero avuti aiuti speciali. La lotta si è fatta ma gli aiuti non sono venuti». Il 30 marzo 1954 si sono già svolte le elezioni alla Fiat. La CGIL ha subìto una dura sconfitta. «Alla notizia (presente Scelba) - annota Ortona - vedo mrs Luce perdere per la prima volta il controllo abituale e quasi fare un balzo di gioia sulla sedia […] Il giorno dopo al Dipartimento mi si fa osservare che, bene o male, tra le varie voci, il nostro premier si porta a casa circa duecento milioni di dollari».
Non vi è bisogno di ricordare che Mario Scelba è stato per diversi anni ministro degli Interni. Il 9 gennaio 1950, davanti alle Fonderie riunite di Modena, la polizia sparava sui lavoratori che si erano riuniti per la chiusura di un’altra fabbrica, la Waldevit: cinque morti e più di cinquanta feriti. In un solo anno la violenza antioperaia aveva provocato una lunga catena di morti, di feriti, di arrestati: 17 lavoratori uccisi, centinaia di feriti, 14.573 arrestati (tra i quali 77 Segretari di Camera del Lavoro, 375 dirigenti sindacali e di leghe), 13.793 denunciati a piede libero 29. E prima di Modena, i nostri morti nelle lotte per la terra, il lavoro, il pane, contro la chiusura delle fabbriche, a Melissa, Montescaglioso, Torremaggiore, Celano e parecchi anni dopo ancora morti a Reggio Emilia.
Questa è parte integrante della storia del PCI e del nostro paese. Nessuno ricorda oggi tutto ciò, la «verità» deve essere cercata sopratutto a Mosca. Mentre il legame della DC con gli USA apre un «circolo virtuoso », secondo Vacca; per il PCI, una «duplice assenza di autonomia» dello stesso partito: dipendente da Mosca ed egemonizzato dalla DC, sempre secondo Gualtieri 30.

Ancora alcune rapide considerazioni sulla «duplice assenza di autonomia» del PCI

Il rapporto tra il PCI e la DC (altrettanto si può dire tra DC e USA e Vaticano, come tra PCI e URSS) non è stato né facile, né semplice. Erano entrambi grandi partiti di massa, radicati nella società, con una notevole influenza culturale. Lo scontro non ha mai eliminato l’incontro e il compromesso, anche nei momenti più difficili e complicati, così come nessuno dei due è riuscito a «egemonizzare» l’altro. Erano entrambi abbastanza autonomi e condizionati dai ceti, dalle masse popolari, dai sentimenti di milioni di persone di cui sapevano tener conto. Questa è stata la loro forza. Altrettanto dicasi a livello internazionale, con gli indispensabili condizionamenti che pesavano su di loro, senza mai rinunciare a margini, più o meno grandi, di autonomia. E tutto ciò avveniva nel quadro terribile della guerra fredda, combattuta senza esclusione di colpi (Ha scritto Vacca: «Dopo la seconda guerra mondiale, con la costituzione dei blocchi la sovranità nazionale subì il colpo definitivo. Tutti gli Stati nazionali posti in condizione - chi più chi meno - di sovranità limitata. Ma come si può sostenere che in una tale situazione, la quale proiettava i contrasti fra le classi a scala planetaria, all’interno di ciascun paese si potesse instaurare una visione univoca dell’“interesse nazionale”? […] La guerra fredda creò una sorta di totalitarismo planetario» (l’Unità, 26 ottobre 1991). Il quadro complessivo della guerra fredda è determinante per ogni approccio alla storia del PCI (come della DC) e questo quadro manca, nella sua sostanza, nelle due relazioni al convegno (si pensi alla grave sottovalutazione di tutta la vicenda Moro, prima e durante la prigionia e dopo il suo assassinio).
Per questo non condividiamo il giudizio di Gualtieri sulla «duplice assenza di autonomia» da parte del PCI.
Qualche esempio ci aiuta a capire meglio la situazione.
La «svolta di Salerno», quali che siano state le sue origini, esprime una precisa «egemonia» (proprio nel senso gramsciano del termine) del PCI su tutti gli altri schieramenti politici, a incominciare dalla DC. Non solo. Ma si impone subito come una grande linea strategica per tutti gli sviluppi futuri della storia repubblicana italiana. Vi è in tutte e due le relazioni (il condizionamento del fatto che essa fosse più opera di Stalin che di Togliatti) una vera e propria sottovalutazione del carattere strategico di quella linea.
Sull’importanza e del significato del Patto di Roma, per la costruzione di un sindacato unitario (non unico, ma indipendente dai padroni, dai partiti, dallo Stato) non si spende una parola nella relazione di Gualtieri. Il sindacato, con la fortissima presenza comunista, semplicemente non esiste. Eppure «l’egemonia » in questo caso è stata espressa dalla parte decisiva che il PCI vi ha avuto attraverso la figura e l’opera di Giuseppe Di Vittorio. Un’unica organizzazione sindacale era un tale fatto nuovo in Italia, la cui esperienza non è andata smarrita neppure dopo le varie scissioni, finanziate con fiumi di dollari dagli americani 31.
L’influenza che il sindacato unitario (milioni di iscritti dopo la liberazione del Nord, mentre si creava nel Mezzogiorno una grande struttura popolare e democratica) ha avuto nel rafforzamento del PCI, sul suo radicamento nella società italiana un effetto enorme e non si fa la storia dei comunisti italiani dimenticandosi di parlarne. Possiamo ricordare le parole della relazione informativa che Giuseppe Di Vittorio svolge alla Sezione di informazione internazionale del Comitato centrale della VKP(b), il 16 agosto 1945: «l’autorevolezza del nostro partito cresce grazie alla presenza della Confederazione generale del Lavoro, creata su iniziativa del nostro partito, nel quale contiamo il più alto numero dei nostri sostenitori» 32.
È impossibile sottovalutare la presenza, l’influenza, il contributo di sangue dato dai comunisti nella Resistenza. Questa non è stata egemonizzata da nessun partito. Ma è certo che senza i comunisti non ci sarebbe stata, o non sarebbe stata quella Resistenza.
Dov’è, qui, la «duplice assenza di autonomia» del PCI?
Inoltre, nella vittoria elettorale e pacifica della Repubblica, nessuno può sottovalutare il contributo autonomo e decisivo dei comunisti alleati ai socialisti e a non pochi cattolici. La DC nella sua maggioranza era per la monarchia, e molti sacerdoti, con l’apparato della Chiesa cattolica, si sono spesi perché quest’ultima prevalesse. Qui non c’è l’egemonia della DC, e quanto alla sua autonomia, ci sarebbe parecchio da dire.
Per tre anni i comunisti sono stati al governo del paese con gli altri partiti antifascisti. Si operò in condizioni terribili, tra mille difficoltà e condizionamenti (e qui l’URSS non c’entra per niente) e compromessi.
La rottura del maggio-giugno 1947, voluta fortemente dagli americani, dal Vaticano, da gruppi potenti della grande industria e della finanza, non impedì si giungesse a quel «grande compromesso storico» che fu la Costituzione della Repubblica italiana, che è la nostra legge fondamentale da più di cinquant’anni.
Si può parlare di mancanza di autonomia, di «egemonia» della DC nei confronti del PCI?
Gualtieri, nella sua relazione, condizionato dalla nozione, riferita al PCI, di «integrazione negativa», di cui francamente ci sfugge il significato, non spende una parola sul grande fatto storico delle lotte che si svolsero tra il 1947 e il 1951 nelle campagne, nel Mezzogiorno, che costarono sangue e che portarono a una prima seppur limitata riforma agraria. Il latifondo tipico fu liquidato. Questo evento, di un’importanza eccezionale sul piano politico, sociale, culturale, è semplicemente dimenticato. Ebbene, anche in questo caso il PCI fu in prima fila, «egemone» e «autonomo ». Le lotte per la terra hanno segnato nel profondo la vita del nostro paese, e spianato la strada alla vittoria del 7 giugno 1953, quando il disegno della DC fu sconfitto.
Parlare di «integrazione negativa» per un grande partito di massa, con milioni di iscritti e diversi milioni di voti è un non senso. L’espressione «integrazione » non si addice ad un grande partito (al massimo si può parlarne per piccole «etnie», gruppi minoritari) che affonda le sue radici nelle viscere della nostra storia, tra grandi masse. Non, dunque, un soggetto che si «integra» dal di fuori, ma che nasce, sorge da esse, con esse e per esse. Il PCI sorge nelle fabbriche occupate della Fiat nel 1920; nasce ad iniziativa degli operai, comunisti e non; nasce dai contadini e fra i contadini; nasce fra un grande numero di intellettuali che vogliono il socialismo e lottano o muoiono in carcere, o in Spagna, per realizzarlo. Il PCI è classe, è massa, è popolo, è storia diretta e visibile, non ha bisogno di «integrarsi». Esso si espande, conquista un numero sempre più grande di lavoratori e di aderenti.
Diffonde le grandi idee di Gramsci attraverso un’operazione di vastissimo respiro culturale che non ha eguali nella nostra storia, tra la diffidenza del partito comunista sovietico e di quelli di altri paesi. Tutto questo fa del PCI, con le sue luci e le sue ombre, i suoi aspetti positivi e negativi, quando avanza e quando s’arresta o indietreggia, un fatto positivo nella nostra storia nazionale, la cui eredità non è completamente scomparsa neppure oggi.
Un’ultima considerazione. Nel 1951 Togliatti dice no a Stalin, respingendo la proposta di lasciare l’Italia per dirigere il Cominform. Il tema è presente soprattutto nella relazione di Pons. Ma in nessuna delle due relazioni si traggono le dovute conseguenze, sul piano politico e strategico della linea del PCI.
Togliatti dice no a Stalin almeno sui seguenti punti: - no a un unico centro di direzione e di coordinamento dei partiti comunisti. Sarebbe stato un ritorno al passato, dichiarato superato nel 1943; - no a una prospettiva di guerra generalizzata, anche se era in corso quella di Corea. Di qui la ricerca del dialogo coi cattolici contro la distruzione dell’umanità; - no a ogni strategia di abbandono di una prospettiva democratica e di lotta per la pace.
Non furono questi gli argomenti espliciti che Togliatti adoperò nella lettera a Stalin del «gennaio 1951» 33. Egli non voleva aprire un contrasto politico grave. Ma questo è il senso vero di quella lettera.
Dov’è la «mancanza di autonomia» del PCI? Nella storia vera e complessa del PCI e della DC l’anno successivo ci fu un altro no significativo: quello di De Gasperi al Vaticano, nelle elezioni a Roma. Don Sturzo voleva un’alleanza della DC con il Msi e i monarchici. De Gasperi disse no e l’ebbe vinta. Sono due storie parallele, contrapposte talvolta e anche duramente, che si incontrano e procedono d’intesa in altri momenti, senza vincitori né vinti, ma entrambi collegati e profondamente coinvolti e segnati dal «totalitarismo della guerra fredda».
Vogliamo concludere con il richiamo severo che Gramsci rivolgeva a coloro che si occupavano o si dovevano occupare della storia «del passato, specialmente del passato più prossimo»: «quale deve essere l’atteggiamento di un gruppo politico innovatore verso il passato, specialmente verso il passato più prossimo? […] L’atteggiamento sarà tanto più “imparziale”, cioè storicamente “obiettivo” quanto più elevato sarà il livello culturale e sviluppato lo spirito critico, il senso delle distinzioni. Si condanna in blocco il passato quando non si riesce a differenziarsene, o almeno le differenziazioni sono di carattere secondario e si esauriscono quindi nell’entusiasmo declamatorio. È certo d’altronde che nel passato si può trovare tutto quello che si vuole, manipolando le prospettive e l’ordine delle grandezze e dei valori» 34. È un insegnamento valido ancora oggi.

(da Critica Marxista, 2003)

1) Il PCI nell’Italia repubblicana 1943-1991, a cura di Roberto Gualtieri, Prefazione di Giuseppe Vacca, Roma, Carocci, 2001.
2) Ivi, p. XX.
3) Ivi, p. XIX.
4) Ivi, p. XIX.
5) Ivi, pp. 48-49.
6) Franco De Felice, Doppia lealtà e doppio Stato, in Studi storici, 1989, n. 3; ora in id., La questione della nazione repubblicana, con introduzione di Leonardo Paggi, Roma-Bari, Laterza, 1999.
7) Ivi, p. 508.
8) Ibidem.
9) Vedi di Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del Potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 ad oggi, Roma, Editori Riuniti, 1996.
10) Franco De Felice, op. cit. p. 509.
11) Ivi, p. 513.
12) Ivi, p.515.
13) Ivi, p. 515.
14) Ivi, p. 516.
15) Ivi, p. 514. 16) Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1994, p. 516.
17) Galli della Loggia chiese, rivolto al gruppo dirigente dell’Istituto Gramsci, «Ma dove volete arrivare?». Mentre si legge oggi: «Mi sembra che la revisione della vicenda del PCI nella storia dell’Italia repubblicana si stia spingendo molto avanti. Forse persino troppo...» (Ernesto Galli della Loggia [Intervento], in Il PCI nell’Italia repubblicana, cit., p. 337).
18) Ivi, p. 20.
19) Palmiro Togliatti, Per andare verso il socialismo nella democrazia e nella pace, rapporto al X Congresso del PCI (dicembre
1962
), citato in Giuseppe Vacca, Saggio su Togliatti e la tradizione comunista, Bari, De Donato, 1974, pp. 263-264.
20) Palmiro Togliatti, Problemi del movimento operaio internazionale, cit. in Giuseppe Vacca, Saggio su Togliatti..., cit., p. 354.
21) Giuseppe Vacca, Saggio su Togliatti..., cit., p. 272.
22) Palmiro Togliatti, Discorsi parlamentari, Roma, Camera dei Deputati, 1984, p. 306.
23) Ivi, p. 304.
24) N. Narinsky, Stalin, Togliatti e Thorez, relazione al convegno «L’altra faccia della luna: le relazioni tra l’Unione Sovietica e i partiti comunisti francese e italiano», Roma-L’Aquila, maggio 1995, pp. 233-234 sgg. Questa relazione è stata ripresa in più punti da Elena Aga Rossi e Victor Zaslasky in Togliatti e Stalin, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 228.
25) Roberto Gualtieri, Il PCI, la DC e il «vincolo esterno». Una proposta di periodizzazione, in Il PCI nell’Italia repubblicana, cit., pp. 64-65.
26) Victor Zaslavsky, L’apparato paramilitare comunista nell’Italia del dopoguerra (1945-’55), relazione per la Commissione Stragi del Parlamento italiano, p. 90.
27) Ivi, p. 108.
28) Egidio Ortona, Anni d’America. La diplomazia 1953-1961, Bologna, Il Mulino, 1984, pp. 121-128.
29) Da Melissa a Modena, Roma, 1950, p. 79.
30) Roberto Gualtieri, op. cit., p. 99.
31) Roberto Faenza e Marco Fini, Gli americani in Italia, Milano, Feltrinelli, 1976, pp. 293 sgg.
32) Dagli Archivi di Mosca. L’URSS, il Cominform, e il PCI (1943-1951), a cura di Francesca Gori e Silvio Pons, Roma, Carocci, 1998, p. 258.
33) Ivi, pp. 417-420.
34) Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, pp. 341-342.