Rat Lines: la guerra della Chiesa contro il comunismo

A cura del Coordinamento Romano per la Jugoslavia


Premessa

La storia che qui viene raccontata è quella delle reti di fuga dei criminali di guerra nazisti e ustascia nell'immediato dopoguerra. Questi loschi individui furono in ogni momento appoggiati dal Vaticano, nella persona di papa Pio XII e del sottosegretario Montini (che divenne in seguito papa Paolo VI), con la connivenza dei servizi segreti occidentali. Questi ultimi cercarono di utilizzarli come terroristi, nel tentativo di abbattere i regimi comunisti.
Due reti distinte (ma pur sempre collegate) erano state approntate: una per i tedeschi, diretta dal vescovo Hudal, ed una per i croati, diretta da padre Draganović. Personaggi come il truce dittatore Ante Pavelić , che era stato messo da Hitler a capo dello stato fantoccio della Croazia Indipendente, sfuggirono ai tribunali che dovevano punirli per i loro sanguinosi delitti, attraverso la rete dei conventi e degli istituti religiosi che era stata predisposta all'uopo. Questi assassini furono poi riutilizzati nel tentativo di far cadere la Jugoslavia di Tito, formando un una banda di terroristi denotati "krizari" (crociati). Alla fine sono quasi tutti riusciti a rifugiarsi oltreoceano, in America Latina, in Australia e in Nord America. Quelli che seguono sono degli appunti tratti dalla prima parte del libro Ratlines, scritto dai giornalisti Mark Aarons e John Loftus, australiano il primo e americano il secondo. Le parti "tra virgolette'' riproducono citazioni testuali dal libro. Tra parentesi, dopo ogni affermazione, è riportato il numero della pagina da cui l'affermazione è stata tratta. Talvolta sono state utilizzate fonti diverse, che sono sempre indicate.

Il titolo

"Letteralmente, una ratline è la scala di corda che arriva fino in cima all'albero della nave e rappresenta l'ultimo luogo sicuro quando l'imbarcazione affonda. Pertanto ratline è diventato il termine generico con cui i servizi segreti identificano le reti o le organizzazioni istituite allo scopo di far fuggire qualcuno'' (7).

1. Il campo di Treblinka, comandato da Franz Stangl

"Al loro arrivo a Treblinka, gli uomini, le donne e i bambini, stipati nei loro carri merci chiusi, trovavano ad attenderli una normale stazione ferroviaria, graziosamente decorata con cassette di fiori. A distanza, si scorgevano alcune baracche dall'aria innocua. Franz Stangl ci teneva all'ordine. Ai passeggeri veniva detto di scendere dai carri per riposare e per farsi una doccia. Mentre si svestivano, veniva detto loro di mettere al sicuro i loro oggetti di valore in cassette numerate, di modoche, dopo la doccia, avrebbero potuto ritrovarli facilmente. Tutto si svolgeva in maniera così rapida, organizzata, letale. Le docce erano, in realtà, camere a gas dove 900.000 persone, per la maggior parte ebrei, furono uccise immediatamente al loro arrivo. A differenza di Auschwitz, lì non si svolgeva alcun lavoro. Treblinka esisteva solo per uno scopo: lo sterminio'' (33-34).

2. La Croazia Indipendente di Ante Pavelić

La dittatura croata si macchiò di gravi crimini, "tra cui gli orribili massacri di serbi, ebrei e zingari nel corso dei quattro anni [in cui stette in piedi il regime]: mezzo milione di civili innocenti trucidati per ordine personale [di Pavelić ]. Molti erano stati giustiziati con metodi da pieno Medioevo: erano stati cavati loro gli occhi, recise le membra, strappati gli intestini e gli altri organi interni dai corpi ancora vivi. Alcune persone furono massacrate come bestie: venne tagliata loro la gola da un orecchio all'altro con coltelli speciali. Altre morirono in seguito a colpi di maglio sulla testa. In numero ancora maggiore furono semplicemente bruciate vive'' (80).

"Durante i primi mesi del regime di Pavelić furono massacrate circa 150.000 persone di fede serbo-ortodossa. In molti casi -è un fatto documentato- fu offerta loro la salvezza se avessero rinunciato alla loro fede per divenire cattolici'' (92). "Le conversioni forzate [venivano celebrate] da preti cattolici sotto l'attento controllo di unità di polizia ustascia armate fino ai denti. Su tali cerimonie incombeva la minaccia di morte, poiché i contadini serbi erano perfettamente a conoscenza dei massacri condotti da quelle stesse unità nelle zone limitrofe'' (106). A dirigere le conversioni forzate era padre Draganović (106).

3. Le posizioni del Vaticano e dell'Occidente durante la guerra

"Nell'aprile del 1943 [...] il Foreign Office e il Dipartimento di Stato temevano entrambi che il Terzo Reich fosse disposto a fermare le camere a gas, a svuotare i campi di concentramento e a lasciare che centinaia di migliaia (se non milioni) di superstiti ebrei emigrassero in Occidente'' (21). Anche il papa, sebbene ne fosse a conoscenza, tacque sull'olocausto: "Il terribile silenzio da parte del Vaticano nei confronti degli ebrei si accordò completamente con la politica occidentale'' (22).

Tuttavia, a fronte dell'indifferenza degli anglo-americani, per lo meno (magra consolazione) "il papa tacque in pubblico, ma in segreto aiutò alcuni ebrei'' (24). Fu tramite il Vaticano, inoltre, che nel 1944 le SS cercarono di "stabilire contatti [...] con le potenze occidentali'' per convincerle a "troncare i rapporti con Stalin e a unirsi alla Germania nella lotta contro i bolscevichi'' (25).

"Durante la guerra il Vaticano non si era pronunciato pubblicamente riguardo alle atrocità compiute dai sovietici e dai tedeschi'' (qui Aarons e Loftus mettono Hitler e Stalin sullo stesso piano, cosa molto discutibile, dato che Hitler uccise 11 milioni di civili innocenti, metà dei quali erano ebrei). Ma nel 1945, a guerra perduta per i nazisti, papa Pio XII "capovolse la sua politica e decise che era giunto il momento di levare la voce della Chiesa contro i crimini commessi da Stalin'', mentre continuò a tacere quelli commessi da Hitler, approvandoli tacitamente (27).

Per ulteriori note sull'olocausto, leggere il numero di Storia Illustrata citato in bibliografia.

L'interesse secolare della Chiesa è sempre stato quello dell'evangelizzazione, ossia della trasformazione in cattolici di quanti più uomini sia possibile, e la contrapposizione a tutte le altre filosofie o religioni. In questo modo il Vaticano si assicura un vero e proprio controllo politico su territori e nazioni.

Il papato ha dunque una sua politica estera che è ben definita, anche se per molti non percettibile: "Pensano in termini di secoli e fanno piani per l'eternità; questo rende la loro politica inevitabilmente imperscrutabile, disorientante e, in certe occasioni, riprovevole per le menti pratiche e condizionate dal tempo'' (lettera dell'ambasciatore inglese Sir D'Arcy Osborne, marzo 1947, riportata nell'epigrafe). "Era desiderio del Vaticano aiutare chiunque a prescindere dalla sua nazionalità o dalle sue opinioni politiche, fintantoché quella persona possa dimostrare di essere cattolica.

Il Vaticano giustifica inoltre la sua partecipazione col desiderio di introdursi non soltanto nei paesi europei, ma anche in quelli latino-americani, attraverso persone di qualsiasi convinzione politica, purché anticomuniste e favorevoli alla Chiesa Cattolica'' (57).


L'obiettivo del papa per l'Europa era molto semplice: "la creazione di un grande Stato federale danubiano'' che raggruppasse le nazioni cattoliche d'Europa centrale (60), insomma in un certo senso un ritorno ai bei tempi del potere temporale della Chiesa; la creazione di una nazione sulla quale il pontificato possa esercitare la sua autorità. In questo quadro, è fondamentale la posizione della Croazia: "La Santa Sede considerava la Croazia come la frontiera della cristianità; tra la Croazia e il papa esisteva un rapporto particolare che risaliva al 700 d.C.'' (80).

"La Croazia è una delle nazioni più benvolute dalla Chiesa, un baluardo cattolico contro gli scismatici ortodossi'' (66). "Nell'isterismo che caratterizzò i primi anni della guerra fredda, il Vaticano considerava la Croazia come la propria roccaforte nei Balcani'' (136). Per raggiungere i suoi scopi, il papa optò per lo spionaggio (29) e sul reclutamento di ex-nazisti per combattere i comunisti, cioè coloro che gli contendevano i territori dell'Unione Danubiana (32).

Il Vaticano cercò anche di riutilizzare l'organizzazione clandestina costituita durante la guerra dai disertori dell'esercito russo in Germania ed in Austria: Estoni, Lituani, Cechi e altri cittadini di cultura prevalentemente cattolica (30-31). "Per essere ammesso, ogni membro doveva prestare giuramento di fedeltà alla Chiesa, impegnandosi a a metterne gli interessi al di sopra persino della propria nazione di appartenenza'' (31).

4. Le potenze europee avevano dei progetti molto simili a quelli del papato:

4.1. Francia

"Non appena cessarono le ostilità, De Gaulle indisse un'agguerrita campagna per ottenere la simpatia dei popoli dell'Europa orientale. Il suo scopo era quello di creare un contraltare ai piani inglesi. [...] Il leader francese riteneva infatti che fosse necessario prepararsi a una nuova guerra contro Stalin per ristabilire il "legittimo" ruolo della Francia nella regione'' (62). De Gaulle aveva allacciato stretti contatti con il Vaticano, tramite il cardinale francese Tisserant (63).

"De Gaulle voleva l'aiuto del papa per creare una confederazione europea che riunisse, tra gli altri, i cattolici di Spagna, Francia, Italia, Austria, Germania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Slovenia e Stati baltici. [...] La Francia avrebbe dovuto firmare dei trattati di amicizia con la Spagna e con l'Italia, stabilendo così un potente triangolo che avrebbe ricevuto in seguito, grazie all'influenza del papa, l'aiuto degli stati cattolici sudamericani'' (63). La riuscita di questo triangolo era legata a quella della "creazione di uno stato federale della Germania cattolica, separato dalla maggioranza protestante.

L'ultimo anello del piano di De Gaulle era rappresentato da una Confederazione Pandanubiana Cattolica dell'Europa centrale. Un'alleanza con la Polonia e con gli Stati baltici avrebbe permesso agli slavi cattolici di staccarsi dai loro compatrioti ortodossi e protestanti assicurando il crollo della Jugoslavia, della Cecoslovacchia e di gran parte dell'Unione Sovietica'' (63). In poche parole, la Francia auspicava esattamente quello che è accaduto negli ultimi anni!

4.2. Gran Bretagna

"Gli Inglesi erano convinti che presto sarebbe scoppiata la guerra contro i sovietici'' (65). Il premier inglese Winston Churchill stava portando avanti sin dagli inizi del 1944 la politica di "creare una confederazione di nazioni dell'Europa centrale sotto l'influenza di Londra. Quando finì la guerra il SIS lanciò una sofisticata operazione spionistica per reclutare gli emigrati politici dell'Europa centrale e orientale. Il SIS mirava ad istituire un'unione politica contro il bolscevismo e a fornire un aiuto materiale con lo scopo di attirare gli esuli nella sfera d'influenza inglese per operazioni di controspionaggio antisovietico e paramilitari. Gli inglesi avevano anche istituito delle logge massoniche tra gli esuli, attraendo in tal modo i più importanti leader balcanici'' (64).

Padre "Draganović cominciò a far pressioni sugli inglesi in favore della Confederazione Pandanubiana agli inizi del 1944, quando consegnò all'ambasciatore inglese presso il Vaticano una lunga nota, con cui inoltrava proposte fatte da alti ministri ustascia a Zagabria'' (66). 3. Gli intrighi degli Inglesi Il dato che emerge è la rivalità che c'era subito dopo la fine della guerra fra Londra e Parigi, entrambe nel tentativo di controllare l'Europa centrale. Tuttavia le loro politiche si concretizzavano in piani molto simili, e simili a quelli del papato: essenzialmente l'idea della Confederazione Danubiana. Molto presto gli inglesi riuscirono a togliere l'iniziativa ai francesi.

"Alla fine dell'estate 1946 i servizi segreti inglesi avevano ottenuto un innegabile predominio sui rivali francesi''(65)."Esisteva almeno un importante punto di accordo tra Parigi e Londra: si sarebbero dovuti escludere gli Stati Uniti da queste operazioni clandestine. Fu adottato lo slogan "l'Europa agli Europei, senza Russi né Americani. Facciamo combattere gli Stati Uniti contro i Russi e sfruttiamo la vittoria"'' (65).Gli inglesi "avevano fatto infiltrare alcuni agenti tra gli emigrati politici, istituendo così dei centri spionistici a Graz e a Klagenfurt, nella zona austriaca [da loro] controllata'' (64).

"Gli inglesi diedero assistenza persino ai nazisti e agli ustascia e, fin dall'inizio, costituirono centri militari e terroristici tra tutti i profughi balcanici. Avevano fretta e non volevano perdere tempo, per cui ebbero presto una magnifica organizzazione che si estendeva fino alle parti più remote dei Balcani'' (65). "John Colville, del Foreign Office, [...] ammise di aver permesso deliberatamente a molti fanatici ustascia di sfuggire alla giustizia'' (111).

"Nel maggio del 1945, gli inglesi avevano riconsegnato molti croati relativamente innocenti nelle mani del governo comunista di Tito, destinandoli a una morte sicura. Invece molti criminali di guerra colpevoli di orrendi delitti erano fuggiti'' (98). "Avvalendosi dei seguaci di Pavelić , gli inglesi avevano intenzione di rovesciare il governo comunista di Belgrado.

Alcuni simpatizzanti americani collaboravano già a questeoperazioni senza autorizzazione ufficiale'' (94). "La maggior parte delle volte, le operazioni occidentali [di arresto dei criminali di guerra] facevano fiasco in maniera spettacolare. La ragione di questo era molto semplice. Interi settori delle autorità alleate collaboravano, in realtà, con il Vaticano per garantire che a molti fuggiaschi fosse permesso di partire di nascosto da Genova.

Un diplomatico statunitense scoprì che le potenze occidentali erano apparentemente conniventi con il Vaticano e con l'Argentina per portare al sicuro in quest'ultimo paese persone colpevoli di crimini di guerra. Le cose stavano effettivamente così. Sia Washington sia Londra erano scese a patti con la Santa Sede per aiutare molti collaboratori dei nazisti a emigrare verso il sistema di espatrio clandestino messo a punto da Draganović.

Il Vaticano veniva cinicamente usato come copertura per la condotta immorale dell'occidente'' (119). "In quel periodo si poteva quasi parlare di cariche dirigenziali interdipendenti tra i servizi segreti occidentali e il Vaticano'' (123). 5. Intermarium

Intermarium era una "rete ben organizzata di emigrati politici nazisti dell'Europa centrale e orientale, la quale riceveva segretamente sostegno da parte di una piccola ma potente congrega di cui faceva parte lo stesso Pio XII'' (59). Le radici di quest'organizzazione anticomunista risalivano "agli anni Venti, [...] sorta a partire da un cosiddetto gruppo di esuli russi bianchi che fuggirono a Parigi in seguito alla presa del potere da parte dei bolscevichi'' (59).

"L'Intermarium proclamava la necessità di una potente Confederazione Anticomunista Pandanubiana, composta per la maggior parte dalle nazioni cattoliche dell'Europa centrale. Prima della guerra, essa aveva ricevuto grandi aiuti dai servizi segreti francesi e inglesi per operazioni anticomuniste. [Nella fase prebellica] lo scopo dell'Intermarium era quello di creare un cordon sanitaire sia contro i russi sia contro i tedeschi'' (60).

Durante la guerra era stata uno "strumento nelle mani dei servizi segreti tedeschi: [...] nel 1939 la maggior parte dei capi dell'Intermarium aveva unito le proprie sorti a quelle di Hitler. Dopo la guerra, riuscirono a non farsi punire aiutando gli inglesi contro i sovietici'' (71).

"Il Vaticano aveva appoggiato [le operazioni relative all'organizzazione di movimenti clandestini contro i russi] lavorando ufficiosamente con i francesi e con gli inglesi affinché dopo la seconda guerra mondiale l'Intermarium tornasse in attività'' (61). "La grande maggioranza dei capi dell'Intermarium era composta da ex-capi fascisti che lavoravano per i servizi segreti inglesi o francesi'' (67).

"Per iniziativa di Rohracher, [arcivescovo di Salisburgo,] il vescovo di Klagenfurt indisse un incontro per discutere l'opportunità di riunire, in questa Confederazione [Pandanubiana] le nazioni cattoliche dell'Europa centrale. Oltre a Rohracher e al vescovo di Klagenfurt, parteciparono all'incontro anche i vescovi Gregory Rozman di Lubiana e Ivan Saric di Sarajevo. Questi ultimi due prelati erano stati collaboratori entusiasti dei nazisti'' (136). Il presidente di Intermarium era lo sloveno Miha Krek (67).. Il principale organizzatore era l'ungherese Ferenc Vajta. Secondo quest'ultimo, occorreva "una Confederazione Danubiana in cui venisse riconosciuta la libertà di tutti i popoli attraverso una democrazia sana e tradizionale. [Secondo lui era] giunto il momento di creare la grande unità europea e una Confederazione Pandanubiana composta da popoli aventi la stessa cultura e le stesse tradizioni'' (72). "Sotto la direzione francese, Vajta formò dei centri spionistici ad Innsbruck, Friburgo e Parigi.

Gli emigrati politici viaggiavano coi documenti dell'Etat Majeur, così da poter andare in giro in tutta sicurezza e costituire una sofisticata rete di spionaggio'' (62). Erano coinvolti anche i gesuiti, "come agenti chiave del Vaticano, coinvolti in un programma di penetrazione all'interno di zone occupate dai comunisti'' (68). "Molti personaggi di spicco dell'Intermarium guidavano i corpi d'emigrazione patrocinati dal Vaticano:'' il vescovo Hudal, padre Draganović, monsignor Preseren, il vescovo Bucko, e padre Gallov (68).

Il CIC, servizio segreto americano, indagando trovò "tracce di questa confederazione pandanubiana nella rinascita postbellica del movimento ustascia.

Formatosi alla fine degli anni Venti, questo gruppo fascista aveva condotto, negli anni Trenta, una campagna terroristica a livello internazionale. Poi, durante la guerra, fu messo al potere in Croazia dai nazisti e procedette allo sterminio di centinaia di migliaia di civili innocenti.

Il 25 giugno, soltanto sette settimane dopo la conclusione della guerra, gli ustascia si erano messi in contatto con la missione papale a Salisburgo, nella zona dell'Austria controllata dagli Stati Uniti. Chiedevano l'assistenza del papa per creare un altro Stato croato indipendente, o almeno un'unione adriatico-danubiana in cui la Croazia, secondo le leggi di natura, avrebbe potuto avere la possibilità di svilupparsi'' (60).

Intermarium sfociò, fra le altre cose, nel movimento dei krizari, ossia un'organizzazione di terroristi croati, reclutati nelle file degli ex-ustascia, al fine di destabilizzare la Federazione di Jugoslavia (136). In Italia, il referente politico era la Democrazia Cristiana (68).

6. Strategia americana

Secondo Ferenc Vajta, dopo la guerra i servizi segreti americani avrebbero assoldato "soltanto ebrei: sovietofili e idioti'', credendo i "profughi" dei paesi cattolici dell'Europa centrale essere "tutti nazisti, tutti collaboratori, traditori e gente con cui non si poteva lavorare'' (72).

Questo era il motivo per cui i migliori esperti dell'Intermarium si misero a disposizione dei servizi francesi ed inglesi, i quali a differenza degli americani li accolsero "a braccia aperte''. La conseguenza per gli USA fu la perdita del controllo delle attività spionistiche in Austria e Germania (72).

Nel 1947, Vajta tentò di ottenere l'inversione di questa politica americana, cercando di convincere l'agente del CIC Gowen: "ne abbiamo abbastanza dei piccoli intrighi inglesi e francesi. Ora, finalmente, è giunto il momento di riorganizzare l'Europa orientale in modo che la pace sia fruttuosa. [...] Gli inglesi e i francesi non ci possono più aiutare economicamente, ma gli Stati Uniti possono farlo'' (72). Alcuni agenti americani stavano già collaborando con gli inglesi al piano per rovesciare il governo comunista di Belgrado avvalendosi dei seguaci di Pavelić , ma questo avveniva senza autorizzazione da parte dei comandi a Washington (94).

"Nei primi giorni di luglio 1947, invece, Gowen cominciò a sostenere energicamente che i servizi segreti americani avrebbero dovuto assumere il controllo dell'Intermarium; non molto tempo dopo, il funzionario del CIC smise di dare la caccia ai nazisti, ed incominciò piuttosto ad ingaggiarli'' (70). In particolare, gli americani rinunciarono a portare a compimento l'arresto di Ante Pavelić , marcando così la conclusione della loro alleanza con Vajta (92).

Nel settembre 1947, gli Stati Uniti aiutarono Vajta a fuggire dall'Italia verso la Spagna, e gli promisero "che, se l'ungherese fosse riuscito ad organizzare un nuovo movimento, avrebbe avuto a disposizione i fondi statunitensi'' (74).

7. L'Unione continentale

Nell'autunno 1947 "Vajta decise di fondare un nuovo gruppo anticomunista, che battezzò Unione Continentale. Il suo scopo era quello di togliere all'Intermarium, controllato dagli inglesi, i capi degli immigrati politici, per attirarli nell'orbita di Washington'' (74-75).

Vajta e Gowen "ricevettero anche l'aiuto di un alto sacerdote cattolico ungherese, monsignor Zoltán Nyísztor. [...] Ciò consentì loro di procurarsi il sostegno del nunzio papale a Madrid, che giunse in loro aiuto con una lettera dai toni accesi di quattro pagine, indirizzata al ministro degli esteri [spagnolo] Artajo, avvertendo che l'Intermarium aveva subito delle infiltrazioni da parte della massoneria francese e inglese. In seguito all'intervento diplomatico del Vaticano, Artajo ordinò ai suoi funzionari di aiutare Vajta e la sua Unione Continentale'' (75).

Insieme al suo "vecchio amico'' Marjan Szumlakowski, Vajta intavolò "dei negoziati con alti funzionari del governo del generale Franco, il cui risultato fu l'istituzione di un nuovo centro di emigrati politici a Madrid'' (75). Gli uomini dell'Unione Continentale avevano "libero ingresso in Spagna [...] in cambio di informazioni segrete sulle operazioni sovietiche'' (75). Erano stati stabiliti contatti con l'arcivescovo di Toledo (68).

Era inoltre coinvolto anche Joaquin Ruiz-Giménez, il quale poco dopo "venne nominato ambasciatore del generale Franco presso la Santa Sede'' (75). L'istituto culturale spagnolo diretto da Giménez costituiva la copertura ai finanziamenti governativi spagnoli (75). L'Unione Continentale morì nel 1948, quando Vajta fu arrestato negli Stati Uniti (77).

8. La rete di fuga dei criminali di guerra tedeschi

I conventi, gli istituti religiosi e le organizzazioni caritatevoli costituivano nel 1945 la rete attraverso la quale i nazisti poterono sfuggire ai tribunali: "Alcuni dei criminali di guerra più ricercati passarono da Rauff, a Milano, al vescovo Hudal nel Pontificio Collegio di Santa Maria dell'Anima a Roma, per finire poi dall'arcivescovo Siri a Genova. Qui s'imbarcarono su delle navi e salparono verso una nuova vita in Sudamerica'' (48).

La rete era stata predisposta con un certo anticipo: Hudal incontrò Walter Rauff, assassino di circa 100.000 persone uccise nei furgoni a gas mobili, fin dalla primavera del 1943 (41). In quell'occasione "furono stabiliti i primi contatti [...] che avrebbero portato, infine, all'istituzione, da parte di Hudal, di una rete per l'espatrio clandestino dei criminali nazisti'' (42).

"A seguito del crollo effettivo dell'esercito tedesco in Italia, Pio XII avviò una campagna per ottenere il diritto di inviare i suoi rappresentanti personali in visita alle decine di migliaia di prigionieri di guerra e internati civili che allora si trovavano nei campi italiani'', con particolare riferimento a quelli di lingua tedesca (43-44). Ottenuto tale diritto, fu nominato "per prestar soccorso alla popolazione nemica sconfitta [il vescovo antisemita] Hudal'' (44). La scelta ebbe il complice avallo degli Americani, che "sapevano tutto sulle convinzioni politiche del vescovo austriaco'' e il cui servizio segreto aveva redatto un dossier sul libro filonazista che costui aveva pubblicato nel 1936 (45). "Senza la diretta intercessione diplomatica del Vaticano [egli] non sarebbe mai riuscito a entrare in contatto con tanti criminali di guerra nazisti''(45).

Lo stesso Hudal, molti anni più tardi scrisse: "Ringrazio Dio per avermi permesso di visitare e confortare molte vittime nelle loro prigioni e nei campi di concentramento e di aiutarle a fuggire con falsi documenti di identità. [...] La guerra intrapresa dagli alleati contro la Germania non fu motivata da una crociata, bensì dalla rivalità dei complessi economici per la cui vittoria essi avevano combattuto. Questo cosiddetto business [...] si servì di slogan come democrazia, razza, libertà religiosa e cristianesimo quali esche per le masse. Tutte queste esperienze mi fecero sentire in dovere, dopo il 1945, di dedicare la mia opera caritatevole principalmente ad ex-nazionalsocialisti ed ex-fascisti, soprattutto ai cosiddetti "criminali di guerra"'' (45). Hudal era in grado di fornire qualsiasi tipo di documenti falsi: "carte d'identità italiane, falsi certificati di nascita, persino dei visti per il paese verso cui si era diretti. I più utili erano i passaporti della Croce Rossa Internazionale'' (48). "La Santa Sede patrocinava il traffico illecito di documenti della Croce Rossa, ottenuti con un falso nome o una falsa nazionalità. [...] Il perno di questa operazione era il prete ungherese Gallov'' (52).

I passaporti e documenti di identità e di viaggio occorrenti per aiutare i suoi amici nazisti erano forniti al vescovo Hudal da Montini tramite la Commissione Pontificia di Assistenza ai profughi e la Caritas Internazionale (43). Il traffico illecito di documenti della Croce Rossa era noto ai servizi segreti americani (49), ed anche il fatto che il Vaticano stava agevolando la fuga di criminali di guerra, come è scritto nel "Rapporto La Vista" del 1947: vi erano elencate "più di venti organizzazioni assistenziali vaticane implicate nell'emigrazione illecita o sospettate di esserlo. In cima alla lista degli ecclesiastici coinvolti c'era l'onnipresente vescovo Hudal'' (50).

"I burocrati di Washington decisero, alla fine, di inoltrare soltanto una protesta discreta e molto informale presso la Santa Sede'' (53). "Il Dipartimento di Stato sembrava preoccuparsi maggiormente del fatto che i documenti falsi potessero inavvertitamente aiutare degli ebrei diretti in Palestina o degli agenti segreti comunisti [...] diretti verso l'emisfero occidentale'' (53). Inoltre il capitale privato americano aveva preso, autonomamente rispetto al proprio governo, l'iniziativa di finanziare quest'emigrazione illegale (54). Le azioni di Hudal a favore dei nazisti non passarono inosservate, ed una serie di articoli apparsi sulla stampa italiana nel 1947 fecero scoppiare uno scandalo, mettendo in cattiva luce persino Pio XII (54). Hudal fu costretto a ritirarsi, ma non per questo terminò il traffico: "da quel momento vennero prese misure straordinarie per nascondere i percorsi di fuga dei nazisti'' (55). La rete fu riorganizzata meglio, e sempre con l'autorizzazione di alti funzionari ecclesiastici: "Il Vaticano sceglieva, per questo lavoro, dei preti fascisti dell'Europa Centrale'' (55).

La rete di fuga di Hudal era inserita nell'organizzazione nota con la sigla ODESSA - Organisation der Ehemaligen SS Angehörigen (organizzazione degli ex-appartenenti alle SS). Troviamo ulteriori annotazioni nell'articolo "I segreti della ODESSA" su Storia Illustrata: "Segnando un giorno su un mappamondo gli itinerari percorsi nella loro fuga da alcuni tra i maggiori criminali nazisti, Simon Wiesenthal [un sopravvissuto del campo di concentramento di Mauthausen, diventato poi cacciatore di nazisti e direttore del Centro di Documentazione di Vienna sull'olocausto] si accorse che seguivano grosso modo tre direttrici principali. Il primo di questi itinerari conduceva dalla Germania in Austria, poi in Italia e di qui in Spagna. Il secondo collegava la Germania con i paesi arabi, il terzo con il Sud America, precisamente con l'Argentina.

Questo paese infatti, fino al 1955 - l'anno in cui cadde la dittatura di Perón - fu uno dei rifugi preferiti dei criminali nazisti che in seguito si indirizzarono verso il Paraguay. Wiesenthal constatò che molte fughe, iniziate nelle più diverse città tedesche, convergevano verso Memmingen, un centro medievale nel cuore dell'Allgäu (regione della Germania meridionale, tra la Baviera e il Württemberg); da qui i fuggiaschi si dirigevano a Innsbruck e, attraverso il Brennero, passavano in Italia. [...] Alla fine della guerra, in piena occupazione alleata, era sorta in Germania una serie di reti di contatto tra i nazisti chiusi in carcere e gruppi clandestini che facevano capo a ex-gerarchi i quali vivevano nascosti sotto falsi nomi.

Già molto tempo prima del crollo del Terzo Reich, infatti, i capi nazisti avevano ricevuto dal partito documenti di identità con nomi falsi e stabilito dei codici segreti da usare in caso di necessità. [...] Le due principali vie di fuga andavano da Brema a Roma e da Brema a Genova. Lungo tutto il confine austro-tedesco, nel distretto di Salisburgo e in Tirolo, ogni 60 o 70 km di percorso c'era uno scalo costituito da un massimo di cinque persone, le quali conoscevano soltanto l'ubicazione dei due scali più vicini: quello da cui giungevano a loro i fuggiaschi e quello a cui dovevano indirizzarli.

Questi scali erano mimetizzati nei luoghi più fuorimano: capanne isolate, fattorie vicine ai confini, locande nascoste in mezzo ai boschi. Qui i fuggiaschi giungevano accompagnati dai "corrieri", persone che si occultavano sotto le più impensate attività. Tra questi corrieri, ad esempio, c'erano molti degli autisti tedeschi che gli Alleati avevano assunto per guidare sull'autostrada Monaco-Saliburgo i camion militari adibiti al trasporto del giornale dell'esercito americano "The Stars and Stripes".

Così, spesso, nascosti dietro pacchi di giornali, viaggiavano criminali nazisti. Questi poi, con documenti falsi e talvolta accompagnati da donne e bambini che per sviare l'attenzione delle autorità di frontiera si dichiaravano loro parenti, riuscivano a varcare il confine. [...] Fu grazie all'ODESSA - afferma Wiesenthal - che Bormann, Eichmann, Mengele e altri, riuscirono a fuggire dalla Germania e a far perdere così bene le loro tracce. In seguito, da altre fonti, Wiesenthal apprese che uno dei principali organizzatori dell'ODESSA era un ex-capitano delle SS: Franz Röstel, che si nascondeva sotto il nome di Haddad Said, viaggiava con passaporto siriano e faceva la spola da Lindau a Zurigo o Ginevra e da qui verso la Costa Brava, in Spagna (altro rifugio prediletto dagli ex-nazisti), l'Oriente, il Sud America. Scoprì anche che l'ODESSA si era valsa più volte, tra l'Italia e l'Austria, della cosiddetta via dei conventi, servendosi cioè di case religiose, soprattutto di frati i quali, per carità cristiana, davano ospitalità per qualche ora o per qualche giorno ai fuggiaschi, come in passato avevano accolto gli ebrei braccati dai nazisti.''

L'ODESSA era finanziata con i fondi degli "industriali della Renania e della Ruhr, che nel 1933 erano stati i sostenitori di Hitler, [i quali] avendo compreso che la guerra era ormai perduta, avevano deciso di buttare a mare il Führer. Si erano perciò accordati per impedire che le ricchezze del Terzo Reich cadessero in mano agli Alleati. Così cominciarono a trasferire cospicui fondi nei Paesi neutrali, sotto la copertura di uomini di paglia che, con operazioni commerciali legittime, diedero vita a colossali imprese.

Un rapporto pubblicato nel 1946 dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti riferisce che le società create in tutto il mondo con il denaro proveniente dai forzieri degli industriali nazisti erano allora 750, di cui 112 in Spagna, 58 in Portogallo, 35 in Turchia, 98 in Argentina, 214 in Svizzera, 233 in vari altri paesi. Ma il segreto bancario, inviolabile, copre questi trasferimenti di fondi e con essi i nomi dei finanziatori dell'organizzazione ODESSA.''


9. La rete di fuga dei criminali di guerra croati

"La maggior parte degli assassini non era neppure tedesca. Alla fine della seconda guerra mondiale, c'erano decine di migliaia di europei dell'Europa orientale e centrale che avevano collaborato con i nazisti ed erano altrettanto colpevoli. Erano capi dei governi fantoccio nazisti, funzionari municipali, capi di polizia e membri delle unità locali di polizia ausiliaria che avevano eseguito l'olocausto. Molti si trovavano sulle liste nere degli alleati'' (97).

Fra gli stati fantoccio di Hitler vi era la Croazia indipendente, governata dal movimento ustascia (fascisti croati) di Ante Pavelić . Se la rete del vescovo Hudal era specializzata nella fuga dei criminali di guerra tedeschi, esisteva una seconda rete specializzata negli ustascia. "Padre Krunoslav Draganović, segretario dell'Istituto Croato di San Girolamo, era il principale organizzatore delle ratlines utilizzate da noti criminali di guerra per sfuggire'' alla giustizia (85). "Gli ustascia furono i primi a beneficiare della protezione di Draganović.'' Secondo gli storici ufficiali del Vaticano, infatti, si trattava di "profughi croati" (98).

La maggior parte dei fuggiaschi finì per trovare rifugio in Gran Bretagna, Canada, Australia e Stati Uniti (97). Non era per puri fini umanitari che il Vaticano metteva in salvo queste persone: "Draganović li reclutava per entrare a far parte dei krizari'', e per utilizzarli in azioni terroristiche contro la Federazione Jugoslava (131). Anche i fascisti sloveni fuggivano: "nell'agosto del 1944 [...] gli ecclesiastici sloveni stavano collaborando attivamente con i nazisti e già operavano a stretto contatto con Draganović per fornire assistenza ai profughi'' (137).

"La Chiesa aveva conferito pieni poteri a Draganović'' e, a dire di padre Cecelja, ne approvava il lavoro (105). "Una volta, all'inizio di marzo del 1946, il sacerdote croato si appellò a eminenti figure ecclesiastiche in varie parti del mondo, tra cui i cardinali Griffin e Gilroy in Inghilterra e in Australia, richiedendo la loro assistenza. Poi fece pressioni sulla Segreteria di Stato affinché intervenisse ufficialmente. Infine, si rivolse direttamente a Pio XII. L'oggetto del suo appello erano duecento ex-miliziani ustascia e numerosi membri delle scellerate divisioni SS Principe Eugenio e Handzar.

I primi erano slavi tedeschi, mentre i secondi venivano raccolti tra la considerevole popolazione musulmana della Bosnia. Entrambi i gruppi avevano commesso delle atrocità contro civili innocenti. Tra le altre persone difese da Draganović, figuravano gli ex-ministri del governo ustascia Dragutin Toth, Vjekoslav Vrancic, Mile Starcevic, e Stjiepo Peric, come pure l'ex-capo dell'aviazione Vladimir Kren. [...] Alcuni di questi uomini si nascondevano all'interno dell'Istituto di San Girolamo o in Vaticano.

Il Vaticano agì subito, sottoponendo questi casi all'attenzione dei diplomatici inglesi e americani e raccomandando alla loro cortese attenzione e considerazione l'appello di padre Draganović. Fecero seguito molti altri interventi diplomatici da parte del Vaticano, la maggioranza dei quali in favore di uomini che avevano perpetrato di recente l'olocausto nazista'' (126-127). Come nel caso della rete di Hudal, i preparativi iniziarono con grande anticipo.

Sin dall'agosto 1943 Draganović cominciò ad intercedere per Ante Pavelić in Vaticano, e ad attuare "i piani di Pavelić relativi all'istituzione di un sistema per l'espatrio clandestino dei nazisti'', coinvolgendo lo stesso papa Pio XII e "alti funzionari della Segreteria di Stato vaticana e dei servizi segreti italiani. Il suo collegamento più importante era quello con monsignor Montini'' (66,98). Nel 1944, la ratline era già pronta per essere aperta (67).

"La maggior parte dell'organico [della ratline] era costituito da sacerdoti croati'', la maggior parte dei quali erano legati alla Confraternita di San Girolamo (107-108). "Con l'aiuto di altri ecclesiastici, fanatici nazionalisti croati, [la Confraternita] divenne il quartier generale delle ratlines'' (66). "Sebbene Draganović fosse noto ai diplomatici occidentali come fanatico ustascia, i servizi segreti alleati gli diedero carta bianca'' per visitare i campi profughi, esattamente come avevano fatto con Hudal (98-99). "Nel maggio del 1945, servendosi di documenti di viaggio americani, il sacerdote slavo si avventurò fuori di Roma. A bordo di un'automobile americana, visitò l'Italia settentrionale e le zone intorno a Klagenfurt e Villach, sul confine austro-jugoslavo. Lì prese contatto con i maggiori leader ustascia, nonché con altri sacerdoti fascisti che prendevano parte alle operazioni della ratline.

Il perno dell'organizzazione di Draganović per l'espatrio clandestino era la Confraternita di San Girolamo, che prendeva il nome dall'omonimo istituto situato a Roma, in via Tomacelli 132, base principale delle sue operazioni. Il comitato centrale della confraternita era costituito da monsignor Juraj Magjerec, presidente e rettore dell'Istituto, da padre Dominik Mandic, vicepresidente e tesoriere, e dal suo assistente Vitomir Naletilic, nonché naturalmente da padre Krunoslav Draganović, che ricopriva la carica di segretario.

La confraternita fu presto riconosciuta Comitato ufficiale croato della Commissione Assistenziale Pontificia, il corpo papale di assistenza ai profughi. [...] In apparenza, il comitato croato offriva assistenza morale e materiale ai profughi, ma attraverso la commissione pontificia manteneva anche stretti collegamenti con la Croce Rossa Internazionale e con le autorità alleate in Italia.

Draganović aveva rapporti particolarmente stretti con due ufficiali dei servizi segreti occidentali, il colonnello C. Findlay, direttore della sezione profughi e rimpatrio delle forze di occupazione, e il suo assistente, il maggiore Simcock. [...] Draganović aveva anche stretti rapporti con importanti funzionari italiani, specialmente col funzionario degli Affari Interni, Migliore, che dirigeva il servizio segreto italiano e la sezione di polizia che si occupava dei profughi in Italia. Draganović raggiunse un accordo con Migliore per ottenere ufficiosamente l'appoggio dell'Italia -in particolare quello della sezione stranieri della questura- alla sua ratline. Attraverso questa ragnatela di influenti contatti, Draganović costruì una sofisticata organizzazione che si estendeva in Italia, in Austria e in Germania.

Il comitato croato della Commissione Profughi del papa era in grado d'inviare i suoi agenti a far visita ai numerosi campi in cui si erano rifugiati i criminali di guerra nazisti che cercavano di fuggire. La maggior parte di questi agenti era costituta da sacerdoti cattolici croati e, anche se gran parte del loro lavoro spirituale e materiale consisteva nell'aiutare effettivamente i malati, gli invalidi, le vedove e i veri profughi, c'era tempo in abbondanza per aiutare anche i fuggiaschi'' (99-100). Tra i fuggiaschi che ricevettero l'aiuto di Draganović, il nome eccellente è quello dell'ex-dittatore croato Ante Pavelić in persona.

"Nell'ambito dei servizi segreti occidentali, quasi tutti sapevano che Draganović stava proteggendo Ante Pavelić , che si nascondeva in Vaticano. Inoltre, all'epoca, la ratline di Draganović era nota a tutti nell'ambito dei servizi segreti. Il sacerdote era tristemente noto per il suo vizio di aiutare i criminali di guerra a fuggire'' (123). Del resto, gli anglo-americani non si limitavano a lasciarlo fare. "Draganović faceva regolarmente visita al quartier generale dell'esercito e dei servizi segreti a Roma, dove il maggiore Simcock gli rivelava i dettagli delle imminenti operazioni di arresto dei fuggiaschi'' (121). "Gli Italiani vennero a sapere che, presso la Confraternita di San Girolamo, erano alloggiati molti criminali latitanti, tra i quali alcuni alti membri del governo di Pavelić . Tuttavia non venne intrapresa alcuna azione contro Draganović né contro i funzionari italiani che gli davano una mano'' (109-110). Ed infatti, erano stretti i legami del prete croato nei servizi segreti italiani (123). Grazie all'aiuto di Montini e della Commissione papale per l'assistenza ai profughi, Draganović "ottenne una gran quantità di documenti di identità. [...] Migliaia di questi documenti aiutarono i fuggitivi ad eludere la giustizia'' (67).

"La ratline di Draganović era una rete sofisticata e professionale. Era ottimamente organizzata e poteva occuparsi di centinaia di fuggitivi alla volta. [In tutto] furono fatte pervenire a Roma circa 30.000 persone provenienti dall'Austria, per poi farle proseguire fino a Genova e a nuove patrie nell'America settentrionale e meridionale e in Australia'' (96). "Le operazioni di espatrio clandestino ebbero inizio in Austria, dove padre Cecelja fungeva da collegamento con Roma'' (100). Cecelja era il terminale austriaco di Draganović, e aveva iniziato a lavorare alla preparazione della rete di espatrio sin dal maggio 1944 (102). Cecelja si trovava a Vienna. L'armata rossa avanzava, e la sconfitta si avvicinava.

Nella Pasqua del 1945 "l'irriducibile "ustascia giurato" (Cecelja) lasciò Vienna e trasferì la sua base vicino a Salisburgo, dove, alla fine della guerra, si erano riuniti molti fuggitivi nazisti'' (102). Intervistato dagli autori del libro, "Cecelja dichiarò con orgoglio [che il suo compito era stato quello di] fornire documenti alle persone che avevano perduto i propri. Non nascose di aver aiutato dei fuggitivi a cambiare identità:Disponevo di moduli di domanda della Croce Rossa a pacchi, per mezzo dei quali fornivo una nuova identità a chiunque volesse cambiare il proprio nome e la propria storia personale'' (103).

"In Austria era la sua sezione dell'organizzazione a prendersi cura dei fuggitivi, dando loro i soldi, il cibo, l'alloggio e i documenti falsi di cui avevano bisogno per intraprendere il viaggio dall'Austria all'Italia. A Roma, invece, era Draganović il centro nevralgico dell'operazione. Provvedeva ai documenti di viaggio internazionali e, attraverso i suoi contatti ad alto livello con i consolati sudamericani procurava i visti necessari, soprattutto per l'Argentina. Una volta a settimana Cecelja chiamava Draganović per sapere quanti posti fossero disponibili per quella settimana, e poi inviava a Roma quel numero esatto di persone'' (105).

Draganović forniva ai fuggiaschi croati "il necessario aiuto morale e materiale, facendo in modo di farli fuggire in Sudamerica. Veniva aiutato in questa attività dai suoi numerosi contatti con le ambasciate e le legazionidel Sudamerica in Italia e con la Croce Rossa Internazionale, nonché dal fatto che la Confraternita croata del Collegio di San Girolamo degli Illirici, dove aveva il suo ufficio, emetteva false carte d'identità a beneficio degli ustascia. Con tali documenti e con l'approvazione della Commissione Pontificia per l'Assistenza ai Profughi, situata in via Piave 41 a Roma e controllata quasi esclusivamente dagli ustascia, si potevano ottenere passaporti della Croce Rossa Internazionale, di cui Draganović riusciva a garantire l'emissione'' (109).

"Le carte d'identità false rilasciate ai criminali di guerra in fuga erano stampate nella tipografia francescana. [...] A organizzare tutto questo era [il francescano] padre Dominik Mandic, il rappresentante ufficiale del Vaticano presso la Confraternita di San Girolamo'' (109). "Avvalendosi dei suoi collegamenti con la polizia segreta italiana, Draganović fece sì che le carte d'identità francescane venissero accettate come documenti ufficiali sulla cui base venivano poi rilasciate le carte d'identità italiane e i permessi di residenza'' (109). Mandic "mise anche la tipografia francescana a disposizione dell'apparato propagandistico degli ustascia. Gran parte della campagna, patrocinata dagli inglesi e intrapresa nei campi profughi come quelli di Fermo, di Modena e di Bagnoli, dovette il suo successo ai tipografi francescani.

Lo stesso Mandic visitava regolarmente i campi per pronunciare discorsi d'incitamento ai militanti ustascia riuniti per ascoltarlo'' (109). "La tappa successiva della sofisticata ratline del Vaticano era Genova, dove un altro sacerdote croato si occupava dei passeggeri: monsignor Karlo Petranović'' (113). "Draganović gli telefonava regolarmente per dirgli di quanti posti avesse bisogno. Petranović aveva già visitato gli uffici d'imbarco locali e prenotato delle cuccette. Diceva allora a Draganović quante fossero le cuccette disponibili e, un paio di giorni prima dell'imbarco, veniva mandato a Genova un numero corrispondente di persone. Draganović aveva già fornito ai passeggeri i documenti di viaggio e i visti necessari, perciò Petranović non doveva fare altro che trovar loro un alloggio per pochi giorni e poi condurli alla nave.

Alcune delle persone che aiutò erano senza dubbio profughi veri e propri; [tuttavia] molti importanti criminali di guerra fuggirono da Genova grazie al suo aiuto'' (116). Gli inglesi conoscevano benissimo i movimenti di Petranović a Genova, dato che lo tenevano sotto sorveglianza speciale (116).

10. I krizari

Il motivo per cui il Vaticano ed i servizi segreti occidentali lasciarono fuggire gli ustascia era la necessità di sconfiggere il nemico "ateo bolscevico", creando un movimento di resistenza clandestino per far scoppiare un'insurrezione nella neonata Jugoslavia di Tito. Oltre al compito di aiutarli a scappare, nel dopoguerra Draganović aveva anche "quello di coordinare e dirigere l'attività degli ustascia in Italia'' (108).

Poche settimane dopo la conclusione della guerra, il 25 giugno 1945, gli ustascia si erano messi in contatto con la missione papale a Salisburgo, nella zona dell'Austria controllata dagli Stati Uniti (60). "Chiedevano l'assistenza del papa per creare un altro Stato croato indipendente, o almeno un'unione adriatico-danubiana in cui la Croazia, secondo le leggi di natura, avrebbe la possibilità di svilupparsi'' (60).

"Uno degli ecclesiastici che maggiormente si impegnarono ad aiutare gli ustascia fu l'arcivescovo di Salisburgo Andreas Rohracher [il quale] mise la Chiesa a disposizione della Confederazione Pandanubiana dell'Intermarium'' (136). I servizi segreti occidentali conoscevano benissimo queste trame, ed un rapporto dei servizi segreti USA di quegli anni lo riassumeva con le seguenti parole: "Stanno tentando di istituire lo Stato Intermarium o Inter-Danubio, composto da tutte le nazioni cattoliche dell'Europa sudorientale'' (149). Anche "importanti politici e burocrati italiani aiutavano le operazioni terroristiche dei krizari'' (135). Nel 1945 gli ustascia formularono "l'offerta di mettersi a disposizione del comando anglo-americano. [...] Gli inglesi avevano accettato immediatamente questa offerta'' (136)."Sia gli inglesi sia, in un secondo momento, gli americani avevano assoldato quegli stessi nazisti che venivano protetti dalla Chiesa'' (128)per "colpire con azioni terroristiche bersagli strategici e uomini al servizio dei comunisti'' all'interno della Jugoslavia (129).

"Questi agenti venivano presi dalle fila degli ustascia sconfitti di Pavelić . Riandando ai giorni della cristianità militante, il poglavnik chiamò questi guerrieri cattolici "krizari", ossia i suoi crociati'' (129). Tale nome derivava da quello di un gruppo ecclesiastico ufficiale degli anni Trenta, denominato anch'esso "krizari" (145). "Il distaccamento del CIC a Trieste riceveva informazioni sulle operazioni che inglesi e americani dovevano compiere congiuntamente, tra cui una campagna di reclutamento patrocinata dagli alleati al fine di procacciare volontari per il movimento krizari. Molti di questi volontari erano già stati portati in un campo di addestramento americano ad Udine o lì vicino, dove ricevevano la preparazione necessaria. Venivano dati loro approvvigionamenti e uniformi dell'esercito americano, più 700 lire al giorno di paga. Alla fine del loro addestramento, gli uomini venivano muniti di armi americane e portati in Austria, dai cui confini entravano in territorio jugoslavo. Potevano utilizzare i campi inglesi in Austria, nei quali si ritiravano periodicamente per riposarsi'' (145).

Uno dei principali collegamenti americani con la ratline di Draganović "durante gli anni 1946-47 [era] il colonnello Lewis Perry, [che] faceva parte del distaccamento del CIC a Trieste'' (145-146). Costui manteneva rapporti in particolare con Srecko Rover (146). "Pavelić e Draganović collaboravano strettamente, impartendo di comune accordo i loro ordini ai gruppi terroristici'' (132). "Pavelić e i camerati più vicini a lui s'incontravano regolarmente con elementi simpatizzanti delle forze armate inglesi, che avevano pagato per la riorganizzazione unitaria degli ustascia da usare, alla fine, contro Tito'' (136).

"I rifornimenti militari ai krizari provenivano quasi esclusivamente dagli inglesi e comprendevano mortai, mitragliatrici, fucili mitragliatori, radio ricetrasmittenti da campo e uniformi di fattura inglese'' (136-137). In Vaticano si trovava "il centro del comando. Gli aiuti [...] armi e altri rifornimenti di base arrivavano dal Vaticano con metodi clandestini. [...] Le armi che giungevano in Croazia provenivano dalla Svizzera'' (137). Il finanziamento del movimento avveniva attraverso le operazioni di riciclaggio di denaro sporco di sangue proveniente dal furto nei confronti degli ebrei e dei serbi durante la guerra; inoltre "attraverso figure molto influenti in ambito ecclesiastico, il comando dei krizari riceveva dei fondi vaticani. Alcuni furono usati per indurre il governo italiano di Alcide de Gasperi a fornire le armi richieste per la loro crociata contro Tito'' ( 43).

"Il colonnello dei krizari Drago Marinkovic [...] aveva la responsabilità di procurarsi armi e fondi di provenienza italiana, viaggiando in lungo e in largo per le missioni tra Trieste, Venezia e Roma. Inoltre Marinkovic aveva contattato il Vaticano a Roma, dove [era] riuscito ad ottenere una grossa somma di denaro. [...] Questi soldi servirono per procurarsi delle armi: [...] un camion con rimorchio che trasportava fucili mitragliatori nascosti tra pezzi di mobilio [fu consegnato ad] un gruppo di persone in attesa di portare le armi in Jugoslavia'' (143). "I criminali comuni, soprattutto spacciatori di droga e operatori del mercato nero, venivano spesso utilizzati per aiutare i krizari ad attraversare il confine jugoslavo'' (145). Il traffico delle armi avveniva "dietro la copertura della Croce Rossa Italiana'' (145).

A dicembre 1945 "padre Ivan Condric e altri quattro preti furono riconosciuti colpevoli di aver organizzato le azioni terroristiche dei krizari'' (131). Si trattava del primo processo contro i krizari in Jugoslavia: in seguito ne vennero altri. "Nell'agosto del 1946, una quantità considerevole di opuscoli venne gettata sul territorio croato da alcuni aeroplani, decollati, a quanto pare, dalla zona inglese dell'Austria. Questi opuscoli, firmati da Pavelić , dichiaravano che la guerra sarebbe continuata senza tregua fino alla definitiva eliminazione di Tito [...]'' (136). Negli anni 1946-47, i krizari si infiltrarono in Croazia a partire dalle loro basi in Austria: "i loro ordini erano di rafforzare il movimento clandestino e di lanciare una violenta campagna di assassinii e sabotaggi, per prepararsi al momento in cui avrebbero finalmente regolato i conti coi loro vecchi nemici. Il loro scopo era quello di ricongiungersi coi potenti reparti che operavano sull'impervio terreno, distruggere le comunicazioni telegrafiche, telefoniche e ferroviarie, attaccare l'industria e assassinare i più importanti rappresentanti politici e militari. Invece di trovare un movimento clandestino ben organizzato di 300.000 uomini, s'imbatterono presto nell'efficiente e spietata polizia segreta di Tito. A pochi giorni, se non addirittura a poche ore, dal superamento del confine, la maggior parte di loro si ritrovò in mano ai comunisti'' (130-131).

Tra di loro "c'erano alcune persone che avevano eseguito le stragi più brutali per conto di Ante Pavelić , uomini che avevano messo in atto i sanguinosi metodi politici e razziali del loro poglavnik con incredibile accanimento'' (130). "Il contatto radio era mantenuto mediante una radio da campo fatta funzionare da Vrancic [...] e situata nella zona inglese dell'Austria. Si ritiene che al servizio di corriere ustascia all'interno delle zone austriache collaborasse la Chiesa cattolica romana in Austria [e in particolare] il cardinale di Graz'' (133). "L'uomo al comando delle operazioni era uno dei più fedeli servitori del poglavnik, Bozidar Kavran, assistito da Lovro Susic'' (134). "Gli Sloveni avevano istituito la loro sezione del movimento krizari'' sotto la leadership spirituale del vescovo di Lubiana Rozman, che si era rifugiato a Klagenfurt (137-138). Il capo dei krizari sloveni era Franjo Lipovec (143).

"Nel 1945 [Lipovec] fu arrestato dal SIS a Trieste, dove [...] fu assunto e stipendiato'' dal servizio segreto inglese (143). "Lipovec costituiva il principale legame tra i krizari e il governo italiano. Nell'agosto 1946, s'incontrò con alti ufficiali del servizio segreto militare italiano, i quali proposero di stabilire un certo grado di collaborazione. Lipovec accettò la loro offerta e vendette completamente se stesso e i suoi piani agli italiani. Tali piani vennero a loro volta forniti al capo di gabinetto di De Gasperi e, in seguito, il presidente del Consiglio italiano assicurò a Lipovec che il suo governo avrebbe fatto, in via ufficiosa, qualsiasi cosa in suo potere per rafforzare l'opposizione a Tito, promettendogli un appoggio incondizionato nel caso in cui la situazione si fosse fatta più favorevole.

Con il sostegno finanziario dei servizi segreti italiani, Lipovec e i suoi camerati lanciarono quindi una campagna di propaganda per procurarsi nuove reclute tra gli esuli politici a Trieste. Il passo successivo fu quello di armare le unità di krizari che si trovavano nella zona e, dopo diversi incontri col servizio segreto italiano, Lipovec raggiunse un accordo secondo cui armi provenienti dai depositi dell'esercito italiano sarebbero state messe a sua disposizione per essere inviate ad elementi krizari che si trovavano a Trieste. Nei mesi di febbraio e marzo del 1947, secondo l'accordo, [...] furono consegnati otto carichi d'armi, che comprendevano 500 armi automatiche, circa 4.000 granate a mano, 100 pistole e più di 30 bombe a orologeria. I servizi segreti italiani pagarono le spese di trasporto per portare le armi fuori dalla zona alleata di Trieste fino in Jugoslavia'' (143-144).

"Trieste [che si trovava sotto l'amministrazione militare degli inglesi] rappresentava il punto d'incontro tra le forze di resistenza all'interno della Jugoslavia e le forze che le stavano finanziando, controllando e dirigendo in Italia. Il principale collegamento era costituito dal professor Ivan Protulipac, [...] l'uomo di padre Draganović a Trieste'' (144-145). Protulipac "dopo la guerra assunse un ruolo di primo piano [...] finché verso la fine del 1946 gli agenti comunisti non lo assassinarono a Trieste'' (145). "La sezione croata della Croce Rossa fondata da Cecelja era, in effetti, sotto il controllo degli ustascia, che ne utilizzavano i vari uffici come agenzia per la raccolta di informazioni per operazioni clandestine in Jugoslavia e in Austria. Inoltre Cecelja era noto come uno dei principali organizzatori ustascia in Austria, dove [venivano organizzati] regolarmente raduni militari'' (104).

Una delle loro basi era a Trofaiach (Austria), ed era diretta da Bozidar Kavran e Srecko Rover (146). Quest'ultimo fu successivamente sospettato diessere una spia di Tito, in quanto tutte le operazioni da lui dirette si rivelarono disastrose: i suoi uomini venivano regolarmente arrestati appena mettevano piede in Jugoslavia, mentre lui la scampava sempre (147-148). "Tanti dei criminali di guerra che vennero [tratti in salvo dalla rete di Draganović] furono catturati in seguito durante missioni terroristiche compiute all'interno della Jugoslavia'' (121).

In luglio ed agosto del 1948, si tenne a Zagabria un processo giudiziario contro 57 imputati, per gli atti di terrorismo compiuti dai krizari. "Il verdetto, dichiarando colpevoli gli imputati, li condannava a morte o a lunghi periodi di carcere'' (130). In Ratlines, il procedimento viene chiamato sarcasticamente "processo pilotato", e viene manifestato chiaramente il disprezzo degli autori nei confronti della Jugoslavia di Tito. Dopo sei pagine di denigrazione del processo, tuttavia, gli autori arrivano alla seguente conclusione: "È possibile che le strane accuse fatte dagli jugoslavi durante il "processo pilotato" ai krizari avessero, dopotutto, una certa sostanza'' (137). Il Foreign Office smentiva le accuse che gli venivano formulate al processo, accusando invece l'alleato americano; tuttavia "dietro la rinascita militare e politica degli ustascia c'era proprio il SIS'' (132).

"Nel 1948 le prove presentate durante il processo pilotato ai krizari lasciarono ben pochi dubbi sul fatto che la polizia segreta comunista si fosse servita di agenti doppiogiochisti per condurre una contro-operazione molto sofisticata. Erano riusciti in qualche modo a procurarsi i codici radio segreti usati dai krizari ed erano informati, con buon anticipo, sui dettagli precisi delle loro operazioni. Conoscevano gli itinerari esatti adoperati dai gruppi che cercavano di entrare clandestinamente in Jugoslavia, come pure la data e l'ora del loro ingresso nel paese.

Grazie a questi vantaggi, era facile per la polizia segreta attirare i krizari inconsapevoli nelle loro mani, servendosi dei loro stessi codici radio. Una volta all'interno del paese, potevano catturarli quando volevano. [...] Nonostante questi terribili rovesci, le operazioni proseguirono e si estesero addirittura in altri paesi comunisti. Per tutti gli anni Cinquanta, fino agli inizi degli anni Sessanta, il governo jugoslavo continuò a processare gli agenti catturati, molti dei quali erano presumibilmente finanziati da padre Draganović e agivano dietro suoi ordini'' (148-149).

"Altri eserciti cattolici clandestini erano stati radunati per disgregare e, se possibile, rovesciare i regimi comunisti dell'Europa centrale e orientale. In Cecoslovacchia, in Polonia, negli Stati Baltici e in Ucraina gruppi di nazisti clandestini operavano a stretto contatto con i krizari. [Fra i] complici dei krizari c'erano famigerati [fascisti ucraini, sotto il comando di] Stjepan Bandera, per costruire [...] il Blocco delle Nazioni Anti-bolsceviche. Cominciarono presto a lavorare per l'occidente'' (149).

11. Riciclaggio di denaro sporco (di sangue)

Oltre a nascondere i fuggiaschi ed a impiegarli nel terrorismo, alcuni funzionari ecclesiastici riciclavano i tesori rubati dai nazisti alle loro vittime (32). Erano coinvolte nelle operazioni numerose "banche situate in Gran Bretagna, in Palestina, in Italia e in Svizzera.'' Inoltre Walter Rauff, dopo aver preso contatto con l'arcivescovo Siri "si impegnò a riciclare denaro falso con l'aiuto di Frederick Schwendt, un ex-collega di Rauff nelle SS. Schwendt è considerato tra i più grandi falsari della storia'' (47). "Con l'aiuto dei preti cattolici, all'inizio del 1944 Pavelić aveva cominciato a trasferire [a Berna] notevoli quantità d'oro e di valuta.'' Il tesoro doveva ammontare a 2500-3000 kg di oro (142), "ossia in realtà i valori delle vittime assassinate da Pavelić , rubati dagli ustascia in fuga'' (127-128).

Una parte del tesoro fu portata a Roma con dei camion dal tenente colonnello inglese Jonson. "Due autocarri [...] che trasportavano una parte del tesoro degli ustascia avevano [...] raggiunto l'Austria'' e furono trasferiti in Italia "per finanziare il movimento croato di resistenza in Jugoslavia'' (133). Inoltre, "a Wolfsber erano stati nascosti 400 kg d'oro, del valore di milioni di dollari, nonché una considerevole quantità di valuta straniera, e lì si trovavano sotto il controllo dell'ex-ministro ustascia Lovro Susic.'' Gli ufficiali ustascia "dissero a Draganović di tenere [il tesoro] al sicuro. Il sacerdote obbedì fin troppo volentieri; contattò Susic e, con il suo accordo, prese 40 kg di lingotti d'oro e li portò a Roma, nascosti in due casse da imballaggio'' (133).

"Susic nominò Draganović membro di un comitato di tre persone incaricato di controllare il tesoro. [Gli altri due erano] l'ex-ministro ustascia Stjepan Hefer e il generale di gendarmeria Vilko Pecnikar'' (134). Draganović "consentì a Pecnikar di avere accesso al tesoro accumulato per la sua ratline. [...] Parte di quel tesoro andò a finanziare anche una nuova campagna terroristica, appoggiata dall'occidente, all'interno della Jugoslavia'', ossia il movimento dei krizari (112).

Nella veste di "tesoriere della sezione ufficiale croata della Pontificia Commissione di Assistenza Profughi [padre Mandic] provvedeva alla vendita dell'oro, dei gioielli e della valuta straniera depositati dagli alti ufficiali ustascia in cambio di valuta italiana'' (127-128). Nei primi mesi del 1948 il vescovo di Lubiana Rozman si recò a Berna, dove "2400 kg d'oro e altri valori rimanevano ancora nascosti. [...] Avrebbero dovuto essere usati per aiutare i profughi di religione cattolica'', il solito eufemismo per dire gli ex-ustascia. Gli alleati, e in particolare gli americani, erano perfettamente a conoscenza dell'esistenza di questo tesoro (142). "Gli amici ustascia di Rozman erano impegnati in un'enorme truffa, in cui ci si serviva del mercato nero per convertire l'oro in dollari e, più tardi, in scellini austriaci'' (142).

12. I personaggi

I preti

Papa Pio XII (Eugenio Pacelli)

Fu papa dal 1939 al 1958, era un fervente anticomunista, e a causa delle sue posizioni politiche veniva detto "il papa tedesco" (54). Durante la guerra appoggiò la Croazia di Ante Pavelić (82-83). Era perfettamente al corrente delle ratlines organizzate da Hudal e Draganović, in quanto era tenuto al corrente da Montini (122,126). Giovanni Montini, il futuro papa Paolo VI Assistente personale di papa Pio XII nella veste di sottosegretario di Stato per gli affari ecclesiastici (25-26).

Durante la guerra fu coinvolto nelle trattative fra nazisti e occidente (25) e fu organizzatore, per conto del papa, del Servizio Informazioni del Vaticano (il servizio segreto vaticano) (26). Fu lui a rifiutare l'udienza a Bokun, inviato dalla monarchia jugoslava per trasmettere al Vaticano le prove delle atrocità di Pavelić , malgrado che "non ci fossero dubbi che Montini fosse ben informato sulla reale situazione'' (82). Aiutò e collaborò con Hudal per l'organizzazione della fuga dei nazisti (43). Era anche l'amico di Draganović (67,94). Questi talvolta "chiedeva a Montini di procurarsi più visti da paesi che non ne emettevano in numero adeguato, e il burocrate vaticano intercedeva presso i diplomatici competenti'' (125).

Altre volte, invece, era Montini a chiedere a Draganović di "far espatriare clandestinamente certa gente'' (125). Era sempre Montini che nascondeva Ante Pavelić a Castel Gandolfo (87). "In quel periodo Montini era il prediletto del papa e dirigeva l'opera caritatevole della Santa Sede a beneficio dei profughi. Dato che i due prelati s'incontravano quotidianamente per parlare del lavoro che la Segreteria di Stato doveva svolgere, è inconcepibile che Pio XII fosse all'oscuro di tutto'' (126).


 

Alois Hudal

Vescovo austriaco, amico di Pio XII (40), antisemita convinto (55), e principale organizzatore della rete di fuga (ratline) per i criminali di guerra tedeschi nell'immediato dopoguerra. "Nato il 31 maggio 1885, divenne professore di studi sull'Antico Testamento all'Università di Graz nel 1919. Quattro anni più tardi, Hudal si trasferì a Roma come rettore del Pontificio Collegio di Santa Maria dell'Anima, situato su una strada che paradossalmente si chiama Via della Pace'' (37). In tale veste, durante la guerra il vescovo aveva "prestato servizio come commissario dell'episcopato per i cattolici di lingua tedesca in Italia [e] come padre confessore della comunità tedesca a Roma'' (37).

Il Pontificio Collegio, uno dei tre seminari per preti tedeschi a Roma (34), "era stato fondato nel XVI secolo per la formazione teologica dei preti tedeschi, ma nel dopoguerra divenne un centro nevralgico per l'espatrio clandestino dei nazisti'' (37). Hudal "era un ardente anticomunista, convinto che la vera minaccia per l'Europa fosse rappresentata dal bolscevismo ateo. Era perciò favorevole al raggiungimento di un accordo con i nazionalsocialisti tedeschi, che rappresentavano l'unica potenza abbastanza forte da sconfiggere i comunisti. [...] Riteneva che questa fosse una lotta di importanza vitale per la Chiesa, una lotta che avrebbe deciso chi, fra il comunismo e la cristianità, sarebbe alla fine sopravvissuto'' (37-38).

"All'inizio degli anni Trenta [...] appoggiò apertamente Hitler, viaggiando in molte zone dell'Italia e della Germania per arringare le grandi folle di cattolici di lingua tedesca'' (37). "Pensava di essere stato chiamato da Dio per stabilire dei rapporti fra i nazisti e la Chiesa Cattolica'' (37). Nell'aprile 1933 negoziò con Franz von Papen, il vicecancelliere di Hitler, il concordato tra Berlino e la Santa Sede. "Prima della fine di quello stesso anno divenne senz'altro l'alleato politico di von Papen e fu da lui consultato immediatamente dopo il fallito putsch nazista in Austria'' (38).

"Nel 1936 pubblicò un trattato filosofico intitolato "I Fondamenti del Nazionalsocialismo'', libro che ottenne l'imprimatur (ossia il permesso ufficiale della Chiesa per la pubblicazione) da parte del primate della Chiesa austriaca, il cardinale filonazista Theodore Innitzer (38). "Il cardinale lo approvò calorosamente come prezioso tentativo di pacificare la situazione religiosa del popolo tedesco'' (38-39). Il libro fu bandito dal ministro tedesco della propaganda Joseph Göbbels, il quale "non permetteva che i fondamenti del movimento venissero analizzati e criticati da un vescovo romano'' (39). Ciononostante, Hudal rimaneva ben visto alla gerarchia nazista, e "portava un distintivo d'oro di appartenenza al partito di Hitler'' (39). Inoltre se ne andava "orgogliosamente in giro per Roma con il vessillo di una Germania più grande sulla sua automobile; ma quando, nel giugno del 1944, gli alleati giunsero nella capitale italiana, Hudal fu il primo a cambiarla: improvvisamente la sua bandiera divenne austriaca'' (42).

"Nel 1945, dall'oggi al domani, Hudal, da ideologo fascista qual era, cominciò a manifestare le sue nuove aspirazioni democratiche. Abbandonando la sua posizione favorevole alla Germania, s'affrettò a unirsi al libero comitato austriaco di Roma, e collaborò persino all'organizzazione di una liberazione simbolica della legazione austriaca.'' Quest'atteggiamento ipocrita era molto diffuso fra gli Austriaci, popolo "la cui percentuale di iscritti al partito nazista era più elevata di quella della Germania'' e che malgrado ciò ha "immediatamente richiesto un trattamento speciale in quanto prima vittima di Hitler'' (42).

Dopo la guerra Hudal fece scappare numerosi criminali di guerra attraverso la rete di fuga che aveva provveduto a predisporre sin dal 1943. Nel 1947 il suo operato fu scoperto e lo scandalo lo costrinse a farsi da parte. Tuttavia "ci vollero quasi quattro anni per sostituire il vescovo austriaco come rettore del Collegio di Santa Maria dell'Anima. Infine, nel Natale del 1951 Hudal si arrese di fronte all'ineluttabile, annunciando che avrebbe lasciato il Collegio nel luglio seguente.'' (55).

"Convinto che la sua unica colpa fosse quella di avere una cattiva immagine presso la stampa, Hudal rimase a Roma fino alla sua morte, [che avvenne nel 1963 a Grottaferrata], senza pentirsi mai della sua opera a beneficio dei criminali di guerra nazisti: Aiutare la gente, salvare qualcuno, senza pensare alle conseguenze, lavorando altruisticamente e con determinazione, era naturalmente ciò che ci si sarebbe dovuti aspettare da un vero cristiano. Noi non crediamo all'"occhio per occhio" degli ebrei'' (55).

Giuseppe Siri

Il vescovo di Genova Siri era il terminale genovese della rete del vescovo Hudal. "Era uno dei principali coordinatori di un'organizzazione internazionale il cui scopo era quello di provvedere all'emigrazione di europei anticomunisti in Sudamerica. Questa classificazione generale di anticomunisti comprende, ovviamente, tutte le persone compromesse politicamente agli occhi dei comunisti, vale a dire fascisti, ustascia e altri gruppi del genere. [...] Siri rappresentava il contatto di Walter Rauff nella messa a punto del sistema usato da Hudal per far fuggire clandestinamente dall'Europa i latitanti tedeschi'' (117). "Anche se pensava soprattutto a mantenere la propria organizzazione, Siri sapeva tutto sulla rete croata'' e aiutava talvolta Petranović "dandogli una mano ogni volta che poteva'' (117).

Krunoslav Draganović

Prete croato, stretto collaboratore di Ante Pavelić , sia durante che dopo la guerra. In quanto "rappresentante croato all'Intermarium in veste quasi ufficiale'' (65) si impegnò a far fuggire molti criminali ustascia ed a organizzare il movimento dei krizari. Era noto come "l'eminenza grigia dei Balcani" (123) ed anche "come "il prete d'oro" poiché controllava gran parte del tesoro rubato'' alle vittime degli ustascia durante la guerra (133). Nacque nel 1903 a Brcko, in Bosnia, e prese i voti nel 1928.

Dal '32 al '35 studiò al Pio Pontificio Istituto Orientale e all'Università Gregoriana Pontificia, lavorando negli archivi vaticani (66). "Divenne in seguito segretario del vescovo di Sarajevo Ivan Saric, che raggiunse una certa notorietà durante la guerra come boia dei Serbi'' (66,136). "Quando i nazisti occuparono Zagabria nell'aprile del 1941, era professore di teologia all'università locale. In seguito raccontò: Quando venne proclamato lo stato croato indipendente ero in attesa a Zagabria con le lacrime agli occhi. Pensavo che la nazione croata, dopo otto secoli, avesse finalmente realizzato il suo più profondo desiderio d'indipendenza e d'autonomia'' (106). (In realtà lo stato croato non era per nulla indipendente: era uno stato fantoccio impiantato dai Tedeschi senza che i Croati avessero neanche dovuto combattere) "Era vicepresidente dell'Ufficio per la Colonizzazione ustascia. Questo ufficio costituiva parte integrante della macchina usata dai nazisti per il genocidio, poiché disponeva dei serbi o degli ebrei destinati allo sterminio, oppure, se erano molto fortunati, alla deportazione'' (106).

"Draganović era un criminale di guerra latitante: la Commissione Jugoslava per i Crimini di Guerra mise a verbale che il sacerdote era stato un alto funzionario del comitato addetto alla conversione forzata al cattolicesimo dei serbi ortodossi. Inoltre aveva scoperto il suo ruolo di primo piano nella requisizione forzata di cibo durante la sanguinosa offensiva anti-partigiana compiuta dai nazisti sul Monte Kozara, nella Bosnia occidentale, durante l'estate del 1942. Fu la stessa offensiva in cui l'ex-presidente austriaco Kurt Waldheim svolse un ruolo di primo piano come ufficiale nazista. Pavelić conferì a Waldheim un'importante decorazione per i suoi servigi e poi, alla fine della guerra, lo seguì in Austria'' (105-106).

"Nell'agosto del 1943, Pavelić e l'arcivescovo Stepinàc inviarono Draganović a Roma [con la carica di] rappresentante ustascia in Vaticano [per] costruire la rete clandestina per l'espatrio dei nazisti'' (107). In tale veste, ed in quella di rappresentante della Croce Rossa croata, iniziò a preparare i percorsi di fuga per i criminali di guerra (66). "Riceveva l'appoggio dell'arcivescovo di Croazia, Aloysius Stepinàc, che gli aveva procurato influenti contatti in Vaticano'': si incontrava regolarmente con il segretario di Stato Maglione, con il vicesegretario di Stato Montini (il futuro papa Paolo VI), e persino con papa Pio XII (66-67,94). Divenne segretario della Confraternita croata di San Girolamo, situata a Roma, in Via Tomacelli 132 (65). "Fondata nel 1453 con il patrocinio di papa Nicola V, la Confraternita di San Girolamo aveva sfornato alcuni dei più eminenti studiosi, scienziati, scrittori e preti della Croazia'' (66).

Nel dopoguerra sarà lui a coordinare e dirigere il movimento ustascia in Italia (108), facendo fuggire i criminali di guerra attraverso la sua rete clandestina e reclutandoli per entrare a far parte dei krizari (131). "Draganović era non soltanto un capo del Partito Clericale Croato, ma anche uno dei maggiori leader dei krizari. Manteneva eccellenti contatti con le sue forze all'interno della Croazia e riceveva il sostegno della Chiesa Cattolica'' (137).

"Nell'estate del 1945, Draganović fece personalmente un giro dei campi in cui erano stati sistemati ex-componenti delle forze armate e delle organizzazioni politiche ustascia. Avviò ben presto un'intensa attività politica e prese contatto con i principali rappresentanti ustascia. In questo era assistito da altri sacerdoti croati, con l'aiuto dei quali si mantennero stretti rapporti fra la Confraternita di San Girolamo e i gruppi ustascia in tutta Italia e anche in Austria. Ciò condusse alla formazione di un servizio di spionaggio politico che permise alla Confraternita di raccogliere resoconti e dati sulle tendenze politiche tra gli emigrati. È altresì probabile che le informazioni apprese da questi rapporti venissero poi trasmesse al Vaticano'' (107).

Si sospetta che Draganović agisse nell'ambito del servizio segreto vaticano, agli ordini di monsignor Angelo Dell'Acqua; sono inoltre confermati "stretti legami tra Draganović e i servizi segreti italiani'' (123). Draganović "dichiarava inequivocabilmente che coloro i quali hanno commesso crimini di guerra, soprattutto crimini contro l'umanità, devono essere puniti. Tuttavia sosteneva che proprio i più colpevoli non avrebbero dovuto essere classificati come criminali di guerra'' (119). "Le uniche persone condannate da Draganović come criminali di guerra furono i soldati che s'insanguinarono effettivamente le mani [...]. Egli escludeva [...] i politici che avevano effettivamente decretato le leggi razziali che avevano reso legale la strage'' (120).

Vilim Cecelja

"Schedato dal governo di Tito come criminale di guerra numero 7103'' (101), questo prete ustascia collaborò attivamente con il regime di Ante Pavelić durante la guerra, e dopo divenne il collegamento austriaco della rete di Draganović (100). "Dieci giorni dopo che Pavelić fu messo al potere dai nazisti, il quotidiano ufficiale ustascia "Hrvatsky Narod" (Nazione Croata) pubblicò una lunga intervista con Cecelja.

L'articolo s'intitolava "Il prete ustascia Cecelja" e rivelava quelle che erano, all'epoca, le sue vere attitudini. Nel corso di esso, Cecelja si vantava dell'importante ruolo svolto, prima della guerra, nelle attività illegali del movimento a Zagabria, dove molti capi ustascia che operavano clandestinamente s'erano incontrati in segreto nella sua parrocchia. Ammise [di fronte agli autori di Ratlines, che lo intervistarono nel 1989] di aver fatto parte segretamente del movimento ustascia, descrivendo con orgoglio il giuramento rituale che aveva compiuto davanti a due candele, a un crocifisso e a una spada e una pistola incrociate. Ciò gli valse il titolo di "Ustascia Giurato", concesso soltanto a coloro che militavano nel partito da prima della guerra. Successivamente il prete fascista offrì a Pavelić il suo crocifisso e le sue candele in segno di devozione. Cecelja parlò con orgoglio anche del suo ruolo di primo piano nel coordinamento di 800 contadini che combatterono a fianco dei nazisti invasori. Quando ci fu bisogno di un sacerdote per officiare alla cerimonia del giuramento di Pavelić , Cecelja fu ben lieto di farlo, impartendo così la benedizione della Chiesa al regime fantoccio dei nazisti.

Poco tempo dopo, in pubblico, Cecelja "salutò con gioia il momento di libertà", proclamando apertamente i suoi stretti collegamenti con i maggiori ministri del gabinetto ustascia, come Mile Budak. Qualche settimana più tardi Budak annunciò pubblicamente il destino di due milioni di serbi in Croazia: un terzo doveva essere ucciso, un altro terzo deportato e il resto convertito con la forza al cattolicesimo. Cecelja, tuttavia, non modificò il suo atteggiamento benevolo nei confronti di Budak'' (101). Fece parte "della delegazione ufficiale di Pavelić a Roma, benedetta in Vaticano da Pio XII il 17 maggio del 1941. A quell'epoca il dittatore croato aveva già promulgato le sue leggi contro i serbi e gli ebrei e il genocidio era in corso.

La principale conquista della delegazione fu la cessione della costa dalmata all'Italia, cosa che non rappresentò certo un atto di patriottismo croato'' (101). "Cecelja ha tranquillamente ammesso di essere stato cappellano militare nelle forze ustascia durante la guerra, [...] nominato da Pavelić in persona nell'ottobre del 1941 e più tardi confermato dal suo caro amico, l'arcivescovo (in seguito cardinale) Aloysius Stepinàc'' (101). "Nel maggio del 1944 abbandonò finalmente la sua carica [di cappellano militare] per recarsi a Vienna, ufficialmente per prendersi cura dei soldati croati feriti in battaglia. In realtà, il suo compito era quello di preparare il capo austriaco della rete per l'espatrio clandestino dei criminali nazisti, per cui fondò anche la sezione locale della Croce Rossa Croata, che forniva una copertura ideale alla sua attività illecita'' (102).

A proposito della Croce Rossa Croata, bisogna far notare che la stessa Croce Rossa Internazionale si rifiutò di riconoscerla, "pur offrendole ufficiosamente notevole assistenza'' (102). "Un diplomatico americano sollevò Cecelja da qualsiasi accusa di collaborazionismo con i nazisti. Il console americano a Zagabria affermò che il sacerdote era stato esiliato a Vienna da Pavelić per il suo ruolo in un complotto anti-ustascia.'' Queste affermazioni erano tuttavia smentite dal fatto che "Cecelja continuò a viaggiare su aerei ufficiali degli ustascia tra Vienna, Zagabria, Praga e Berlino.'' Egli inoltre "ricevette da Zagabria l'ordine di condurre un'intensa campagna propagandistica tra gli ustascia presenti in Austria'' (102).

Nel 1945, Cecelja si trasferì da Vienna a Salisburgo: "il sacerdote ustascia era provvisto di documenti americani e della Croce Rossa che gli permisero di viaggiare liberamente attraverso la zona di occupazione statunitense'' (102-103). "Il 19 ottobre del 1945 venne arrestato dal quattrocentesimo distaccamento CIC dell'esercito degli Stati Uniti. Rimase in carcere per i 18 mesi successivi.''

In agosto 1946 "il governo jugoslavo richiese la sua estradizione come traditore, descrivendone accuratamente le attività in favore degli ustascia durante la guerra'' (103). Tuttavia nel marzo 1947 Cecelja venne rilasciato e ciò malgrado la "decisione da parte dell'Extradition Board americano in Austria di approvare la richiesta jugoslava'' (104). Avevano parlato a suo favore: l'arcivescovo Stepinàc; il vescovo americano Joseph Patrick Hurley, che si trovava in Jugoslavia come rappresentante del papa; il Foreign Office inglese, secondo il quale "la maggior parte delle sue azioni [era] stata di carattere umanitario e non politico''; il console americano a Zagabria, per il quale Cecelja era un "sacerdote di sani principi''; ed il Segretario di Stato americano George Marshall (103-104).

Cecelja partecipò anche alla costituzione del movimento dei krizari: "era noto come uno dei principali organizzatori ustascia in Austria, dove partecipava regolarmente a raduni militari e faceva infuocati discorsi ai fedeli riuniti'' (104). "In seguito, fu direttamente implicato dalle autorità del controspionaggio australiano in una serie di azioni terroristiche intraprese da cellule ustascia operanti a Sidney e Melbourne'' (104).

Nel 1957 ottenne un visto per visitare gli Stati Uniti (104). "Cecelja morì qualche mese dopo aver concesso un'intervista'' agli autori di Ratlines (100). Ha "trascorso i suoi ultimi anni di vita in un pittoresco villaggio appena fuori Salisburgo, dove le suore del convento Maria Pline si prendevano cura di lui'' (100). All'epoca dell'intervista aveva 80 anni ed "era ancora molto fiero dell'importante ruolo che aveva svolto in favore della sua amata Croazia. Pur criticando gli ustascia per aver procurato una brutta reputazione ai Croati, non mostrava né senso di colpa né rimorso'' (100).

Nell'intervista rilasciata nel 1989, Cecelja ammise: "Fui fiero di aiutare questi fuggiaschi, registrandoli e offrendo loro cibo, alloggio e documenti di immigrazione, nonché l'opportunità di spostarsi in giro per il mondo fino in Argentina. Ricevevo i documenti dalla Croce Rossa'' (104-105).

Karlo Petranović

Nel 1934 divenne parroco di Ogulin, "un distretto composto sia da serbi sia da croati'' (114). "Quando i nazisti invasero la Jugoslavia nell'aprile del 1941, Petranović era cappellano nell'esercito'' (114). "Si era unito al movimento [ustascia] subito dopo l'invasione'' (114). "Fu chiamato a ricoprire cariche ufficiali molto alte e influenti. [...] Gli era stato conferito il grado di capitano nell'esercito ustascia e aveva accettato la carica di vice del capo ustascia di Ogulin. [...] Egli divenne un fattore molto importante nella politica locale del regime ustascia, che decideva della vita e della morte dei serbi di Ogulin e del distretto circostante. [...] Tale politica consisteva nel seminare il terrore tra la popolazione serba completamente innocente e si risolse nello sterminio di circa duemila serbi locali'' (114). "Una volta aveva diretto l'arresto e l'esecuzione di eminenti personalità serbe. Un'altra volta il prete, a quanto si diceva, fu responsabile del prelevamento dall'ospedale di Ogulin di cinque o sei pazienti serbi che furono uccisi nelle circostanze più brutali.

Un altro episodio fu l'assassinio del dottor Branko Zivanovic, avvenuto il 31 luglio del 1941. [...] Petranović aveva collaborato all'organizzazione degli arresti di massa dei serbi di Ogulin e del distretto, che furono derubati e uccisi, alcuni a Brezno, gli altri vicino al villaggio di St. Petar. [Ebbe un ruolo] nella morte di circa un centinaio di serbi alla fine di luglio, un massacro compiuto in seguito a una decisione presa dal comitato ustascia di Ogulin, di cui Petranović era un alto e influente membro. [...] Il comitato ustascia di Ogulin, di cui Petranović era funzionario, fu responsabile dell'invio di centinaia di serbi e di croati del posto ai campi di concentramento degli ustascia, cosa che si concluse con lo sterminio della maggior parte di queste persone'' (115).

Nel 1947 gli jugoslavi ne chiesero l'estradizione agli inglesi (114), ma questa non fu concessa. Fino ad oggi, Petranović ha continuato a negare i suoi crimini di guerra, affermando che non era stato messo al corrente di quanto accadeva (114). Nel 1989 Petranović fu intervistato dagli autori di Ratlines. "A domande relative alle sue attività postbelliche, Monsignor Petranović rispose ammettendo senza problemi di aver aiutato un paio di migliaia di persone a lasciare l'Italia via Genova'' (115).

Al termine della guerra "fu inviato al confine austro-jugoslavo, dove poteva muoversi liberamente tra gli ustascia in fuga. Si stabilì per un certo tempo a Graz, dove si nascondevano molti famigerati criminali di guerra. Lì fu aiutato nel suo lavoro dal vescovo Ferdinand Pawlikowski, che ottenne dal capo della polizia locale il permesso di far rimanete Petranović a Graz. Da lì il sacerdote croato riuscì a scendere fino a Trieste, dove il vescovo locale provvide al suo alloggiamento; poi proseguì verso Milano, dove venne aiutato dal cardinale Schuster, per arrivare finalmente a Genova verso la fine del 1945. Voleva recarsi presso la Confraternita di San Girolamo a Roma, ma era già piena; perciò rimase a Genova e divenne l'agente locale di Draganović'', dopo essere stato assoldato da questi in persona durante una visita a Genova (115-116). Petranović manteneva "ottimi collegamenti nella gerarchia ecclesiastica, soprattutto con il vescovo di Genova Siri'', il quale era il terminale genovese dell'altra rete di fuga, quella del vescovo Hudal (117). Monsignor Petranović "ha oggi quasi 80 anni e, negli ultimi tre decenni è vissuto a Niagara Falls, in Canada'' (113).

Gregory Rozman

"Durante la guerra, in assenza di Krek, [il vescovo di Lubiana] Rozman si era assunto la responsabilità del Partito Clericale Sloveno, stabilendo stretti contatti sia con i fascisti italiani sia con i nazisti'' (138). "Verso la metà del 1942 andò in Vaticano per una missione segreta, consistente nel chiedere a Pio XII armi, cibo uniformi e altro equipaggiamento essenziale per il suo esercito anticomunista cattolico. Di conseguenza, gli italiani rifornirono le forze armate di Rozman. Dietro suo suggerimento, un certo numero di preti assunse anche ruoli chiave a livello militare e spionistico per conto delle potenze dell'Asse. Quando, nel settembre del 1943, gli italiani capitolarono, Rozman fece in modo che il passaggio al dominio nazista fosse il più facile possibile, suggerendo al gauleiter di Hitler la formazione della Guardia Nazionale Slovena. Questa Guardia Nazionale era completamente sotto il controllo tedesco, poiché obbediva direttamente agli ordini del capo delle SS locali e della Polizia Superiore.

Fu tristemente nota per i suoi massacri di civili, soprattutto sostenitori dei partigiani guidati dai comunisti, mentre la polizia segreta conduceva una campagna terroristica sotto la direzione della Gestapo. Mentre avevano luogo queste atrocità, Rozman sosteneva entusiasticamente la causa nazista, emettendo numerosi appelli affinché gli Sloveni combattessero dalla parte della Germania. La sua Lettera Pastorale del 30 novembre 1943 rappresentò un'espressione tipica del tono filonazista che caratterizzava l'opera spirituale del vescovo.

Dopo aver sollecitato i suoi fedeli a combattere per la Germania, sottolineò che soltanto "per mezzo di questa coraggiosa lotta e di questo industrioso lavoro per Dio, per il popolo e per la terra dei padri [gli Sloveni si assicureranno], sotto la guida della Germania, la [loro] esistenza e un futuro migliore, nella lotta contro la congiura ebraica"'' (138-139). Nel 1943 fu "fotografato sul palco con il comandante delle SS locali, [il generale Rosener] durante una cerimonia ufficiale.

La Guardia Nazionale aveva appena giurato di presentare servizio sotto la guida di Hitler, e stava marciando di fronte al suo ufficiale di comando. Il generale delle SS se ne stava rigido sull'attenti, facendo il saluto nazista, mentre il vescovo dava la pia approvazione al suo esercito collaborazionista'' (139). (La stretta di mano fra Rozman e Rosener è raffigurata nella fotografia nei risguardi della copertina del libro.) "Sei mesi prima della fine della guerra, Krek e monsignor Preseren perorarono la causa di Rozman presso il papa. Nel corso di un incontro con Pio XII tenutosi il 26 novembre del 1944, consegnarono al pontefice la lettera personale del vescovo.

Rozman esponeva per sommi capi il suo piano per uno sforzo, appoggiato dall'Occidente, destinato a sconfiggere i partigiani di Tito e a instaurare un governo filooccidentale. Non appena cessarono le ostilità, il Vaticano intraprese una campagna per ottenere la libertà del suo vescovo, chiedendo ripetutamente che gli venisse concesso un salvacondotto dall'Austria per potersi rifugiare presso la Santa Sede. Si offrirono persino di inviare un sacerdote appositamente scelto fino a Klagenfurt, [nella zona di occupazione inglese,] per prendere Rozman. L'uomo scelto per questo compito fu nientemeno che padre Draganović.''

La missione ebbe luogo nel maggio 1945 (139). "Gli inglesi [con la complicità statunitense] gli permisero di fuggire e di svolgere un ruolo di primo piano nell'ambito del movimento dei krizari'' (139-140). La decisione degli inglesi di lasciar fuggire Rozman conseguì dalle pressioni di Krek "sul Foreign Office, tramite i buoni uffici di un membro laburista del Parlamento'' (140). "L'11 novembre del 1947 Rozman sparì dal palazzo del vescovo di Klagenfurt e [...] si recò a Salisburgo per mettersi sotto la protezione dell'arcivescovo Rohracher. [...] Aveva lasciato Klagenfurt in un'automobile del personale dell'esercito americano, guidata da un autista americano'' (142). "Rozman, non appena fuggito da Klagenfurt, aveva ripreso con entusiasmo il suo lavoro per il movimento clandestino nazista. Il vescovo collaborazionista s'era unito ai krizari'' per finanziare i quali si dedicò al recupero del tesoro di guerra (142). "Alla fine di maggio 1948, Rozman [...] viaggiò fino agli Stati Uniti e si stabilì a Cleveland, nell'Ohio'' (143).

Dragutin Kamber

Era "legato alla Confraternita di San Girolamo, all'interno della quale aveva studiato dalla fine degli anni Venti ai primi anni Trenta'' (108). "Dal 1936 era stato membro del partito ustascia'' (108). "Il sacerdote era stato anche ufficiale della famigerata guardia del corpo personale di Pavelić '' (108). "Padre Dragutin Kamber era un sanguinario responsabile di omicidi di massa'' (108). "Dopo l'invasione da parte dell'Asse, fu messo a capo dell'amministrazione ustascia nella città di Doboj, [in Bosnia,] e uno dei primi provvedimenti che prese fu quello di istituire un campo di concentramento, di cui era comandante lui stesso.

Introdusse nel distretto le regole razziali naziste e, di conseguenza, ordinò agli ebrei e ai serbi di portare intorno al braccio rispettivamente una fascia gialla e una fascia bianca. In seguito proclamò che i serbi e gli ebrei dovevano essere sterminati in quanto dannosi per lo stato ustascia'' (108). "A Doboj, compì arresti in massa e fece internare i serbi. Molte delle vittime venivano spesso portate in casa di Kamber per essere interrogate e, dietro suo ordine, uccise nelle cantine. I primi ad essere assassinati in questo modo furono i sacerdoti e gli insegnanti serbi'' (108).

Milan Simcić

"Uno dei colleghi più vicini a Draganović nella rete per l'espatrio clandestino dei criminali di guerra'' (100). "Lavorava all'interno della Confraternita di san Girolamo e aiutava Draganović nelle sue operazioni'' (110). "Lavorò diversi anni per la ratline a Roma'' (122). "Oggi Simcic è un alto funzionario vaticano e ammette apertamente che la Confraternita di San Girolamo protesse eminenti fuggiaschi ustascia. [...] Ha detto con assoluta chiarezza che il dottor Draganović si prendeva cura a parte delle persone più importanti, tra cui ex-ministri del governo ed ex-capi di polizia'' (124). Sempre secondo la testimonianza di Monsignor Simcić, "il dottor Draganović e Montini s'incontrarono molte volte per parlare dell'operato della Confraternita di San Girolamo'' (125).

Dominik Mandić

Era "rappresentante ufficiale del Vaticano presso la Confraternita di San Girolamo: [...] era, inoltre, un alto funzionario dell'ordine francescano, poiché ricopriva la carica di economo generale (tesoriere)'' (109). "Mandić era l'alto funzionario francescano che mise la stampatrice dell'ordine a disposizione della Confraternita di San Girolamo in modo da poter fornire le carte d'identità false ai fuggiaschi'' (128). "Padre Dominik Mandić controllava le finanze dell'istituto di san Girolamo con notevole destrezza [nella veste di] tesoriere della sezione ufficiale croata della Pontificia Commissione di Assistenza Profughi'' e provvide a riciclare il denaro sporco di sangue degli ustascia (127-128).

Josip Bujanović

Sacerdote fascista croato (134) e criminale ricercato (95). "Durante la guerra era stato il leader ustascia della città di Gospic'' (134-135). "Prese parte al massacro dei contadini ortodossi'' (135)."Bujanovic abbandonò la Croazia all'arrivo dei comunisti e divenne un alto ufficiale krizari'' (135). "Organizzò il viaggio di Pavelić in Argentina e poi [sembra che] lo seguì in Sudamerica, prima di stabilirsi definitivamente in Australia'', dove oggi vive ancora serenamente (95,135).

I nazisti

Ferenc Vajta

Ferenc Vajta era un "criminale di guerra ungherese, tirapiedi nazista'' (76), "autore di spietati eccidi di massa'' (78). Prima della guerra aveva studiato alla Sorbona e si era unito alla loggia Grand Orient, "specializzata nelle faccende dell'Europa centrale e orientale'' e con vedute filofrancesi (62). "È stato protagonista attivo della politica clandestina degli emigrati politici sin dal 1932, quando cominciò a impegnarsi in questi campi per ordine del Ministero degli Affari Esteri ungherese'' (73). Fu "uno dei principali propagandisti nazisti nei quotidiani patrocinati dalla Germania'' (71). Inoltre "aveva lavorato per i servizi segreti ungheresi prima della guerra'' (71).

"Tra il 1941 e il 1944, i governi ungheresi filonazisti avevano inviato spesso Vajta in missioni speciali, anche a Berlino, a Istanbul e in numerosi paesi balcanici che, all'epoca, collaboravano attivamente con i tedeschi'' (71). Nel 1944 fu promosso a Console Generale a Vienna (71). Tentò poi di giustificare il suo collaborazionismo con la necessità di frenare l'avanzata comunista (71). Alla fine della guerra fu "console ungherese a Vienna, inviato per organizzare il trasloco dell'industria ungherese e stabilire itinerari di fuga per i "profughi". [...] Allestì più di 7.000 vagoni ferroviari carichi di macchinari e di pezzi di fabbriche per raggiungere la Germania occidentale e salvò dai sovietici la grande maggioranza dei borghesi e degli aristocratici ungheresi. I francesi scoprirono presto che Vajta era uno dei pochi uomini a sapere dove fosse stata trasferita l'industria ungherese. I francesi erano disperatamente a corto di soldi per finanziare le operazioni clandestine e il tesoro rubato di Vajta divenne, nel 1945, la principale base finanziaria della ripresa d'interesse per l'Intermarium da parte della Francia'' (61).

Subito dopo la guerra "fu preso in una retata del CIC e detenuto a Dachau. Fortuna volle che uno dei suoi compagni di prigione fosse il principe ereditario del Siam; un funzionario inglese venne per liberare quest'ultimo, e riconoscendo il nome di Vajta fece uscire anche lui'' (70). Vajta, infatti, era "considerato troppo prezioso nelle operazioni di spionaggio da francesi e inglesi, per essere riconsegnato al governo del suo paese'' (71). E infatti nel 1945 "fu assoldato dal Deuxième Bureau e dall'Alto Comando Francese in Austria'' (62). Lavorò "per più di due anni sia coi servizi segreti francesi sia con quelli inglesi, organizzando due movimenti clandestini contro i russi'' (61). Sotto la direzione francese prima e inglese poi, fu il principale organizzatore dell'Intermarium (62).

Il 10 aprile 1947, Vajta fu arrestato a Roma dalle autorità italiane, "ma il 26 aprile venne rilasciato, malgrado si trovasse sulla lista ufficiale dei criminali di guerra e l'Italia dovesse consegnarlo come tale alle autorità straniere. [...] Il rilascio di Vajta era stato congegnato da Pecorari, segretario generale della Democrazia Cristiana [e vicepresidente dell'Assemblea costituente] e da Insabato, capo del Partito Agrario Italiano'' (69). In seguito cercò di ottenere l'appoggio degli Stati Uniti all'Intermarium, e nel mese di luglio fu assoldato dal CIC (70). Aveva "eccellenti contatti in Vaticano, in Inghilterra, in Francia e in Spagna'' (73). Inoltre "conosceva personalmente il generale Franco, il ministro degli esteri spagnolo Artajo e il cardinale primate di Spagna'' (74). Nel 1947, Vajta intraprese un viaggio segreto con Casimir Papee, "uno straordinario diplomatico polacco [...] presso la Santa Sede dal 1939, [...] un autorevole membro dell'Intermarium [che aveva] collegamenti con i servizi segreti occidentali. [...] Nel corso del loro viaggio i due s'incontrano con funzionari dei servizi segreti inglesi e francesi'' (73-74).

A seguito di pressioni da parte del governo ungherese, la polizia italiana emise un mandato d'arresto nei confronti di Vajta (73). Il 3 settembre, al ritorno dal suo viaggio con Papee, l'ungherese fu avvisato "del suo imminente arresto. [...] Vajta si recò immediatamente a Castelgandolfo, la residenza estiva del Pontefice.'' La mattina del giorno successivo poté tornare impunemente a Roma, grazie alle sue potenti amicizie: "Alcide De Gasperi, che era anche primo ministro, aveva personalmente garantito per la [sua] salvezza.'' Inoltre egli aveva ottenuto dei documenti falsi, rilasciati dai francesi. A Roma ottenne una breve ospitalità "presso un padre gesuita ungherese nell'Università Gregoriana Gesuita'', e scappò poi per Livorno con l'agente del CIC Gowen, per poi scappare in Spagna (74). Da quell'anno, si mise a lavorare per gli americani al progetto dell'Unione Continentale (74-75).

Il 16 dicembre 1947 arriva a New York "con un visto emesso dal consolato americano a Madrid e contrassegnato dalla dicitura "Diplomatico"'' (76). Negli USA, Vajta incontrò "il cardinale Spellmann, il leader gesuita padre La Farge e un gran numero di capi politici emigrati'' allo scopo di "procurarsi appoggi per l'Unione Continentale'' (77). La visita di Vajta non passò inosservata, e grazie all'intervento dei due noti giornalisti Drew Pearson e Walter Winchell "il governo fu sommerso dalla pubblicità negativa'' (77). "Vajta fu immediatamente arrestato, e il 3 febbraio 1948 gli ungheresi chiesero la sua estradizione.'' "Gli americani non volevano restituirlo all'Ungheria'' e finalmente fu "cacciato dagli Stati Uniti nel febbraio del 1950 [e] dopo il rifiuto da parte di Italia e Spagna di raccoglierlo, andò in Colombia'' (77). "Il Vaticano intervenne e fece in modo che la Colombia lo accettasse e che un piccolo collegio cattolico situato laggiù lo impiegasse. Trascorse il resto della sua vita a Bogotà come professore di economia'' (78).

Walter Rauff

Criminale di guerra, capo della Gestapo nella Repubblica di Salò e terminale milanese della rete di fuga del vescovo Hudal nel dopoguerra. Partecipò direttamente allo sterminio degli Ebrei, mettendo a punto un'innovativa tecnica di morte: "A seguito dell'angoscia provata da Himmler [ministro degli interni] nell'assistere a una fucilazione di massa di ebrei a Minsk nel 1941, Rauff aveva diretto lo svolgimento del programma per la messa a punto di furgoni a gas mobili'' nei quali morirono "circa centomila persone, per la maggior parte donne e bambini dell'Europa orientale'' (41). "In seguito alla caduta del regime di Mussolini, nel settembre del 1943 Rauff fu inviato in Italia settentrionale, dove prestò servizio presso le SS nella zona intorno a Genova, Torino e Milano. Ancora una volta il suo incarico era quello di sterminare la popolazione ebrea'' (41).

Nella primavera del 1943, il vescovo Hudal "entrò in contatto con questo famigerato autore di stragi'', incontrandolo a Roma, dove Rauff era stato mandato dal suo superiore Martin Borrmann per sei mesi (41-42). "In quei mesi furono stabiliti i primi contatti col Vaticano, che avrebbero portato, infine, all'istituzione da parte di Hudal di una rete per l'espatrio clandestino dei criminali nazisti'' (42). "Con l'aiuto di Rauff, i più alti funzionari della Wehrmacht nell'Italia settentrionale [ed in particolare l'Obergruppenführer Karl Wolff] intrapresero una serie di negoziati segreti per la resa. Allen Dulles, il capo del servizio segreto americano in Svizzera, concluse la resa con le forze tedesche con l'aiuto di intermediari del Vaticano. A questi negoziati venne dato il nome in codice di "operazione Sunrise" e, anche se non abbreviarono la guerra, gli ufficiali nazisti che vi parteciparono sfuggirono ad una dura pena'' (46). Sull'operazione Sunrise, Il Secolo Corto ci fornisce ulteriori particolari (cap. 15).

L'operazione era condotta ufficialmente "per risparmiare inutili morti'', ma il suo scopo reale era invece "di evitare che fossero i partigiani democratici italiani a conseguire la vittoria sull'esercito tedesco, poiché ciò avrebbe rafforzato il loro potere.'' I contatti fra Dulles e Rauff erano cominciati "già all'inizio del gennaio 1945. Nel marzo dello stesso anno, le trattative fra OSS e SS erano giunte a un punto talmente avanzato da giustificare una prova concreta di buona fede da parte tedesca. Il 3 marzo Walter Rauff ebbe un incontro a Lugano con Dulles. [...] L'incontro [...] servì per organizzare il rilascio dei prigionieri americani e inglesi che si trovavano nelle mani della Gestapo in Italia. Le trattative proseguirono poi a ritmo serrato.'' A metà aprile "Wolff si recò in Svizzera contando sulla sua reputazione personale presso gli anglo-americani per ottenere garanzie da parte di Dulles che "gli elementi idealisti e rispettabili dell'esercito, del partito, e delle SS avrebbero potuto svolgere una parte attiva nella ricostruzione della Germania". Non si trattava quindi soltanto della resa delle truppe tedesche nell'Italia settentrionale, ma di qualcosa che implicava una connivenza futura con i quadri qualificati del nazismo.

Dulles concesse in pratica un'amnistia ufficiosa alle SS. Quasi una pace separata, comprendente non solo la salvaguardia della vita, ma anche la libertà personale e la protezione dell'espatrio verso luoghi lontani e sicuri.'' "Quando, il 29 aprile del 1945, l'esercito tedesco si arrese, Rauff ottenne un falso passaporto a nome di Carlo Comte e affittò un appartamento a Milano. Poi prese la sua copia dei documenti della polizia segreta di Mussolini, che comprendevano le liste degli iscritti al partito fascista, e la seppellì di nascosto fuori città. Sapeva che quei documenti si sarebbero rivelati molto utili nei mesi a venire e la sua previsione si dimostrò corretta. Il giorno seguente, tuttavia, Rauff venne arrestato dagli americani e rinchiuso nella prigione di San Vittore a Milano. Nel giro di alcune ore, arrivò un sacerdote e fece in modo che l'ufficiale tedesco venisse trasferito in un ospedale dell'esercito americano'' (46). "Rauff venne rilasciato per essere affidato alla custodia della "S Force Verona", un'unità dell'OSS che operava con la squadra di controspionaggio speciale anglo-americana in Italia, comandata da James Jesus Angleton. Tra le altre cose, la S Force era l'equivalente occidentale della sezione anticomunista di Rauff durante la guerra'' (46).

NOTA: Angleton e Dulles divennero in seguito, rispettivamente, capo del controspionaggio e direttore della CIA, e mantennero per tutta la durata della loro carriera il controllo esclusivo sui collegamenti tra i servizi segreti americani ed il Vaticano (47). Rauff fu rilasciato dopo un lungo interrogatorio sulle attività anticomuniste della Gestapo (47). Monsignor Giuseppe Bicchierai, segretario del cardinale di Milano Schuster, "organizzò le cose in modo tale che questi potesse starsene nascosto nei conventi della Santa Sede'' (46).

"Rauff prese contatto con l'arcivescovo di Genova Siri e andò immediatamente [a Milano] a lavorare per il Vaticano alla creazione di un sistema per far fuggire clandestinamente i nazisti'' (47). Secondo Il Secolo Corto, dal 1945 al 1949 Rauff, agendo per conto dei servizi segreti americani "sotto la copertura di un'organizzazione di aiuto ai rifugiati gestita dal Vaticano, avrebbe fatto partire clandestinamente verso asili sicuri più di 5.000 fra agenti della Gestapo e SS.'' Nel 1949 Rauff lascia l'Italia per il Sud America, senza neanche prendere la precauzione di usare documenti falsi: il nome sul passaporto era infatti proprio il suo. Visse tranquillamente in Cile, paese che ne negò l'estradizione anche dopo che fu eletto il socialista Salvador Allende.

Franz Stangl

Fu comandante del campo di sterminio di Treblinka (33). Verso la fine della guerra fu trasferito in Jugoslavia a combattere contro i partigiani (34). Catturato dagli americani, dal 1945 al 1947 fu rinchiuso nel campo di prigionieri di guerra di Glasembach. Intorno al Natale 1947 gli americani lo consegnarono agli austriaci, che lo trasferirono a Linz. Da qui evase nel maggio successivo, e si incamminò verso Roma (34). "Dopo essere giunto a Roma, si mise alla ricerca del vescovo Alois Hudal, [il quale gli procurò] un alloggio a Roma, [...] gli diede [...] denaro, [...] un passaporto della Croce Rossa, [...] un visto d'entrata in Siria, un posto in una fabbrica di tessuti a Damasco, e un biglietto per la nave'' (34-35). Fuggì insieme a Gustav Wagner e "alla fine giunsero in Brasile entrambi e lodarono il vescovo Hudal per l'aiuto che aveva offerto loro'' (36). Stangl fu catturato definitivamente da Simon Wiesenthal nel 1967 in Brasile (35-36). Nel 1970 venne condannato all'ergastolo in Germania, e morì in carcere un anno dopo.

Gustav Wagner

Comandante del campo di concentramento di Sobibor durante la guerra (36). Arrestato, fuggì dalle prigioni alleate e percorse insieme a Franz Stangl la strada per Roma. Fuggì infine in Brasile grazie all'opera caritatevole del vescovo Hudal (36).

Alois Brunner

"Uno degli ufficiali più spietati che portarono a compimento il programma di deportazione degli ebrei'', riuscì a fuggire "attraverso la rete ordita dal Vaticano per permettere la fuga dei nazisti'' (36). "Fuggì a Damasco, in Siria, dove vive ancora sotto il nome di dottor George Fischer, [...] impunito per le centinaia di migliaia di vittime che inviò a Stangl e Wagner affinché le processassero'' (36).

Adolf Eichmann

"Principale artefice dell'olocausto'' nella veste di "capo del Dipartimento per gli affari ebrei'' (36). Nel 1950, Hudal gli fornì "una nuova identità, quella del profugo croato Richard Klement e lo mandò a Genova. Lì Eichmann [...] fu nascosto in un monastero, sotto il controllo caritatevole dell'arcivescovo Siri, prima di essere fatto fuggire clandestinamente in Sudamerica'' (36). "La Caritas ha pagato tutte le spese di viaggio per permettere a Eichmann di raggiungere il Sudamerica'' (37). "Alla fine, Eichmann fu rintracciato in Argentina dal servizio segreto israeliano, rapito, processato e giustiziato a Gerusalemme nel 1962'' (36).

Gli ustascia

Ante Pavelić

Detto "il poglavnik" (il duce). Durante la guerra fu leader dello "Stato Croato Indipendente" ustascia, nel quale mezzo milione di serbi, ebrei e zingari furono trucidati per suo ordine personale (80). Dopo la guerra si impegnò nella costituzione del movimento dei krizari, prima di fuggire in Sudamerica. Su Ante Pavelić si confronti anche La politica dei papi nel XX secolo: "Nato nel 1889 in Erzegovina, laureatosi in legge nel 1915'', avvocato a Zagabria successivamente. "Il 7 gennaio 1929, un giorno dopo la proclamazione della dittatura regia di Alessandro I, Pavelić [...] ed altri ustascia fondarono la lega per la lotta nazionalrivoluzionaria. [...] Ogni membro doveva giurare ubbidienza attraverso un pronunciamento al cospetto di Dio onnipotente e di tutto ciò che è sacro.'' (Si veda anche la descrizione del giuramento fatta da padre Cecelja.)

"Il loro precursore spirituale, il politico e pubblicista Ante Starcević, moto nel 1896, capo del Partito della Destra Croata, sosteneva la tesi che [...] "i Serbi sono lavoro per il macello", [idea che gli valse il titolo di] Padre della Patria e maggiore ideologo politico croato.'' "Ciò che si preparava [era] una guerra santa, una guerra di religione, che ammetteva qualunque Terrore ed includeva "la Bibbia e la Bomba l'una di fianco all'altra come distintivo e mezzo di lotta". Neanche ebbe fondato il suo partito di ribelli, che Pavelić [...] con i suoi compari più prossimi si rifugiò a Vienna, poi in Bulgaria, ed infine il regime fascista italiano gli assicurò ricovero ed alimenti. Mentre un tribunale serbo lo condannava già a morte in contumacia, Mussolini metteva a disposizione della famiglia Pavelić una casa a Bologna, la quale servì poi per anni come quartier generale degli ustascia.

Con l'aiuto del capo della polizia segreta Ercole Conti e del Ministro di Polizia Bocchini, il boss dei congiurati fece poi addestrare in Toscana e sulle isole Lipari gli emigranti croati ed i seguaci ustascia transfughi, per gli assassinii a venire. Egli disponeva di alcune trasmissioni di Radio Bari, pubblicava il giornale "Ustasa" in lingua croata, teneva contatti con centrali di propaganda nazional-croata a Vienna, Berlino, negli USA ed in Argentina, e rendeva noti i suoi piani gloriosi al mondo di volta in volta, attraverso l'esplosione di bombe sui treni Vienna-Belgrado, con un più rilevante tentativo -subito sedato- di rivolta nelle montagne del Velebit (1932), e con una serie di attentati particolari. Tra le prime azioni degne di nota ci furono l'eliminazione del direttore del foglio filojugoslavo zagrebino "Jedinstvo" (l'Unità), Ristovic, freddato nell'agosto 1928 in pieno giorno in un caffè di Zagabria, e l'assassinio del redattore capo del giornale di Zagabria "Novosti", Slegl, il 22 marzo 1929.

Pavelić lasciò che la polizia rinchiudesse il suo più stretto collaboratore, Gustav Perceć, in una prigione di Arezzo, e lì gli sparò di propria mano, dopo un interrogatorio con sevizie. Ma la sua vittima certo più eminente fu il Re di Jugoslavia Alessandro. Un primo attentato al regnante, uomo gradito in effetti a tanti croati, fu sventato nell'autunno 1933 a Zagabria dal servizio segreto jugoslavo. Tuttavia, quando un anno più tardi il monarca giunse a Marsiglia dagli alleati francesi, il 9 ottobre 1934, fu assassinato mentre era ancora nella zona del porto, assieme al Ministro degli Esteri francese Louis Barthou, da un emissario di Pavelić -subito sottoposto a linciaggio dalla folla. Di nuovo Pavelić fu condannato a morte in contumacia da Francia e Jugoslavia - ed era la seconda volta. Ebbene, i fascisti italiani, dopo una custodia preventiva, gli assegnarono una nuova residenza a Siena ed una pensione di stato di 5.000 lire al mese.'' In Ratlines troviamo che oltre agli italiani, "prima della guerra [anche] i servizi segreti britannici mantennero stretti rapporti con la sua rete terroristica clandestina, anche dopo l'assassinio [...] del Re jugoslavo'' (80-81).

Continuiamo a leggere su La Politica dei papi nel XX secolo: "Uno scritto autografo, redatto da Pavelić nel 1936 e riguardante la causa croata, giunse al Ministero degli Esteri [tedesco] solo nell'aprile 1941, mentre erano in atto i preparativi della campagna di Jugoslavia. Il documento di 30 pagine [...] celebra Hitler come "maggiore e miglior figlio della Germania", loda la Germania hitleriana quale "potentissima combattente per il diritto vitale, la vera cultura e la più alta civiltà". [...] Il 6 aprile 1941, mentre Belgrado sottoposta al terrore incessante delle bombe tedesche cominciava a bruciare e la Dodicesima Armata del Feldmaresciallo Generale List attaccava il sud della Serbia dalla Bulgaria, Pavelić incitava le truppe croate per mezzo di un'emittente clandestina, acché puntassero le armi contro i serbi. "D'ora in poi combatteremo fianco a fianco con i nostri nuovi alleati, i Tedeschi e gli Italiani". [...] La Wehrmacht di Hitler era salutata in Slovenia e in Croazia amichevolmente ed anche con entusiasmo. Il 10 aprile, [...] mentre i tedeschi occupavano Zagabria, capitale del vecchio Banato, avveniva la proclamazione della "Croazia Indipendente", sempre in assenza di Pavelić : [...] "Dio è con i Croati! Pronti per la Patria!". [La proclamazione era stata] firmata dall'ex-[...] colonnello Slavko Kvaternik, rappresentante del poglavnik e Comandante Supremo delle Forze Armate [...].

Il poglavnik fece tenere ancora una parata alla sua truppa di circa 300 uomini, lo stesso 10 aprile a Pistoia; la sera fu convocato a Roma da Mussolini; l'11 aprile assicurò a Hitler gratitudine e sottomissione con un telegramma; durante la notte del 13 oltrepassò il confine jugoslavo presso Fiume, giunse a Zagabria nella notte del 15, ed il 17 nominò il suo primo Gabinetto. Era adesso Capo dello Stato, del Governo e del Partito, nonché Comandante in Capo delle truppe, e governava da dittatore -certo con sudditanza rispetto ai suoi grandi alleati, dai cui regimi copiò ampiamente- alla testa di 3 milioni di Croati cattolici, 2 milioni di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci e parecchi altri gruppi etnici minori, tra i quali 40.000 Ebrei. Il 18 aprile l'esercito jugoslavo capitolava senza condizioni.

La Serbia fu sottoposta all'occupazione militare tedesca, e quasi due quinti del Regno di Jugoslavia andarono a formare lo Stato Indipendente di Croazia, che si componeva del nucleo di Croazia e Slavonia insieme alla Sirmia, a tutta la Bosnia (fino alla Drina) e all'Erzegovina, con una parte del litorale dalmatino; in tutto quasi 102.000 km quadrati. Però nel maggio seguente Pavelić regalò in tutti i modi quasi la metà della Jugoslavia ai paesi limitrofi: nel Nord ai Tedeschi, per cui i confini del Reich arrivavano a soli 20 km da Zagabria, nel Nordest all'Ungheria, nel sud alla Bulgaria e all'Albania, ed infine il Sudovest, l'Ovest (dove la popolazione croata era la stragrande maggioranza) ed il Nordovest all'Italia. Qui giunse Pavelić il 7 maggio con ministri e membri del clero, tra i quali il vicario generale dell'arcivescovo Stepinàc, vescovo di Salis-Sewis, ed offrì al Re Vittorio Emanuele III la cosiddetta corona di Zvonimiro (ultimo re indipendente della Croazia nell'XI secolo), destinata al meno significativo Conte Aimone di Spoleto, il quale in effetti non venne mai incoronato, non apparve mai nel suo regno, e tuttavia parlò in Vaticano già il 17 maggio quale re designato della Croazia (con l'appellativo di Tomislao II). E lì, in Vaticano, il giorno seguente si presentò il poglavnik, colui il quale era stato ripetutamente condannato a morte a causa di svariati omicidi, accompagnato da una delegazione numerosa -Pavelić "circondato dai suoi banditi", annotava lo stesso Ministro degli Esteri Ciano nel suo diario solo poche settimane prima. Le concessioni territoriali del poglavnik all'Italia, che laggiù conduceva con brutalità la sua politica del "mare nostro", causarono sconforto in tutta la Croazia, come riferì il 21 maggio il generale Glaise von Horstenau.

"Dovunque si vada si ascoltano minacce contro gli Italiani". Eppure la stampa cattolica del paese era molto commossa per l'attenzione e la cordialità di papa Pio XII, che salutò Pavelić ed i suoi gangsters durante un'udienza privata particolarmente festosa -un grande ricevimento- e si accomiatò da loro in modo amichevole, con i migliori auguri di buon proseguimento.'' Anche Ratlines si sofferma sui rapporti fra il poglavnik e la Chiesa: "Le atrocità erano già in corso nel momento stesso in cui Pio XII ricevette il poglavnik in un'udienza privata alla fine di aprile 1941'' (80). "Pio XII e i suoi consiglieri più anziani nutrivano opinioni estremamente benevole nei confronti del suo cattolicesimo militante. Durante la guerra Pavelić aveva convertito con la forza decine di migliaia di ortodossi serbi sotto la minaccia della pena capitale'' (80). In virtù di ciò "agli occhi del Vaticano Pavelić rappresentava un militante cattolico, un uomo che ha peccato, ma che l'ha fatto per lottare a favore del cattolicesimo'' (92). Il papa riceveva regolarmente gli emissari di Pavelić , ai quali forniva ogni volta "delle assicurazioni relative al fatto che il Santo Padre avrebbe aiutato la Croazia cattolica'' (82-83). A Branko Bokun, giovane jugoslavo che tentò di segnalare alle autorità vaticane i misfatti del regime croato, non fu invece accordata l'udienza richiesta.

"Bokun era stato mandato a Roma da uno dei capi dei servizi segreti jugoslavi a chiedere l'intervento del Vaticano per fermare il massacro in Croazia. [Egli era] armato di un voluminoso fascio di documenti, di resoconti e di testimoni oculari, e persino di fotografie dei massacri. [...] Voleva consegnare il suo incartamento a monsignor Giovanni Montini, sottosegretario di Stato per gli Affari Correnti, ma non riuscì a ottenere udienza'' (81-82). "A Bokun venne semplicemente detto che le atrocità descritte nell'incartamento erano opera dei comunisti, ma che erano state attribuite in mala fede ai cattolici'' (82). "Allo stato di Pavelić fu negato il riconoscimento ufficiale da parte del Vaticano'' (82), ma "quando Pavelić chiese un'altra udienza con il Santo Padre nel maggio del 1943, il Segretario di Stato Maglione gli assicurò che non c'erano difficoltà connesse con la visita del poglavnik al Santo Padre, se non per il fatto che non lo si sarebbe potuto ricevere come un Capo di Stato. Lo stesso Pio XII promise di dare nuovamente a Pavelić la sua benedizione personale, [malgrado il fatto che] in quel periodo la Santa Sede possedesse già abbondanti prove delle atrocità commesse dal suo regime'' (82).

Pavelić amava vantarsi dei suoi crimini, e si dice che esibiva sul suo tavolo una grossa coppa contenente "circa venti chili di occhi di serbi inviatigli dai suoi fedeli ustascia'' (83). Al termine della guerra Pavelić scomparve (83). "Mentre i suoi uomini combattevano ancora, il poglavnik era scappato con il suo seguito di comprimari, tra cui circa 500 padri cattolici, a capo dei quali erano il vescovo di Banja Luka, Jozo Gavic, e l'arcivescovo di Sarajevo, Ivan Saric (morto poi a Madrid nel 1960). Fu accolto nel convento di San Gilgen, presso Salisburgo, insieme a quintali d'oro rubato'' (da La politica dei papi). Nel maggio 1945, Pavelić fu arrestato dagli agenti del SIS (133). Più che di un arresto, bisogna parlare però di una protezione. Infatti fu proprio il SIS ad aiutarlo a fuggire (129), nascondendolo "a Klagenfurt, dove possedeva un appartamento e una villa'' (86). Il vescovo di Klagenfurt era un membro dell'Intermarium (136). Klagenfurt si trovava nella zona occupata dagli inglesi. "Nel luglio del 1945 l'ambasciatore jugoslavo a Londra disse agli inglesi che Pavelić [...] era stato fatto prigioniero a Celovac (Klagenfurt) da truppe inglesi. Il Foreign Office si mostrò inflessibile nel sostenere che Pavelić non era mai stato in mano loro'' (83). Anche i "serbi cetnici sostenevano che Pavelić era travestito da monaco in un monastero a Klagenfurt'' (84).

Londra negava, ma secondo rapporti statunitensi del 1947 gli "alleati inglesi avevano sempre mentito. [...] Il servizio segreto jugoslavo aveva sempre avuto ragione. Secondo fonti attendibili, Pavelić era davvero riuscito a superare la frontiera austriaca e a raggiungere i confini inglesi, dove venne protetto dagli inglesi, nei settori sorvegliati e requisiti dagli inglesi, per un periodo di due settimane, [...] restò nella zona di occupazione inglese per almeno due o tre mesi, rimanendo in contatto con il SIS'' (86). "Nell'aprile del 1946, Pavelić lasciò l'Austria e giunse a Roma, accompagnato soltanto da un tenente di nome Dochsen. Entrambi gli uomini erano vestiti da preti della Chiesa cattolica romana. Trovarono rifugio in un collegio situato in via Gioacchino Belli 3. Il compagno di viaggio di Pavelić era, in realtà, Dragutin Dosen, un ex-alto ufficiale della guardia del corpo del poglavnik'' (86).

"Subito dopo essere arrivato [...] a Roma, il poglavnik [...] aveva trovato rifugio presso Castelgandolfo, residenza estiva del papa'', dove aveva spesso l'occasione di incontrarsi in segreto con monsignor Montini'' (87). "Sembra che molti nazisti gravitassero intorno a Castelgandolfo, [e] che Pavelić alloggiasse con un ex-ministro del governo nazista rumeno'' (87). "Pavelić aveva ottenuto un passaporto spagnolo sotto il nome di Don Pedro Gonner, in previsione della sua fuga definitiva, probabilmente alla volta della Spagna o del Sudamerica'' (87). "I gesuiti furono tra gli ecclesiastici che maggiormente l'aiutarono e appoggiarono i suoi piani per lasciare l'Italia organizzando il suo viaggio verso la Spagna sotto il falso nome di padre Gomez'' (89). "Tuttavia, verso la metà del 1946 Pavelić temette di trovarsi troppo strettamente sotto controllo e [...] ritornò in Austria'' (87), e ritornò nuovamente a Roma alla fine dell'anno.

Sin dal momento in cui era fuggito, il poglavnik era rimasto in stretto contatto con padre Draganović, segretario della Confraternita di San Girolamo dei Croati a Roma (88,94), il quale "sin dal mese di agosto del 1943 [...] si era trovato a Roma a negoziare per Pavelić in Vaticano'' (98). L'agente segreto del CIC Robert Mudd, nel febbraio 1947, scrisse il seguente rapporto sull'istituto di San Girolamo: "Per poter entrare in questo monastero, bisogna sottoporsi ad una perquisizione personale per verificare se si è in possesso di armi o di documenti, si deve rispondere a domande sulla propria provenienza, sulla propria identità, su chi si conosce, su quale sia lo scopo della propria visita e come si sia venuti a sapere della presenza di croati all'interno del monastero. Tutte le porte che mettono in comunicazione stanze diverse sono chiuse e quelle che non lo sono hanno di fronte una guardia armata e c'è bisogno di una parola d'ordine per andare da una stanza all'altra. Tutta la zona è sorvegliata da giovani ustascia armati in abiti civili e ci si scambia continuamente il saluto ustascia'' (110).

"In un'intervista registrata, Simcic ammise l'esistenza, all'epoca, di una strettissima sorveglianza all'interno dell'istituto [...] necessaria a causa della minaccia, sempre presente, di attacco da parte dei comunisti'' (110). Il motivo di tante precauzioni era molto semplice. Fra l'Istituto di San Girolamo e "quella che si riteneva fosse una delle biblioteche vaticane, in via Giacomo Venezian 17-C'' si trovavano nel 1947 numerosi ustascia ricercati. Si trattava del poglavnik Ante Pavelić e di membri del suo governo (111). 

L'agente statunitense William Gowen

Fu incaricato dal CIC per indagare sulla rete clandestina istituita per permettere ai nazisti di fuggire ed arrestare i criminali ricercati presenti a Roma (57). Fu tuttavia convinto da Ferenc Vajta a premere sugli USA affinché collaborassero con Intermarium (73). Vajta gli aveva anche rivelato l'appoggio del SIS ai krizari (132).

Fu l'arteficie della scelta americana di coprire i criminali in fuga. Consigliò "all'America di chiudere un occhio sul fatto che il Vaticano proteggesse un nazista'', e cioè Vajta, giustificando la cosa "in considerazione del contributo della Santa Sede alla causa anticomunista'' (78). Il 6 luglio 1947, Gowen "suggerì che i servizi segreti americani assumessero il controllo dell'Intermarium'' (92). 

Le sigle

  • Servizi segreti americani
    • OSS = Office of Strategic Service
    • CIC = Counter Intelligence Corps (militare)
  • Servizi segreti inglesi
    • SIS = Secret Intelligence Service
    • SOE = Special Operations Executive (militare)
  • Servizi di sicurezza della Germania hitleriana
    • SS = Schutz Staffel (braccio armato del partito nazista)
    • Ge.sta.po = Geheime Staatspolizei
Bibliografia
  1. Ratlines, di Mark Aarons e John Loftus, edizione inglese: 1991
    L'edizione da me usata è quella italiana, edita da Newton Compton nel 1993.
  2. Il Secolo Corto. La Filosofia del Bombardamento. La Storia da Riscrivere, di Filippo Gaja, Maquis editore, 1994.
  3. Die Politik der Päpste im 20. Jahrhundert (La Politica dei papi nel XX secolo), di Karlheinz Deschner, Rowohlt, 1991
    I brani qui riportati sono stati scelti e tradotti da Andrea Martocchia.
  4. Storia illustrata, supplemento al n.186, intitolato "La caccia ai criminali nazisti", 1973

Alessandra Coppola

Il medico del lager di Auschwitz partì per il Sudamerica da Genova

L'Argentina apre gli archivi sulla fuga dei nazisti

La decisione di Kirchner su richiesta del Centro Wiesenthal. Trovate la scheda di Mengele e carte sui criminali ustascia

La fuga in Sudamerica Josef Mengele comincia a prepararla nell’aprile 1948: il Terzo Reich è caduto e per il medico del campo di sterminio di Auschwitz l’Europa tornata alla democrazia non è più un luogo sicuro. Dopo i primi tempi di clandestinità, il dottore dei Lager si decide a lasciare il vecchio continente. E si procura ciò che gli serve. Un nuovo nome: diventa l’altoatesino Helmut Gregor. Un nuovo documento: carta d’identità numero 114 con il timbro del comune di Termeno, Bolzano. Un aiuto per imbarcarsi destinazione Buenos Aires: glielo darà l’ufficio di Genova della Delegazione argentina di Immigrazione in Europa. Uno dei punti d’appoggio della rete creata dal presidente Juan Domingo Perón per accogliere sulle rive del Río de la Plata migliaia di criminali di guerra.

PARTENZA DALL'ITALIA - Il 25 maggio 1949 il dottor Mengele sale a Genova sulla «North King», il 22 giugno 1949 è al sicuro, dall’altra parte dell’Oceano. Di questo arrivo oggi esiste una nuova testimonianza: una scheda di immigrazione a nome Helmut Gregor conservata negli archivi argentini e riemersa tra polvere e armadi sigillati grazie a un ordine del ministro degli Interni di Buenos Aires, Anibal Fernández. A impegnarsi per l’apertura dei registri che quasi sessant’anni fa annotarono l’ingresso di Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Martin Bormann, Erich Priebke e altre migliaia di nazisti più o meno noti in Argentina è stato il presidente Néstor Kirchner. Una promessa fatta al Centro Simon Wiesenthal (insieme all’assicurazione che il governo si occuperà anche dell’estradizione dell’italiano Bruno Caneva, 91 anni, accusato dell’eccidio di 82 partigiani a Pedescale). Di qui, l’ordine di Fernández alla Direzione nazionale delle migrazioni (che dipende dal ministero degli Interni) e la scoperta dei nuovi documenti, con un lunghissimo elenco di nomi tedeschi, croati, austriaci, belgi, francesi e anche molti italiani.

SCOOP - Tutti nuovi tasselli da inserire in una storia che in Argentina ha in gran parte ricostruito il giornalista Uki Goñi (è stato proprio il suo La auténtica Odessa , pubblicato nel dicembre 2002, a spingere il centro Simon Wiesenthal a chiedere l’apertura degli archivi). Nel libro Goñi racconta di alcune riunioni alla Casa Rosada - in particolare ce n’è una ben documentata del dicembre ’47 - tra Perón e nazisti tedeschi, francesi e belgi per la creazione di una rete di assistenza ai criminali in fuga, con basi in sei Paesi europei tra cui l’Italia. L’organizzazione poteva contare sul sostegno di alcuni settori della Chiesa cattolica.

PERCHÈ L'ARGENTINA - Ma perché questo impegno del presidente argentino? Goñi lo spiega in un’intervista al quotidiano Página 12 : «Perón faceva un favore ai nazisti che portava in Argentina. Faceva un piacere a se stesso, nell’idea che questa gente avrebbe potuto essergli utile come agenti anticomunisti. Faceva un favore agli Alleati eliminando i collaborazionisti che non potevano portare davanti alla giustizia. Infine rendeva un servizio alla Chiesa.>Uno dei documenti che ho trovato mostrano che il cardinale argentino Caggiano andò in Vaticano nel ’46 offrendo a nome del governo di Buenos Aires il proprio Paese come rifugio ai criminali di guerra francesi nascosti a Roma».

LA «CIRCOLARE 11» - Al tempo stesso in Argentina continuava ad essere applicata la «Circolare 11» del ’38 - precedente all’arrivo al potere di Perón - che indicava alle ambasciate di Buenos Aires in Europa di negare i visti agli ebrei che tentavano di sfuggire alla repressione nazista. Numerose testimonianze riferiscono che i sopravvissuti che provarono a lasciare l’Europa anche dopo la caduta del regime di Hitler incontrarono molte resistenze, e furono costretti a pagare quote anche alte per rendere benevoli i funzionari dei consolati. Negli archivi della Direzione migrazioni molti documenti sono stati bruciati, anche in anni recenti. Ma ne restano molti altri di grande interesse. Página 12 ha pubblicato alcune anticipazioni. La scheda di Mengele, innanzitutto. Ma anche un voluminoso dossier che testimonia l’ingresso in Argentina di 7.250 croati, fra cui i peggiori criminali di guerra nazisti dell’epoca.

«PROFUGHI CROATI» - L’operazione di espatrio comincia con una lettera a Perón di due frati francescani che chiedono al presidente di farsi carico della sorte di 30 mila «profughi croati» in Italia e Austria, e di accoglierli come lavoratori nelle proprie terre. Firma in calce del cardinale Copello, primate della Chiesa argentina. I documenti per arrivare in Sudam Ivo Heinrich, consigliere finanziario del leader ustascia Ante Pavelić ; Friedrich Rauch, che portò via per ordine di Hitler l’oro della banca centrale di Berlino; e Eugen Kvaternik che riuscì a scandalizzare lo stesso Himmler proponendo ai nazisti lo sterminio di due milioni di serbi.

Il Corriere della Sera, 22 giugno 2005

Stepinac
Andrea Casazza

Nazisti a Genova

L'inchiesta del “Secolo XIX” ha preso avvio nel giugno scorso sull’onda della notizia dell'apertura degli archivi segreti del Centro di Immigrazione di Buenos Aires. Una desecretazione legata a filo doppio alla pubblicazione del saggio “La autentica Odessa” dello storico e giornalista Uki Goni. Le lunghe indagini di Goni, volte a dimostrare che l'immigrazione in Argentina di criminali della Seconda Guerra Mondiale non fu subita passivamente bensì pianificata e organizzata dal governo di Juan Domingo Peron con la collaborazione di ex ufficiale delle SS e con la complicità della Chiesa, accendevano di riflesso i riflettori su Genova. La città veniva indicata quale luogo di passaggio, soggiorno e imbarco di alcuni fra i più noti e sanguinari ufficiali delle SS e di collaborazionisti francesi e ustascia. La rete di protezione e aiuto dei gerarchi in fuga aveva visto la luce a Genova nel 1947 con l'apertura in via Albaro 38 degli uffici della Daie - Delegaciòn Argentina de Inmigraciòn en Europa - ad opera di Carlos Fuldner, ex ufficiale delle SS di nazionalità tedesco-argentina, inviato speciale del presidente Peron. Ad occuparsi dell'accoglienza e delle formalità di imbarco verso il Sudamerica erano dei sacerdoti: in particolare il francescano ungherese della parrocchia di Sant'Antonio di Pegli, Edoardo Dömoter, e l'ex ustascia padre Carlo Petranović e, in almeno un'occasione, del segretario della Confraternita di San Girolamo, a Roma, padre Krunuslav Draganović. Sulla scorta di questi elementi, l'inchiesta del Secolo XIX è andata ricostruendo le tappe della presenza in città e dell'imbarco verso il Sudamerica di criminali nazisti come Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Eric Priebke, Joseph Mengele, Gerhard Bohne, del capo ustascia Ante Pavelić e dei suoi streti collaboratori.
Il tutto attraverso l'esame e la pubblicazione di documenti - i passaporti della Croce Rossa rilasciati ai fuggitivi, i cartellini di sbarco in Argentina ritrovati negli archivi desecretati del Centro di Immigrazione di Buenos Aires, i rapporti del Foreign Office e dell'intellingence americana, l'esame della corrispondenza di alti prelati vaticani quali monsignor Alois Hudal e il cardinal Eugene Tisserant... - interviste a personaggi coinvolti nella vicenda, interventi di storici e reportage da Buenos Aires, Washington e dal Canada. La pubblicazione dell'inchiesta del “Secolo XIX” ha dato il via alla richiesta di apertura di una commissione parlamentare di inchiesta e ha spinto il cardinal Tarcisio Bertone ad affidare a un pool di storici un'indagine parallela volta a dimostrare la totale estranità della curia genovese, e in particolare del cardinal Giuseppe Siri, al piano di protezione e fuga dall'Europa dei criminali di guerra.
Partirono da Genova, con coperture anche del clero, Mengele, Eichmann, Priebke: "Il Secolo XIX - scrive Le Monde - fornisce date, indirizzi dei nascondigli, nomi e stabilisce connessioni fra tutto ciò, ricordando il ruolo dell'organizzazione Odessa, e pubblicando documenti compromettenti".

Nell'archivio de Il Secolo XIX gli articoli dell'inchiesta sui nazisti in fuga da Genova

The Odessa Files


Saggi e documenti sul ruolo del Vaticano nella fuga dei criminali nazisti in Argentina


http://www.vaticanfiles.net/odessafiles.htm 

Ignacio Klich, Argentina de cara a la historia ©2003 The Vatican Files.net

Matteo Sanfilippo, Ratlines and Unholy Trinities: A Review-essay on (Recent) Literature Concerning Nazi and Collaborators Smuggling Operations out of Italy © 2003, The Vatican Files.net

Matteo Sanfilippo, I profughi a Genova nel 1948

Matteo Sanfilippo, Il vescovo nero

Matteo Sanfilippo, Fughe e passaggi dai campi del dopoguerra

Matteo Sanfilippo, Ma da Genova e dall'Italia si fuggiva solo in Argentina?



 

Stepinac

Franco Maria Puddu

La strada per Odessa


La strada per Odessa è lunga, ma non parliamo della nota città ucraina,  e neanche dell'omonimo centro texano, ma di un'organizzazione che protegge i criminali di guerra delle SS; che vive ed opera tuttora

http://www.alfabravocharlie.com/anno_2002/Giugno_2002/rtf_GIUGNO_2002/La_strada_per_Odessa.rtf 

Nelle guerre dell'antichità, come è noto, il vincitore passava per le armi gli sconfitti o li riduceva in schiavitù e, in genere, la questione si esauriva così. Era la legge di Brenno: "Guai ai vinti", brutale ma chiara. Con l'evoluzione di un moderno concetto di "giustizia" (da prendere tuttavia con le molle per molti versi) le cose sono cambiate, e al termine dei grandi conflitti spesso sono nate strutture  clandestine per salvare i perdenti dalla vendetta dei vincitori. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, però, si è verificato un fenomeno unico, di dimensioni incredibili sia come potenzialità che come capacità di perdurare nel tempo, tale da lasciare stupiti, specialmente se consideriamo che della sua esistenza non si sa tuttora molto. Le informazioni ufficialmente note sono spesso imprecise al punto che molti ritengono si tratti di una diceria, come quella che accusò i cristiani di aver incendiato Roma o quella che fece attribuire i crismi di autenticità al libello noto come i "Protocolli dei Sette Savi Anziani di Sion", in realtà un falso costruito appositamente dall'Ochrana, la polizia segreta zarista. Stiamo parlando dell'esistenza di Odessa, l'organizzazione clandestina nazista nata attorno alla fine del conflitto che ha operato per decenni.
Sembra addirittura, come vedremo, che le sue ultime ramificazioni siano tuttora attive anche se con altri fini rispetto ai suoi  primi "compiti istituzionali". Ma facciamo un passo indietro nel tempo. Sin dalla sua nascita l'organizzazione delle SS non era stata solo una milizia di partito ma ramificandosi aveva metastatizzato come un male incurabile dapprima all'interno del NSDAP (National Sotialistisces Deuthscher Arbeiter Partei), poi del tessuto del Terzo Reich, divenendo una struttura autosufficiente, autonoma e autogestita. Secondo un rapporto del suo capo ufficio Economia e Amministrazione Oswald Pohl dell'aprile del 1943, poteva contare su circa quaranta proprie grandi aziende nei più svariati settori in tutto il Reich, territori conquistati compresi: edile, alimentare, di lavorazione del legno, agricolo, forestale, ittico,  tessile, dei pellami, editoriale, fotografico, chimico, di realizzazione e manutenzione di monumenti, storico, nonché case di riposo e negozi di abbigliamento nelle maggiori città.
Oltre a questo le SS gestivano l'universo concentrazionario che faceva capo ai campi di transito, di concentramento e di sterminio, nel quale vennero spremuti come limoni, prima della loro eliminazione, circa undici milioni di vittime, sei dei quali di israeliti, oltre a prigionieri politici, "asociali", omosessuali, mormoni, zingari e dissidenti di ogni provenienza. Lo sfruttamento del deportato, in particolare quello ebreo, era totale: dall'appropriazione di indumenti, valori, gioielli, strumenti musicali, medicine, corredi medici, protesi dentarie in oro, occhiali sino ai capelli che, rasati, venivano utilizzati nell'industria bellica. Di conseguenza è facile arguire quale fosse la macabra ma redditizia resa di questo "giro di affari".

Salvare la pelle

Con l'avvicinarsi della sconfitta, però, questo "Stato nello Stato" comprendendo che avrebbe dovuto affrontare la resa dei conti, si era organizzato mirando ad un fine unico: salvare la pelle dei propri appartenenti, a partire dal Reichsfürehr delle SS Heinrich Himmler sino all'ultima delle reclute. Così quando gli Alleati chiesero al popolo tedesco chi aveva commesso le atrocità dei campi di sterminio, si sentirono rispondere "Sono state le SS". Ma le SS erano scomparse. Questi strani patrioti (a titolo di onestà bisogna dire che le Waffen SS, pur avendo commesso innumerevoli crimini di guerra, niente ebbero a che fare con i lager) che non erano mai stati al fronte ma che avevano impiccato i soldati della Wehrmacht per ogni minimo sospetto di cedimento, che avevano grassato, ucciso, stuprato, massacrato a man salva in Germania e nei Paesi conquistati senza mai combattere ma scagliandosi contro civili inermi, donne vecchi, bambini, vivevano clandestini in Germania o in Austria quando non erano emigrati all'estero.
Ma come avevano fatto ad abbandonare il Reich, a trovare rifugio in Paesi stranieri, dove avevano trovato i soldi per sostentarsi, come avevano avuto appoggi validi? A partire dal gennaio del 1945 la struttura delle SS si era andata, senza dare nell'occhio, liquefacendo e tutti indistintamente avevano fatto in modo di aprirsi una via di uscita che consentisse loro, nel marasma della sconfitta, di scomparire, gettando alle ortiche le un tempo temute ma ora assai scomode mostrine nere con i simboli runici per indossare le divise molto più anonime delle tanto disprezzate Wehrmacht e Luftwaffe o abiti civili ma con in tasca eccellenti documenti falsi, e avevano abbandonato gli incarichi che avevano giurato di assolvere "bis zum tod" (fino alla morte) abbandonando alla sua sorte il tanto amato popolo tedesco. Che la compattezza dei servizi del Reich non fosse granitica è cosa nota: quelli militari non si fidavano di quelli del partito e viceversa, e spesso Abwehr, Sicherheitsdienst, Gestapo e altro ancora si facevano la guerra senza esclusione di colpi. Operando indipendentemente, così, gli elementi delle SS distaccati presso le ambasciate di Argentina, Brasile, Turchia, Egitto e Italia avevano stretto accordi con Governi, partiti, industrie e ambienti religiosi predisponendo contemporaneamente vastissimi fondi segreti nelle banche svizzere e mediorientali dei quali ancora oggi non si conosce l'esatta consistenza, frutto delle ruberie naziste in tutta Europa e della resa dei campi di sterminio. Fondi che dovevano costituire le risorse economiche del movimento, ma che provenivano anche dall'industria, considerando che gli stessi industriali tedeschi che avevano aiutato Hitler ad andare al potere, quando avevano compreso che il Reich del Millennio era sull'orlo della fossa si erano accordati fra loro per impedire che parte dell'economia nazionale finisse in mano agli alleati. Per questo avevano iniziato a trasferirli gradatamente all'estero, favorendo la nascita di nuove  attività in Paesi neutrali sotto la copertura di persone giuridiche fittizie; in breve era nata una  impressionante rete di aziende e industrie. Secondo un rapporto del 1946 pubblicato dal Dipartimento del Tesoro USA, questa sorta di anomalo impero comprendeva 98 imprese in Argentina, 58 in Portogallo, 112 in Spagna, 214 in Svizzera e 35 in Turchia nonché altre 233 in vari Paesi per un totale di  750 attività.

Dal Ragno a Odessa

Questa struttura, grazie all'azione di ex nazisti, di cittadini compiacenti o costretti ad esserlo, era in grado di offrire protezione a chi era in pericolo fornendogli un'identità falsa, denaro e, all'occorrenza, l'espatrio grazie all'esistenza di un certo numero di reti clandestine predisposte prima della fine del conflitto per una eventuale resistenza ad oltranza (una delle allucinazioni delle quali si nutrivano i nazisti nel 1945), ma poi più intelligentemente usate da questi per sopravvivere. La più nota di queste reti era detta Spinne (ragno), ma alla fine queste organizzazioni clandestine, operando di concerto per scopi indubbiamente vitali e comuni, diedero origine ad una fusione che in breve si trasformò appunto in Odessa, che niente aveva a che fare con la nota città ucraina dato che il suo nome altro era che l'acronimo delle parole Organisation Der Ehemaligen SS Anghehörigen, ossia Organizzazione degli Ex Membri delle SS.
L'Argentina di Perón che nel dopoguerra rilascerà all'organizzazione ben 7.000 passaporti in bianco e il Brasile che aveva bisogno di tecnici per le proprie industrie, la Siria e altri Paesi arabi memori dell'accoglienza fatta a Berlino al Gran Muftì, che avevano bisogno di istruttori militari per dare una parvenza di efficienza alle proprie Forze Armate, in seguito l'Egitto di Nasser che avrà bisogno di esperti di armamenti per la propria industria della Difesa aprirono volentieri le porte ai fuggiaschi, chiudendo tutti e due gli occhi sul loro passato quando addirittura questo non venne considerato un vanto dalla paranoia antisemita araba. Non a tutti, certo. Odessa era estremamente selettiva: prima di tutto doveva esistere uno stato di pericolo, poi si andava per livelli gerarchici. Prima gli alti gradi, poi quelli inferiori. E, qui riemergeva in tutta la sua spregevolezza il disprezzo che le SS avevano sempre nutrito per chiunque non appartenesse alla loro casta, era indispensabile l'appartenere al Corpo Nero. Era impossibile che un caporale della Wehrmacht o un capitano della Luftwaffe, per quanto nazisti, ricevessero aiuto. Così migliaia di criminali presero ad abbandonare la Germania seguendo tre direttrici principali: la prima portava dall'Austria all'Italia e infine alla Spagna. La altre due, sempre tramite l'Italia, erano  indirizzate verso i Paesi Arabi e verso il Sudamerica retto da dittature, giunte di destra o dai militari.
Perché sempre attraverso l'Italia? Prima di tutto perché l'Italia disponeva di grandi porti mercantili; poi perché non era sottoposta al controllo militare, a volte veramente vessatorio, delle Potenze vincitrici; quindi perché vi si trovava il Vaticano, fonte di grandi e consistentissimi appoggi; infine per la scarsa efficienza dei suoi apparati di Polizia. Carabinieri e Pubblica Sicurezza, come allora si chiamava la Polizia di Stato, pur essendo validi per il mantenimento dell'ordine pubblico, la repressione della criminalità, la tutela delle leggi, avevano valore pressoché nullo per i criminali di guerra: i contatti con le Polizie Militari degli Alleati erano inesistente, mentre quello che rimaneva dei servizi segreti era impegnato più a controllare il fronte dei partiti di sinistra che a fare il suo lavoro istituzionale di Intelligence.
Le vie di fuga, che potevano aver inizio da una qualsiasi città tedesca, convergevano sempre verso Memmingen, una antica cittadina tra la Baviera e il Württemberg, per poi dirigere su Innsbruck ed entrare in Italia attraverso il valico del Brennero. Gli spostamenti nel tratto Germania meridionale, Austria, Tirolo e Italia settentrionale si svolgevano in grande sicurezza a tappe di 50 km circa, ad ognuna delle quali corrispondeva una "stazione" gestita da 3-5 persone che conoscevano solamente la stazione precedente e quella successiva, ma non altro. Spesso i fuggiaschi venivano trasferiti con i sistemi più impensati e, in un certo senso, geniali, come a bordo dei furgoni che, condotti da infiltrati di Odessa, curavano la distribuzione locale di Stars and Stripes, il giornale dell'Esercito americano. La via dei conventi Spesso e volentieri veniva fatto riferimento a istituti religiosi compiacenti (per questo il percorso era detto a volte "la via dei conventi"), mentre le fughe erano agevolate anche da un buon numero di organizzazioni di beneficenza ma anche dalla Caritas internazionale che, per motivi non ben chiari, avevano stabilito che le SS in fuga erano profughi ingiustamente perseguitati dagli Alleati. Ancora meno chiaro, e questa è una macchia che permane sul Vaticano, fu il notevole aiuto che venne offerto da un buon numero di religiosi come il sacerdote pallottino Antonio Weber, uno dei capi della Lega di San Raffaele, che agevolò la fuga di Adolf Eichmann, o il frate minore cappuccino Benedetto da Bourg d'Iré, o ancora da prelati come il vescovo austriaco Alois Hudal, fervente filonazista e rettore dal 1923 del seminario di lingua tedesca della chiesa di Santa Maria dell'Anima a Roma che, utilizzando come centro di raccolta un convento francescano della capitale, consentì l'espatrio di alcune migliaia di ex SS.
Del resto anche padre Krunoslav Draganović, croato e segretario dell'Istituto Croato di San Girolamo fece altrettanto con centinaia di assassini provenienti dalle file degli Ustascia di Ante Pavelić in fuga dalla vendetta titina. Si dirà: un malinteso senso della carità cristiana; può essere, ma nessuno lo ebbe nei confronti degli ebrei che cercavano di sfuggire al massacro nazista. Comunque per le SS una volta giunte in luoghi sicuri la fuga era abbastanza semplice. Un ufficio ecclesiastico confermava l'identità della persona e la Croce Rossa Internazionale, sulla base della conferma, forniva il passaporto ma ad una condizione: che il fuggiasco fosse battezzato e anticomunista. Se erano necessari altri spostamenti, la Caritas si accollava le spese di viaggio.
In questa maniera fuggirono senza troppe difficoltà criminali come Walter Rauff, ex capitano di corvetta cacciato dalla Marina ed entrato nelle SS, inventore dei furgoni-camera a gas che raggiunse il Cile nel 1954 con l'aiuto di monsignor Hudal; Adolf Eichmann del quale è inutile parlare, che da Genova raggiunse l'Argentina nel luglio del 1950; o Franz Stangl, il boia di Treblinka che, sempre grazie a monsignor Hudal raggiunse Damasco nel 1950 e l'anno successivo il Brasile dove venne arrestato, operaio della Volkswagen di San Paolo, 21 anni dopo; o Herman von Alvensleben, responsabile in Polonia della morte di almeno 80.000 persone che, grazie ai gesuiti austriaci e ai francescani italiani raggiunse l'Argentina imbarcandosi a Genova nel 1949; o, e qui ci fermiamo ma la lista sarebbe lunghissima, il dottor Josef Mengele, l'"angelo della morte" di Auschwitz che dopo aver vissuto impunemente in Germania per sei anni, tramite l'Italia e la Spagna arrivò in Argentina nel 1951 e anni dopo in Paraguay dove ottenne la naturalizzazione. Ma il compito di Odessa non si esauriva con la fuga, l'appoggio economico ed una relativa protezione nel tempo, al contrario. Per quanto se ne sa nei primi anni 50, quando il primo compito istituzionale dell'organizzazione si stava esaurendo perché migliaia e migliaia di criminali avevano oramai lasciato Germania e Austria e si trovavano relativamente al sicuro, una riunione fra i suoi capi principali portava alla formulazione di cinque nuove direttrici rese possibile dalla nascita, nel 1949, della Repubblica Federale Tedesca.

Odessa si rigenera

Le idee di restaurare il Reich, come abbiamo detto, erano state da tempo accantonate in quanto ritenute irrealizzabili anche da queste mentalità esaltate, ma adesso era stato reso disponibile un potenziale terreno di coltura. Venne perciò decisa: 1) la reinfiltrazione in Germania degli ex nazisti che venne effettuata durante gli anni 50; 2) la successiva infiltrazione della struttura politica tedesca in maniera di condizionarla occultamente per bloccare processi e riprese di ricerche dei kameraden; 3) l'inserimento nel tessuto economico del Paese al fine di favorirne un "miracolo economico" e trarne il massimo vantaggio, cosa che avvenne puntualmente fra gli anni 50 e 60; 4) favorire e agevolare in tutti i modi e con tutti i mezzi quanti cadono nelle mani della giustizia, attività in corso a tutt'oggi; 5) dare vita ad una massiccia ed oculata campagna di disinformazione e propaganda a lunghissimo termine. Per quanto riguarda i punti 1, 2 e 3 non esistono dubbi che siano stati portati a termine con teutonico scrupolo e precisione. Molti ex criminali sono rientrati in Germania sotto mentite spoglie, un buon numero di essi è andato ad occupare i livelli medio bassi (per non dare nell'occhio inutilmente) della CDU, la Democrazia Cristiana tedesca e della CSA, l'Unione Sociale Cristiana. Come pure si sono inseriti nell'industria e nel commercio, devolvendo parte degli introiti alla nascita di alcuni movimenti di estrema destra come in National Partei Democratische (NPD) di Von Thielen e Von Tadden degli anni 60 e al sostegno di una stampa estremista ma ufficiale, come ad esempio il giornale National und Soldaten Zeitung. Il punto 4, l'appoggio giuridico legale e non solo è tuttora in vigore e ha dato alle volte origine ad episodi che sarebbero inspiegabili se non fossero giustificati dall'azione di Odessa,
È il caso, ad esempio, di Walter Rauff; dopo cinque anni di permanenza in Cile, nel 1955 fa domanda, da quel Paese, alla Direzione Finanziaria per la liquidazione delle Indennità di Guerra tedesca per avere la sua pensione di capitano di corvetta. La cosa desta però sospetti e si innesca un lungo processo che porta alla sua identificazione e, più di dieci anni dopo ad una incriminazione e ad un processo che si dovrebbe tenere presso la corte di competenza di Hannover. Rauff si deve presentare davanti ai giudici di Santiago che devono decidere della sua estradizione ma questi, il clima politico cileno è quello che è e nel dicembre 1962 la Corte decide per il non luogo a procedere verso questo valoroso e sfortunato soldato d'onore. Otto anni dopo, nel 1970, viene eletto Presidente Salvador Allende, uomo politico di sinistra e di indubbia reputazione democratica. Simon Wiesenthal, il famoso cacciatore di criminali nazisti che aveva seguito in prima persona la vicenda, pensa che i tempi siano finalmente cambiati e il 21 agosto del 1972 scrive ad Allende perorando la causa dell'estradizione di Rauff, fornendo informazioni, testimonianze e prove  sul caso.

Condizionare Allende
Il Presidente risponde pochi giorni dopo con grandi parole di stima e di approvazione per Wiesenthal e per la causa alla quale dedica la vita, aspre condanne del nazismo, dei suoi esecutori e dello sterminio del popolo ebreo, poi conclude dicendo che non può fare niente perché il processo è stato chiuso e non lo può riaprire, e poi in virtù della legge cilena lui non può esercitare funzioni giudiziarie. Capitolo chiuso. In realtà la situazione politica cilena dopo i primi momenti trionfali dell'elezione di Allende era andata sempre peggiorando assieme a quella economica, e il Presidente, al quale rimaneva meno di un anno di vita prima del golpe della giunta militare, sapeva che non si poteva inimicare il membro di una comunità importante e rispettata ed economicamente molto ben inserita nel Paese. Così qualcuno che proteggeva Rauff ebbe modo di fargli pervenire un "consiglio" che venne ascoltato. Siamo così giunti al punto 5. Propaganda e disinformazione, nascita delle correnti prima di revisione poi negazioniste nei confronti dell'Olocausto sono tutte attività nelle quali traspare la presenza di Odessa, ma che tutto sommato si possono definire allineate con la sua fisionomia, con una sorta di continuità storica. Ma dalla fine degli anni 80, con la caduta del Muro, ne sono iniziate altre, inizialmente in Germania, che poi si sono andate diffondendo anche in altri Paesi europei. La destabilizzazione a livello sociale nella ex Repubblica Democratica Tedesca, la nascita e la successiva diffusione dei movimenti naziskin, elementi destabilizzanti che niente hanno a che fare con il nazismo e si potrebbe dire anche la "militarizzazione" delle loro frange nei cosiddetti black block non sono fenomeni verificatisi per caso, e  hanno avuto per lo più origine in Germania.
D'altra parte bisogna tenere conto del fatto che Odessa ha una forte limitazione. Come abbiamo visto non è affatto una organizzazione patriottica anche se i suoi componenti sono tutti profondamente tedeschi che ragionano secondo parametri tedeschi i cui risultati sono destinati ad essere validi solo sopra un terreno di coltura tedesco e non altrove. Per questo infatti, dopo la sconfitta e la fuga, tutte le operazioni di ritorno si sono svolte in funzione della nascita della RFT prima e della riunificazione della Germania poi. Per questo è possibile che Odessa sia  entrata in una terza fase ancora non ben definibile. I tempi sono cambiati, le generazioni si stanno avvicendando, gli antichi obiettivi sono stati ormai abbandonati ma la struttura di base è rimasta. Per come era stata organizzata, Odessa da un punto di vista economico non può aver avuto altra sorte che quella di prosperare e siccome, lo ha dimostrato, ha un forte potere di conservazione, ma anche di autorigenerazione (più della Mafia o di Cosa Nostra in quanto ideologicamente omogenea e guidata con gestionalità militare), siamo certi che ha già stabilito quali saranno i prossimi movimenti. Dei quali possiamo prevedere solo che saranno, come sempre da mezzo secolo a questa parte, legati al mantenimento e alla continuità della casta che si sta rinnovando entro di essa che, sulla base dei precedenti storici noti, non potrà mai portare a risultati positivi per chiunque altro se non per lei.



 

Stepinac

Giovanni Maria Pace

Nazisti, l'elenco della vergogna

Quanti furono i criminali di guerra compromessi con il regime hitleriano finiti in Argentina? 
Ecco il rapporto finale della commissione che ha indagato quei fatti 

Buenos Aires. Nel 1945 furono processati e condannati a Norimberga i più alti gerarchi del nazismo, da Goering a Hess, da Keitel a von Ribbentrop. Dopo la punizione esemplare dei protagonisti il mondo dimenticò però i comprimari, che pure erano stati gli ingranaggi senza i quali la macchina dello sterminio non avrebbe potuto funzionare.
Quanti erano questi gregari? Certamente molti, se solo nelle zone di occupazione occidentali vengono arrestate, all'indomani della resa tedesca, 182.000 persone sospettate di partecipazione a crimini nazisti (e 5000 condannate). Ma ciò che più conta è che, confusi nella massa degli assolti dopo sommario esame e degli sbandati che vagavano per l'Europa, ci sono personaggi 'minori', per modo di dire. Parliamo dei Mengele, degli Eichman, dei Priebke, dei Klaus Barbie nonché di Walter Rauff, l'inventore dei camion-camera a gas; Eduard Roschmann, l'ex comandante del ghetto di Riga giunto nel '48 a Buenos Aires da Genova con un passaporto della Croce Rossa intestato a Federico Wegener; Fridolin Guth, implicato nel colpo di stato del '34 a Vienna che costò la vita al cancelliere Dolfuss e torturatore in Francia. Queste figure intermedie possono contare sulla tolleranza delle autorità alleate che nel clima di incipiente Guerra Fredda consentono di fatto agli ex nazisti di occultarsi in patria o di emigrare in paesi lontani. Nessuno meglio degli hitleriani può infatti difendere l'Occidente dal bolscevismo. Tra il '45 e il '48 sono centinaia di migliaia le persone di lingua tedesca che si muovono lungo la rat-line, la 'via dei topi' che dall'Europa continentale conduce a Genova e agli altri imbarchi per il Sud America, soprattutto per l'Argentina, dove molti 'ex' trovano una seconda patria.
Dei criminali di guerra approdati nel paese, l'Argentina ne estrada ben pochi: Juan Bohne, il terminatore di handicappati, dementi e altri 'inquinatori' della razza; Eduard Roschmann, comandante del ghetto di Riga; Bilanovic Sakic, responsabile del campo di concentramento di Jasenovac, nella Croazia ustascia; Josef Schwammberger, comandante altoatesino del ghetto di Przemsy e da ultimo Erich Priebke (Adolf Eichmann, l'ideologo della 'soluzione finale', non viene estradato ma rapito dai Servizi israeliani). Si tratta di un piccolo gruppo, a fronte del quale c'è il gran numero di coloro che rimangono impuniti, dei manovali dell'Olocausto che in Argentina riprendono una vita tranquilla col beneplacito dell'esordiente regime peronista e il viatico di Washington. La presenza nazista in Argentina è stata per lunghi anni accantonata dagli uni ed esagerata dagli altri a seconda delle circostanze e dello schieramento politico.
Ora uno studio pluridisciplinare e approfondito fornisce di questo inquietante capitolo della storia nazionale un quadro molto più obiettivo. È il rapporto finale della Comisiòn para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina (Ceana) a suo tempo istituita presso il ministero degli Affari Esteri dal presidente Menem e di cui è coordinatore scientifico lo storico Ignacio Klich dell'università di Westminster in Gran Bretagna. Professor Klich, si stenta a capire perchè dei criminali di guerra siano riusciti a vivere indisturbati in Argentina. Produrre prove di colpevolezza utilizzabili in giudizio non è facile, guardi il caso recentissimo di Konrad Kalejs, il nazista lettone ritenuto corresponsabile della morte di trentamila ebrei ma che l'Inghilterra ha dovuto rilasciare. I dati necessari a inchiodare i colpevoli vanno cercati con perizia, ciò; che non sempre è stato fatto dalle stesse organizzazioni ebraiche.C'è confusione sulla dimensione del fenomeno, nel senso che sulla diaspora dei nazisti circolano le cifre più stravaganti, vedi i sessantamila criminali di guerra che secondo l'ex funzionario del dipartimento americano della Giustizia John Loftus sarebbero stati nascosti dagli Alleati in Argentina. Dal canto suo il Centro Wiesenthal ha segnalato alla nostra Commissione, nel 1998, ventidue nomi di criminali residenti nel paese, ma a tutt'oggi l'elenco rimane privo di conferma. La Ceana si è invece basata solo su documenti o testimonianze attendibili.

Quale conclusione avete raggiunto? 

Abbiamo ricavato una lista di 180 individui - criminali di guerra condannati o sospettati, o collaborazionisti - approdati in vario modo in Argentina. Di questi, una trentina sono tedeschi, più di cinquanta di origine croata, e circa cento tra francesi e belgi. Da notare che i criminali gerarchicamente più importanti (e meno noti) non sono arrivati dalla Germania ma da altri paesi, mi riferisco a Pavelić e Ostrowski.

Perón cercava tecnici tedeschi, operai specializzati e, con minore interesse, laboriosi contadini italiani. Come mai accettò due feroci capi di stati filonazisti come il croato Ante Pavelić e il bielorusso Radislaw Ostrowski? 

L'Argentina non era mai stata favorevole all'immissione di gente proveniente dall'Europa orientale e dai Balcani. Se Perón accolse quei due lo fece per intercessione o pressione di qualcuno, cioè per via di condizionamenti venuti da fuori.

Da parte di chi? Degli americani, del Vaticano? Intende dire che la Chiesa cattolica fu connivente? 

Sì, e qualcosa in più. Lo storico italiano Matteo Sanfilippo ha potuto provare l'intercessione del cardinal Tisserant a favore di cinque fuorusciti del regime di Vichy che si trovavano a Roma e che, tornando in Francia, avrebbero subito le conseguenze dell'aver collaborato coi tedeschi. È noto anche l'aiuto fornito a ex nazisti dal vescovo austriaco Alois Hudal, rettore del Collegio germanico di Roma e da padre Draganović, l'ex colonnello ustascia divenuto capo di San Girolamo degli Illirici, sempre a Roma: troppi dati per ignorare che da parte di alcune personalità ecclesiastiche ci fosse l'intento di agevolare l'ingresso in Argentina di certi personaggi.

Emerge un ruolo di papa Pacelli nella vicenda? 

Difficile dirlo perché il papa non firmava, come non firma, le lettere della Segreteria di Stato. Quando si potrà finalmente accedere alla documentazione vaticana e dell'episcopato argentino la domanda troverà risposta. Per il momento si può; solo ipotizzare che i Tisserant, gli Hudal, i Draganović non agirono autonomamente ma come parte di una struttura, di un piano generale della Santa Sede.

L'aiuto più importante venne però dal regime peronista. È così? 

Lo schema che vede il Vaticano e la Croce Rossa come promotori e Perón come esecutore di una politica immigratoria filonazista va rivisto. La responsabilità della venuta, per esempio, degli ustascia non si può attribuire esclusivamente all'Argentina, che li ha ricevuti, o al Vaticano. Nella partita ci sono altri giocatori. Padre Draganović era stato un agente del controspionaggio dell'esercito degli Stati Uniti in Austria prima e in Italia poi. Quindi per chiarire le complicità che permisero a Pavelić e compagni di approdare sulle rive del Rio de la Plata occorre guardare non solo all'Italia e all'Argentina ma al contesto dell'epoca: con la Guerra Fredda, i nemici di ieri diventano gli alleati di oggi. L'ambasciatore degli Stati Uniti in Yugoslavia, che era stato incaricato d'affari in Argentina fino all'elezione di Perón, nel '47 va a Washington e tutto fa credere che ci sia un piano degli Usa e del Vaticano, d'accordo con l'Argentina, per favorire l'emigrazione degli ustascia e di altri ricercati.

Il quadro delineato dalla Ceana è dunque più complesso.

La stessa definizione di 'criminale di guerra' si dimostra elastica, e non solo nella logica peronista. Prendiamo il caso di Walter Schreiber, l'infettivologo che dirigeva la sperimentazione 'scientifica' sui prigionieri dei campi di concentramento. Per posizione gerarchica è difficile non considerarlo responsabile di lesa umanità, ma non è mai stato formalmente incriminato. La ragione è che nessuno aveva interesse a farlo. Al processo di Norimberga, Schreiber è infatti testimone dell'accusa a favore dell'Unione Sovietica e più tardi viene utilizzato dall'Air Force americana come spia. Ora, questo medico può non avere compiuto personalmente esperimenti su cavie umane, ma indubbiamente è stato più importante di Joseph Mengele, l''angelo della morte' di Auschwitz e suo probabile sottoposto. Eppure Mengele, il pesce piccolo, diventa agli occhi dell'opinione pubblica il simbolo stesso della degenerazione della medicina nazista, tanto che i giudici della Repubblica federale ne sollecitano l'estradizione prima dall'Argentina e poi dal Paraguay; mentre Schreiber, il pesce grosso, viene lasciato tranquillo per il resto dei suoi giorni.

da Il Secolo XIX