Giuliano Pajetta

Campi della morte nella Germania nazista


I. Auschwitz. Quattro milioni e mezzo di assassinati

Pochi giorni dopo essere arrivati al potere nell’ormai lontano ’33 i nazisti cominciarono a convogliare decine e decine di migliaia di uomini verso i campi di concentramento. Profughi tedeschi che varcavano le frontiere del nuovo Reich portavano al mondo le orribili notizie sugli orrori di Dachau, Buchenwald, Oranienburg e via dicendo. Pochi li ascoltavano, meno numerosi ancora erano coloro che li credevano. Gli emigrati antifascisti tedeschi nelle loro riunioni in qualche sala di Parigi o di Zurigo, di Bruxelles o di Vienna rievocavano i nomi degli amici scomparsi e cantavano in coro la triste canzone dei “Soldati della palude”, la canzone nata nei campi di concentramento.

Le "offensive"

Nel '33 i campi erano stati destinati sopratutto all'eliminazione fisica degli antifascisti e degli oppositori tedeschi, alla vigilia della guerra essi presero sempre più il carattere di campi destinati allo stermino in massa di tutti coloro che potevano opporsi ai piani di guerra totale.
Cominciarono così le “offensive”: quella anti-austriaca del '38, l'offensiva “anti-semita” del ’38-39 e via dicendo. A decine di migliaia gli uomini erano strappati alle loro case, non in base ad un'accusa determinata e nemmeno ad un sospetto preciso, ma per creare un'atmosfera di terrore. Un ufficiale superiore della Gestapo ebbe una volta a dichiarare in una conversazione privata: “La forza del nostro terrore sta nel suo carattere di massa e nel fatto che colpisce alla cieca e senza proporzione e nessuno può prevedere la durezza dei colpi che noi portiamo a chiunque non agisca come uno dei nostri”.
Maestri dell'organizzazione i nazisti vennero organizzando tutto un sistema di campi e di sottocampi distinti per le categorie degli internati e per la maggiore o minore intensità di ferocia impiegata. Tutti i campi erano però ugualmente circondati da una fitta rete di mistero. Man mano che gli orrori perpetrati in un campo erano conosciuti e svelati all'opinione pubblica mondiale, i nazisti ne creavano altri nuovi, sempre più micidiali e sempre più misteriosi; nei campi stessi organizzavano reparti speciali, baracche più orribili delle altre. Essi volevano che non solo tutti in tutto il mondo temessero un viaggio verso la deportazione in Germania come qualche cosa di ignoto e di brutto che appare tanto più brutto in quanto più ignoto, ma volevano che tra questi milioni di persone esistesse sempre il pensiero che per quanto stavano male potevano stare peggio.
Quando le sorti della guerra cominciarono ad apparire più incerte e più dubbiose i gerarchi nazisti avvolsero in un mistero ancora più profondo la loro barbara attività. E mentre davano una parvenza di “normalità” ai campi ormai conosciuti in tutto il mondo, Dachau, Buchenwald, ecc., intensificarono le loro opere di annientamento di milioni e milioni di esseri umani nei nuovi campi più isolati e meno conosciuti di Lublino (Maidanek), di Mauthausen, di Auschwitz di Flossenburg, ecc. Essi specializzavano i campi: c'erano quelli per la distruzione sistematica degli ebrei, quelli per l’annientamento immediato dei quadri partigiani o dei prigionieri dell’esercito rosso e così via.



Il Dio Moloch

Nessuno potrà contare il numero degli uomini, delle donne e dei bambini assassinati; il triste primato apparterrà senza dubbio al campo di Auschwitz nella Slesia polacca dove dal '38 al '44 sono state uccise non meno di quattro milioni e mezzo di persone. In questo campo la morte era stata industrializzata al massimo. Una linea ferroviaria speciale portava al gruppo di dieci forni crematori. I treni carichi di tre, quattromila deportati provenienti dai differenti paesi erano avviati direttamente su questa linea, si procedeva allo scarico dei nuovi arrivati, erano in generale gli ebrei o gruppi interi della popolazione di certe zone della Polonia, della Russia, dei Balcani. I nuovi arrivati erano fatti scendere con tutti i loro bagagli, le autorità nazi dei differenti paesi li avevano invitati a portare il massimo dei loro beni, portare bauli e bauli contenenti i loro oggetti personali, tutti gli oggetti di valore possibile. Essi lasciavano l'Olanda, la Grecia, la Francia, il Belgio e la Romania, l'Ungheria per andare ad installarsi in un nuovo territorio ebreo; in quel territorio che esistette soltanto nelle menzogne della infame propaganda nazista. Uomini e donne, vecchi e bambini scendevano dai treni a migliaia, depositavano i loro bagagli ed erano avviati verso i “bagni”.

I "bagni"

I tedeschi erano maestri in fatto di igiene: due immense sale da bagno si stendevano sotto i dieci forni crematori che avevano l'apparenza innocente di grosse vetrerie; ognuna di queste sale poteva contenere tremila persone, nelle sale vi erano specchi, asciugamani, cartelli con raccomandazioni di igiene e di pulizia, ma erano “sale da bagno” senza acqua. Una volta piene, vi venivano immessi i gas e gli uomini morivano. 600 persone lavoravano a turno giorno e notte per sgombrare queste gigantesche camere a gas e per bruciare i cadaveri nei crematori. Nel raggio di 20 km. un solo odore dominava, quello della carne bruciata. I 600 internati addetti all’orribile bisogna erano rinnovati ogni due mesi, tutti i 600 erano sterminati, altri 600 li sostituivano e intanto banditi, SS e criminali professionali padroni del campo si dividevano il bottino lasciato dai morti. Il massimo di arrivi fu raggiunto nell'estate '44; fu quella chiamata “l'azione ungherese” vale a dire l'azione destinata allo sterminio totale degli ebrei dell'Ungheria, della Transilvania e della Rutenia Subcarpatica. Con la cadenza di diecimila al giorno arrivarono gli ebrei da queste regioni durante un mese e mezzo e durante un mese e mezzo lavorarono senza posa i dieci forni crematori i quali peraltro non furono sufficienti; enormi fosse comuni vennero scavate e colmate. “L'azione ungherese” era stata preceduta da decine e decine di altre “azioni”. Ai massacri di Auschwitz avevano corrisposto i massacri effettuati a centinaia in altri campi e sottocampi tedeschi. In uno di questi ha vissuto per sei mesi l'autore di queste note e più precisamente in quello che i nazi riuscirono a tenere nascosto agli occhi del mondo fino all'ultimo momento e dove essi perpetrarono i loro misfatti fino al 5 maggio 1945: Mauthausen.


II. A Mauthausen. Sotto la bandiera nera

A pochi chilometri da Linz nell’Austria superiore sorge sulla sponda del Danubio una borgata e si allunga su una bella strada tra il fiume e i colli. È una borgata tranquilla e simpatica sulla quale pesa la maledizione: si chiama Mauthausen. Durante l’altra guerra mondiale gli austriaci internarono nei pressi di questo paese centinaia di migliaia di prigionieri di guerra; non avevano né l'intenzione né la tecnica per massacrarli ma non avevano nulla per nutrirli o per curarli e li lasciarono morire a decine e centinaia di migliaia.

Frusta e passo ginnastico

Pochi giorni dopo aver occupato l'Austria, i nazi si ricordarono di Mauthausen e vi stabilirono il primo campo di concentramento del paese che avevano “liberato”. Sulla collina che domina il paese portarono i primi convogli di  uomini, all'interno di una rete il filo di ferro spinato ammucchiarono banditi e criminali di professione portati dai campi tedeschi assieme ai patrioti austriaci, agli operai di Linz e di Vienna, ai contadini, agli intellettuali di un paese che voleva difendere la sua indipendenza. Là su quella collina cominciò a sorgere il campo di Mauthausen il K.L.M. e sorse, come prima istituzione del campo, l'inevitabile crematorio. All'entrata del campo sventolavano due grandi bandiere, quella dalla croce uncinata e quella nera col teschio bianco, la bandiera dei pirati, la bandiera delle SS.


Il campo era fatto perché la gente vi morisse, vi morisse di botte, vi morisse di torture. Dei 18.000 internati venuti nel '38 sopravvivevano nel '45 una decina di persone, i criminali più incalliti, coloro che erano sopravissuti perché meglio avevano aiutato le SS ad assassinare gli altri. A suon di frusta e a passo ginnastico, gli internati lavoravano a edificare baracche a costruire caserme e stadi per le truppe di' guarnigione, a pavimentare piazze e strade con pietre, a edificare muraglie turrite. Essi trasformarono la fisionomia della pacifica collina austriaca in quella della più massiccia e odiosa fortezza medievale : su ogni torre le SS con la mitragliatrice, su ogni torre il teschio e le tibie incrociate.
Da ogni parte arrivavano i convogli dei deportati. Prigionieri cechi, polacchi, antifascisti spagnoli catturati in Francia, ebrei presi nei vari paesi venivano a migliaia e migliaia. Tuttavia gli effettivi del campo non aumentavano. La matricola più alta era il 6000, dal '39 al '41 arrivavano in media più di 10.000 persone al mese, ognuno riceveva una matricola e la matricola più alta restava il 6000. Il nuovo arrivato riceveva la matricola che avevano portato prima di lui tanti altri e vi era sempre una matricola libera. I nuovi arrivati passavano sotto l'arco di entrata su cui troneggiavano tre grandi manichini di internati. Erano vestiti dell'orribile uniforme a righe dei K.L. e guardavano con gli occhi di vetro coloro che avevano pensato che la perdita della libertà fosse la pena loro inflitta e che si accorgevano subito tra le bastonate degli aguzzini e gli urli dei grossi cani che a Mauthausen si veniva per morire. Ammazzare subito tutti non era redditizio, si poteva cominciare a tenerli in vita il tempo sufficiente a perfezionare e a ingigantire il campo stesso. Il regime hitleriano si preparava a dominare il mondo per mille anni e voleva costruire cose solide; per questo ci volevano pietre e sotto la collina di Mauthausen sorse così un'enorme cava di pietre; erano portate a dorso da uomini su per una salita di più di 180 gradini.

Le baracche infernali

Dieci, dodici ore al giorno gli uomini sottoalimentati salivano e scendevano spinti dagli aguzzini che non impiegavano le fruste ma i manichi dei badili: a ogni nuova andata e ritorno decine e centinaia di uomini rimanevano per terra, così gli effettivi del campo potevano non aumentare. Così ogni pietra, ogni ciottolo della piazza del campo costava la vita di un uomo.
Gli internati vivevano in baracche, ogni baracca aveva il suo capo baracca, questi aveva un diritto di vita e di morte su ognuno degli internati, era egli stesso un internato, un bandito professionale che dava alle SS la garanzia di essere feroce almeno quanto loro. Il regolamento imponeva per esempio che gli internati non avessero mai il vestito strappato, ma era loro assolutamente interdetto il possedere ago e filo: sbrogliatevi come potete, se non vi sbrogliate peggio per voi. Il regolamento richiedeva la massima igiene. Per applicarla, gli internati passavano una parte delle loro notti sotto le docce gelate, se molti di essi morivano, non importava, morivano lavati. lì regolamento comportava che le baracche dovevano essere pulite come specchi, gli uomini arrivavano a passo ginnastico dalla cava fangosa alla entrata delle baracche dovevano presentare le scarpe pulite, ed evitare che un briciolo di terra insudiciasse i pavimenti tirati a cera.
Abbiamo detto gli uomini e ci siamo sbagliati; gli internati si chiamavano detenuti e guai a chi li avesse chiamati uomini. Nell'anno di grazia '45, quando tutti dicevano che il regime interno del campo si era molto addolcito, successe un fatto curioso: un internato accompagnava altri due internati a un lavoro in una dipendenza del campo, passando davanti a un posto di guardia nel pronunciare la formula rituale in tedesco impiegò la parola “uomo” invece di “detenuto” per definire i suoi accompagnati, questo errore imperdonabile gli costò un rabbuffo e delle buone botte. Internati e non uomini, e questi internati non avevano bisogno di dormire, non avevano bisognò di mangiare. Dormivano ammucchiati come bestie per poche ore divorati dai pidocchi. Ogni tanto entravano le SS a fare una visita, naturalmente camminavano coi loro scarponi chiodati sulle facce, sulle mani, sui ventri della gente sdraiata al suolo e se tutto restava in silenzio se tutto piaceva loro, se ne andavano, e se le cose non piacevano o se semplicemente erano un po' più ubriachi del solito davano un fischio: tutti fuori! In due minuti la baracca era vuotata. C'era una porta sola, ma dalle finestre guizzavano gli uomini sotto le randellate.
Allora tutti in piazza, in piazza a fare due ore, tre ore, quattro ore di esercizi ginnastici: “in piedi! pancia a terra! in piedi! pancia a terra! fate la rana!” e allora centinaia di spettri saltavano a rana e gli SS ridevano oppure bestemmiavano o picchiavano nel mucchio.


III. Le fabbriche dei cadaveri

Vi era una libertà, la libertà di uccidersi. Decine di internati ogni notte si gettavano sui fili di ferro ad alta tensione e restavano là a consumarsi lentamente. Ma qualche volta la gente non moriva abbastanza in fretta e allora si intensificava il ritmo. Quando i gruppi di ebrei arrivavano in alto dalla cava di pietra li si costringeva a fermarsi un momento, a “posare” la pietra e poi bastava uno spintone di un SS ben nutrito per precipitarne parecchi in un baratro di più di 80 metri, Ci fu il caso di uno che cadde rimbalzando su dei cespugli arrivò in fondo e non morì. Allora lo si fece risalire, di corsa anzi, dove trovò le forze nessuno ce lo dirà mai, e lo riprecipitarono di nuovo, questa volta con attenzione, con cura, e riuscirono a sfracellarlo a dovere. Vi era anche un altro sport praticato dalle SS: un internato non piace perché ha gli occhiali, oppure perché è più grande di un altro, oppure perché ha i capelli rossi, per questo lo si sceglie nella fila e lo si ammazza. Qualche volta ammazzandolo si può trovare una buona occasione per far vedere la propria sveltezza: un pugno sul viso e l'uomo cade, un piede sul collo e lo si strangola.

Staffilate e cani

Intanto si guarda l'orologio, chi ha fatto più in fretta? Quaranta, cinquanta secondi, il più lento pagherà da bere lo “schnaps” oggi; cercherà di rifarsi domani.
Internati e non uomini, possono servire ad ogni uso: in altri campi ]i utilizzarono per studiare gli effetti speciali di malattie; a Mauthausen fecero un esperimento curioso: “Proviamo dei cibi nuovi; perché uno invece del pane o della minestra ordinaria non potrebbe mangiare delle speciali farine frutto dei progressi della scienza tedesca?”
“Proviamo pure - dissero i nazi; - tanto che costa?” Allora vi furono le baracche di quelli senza pane e con doppia zuppa, di quelli senza zuppa e con doppia pappa e via di seguito. Alcuni si gonfiavano, altri dimagrivano, finché a un certo momento si stancarono anche di questa prova, tanto la gente moriva troppo in fretta lo stesso per dar valore alle esperienze.
Vi erano anche le punizioni in questo campo. Quelle meno gravi della pena di morte e quelle più gravi della pena di morte! La pena minima erano le 25 staffilate; 25 staffilate che il detenuto doveva contare lui stesso in tedesco e poi rialzarsi, se riusciva a rialzarsi, mettersi sull'attenti e annunciare che il detenuto numero tale aveva ricevuto tante staffilate e ringraziava. Vi era il muro: una catena al collo e faccia al muro; faccia al muro per un giorno, per due giorni, per tre giorni, i giorni erano di 24 ore. Vi erano i cani, i grossi cani danesi e i grossi mastini; simili a quelli che i “conquistadores” spagnoli avevano adoperati per la caccia agli schiavi negri, i cani che sapevano sbranare un uomo senza farlo morire troppo in fretta; un tentativo di fuga, un sospetto di un complotto politico valeva una pena di questo genere.
Pochi, pochissimi sono scappati da Mauthausen. Un detenuto è fuggito, l'allarme è dato nel campo; tutti gli internati sono riuniti, resteranno sull'attenti finché il colpevole non è stato ricatturato: passano delle ore, nella neve semi scalzi, vestiti che sembran carta o giù di lì. Una volta furono costretti a rimanere sull'attenti 36 ore di seguito, ne morì il 10%, il fuggiasco ritornò, fu fatto passare davanti agli altri con un cartello al collo e poi, mentre la musica suonava dei ballabili, impiccato in un angolo della piazza; così una volta, così tante volte.

"Per la grande Germania"

Intanto nel '41, nel '42, gli internati affluivano sempre più numerosi da tutti i paesi dell'Europa e la Germania aveva sempre più bisogno di mano d'opera. Forse non voleva più far morire la gente così in fretta, si poteva farla lavorare un po' più e Mauthausen diventava ufficialmente un campo di lavoro ma restava campo di morte un po' più lenta. In tutta l'Austria sorgevano i così detti “trasporti”, campi dipendenti da Mauthausen, alcuni presso delle fabbriche del tutto nuove, altri erano giganteschi lavori di scavo per fabbricare officine sotterranee.
Lavorare nelle fabbriche non voleva dire diventar lavoratori, ma voleva dire in generale essere soggetti a un regime più addolcito o per lo meno avere una mezza garanzia di rimanere in vita per qualche mese, forse per qualche anno. Nei grandi lavori di scavo lavorare voleva dire avere ancora forse due, forse tre mesi di vita, forse meno. Senza aria, affamati, mezzi scalzi, gli uomini avevano dodici ore di lavoro al giorno a spingere i vagonetti, a maneggiare il piccone, la pala, il piccone automatico. Per ogni dieci o venti uomini vi era un capo squadra, un bandito, un assassino professionale che rubava a quegli uomini una parte, la parte migliore della loro miserabile razione, che sapeva che nessun SS gli avrebbe chiesto con quali mezzi egli otteneva dagli internati tutto ciò e che nessuno gli avrebbe chiesto dei conti se ogni settimana gli moriva il dieci per cento dei suoi lavoratori. Così mentre nel campo centrale di Mauthausen alcune migliaia di detenuti privilegiati impiegati nelle varie amministrazioni o nei vari servizi centrali del campo sopravvivevano, nei trasporti la gente continuava a morire allo stesso ritmo infernale del '40.


IV. Internati italiani a Mauthausen

L'afflusso in massa degli italiani a Mauthausen cominciò negli ultimi mesi del '43; prima di allora erano già arrivati alcuni italiani assieme a deportati politici francesi e agli antichi combattenti dell'esercito repubblicano spagnolo; con gli uni e con gli altri essi avevano condiviso la lotta a morte contro i nazi e i fascisti, con gli uni e con gli altri venivano ora a soffrire e a morire. Adesso arrivavano però convogli interi di partigiani, di semplici rastrellati, di operai scioperanti delle città del Nord e via dicendo. Arrivavano a treni e a treni interi. Mauthausen li inghiottiva come una fornace ardente può inghiottire treni e treni interi di combustibile. I convogli più numerosi di italiani furono quelli della fine marzo '44 e del giugno '44. Ai grandi scioperi di Torino, di Milano e di Genova seguirono delle deportazioni di migliaia e migliaia di italiani sopratutto da Genova da dove, grazie a Basile [prefetto di Genova durante l'occupazione nazista, che fu poi addirittura invitato al Congresso del MSI del 1960], furono mandati a Mauthausen più di duemila lavoratori, e poi arrivavano convogli ordinari: in generale due convogli al mese uno da Bolzano, uno da Trieste di circa 300 internati. Cinque, sei, sette giorni di viaggio senza acqua, ammucchiati a 50, 60 in un vagone merci chiuso. Alla stazione di Mauthausen erano accolti dalle SS che li ricevevano dalle mani della milizia fascista o della gendarmeria militare tedesca. Incolonnati e avanti, sei chilometri a piedi su per la collina sotto il peso dei bagagli.
La strada saliva e apparivano allora le enormi costruzioni al di là di quelle muraglie rossicce su cui troneggiava l'aquila dal becco rapace. Si vedevano pochi internati nelle immediate adiacenze del campo, non avevano l'aria né troppo denutrita, né troppo depressa (appartenevano all'infima minoranza dei privilegiati che avevano un impiego nel campo) e nel cuore si ravvivava un filo di speranza e di ottimismo. Però il campo non era un campo; cosa sono queste porte gigantesche, queste torri di pietra, questi muri enormi? Ma avvicinandosi alla porta oramai non vi era più il tempo di pensare, bisognava cominciare a camminare a passo ginnastico; e le randellate cominciavano a piovere insieme agli scherni e agli insulti. Randellate che facevano paura perché non si riusciva a comprendere il motivo, la ragione per cui venivano picchiati a casaccio questi uomini che ancora si credevano uomini, che ancora ragionavano come uomini. Ed ecco gli arrivati ammucchiati là dietro il bagno, a gruppi discendono nel sotterraneo dove ci sarà la doccia, la depilazione, la disinfezione.
Un altro gruppo scende nella sala da bagno, è accolto a spinte, a pugni, a insulti. Poi ognuno consegna quanto possiede, denaro, oggetti preziosi e tutti i beni personali; una cosa sola viene lasciata: la cinghia oppure le bretelle. E tu vedi bene che i tuoi oggetti non vanno messi in un sacco o in un deposito ma sono lì, depredati, divisi sotto i tuoi stessi occhi tra le SS e i vecchi internati che il aiutano; con un lapis copiativo ti segnano un numero sul petto ed entri per essere rasato completamente. Poi passi alla doccia e, senza darti il tempo di asciugarti (e con che?), ti cacciano fuori. Mentre passi ti gettano a casaccio una camicia sbrindellata, un paio di mutande lacere e con quelle fuori nella neve, con le scarpe o magari senza scarpe se le tue sono sembrate abbastanza belle per meritare di essere rubate.
Ed ecco i nuovi arrivati ammucchiati nell'angolo di una delle quattro stanze della baracca di quarantena, stretti, pigiati; sono lì circondati dagli aguzzini, criminali di professione, che prendono in consegna la gente dalla SS di servizio. E adesso comincia la “quarantena”, il periodo in cui si farà di questi uomini delle bestie, mentre sistemeranno le pratiche burocratiche per vedere in quale “trasporto” è più conveniente mandarli a lavorare e a morire. Poveri italiani, arrivano per ultimi; le altre nazionalità hanno ormai alcuni di loro che sono riusciti ad impiegarsi (non tutti gli impiegati sono adesso dei banditi professionali) e questi si forzano di salvare i loro connazionali.
Salvare vuol dire cercare di far impiegare qualcuno nei servizi del campo, vuol dire farli iscrivere con un mestiere tale che permetta loro di lavorare in una fabbrica di Vienna o di Linz, vuol dire portar loro qualche pezzo di pane o qualche litro in più della immonda zuppa di rape e di patate non sbucciate che gli impiegati fissi del campo riescono a sottrarre con relativa facilità dai magazzini delle SS o dalle cucine generali. Poveri italiani che non capiscono né il tedesco né il polacco e a cui nessuno ripete per due volte un ordine sovente tanto assurdo che ti sembrerebbe incomprensibile anche nella tua lingua, e sui quali piovono subito le gragnuole di colpi.


V. Assassinati sul filo spinato

Quanti italiani arrivarono a Mauthausen? Otto, diecimila, forse di più. La maggior parte dei registri fu distrutta dalle SS negli ultimi giorni.
In questa infernale Mauthausen vi erano reparti speciali in cui si stava ancora peggio. Già nel '41 e nel '42 annesso al campo vi era un luogo di esecuzione alla pistola e una forca. Ogni giorno venivano assassinati a decine i patrioti della resistenza polacca, francese, belga, tutti coloro che erano individuati come commissari politici o ufficiali dell'Armata rossa, quali membri del Partito comunista bolscevico o della gioventù comunista sovietica.
A partire dal ’42-’43, da quando il campo era diventato un cosiddetto “campo di lavoro”, coloro che erano destinati alla morte rapida, coloro per i quali non doveva esistere nessuna possibilità di salvarsi erano tradotti ai “serviz ispeciali”: la compagnia di disciplina (la STRAF), la prigione speciale (l’ARREST), il blocco 20. Neanche il più incallito bandito, neanche i più provati internati potevano pronunciare tranquillamente questi nomi.
La compagnia di disciplina era impiegata al servizio delle cave di pietra di Mauthausen. In essa continua la tradizione del massacro sistematico della cava di Mauthausen del ’40-’41. Un esempio: nel settembre del ’44 arrivarono al campo, e furono immediatamente immessi alla compagnia di disciplina, 46 nuovi prigionieri, paracadutisti inglesi e olandesi catturati in Olanda. Li posero a lavorare la mattina, caricati di pietre enormi, li finivano a randellate, oppure li spingevano verso il filo di ferro spinato di cinta: entravano nella zona di fuga e venivano freddati dalle sentinelle esterne. A mezzogiorno ne vivevano ancora 22, alla sera uno solo che spirò la notte. Tutti furono fotografati aggrappati ai fili di ferro spinato, e per ognuno di essi le SS fecero rapporto con la frase rituale: “fucilato durante un tentativo di fuga”.
Un grande edificio a due piani in muratura era la prigione, l’ARREST, collegata direttamente al forno crematorio, con al disotto la camera a gas, che non aveva la pretesa di essere ampia e elegante come quella di Auschwitz ma nella quale, pigiandoli bene, potevano entrare anche 200 prigionieri.
Che cosa sia avvenuto lì dentro non abbiamo mai saputo bene, e forse mai nessuno lo saprà. L’ARREST non doveva servire in generale che per detenervi qualche giorno pro forma qualche capo blocco che avesse commesso qualche piccola infrazione, ma l’ARREST serviva in realtà alla Gestapo. Due internati spagnoli che vi facevano da scopini, riuscivano a scoprire qualche briciola di verità e, rischiando mille volte la loro vita, aiutarono anche qualcuno con qualche pezzo di pane, con qualche zuppa. Tutto il personale internato che aveva lavorato all’ARREST, a eccezione di questi due spagnoli considerati come insignificanti, come pure tutto il personale addetto al forno crematorio, fu sterminato dai nazi nei primi giorni di maggio.
All’ARREST passavano tutti i dirigenti della resistenza, tutti i dirigenti che i nazi volevano rabbiosamente sterminare.
Passarono a centinaia, a migliaia i quadri dell’Armata rossa, i quadri della resistenza ceca e jugoslava, i quadri della resistenza austriaca e tedesca. La prigione era una prigione modello, bella, elegante, pulita, perfetta, ma nella cella destinata a una persona capitò a volte che ne mettessero trenta, quaranta, sbarrassero le porte e li lasciassero quindici giorni senza mangiare. Dopo i primi giorni aprivano ogni tanto le porte per portare via i cadaveri.
In queste celle passarono in aprile convogli interi di patrioti cechi. Entravano di notte nel campo, nessun ufficio matricola li registrava, si sapeva della loro entrata dagli internati che lavoravano alla lavanderia notturna, si sapeva della loro morte dagli internati che lavoravano al crematorio. Che cosa facevano gli uomini sadici, ubriachi delle SS coi loro prigionieri e con le loro prigioniere, nelle poche ore in cui questi sostavano all’ARREST? Probabilmente nessuna fantasia morbosa potrà mai immaginarlo.
E poi veniva l’esecuzione coi gas, con la pistola, con la forca, col “fucile silenzioso” (un fucile normale con una canna da carabina flobert).


VI. Fuga dall’inferno del “blocco”

Vi erano trenta blocchi nel campo: quindici per i lavoratori, gli altri per la quarantena, ma vi era un blocco speciale - vi fu per lo meno per cinque o sei mesi - il blocco 20.
Era isolato da tutti gli altri, nessun internato ordinario vi entrava mai per riuscirne, nessun internato ordinario aveva mai avuto contatto con gente di questo blocco che non fossero già dei cadaveri. Arrivavano gruppi speciali “raccomandati”, si riusciva a sapere quanti erano e vagamente da alcune indiscrezioni delle SS di che nazionalità fossero.
Quasi tutti russi. Non ricevevano matricola ed erano avviati direttamente al loro blocco. Una rete speciale elettrica, quattro garitte con sentinella doppia e un muro sopraelevato circondavano questo blocco, e si sapeva che in esso, capace di contenere al massimo cinquecento persone, ne misero persino duemila; si sapeva che là si portava da mangiare meno della metà della razione normale, gli uomini non avevano né cucchiaio né scodella. Ogni mattina “ammucchiati” al di fuori del muro esterno si vedevano trenta, quaranta cadaveri. Questo è quanto si sapeva del blocco 20, ma venne un momento in cui il blocco 20 fece parlare di sé. E fu nella notte dal 31 gennaio al 1° febbraio 1945. Erano arrivati da poco due grandi convogli di paracadutisti russi e slovacchi al blocco 20. Avevano ancora la forza di essere uomini e capirono che in quel blocco non li attendeva che la morte. Era caduta un’abbondante nevicata: il Comando diede ordine di sgomberare la neve dai tetti che minacciavano di crollare. Gli uomini del blocco 20 accumularono la neve lungo i muri, e alcuni capi squadra improvvisati piazzarono i mucchi di neve in modo da prepararli per scalare il muro. Intanto nel pomeriggio venivano strangolati il capo blocco, un traditore ucraino e gli altri cinque o sei aguzzini. In serata gli uomini prepararono le armi: staccarono dei pezzi di legno a cui legarono le maniglie delle porte, legarono insieme i loro zoccoletti di legno, riempirono dei sacchetti con neve e con sassi. L’estintore per gl’incendi fu destinato ad essere un lanciafiamme.
Intanto nel cortile si lavorava a sgombrare la neve, mentre intorno alla baracca lo spiazzo era illuminato con il riflettore. Le sentinelle tedesche si compiacevano di quell’ardore inusitato che voleva dire, secondo loro, nuovi sforzi e nuove sofferenze per quei condannati a morte.
Pochi minuti dopo la mezzanotte risuonò un grido, era l’Urrà; l’Urrà con cui si erano espugnate mille fortezze hitleriane, l’Urrà con cui i soldati rossi avevano travolto qualsiasi ostacolo. I proiettili improvvisati sconcertavano le sentinelle sulle loro alte garitte. I tedeschi accecati dal liquido dell’estintore abbandonavano le armi e gli internati scalavano il muro gettando sui fili elettrici le coperte ammucchiate.
Appena conquistata la prima garitta, un gruppo di combattimento apriva il fuoco sulle altre; gli uomini si davano tutti fuga, mentre altri gruppi combattendo proteggevano col fuoco la ritirata. In basso, nelle baracche delle SS vi era una festa, era l’anniversario di Hitler e si beveva più del solito. Intanto i morti viventi davano la loro suprema battaglia, la vincevano ed evadevano in massa.
Poco dopo molti di essi avevano già trovato dei cavalli nelle fattorie vicine. All’alba un gruppo di evasi attaccava e disarmava un’intera batteria antiaerea nei pressi del campo.
Fuggirono in circa 450, ma ben pochi di essi erano in condizioni fisiche tali da poter andare lontano. Più di trecento furono catturati e ammazzati come cani. E gli altri?
La storia ci dirà quanti nazi sono stati liquidati, quante imprese eroiche sono state compiute da questi partigiani che realizzarono l’inverosimile evasione.


VII. “Oggi sono morti i seguenti detenuti”

Nell’inverno e nella primavera ’44-’45 Mauthausen assunse una fisionomia particolare quale da anni non si vedeva.
L’avanzata sovietica obbligava i tedeschi ad evacuare uno dopo l’altro i campi di concentramento della Polonia occidentale e i “trasporti”, cioè i campi di lavoro dipendenti dal campo centrale, alle frontiere austro-ungheresi e austro-jugoslave. I bombardamenti sistematici degli alleati avevano colpito seriamente l’industria bellica, e diminuiva la richiesta di personale specializzato per le varie fabbriche. A Mauthausen si vissero mesi di affollamento, mesi in cui si rinnovarono le tradizioni di un tempo, quando di gente ve ne era sempre troppa.
Mentre continuavano ad arrivare i nuovi convogli dall’Italia, dalla Jugoslavia, dall’Ungheria, dalla Slovacchia, dalla Polonia, giungevano a migliaia e a decine di migliaia gli evacuati dai campi di lavoro di Auschwitz, dai campi dei pressi di Breslavia e di Berlino. Nessuno di coloro che ha vissuto a Mauthausen potrà dimenticare la notte del 25 febbraio di quell’anno. Quel pomeriggio erano arrivati più di 2.000 internati dal campo di Sachsenhausen presso Berlino. Avevano viaggiato per 10 giorni; ed erano estenuati, affranti dalla fatica. Mentre accantonati in un angolo del cortile, nel fango, ne arrivarono in serata altri 300. Il comandante del campo (il colonnello delle SS Zireis, un amico personale di Hitler e di Himmler), compiva una visita al campo. Vide questo gruppo di uomini e uno dei suoi ufficiali gli fece notare che cominciava a esserci veramente troppa gente. Il comandante rispose tranquillamente: “Di questi non abbiamo bisogno, fate voi”.
Tutti i nuovi arrivati dovevano passare al bagno e alla disinfezione. Li fecero scendere e svestire tutti, anche i 300, e poi nudi li ricacciarono fuori in cortile. Era sera, quindici sotto zero, nebbia umida del Danubio, aria gelata della collina. Alle 10 li fecero scendere di nuovo: mezz’ora di doccia gelata, previa chiusura dei tubi di scarico; poi, tornare su nudi, bagnati. Tre volte li fecero scendere, tre volte li fecero risalire e poi li ammonticchiarono dietro la lavanderia tra due muri. Prima dell’alba fecero andare ancora due volte i pompieri del campo ad innaffiarli con le pompe. Era notte, una notte gelida; la mattina quattro SS andarono a vedere se erano morti tutti. Più di cento erano ancora vivi; le SS presero delle sbarre di ferro e li finirono tutti. Pochi minuti dopo dei carri trainati da uomini portavano i cadaveri al crematorio.
Evacuavano i “trasporti” nei pressi di Vienna. Tremila internati debbono lasciare Wiener-Neudorf. Ve n’è un centinaio nell’infermeria. Il comandante del “trasporto” conta gli uomini pronti a partire e dice “chi è malato e non si sente di camminare lo dichiari subito, dovremo fare una marcia di 200 chilometri e dovete camminare in fretta. Per i malati abbiamo dei camion, però che siano dei malati veri, se sono dei simulatori li liquideremo”. Un centinaio di uomini, più stremati, si fecero avanti, gli altri partirono. I malati dell’infermeria e coloro che non si sentivano di camminare non hanno avuto bisogno di camion; sono stati ammazzati tutti. E così avvenne in dieci, in cento altri posti.
Arriva alla stazione di Mauthausen un treno con 2700 ebrei evacuati dal campo di Grossrosen. “Il campo è pieno, mandiamoli direttamente al trasporto di Ebensee”, dice il comandante. E il treno riparte e impiega altri sei giorni per fare 100 chilometri di strada; altri sei giorni senza mangiare e senza bere, in 130 in un vagone scoperto. A Ebensee il treno arriva il 1° marzo. I 2700 sono ormai ridotti a 2000. Un gruppo di impiegati è inviato a Mauthausen a registrarli. Quando abbiamo finito di registrarli contiamo i fogli: la registrazione è durata un giorno, gli arrivati vivi sono ora 1.900. Questi stessi uomini il giorno dopo sono mandati a lavorare nel tunnel: a fine marzo i superstiti si contano sulle dita della mano.
Arrivano gli uomini e arrivano anche le donne, per la prima volta nella vita di Mauthausen. Il campo femminile di Auschwitz ne contava 14.000, il campo di Rawensbruck 30.000. Ne arriva qualche migliaio. E le altre, chi lo sa?
Verso altri campi, verso la morte. Anche esse hanno le loro “capo blocco”; per noi i banditi, per loro le prostitute; per noi le bastonate e per loro le frustate. Arrivano, le ammonticchiano nei blocchi di quarantena e pochi giorni dopo il primo gruppo è mandato a lavorare, a riparare una linea ferroviaria bombardata. Sono degli scheletri viventi che debbono andare a spostare traverse e rotaie. Le alloggiano nei ruderi stessi della stazione che è bombardata giorno e notte. Partite in 500, tornano dopo 3 giorni in 350, le altre sono morte sotto le bombe, di stenti, o di fatica.
I nazi si convincono che il loro lavoro non rende nulla.
Da allora ogni giorno partono convogli di uomini a lavorare, a riparare le ferrovie sotto i bombardamenti, a costruire febbrilmente tunnel per le “Reichsbahn”. Partono e ogni giorno arrivano agli uffici del campo le lunghe liste: in questo “trasporto” in data di oggi sono morti i seguenti detenuti, è scritto in cima alla lista.


VIII. Dall’autobus azzurro uscivano cadaveri

èlungo un metro e settanta, largo 1,20 m., con una coperta sola. Spesso il meno moribondo soffoca qualcuno dei morenti per avere un po’ di spazio in più, gli aguzzini bastonano chi si lamenta o chiede aiuto, gettano nel cortile i moribondi. Nei primi centoventi giorni di quest’anno, i malati sono rimasti 47 giorni senza pane; quando hanno avuto pane hanno avuto una razione variante da un ottavo a un sedicesimo di pagnotta; la pagnotta di un chilo, un chilo di pane nero fatto di farina di legno, farina di castagne, farina di patate, farina di barbabietole e forse anche di un po’ di farina di segale. Insieme al pane, mezzo litro di zuppa di rape o barbabietole.
Al principio di marzo vi erano 9000 internati nel campo ospedale; il comandante del campo chiamò a raccolta i suoi ufficiali medici e disse: “Per la fine del mese non voglio avere più di 2000 malati perché ne aspetto altri dai vari ‘trasporti’; se potete, fateli guarire e se no arrangiatevi”.
Ma siccome non si poteva farli guarire si arrangiarono senza cure, senza medicinali, senza possibilità di farli mangiare, e dormire.
Gli uomini morivano a 200, 300 al giorno. I due crematori non erano più sufficienti. Enormi montagne di cadaveri tra cui scorazzavano dei giganteschi topi si accumulavano fra le baracche del campo ospedale fino a quando il comando si decise a far scavare una fossa comune dove i primi di aprile furono gettati 5000 cadaveri. Marzo fu il mese del primato: più di 15.000 morti su gli 80-90.000 internati di Mauthausen.
Le armate hitleriane sono sconfitte su tutti i fronti e incalzate dai partigiani in tutti i paesi, ma a Mauthausen l’apparato di repressione continua a funzionare in pieno.
Nei ranghi delle SS non si nota nessuna forma di sbandamento o di disorganizzazione vera e propria, anzi le crudeltà si accrescono mentre le razioni diminuiscono fino all’inverosimile.
Verso la metà di aprile grandi zone della Germania sono ormai occupate dagli alleati, gli inglesi liberano i superstiti di Buchenwald e dei documenti fotografici impressionanti rivelano al mondo la barbarie dei nazi. È da notare che Buchenwald era un campo di seconda categoria, vale a dire teoricamente meno “severo” di Mauthausen, che era di terza categoria. Gli uomini delle SS sperano ancora di potersi salvare, certi che gli anglo-americani le adopereranno come truppe d’assalto nella guerra contro la Russia che Goebbels, a cui credono ancora, proclama inevitabile.
Bisogna evitare che a Mauthausen gli anglo-americani trovino un numero eccessivo di scheletri viventi come hanno trovato a Buchenwald. Per le SS la soluzione è semplice: “liquidiamoli!”. È così che viene deciso un piano generale di annientamento dei malati più gravi.
Fino al settembre ’44 aveva funzionato l’autobus azzurro: era un autobus che partiva due volte alla settimana dal campo ospedale per portare gli invalidi e i malati a un “sanatorio”; ne caricava settanta alla volta, ma invece di portarli al “sanatorio” si accontentava di portarli a un forno crematorio speciale installato in un castello a circa 10 chilometri dal campo sulla strada di Linz; l’autobus aveva uno speciale apparato a gas e delle chiusure ermetiche che garantivano che tutti i suoi occupanti arrivassero morti.
Questa volta si trattava di una liquidazione più generale.
Nel campo ospedale si fece una mobilitazione dei malati chiedendo a coloro che si sentissero in grado di fare almeno dieci chilometri a piedi di iscriversi. Molti che temevano una evacuazione generale del campo e che sapevano quale sorte attendeva in tal caso ai malati si iscrissero; altri furono iscritti d’ufficio. In tal modo tremila internati furono passati in una delle dipendenze del campo. Di qui, alla media di 400 al giorno erano avviati alla camera a gas e di lì al crematorio. Fu così che nella settimana dal 24 aprile al 1° maggio furono sterminati nel campo centrale di Mauthausen tremila internati tra cui più di duecento italiani.
Un’operazione analoga venne svolta a Gusen dove ne furono assassinati coi gas e coi mitra altri 4000. Intanto nel campo ospedale propriamente detto si accelerava la morte degli altri con la fame e con le randellate.
Il piano di annientamento degli internati non si limitava però soltanto ai malati. In un ordine di Himmler del 14 aprile si specificava che tutti gli internati politici dovevano essere annientati. Il colonnello comandante del campo preparò in proposito un piano preciso per realizzare quest’ordine: si trattava di fare entrare tutti gli internati nei vari tunnel a Gusen e Ebensee, nei sotterranei del carbone a Mauthausen, il tutto con il pretesto di un allarme aereo più grave del solito. Poi, poche bombe a gas erano sufficienti.
Questo piano non fu realizzato perché il Comando stesso si rese conto che nel campo esisteva una forza capace di farlo fallire almeno parzialmente.

 

IX. Come si impedì il massacro

La forza che univa i migliori degl’internati era rappresentata dall’organizzazione segreta. Nel dicembre del ’44 un funzionario speciale venne inviato dalla Gestapo di Berlino per scoprire l’organizzazione illegale internazionale esistente in Mauthausen. I banditi e le spie vennero mobilitati ma l’organizzazione restò intatta e più forte che mai.
Evidentemente l’organizzazione poteva contare soltanto su quegli antifascisti che erano ancora degli uomini, che in un modo o nell’altro avevano un impiego che permettesse loro di mangiare quasi a sufficienza, di pensare, di stare in piedi, insomma di vivere. Nel corso del ’43-’44 questa organizzazione era sorta e si era sviluppata; in ogni nazionalità gli elementi di avanguardia si erano riuniti, contatti sempre più stretti si erano stabiliti tra i compagni delle varie nazionalità. Tra i primi, i compagni spagnoli, austriaci, cechi avevano costituito le loro organizzazioni di Partito e avevano creato dei comitati nazionali fra gli antifascisti dei vari partiti. Piccoli gruppi di tre, rigorosamente cospirativi, uniti fra loro da collegamenti estremamente prudenti, permettevano l’esistenza dell’organizzazione in un campo dove il solo possesso di un giornale anche nazi, la semplice diffusione di una notizia di guerra anche secondo un bollettino tedesco costava la vita; in un campo dove le varie nazionalità erano frammischiate nelle baracche con una preminenza degli elementi più corrotti moralmente e politicamente, una denuncia dei quali costava la vita di un uomo senza bisogno che l’ufficio speciale della Gestapo aprisse un’inchiesta in proposito.
Cosa faceva l’organizzazione segreta antifascista?
Fu grazie a questa organizzazione che riuscì possibile salvare centinaia, forse migliaia di dirigenti antifascisti dei vari paesi; mantenerli collegati e dare loro un minimo di orientamento politico impedendo che in un’atmosfera di morte e di terrore senza nome essi si demoralizzassero. Gli amici che avevano un impiego, i dottori, i magazzinieri, i cuochi antifascisti riuscivano a imboscare i nuovi arrivati, a trovare per loro qualche cosa da mangiare, a trovare per i malati qualche medicina. Era una lotta difficilissima in cui bisognava avere il coraggio di scegliere, su tante persone votate alla morte e che si sapeva di non poter salvar tutte, i quattro o cinque su cui concentrare i propri sforzi per strapparli al destino che i nazi riservavano loro.
Ma l’organizzazione antifascista non limitò i suoi compiti a quel lavoro di assistenza morale e materiale che di per sé richiedeva uno sforzo e un rischio continui: il rischio di finire nella camera a gas.
Già alla fine del ’44 l’organizzazione comunista internazionale di Mauthausen organizzò uno Stato maggiore e dei gruppi particolari di combattimento. Alcuni compagni lavoravano presso le armerie delle SS, altri erano spazzini negli uffici, nei dormitori e nelle caserme dei nostri boia, sotto la direzione di un gruppo di ufficiali sovietici, spagnoli e di varie nazionalità, questi compagni elaborarono un piano concreto di difesa della nostra vita, studiarono le possibilità di un attacco ai depositi delle armi, i dettagli dell’organizzazione militare della guarnigione in modo che, nel momento in cui il Comando volesse passare allo sterminio totale degli internati si sarebbe sviluppata una reazione tale da permettere il salvataggio del massimo di vite umane e la distruzione del massimo numero dei nostri nemici, in particolare dei capi.
Questa organizzazione militare, necessariamente ristretta, era pronta ad entrare in azione verso la fine di aprile quando il campo visse dei giorni cruciali. In quel momento essa era spalleggiata dal largo lavoro unitario svolto nel campo e poteva contare sulla collaborazione non solo di tutti gli antifascisti di sinistra, ma anche degli elementi nazionalisti polacchi internati nel campo. Il lavoro politico di massa svolto dagli antifascisti, la sensazione netta che aveva il Comando delle SS della capacità degli internati di opporre una resistenza armata, fecero sì che il piano di annientamento totale fu scartato. Le stesse SS di guardia si resero conto dell’esistenza di una tale atmosfera di lotta nel campo che si prodigarono in dichiarazioni agli internati, affermando che quel tale piano non era mai esistito e che in ogni caso esse non l’avrebbero realizzato.


X. Cala il sipario sull’inferno di Mauthausen

Le sorti della guerra ormai precipitavano. Ai primi di maggio i nazi si prepararono a lasciare il campo. Negli ultimi giorni iniziarono la distruzione della camera a gas, bruciarono gli archivi - o per lo meno credettero di farlo perché alcuni coraggiosi antifascisti cechi e spagnoli sostituirono in molti casi dei pacchi di carta straccia a dei preziosi registri. Prima di lasciare il campo i nazi liquidarono non solo le persone addette all’Arrest e al crematorio, ma anche numerosi gruppi di internati che avevano lavorato in servizi speciali presso laboratori di guerra tedeschi: i morti non parlano e non rivelano i segreti.
I più criminali fra gli aguzzini furono ufficialmente liberati e inquadrati nelle SS. I loro molteplici delitti avevano fatto di questi criminali professionali i degni membri delle bande di Himmler. Il 3 maggio il campo fu lasciato in consegna ai pompieri militarizzati di Vienna, però le SS continuavano a restare nei dintorni immediati mentre il fronte era ancora a 50, 60 chilometri ad ovest. Furono ore difficili quelle della preparazione della presa del campo da parte degli internati e del passaggio dalla più profonda illegalità a quel minimo di organizzazione di massa necessario per vivere e per lottare, per impedire una catastrofe fatta di incendi e di saccheggi, di caos e di disordine, come sarebbe con lo scatenamento di migliaia di uomini impazziti di fame e di orrore. Il cinque maggio nel pomeriggio un carro armato leggero americano arrivò al campo.
La gendarmeria si affrettò ad alzare bandiera bianca e si volatilizzò, non senza esser stata disarmata dai nostri gruppi di combattimento. Una folla enorme di uomini che piangevano dalla gioia e dalla commozione si riversò sulla grande piazza centrale e dall’alto delle torri su cui già sventolavano le bandiere nazionali dei popoli ormai liberi, oratori improvvisati tennero il primo comizio antifascista di Mauthausen. Ma il carro armato americano se ne ripartì e Mauthausen restò per un giorno e mezzo terra di nessuno, o per meglio dire repubblica indipendente antifascista a trenta chilometri dietro il fronte nazi. Il Comitato internazionale prese possesso del campo, impedì i saccheggi e le devastazioni, riorganizzò il rifornimento viveri, assicurò il primo aiuto ai malati, sistemò il suo esercito e la sua polizia.
Più di 1500 uomini armati partirono a prendere posizione per evitare un ritorno delle SS che avrebbero potuto fare con noi quello che fecero a Flossemburg, campo che abbandonarono e rioccuparono due giorni dopo, sterminando praticamente quasi tutti gli internati.
Gli aguzzini che ancora non si erano allontanati con le SS furono puniti con la morte. Le SS vecchie e nuove che si erano nascoste nelle fattorie dei dintorni furono stanate e giustiziate. Quando il grosso delle forze blindate americane arrivò a Mauthausen trovò degli uomini che già avevano saputo organizzarsi, che erano l’esempio dell’unità nazionale ed internazionale nata tra coloro che assieme avevano sofferto del nazismo e assieme volevano risanare le ferite che questo aveva aperto nella loro carne viva.

scritto pubblicato su l'Unità dall'agosto 1945 e ristampato in: Giuliano Pajetta. Un protagonista del '900, a cura di Alberto Meschiari, Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie - Reggio Emilia, 2007 - scaricabile qui in formato .pdf dal sito dell'ANED


qui la conaca della presentazione

Giuliano Pajetta

Giuliano Pajetta è nato a Torino il 1° ottobre 1915 ed è morto a Livorno il 15 agosto 1988.

L’influenza della madre, del fratello Gian Carlo - oltre all’atmosfera che si respirava a Torino, nell’operaio borgo San Paolo, dove la famiglia in quegli anni abitava - portarono presto il giovanissimo Giuliano - durante un soggiorno nel Varesotto, a Taino, paese d’origine dei Pajetta - a militare nell’organizzazione comunista clandestina. Già nel novembre del 1931 il ragazzo, per sottrarsi all’arresto, è costretto ad emigrare.
Ripara in Francia, poi a Mosca alla Scuola Leninista, poi in Ucraina ed in Crimea. Torna in Francia nell’autunno del 1934 e gli viene affidata la direzione dei gruppi giovanili comunisti fra gli emigrati italiani.

Dopo due anni Giuliano Pajetta accorre in Spagna. Ha soltanto 21 anni, ma Luigi Longo, commissario generale delle Brigate Internazionali, nomina il giovane suo aiutante di campo. Nel 1937, "Giorgio Camen" - questo il nome di battaglia di Giuliano - che è commissario della 13a Brigata, è ferito nella battaglia di Brunete.

Rientra in Francia, dove conosce suo figlio, e subito riprende l’attività in Spagna, fino al ritorno clandestino in Francia alla caduta della Repubblica. Nel 1939, di nuovo arrestato, è internato nel campo di Vernet. Vi resta dall’ottobre sino all’inizio del 1941, quando riesce ad ottenere, per sé, per la moglie Claudia Banchieri e per il primogenito Jeannot, un visto per il Messico. È trasferito, quindi, nel campo di transito di Les Milles, ma invece di partire per l’America latina, Pajetta evade e torna in clandestinità, al lavoro fra gli emigrati per il Partito Comunista.
Nel maggio del 1942 un altro arresto e una condanna a tre anni di carcere, che non sconta completamente perché, nel febbraio del 1944, "Giorgio Camen" partecipa ad un’evasione collettiva dal penitenziario di Nimes e raggiunge il maquis della Francia meridionale.

Tre mesi con i partigiani francesi e poi il rientro clandestino in Italia per entrare, a Milano, nel comando del C.V.L.
"Monti", questo il nuovo nome, è ispettore per la Lombardia delle Brigate Garibaldi ed è incaricato dei collegamenti con il Fronte della gioventù. Nell’ottobre del '44 Pajetta finisce nelle mani delle SS, che non capiscono bene con chi hanno a che fare. Falliti i tentativi di scambio con degli ufficiali tedeschi, il 20 novembre 1944 transita per il lager di Bolzano, diretto a Mauthausen, l’"interprete" (in verità conosceva sette lingue) Pajetta Giuliano. A Mauthausen partecipa all’organizzazione della resistenza interna e, sia pur malandato in salute, rientra in Italia dopo la liberazione del campo nel maggio 1945.

Subito riprende l’attività di dirigente del PCI.
Giuliano Pajetta fa parte dell’Assemblea Costituente e poi, dal 1948 al 1972, dei due rami del Parlamento.
Responsabile della Sezione esteri del Comitato Centrale del PCI dal 1958 al 1966, poi dell’Ufficio fabbriche, Giuliano Pajetta ha diretto dal 1972 al 1981 l’Ufficio emigrazione del suo partito.

Tra i suoi libri: Mauthausen (1946), Douce France. Diario 1941-42 (1956), Ricordi di Spagna. Diario 1937-39 (1977), Russia 1932-1934 (1985).