inizio rosso e giallo



Antonio Manzini


Nato a Roma nel 1964, Antonio Manzini per molti anni ha fatto prevalentemente l'attore, al cinema e in televisione, occupandosi poi anche di regia e sceneggiatura.
Da questa seconda attività ha coltivato la passione per la scrittura vera e propria, e lentamente i libri hanno preso il posto del set.

Il suo personaggio principale, il vice questore Rocco Schiavone, è di fatto una delle poche figure (molto) interessanti del giallo italiano contemporaneo, e si è costruito un posto importante nella letteratura poliziesca.
Questo meritato successo si è ulteriormente consolidato
con l'eccellente trasposizione televisiva di alcuni dei casi di Schiavone: Marco Giallini è l'ottimo interprete di questo poliziotto duro, angosciato, incazzato, che inizia le proprie giornate di lavoro con la sua "preghiera laica del mattino", cioè fumandosi una sacrosanta canna.
Un cavallo pazzo.
E le indagini si intrecciano con ricordi, ambiguità, contraddizioni insanabili che Schiavone mal sopporta e che pure sono la sua anima irrisolta e irrinunciabile.
In mezzo a un'Italia disegnata con tratti sicuri, lucidi.


  • Sangue marcio, Fazi, 2005
  • La giostra dei criceti, Einaudi, 2007
  • Pista nera, Sellerio, 2013
  • La costola di Adamo, Sellerio, 2014
  • Non è stagione, Sellerio, 2015
  • Era di maggio, Sellerio, 2015
  • Sull'orlo del precipizio, Sellerio, 2015
  • Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, Sellerio, 2016 - racconti
  • 7-7-2007, Sellerio, 2016
  • Orfani bianchi, Chiarelettere, 2016
  • Pulvis et umbra, Sellerio, 2017
  • Fate il vostro gioco, Sellerio, 2018
  • Rien ne va plus, Sellerio, 2019
  • L'anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone, Sellerio, 2018: Castore e Polluce, L’Eremita, L’anello mancante, Senza fermate intermedie, … E palla al centro
  • Ah l'amore l'amore, Sellerio, 2020
  • Vecchie conoscenze, Sellerio, 2021

 

 

Michele Soavi, Rocco Schiavone, RAI novembre 2016, novembre 2018


Intervista a Antonio Manzini

Cosa spinge un attore a buttarsi nella scrittura?

Non lo so. So solo che non faccio più l’attore da qualche anno. È una fase finita della mia vita, un amore che è andato man mano ingrigendosi con gli anni e la routine. Comunque tra fare l’attore e lo scrivere esiste un parallelismo, secondo me. Sono due modi diversi ma complementari di raccontare storie. Farlo con il corpo e la voce nel primo caso, con la penna e in prima persona nel secondo.

Rocco Schiavone, che è un commissario - pardon, vicequestore - fuori dagli schemi, con l’animo a metà fra la giustizia e una certa comprensione della malavita, è qualcuno che era già nella vita di Manzini e poi è finito nei romanzi, o è del tutto inventato? E ovviamente ci chiediamo come nasce…

È completamente inventato. Non esiste Rocco Schiavone o se esiste io non l’ho mai conosciuto. Come nascono i personaggi io non lo so. Nascono… ogni giorno si aggiunge un particolare, prendono forma come un esperimento da laboratorio poi piano piano si alzano e camminano con le loro gambe.

Schiavone e le sue inseparabili Clarks i lettori lo hanno incontrato inizialmente nei racconti delle antologie “stagionali” Sellerio – ferragosto, natale, eccetera – per poi entrare di prepotenza nei cuori dei lettori che gli si sono affezionati come già accaduto per gli altri grandi commissari della narrativa nera italiana. Nei racconti si intuisce un passato pesante, l’attesa del trasferimento dall’amata Roma, un appartamento rimasto vuoto, una moglie che pur non essendoci è presente. Il disvelamento è centellinato con diabolica strategia oppure il personaggio e il suo passato si svilupperanno mano a mano che scriverai nuove avventure?

Il passato di Rocco è cosa complessa che svelerò lentamente nei prossimi libri. Perché va centellinato, tutto d’un fiato può indispettire il lettore, credimi.

Contemporaneamente ai motivi che hanno provocato il trasferimento, ci racconti anche come è morta l’adorata moglie - moglie con la quale ogni sera Schiavone quando rientra parla e si comporta come fosse viva e presente. Per quanto riguarda l’insubordinazione, personalmente ho trovato che in qualche modo, anche se indubbiamente fuori dai canoni, lo faccia sentire ancora più vicino alla “gente normale”, quella che non ne può più degli abusi e dei soprusi. Era quella l’intenzione o era un espediente narrativo per denunciare i suddetti abusi? Società o letteratura?

Non posso dire come è morta la moglie. Non posso proprio. Tu capirai, è parte integrante della narrazione… non poterne più degli abusi e dei soprusi è qualcosa che appartiene al DNA dell’essere umano. Non credo esista periodo storico in cui il sopruso e l’abuso di potere non sia stato il male di una società, il suo lato più oscuro e negativo. E per parlare del nostro Paese in particolare, che le persone abbiano spesso sentito il potere come un animale informe che sta più in alto di te e si occupa solo e soltanto di nutrire sé stesso è qualcosa che noi italiani conosciamo bene. Territorio occupato da sempre da qualche monarchia straniera, poco interessati a chi ci governava, bastava portare sulla tavola il pane quotidiano. Io non volevo avvicinare Rocco alla gente, Rocco non è un esempio di tutore dell’ordine, semplicemente volevo raccontare un uomo con un passato quasi-criminale entrato in polizia, con delle zone oscure della sua vita e del suo carattere, un tutore dell’ordine sui generis che però conserva un cuore e un’umanità a volte sorprendente e commovente. Mi piacciono i personaggi pieni di disgrazie e di contraddizioni, non credo agli eroi senza macchia e senza paura, sono attratto dalle personalità complesse, e mi piace parlare sempre degli ultimi della classe. I primi li trovo poco interessanti e un po’ tristi.

Sempre a proposito della moglie di Schiavone: non esattamente una domanda, ma delle ipotesi per capire meglio il personaggio. Una storia d’amore di quelle da togliere il fiato nella sua semplicità, la sensazione è che Schiavone ci parli e ci “conviva” quasi, un po’ perché non riesce a sopportare e superare la perdita, un po’ perché non ha il coraggio di affrontare le conseguenze su se stesso di quella morte, e la usi come una sorta di sostegno psicologico almeno fino a quando non sarà pronto a “lasciarla andare”, oltre al fatto che gli permette di tenere a distanza di sicurezza le altre donne. Ipotesi corrette o fantasie malate da lettrice e redattrice?

Non avrei saputo dirlo meglio.

Da lettore sei un appassionato di noir o preferisci altri generi?

Sono onnivoro. Il noir alla lunga stanca. Le letture, come tutte le cose della vita, sono ciclotimiche. Si passano dei periodi dove si attaccano solo i classici e non si vuol vedere altro, per poi deragliare sorridendo verso altri generi, il giallo, il noir, i saggi, i romanzi di formazione…

Da scrittore quali sono i tuoi modelli letterari, se senti di averne?

No, modelli non ne ho. Semplicemente ho autori che amo particolarmente e che ogni tanto rileggo per ricordarmi quanto ancora sia distante dalla loro bravura, dalla loro perfezione narrativa.

Chiusura di rito. A quando l’uscita della prossima indagine?

No comment.

grazie a: mangialibri.com

Rosy Volta

Intervista a Antonio Manzini

 

Lei è romano. Come mai la scelta di trasferire il suo Rocco Schiavone proprio ad Aosta? C’è un motivo particolare, per cui abbia scelto quella città?

Da anni vado d’inverno da quelle parti. E sempre da quelle parti ho cominciato a scrivere Pista nera. Cercavo un posto dove il personaggio, romano di Trastevere, fosse un pesce fuor d’acqua. Un posto dove Rocco Schiavone non avesse nessun legame dal punto di vista umano e soprattutto ambientale. Per clima, paesaggio, cibo insomma tutto. Aosta mi sembrava il luogo ideale. Primo perché un romano di Trastevere non ha ben chiaro dove si trovi, in secondo luogo per la somiglianza che c’è fra quei territori e l’anima di Rocco. Mi spiego meglio. La Vallée per chi non la conosce, è un luogo all’apparenza piuttosto chiuso. Dominata da forti e castelli questa strada si infila in una valle dominata da montagne di roccia nera e incombenti. Lì ci sono le vette più alte d’Europa, con quella montagna non si scherza, si rischia la pelle. Spesso il sole va via presto e l’ombra in inverno arriva già a metà pomeriggio.
Poi invece, all’improvviso, si apre e ti regala paesaggi fra i più belli del mondo. Come nel Gran Paradiso e su in vetta, quando riesci a vedere tutta la corona delle Alpi. Proprio come Rocco. All’apparenza burbero, orso, chiuso, poi capace di slanci emotivi e di generosità imprevisti.

Schiavone è un personaggio complesso, estremamente intrigante, ma non facile. Si è ispirato, per raccontarlo, a qualcuno che ha conosciuto, ad un mix di persone, o è puramente frutto di invenzione?

Invenzione. È meglio. Se nel descrivere un personaggio cerchi di aderire a una persona reale ti limiti. La fantasia non ha confini. Certo si parla sempre di vissuto, avrà qualcosa di quell’amico, qualcosa di mio, qualcosa di quell’altro. Ma è fantasia.

Era necessario farlo proprio così “bastardo”? Perché, anche se certe sue fulminanti battute fanno ridere, in realtà Schiavone con i subalterni è tremendo: il capo che nessuno vorrebbe avere!

In prima stesura del primo romanzo era anche peggio. Non mi piacciono gli eroi senza macchia e senza paura, non ci credo, non esistono. Non mi piace la perfezione nei comportamenti. Non mi piace il politicamente corretto (a proposito, lo sa che politicamente e corretto ormai non si può più dire nella stessa frase? È un ossimoro!) Mi piacciono gli ultimi della classe, mi piacciono i personaggi che dentro hanno il tragico, orologi rotti, contraddittori. Non lo siamo un po’ tutti in fin dei conti? Io dovrei correggere le bozze del libro e invece mi diverto a parlare con lei, per esempio…

Lo stesso discorso vale per gli spinelli: doveva proprio essere trasgressivo totalmente? Il dolore che ha dentro secondo lei giustifica tutto ciò? (nota dell’intervistatrice: io lo amo talmente, che lo giustifico sempre).

Fumare la marijuana per me non ha bisogno di giustificazioni. È trasgressivo perché è contro la legge, ma mi dica in tutta sincerità: non trova assurdo che negli autogrill si venda il whisky? Cioè, uno è alla guida da Roma a Bologna e può tracannarsi sei bicchieri di Glen Grant! Per un uomo di quella generazione fumarsi uno spinello non è un atto trasgressivo. L’unica trasgressività è che per acquistarlo deve rivolgersi alla malavita, più o meno. Oggi anche ragazzi di buona famiglia riescono a vendere l’erba. Ma questo fa parte dell’antico scontro fra legge e giustizia, che non sempre coincidono, anzi raramente lo fanno.

Ho letto che lei è stato allievo di Andrea Camilleri. Che cosa le ha trasmesso questo scrittore e maestro, in special modo?

Amicizia. L’amore per il teatro non solo dal punto di vista scenico ma anche come forma di letteratura, Majakovskij, ridere. E parlare di libri. Potrei stare ore con Andrea Camilleri a parlare di autori che ci piacciono.

Nell’ultimo romanzo di Andrea Camilleri, sono presenti dei simpatici ed affettuosi riferimenti al suo personaggio Schiavone. Montalbano lo chiama “Il collega di carta”. Lo considera un bell’omaggio?

Lo considero un onore.

Tornando ai romanzi. La parte migliore, secondo me struggente - sono i corsivi in cui dialoga con la moglie morta. Perché questo modo particolare (efficacissimo - dico io) di raccontare un privato doloroso?

Perché in realtà sono dei monologhi che fa allo specchio o con il vetro di una finestra. Perché mi piaceva far sentire la sua voce. Non solo in forma di dialogo ma in forma di pensiero.

Io ho pensato che con questa parte lei volesse un po’ riscattare la “bastardaggine” nella vita quotidiana e lavorativa di Rocco Schiavone, facendocelo apparire umano e fragile come tutti. È così o c’è un altro motivo?

Quando un essere umano apre il proprio cuore e lo mostra senza veli e senza protezioni, è come assistere all’apertura di un forziere pieno di gioielli. Il coraggio di dire certe cose spesso ci manca. Ma a noi stessi ce le diciamo, in intimità, nel silenzio della notte o in macchina mentre viaggiamo ascoltando la radio.

Sta per uscire il quinto romanzo con Rocco Schiavone protagonista, atteso dai lettori con ansia. Pensa di continuare con questo protagonista, per la gioia dei suoi fans, o di cambiare personaggio, come hanno fatto ad un certo punto De Giovanni (con i Bastardi di Pizzofalcone) o Gianni Simoni (con il commissario Lucchesi)?

Preferisco scrivere altri libri, ho tante storie che mi piacerebbe raccontare, è una minaccia questa! La serialità per me ha la forma e la faccia di Rocco.

Quali che siano i suoi programmi futuri, non ci privi di questo splendido ed unico personaggio da lei creato!

grazie a: contornidinoir.it 2016