inizio rosso e giallo


Matthew Pearl



È nato a New York nel 1975, ma è cresciuto a Fort Lauderdale, in Florida.
Nel 1997 si è laureato con lode in Letteratura inglese e americana ad Harvard e nel 2000 in Legge a Yale.
Nei suoi primi romanzi ha attinto abbondantemente ai propri studi accademici: infatti ha curato una nuova edizione dell'Inferno di Dante ed è stato il curatore di un'edizione dei Delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe.

Naturalmente non è nuova l'idea di far diventare protagonisti di un mistery personaggi famosi realmente esistiti, ma nel caso di Pearl l'espediente è appunto gestito con robusta competenza letteraria, oltre che con grande abilità narrativa: il risultato è senza dubbio avvincente, anche se per i lettori non di lingua inglese forse mancherà quel fascino inquietante che nel mondo anglosassone accompagna le figure di Poe (conosciutissimo da noi, ma per i suoi libri, più che per la fine misteriosa della sua vita) e di Dickens, un gigantesco monumento in Gran Bretagna e negli USA, qui uno scrittore sicuramente apprezzato ma non esaltato particolarmente, e di cui, comunque, si ingnorano molti risvolti, a partire dall'enigmatica figura di Edwin Drood (v. sotto l'intervista di L. Crovi, e, per gli appassionati, Drood, il bel saggio di Dan Simmons.


  • Il Circolo Dante (The Dante Club, 2003), Rizzoli, 2007, 2015
  • L'ombra di Edgar (Poe Shadow, 2006), Rizzoli, 2008
  • Il ladro di libri incompiuti (The Last Dickens, 2009), Rizzoli, 2009; Superpocket, 2013
  • The Technologists, 2012
  • L'ultimo cacciatore di libri (The last Bookaneer, 2015), Rizzoli, 2016



http://www.matthewpearl.com/

Marilia Piccone: intervista a Matthew Pearl

Circolo Dante


Perché ha pensato a Dante e ad usare le pene del contrappasso dell’Inferno dantesco come idea centrale del suo romanzo?

È sempre difficile risalire al momento in cui è nata un’idea o al perché sia nata in questa forma. Diciamo prima come mi sono imbattuto in Dante: era il 1994 ed ero al secondo anno di college a Harvard. C’era un corso su Dante, io non lo conoscevo affatto, non lo avevo mai letto. Il corso era in inglese, tenuto da un professore italiano che aveva insegnato all’università di Edimburgo, ma c’era una particolare attenzione all’italiano, anche perché gli iscritti al corso venivano da vari dipartimenti, da quello di italiano, di letteratura… Eravamo una ventina di studenti, il corso prevedeva tre semestri e l’analisi di una cantica ogni semestre. Io ho seguito tutti e tre i semestri, ma il numero di studenti diminuiva ad ogni corso. È così che si è acceso il mio interesse, e, più tardi, ho cercato un’altra maniera per continuare a lavorare con Dante e da questo è nato il romanzo.



E perché lo ha ambientato nel secolo XIX? Sarebbe stata un’ottima idea anche ambientarlo nei tempi moderni.
Quando studiavo Dante sono venuto a sapere del Circolo Dante, di come i membri del Circolo Dante avessero introdotto Dante in America. Da noi non è successo come in Inghilterra, dove la conoscenza di Dante è avvenuta gradualmente, nel corso degli anni. In America Dante è stato reso noto da un gruppo specifico in un momento specifico. Quindi, quando ho deciso la storia che volevo scrivere nel romanzo, era naturale che la ambientassi nel secolo XIX e inserissi quei personaggi veramente esistiti, di cui trovavo affascinante la dedizione al poeta italiano, proprio perché l’ambiente del loro secolo era così diffidente verso tutto quello che era straniero.
Quanto alla possibilità di ambientare la storia nei tempi moderni - non sono arrivato al romanzo da quella angolazione. In realtà volevo scrivere di quel tempo e di quei personaggi e ho pensato ad una storia che andasse bene per loro. Quello che mi attirava in questa storia era come sarebbe stato modificato il modello del tradizionale intrigo giallo. Il modello classico è quello dell’assassinio a porte chiuse, e mi piaceva l’idea che in questa caso la stanza a porte chiuse fosse la conoscenza di Dante: solo quel piccolo gruppo di persone che aveva familiarità con l’opera di Dante era la stanza chiusa. Oggi è diverso. Dante è molto più conosciuto e si perderebbe la tensione che invece si ha se le persone coinvolte sono limitate: Dante diventa la stanza chiusa.



Ci sono altri temi di attualità nel romanzo: la guerra, per esempio, che in questo caso è la guerra civile, l’ultima guerra combattuta su suolo americano.
Parte di quello che è veramente interessante di questo periodo di storia americana è proprio il periodo subito dopo la fine della guerra civile. In America si pensa molto a quello che accadde durante la guerra civile, ma è più insolito pensare agli effetti della guerra, ai traumi post-bellici. Allora non si aveva la comprensione di questo tipo di trauma da combattimento, l’intero paese soffriva di questo trauma senza comprenderlo. Volevo esplorare come i diversi personaggi fossero traumatizzati dalla guerra e come cercassero di ritrovare l’equilibrio. E la Divina Commedia può essere letta come il prodotto di guerre civili a Firenze e intorno Firenze, sono queste guerre che creano la violenza nel tono di Dante, da qui il nesso con il romanzo.
Per quello che riguarda una visione attuale della guerra, ho ricevuto lettere che collegano la storia del romanzo con quello che accade in Irak. Ho scritto Il Circolo Dante prima della guerra e non pensavo a quello, ma è ovvio che i lettori trovino in quello che leggono qualcosa che illumina quello che sta succedendo. Mi piace che i lettori trovino altri messaggi in quello che ho scritto, dà l’idea che il libro sia un oggetto che vive.



E poi l’argomento dell’isolazionismo della cultura Americana: parla della diffidenza e della mancanza di curiosità verso la letteratura straniera nel secolo XIX. È cambiata l’atmosfera adesso? Arrivano in America le traduzioni degli autori europei?
Domanda interessante. Ci sono delle statistiche su di questo. Penso che in Italia il 50% o il 60% di quanto viene pubblicato sia traduzione di opere straniere. In America la percentuale è del 10%. La situazione è un po’ cambiata per quello che riguarda gli autori del passato perché sono argomento di studio, ma penso che ci sia ancora riluttanza o incapacità da parte degli americani di penetrare la cultura straniera. C’è ancora l’isolazionismo che deriva dall’orgoglio nei confronti della cultura americana e poi anche dall’isolamento geografico. Nell’800 parte dell’isolazionismo era difensivo: i critici inglesi continuavano a dire che gli americani potevano solo copiare dagli esempi inglesi e quindi gli americani erano forzati in una posizione difensiva dalla percezione di non avere una loro cultura.



Un altro tema è quello della diffidenza verso gli stranieri, gli immigrati.
Gli italiani in America erano molto pochi nel 1865: il censimento dice che c’erano 300 italiani a Boston e solo 3 a Cambridge, dove c’è Harvard. Erano quasi tutti esiliati politici che non crearono una comunità, erano in attesa di tornare in Italia, che non era ancora unita. La diffidenza verso l’Italia era dovuta al fatto che l’Italia rappresentava il cattolicesimo e in questo gli italiani venivano accomunati agli irlandesi, non si faceva differenza tra italiani e irlandesi. Dalla prospettiva americana era impossibile capire come si potesse essere americani e nello stesso tempo leali ad una potenza straniera, perché era quello che vedevano nel Papa: il capo di uno Stato straniero, una potenza politica.



Il razzismo.
Il personaggio di Nicholas Rey, il primo poliziotto afro-americano, è basato su documentazione storica, ma il personaggio è fittizio. Doveva essere un personaggio minore e invece i lettori mi scrivono che è il loro personaggio preferito. Volevo che ogni personaggio rappresentasse un aspetto di Dante: Dante è un esule e in Nicholas Rey volevo creare un esule nel dipartimento della polizia: è un sangue misto, non è accettato né dai bianchi né dai neri. Fa parte del modo in cui volevo presentare Dante, da parecchie angolazioni.



Scriverà un altro thriller, sarà un altro thriller storico, o scriverà qualcosa di completamente diverso?
Ho già iniziato il secondo romanzo, sarà un altro thriller e combinerà la storia con il mystery, sarà ancora ambientato nel secolo XIX, tra America e Europa. Mi piace questo tipo di romanzo, perché spesso guardiamo alla letteratura come a qualcosa di accademico e non eccitante. E invece la storia della letteratura è piena di azioni coraggiose e audaci, come ad esempio quella di introdurre Dante in America. Vorrei cercare di drammatizzare quell’eccitazione nella storia della letteratura e convincere i lettori che la letteratura è qualcosa di attivo e di dinamico e può essere emozionante o anche pericolosa e violenta.

(2003) grazie a: stradanove.net

Luca Crovi

I segreti di Charles Dickens



Mi è capitato quattro volte di intervistare Matthew Pearl in occasione dei suoi tour italiani e ogni volta mi ha regalato preziose scoperte nel mondo di autori come Dante, Longfellow, Poe e Dickens. Quella che trovate qui è l’ultima chiacchierata che abbiamo fatto insieme pubblicata sulle pagine de “Il Giornale”, vi addentrete cauti fra i misteri di Edwin Drood e del suo creatore, Charles Dickens.
I romanzi a puntate di Dickens ebbero un immenso successo, che in un caso provocò addirittura una tragedia a Baltimora. Sul fronte del porto si era riunita una nutrita schiera di dickensiani nella febbrile attesa dell’arrivo di una nave inglese con le copie dell’ultima puntata de ‘La bottega dell’antiquario’. Si racconta che molti aspiranti lettori furono involontariamente sospinti in acqua e morirono annegati”. Con questo drammatico aneddoto il maestro del brivido Stephen King, nell’introduzione al suo “Il Miglio Verde” nel 1995 raccontava ai suoi lettori quali potessero essere le vicessitudini che appassionavano i lettori alle prese con la spasmodica attesa di leggere il nuovo episodio di un romanzo a puntate e soprattutto spiegava quanto stretto fosse stato il rapporto fra i fans americani e un autore come Charles Dickens. Nel recente bestseller “Il ladro di libri incompiuti” (Rizzoli) lo scrittore americano Matthew Pearl (che già con sucesso aveva esplorato misteri legati a Longfellow ne “Il Circolo Dante” e a Poe ne “L’ombra di Edgar”) si diverte a indagare su “Il mistero di Edwin Drood”, immaginando cosa sarebbe potuto succedere se i capitoli mancanti di quell’opera incompiuta di Dickens fossero andati perduti in circostanze misteriose e se per il finale di quell’opera ci fosse stato qualcuno disposto persino ad uccidere.

Quanto di reale è nascosto fra le pagine de “Il mistero di Edwin Drood”?

Dickens traeva sempre ispirazione dalla vita reale e soprattutto dalla Londra che lo circondava. Per scrivere quel romanzo sappiamo che visitò personalmente varie fumerie d’oppio in giro per la città, e che le descrisse in una maniera molto vicina alla realtà che vide e documentò. Così come sappiamo che sicuramente ebbe occasione di incontrare una donna molto simile al personaggio di Princess Puffer che gestisce la fumeria. Ed è probabile anche che sulla scomparsa di Edwin Drood lo abbiano ispirato casi reali di sparizione dell’epoca, anche se non possiamo esserne certi.

Ma come riuscì Dickens a penetrare in luoghi così oscuri e pericolosi come le fumerie?
Semplicemente chiese a un suo amico poliziotto di accompagnarlo nelle due maggiori fumerie che avevano sede a Londra e registrò tutte le sue impressioni sul suo diario.

Quindi ebbe rapporti diretti con la polizia dell’epoca?
Fin da quando iniziò la sua carriera di giornalista conobbe molte persone in vari circoli. Aveva amici sia fra i poliziotti sia tra coloro che lavoravano in tribunale. E questo gli permise di essere sempre documentato nelle ricerche svolte per i suoi libri.

In “Oliver Twist” e “David Copperfield” sembrerebbe emergere una conoscenza specifica del mondo criminale?

Sebbene Dickens non abbia mai scritto dei veri e propri mistery era interessato a comprendere la mente criminale. Probabilmente questo elemento è legato in parte ai suoi ricordi di quando suo padre venne imprigionato per debiti e lui stesso si trovò ad andarlo a trovare in prigione. Al contrario di molti scrittori che sono cresciuti in ambienti privilegiati, Dickens si relazionò per tutta la vita con tutti i livelli della società in cui viveva, non solo con l’elite di classe e questo l’ha sicuramente aiutato a diventare un autore popolare.

Ma Dickens credeva nelle storie di fantasmi come quelle racchiuse nel suo “Canto di Natale”?

Da una parte era un uomo razionalista e come scrittore prediligeva lo stile realistico. Dall’altra era un una persona molto spirituale e credeva che ci fossero strani legami tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Aveva lui stesso sperimentato l’ipnotismo e considerava questo una prova evidente della presenza di elementi spirituali nel mondo.

La risposta del pubblico americano a “Il mistero di Edwin Drood” fu davvero così incredibile come lei la descrive nel libro?

Gli Americani furono (e lo sono ancora a tutt’oggi) incredibilmente affascinanti dalle opere di Dickens e in particolar modo dal finale de “Il Mistero di Edwin Drood”. C’era la grande curiosità di sapere come il romanzo sarebbe andato a finire e ci furono anche molti tentativi di cercare di scoprire se il finale non fosse stato nascosto da qualche parte, in un manoscritto lasciato dall’autore, oppure non fosse stato criptato in qualche modo all’interno del testo stesso.

Cosa rende più misterioso questo romanzo: la sua trama o il fatto che sia incompiuto?
Direi che è una strana combinazione fra i due elementi: si tratta di una storia misteriosa e allo stesso tempo di un libro incompleto… Ci sono state in passato molte persone che hanno cercato di dare una spiegazione finale a questo mistero e alcuni persino hanno persino sostenuto che fosse apparso loro lo stesso Dickens sotto forma di fantasma per raccontare l’epilogo della storia. E c’è persino gente che ci ha creduto. Direi che è un esempio unico della condotta che i lettori e gli editori possano tenere quando ci si trova davanti a un mistery irrisolto.

Ma potrebbe davvero esserci qualcuno disposto ad uccidere per entrare in possesso di quei capitoli finali?
Se gli ultimi capitoli de “Il mistero di Edwin Drood” esistessero realmente avrebbero davvero un valore inestimabile, quindi immaginatevi cosa potrebbe fare qualcuno pur di impadronirsene. Ma visto che nessuno li ha mai ritrovati, immaginare cosa sarebbe successo se fossero stati rintracciati non poteva che essere uno spunto perfetto per un romanzo di fiction.

Ha per caso letto la soluzione finale che Fruttero e Lucentini hanno dato al romanzo incompiuto di Dickens?

Certo. “La verità sul Caso D” è un libro che è stato molto apprezzato negli Stati Uniti e posso anche aggiungere che, secondo me, da una soluzione molto intelligente all’enigma.

Chi era realmente l’editore James Osgood che lei ha reso protagonista del suo “Il ladro di libri incompiuti”?
Dickens era molto frustrato dal fatto che i suoi romanzi fossero stati a lungo piratati in America ed editi senza il suo permesso. Fu per questo che si mise d’accordo con James Osgood e il suo socio J. T. Fields perché diventassero i suoi editori ufficiali autorizzati per il mercato americano, in modo da avere un maggiore controllo su tutto quello che era già stato pubblicato sino ad allora. Osgood e Fields diedero a Dickens un anticipo impressionante per assicurarsi questa esclusiva.

È vero che il diario di Dickens scomparve davvero nel 1867?

Certo. Quando Dickens si trovava a New York, il suo diario sparì. Può darsi che glielo abbiano rubato o che lui lo abbia perso senza accorgersene, ma per molti anni non è stato più rintracciato. Finchè nel Ventesimo secolo non è stato messo all’asta. Ora è custodito alla New York Public Library.

Ma lei come riesce a mescolare fiction e suspense, rispettando però le verità storica dell’epoca da lei ricostruita nei suoi romanzi?
Penso che storia e finzione siano dei meravigliosi partner. Solo utilizzando la nostra immaginazione possiamo cercare di ricostruire il passato. E proprio perché la storia per noi è un mondo sconosciuto penso che si abbini bene alla suspense, perché non sappiamo mai cosa aspettarci dagli eventi che indaghiamo.

È stato più complicato indagare su Longfellow, Poe o Dickens?
Sicuramente Poe è stato il soggetto più difficile da trattare. Non solo perché fu una persona misteriosa che aveva pochi amici ma anche perché morì in miseria e tutti i suoi effetti personali furono sparsi per il mondo. Inoltre Poe ha sempre mentito su se stesso, rendendo difficile comprendere chi fosse realmente. Anche lavorare su Dickens mi ha creato qualche complicazione perché era un uomo molto diverso in pubblico e nel privato e fece di tutto per tenere questi mondi separati fra di loro.

Quale sarà il tema del suo prossimo libro?
È ancora un segreto. Ma un giorno mi piacerebbe potermi rioccupare di Dante.

(2009) da: http://giallo.blog.rai.it/