Questo scritto, che è uno dei più importanti di Lenin, senza dubbio è anche uno dei più datati: la maggior parte degli interrogativi che si è posto l'autore, ed ai quali ha dato risposte lucide e rigorose, oggi sono in buona misura superati, e la sinistra ha da tempo scelto nuove strade. La questione della democrazia, in particolare, è stata al centro dell'elaborazione e del dibattito da parte dei marxisti più attenti e non dogmatici (a partire da Gramsci e Lukàcs), che nel tempo hanno anche saputo confrontarsi con le analisi e con le prospettive provenienti da altre scuole di pensiero (da Max Weber a Nietzsche, da Adorno a Lacan, da Rowls a Derrida, da Rifkin a Hillman). Tuttavia senza Lenin non solo non si sarebbe realizzato il grande, e tragico, tentativo di rivoluzione comunista, ma non si sarebbe pienamente disvelata la natura del capitalismo moderno e, dunque, sarebbero mancati strumenti essenziali di analisi e di lotta. Il '900 è Lenin, si potrebbe dire, e solo gli sciocchi e i "poveri di spirito", in particolare certi ex comunisti, possono pensare di liquidare questo formidabile teorico e combattente che seppe - contro Marx, disse Gramsci - dare anima e realtà alle aspirazioni di milioni di donne e di uomini. "Tornare a Lenin" (come argomenta brillantemente Slavoj iek nel suo Tredici volte Lenin) può voler dire recuperare la capacità di guardare il mondo con metodo e acutezza critica. Si veda anche qui una riflessione di D. Losurdo. Qui di seguito riproduciamo solo la Prefazione e i primi due capitoli
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