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Herbert Marcuse (Berlino, 1898
- Starnberg, 1979) nel 1917 aderì al Partito Socialdemocratico
e nel 1918 fu eletto
nel consiglio di soldati di Berlin-Reinickendorf, partecipando
al movimento spartakista di Rosa
Luxemburg.
Si laureò nel
1921 a Freiburg in
filosofia, dopo aver studiato con Husserl e Heiddeger.
Fece parte del gruppo di studiosi riuniti nella Scuola
di Francoforte, e anch'egli, come tutti gli altri,
all'avvento del nazismo fu costretto ad abbandonare la Germania:
si trasferì prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti, dove
divenne docente all'University of California di San Diego.
Più degli altri due massimi esponenti della Scuola, Horkheimer
e Adorno, si concentrò nel lavoro di rivisitazione critica
del marxismo, passando dalla rilettura di Hegel (Ontologia
di Hegel,
1932, e Ragione e rivoluzione, 1941) e di Freud (Eros
e civiltà,
1955), all'analisi dell'ideologia dominante in URSS (Il marxismo
sovietico, 1958).
Anch'egli, come i suoi colleghi, venendosi a trovare in quello
che era il paese occidentale più avanzato dal punto di vista
della potenza economica e miltare, ne studiò a fondo l'organizzazione
sociale e culturale proponendo una chiave d'interpretazione del
sistema capitalistico nel suo complesso (L'uomo
a una dimensione: l'ideologia della
società industriale
avanzata, 1964) e un'ipotesi di superamento di tale
forma di società (La fine dell'utopia, 1967, e Rivolta
e controrivoluzione,
1972).

La
sua opera più nota, e che ebbe un enorme successo in tutto
il mondo, fu senz'altro L'uomo
a una dimensione,
incentrata appunto sull'analisi dell'ideologia della società
industriale. Un tema al centro delle riflessioni di tutta la
Scuola di Francoforte, ma in modo particolare di Marcuse, che
aveva cominciato ad occuparsene già dagli anni '30: Sui fondamenti filosofici del concetto di
lavoro della scienza economica (1933). Secondo Marcuse
il lavoro, il "fare
lavorativo",
è caratterizzato
da tre momenti: il primo momento è la durata essenziale,
il secondo è la permanenza essenziale e il terzo è il
suo carattere di "peso": "la durata
del lavoro significa che il compito che il lavoro pone all'esistenza
umana non può essere
mai assolto in un singolo processo lavorativo o in vari processi
lavorativi singoli; quel compito può essere assolto solo
in un perdurante essere al lavoro ed essere nel lavoro, in un
orientamento e in una tensione di tutta l'esistenza verso il
lavoro. La permanenza del lavoro significa che da esso deve venir
fuori qualcosa che per il suo senso e per la sua funzione, sia
più duraturo
del singolo atto lavorativo e faccia parte di un accadere universale.
Deve trattarsi di qualcosa che è in sé permanente,
che esiste ancora ed esiste per altri anche dopo la conclusione
del singolo atto lavorativo".
L'aspetto
che per Marcuse è di gran lunga il più importante
è il carattere di "peso" del lavoro, che però
non si riferisce alle caratteristiche di determinati lavori particolarmente
penosi per gli individui ma a qualcosa di più profondo:
"Anche prima di tutti
questi aggravi dovuti al modo e all'organizzazione del lavoro,
già il
lavoro in quanto tale si presenta come peso poiché sottomette
il fare umano ad una legge estranea che a questo viene imposta,
alla legge della cosa che bisogna fare e che rimane una cosa,
qualcosa che è altro dalla vita [...] Nel
lavoro si tratta sempre in primo luogo della cosa stessa e non
del lavoratore [...] Nel
lavoro l'uomo viene continuamente allontanato dal suo essere
se stesso, è indirizzato a qualcosa d'altro e continuamente
presso qualcosa d'altro e per altri". Un uomo, dunque,
anche quando sceglie il proprio lavoro, si ritrova gravemente
limitato nella libertà perchè si trova rigidamente
sempre asservito a meccanismi ed a leggi che gli sono imposti
dall'esterno: l'uomo
non è più in
se stesso, ma è fuori
di sé.
Si è già detto quanto abbia influito sui francofortesi il
passaggio dalla vecchia Europa alla realtà ipertecnologica degli
USA, quasi che quella società si fosse presentata loro
come una sorta di anticipazione di ciò che, inevitabilmente, si
sarebbe realizzato in tutto il mondo: i consumi di massa, la pubblicità
come standard di comportamento, la cultura irresistibilmente attratta
dal suo imprevedibile divenire industria
culturale. E la politica
come frutto di strategie fortemente élitarie: niente a che vedere
coi movimenti popolari del vecchio continente, e per Marcuse, che
aveva addirittura partecipato ai fermenti rivoluzionari del 1918,
dev'essere stato uno sconvolgimento profondo.
La working class delle metropoli
americane non assomigliava certo al duro proletariato tedesco o russo, ma non
per chissà quale diversità "genetica", perché negli USA la sinistra
aveva vissuto una stagione sorprendentemente lunga e vivace: si
pensi a John Reed,
al sindacalismo rivoluzionario, alla brigata
Lincoln, alla forte opposizione al maccartismo. Una vicenda
complessa e tormentata (cfr.: M. Sylvers, La sinistra negli
Stati Uniti, Liguori,
1979), che qui accenniamo soltanto, ma che ebbe una svolta sotto
la presidenza (1932-45) di Franklin D. Roosevelt: questo
geniale presidente democratico capì che non aveva senso battersi
frontalmente contro la sinistra radicale, che oltre a tutto vedeva
nelle proprie fila gli uomini di cultura più capaci e brillanti,
e quindi decise di farsene un alleato, arruolando nel proprio staff
o comunque in vari organismi governativi proprio quegli intellettuali liberal o leftist. La sinistra USA venne così
a perdere le sue migliori teste pensanti. Sul versante sindacale
avvenne qualcosa di simile, con in più la variante delle potenti
infiltrazioni di Cosa Nostra, tanto che "sindacato" divenne quasi
sinonimo di mafia (si pensi a Fronte del
porto, di Elja Kazan -
che poi sarà un solerte informatore dell'FBI - o a C'era
una volta in America di Sergio Leone).
L'idea della classe operaia come soggetto rivoluzionario
era dunque ormai del tutto estranea alla realtà americana, e anzi
i lavoratori dipendenti si delineavano sempre più come l'ossatura
conservatrice della società: e altrettanto, secondo Marcuse,
stava per accadere, o in parte era già accaduto, negli altri
paesi. Ma se la classe
operaia era integrata nel sistema, altre figure sociali
potevano assumere un ruolo di opposizione e di scardinamento dell'ordine
borghese: "Al
di sotto della base popolare conservatrice vi è il
sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e
dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati
e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo
democratico [...] perciò la loro opposizione è rivoluzionaria
anche se non lo è la loro coscienza. La loro opposizione
colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata
dal sistema; è una forza elementare che viola le regole
del gioco, e così facendo mostra che è un gioco
truccato. Quando si riuniscono e scendono nelle strade, senza
armi, senza protezione, per richiedere i più elementari
diritti civili, essi sanno di affrontare cani, pietre, e
bombe, galera, campi di concentramento, persino la morte [...].
Il fatto che essi comincino a rifiutare di prendere parte
al gioco può essere il fatto che segna l'inizio della
fine di un periodo." (L'uomo a una dimensione)
Nel pensiero di Marcuse è centrale
l'idea, già formulata
da Horkheimer e Adorno, secondo cui, nella trasformazione della
natura e del mondo, l'uomo, ben lungi dall'essere libero, è sottoposto
a una servitù ancora più pesante, caratterizzata
dall'"alienazione" causata dal lavoro.
Un concetto, com'è noto, al centro di tutta l'opera di Marx,
a partire dai Manoscritti economico-filosofici
del 1844 fino a Il capitale: Marx con il concetto
di "alienazione" voleva dire che
l'operaio non possiede né gli strumenti del lavoro, che appartengono
al capitalista, né tantomeno il prodotto del lavoro, che viene
invece incorporato nel capitale, quel capitale che per
Marx è lavoro "morto",
oggettivato, che domina l'operaio, cioè il lavoro "vivo".
Questa elaborazione viene ripresa dalla Scuola di Francoforte,
e da Marcuse in particolare, con una variante sostanziale:
l'alienazione, o "estraneazione", non è più qualcosa
strettamente inerente ai rapporti capitalistici di produzione,
ma riguarda la società industriale e tecnologica
in quanto tale: in essa l'uomo è sempre
e comunque alienato.
Non a caso Marcuse contrappone al lavoro il
gioco, cioè il momento
in cui veramente l'uomo realizza la propria libertà: nel
gioco l'uomo crea le regole, non se le ritrova impostate
da altri, e non è succube della cosa,
dei fattori esterni, dell'oggettività; nel gioco l'uomo è veramente
padrone di sé e raggiunge una dimensione di
libertà che
gli è invece completamente negata nell'ambito lavorativo:
un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta
un trionfo della libertà umana
sull'oggettività, che è infinitamente superiore
alla conquista più strepitosa del lavoro tecnico.
Qui è il cuore de L'uomo a una dimensione,
che fu uno dei libri ispiratori dei movimenti del
'68: la società altamente industrializzata ha leggi
ferree e l'uomo è asservito a tali
leggi; questa società è un
formidabile apparato di dominio appunto perché non lascia
quasi mai margini alla libertà, all'iniziativa individuale:
l'uomo è soltanto un semplice ingranaggio di un "sistema"
enorme che lo sovrasta e che egli deve semplicemente subire.
Ne consegue che
la società tecnologica
produce un tipo di cultura non dialettica, ma positivistica,
e sostanzialmente passiva, una cultura neoilluministica (e qui
si rivelano le forti assonanze con la Dialettica
dell'Illuminismo di Horkheimer e Adorno)
che esprime sostanzialmente il dominio dell'apparato sociale
sull'uomo alienato.
In Eros
e Civiltà (1955) Marcuse riprende molte idee freudiane,
per criticarle radicalmente ed iscriverle in un contesto
completamente diverso: Freud aveva considerato l'uomo in astratto,
sottovalutando i contesti sociali in cui questi vive ed opera,
ha parlato genericamente di "repressione" degli istinti
senza cogliere la peculiarità della particolare repressione (che
Marcuse chiama "addizionale") che la società industriale
avanzata impone agli individui.
Se Freud aveva guardato all'individuo in modo "clinico",
Marcuse
lo analizza in modo "sociale", ponendo
con forza il problema della sua "liberazione"
dallo spaventoso impianto di dominio realizzato dalla società
tecnologica: rifacendosi creativamente alle elaborazioni marxiane,
Marcuse è convinto che lo sviluppo delle forze produttive nella
società contemporanea è tale
che da un lato è possibile ridurre in
modo sostanziale la durata della giornata lavorativa e, per un
altro verso, diventa realizzabile l'intercambiabilità delle
funzioni all'interno dell'apparato produttivo.
Questa possibilità apre la strada al superamento
di tutta una serie di contraddizioni e di conflitti. Prometeo,
l'eroe della fatica e del lavoro,
non sarà più il simbolo della società; il
suo posto verrà preso da Orfeo e Narciso: "Le
immagini di Orfeo e di Narciso riconciliano Eros e Thanatos,
esse rievocano l'esperienza di un mondo che non va dominato e
controllato ma liberato, una libertà che
scioglierà i freni alle forze di Eros che ora sono legate
nelle forme represse e pietrificate dell'uomo e della natura".
Qui, fra l'altro, vi è un importante cambiamento di prospettiva
rispetto al pessimismo radicale della Scuola di Francoforte,
e di Adorno in particolare: la scienza applicata alle forze
produttive non è più soltanto
strumentoi di dominio e di oppressione, ma può aprire
la possibilità di
una dimensione nuova ed esaltante della libertà umana.
"Nell'Eros orfico e narcisistico questa
tendenza si libera: gli oggetti della natura diventano liberi di
essere ciò che
sono, ma per poter essere ciò che sono devono dipendere
dall'atteggiamento erotico: ricevono soltanto in questo il loro télos. Il canto di Orfeo placa il mondo animale,
riconcilia il leone con l'agnello e il leone con l'uomo. Il mondo
della natura è un
mondo di oppressione, crudeltà e dolore com'è il
mondo umano, come quest'ultimo, esso aspetta la sua liberazione,
questa liberazione è l'opera di Eros, il canto di Orfeo
infrange la pietrificazione."
Anche qui, oltre ad un richiamo ad Aristotele,
Marcuse si rifà direttamente a quanto scriveva Marx nell'Ideologia
tedesca: "Appena il lavoro comincia
ad essere diviso, ciascuno ha una sfera di attività determinata
ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore,
pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se
non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista,
in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva
ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola
la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile
di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina
andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame,
dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza
diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore,
né critico."
Proprio per sottolineare i
legami non dogmatici con Marx, Marcuse e gli altri della Scuola
di Francoforte hanno definito esplicitamente il proprio pensiero
come "teoria
critica":
della società esistente, in primo luogo.
E proprio
perché si tratta di una critica profonda, assolutamente
radicale, non può che
essere una "critica
dialettica" che si propone non solo l'indagine
e la conoscenza dell'esistente, ma la "negazione
dell'esistente",
cioè della società tecnologica e del
suo apparato di dominio, delle
ideologie che sono espressione di questo apparato e che al tempo
stesso, dialetticamente, lo sostengono.
Marcuse e i
francofortesi hanno poi contribuito in modo decisivo ad elaborare
un nuovo concetto, che poi avrà molta
fortuna e che è stato
ripreso da Hannah Arendt:
il "totalitarismo".
Analizzando a fondo la società borghese, Marcuse e gli altri
hanno necessariamente dovuto fare i conti con l'"altra"
società, cioè con quella che avrebbe dovuto rappresentare l'alternativa
al capitalismo, la società chiamata "socialista."
E da marxisti critici non hanno esitato a mettere in discussione
"da
sinistra" il tabù dell'URSS, fino ad allora "intoccabile"
perché aveva
seppellito la società borghese e sulle
sue rovine aveva edificato un sistema completamente diverso.
Ma avendo fatto ciò per mezzo di un sistema dittatoriale che non
aveva più alcuna giustificazione dopo la sconfitta della controrivoluzione,
la società sovietica non solo non ha "liberato"
l'uomo, ma l'ha costretto in forme di dominio efferate e rigide
per tanti versi simili alla dittatura
nazista: la categoria
di "totalitarismo" - che pure va poi scomposta nelle
sue varie articolazioni, per non cadere nella trappola reazionaria
che equipara ipocritamente comunismo e fascismo - assume quindi
un valore simbolico e politico fondamentale.
Vi è qui un'esasperazione pericolosa:
dato che la società industriale
avanzata si è costruita proprio attraverso meccanismi
di controllo e di dominio molto simili a quello delle dittature,
anch'essa viene assimilata nell'ambito della categoria del "totalitarismo",
e quindi tendono a scomparire le differenze fra Germania nazista
e Italia fascista (che pure erano assai diverse tra loro), e
tra queste e l'Unione sovietica, e, soprattutto, tra queste dittature
e gli Stati Uniti. Certo, se i francofortesi avessero assistito
all'involuzione pesantissima dei rapporti civili in quel paese
(un Patriot Act votato unanimemente da democratici e repubblicani, un apparato
di intelligence ancora più potente di quello del KGB, Echelon,
ecc.), avrebbero trovato una conferma al loro radicalismo; ciò non toglie
che proprio l'individuazione delle "differenze" è un
elemento indispensabile per ogni pensiero "critico" che non
voglia restare prigioniero di se stesso.
link:
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