inizio rosso e giallo


Ed McBain

"Sedici agenti dove non ne sarebbero bastati cento..."
Questa è l'asciutta presentazione dell'organico dell'87° distretto di polizia di New York. In qualche modo anticipando l'invenzione di Hill Street Blues, Ed McBain (1926 - 2005, pseudonimo di Evan Hunter, che però prima si chiamava Salvatore Albert Lombino, e che scrisse anche con gli pseudonimi di Curt Cannon, Hunt Collins, Ezra Hannon e Richard Marsten) ricorre ad una formula innovativa rispetto alle tradizionali figure di poliziotti: qui ad indagare è un gruppo e, a seconda dei casi, vediamo all'opera questo o quel detective.

Col passare del tempo uno di loro, Steve Carella, assume contorni più definiti, e diventa uno dei personaggi principali, ma al centro delle vicende di questo gruppo c'è soprattutto la cruda realtà metropolitana:
"La città non potrebbe essere che una donna... tu conosci la bella testa di questa città, incorniciata dalle chiome ramate delle foglie d'autunno... ne conosci la curva morbida del seno, là dove il fiume glielo modella con una striscia lucente di seta azzurra. Il suo ventre, il porto, ti è familiare quanto i suoi fianchi che si chiamano Calm's Point e Majesta. È una donna, la tua donna e in autunno usa un profumo che è un misto di fumo e di carbone, un odore di polvere e di muschio che si leva dalle strade, dalle macchine, dalla gente... L'hai veduta in abiti da lavoro e vestita a festa. L'hai ammirata di notte liscia e lucente come una pantera... l'hai conosciuta ardente e capricciosa, affettuosa e piena di rancore, mite e altera, crudele e ingiusta, dolce e pungente..."

Gialli veri.

Da un libro di Daphne du Maurier ha tratto la sceneggiatura de Gli uccelli di Hitchcock.

Molti i film ispirati ai suoi libri, ma pochi quelli riusciti, e tra questi:

  • Il seme della violenza (Blackboard Jungle, USA, 1955) di Richard Brooks. Con Glenn Ford, Anne Francis, Sidney Poitier
  • Il giardino della violenza(The Young Savages,USA, 1961, da A Matter of Conviction), di John Frankenheimer. Con Burt Lancaster, Shelley Winters, Dina Merrill, Edward Andrews
  • Anatomia di un rapimento (Tengoku to jigoku, J, 1963, da Due colpi in uno) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
  • ... E tutto in biglietti di piccolo taglio (Fuzz, USA, 1972) di Richard A. Colla. Con Burt Reynolds, Raquel Welch, Yul Brynner, Tom Skerritt
  • Rosso nel buio (Les Liens de Sang, F-CND, 1977, da Parenti di sangue per l'87º distretto), di Claude Chabrol. Con Donald Sutherland, Donald Pleasence, Stéphane Audran

 

Ha scritto 55 romanzi della serie 87° distretto, 13 con Matthew Hope, 15 senza personaggi fissi, 25 come Evan Hunter, 8 come Richard Marsten, e 9 con altri pseudonimi.


    87° distretto




     

    Matthew Hope

     

    altri

Ed McBain

Vi racconto il mio 87° distretto


Tutti insistono nel dirmi che Carella è l'eroe della serie.
Io insisto a dire che così non è nelle intenzioni. In realtà, anche se nessuno vorrà crederci, nel terzo libro della serie io ho ucciso Carella. Non io personalmente, ma un tale chiamato Gonzo che, a pagina 158 di «Uno spacciatore per l'87°», del 1956, ha avuto l'audacia di sparare tre colpi colpendo Carella al petto.

«L'unico avvertimento venne dallo stringersi delle pupille del ragazzo. Carella vide gli occhi contrarsi, e cercò di buttarsi di lato, ma la parola era già alla rivoltella. Non vide l'arma sobbalzare nella mano del ragazzo. Sentì un dolore insopportabile al petto, e sentì la dichiarazione schioccante di tre detonazioni, e poi cominciò a cadere e sentì un gran caldo e si sentì anche ridicolo, lì a barcollare sulle gambe che non riuscivano a reggerlo, ridicolo - molto ridicolo, e aveva il petto in fiamme, e il ciclo stava calando a congiungersi con la terra... Aprì la bocca ma dalle labbra non uscì alcun suono. E poi arrivò l'ondata di incoscienza e lui lottò per respingerla, e non si accorse che Gonzo stava scappando tra gli alberi. Era conscio unicamente del buio che lo stava avvolgendo, e improvvisamente ebbe la certezza di essere sul punto di morire.»
Nessun autore di gialli che abbia rispetto per se stesso oserebbe scrivere «improvvisamente ebbe la certezza di essere sul punto di morire» a meno che non intenda usare come presagio di un evento successivo. Queste parole costituiscono una specie di contratto con il lettore, perciò, dopo averle scritte, alla fine del libro, io saldai il conto. O per lo meno, alla fine del libro come lo consegnai al mio editore.
Nella stesura originale la scena aveva luogo nell'ospedale dove Carella era sulla lista degli aggravati dal momento del ricovero dopo la sparatoria, e per la precisione devo dire che la scena, intesa come luogo, non è cambiata. Il tenente Byrnes era andato là per vederlo. Teddy Carella percorreva il corridoio andando verso Byrnes.
«Dapprima fu soltanto una piccola figura in fondo al corridoio, poi si avvicinò e Byrnes la guardò attento. Teneva le mani serrate insieme, i gomiti piegati, e camminava con la testa china, e guardandola Byrnes provò una fitta dolorosa, una nuova fitta allo stomaco e al cervello. La piccola figura che avanzava dava l'impressione di sconfitta, con le spalle abbandonate, e la testa china...
Carella!, pensò lui. Oh, dio, no!
Le si affrettò incontro, e lei alzò la testa a guardarlo, e aveva la faccia bagnata di lacrime, e quando vide le lacrime sulla faccia della moglie di Steve, lui sentì un gelo improvviso e avrebbe voluto scappare, scappare via da lei e dal dolore di quelle lacrime.
Fuori suonavano le campane.
Era Natale, e tutto andava bene.
Ma Steve Carella era morto

Secondo me questo era un finale classico. Come avevo sottolineato a Herb Alexander, il mio editore, l'idea originale della serie era quella di usare una sala agenti affollata di agenti investigativi come un conglomerato, un tutt'uno, o se preferite un unico eroe. Era mia intenzione tratteggiare accuratamente il lavoro quotidiano di un poliziotto di metropoli, ma per farlo avrei usato una manciata di uomini le cui diverse personalità e caratteristiche ed elementi caratteriali, se combinati, avrebbero formato un singolo eroe: l'87a Squadra. A quanto mi risultava, questo non era mai stato fatto, e io sentivo che la trovata era unica. Sentivo inoltre che l'idea così concepita mi avrebbe messo in grado di aggregare nuovi uomini alla Squadra, di portare nuovi uomini nella sala agenti, se necessario aggiungendo le loro particolari qualità o i loro particolari difetti alla preesistente miscela, e allo stesso tempo di disporre secondo la necessità di personaggi non più essenziali. Il ruolo dell'eroe spettava alla squadra, e nessun suo componente era indispensabile o insostituibile. Ora, nella vita reale, i poliziotti vengono presi a colpi di arma da fuoco e uccisi. Quindi, in «Uno spacciatore per l'87°» l'agente investigativo Stephen Louis Carella era stato preso a colpi di pistola, ed era morto il giorno di Natale.
Ah, ah, ah.
La telefonata di Herb Alexander arrivò subito. Mi disse: - Stai scherzando, vero?
- A che proposito? - dissi io.
Lui disse: - Non puoi uccidere Carella.
- E perché? - dissi io.
- Perché lui è l'eroe - disse Herb. - Lui è il protagonista della serie. (Fino a quel momento Carella era comparso soltanto in un romanzo, «L'assassino ha lasciato la firma», il primo. Nel secondo, «Estremo insulto», restava assente, perché in luna di miele, per quasi tutto il libro, e rientrava in sala agenti soltanto alla penultima pagina. Ma chissà perché, tutto d'un colpo l'eroe era lui, lui era il protagonista.)
- Chi l'ha detto? - dissi. - L'idea è di...
- Conosco benissimo l'idea - disse Herb. - Ma non puoi uccidere Carella. È l'eroe.
Discutemmo a lungo. Alla fine mi arresi, e riportai in vita Carella con l'aggiunta di tre brevi capoversi alla stesura originale, e col taglio dell'ultima riga che lo mandava prematuramente alla tomba. Io però continuo a non eredere che l'eroe sia lui. Il concetto di un conglomerato come protagonista era tenacemente ancorato al mio cervello, un eroe mosaico se volete, un eroe fatto di tante parti perché in realtà era fatto di tanti uomini, gli uomini dell'87" Squadra. Alcuni anni più tardi, durante una conversazione su affermate serie televisive, Mel Brooks mi disse che gli ingredienti essenziali di tutti gli spettacoli di successo sono una casa e una famiglia. La famiglia potrebbe essere un gruppo di medici, e allora, la casa è un ospedale. La famiglia potrebbe essere fatta di insegnante e studenti, e allora la casa è una scuola, la famiglia potrebbe essere composta di viaggiatori spaziali, e allora la casa è un'astronave. Nella mia serie, la mia famiglia era ed è fatta di poliziotti. La loro casa è la sala agenti, il loro ambiente è il distretto, il loro mondo, la città.
In questa famiglia, il tenente Peter Byrnes è il padre. L'agente investigativo Meyer Meyer è il paziente fratello maggiore. L'agente investigativo Steve Carella viene subito dopo, molto vicino per età e temperamento all'uomo che ha dovuto affrontare la vita con un doppio nome che è stato per lui fonte di parecchi guai. Bert Kling è il fratello più giovane, il quale impara costantemente dai familiari più esperti. A proposito, avreste dovuto sentire le lamentazioni quando in «Tutto da rifare per L'87°» (quattordicesimo della serie), uccisi la ragazza che era stata la fidanzata di Kling fin dal secondo romanzo. Ma questa volta, no! Potevano sostenere con me che Steve Carella era l'eroe, ma mai e poi mai mi sarei arreso all'idea che Claire Townsend era l'eroina, e così la morta rimase morta causando ogni genere di alterazioni caratteriali in Kling. Il rosso Cotton Hawes, l'agente investigativo con la sconcertante ciocca bianca nei capelli, è il cugino venuto dalla provincia (per l'occasione un altro distretto) e diventato un fratello adottivo. In questo clan particolarmente unito ci sono molti altri componenti: Hal Willis, con le minidimensioni di un fantino e le mani di un esperto in judo, lo sfortunato Bob O'Brien che finisce sempre in sparatorie con morti senza né desiderarle né incoraggiarle, Arthur Brown, un poliziotto nero, grande e grosso, che lotta contro i pregiudizi in un suo modo particolare, calmo e deciso, il capitano Frick, Comandante del distretto e, di nome, anche della squadra, capo di famiglia titolare, lievemente affetto da senilità nella sua ultima apparizione.
E per estendere la metafora a più ampi confini, possiamo considerare parte della famiglia, con il ruolo di prozii, informatori tipo Danny lo Zoppo o Donner il Grasso o Gaucho Palacios.
In questa famiglia c'è anche una pecora nera, un cattivo poliziotto, un poliziotto disgustoso, un poliziotto corrotto necessario all'equilibrio della squadra. Il suo nome era Roger Havilland. In «Qui 87° Distretto» (quinto della serie), per tener fede al mio concetto di poliziotti che vanno e vengono, e forse perché in precedenza mi era stato impedito di uccidere Carella e ancora risentivo dell'offesa, uccisi Havilland in maniera spettacolare e soddisfacente.

«Capì soltanto che stava cadendo all'indietro, completamente sbilanciato. Capì soltanto di piombare contro la lastra di vetro, capì che la vetrina andava in frantumi e che intorno a lui volavano migliaia di schegge. Poi sentì un dolore acuto, improvviso. C'erano quasi lacrime nella sua voce quando gridò: "Bastardo! Maledetto bastardo! Per me puoi anche..." ma non potè dire altro. Non avrebbe mai più detto nient' altro.
Una delle lunghe schegge appuntite gli aveva tagliato la vena iugulare e un'altra gli si era conficcata nella trachea. Questa fu la fine di Roger Havilland
E subito dopo me ne pentii e non poco.
In una famiglia ci deve essere un fratello o uno zio o un cugino non troppo per bene. Se ci sono buoni poliziotti devono esserci anche cattivi poliziotti (come nella vita reale), e non possono essere cattivi poliziotti che operano in qualche distretto confinante, devono essere cattivi poliziotti nello stesso territorio. In un libro successivo, ma in tutta onestà ammetto di non ricordare quale, feci reincarnare Roger Havilland nella forma e nelle vesti di Andy Parker. Prometto che (forse) non ucciderò mai Andy Parker. È troppo necessario alla miscela. C'è un altro cattivo poliziotto, Ollie Weeks detto il Grasso, dell'83° Distretto, una aggiunta recente alla famiglia, e senza il quale la squadra non potrebbe funzionare nel modo giusto. Non so se Ollie Weeks riuscirà mai a farsi trasferire all'87° come lui promette costantemente di fare. Può darsi che risulti più efficace restando dov'è, cugino di campagna che provoca nella famiglia smorfie o sospiri, o tutti e due, non appena compare.
In «L'assassino ha lasciato la firma», del 1956, era descritta la famiglia e la sua casa. La casa non è cambiata molto con gli anni, ma nemmeno le sale agenti della vita reale cambiano.

«La scala era di metallo, stretta ma pulita. Sedici gradini portavano a un microscopico pianerottolo da cui partivano altri sedici gradini, saliti i quali si incontrava un corridoio malamente illuminato. Alla destra delle scale c'erano due porte con sopra scritto "Camere di Sicurezza". Andando a sinistra lungo il corridoio si passava davanti a due panche di legno sistemate sui due lati, una delle quali era infilata in una rientranza della parete, davanti alla porta sigillata di un vecchio ascensore in disuso. Più oltre c'era una porta sulla destra, lo spogliatoio, e un'altra sulla sinistra, l'ufficio schede, come stava scritto su una piccola targa.
In fondo al corridoio c'era la sala agenti.
Dovendo entrarci si arrivava prima a una bassa ringhiera con un cancelletto a molla. Dietro la ringhiera cominciava la sfilata delle scrivanie e degli apparecchi telefonici. Su una parete, il quadro degli ordini del giorno era coperto di fotografie e comunicati. Dal soffitto pendeva una sfera di vetro, più in là altre scrivanie e altri telefoni. In fondo, le finestre, protette da rete metallica, che si aprivano sulla facciata dell'edificio.
Da dietro la ringhiera non si poteva vedere gran che di quello che c'era sulla destra della stanza, perché due enormi classificatori lo impedivano
È qui che gli uomini dell' 87° passano parte del loro giorno lavorativo. Il resto lo passano nella città.
La città è un personaggio fisso in questi libri, come tutti i lettori della serie sanno già, e come viene subito detto a ogni nuovo lettore la città è immaginaria. Questo non ha impedito che molti notassero la forte somiglianza con New York. Somiglianza che esiste. Può darsi che questo sia dovuto al fatto che si tratta proprio di New York, anche se con liberalità di licenze toponomastiche.
Quando cominciai a scrivere la serie (vi prego, ricordatevi che io sapevo dall'inizio che sarebbe stata una serie, o per lo meno sapevo che ci sarebbero stati tre romanzi su questi poliziotti, perché tanti erano i libri che mi ero impegnato a scrivere per contratto, dato che il futuro era nelle mani degli dei i quali, grazie a dio, sorrisero), quando cominciai, dicevo, dovetti decidere per una città reale o una città immaginaria. Avevo fatto parecchie ricerche e studi sui poliziotti e sui Dipartimenti di Polizia, e sapevo che gli uni e gli altri cambiavano regole e regolamenti tanto spesso almeno quanto cambiavano la biancheria, diciamo una volta all'anno (andiamo, ragazzi, lo sapete bene che scherzo!). Sapevo che una serie necessita di una unità e unitarietà familiare, non solo per quanto riguarda personaggi e luogo, ma anche per la stabilità delle regole entro le quali si muove l'eroe (la mia Squadra) per risolvere un mistero. (I miei poliziotti ci tengono a ripetere che non esistono misteri ma unicamente crimini commessi per un motivo.)
Mi sono reso conto immediatamente che non potevo cambiare la procedura della mia polizia tutte le volte che i poliziotti di New York cambiavano la loro. Per stare al passo con i promemoria o le direttive dipartimentali o interdipartimentali avrei dovuto lavorare a tempo pieno, e non mi sarebbe rimasto tempo per scrivere. Perciò ho congelato la procedura, a eccezione delle tecniche scientifiche che mutano costantemente e con le quali cerco di essere aggiornato per inserirle al caso nei miei libri come meglio so, e ho deciso che la mia città fosse immaginaria perché, amico, in questo modo la procedura adottata nella città non cambia mai, mi sono spiegato? In questa città esistono precise regole del gioco, e sono le stesse sia per il lettore sia per i poliziotti. Un poliziotto non può perquisire un appartamento senza il mandato del tribunale, e non può interrogare un prigioniero senza prima averlo messo al corrente della Miranda-Escobedo, e non può aspettarsi che il laboratorio (diretto dall'ex tenente Sam Grossman, adesso capitano, altro componente della famiglia) riesca a identificare un assassino unicamente dalla confusa impronta digitale del pollice sinistro. E non può aspettarselo nemmeno il lettore. Queste sono le regole. Noi giochiamo onestamente. A volte ci sentiamo frustrati da questa città con i suoi complicati meccanismi burocratici e la sua complessità territoriale, ma la città è così, anche se immaginaria, e nella città esistono assassini.

«Guardatela questa città. Come si può odiarla? È tutta cemento, vero. Allinea edifici come formazioni militari destinate a proteggerla contro gli attacchi di una tribù indiana che non esiste più da tempo. Nasconde la vista del ciclo, impedisce quella dei fiumi. Forse mai nella storia della razza umana una città ha ignorato in tal modo la bellezza dei suoi corsi d'acqua o li ha considerati così poco. Costringe a guardarla a piccoli pezzi per volta, attraverso le profonde valli di cemento che si intersecano, qui un paio di metri di fiume, là uno scorcio, piccolissimo, di cielo, mai una bella vista panoramica, sempre pareti altissime che precludono, costringono, nascondono, eppure come si può odiarla, questa sgualdrina coi capelli di fumo?
In tutto il mondo le città autentiche sono una mezza dozzina, e questa è nel numero, ed è impossibile odiarla quando vi viene incontro con quell'accenno di risatina femminile pronta a eromperle dalla bocca imprevedibile. Se non riuscite a personalizzare una città allora significa che non ci avete mai vissuto, in una città. Se pensandola non diventate romantici e sentimentali, allora siete uno straniero che deve ancora imparare la lingua del posto. Per conoscere una città vera dovete stringervela addosso, o non la conoscerete mai. Dovete respirarla
Questo brano è tratto da «87° Distretto? Parlate più forte», del 1973. (Il Sordo è il mio Moriarty, ma fa anche parte della famiglia, oserei dire. Senza di lui, i poliziotti del mio distretto non farebbero mai la figura degli stupidi, e tutte le comunità familiari devono ogni tanto sembrare stupide.) Ma riguardate un momento i paragrafi riferiti alla città. Chiaro. Qualcuno sta parlando di questa città immaginaria come se fosse reale. Chi è la persona che parla così? È Carella, o è Kling? È Meyer o Hawes? Mi fa piacere che abbiate fatto questa domanda. Quella è la voce di un altro personaggio fisso della serie. Un personaggio onnipresente, come la città e il tempo. Un personaggio che non ha nessun diritto di essere nelle pagine di un libro perché ogni maestro di narrativa vi dirà che l'intrusione dell'autore è un peccato mortale. Sì, quel personaggio è Ed McBain. A lui piace portare la sua pietruzza. A volte sento che lui sta parlando a nome del lettore oltre che per se stesso.
Quindi, com'è possibile sostenere che Carella è l'eroe di questa serie, visto che infiniti altri personaggi entrano nella sua realizzazione? Non è possibile farlo. E vi dirò un'altra cosa. A volte quando qualcuno me ne dice di tutti i colori, o quando ho fatto riparare per la decima volta e inutilmente l'accensione della mia auto, o quando ho dovuto scrivere sei volte per ottenere che mi cambiassero l'indirizzo su una carta di credito, mi scopro a chiedermi che cosa farebbe Carella in una situazione del genere.
È questo che fa di lui un eroe?