inizio rosso e giallo


Ed McBain

 

 

"Sedici agenti dove non ne sarebbero bastati cento..."
Questa è l'asciutta presentazione dell'organico dell'87° distretto di polizia di New York. In qualche modo anticipando l'invenzione di Hill Street Blues, Ed McBain (1926 - 2005, pseudonimo di Evan Hunter, che però prima si chiamava Salvatore Albert Lombino, e che scrisse anche con gli pseudonimi di John Abbott, Curt Cannon, Hunt Collins, Ezra Hannon e Richard Marsten) ricorre ad una formula innovativa rispetto alle tradizionali figure di poliziotti: qui ad indagare è un gruppo e, a seconda dei casi, vediamo all'opera questo o quel detective.

Col passare del tempo uno di loro, Steve Carella, assume contorni più definiti, e diventa uno dei personaggi principali, ma al centro delle vicende di questo gruppo c'è soprattutto la cruda realtà metropolitana:

"La città non potrebbe essere che una donna... tu conosci la bella testa di questa città, incorniciata dalle chiome ramate delle foglie d'autunno... ne conosci la curva morbida del seno, là dove il fiume glielo modella con una striscia lucente di seta azzurra. Il suo ventre, il porto, ti è familiare quanto i suoi fianchi che si chiamano Calm's Point e Majesta. È una donna, la tua donna e in autunno usa un profumo che è un misto di fumo e di carbone, un odore di polvere e di muschio che si leva dalle strade, dalle macchine, dalla gente... L'hai veduta in abiti da lavoro e vestita a festa. L'hai ammirata di notte liscia e lucente come una pantera... l'hai conosciuta ardente e capricciosa, affettuosa e piena di rancore, mite e altera, crudele e ingiusta, dolce e pungente..."

Gialli veri.

Da un libro di Daphne du Maurier ha tratto la sceneggiatura de Gli uccelli di Hitchcock. Fu anche sceneggiatore di vari episodi televisivi di Alfred Hitchcock presenta, Il tenente Colombo, e naturalmente della serie 87th Precinct.

Molti i film ispirati ai suoi libri, ma pochi quelli riusciti, e tra questi:

  • Il seme della violenza (Blackboard Jungle, USA, 1955) di Richard Brooks. Con Glenn Ford, Anne Francis, Sidney Poitier
  • Il giardino della violenza(The Young Savages,USA, 1961, da A Matter of Conviction), di John Frankenheimer. Con Burt Lancaster, Shelley Winters, Dina Merrill, Edward Andrews
  • Anatomia di un rapimento (Tengoku to jigoku, J, 1963, da Due colpi in uno) di Akira Kurosawa. Con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
  • ... E tutto in biglietti di piccolo taglio (Fuzz, USA, 1972) di Richard A. Colla. Con Burt Reynolds, Raquel Welch, Yul Brynner, Tom Skerritt
  • Rosso nel buio (Les Liens de Sang, F-CND, 1977, da Parenti di sangue per l'87º distretto), di Claude Chabrol. Con Donald Sutherland, Donald Pleasence, Stéphane Audran

 

Autore estremamente prolifico (ma dotato di un buon talento, a differenza di altri, e in primis Edgar Wallace) ha scritto 55 romanzi della serie 87° distretto, 13 con Matthew Hope, 15 senza personaggi fissi, 25 come Evan Hunter, 8 come Richard Marsten, e 9 con altri pseudonimi.
Qui vengono riprodotte le copertine italiane, in ordine cronologico originale.


    87° distretto


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    Matthew Hope

     

     

     

    altri - come Curt Cannon, Hunt Collins, Ezra Hannon, Richard Marsten, Ed McBain:

     

Ed McBain

Vi racconto il mio 87° distretto


Tutti insistono nel dirmi che Carella è l'eroe della serie.
Io insisto a dire che così non è nelle intenzioni. In realtà, anche se nessuno vorrà crederci, nel terzo libro della serie io ho ucciso Carella. Non io personalmente, ma un tale chiamato Gonzo che, a pagina 158 di «Uno spacciatore per l'87°», del 1956, ha avuto l'audacia di sparare tre colpi colpendo Carella al petto.

«L'unico avvertimento venne dallo stringersi delle pupille del ragazzo. Carella vide gli occhi contrarsi, e cercò di buttarsi di lato, ma la parola era già alla rivoltella. Non vide l'arma sobbalzare nella mano del ragazzo. Sentì un dolore insopportabile al petto, e sentì la dichiarazione schioccante di tre detonazioni, e poi cominciò a cadere e sentì un gran caldo e si sentì anche ridicolo, lì a barcollare sulle gambe che non riuscivano a reggerlo, ridicolo - molto ridicolo, e aveva il petto in fiamme, e il ciclo stava calando a congiungersi con la terra... Aprì la bocca ma dalle labbra non uscì alcun suono. E poi arrivò l'ondata di incoscienza e lui lottò per respingerla, e non si accorse che Gonzo stava scappando tra gli alberi. Era conscio unicamente del buio che lo stava avvolgendo, e improvvisamente ebbe la certezza di essere sul punto di morire.»
Nessun autore di gialli che abbia rispetto per se stesso oserebbe scrivere «improvvisamente ebbe la certezza di essere sul punto di morire» a meno che non intenda usare come presagio di un evento successivo. Queste parole costituiscono una specie di contratto con il lettore, perciò, dopo averle scritte, alla fine del libro, io saldai il conto. O per lo meno, alla fine del libro come lo consegnai al mio editore.
Nella stesura originale la scena aveva luogo nell'ospedale dove Carella era sulla lista degli aggravati dal momento del ricovero dopo la sparatoria, e per la precisione devo dire che la scena, intesa come luogo, non è cambiata. Il tenente Byrnes era andato là per vederlo. Teddy Carella percorreva il corridoio andando verso Byrnes.
«Dapprima fu soltanto una piccola figura in fondo al corridoio, poi si avvicinò e Byrnes la guardò attento. Teneva le mani serrate insieme, i gomiti piegati, e camminava con la testa china, e guardandola Byrnes provò una fitta dolorosa, una nuova fitta allo stomaco e al cervello. La piccola figura che avanzava dava l'impressione di sconfitta, con le spalle abbandonate, e la testa china...
Carella!, pensò lui. Oh, dio, no!
Le si affrettò incontro, e lei alzò la testa a guardarlo, e aveva la faccia bagnata di lacrime, e quando vide le lacrime sulla faccia della moglie di Steve, lui sentì un gelo improvviso e avrebbe voluto scappare, scappare via da lei e dal dolore di quelle lacrime.
Fuori suonavano le campane.
Era Natale, e tutto andava bene.
Ma Steve Carella era morto

Secondo me questo era un finale classico. Come avevo sottolineato a Herb Alexander, il mio editore, l'idea originale della serie era quella di usare una sala agenti affollata di agenti investigativi come un conglomerato, un tutt'uno, o se preferite un unico eroe. Era mia intenzione tratteggiare accuratamente il lavoro quotidiano di un poliziotto di metropoli, ma per farlo avrei usato una manciata di uomini le cui diverse personalità e caratteristiche ed elementi caratteriali, se combinati, avrebbero formato un singolo eroe: l'87a Squadra. A quanto mi risultava, questo non era mai stato fatto, e io sentivo che la trovata era unica. Sentivo inoltre che l'idea così concepita mi avrebbe messo in grado di aggregare nuovi uomini alla Squadra, di portare nuovi uomini nella sala agenti, se necessario aggiungendo le loro particolari qualità o i loro particolari difetti alla preesistente miscela, e allo stesso tempo di disporre secondo la necessità di personaggi non più essenziali. Il ruolo dell'eroe spettava alla squadra, e nessun suo componente era indispensabile o insostituibile. Ora, nella vita reale, i poliziotti vengono presi a colpi di arma da fuoco e uccisi. Quindi, in «Uno spacciatore per l'87°» l'agente investigativo Stephen Louis Carella era stato preso a colpi di pistola, ed era morto il giorno di Natale.
Ah, ah, ah.
La telefonata di Herb Alexander arrivò subito. Mi disse: - Stai scherzando, vero?
- A che proposito? - dissi io.
Lui disse: - Non puoi uccidere Carella.
- E perché? - dissi io.
- Perché lui è l'eroe - disse Herb. - Lui è il protagonista della serie. (Fino a quel momento Carella era comparso soltanto in un romanzo, «L'assassino ha lasciato la firma», il primo. Nel secondo, «Estremo insulto», restava assente, perché in luna di miele, per quasi tutto il libro, e rientrava in sala agenti soltanto alla penultima pagina. Ma chissà perché, tutto d'un colpo l'eroe era lui, lui era il protagonista.)
- Chi l'ha detto? - dissi. - L'idea è di...
- Conosco benissimo l'idea - disse Herb. - Ma non puoi uccidere Carella. È l'eroe.
Discutemmo a lungo. Alla fine mi arresi, e riportai in vita Carella con l'aggiunta di tre brevi capoversi alla stesura originale, e col taglio dell'ultima riga che lo mandava prematuramente alla tomba. Io però continuo a non eredere che l'eroe sia lui. Il concetto di un conglomerato come protagonista era tenacemente ancorato al mio cervello, un eroe mosaico se volete, un eroe fatto di tante parti perché in realtà era fatto di tanti uomini, gli uomini dell'87" Squadra. Alcuni anni più tardi, durante una conversazione su affermate serie televisive, Mel Brooks mi disse che gli ingredienti essenziali di tutti gli spettacoli di successo sono una casa e una famiglia. La famiglia potrebbe essere un gruppo di medici, e allora, la casa è un ospedale. La famiglia potrebbe essere fatta di insegnante e studenti, e allora la casa è una scuola, la famiglia potrebbe essere composta di viaggiatori spaziali, e allora la casa è un'astronave. Nella mia serie, la mia famiglia era ed è fatta di poliziotti. La loro casa è la sala agenti, il loro ambiente è il distretto, il loro mondo, la città.
In questa famiglia, il tenente Peter Byrnes è il padre. L'agente investigativo Meyer Meyer è il paziente fratello maggiore. L'agente investigativo Steve Carella viene subito dopo, molto vicino per età e temperamento all'uomo che ha dovuto affrontare la vita con un doppio nome che è stato per lui fonte di parecchi guai. Bert Kling è il fratello più giovane, il quale impara costantemente dai familiari più esperti. A proposito, avreste dovuto sentire le lamentazioni quando in «Tutto da rifare per L'87°» (quattordicesimo della serie), uccisi la ragazza che era stata la fidanzata di Kling fin dal secondo romanzo. Ma questa volta, no! Potevano sostenere con me che Steve Carella era l'eroe, ma mai e poi mai mi sarei arreso all'idea che Claire Townsend era l'eroina, e così la morta rimase morta causando ogni genere di alterazioni caratteriali in Kling. Il rosso Cotton Hawes, l'agente investigativo con la sconcertante ciocca bianca nei capelli, è il cugino venuto dalla provincia (per l'occasione un altro distretto) e diventato un fratello adottivo. In questo clan particolarmente unito ci sono molti altri componenti: Hal Willis, con le minidimensioni di un fantino e le mani di un esperto in judo, lo sfortunato Bob O'Brien che finisce sempre in sparatorie con morti senza né desiderarle né incoraggiarle, Arthur Brown, un poliziotto nero, grande e grosso, che lotta contro i pregiudizi in un suo modo particolare, calmo e deciso, il capitano Frick, Comandante del distretto e, di nome, anche della squadra, capo di famiglia titolare, lievemente affetto da senilità nella sua ultima apparizione.
E per estendere la metafora a più ampi confini, possiamo considerare parte della famiglia, con il ruolo di prozii, informatori tipo Danny lo Zoppo o Donner il Grasso o Gaucho Palacios.
In questa famiglia c'è anche una pecora nera, un cattivo poliziotto, un poliziotto disgustoso, un poliziotto corrotto necessario all'equilibrio della squadra. Il suo nome era Roger Havilland. In «Qui 87° Distretto» (quinto della serie), per tener fede al mio concetto di poliziotti che vanno e vengono, e forse perché in precedenza mi era stato impedito di uccidere Carella e ancora risentivo dell'offesa, uccisi Havilland in maniera spettacolare e soddisfacente.

«Capì soltanto che stava cadendo all'indietro, completamente sbilanciato. Capì soltanto di piombare contro la lastra di vetro, capì che la vetrina andava in frantumi e che intorno a lui volavano migliaia di schegge. Poi sentì un dolore acuto, improvviso. C'erano quasi lacrime nella sua voce quando gridò: "Bastardo! Maledetto bastardo! Per me puoi anche..." ma non potè dire altro. Non avrebbe mai più detto nient' altro.
Una delle lunghe schegge appuntite gli aveva tagliato la vena iugulare e un'altra gli si era conficcata nella trachea. Questa fu la fine di Roger Havilland
E subito dopo me ne pentii e non poco.
In una famiglia ci deve essere un fratello o uno zio o un cugino non troppo per bene. Se ci sono buoni poliziotti devono esserci anche cattivi poliziotti (come nella vita reale), e non possono essere cattivi poliziotti che operano in qualche distretto confinante, devono essere cattivi poliziotti nello stesso territorio. In un libro successivo, ma in tutta onestà ammetto di non ricordare quale, feci reincarnare Roger Havilland nella forma e nelle vesti di Andy Parker. Prometto che (forse) non ucciderò mai Andy Parker. È troppo necessario alla miscela. C'è un altro cattivo poliziotto, Ollie Weeks detto il Grasso, dell'83° Distretto, una aggiunta recente alla famiglia, e senza il quale la squadra non potrebbe funzionare nel modo giusto. Non so se Ollie Weeks riuscirà mai a farsi trasferire all'87° come lui promette costantemente di fare. Può darsi che risulti più efficace restando dov'è, cugino di campagna che provoca nella famiglia smorfie o sospiri, o tutti e due, non appena compare.
In «L'assassino ha lasciato la firma», del 1956, era descritta la famiglia e la sua casa. La casa non è cambiata molto con gli anni, ma nemmeno le sale agenti della vita reale cambiano.

«La scala era di metallo, stretta ma pulita. Sedici gradini portavano a un microscopico pianerottolo da cui partivano altri sedici gradini, saliti i quali si incontrava un corridoio malamente illuminato. Alla destra delle scale c'erano due porte con sopra scritto "Camere di Sicurezza". Andando a sinistra lungo il corridoio si passava davanti a due panche di legno sistemate sui due lati, una delle quali era infilata in una rientranza della parete, davanti alla porta sigillata di un vecchio ascensore in disuso. Più oltre c'era una porta sulla destra, lo spogliatoio, e un'altra sulla sinistra, l'ufficio schede, come stava scritto su una piccola targa.
In fondo al corridoio c'era la sala agenti.
Dovendo entrarci si arrivava prima a una bassa ringhiera con un cancelletto a molla. Dietro la ringhiera cominciava la sfilata delle scrivanie e degli apparecchi telefonici. Su una parete, il quadro degli ordini del giorno era coperto di fotografie e comunicati. Dal soffitto pendeva una sfera di vetro, più in là altre scrivanie e altri telefoni. In fondo, le finestre, protette da rete metallica, che si aprivano sulla facciata dell'edificio.
Da dietro la ringhiera non si poteva vedere gran che di quello che c'era sulla destra della stanza, perché due enormi classificatori lo impedivano
È qui che gli uomini dell' 87° passano parte del loro giorno lavorativo. Il resto lo passano nella città.
La città è un personaggio fisso in questi libri, come tutti i lettori della serie sanno già, e come viene subito detto a ogni nuovo lettore la città è immaginaria. Questo non ha impedito che molti notassero la forte somiglianza con New York. Somiglianza che esiste. Può darsi che questo sia dovuto al fatto che si tratta proprio di New York, anche se con liberalità di licenze toponomastiche.
Quando cominciai a scrivere la serie (vi prego, ricordatevi che io sapevo dall'inizio che sarebbe stata una serie, o per lo meno sapevo che ci sarebbero stati tre romanzi su questi poliziotti, perché tanti erano i libri che mi ero impegnato a scrivere per contratto, dato che il futuro era nelle mani degli dei i quali, grazie a dio, sorrisero), quando cominciai, dicevo, dovetti decidere per una città reale o una città immaginaria. Avevo fatto parecchie ricerche e studi sui poliziotti e sui Dipartimenti di Polizia, e sapevo che gli uni e gli altri cambiavano regole e regolamenti tanto spesso almeno quanto cambiavano la biancheria, diciamo una volta all'anno (andiamo, ragazzi, lo sapete bene che scherzo!). Sapevo che una serie necessita di una unità e unitarietà familiare, non solo per quanto riguarda personaggi e luogo, ma anche per la stabilità delle regole entro le quali si muove l'eroe (la mia Squadra) per risolvere un mistero. (I miei poliziotti ci tengono a ripetere che non esistono misteri ma unicamente crimini commessi per un motivo.)
Mi sono reso conto immediatamente che non potevo cambiare la procedura della mia polizia tutte le volte che i poliziotti di New York cambiavano la loro. Per stare al passo con i promemoria o le direttive dipartimentali o interdipartimentali avrei dovuto lavorare a tempo pieno, e non mi sarebbe rimasto tempo per scrivere. Perciò ho congelato la procedura, a eccezione delle tecniche scientifiche che mutano costantemente e con le quali cerco di essere aggiornato per inserirle al caso nei miei libri come meglio so, e ho deciso che la mia città fosse immaginaria perché, amico, in questo modo la procedura adottata nella città non cambia mai, mi sono spiegato? In questa città esistono precise regole del gioco, e sono le stesse sia per il lettore sia per i poliziotti. Un poliziotto non può perquisire un appartamento senza il mandato del tribunale, e non può interrogare un prigioniero senza prima averlo messo al corrente della Miranda-Escobedo, e non può aspettarsi che il laboratorio (diretto dall'ex tenente Sam Grossman, adesso capitano, altro componente della famiglia) riesca a identificare un assassino unicamente dalla confusa impronta digitale del pollice sinistro. E non può aspettarselo nemmeno il lettore. Queste sono le regole. Noi giochiamo onestamente. A volte ci sentiamo frustrati da questa città con i suoi complicati meccanismi burocratici e la sua complessità territoriale, ma la città è così, anche se immaginaria, e nella città esistono assassini.

«Guardatela questa città. Come si può odiarla? È tutta cemento, vero. Allinea edifici come formazioni militari destinate a proteggerla contro gli attacchi di una tribù indiana che non esiste più da tempo. Nasconde la vista del ciclo, impedisce quella dei fiumi. Forse mai nella storia della razza umana una città ha ignorato in tal modo la bellezza dei suoi corsi d'acqua o li ha considerati così poco. Costringe a guardarla a piccoli pezzi per volta, attraverso le profonde valli di cemento che si intersecano, qui un paio di metri di fiume, là uno scorcio, piccolissimo, di cielo, mai una bella vista panoramica, sempre pareti altissime che precludono, costringono, nascondono, eppure come si può odiarla, questa sgualdrina coi capelli di fumo?
In tutto il mondo le città autentiche sono una mezza dozzina, e questa è nel numero, ed è impossibile odiarla quando vi viene incontro con quell'accenno di risatina femminile pronta a eromperle dalla bocca imprevedibile. Se non riuscite a personalizzare una città allora significa che non ci avete mai vissuto, in una città. Se pensandola non diventate romantici e sentimentali, allora siete uno straniero che deve ancora imparare la lingua del posto. Per conoscere una città vera dovete stringervela addosso, o non la conoscerete mai. Dovete respirarla

Questo brano è tratto da «87° Distretto? Parlate più forte», del 1973. (Il Sordo è il mio Moriarty, ma fa anche parte della famiglia, oserei dire. Senza di lui, i poliziotti del mio distretto non farebbero mai la figura degli stupidi, e tutte le comunità familiari devono ogni tanto sembrare stupide.) Ma riguardate un momento i paragrafi riferiti alla città. Chiaro. Qualcuno sta parlando di questa città immaginaria come se fosse reale. Chi è la persona che parla così? È Carella, o è Kling? È Meyer o Hawes? Mi fa piacere che abbiate fatto questa domanda. Quella è la voce di un altro personaggio fisso della serie. Un personaggio onnipresente, come la città e il tempo. Un personaggio che non ha nessun diritto di essere nelle pagine di un libro perché ogni maestro di narrativa vi dirà che l'intrusione dell'autore è un peccato mortale. Sì, quel personaggio è Ed McBain. A lui piace portare la sua pietruzza. A volte sento che lui sta parlando a nome del lettore oltre che per se stesso.
Quindi, com'è possibile sostenere che Carella è l'eroe di questa serie, visto che infiniti altri personaggi entrano nella sua realizzazione? Non è possibile farlo. E vi dirò un'altra cosa. A volte quando qualcuno me ne dice di tutti i colori, o quando ho fatto riparare per la decima volta e inutilmente l'accensione della mia auto, o quando ho dovuto scrivere sei volte per ottenere che mi cambiassero l'indirizzo su una carta di credito, mi scopro a chiedermi che cosa farebbe Carella in una situazione del genere.
È questo che fa di lui un eroe?


Maurizio de Giovanni

Ed McBain dà l’anima a New York

C’è qualcosa di molto notevole nei romanzi di Ed McBain della serie dell’87º distretto, ed è l’87º distretto.
La cosa non è banale, e chi si è concesso un po’ di tempo per scavare nella storia del mistery da Conan Doyle in poi sarà d’accordo col sottoscritto. Perché per la prima volta tra i romanzi appartenenti al cosiddetto «genere», quelli per intenderci che partono con un morto disteso sul pavimento e la domanda: chi l’avrà fatto fuori? Il protagonista non è un eroe solitario ma un’intera squadra di personaggi.

Ed McBain, Odio gli sbirri (Einaudi Stile libero, pp. 214, euro 14,50, traduzione di Andreina Negretti); insieme a Fino alla morte sono i primi due titoli della serie del mitico 87° distretto.
Fino a quando Salvatore Albert Lombino, un italoamericano della seconda generazione che sentiva il peso dell’origine tanto da cambiare nome e da cercarsi ben sette pseudonimi, non decide di mettere in campo Carella e i suoi, i protagonisti di quelli che in maniera piuttosto spannometrica nel Bel Paese chiamiamo libri gialli erano sempre stati singoli individui. Per carità, la varietà era ed è stata considerevole: si va da rudi omaccioni in impermeabile e cappello floscio a raffinati gentiluomini in frac e papillon, da anziane dolci signore dall’intelletto lucidissimo a grassi silenziosi coltivatori di orchidee, da belgi in bombetta coi baffetti all’insù a deduttivi suonatori di violino amatoriali e chi più ne ha più ne metta. Ma un’intera squadra, mai.
Quando si affida un romanzo ai lettori non si ha la certezza che se ne scriverà un seguito. Si sogna un buon successo, naturalmente; si spera che le vendite consentano di integrare in qualche modo lo stipendio che si percepisce facendo un lavoro propriamente detto o, al limite, in un delirio di folle ottimismo, che si potrà sopravvivere di scrittura. Che un’attività in sé così divertente e gratificante, quale sicuramente è inventare storie, possa diventare addirittura fonte stabile di reddito e di sicurezza. Pare impossibile, all’inizio, che si arrivi incredibilmente a parlare a un pubblico a volte perfino folto o che qualcuno ti riconosca per strada e ti rivolga la parola senza essere un tuo creditore.
Quando ciò accade, può essere che accada perché uno o più personaggi nati dalla perversa fantasia dello scrittore siano entrati nell’immaginazione dei lettori; i quali, credete a me, sono personaggi difficili da influenzare e parecchio diffidenti. Ora, è molto più facile far colpo con un personaggio solo: qualche vena di solitudine, una disperazione, un particolare talento. Non che esista una ricetta, ovviamente (ci provano in migliaia ed è bassissima la percentuale di riuscita), ma la possibilità di far centro è notevolmente incrementata dall’incentrare l’attenzione su una sola esistenza: l’approfondimento psicologico, la conoscenza, l’attitudine sentimentale. È molto facile farsi un amico che farsene sei o sette contemporaneamente.

Poi arriva McBain, e crea l’87º distretto.
Lo piazza a Isola, quartiere di una città immaginaria, per costruire il quale ruota di novanta gradi la pianta di Manhattan; rinomina gli altri quartieri mantenendo vaghe assonanze, carpendone e descrivendone anime e identità, passeggiando per una New York-non New York che lascia senza fiato e che nei cinque decenni in cui si srotolano le avventure di Carella e soci cambia senza cambiare, perché non è la città in sé che è materia di narrazione ma il rapporto che gli abitanti hanno con essa, un luogo che accoglie e abbraccia come le fauci di un’orca assassina. Un distretto, noi diremmo commissariato, che avvolge nella zona di competenza più pianeti differenti: dai sobborghi violenti e grondanti sangue ai quartieri residenziali grondanti sangue; dagli angiporti fluviali grondanti sangue ai grattacieli grondanti sangue. E in mezzo la vera, grande protagonista, l’attrice primaria volubile e capricciosa, l’interprete magica e straordinaria: la strada.
McBain costruisce la squadra sulla strada, ed è questa la grandissima intuizione. Persone normali, spesso perfino antipatiche; gente che lavora e porta inevitabilmente il lavoro a casa, come porta al lavoro altrettanto inevitabilmente i problemi di casa. Tipi differenti, giovani e anziani, introversi e caciaroni, inclini alla violenza o in possesso di una pazienza immensa. Gente che cammina per chilometri senza fermarsi, che si apposta per ore, che interroga decine di persone, che percorre lunghe piste che non arrivano a niente o che si vede cadere dal cielo soluzioni inaspettate. Gente umile, che cerca con difficoltà di arrivare a fine mese, che trascina sulle spalle sentimenti grandi e piccole fobie.
Quelli dell’87º rappresentano tutte le anime di una città senz’anima. Minoranze etniche, affettive, psicologiche che diventano una melmosa e torbida maggioranza che guardiamo ribollire nel pentolone chiedendoci quando esploderà.
’Til Death, già edito in Italia col titolo Tutti per uno all’87º distretto, chiude il primo decennio di attività del gruppo di poliziotti diretto dal tenente Byrnes. Alla nona sinfonia, McBain ormai sa che i suoi personaggi sono amati e attesi dal pubblico in maniera spasmodica. Non ha incertezze e dubbi, non segue l’onda e non ha la preoccupazione di assecondare il gusto dei lettori. Può lasciarsi andare e lasciare andare i poliziotti per la strada che vogliono seguire, li va a trovare con lo spirito dell’incontro con vecchi, cari amici che si vedono più volte l’anno. Sa che attraverso di loro può raccontare una città in veloce e feroce evoluzione, in viaggio verso qualcosa di profondamente diverso da quella memoria venata di anteguerra che percorreva l’inizio del decennio. E soprattutto sa che oltre alle singole storie, così diverse e ugualmente interessanti, può ormai raccontare la squadra stessa e cioè quel totale che è sensibilmente maggiore della somma delle parti.
Troviamo insomma nelle pagine di ’Til Death un McBain sicuro di sé, della propria forza di scrittore, perfettamente in grado di maneggiare una materia complessa e articolata come la strada e chi la percorre. E anche, forse soprattutto, consapevole del fatto che i suoi personaggi hanno suo malgrado sviluppato un rapporto tra loro che prescinde dalla volontà dell’autore.
Se dovessimo azzardare un’opinione, diremmo che questo romanzo rappresenta una svolta italiana per un autore che con tanta determinazione provava a superare quest’origine. Il senso della famiglia, il prevalere dell’affetto per i consanguinei e della responsabilità del far parte di un’unica genia, il rispetto di certe tradizioni di cui nemmeno si conosce l’origine diventano fattori esclusivi della narrazione.
È così che al centro del romanzo troviamo la famiglia di Carella molto più di Carella stesso. L’ispettore dagli occhi a mandorla e dal fisico atletico, incline al dialogo e sorridente, il cui indiscutibile valore investigativo fa da collante tra personaggi a volte opposti tra loro, è un semplice veicolo, perché qui dominano le donne della sua famiglia: la sorella, che alle soglie del matrimonio si ritrova vittima della folle gelosia di un precedente fidanzato, e la moglie, la meravigliosa Teddy, alle prese con gli ultimi giorni di una difficile, travagliatissima gravidanza. Un contesto complicato da affrontare, anche perché il cognato prossimo futuro rivela ombre del suo passato che non esita a riversare sulle spalle di Steve. Nella realtà un uomo qualsiasi, di fronte a questa montagna di problemi, chiederebbe aiuto agli amici. E così avviene anche qui, perché certi romanzi assomigliano alla realtà più della realtà stessa. E tra gli amici di Carella, magia della scrittura e dell’invenzione, ci sono anche i lettori, che seguono la vicenda con profonda partecipazione, nella bellezza di una narrazione che ha la caratteristica di mantenersi perennemente originale pur assomigliando a sé stessa.
Qui più che altrove si legge ogni pagina nell’assoluta imprevedibilità di quello che sarà scritto nella successiva. Ritrovandosi a pensare quanto sia bello poter contare su colleghi così, e quanto sia felice e fortunato un lettore che si sia imbattuto in una serie del genere.

© 2017 BY MAURIZIO DE GIOVANNI/PUBLISHED IN ARRANGEMENT WITH AGENZIA SANTACHIARA

grazie a: corriere.it 2017

Roberto Mistretta

Ed McBain e il giallo delle sue origini

Il giallo americano ha sangue italiano nelle vene anche se si tingono... di giallo le origini di Salvatore Lombino, alias Ed McBain, prolifico scrittore recentemente scomparso (è morto a Weston nel Connecticut il 6 luglio 2005), universalmente conosciuto per avere inventato la celebre saga dell'87° Distretto, una delle serie più longeve e prolifiche della letteratura poliziesca: oltre cinquanta titoli pubblicati con milioni e milioni di copie vendute in tutto il mondo.
Ed McBain era italo-americano di seconda generazione, nato a New York nel 1926, figlio unico di un postino, Charles Lombino, e di sua moglie Marie Coppola. Altri dati certi sono i seguenti: nel 1955 viene girato il film "Il seme della violenza" dal romanzo omonimo di Evan Hunter, best-seller che Salvatore Lombino scrisse con tale pseudonimo. Nel 1958 Salvatore diventa Ed McBain, e dà inizio all'87° Distretto, dove emerge la figura di Steve Carella, poliziotto dalle chiare origini italiane. La serie è ambientata a Isola, facilmente riconoscibile come New York. Nel 1976 inaugura una nuova serie poliziesca con protagonista l'avvocato Mattew Hope di Calusa, Florida.
E intanto, negli anni, crescono gli pseudonimi: Evan Hunter, Ed McBain, Richard Marsten, Hunt Collins, John Abbott, Ezra Ennon, Curt Cannon. Dietro tutti questi nomi c'è sempre il nostro Salvatore Lombino che nel 1963 firma la regia del capolavoro Gli uccelli di Alfred Hitchcock. Nello stesso anno, un altro illustre regista, Akira Kurosawa, completa Anatomia di un rapimento, tratto dal romanzo Due colpi in uno, scritto sempre da Salvatore/McBain.
Sulle origini dei suoi genitori però, la questione rimane tutt'ora aperta. Alcune fonti hanno indicato che i suoi erano originari di Bisacquino, paesino in provincia di Palermo, da dove ad inizio del Novecento era già partito per l'America a soli sei anni, tale Capra Francesco, meglio noto con il nome di Frank Capra, grande regista che firmò capolavori del cinema come La vita è meravigliosa, Accadde una notte, È arrivata la felicità e lavorò con mostri sacri come James Stewart e Gary Cooper.
Sennonché, altre autorevoli fonti sostengono che la famiglia fosse di origine lucana. Per risolvere questo giallo, abbiamo contattato la dottoressa Giangrosso dell'ufficio anagrafe di Bisacquino e qui ci dicono che i Lombino sono arrivati da Palermo solo nel 1942, quando in paese serviva un elettricista. In precedenza non si trova alcuna traccia nei registri di Lombino o Coppola (il cognome della madre). Ci invitano a parlare con Salvatore Lombino (quando si dice il caso!), ovvero il discendente di quella famiglia in trasferta, che lavora all'ufficio anagrafe del comune di Sambuca di Sicilia. Anche l'omonimo del nostro McBain ci conferma quanto già detto e ribadisce che i Lombino sono originari di Palermo dove esiste perfino un cortile Lombino nel quartiere Brancaccio.
Spostiamo il tiro e contattiamo a Milano, lo storico Carlo Oliva, autore de La storia sociale del giallo. Anche l'autorevole Oliva ci allarga le braccia circa le origini del nostro. Ripieghiamo su Tecla Dozio, la celebre libraia dell'altrettanto nota libreria del giallo e amica personale di McBain. Sulle origini siciliane o lucane, è buio pesto ma ci racconta aneddoti dove è possibile leggere in filigrana il perché di tanto mistero.
Ho incontrato molte volte McBain, veniva in Italia spesso, almeno una volta all'anno, anche per conto suo senza che la Mondadori lo sapesse ufficialmente. Arrivava con l'aereo a Milano, si fermava per la cena e però la notte e, la mattina successiva, raggiungeva la sua meta di vacanza; quasi sempre Venezia. Per anni continua la libraia - non ha mai negato le sue origini italiane poi, ad un certo punto, non ne ha più voluto parlare arrivando a impedire che uscisse una bellissima introduzione a Il seme della violenza perché citava le sue origini.
Un episodio divertente è capitato una volta in libreria, dove ha guardato con stupore un libro suo edito da Longanesi (non ricordo se fosse Figli o Amanti), non ricordando di averlo mai scritto e anche il titolo originale non gli di diceva nulla.
Era un uomo generoso, mi regalò un bellissimo racconto inedito per "G", la rivista del giallo. Era una persona molto spiritosa e ironica. Il suo metodo di lavoro era molto "da ufficio". Per tre mesi lavorava dalle 9 alle 17 poi un mese di vacanza seguito da un tour promozionale di due mesi, poi altri tre mesi di scrittura, altro romanzo, e via così.
La questione sulle origini dunque rimane. Noi continuiamo... ad indagare.

grazie a: http://www.milanonera.com

Grimaldi - Ed McBain

 

Avevamo paura che il Palazzo Te cadesse in acqua. È una “palafitta” in un edificio a castello circondato dall’acqua. Mantova è una perla.
Ci siamo seduti e il pavimento/pedana sopraelevato ha iniziato a tremare a scossoni forti. Alcuni si sono alzati. Le poltroncine da cinema continuavano a schioccare ma nessuno è uscito dalla sala. Io me la sono svignata vicino alla porta così, pensavo, se proprio deve crollare, almeno ci provo a salvarmi la pelle. C’è l’acqua nel fossato del castello fuori, e tra poco si metterà a piovere. Non è un terremoto, è che ogni volta che la porta della sala si apre e poi di colpo si chiude la pedana inizia a tremare a scossoni: è entrata molta gente.
Seduti al tavolo ci sono Ewan Hunter e Laura Grimaldi. Ewan Hunter è Ed McBain, ma Laura Grimaldi preferisce chiamarlo con il suo secondo vero nome che è Hunter. Il primo vero nome è italiano. È felice McBain Hunter: si è sposato da poco e Mantova è stupenda, e tutta l’Italia è bellissima, dice.

D: Com’è cambiata la criminalità in America? Qual è il rapporto tra le tue storie e quelle che davvero si svolgono ogni giorno in America?
R: Ho iniziato con Il seme della violenza, che è stato il motore di tutto. Il seme della violenza si è trasformato in un film, io sono stato pagato per la sceneggiatura e così ho potuto iniziare a scrivere. Da allora a oggi le cose sono totalmente diverse. A dirti il vero, non ho mai pensato che i miei libri potessero avere un legame così stretto con la vita di tutti i giorni o meglio: non ci penso mentre sto scrivendo. Non pensavo di scrivere per de-scrivere il mondo che pulsa intorno, non è questo il motore che mi fa scrivere.
Riflettendoci, adesso, dal momento in cui per la prima volta ho iniziato a raccontare storie di crimine, le cose sono molto cambiate. Quando uscivo per strada con la mia fidanzata e magari ci fermavamo, passeggiando, per parlare o cosa, eravamo sempre all’erta, non sapevi mai che cosa poteva succederti. Io avevo davvero paura. Oggi il sindaco Giuliani ha fatto molto da questo punto di vista e uno può sentirsi più protetto e tranquillo.
Anche le armi sono cambiate, per non parlare delle droghe. All’inizio scrivevo di marijuana, ora i nomi delle droghe sono crack, cocaina, ci sono molti più cittadini corrotti, che si vendono pur di aver un po’ di droga.
D: Qual è il tuo concetto di Giustizia?
R: Abbiamo speso secoli di vita per raggiungere questo grado di civilizzazione. Conosciamo bene la natura dell’uomo: se non ci sono leggi che ci regolano, collassiamo.
Abbiamo innalzato muri e costruito barriere per proteggerei gli uni dagli altri, ma anche, e forse soprattutto, per proteggerei da noi, dalla nostra natura. Sottostiamo, insomma, a un contratto sociale: se non lo si rispetta, la civiltà crolla.
Ma, c’è un grosso MA in un discorso così razionale: le leggi restringono le emozioni.
Conosciamo bene la forza della politica. Questa, se non controllata e rispettata, può sfociare in forme estreme: sto pensando al fascismo, al nazismo. Insomma, ogni cittadino, forse, rispetta ma non ama le leggi e a rappresentanza di queste, la polizia. La polizia è garante di questa giustizia che ci costringe, ma senza la quale non riusciremmo a sopravvivere. Il problema è che la polizia è temuta. E per questo che è molto difficile scrivere storie di poliziotti, renderli “simpatici”, farli amare dalla gente come garanti di giustizia e basta. Anche perché, come ho detto prima, oggi la corruzione ha raggiunto dei livelli assurdi, si perde la fiducia nelle istituzioni, ed è nel potere che si annida la corruzione.
In un certo senso l’87emo distretto è una scommessa, una città fantascientifica, immaginaria.
D: Sei un autore culto, moltissimi riconoscimenti letterari, ma anche sceneggiatore. Forse non tutti sanno che hai scritto “Gli uccelli” insieme ad Alfred Hitchcock. Vorrei che ci parlassi un po’ di lui, del suo modo di lavorare. Ho letto che in America il ricordo di Hitchcock sta svanendo, perché secondo te?
R: Non saprei dire il perché. È una nuova generazione. Vi racconto un aneddoto e forse capirete. Ho scritto un libro che si intitola Io e Hitch. Quando l’ho finito sono andato dal mio editore e lui ha preso il manoscritto e appena ha letto il titolo mi ha guardato e mi ha sorriso in modo strano. Io non capivo. Ha appoggiato il manoscritto sul tavolo e, sempre sorridendo mi ha detto: “Forse se cambi il titolo in Io e Quentin qualche copia la vendiamo”. Dovete pensare che questo dialogo tra me e il mio editore non è un dialogo del duemila e quaranta, è successo qualche mese fa e proprio mentre in America si stava rigirando La donna che visse due volte!
Non so, davvero. Perché lui era, è, una persona incredibile, un maestro. Lavorare con lui è stata una gioia immensa, sapeva tutto, ma proprio tutto del cinema. Banale a dirsi, ma io non ho mai più conosciuto uno che ne sapesse così tanto.
Quando lavoravamo insieme ogni giorno ci incontravamo e lui ogni santissimo giorno mi diceva: “Allora, ripeti fino a dove siamo arrivati”, e io ripetevo la storia dall’inizio, ogni santissimo giorno, fino al punto in cui eravamo arrivati a scriverla. E mi fermava per dirmi: “Ma perché? Perché lei, la protagonista, dovrebbe fare questa cosa?”. Era incredibile. Voleva entrare nel dettaglio di ogni personaggio. Era molto pignolo e preciso. Sosteneva che un film doveva essere chiaro e lento perché se lo spettatore aveva un qualche dubbio e si domandava “Che cosa succede? Cosa sta succedendo? Mi sono perso”, allora il film non funzionava.
Laura Grimaldi ringrazia Ewan Hunter. Sono molto amici e si vede, non c’è nessuna ombra strana di competizione tra le due voci, è davvero una chiacchierata piacevole. Non lo assilla con molte domande, lascia che il discorso vada avanti da solo. Sono armoniosi, non si scambiano complimenti inutili e adulatori. Sono due grandi, che non hanno bisogno di affermarsi ancora per esistere, non hanno la foga di chi ha bisogno di dire. Raccontano e basta. (Finalmente).
Intervista raccolta da Sara Beltrame

grazie a: https://www.exlibris20.it/grimaldi-mcbain/