Gianni Barbacetto

La P2 ieri. La sua vittoria oggi

(2001) *

La notizia la dà il telegiornale della notte: la presidenza del Consiglio dei ministri ha deciso di rendere pubblici gli elenchi della loggia massonica P2, l’associazione segreta che il Maestro venerabile Licio Gelli chiama «l’Istituzione». È il 20 maggio 1981, vent’anni fa. L’Italia è scossa: di quella loggia misteriosa si parla ormai da molto tempo, ma ora i suoi componenti prendono un nome e un volto. E gli italiani scoprono che esiste un potere sotterraneo, un governo parallelo, uno Stato nello Stato.

Negli elenchi della loggia sono iscritti i nomi di quattro ministri o ex ministri, 44 parlamentari, tutti i vertici dei servizi segreti, il comandante della Guardia di finanza, alti ufficiali dei Carabinieri, militari, prefetti, funzionari, magistrati, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, giornalisti...

Una settimana dopo, il governo presieduto da Arnaldo Forlani dà le dimissioni. Nasce il primo governo laico della storia d’Italia, guidato da Giovanni Spadolini. è varata una commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia di Gelli, sotto la presidenza di Tina Anselmi. è approvata una legge dello Stato che vieta le associazioni segrete e scioglie la P2. I capi dei servizi di sicurezza sono tutti licenziati. Qualche piduista ha la carriera bloccata, qualcuno subisce procedimenti disciplinari, una ventina di affiliati finisce sotto processo. I magistrati aprono indagini sulla loggia, con l’ipotesi che abbia realizzato una cospirazione politica contro le istituzioni della Repubblica.
Ma oggi, vent’anni dopo, che cosa è restato di quel terremoto? Dove sono, che cosa fanno i membri del club P2? Il più noto di essi, che vent’anni fa era soltanto un giovane, brillante palazzinaro, ora spera di diventare nientemeno che presidente del Consiglio. Ecco dunque la storia dimenticata dell’«Istituzione» che ha segnato alcuni decenni della storia italiana.


Da Sindona alla P2

Nella seconda metà degli anni Settanta qualche articolo di giornale aveva accennato all’esistenza di una loggia massonica potentissima e misteriosissima. Ombre, sospetti, dicerie? Nel 1980 il consigliere istruttore di Milano Antonio Amati deve aprire due inchieste giudiziarie: una sull’assassinio dell’avvocato milanese commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona, Giorgio Ambrosoli, ucciso a Milano l’11 luglio 1979; l’altra sullo strano rapimento di Sindona, scomparso da New York il 2 agosto 1979 e poi ricomparso il 16 ottobre. Nessuno allora avrebbe pensato che quelle inchieste avrebbero portato alla P2.

Amati assegna i due fascicoli, insieme, a due giovani magistrati. Il primo, più esperto, si chiama Giuliano Turone, baffi curati e dita sottili, irrequieto e rigorosissimo. Dopo il liceo Manzoni di Milano, dopo un anno negli Stati Uniti, dopo la laurea in legge, era stato tentato dalla carriera diplomatica. Ma aveva scelto la magistratura: perché il diplomatico deve limitarsi a eseguire la politica estera del suo governo, mentre il magistrato decide e giudica, con il solo aiuto della legge e della sua coscienza. Affascinato dalla geometria dell’indagine, aveva voluto diventare giudice istruttore, figura mista (oggi cancellata dal nuovo codice) di giudice e investigatore. Poco più che trentenne, era entrato di persona nel covo-prigione di uno dei primi sequestrati italiani, l’imprenditore Luigi Rossi di Montelera; e nel 1974 aveva fatto arrestare il responsabile, un ometto siciliano che abitava in via Ripamonti 84, a Milano, e che sulla carta d’identità aveva scritto Luciano Leggio, anche se era già noto come boss di Cosa nostra con il nome di Luciano Liggio.

Gherardo Colombo, il secondo magistrato, era invece un giovanotto che arrivava a palazzo di giustizia con i jeans e la camicia senza cravatta, e sopra gli occhiali aveva una gran corona di capelli refrattari al pettine. Era cresciuto in una grande casa sui colli della Brianza, padre medico e un po’ poeta, nonno e bisnonno avvocati. Amava i giochi di logica e il bridge. Parlava con aria apparentemente svagata, accompagnando le parole con brevi gesti secchi della mano, che poi spesso lasciava così, sospesa a mezz’aria. Per nove mesi, Turone e Colombo lavorano sodo. Macinano insieme decine e decine di interrogatori, perquisizioni, indagini bancarie. Sono letteralmente risucchiati da un’inchiesta che è un giallo appassionante, pieno di misteri e di colpi di scena. «Era un tessuto dai cento fili intrecciati», secondo Turone, «così abbiamo cominciato col tirare i fili che sporgevano dalla trama».

Il sequestro di Sindona: strano, con quella improbabile rivendicazione del «Gruppo proletario di eversione per una giustizia migliore». Strani anche gli affidavit (dichiarazioni giurate) che una decina di persone invia negli Stati Uniti, ai magistrati americani, per testimoniare che il povero Sindona, che ha fatto bancarotta e ha lasciato sul lastrico centinaia di clienti, è perseguitato dai magistrati italiani soltanto per la sua fede anticomunista. Uno degli affidavit è firmato da un certo Licio Gelli. Dice: «Nella mia qualità di uomo d’affari sono conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona. è un bersaglio per loro e viene costantemente attaccato dalla stampa comunista. L’odio dei comunisti per Michele Sindona trova la sua origine nel fatto che egli è anticomunista e perché ha sempre appoggiato la libera impresa in un’Italia democratica». La prosa non è un granché, ma l’ossessione anticomunista è ben presente (e allora, almeno, i comunisti c’erano davvero...).

Licio Gelli, fascista e massone

Chi è questo Gelli? - si chiedono Turone e Colombo. Quasi sconosciuto, allora, dal grande pubblico, era il Maestro Venerabile della loggia massonica Propaganda 2, che riuniva la crema del potere italiano. C’era la fila, per ottenere udienza da Gelli nella sua suite all’hotel Excelsior, in via Veneto, a Roma. La loggia era segreta, per non mettere in imbarazzo i suoi potenti iscritti, dispensati anche dalle ritualità massoniche. Bastava la sostanza.
Gelli era arrivato al vertice della P2 dopo una onorata carriera come fascista, simpatizzante della Repubblica di Salò, doppiogiochista con la Resistenza, collaboratore dei servizi segreti inglesi e americani, infine agente segreto della Repubblica italiana. Volonteroso funzionario del Doppio Stato: soldato, come tanti altri fascisti e nazisti, arruolato nell’esercito invisibile che gli Alleati avevano approntato, dopo la vittoria contro Hitler e Missolini, per combattere la «guerra non ortodossa» contro il comunismo.
Entrato nella massoneria, aveva contribuito a selezionare, dentro l’esercito, gli ufficiali anticomunisti disposti ad avventure golpiste. Nel colpo di Stato (tentato) del 1970 aveva avuto un ruolo di tutto rispetto: suo era l’incarico di entrare al Quirinale e trarre in arresto il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, quello che mandava telegrammi a raffica che finivano sempre con un bel «viva la Resistenza, viva l’Italia». Poi il golpe non ci fu, sospeso forse dagli americani, ma la «guerra non ortodossa» continuò, con una serie di stragi che insanguinarono l’Italia.
Fino al 1974, anno di svolta. Allora la strategia della guerra segreta contro il comunismo cambiò: basta con la contrapposizione diretta, con i progetti apertamente golpisti, sostituiti da una più flessibile occupazione, attraverso uomini fidati, di tutti gli ambiti della società, di tutti i centri di potere. La massoneria (o almeno una parte di essa) fornisce le strutture e le coperture necessarie a organizzare questo club del Doppio Stato, questo circolo dell’oltranzismo atlantico.
Nasce la P2
di Licio Gelli. In cui poi, all’italiana, entrano anche (e per alcuni soprattutto) le protezioni, le carriere, gli affari e gli affarucci. Ma tutto ciò, tra il 1980 e il 1981, Turone e Colombo ancora non lo sapevano, non lo immaginavano neanche. I due andavano avanti per la loro strada, a districare i misteri del caso Sindona.


La perquisizione fatale

Scoprono che Sindona non è stato rapito, ma ha organizzato una messa in scena per sparire dagli Stati Uniti e arrivare in Italia, in Sicilia. Scoprono che è lui a trattare il salvataggio delle sue banche con Giulio Andreotti, a minacciare il presidente della Mediobanca Enrico Cuccia (che si oppone al piano di risanamento), è lui a far uccidere Giorgio Ambrosoli, nella notte dell’11 luglio 1979, con tre colpi di 357 magnum sparati al petto da un sicario che viene dagli Stati Uniti. A ospitare Sindona a Palermo, in quell’estate di scirocco e di sangue, è un medico italoamericano: Joseph Miceli Crimi, massone, esperto di riti esoterici e di chirurgie plastiche. è lui che spara alla gamba del banchiere, con sapienza clinica, per cercare di rendere credibile il rapimento. I due giudici istruttori gli sequestrano alcune carte e, tra queste, uno stupido biglietto ferroviario Palermo-Arezzo, usato da Miceli Crimi nell’estate del 1979. Domanda: perché un viaggio dalla Sicilia ad Arezzo? Risposta: «Per andare dal dentista presso cui ero in cura». Fantasiosa, ma i due milanesi non abboccano. Miceli Crimi, messo alle strette, ammette: ma sì, sono andato da un certo Licio Gelli, per discutere con lui la situazione di Sindona.
Questo Gelli comincia proprio a incuriosire i due giudici istruttori. I personaggi che si muovono attorno a Sindona e si danno da fare per salvarlo, scoprono Turone e Colombo, finiscono tutti per arrivare a Gelli: Rodolfo Guzzi, l’avvocato del bancarottiere; Pier Sandro Magnoni, suo genero; Philip Guarino e Paul Rao, due massoni che incontrano il Venerabile poche ore dopo essere stati ricevuti da Giulio Andreotti. Ecco perché, nel marzo 1981, i giudici milanesi ordinano una perquisizione di tutti gli indirizzi del Venerabile.
«Cautela assoluta», ricorda Colombo, «avevamo intuito che per ottenere risultati dovevamo procedere con la massima segretezza». La sera di lunedì 16 marzo 1981 una sessantina di agenti della Guardia di finanza si muove da Milano verso i quattro indirizzi di Gelli annotati su una agenda di Sindona sequestrata al banchiere dalla polizia di New York: villa Wanda di Arezzo, l’abitazione privata; la suite all’Excelsior dove riceveva autorità, politici, postulanti; un’azienda di Frosinone; e gli uffici di una fabbrica d’abbigliamento, la Giole di Castiglion Fibocchi.

L’incarico delle perquisizioni è affidato a un uomo di cui Turone e Colombo conoscono la lealtà istituzionale, il colonnello della Guardia di finanza Vincenzo Bianchi. Ha l’ordine di agire senza informare nessuno e senza avere alcun contatto con le autorità locali, i carabinieri, la polizia, la magistratura del posto, neppure i comandi della Guardia di finanza. I suoi finanzieri, arrivati in Toscana, non passano la notte nella caserma di Arezzo, ma si disperdono in diverse località lì attorno. Per tutti, l’appuntamento è all’alba del 17 marzo.
Scatta la perquisizione. Nessun risultato a Roma. Niente a villa Wanda. L’azienda di Frosinone è un vecchio indirizzo. Alla Giole, invece, c’è una montagna di carte. Gelli non si trova, è a Montevideo. Ma la sua segretaria, Carla, protegge con vigore i documenti stipati nella scrivania, nei cassetti, nella cassaforte, in una valigia... Nella cassaforte ci sono gli elenchi della loggia segreta. «Sequestrate tutto», ordinano, per telefono, i giudici istruttori. La perquisizione è ancora in corso quando a Bianchi arriva via radio una chiamata del generale Orazio Giannini, comandante della Guardia di finanza: c’è anche il suo nome, in quegli elenchi, come quello del suo predecessore, il generale Raffaele Giudice, come quello del capo di stato maggiore della Finanza, il generale Donato Lo Prete. E il comandante delle Fiamme gialle di Arezzo, e una folla di generali, colonnelli, maggiori...

Verso il porto delle nebbie

Tutte le carte sono portate a Milano. Turone e Colombo le catalogano, personalmente, pagina per pagina. Ne fanno due copie. L’originale entra nel fascicolo dell’inchiesta; la prima copia è affidata ai finanzieri, con l’incarico di conservarla in un luogo sconosciuto agli stessi giudici; la seconda è nascosta, sotto una falsa intestazione («Formazioni comuniste combattenti») tra i fascicoli di un collega di cui i due si fidano, il giudice Pietro Forno. Non si sa mai.
Fuori dal palazzo di giustizia di Milano, intanto, nessuno sa delle carte sequestrate a Gelli. Eppure qualcuno sta lavorando febbrilmente per parare il colpo. La notizia comincia a trapelare. La dà, per primo, il telegiornale Rai la sera del 20 marzo. Ma non è chiaro quali documenti siano stati trovati dai giudici. Il giorno dopo, sabato 21 marzo, il Giornale (allora diretto da Indro Montanelli) scrive: «Nell’ambito delle indagini per l’affare Sindona, stasera si è appresa una doppia operazione compiuta dalla magistratura di Milano e da quella di Roma, nella villa aretina di Licio Gelli, Venerabile Maestro della loggia massonica P2. Per conto dei giudici milanesi l’intervento sarebbe stato operato dalla Guardia di finanza, mentre Roma avrebbe partecipato agli accertamenti attraverso il sostituto procuratore della Repubblica Sica». Strana notizia: il ritrovamento non è avvenuto a villa Wanda ma alla Giole di Castiglion Fibocchi; e soprattutto Domenico Sica, detto «Rubamazzo», per ora non c’entra nulla. Ma basteranno poche settimane e Roma arriverà ad avverare la profezia del Giornale e a strappare l’indagine ai magistrati milanesi.

Turone e Colombo, consci del peso istituzionale della loro scoperta, decidono che è loro dovere informare il capo dello Stato: ma il presidente Sandro Pertini è all’estero, così ripiegano sul capo del governo, Arnaldo Forlani. Si recano a Roma il 25 marzo, l’appuntamento è fissato alle ore 16 a Palazzo Madama. Aspettano per due ore. Poi la segreteria di Forlani comunica che c’è stato un equivoco, che il presidente li aspetta a Palazzo Chigi. I due giudici si spostano lì. Ad accoglierli è il capo di gabinetto di Forlani. «Ci siamo guardati negli occhi in silenzio», ricorda Colombo, «il funzionario davanti a noi era il prefetto Mario Semprini, tessera P2 1637». Forlani è cortese, chiede se le carte trovate possono essere non autentiche. I due giudici gli mostrano una firma autografa del ministro della Giustizia Adolfo Sarti sulla domanda d’iscrizione alla loggia. Chiedono: «Signor presidente, avrà certamente un documento controfirmato dal suo ministro Guardasigilli...». Forlani ne prende uno, confronta i due fogli, si convince. «Datemi tempo di riflettere», conclude Forlani. «Di solito offro agli ospiti di riguardo un aereo dei servizi per tornare a casa. Mi pare che questa volta non sia il caso».
Forlani tira in lungo. Non vuole prendersi la responsabilità di rendere pubblici gli elenchi. Cerca di scaricarla sui giudici milanesi. Sui giornali del 20 maggio i titoli confermano quella sensazione: «Forlani: spetta ai giudici togliere il segreto sulla P2». Turone, Colombo e il capo dell’ufficio Amati inviano immediatamente una lettera al presidente del Consiglio, in cui sostengono che sono coperti dal segreto istruttorio i verbali delle deposizioni dei testimoni che stanno sfilando davanti a loro, ma non «il restante materiale trasmesso». Forlani capisce che non può più aspettare. Le liste di Gelli sono rese pubbliche.

Oltre agli elenchi degli affiliati e alla documentazione sulla loggia, tra le carte sequestrate vi sono 33 buste sigillate con intestazioni diverse: «Accordo Eni-Petromin», «Calvi Roberto vertenza con Banca d’Italia», «Documentazione per la definizione del gruppo Rizzoli», «On. Claudio Martelli»...
C’erano già, in quelle carte, i segreti di Tangentopoli, del Conto Protezione e di tanto altro ancora. Ma i tempi non erano maturi. Da Roma si muovono il giudice istruttore Domenico Sica (detto «Rubamazzo») e il procuratore della Repubblica Achille Gallucci. Sollevano il conflitto di competenza e la Cassazione, il 2 settembre 1981, strappa l’inchiesta a Milano per affidarla a Roma. Non sviluppata, l’indagine si spegne. «Mi è arrivata sulla scrivania già morta», dice Elisabetta Cesqui, il pubblico ministero che eredita l’indagine. L’accusa di cospirazione politica contro le istituzioni della Repubblica mediante associazione cade: tutti i rinviati a giudizio (pochi: qualche capo dei 17 gruppi in cui la P2 era divisa, più Gelli e i responsabili dei servizi segreti) sono prosciolti, e comunque il processo arriva in Cassazione quando ormai è troppo tardi e per tutti scatta la prescrizione.

Più utile il lavoro della Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi, che dichiara le liste della P2, con 972 nomi, «autentiche» e «attendibili», ma incomplete. E con anni di lavoro produce un materiale immenso e prezioso, la documentazione di come funzionava una potentissima macchina di eversione e di potere. Ma nel 1981 le speranze - o le paure - erano altre: una parte del Paese sperava che lo scandalo P2 avviasse il rinnovamento della vita politica e istituzionale; un’altra temeva che il proprio potere si incrinasse per sempre. Sbagliavano gli uni e gli altri.

Tessera numero 1816

Oggi il più noto degli iscritti alla P2 è Silvio Berlusconi, tessera numero 1816. Per la P2 Berlusconi ha subito la sua prima condanna, ormai definitiva: per falsa testimonianza. Nel 1990, a Venezia, viene infatti giudicato colpevole di aver giurato il falso davanti ai giudici, a proposito della sua iscrizione alla loggia. L’anno prima, però, c’era stata una provvidenziale amnistia.
Quando parla della P2, Berlusconi se la cava, di solito, con qualche battuta. Eppure l’iscrizione alla loggia è stata determinante per i suoi primi affari immobiliari. Per esempio per ottenere credito dalla Banca nazionale del lavoro (controllata dalla P2, con ben otto alti dirigenti affiliati) e dal Monte dei Paschi di Siena (era piduista il direttore generale Giovanni Cresti). Conclude la Commissione Anselmi: gli imprenditori Silvio Berlusconi e Giovanni Fabbri (il re della carta) «trovarono appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio». Ma poi, fatte le case, bisogna venderle. E non fu facile, per Berlusconi. Lo soccorse, agli inizi della sua carriera di immobiliarista, un «fratello» della loggia segreta, il napoletano Ferruccio De Lorenzo, già sottosegretario liberale in un governo Andreotti e padre di Francesco, futuro ministro della Sanità e imputato di Mani pulite: Ferruccio De Lorenzo acquistò, come presidente dell’Enpam (l’Ente nazionale previdenza e assistenza dei medici italiani) prima due hotel a Segrate, poi decine di appartamenti di Milano 2. L’Enpam decise poi di affidare a Berlusconi anche la gestione del teatro Manzoni di Milano, controllato dall’ente.

Quando Gelli parla di Berlusconi, è lapidario: «Ha preso il nostro Piano di rinascita e lo ha copiato quasi tutto», dichiara all’Indipendente nel febbraio 1996. Il Piano di rinascita democratica era il programma politico della P2. Fu sequestrato il 4 luglio 1981 all’aeroporto di Fiumicino, nel doppiofondo di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia del Venerabile. Riletto oggi, risulta profetico. Prevede, infatti, di «usare gli strumenti finanziari per l’immediata nascita di due movimenti l’uno sulla sinistra e l’altro sulla destra». Tali movimenti «dovrebbero essere fondati da altrettanti club promotori». Nell’attesa, il Piano suggerisce che con circa 10 miliardi è possibile «inserirsi nell’attuale sistema di tesseramento della Dc per acquistare il partito». Con «un costo aggiuntivo dai 5 ai 10 miliardi» si potrebbe poi «provocare la scissione e la nascita di una libera confederazione sindacale». Per quanto riguarda la stampa, «occorrerà redigere un elenco di almeno due o tre elementi per ciascun quotidiano e periodico in modo tale che nessuno sappia dell’altro»; «ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di simpatizzare per gli esponenti politici come sopra». Poi bisognerà: «acquisire alcuni settimanali di battaglia», «coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso un’agenzia centralizzata», «coordinare molte tv via cavo con l’agenzia per la stampa locale», «dissolvere la Rai in nome della libertà d’antenna»; «punto chiave è l’immediata costituzione della tv via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese». Tecnologia a parte: preveggente, no?

La giustizia va ricondotta «alla sua tradizionale funzione di equilibrio della società e non già di eversione». Per questo, è necessaria la separazione delle carriere del pubblico ministero e dei giudici, «l’istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte ai giudici giudicanti», la «riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento». Molto è già stato realizzato. Per il resto si vedrà.

Che fine hanno fatto gli altri «fratelli» di loggia?

Alcuni hanno fatto proprio una brutta fine. Sindona, dopo essere stato condannato per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, è morto in carcere, per una tazzina di caffè al veleno. Il suo successore nella finanza d’avventura, Roberto Calvi, tessera numero 1624, ha gettato la più grande banca italiana, il Banco Ambrosiano, nelle braccia della P2 che gli ha sottratto un fiume di miliardi e l’ha fatto finire in bancarotta; alla fine, il 18 giugno 1982, è stato trovato penzolante sutto il ponte dei Frati neri, a Londra. Mino Pecorelli, tessera 1750, giornalista in contatto con i servizi segreti, direttore di Op e piduista anomalo che voleva giocare in proprio, è stato crivellato di colpi nella sua automobile, il 20 marzo 1979.


La loggia multinazionale

Gelli è agli arresti domiciliari a villa Wanda, condannato per il crac del Banco Ambrosiano.

Molti degli affiliati, il nocciolo duro del club dell’oltranzismo atlantico, sono stati coinvolti in vicende di eversione, stragi, tentati colpi di Stato, depistaggi.

Così Vito Miceli, Gian Adelio Maletti, Antonio Labruna, Giuseppe Santovito, Giovanni Fanelli, Antonio Viezzer, Umberto Federico D’Amato, Giovanbattista Palumbo, Pietro Musumeci, Elio Cioppa, Manlio Del Gaudio, Giovanni Allavena, Giovanni Alliata di Montereale, Giulio Caradonna, Edgardo Sogno... Ci vorrebbe almeno un libro per ciascuno, per raccontare la multiforme attività di questi fedeli servitori del Doppio Stato.
Organizzazione multinazionale, la P2 aveva affiliati che operavano in Sudamerica: Uruguay, Brasile e soprattutto Argentina. In Argentina, dove Gelli aveva rapporti molto stretti con i servizi segreti, aveva arruolato nella loggia l’ammiraglio Emilio Massera, capo di Stato maggiore della Marina, Josè Lopez Rega, ministro del Benessere sociale di Juan Domingo Peron, Alberto Vignes, ministro degli Esteri, l’ammiraglio Carlos Alberto Corti e altri militari.

Pochi del club P2 sono stati messi davvero fuori gioco dallo scandalo che seguì la pubblicazione degli elenchi. I magistrati (unica categoria che reagì con decisione) furono giudicati e sanzionati dal Consiglio superiore della magistratura. Ma ciò non toglie che uno dei magistrati iscritti alla P2, Giuseppe Renato Croce, tessera numero 2071, oggi giudice per le indagini preliminari a Roma, con arzigogoli procedurali stia dando ragione a Marcello Dell’Utri in una delle tante contese giudiziarie che il braccio destro di Berlusconi ha aperte.
Molti dei piduisti sono stati messi da parte dagli anni e dall’età. Ma chi resiste all’azione del ciclo biologico non se la cava poi tanto male. Tra i giornalisti (di allora), Gustavo Selva è parlamentare di An; Maurizio Costanzo è direttore di Canale 5 e uomo politicamente trasversale, anche se sempre dalla parte di Berlusconi nei momenti cruciali; Massimo Donelli è direttore della nuova tv del Sole 24 ore. Roberto Gervaso continua a scrivere un fiume di articoli e di libri e nessuno si ricorda più di una simpatica lettera che inviò, tanto tempo fa, a Gelli: «Caro Licio, ho chiesto a Di Bella (direttore del Corriere della sera quando era nelle mani della P2, ndr) di farmi collaborare. è bene che tutti capiscano che bisogna premiare gli amici. Oggi Di Bella parlerà della mia collaborazione con Tassan Din (direttore generale del Corriere, piduista come l’editore del Corriere, Angelo Rizzoli, ndr). Vedi di fare, se puoi, una telefonata a Tassan Din, affinchè non mi metta i bastoni tra le ruote». Più defilato Paolo Mosca, ex direttore della Domenica del Corriere. Gino Nebiolo, all’epoca direttore del Tg1, è stato mandato da Letizia Moratti a dirigere la sede Rai di Montevideo (una capitale della P2) e oggi scrive sul Foglio di Giuliano Ferrara. Franco Colombo, ex corrispondente della Rai a Parigi e aspirante piduista, oggi ha cambiato mestiere: è vicepresidente della società del Traforo del Monte Bianco e si sta dando molto da fare per gli appalti che devono riaprire il tunnel. Alberto Sensini (aspirante piduista, come Colombo) scrive di politica sui giornali.
Tra i politici, Pietro Longo, segretario del Partito socialdemocratico, divenne il simbolo negativo del piduista con cappuccio. Ma a tanti altri è andata meglio. Publio Fiori (tessera 1878), ex deputato democristiano, è trasmigrato in An e nel 1994 è diventato ministro di Berlusconi. Una poltrona di ministro è già capitata, durante il governo Berlusconi, anche ad Antonio Martino (anch’egli a Gelli aveva solo presentato la domanda d’iscrizione). Invece Duilio Poggiolini (tessera 2247), ex ministro democristiano della Sanità, ha avuto la carriera stroncata non dalla P2, ma dai lingotti d’oro di Tangentopoli trovati nel pouf del salotto. Massimo De Carolis (tessera P2 1815, solo un numero in meno di quella di Berlusconi), negli anni Settanta era democristiano e leader della «Maggioranza silenziosa», oggi è tornato alla politica sotto le bandiere di Forza Italia e grazie al rapporto diretto con Berlusconi ha ottenuto la presidenza del Consiglio comunale di Milano e la promessa di una candidatura in Parlamento. Le ha dovuto abbandonare entrambe, dietro la ferma insistenza del sindaco Gabriele Albertini, dopo essere stato coinvolto in alcuni scandali. è accusato, tra l’altro, di aver chiesto 200 milioni per rivelare notizie riservate a una azienda partecipante a una gara per un appalto a Milano. Ma il fatto curioso è che, insieme a De Carolis, nel processo in corso a Milano sia coinvolta un’altra vecchia conoscenza della P2: Luigi Franconi (tessera P2 numero 1778). I rapporti solidi resistono nel tempo.

Politica & affari

Un banchiere iscritto alla P2, certo meno noto di Sindona e Calvi, era Antonio D’Alì, proprietario della Banca Sicula e datore di lavoro di boss di mafia come i Messina Denaro. Oggi ha passato la mano al figlio, Antonio D’Alì jr, eletto senatore a Trapani nelle liste di Forza Italia. Angelo Rizzoli, che si fece sfilare di mano il Corriere dalla compagnia della P2, oggi fa il produttore cinematografico. Roberto Memmo (tessera 1651), finanziere che tanto si diede da fare per salvare Sindona, oggi è buon amico di Marcello Dell’Utri, di Cesare Previti e del giudice Renato Squillante, che incontrava insieme, e dirige la Fondazione Memmo per l’arte e la cultura, con sede a Roma nel Palazzo Ruspoli.
Rolando Picchioni (tessera 2095), torinese, ex deputato dc, coinvolto (ma assolto) nello scandalo petroli, oggi è in area Udeur ed è segretario generale del Salone del libro di Torino. Giancarlo Elia Valori, unico caso di piduista espulso dalla loggia perché faceva troppa concorrenza al Venerabile Maestro, oggi è presidente dell’Associazione industriali di Roma, infaticabile scrittore di libri e instancabile tessitore di rapporti e di alleanze. Vittorio Emanuele di Savoia (tessera 1621) è un curioso caso di uomo off-shore: non può rientrare in Italia, ma in Italia fa business, seppure attraverso società estere. Ora vorrebbe poter rientrare definitivamente, anche se nei fatti non ne è mai stato fuori, a giudicare dai suoi affari e traffici (d’armi): nei decenni scorsi è stato, anche grazie alla sua integrazione nel club P2, mediatore d’affari all’estero per conto di aziende italiane (Agusta) e addirittura di Stato (Italimpianti, Condotte...), quello stesso Stato sul cui territorio non poteva mettere piede. Di Berlusconi ha detto (era il 1994): «è un buon manager, può rimettere ordine nell’economia italiana». Come? Per esempio «cancellando quel disastro che è lo Statuto dei lavoratori, con il divieto di licenziamento». Apprezzamenti naturali, tra compagni di loggia. Ma con un finale obbligato per il principe: «Io? Non faccio politica». Vittorio Emanuele non vota, ma c’è da scommetterci che tifa per Berlusconi, che potrà farlo finalmente rientrare in Italia, questa volta anche fisicamente.

Vent’anni dopo, in Italia è tempo di revisioni

Anche sulla P2. è stato un legittimo club di amiconi, magari con qualcuno che ne approfittava un po’ per fare affari. Gelli? Un abile traffichino che millantava poteri che in realtà non aveva. Ma era proprio questo, la P2? Vista con distacco, appare invece il luogo più attivo per l’elaborazione di strategie di potere del grande partito atlantico in Italia, almeno tra il 1974 e il 1981. Centro d’incontro tra politica, affari, ambienti militari. Nella loggia segreta è confluito il partito del golpe, reduce della stagione delle stragi 1969-74, ma con una nuova strategia, più flessibile, più attenta alla politica.
E ai soldi, che possono comprarla: come suggerisce, appunto, il Piano di rinascita.

E oggi?

La fase, naturalmente, è nuova. La società è cambiata. Anche gli uomini alla ribalta sono, in buona parte, diversi. Ma nella storia italiana non si butta via niente, c’è una continuità di fondo con il peggio delle nostre vicende, fatte di un anticomunismo eversivo, bancarotte e spoliazioni di denaro pubblico, politica corrotta, stragi, morti ammazzati, rapporti inconfessabili con le organizzazioni criminali. Il passato, il tremendo passato italiano, deve sempre restare non del tutto chiarito, perché i dossier, gli uomini, i segreti, i ricatti che da quel passato provengono possano essere riciclati nel futuro. Da questo punto di vista, la parabola di Silvio Berlusconi, uomo «nuovissimo» che viene dal passato vecchissimo di Gelli e affiliati, è la parabola dell’Italia.


Gianni Barbacetto, nato a Milano nel 1952, ha lavorato come giornalista al Mondo e all'Europeo. Dal 1996 è inviato di Diario. Ha scritto: con Elio Veltri, Milano degli scandali, 1991; Il grande vecchio, Baldini & Castoldi, 1993; con Peter Gomez e Mario Travaglio, Mani pulite: La vera storia, Ed. Riuniti, 2002; B. Tutte le carte del Presidente, Tropea, 2004.

 

 

Massimo Teodori

Andreotti occulto. La negazione dei rapporti con Gelli e della conoscenza della P2


Da quando è venuta alla luce la realtà della P2, il nome di Giulio Andreotti è stato associato frequentemente alla Loggia. Molti, anche esplicitamente, hanno indicato nel leader democristiano il capo della P2. Lo ha affermato di fronte ai magistrati la signora Clara Calvi, vedova del banchiere riferendo un’opinione di suo marito; lo ha sostenuto l’ex braccio destro di Michele Sindona, Carlo Bordoni e, più autorevolmente, lo hanno indicato uomini politici nel corso di vari dibattiti pur se con un linguaggio cifrato e allusivo.

Nel corso della nostra ricostruzione abbiamo esaminato che cosa in effetti sia stata la loggia P2 per oltre un decennio. Il filo conduttore della nostra indagine non si è basato sulla semplice lettura degli elenchi che sono stati trovati a Castiglion Fibocchi con i relativi nomi, ma sui fatti specifici che hanno dato sostanza alle trame dell’organizzazione massonica per delinquere. La nostra conclusione è che si è trattato di un agguerritissimo gruppo di personaggi che si sono insediati nei gangli vitali dello Stato e della società al fine di snaturarne i meccanismi legali di funzionamento sostituendoli con metodi mafiosi grazie alla costante connivenza di settori correnti e uomini politici.

 

Dunque, la P2 che emerge dai fatti non è un’organizzazione esterna al potere che ha svolto un’azione eversiva in quanto centrale autonoma, ma si configura come un elemento interno e connaturato alla degenerazione del sistema democratico in partitocratico. Da tutte le trame militari, finanziarie, editoriali e di altro tipo ricostruite nel corso del libro risulta puntualmente che, senza la partecipazione interessata dei responsabili ufficiali di questi diversi settori e senza le coperture politiche, le manovre piduistiche non avrebbero potuto realizzarsi.

Soltanto in questo quadro si comprende quale sia stato il vero rapporto fra Andreotti e Gelli e il vero uso che della rete P2 e dei suoi uomini abbia fatto nel corso degli anni il leader democristiano. Il legame tra lo statista e il maestro venerabile è stato di carattere specialissimo, anche se non formale come vorrebbero coloro che, banalizzando, indicano in Andreotti il babbo della P2. Il più longevo ministro della Repubblica non ha mai avuto bisogno di prendere la tessera della Loggia, neppure quella onoraria, per essere il manovratore e il punto di riferimento qualificato della consorteria piduista. Andreotti, più che esserlo formalmente, a nostro avviso merita di essere designato come capo della P2 per le azioni e le protezioni effettuate e per l’impiego del personale piduista e della relativa rete di potere di cui si è giovato per tanto tempo.

Lo dimostriamo con quel che segue.

Nelle sue dichiarazioni alla commissione parlamentare d’inchiesta e alla stampa, Andreotti ha costantemente negato di conoscere Licio Gelli in quanto capo della P2 e di aver avuto rapporti con lui al di fuori di poche e specifiche circostanze. (1) Questo atteggiamento, contraddetto da molti fatti specifici, rivela una volontà menzognera da parte dello statista che non può esser dettata altro che da motivi di occultamento.

In sostanza Andreotti afferma di avere genericamente conosciuto Gelli nella prima metà degli anni Sessanta come direttore di uno stabilimento di materassi di Frosinone e di averlo poi reincontrato alla fine del 1973 a casa di Perón in Argentina in occasione del suo insediamento alla Presidenza nella seconda versione. Dopo di allora e successivamente al 1977, Andreotti sostiene di avere incontrato Gelli solo come incaricato dell’Ambasciata argentina a Roma per preparare incontri con politici di quel paese. A un giornalista che gli chiede: “Che ci faceva tanto spesso Gelli a Palazzo Chigi?”, Andreotti risponde: “Due o tre volte l’ho visto quando venne in Italia l’ammiraglio Massera, prima come capo della giunta militare argentina e poi quando fondò, nel suo paese, un nuovo partito socialdemocratico. Ancora, poi, per la visita in Italia del generale Videla”.

L’allora presidente del Consiglio restringe tutti i contatti con Gelli alle sue funzioni di rappresentante argentino: “Una certa utilità veniva da questo contatto nel senso che Gelli chiedeva di essere visto e dava delle informazioni sui problemi che potevano essere discussi, compreso il penoso problema degli scomparsi; qualche caso riuscimmo a risolverlo proprio attraverso questi contatti di carattere internazionale nei confronti di Gelli “. (2)

È singolare che un presidente del Consiglio tratti ripetutamente con un addetto di terz’ordine di un ambasciata, conoscendo per di più che tale personaggio è di nazionalità italiana. Come mai il ministro degli Esteri, Arnaldo Forlani, (3) stando alle sue dichiarazioni, non seppe mai nulla, di incontri e contatti diplomatici fra Stati come quelli fra Argentina e Italia? E non è neppure attendibile la motivazione che Andreotti fornisce dell’interessamento attraverso Gelli per i desaparecidos, essendo noto, già fin da allora, che proprio l’ammiraglio Emilio Massera e il generale Jorge Rafael Videla erano tra i maggiori responsabili della scomparsa di tante persone.

Dove la credibilità di Andreotti raggiunge il punto più basso è nel negare la conoscenza di Gelli come personaggio massonico e nell’asserire la sua assoluta ignoranza della loggia P2. “Che fosse un personaggio massonico, che facesse iniziazioni o proselitismo, questo l’ho appreso soltanto quando sono venute fuori le polemiche” [1981] : così testimonia lo statista contro ogni evidenza. (4)

Fin dal 1974 le note dei diversi servizi informativi parlano della P2 e di Gelli. La Guardia di Finanza se ne occupa nel 1974, il ministero dell’Interno nel 1974,1975 e 1976 e persino il SID con un rapporto alla magistratura sull’eversione del 1974. Non è credibile che Giulio Andreotti, presidente del Consiglio nel 1972, ministro della Difesa nel 1974 quando si stilavano le note della Guardia di Finanza e del SID e poi in altri incarichi ministeriali fino alla nuova presidenza del Consiglio nel 1976, non sia mai venuto a conoscenza di quei documenti che dovevano essergli comunicati in funzione delle sue responsabilità ministeriali.

In particolare, durante il 1974, Andreotti da ministro della Difesa è fortemente impegnato nella polemica sui servizi segreti e nella vicenda Miceli - Maletti relativa all’eversione. Le note dell’ammiraglio Casardi del SID e del questore Santillo dell’Antiterrorismo si occupano appunto di eversione e P2, ed è fuori da ogni logica quel che Andreotti ha affermato, di conoscere cioè Gelli solo come personaggio legato agli argentini.

La notorietà di Gelli, in quanto capo della P2, era assai diffusa anche presso il largo pubblico in seguito alla pubblicazione di notizie stampa. Abbiamo indicato nel capitolo secondo, gli ampi servizi che furono dedicati al maestro venerabile fin dal 1973 e poi nel 1976 in occasione del delitto Occorsio e ancor più negli anni successivi, perfino con interviste su giornali a larga diffusione e con il libro sulla massoneria di Roberto Fabiani del 1978.

Ma Andreotti nega ostinatamente di aver saputo della P2: “L’esistenza della loggia P2 l’ho appresa negli ultimi anni, cioè quando sono insorte polemiche nel periodo successivo ai miei incarichi di governo” [1980 81] . (5)

Eppure le sue relazioni con il capo massone erano talmente note che ne parlavano perfino quelle informative dei servizi segreti che lo stesso Andreotti afferma di ignorare. L’informativa del SID su Licio Gelli del 1974 recita: “[Gelli] conobbe successivamente l’on. Andreotti allora ministro della Difesa e da questi ottenne la commessa di 40.000 materassi per le forze armate della Nato”. (6) L’informativa della Guardia di Finanza del marzo 1974 afferma: “Sicura l’esistenza di rapporti con Andreotti ed altri elementi della sua corrente, relazione che sembra risalire al periodo frusinate”. (7)

È ipotizzabile che già fin da quei lontani anni ci fosse una congiura che passava attraverso gli stessi corpi dello Stato per associare Andreotti alla P2? La conferma della relazione Gelli Andreotti proviene dai personaggi più diversi che convengono su questa valutazione lungo un ampio periodo di tempo. Giovanni Fanelli, assistente di Gelli in loggia, depone nel giugno 1981 dal magistrato: «Non avevo motivo di dubitare di Gelli che intratteneva rapporti con Andreotti e con Cossiga (ciò so con certezza perché accompagnavo personalmente il Gelli agli appuntamenti, attendendolo in macchina per circa 3/4 d’ora, un’ora)…, (8) Il generale Luigi Bittoni testimonia anch’egli nel dicembre 1981: «Nel nostro ambiente [militare] era notorio che il Gelli vantava appoggi da parte di Andreotti…» (9) Il Gran Maestro della massoneria di Palazzo Giustiniani dal 1970 al 1978 Lino Salvini, afferma di fronte alla commissione d’inchiesta: «[Gelli] faceva continuamente riferimento a Giulio Andreotti… Lui vantava una grossa amicizia con l’onorevole Andreotti, però io non vedevo chi c’era a parlare con lui dall’altra parte del filo!. » (10) Il giornalista Roberto Fabiani riferisce di fronte alla commissione che Gelli gli disse che si incontrava con Andreotti per discutere delle nomine dei vertici militari nel 1977-78; alla richiesta se non la reputasse una vanteria, risponde: «No, perché ero addestrato a capire quando [Gelli] la “sparava” grossa e quando diceva la verità. Questa aveva l’aria di essere una verità.»(11)

Andreotti tende a minimizzare il personaggio Gelli dichiarando: «Non ho mai avuto la sensazione che fosse un personaggio importante.» Pretende di ricondurre la sua conoscenza della P2 soltanto a dopo Castiglion Fibocchi: «Prima, che esistesse una loggia particolare… non ho mai avuto occasione di saperlo o di averne anche indirettamente notizia.» Anche questa affermazione non è accettabile e per dimostrarne la falsità, basta solo ricordare un’unica ma significativa circostanza.

Alla fine del 1976, mentre il presidente del Consiglio è fortemente impegnato sulla questione Sindona, Gelli firma pubblicamente e organizza delle dichiarazioni giurate (affidavit) in favore del bancarottiere. Quell’atto ampiamente pubblicizzato, il maestro venerabile lo compiva ufficialmente come responsabile della P2 per cui la circostanza non poteva sfuggire ad Andreotti, capo del governo e attentissimo osservatore delle vicende sindoniane.

Quel terribile 1974. Il dossier M.Fo. Biali, strumento di ricatto nella politica delle informazioni occulte

Il 1974 è un anno cruciale per Andreotti. Nel marzo torna al governo come ministro della Difesa e vi resta fino a novembre quando viene trasferito al ministero del Bilancio. La polemica sui servizi segreti infuria e Andreotti ne è uno dei protagonisti come protettore del generale Maletti contro il capo del SID, generale Miceli, appoggiato da Moro.

È in questi frangenti che l’azione di Andreotti si incontra con quella della P2 non solo per le faide interne ai servizi d’informazione che si svolgono tutte fra piduisti (Miceli Maletti e i loro collaboratori) quanto soprattutto per ció che avviene ai vertici della Guardia di Finanza. Ad agosto su indicazione del ministro della Difesa Andreotti e delle Finanze Tanassi viene nominato al vertice delle Fiamme Gialle il generale Raffaele Giudice che risulterà, dopo alcuni anni, a capo di una banda delinquenziale di contrabbandieri del petrolio che lucrarono ai danni della collettività circa 2000 miliardi.

La nomina di Giudice avviene irritualmente scavalcando altri elementi che erano più qualificati. Su questo si è a lungo discusso in Parlamento. Quali che siano le risultanze giudiziarie, certo è che Giudice va ad occupare il vertice del corpo militare più delicato dello Stato grazie ad Andreotti e con l’appoggio di un sistema di padrinaggi di cui la P2 è parte essenziale. Infatti Gelli stesso interviene presso il segretario del ministro Tanassi, Giuseppe Palmiotti, per patrocinare la nomina di Giudice; e il generale si iscrive subito alla Loggia seguendo le orme del suo maggiore sostenitore nel corpo, il generale Donato Lo Prete che era un antico membro del gruppo gelliano.

Quale che sia stato il peso delle pressioni della P2 nella nomina di Giudice, è certo che attraverso il suo insediamento voluto da Andreotti si determina al vertice della Guardia di Finanza un sistema profondamente corrotto. L’inquinamento del corpo con Giudice, con Lo Prete al controllo delle informazioni e con il colonnello Giuseppe Trisolini come segretario del comandante, tutti della P2, risulta funzionale all’uso improprio di quell’apparato dello Stato nella stessa misura in cui lo sono sempre stati i servizi segreti cosiddetti deviati.

Con la nomina di Giudice di fatto si neutralizzava il potenziale di controllo negli affari finanziari e si vanificavano tutti gli altri compiti di giustizia e di verità che la Guardia di Finanza poteva assolvere. Un siffatto corpo di polizia finanziaria, inaffidabile e ricattabile, diveniva funzionale alla guerra per bande che attraverso gli apparati dello Stato gli uomini politici e i loro alleati si combattevano.

Veniva anche eliminato il pericolo di indagini su Gelli. Nel marzo del 1974 l’Ufficio I (Servizio informazioni) della GdF aveva redatto una nota su Gelli in cui, tra l’altro, si affermava che intratteneva rapporti con Andreotti. Con la nomina di Giudice, tutti gli uomini di quel settore informativo vengono dispersi, anzi alcuni vanno incontro a morti misteriose. Il colonnello Salvatore Florio, che era responsabile delle informative su Gelli, rimane vittima di un misterioso incidente nel 1978. Questa la deposizione della vedova di fronte al magistrato Cudillo il 14 dicembre 1982: «Non so chi aveva dato incarico a mio marito di fare indagini sul conto di Gelli. So soltanto che spesso mio marito veniva convocato dall’onorevole Andreotti ma non so per quale motivo. Spesso al ritorno da tali incontri diceva che l’onorevole Andreotti gli chiedeva indagini che esulavano dai suoi compiti specifici istituzionali…» (12)

Subito dopo la nomina di Giudice, nell’autunno 1974, prende il via una delle operazioni del sottobosco politico che avrà maggiori conseguenze negli intrighi, nei condizionamenti e nei ricatti di cui è costellata la lotta fra bande nella seconda metà degli anni Settanta. Nell’ultimo mese del suo mandato come ministro della Difesa, Andreotti ordina al SID di compiere accertamenti su tale Mario Foligni, un trafficante di vario genere con agganci nel mondo militare e vaticano e fondatore di un sedicente Nuovo Partito Popolare.

In seguito a questo impulso, il Reparto D del servizio segreto militare dipendente dal generale Maletti confeziona un voluminoso dossier composto da intercettazioni telefoniche, notizie raccolte variamente e relative interpretazioni denominato M.Fo.Biali, sigla che sta per 'Mario Foligni Libia'. Il dossier messo insieme dal generale Maletti e dai suoi collaboratori dall’ottobre 1974 alla fine del 1975 riguarda non solo il cosiddetto Nuovo Partito Popolare ma anche traffici di petrolio con la Libia, attività varie di petrolieri e di uomini politici e, soprattutto, attività illecite del vertice della Guardia di Finanza ed i collegamenti del generale Giudice con l’ex direttore del SID, generale Miceli. (13)

Quale che fosse la porzione di verità contenuta nel dossier, in esso sono registrati, già fin dal 1974, molti elementi di quel colossale contrabbando di petrolio con il coinvolgimento della Guardia di Finanza che saranno conosciuti dall’autorità giudiziaria solo cinque anni più tardi.

Quel dossier M.Fo.Biali rimase chiuso nelle casseforti del SID senza che nessuno ne venisse a conoscenza. Solo Andreotti nell’aprile del 1975 ricevette una visita del generale Maletti che gli riferì il contenuto esplosivo del fascicolo apprestato. L’allora ministro del Bilancio, che non aveva più alcuna giurisdizione sul SID, nega di aver saputo della parte riguardante il generale Giudice e la Guardia di Finanza, ma è contraddetto dai suoi interlocutori.

Devono passare quattro anni prima che si scopra quel contrabbando dei petroli. Nel corso del 1978 appaiono sulla agenzia giornalistica OP di Mino Pecorelli alcuni stralci del dossier che danno lo spunto all’apertura di un procedimento penale nei confronti del generale Giudice, del generale Lo Prete e del colonnello Trisolini. Alla morte di Mino Pecorelli, il 20 marzo 1979, e in seguito a perquisizione della sede della sua agenzia, viene rinvenuta una copia del dossier M.Fo.Biali che evidentemente era stata fatta pervenire al giornalista da qualche fonte interna del SID.

Questa intricata vicenda, che alcuni pongono all’origine dello stesso assassinio di Pecorelli, in quanto aveva pubblicato un dossier di pesante accusa dei vertici della potente Guardia di Finanza, si sviluppa tutta in ambito P2 e con la conoscenza, almeno parziale, di Giulio Andreotti.

Maletti (P2), che è l’artefice del dossier, è l’uomo di fiducia di Andreotti nel SID ed a lui riferisce della indagine per cortesia, cioè ad uso personale. Il generale Giudice (P2), viene scelto come comandante della Finanza nell’agosto 1974 e dopo pochissimi mesi è già sospettato come uno dei capi di un colossale contrabbando. Gelli ha rapporti con Giudice e con la sua banda di petrolieri corruttori, alcuni dei quali iscritti alla P2.

Nello stesso giro affaristico si muovono i banchieri piduisti Mario Diana e Alberto Ferrari. Anche il compare di Gelli, Umberto Ortolani, legato ad Andreotti, si muove in questo giro, come risulta dal dossier M.Fo.Biali; e non è inverosimile l’ipotesi che possa essere stato proprio lui a mettere il SID, tramite Andreotti, sulle piste di Foligni al fine di inserirsi negli affari petroliferi. Anche gli agenti del SID, Antonio Labruna e Antonio Viezzer, che consegnarono il dossier a Pecorelli, sono della P2 così come lo stesso giornalista assassinato. (14)

Andreotti non poteva ignorare tutta la complessa trama di ambiente piduista che si sviluppò intorno al dossier M.Fo.Biali dal 1974 al 1979. I personaggi e gli interpreti erano tutti in qualche modo a lui legati: Maletti, Giudice, Ortolani… Pertanto la scelta dello statista di mantenere occulto un grande fatto di corruzione come il contrabbando dei petroli riflette una filosofia del potere fondato sulla custodia di informazioni scottanti che in un qualsiasi momento possono essere usate per condizionare e per attaccare.

La lunga vicenda dell’M.Fo.Biali fino all’assassinio di Pecorelli si iscrive dunque nella politica degli scheletri nell’armadio di cui il grande ispiratore è stato Gelli, e Andreotti l’utente più assiduo.

Negli anni di solidarietà nazionale cresce l’influenza di Gelli

Dopo le elezioni del 1976, Andreotti diviene presidente del Consiglio con una maggioranza di solidarietà nazionale, cioè con il progressivo inserimento del Partito Comunista nella direzione effettiva degli affari nazionali. Per tre anni la presidenza di Andreotti è senza alcuna opposizione, quindi senza alcun controllo parlamentare e politico.

In questa situazione Andreotti, coperto dal PCI, stringe i rapporti con tutto il sistema P2 coagulato intorno a Gelli che proprio nel 1975 ha ottenuto mano libera nella massoneria per il controllo totale della Loggia e degli autorevoli personaggi che affluiscono copiosamente nell’organizzazione. Il leader democristiano, che era stato il grande protettore di Michele Sindona finanziere prima del crack del 1974, diviene il patrocinatore dei diversi progetti di salvataggio messi in atto dal 1976 al 1979 al fine di recuperare il bancarottiere inseguito da mandati di cattura e da processi in Italia e negli Stati Uniti.

Delle diverse fasi dello scontro fra Sindona, i suoi padrini e i suoi alleati, e del corso della giustizia abbiamo parlato nel capitolo nono. Qui ricordiamo che l’attività di tutto il sistema piduistico in difesa di Sindona corre di pari passo con l’azione e l’intervento del presidente del Consiglio. Da una parte si mobilitano esponenti della P2 come Roberto Calvi, Umberto Ortolani Roberto Memmo, Carmelo Spagnuolo, Mario Genghini attivati da Licio Gelli e, dall’altra, prende decisamente le parti del latitante Sindona Giulio Andreotti, che si serve di uno speciale inviato, Fortunato Federici, per seguire da vicino gli sviluppi della questione ed attiva il sottosegretario Franco Evangelisti e il ministro Gaetano Stammati, a sua volta membro della P2 strettamente legato a Gelli.

Risulta da molte circostanze che Andreotti con i suoi e Gelli con i piduisti agirono di conserva nel corso dei tre anni che si conclusero con il tragico assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore delle banche sindoniane. Le attività pubbliche, in difesa di Sindona, di Licio Gelli con gli affidavit, di Umberto Ortolani con le mediazioni affaristiche nell’ambiente finanziario romano di Roberto Memmo, erano ben note ad Andreotti perché le sue stesse iniziative si incrociavano con quelle dello stato maggiore della P2.

Dichiara Andreotti: «A me non risulta affatto questa presenza di Gelli… sia nei rapporti con Stammati, sia nei rapporti con la Banca d’Italia. Quindi una presenza di Gelli nella questione Sindona, qui in Italia, non risulta. Se l’abbia avuta negli Stati Uniti poi con il risultato che abbiamo letto - questo è un problema diverso: cioè i suoi rapporti con Philip Guarino e con altri personaggi. Ma, qui in Italia, che lui abbia preso parte alla predisposizione di eventuali atti con cui potesse risanarsi la situazione, in modo particolare delle Banche Private, di cui si tratta, a me questo non è mai risultato.» (15)

Per l’ennesima volta le dichiarazioni di Andreotti contrastano con quanto in sede giudiziaria e parlamentare è stato abbondantemente accertato. Tra il capo del governo e il capo della P2 vi è una comune intelligenza di interventi nell’ambito della medesima rete di potere.

L’escalation della lunga offensiva sindoniana si conclude con il tentativo di rimuovere gli ostacoli frapposti alla sistemazione da parte della Banca d’Italia attraverso il diretto intervento di Franco Evangelisti e del ministro Gaetano Stammati per conto di Andreotti. Dopo poco tempo però il responsabile della Vigilanza della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, verrà colpito da mandato di cattura per reati riconosciuti poi inesistenti.

L’altro ostacolo ai tentativi sindoniani era rappresentato da Ambrosoli, assassinato nel luglio 1979. A proposito del ruolo del presidente del Consiglio, il procuratore della Repubblica di Milano, Guido Viola, nelle requisitorie per il procedimento a carico di Sindona scrive: «L’on. Andreotti ha sempre respinto le dichiarazioni di Guzzi [l’avvocato di Sindona, n.d.r.], ha sempre affermato di non aver mosso un dito nei confronti di Sindona. Eppure ciò contrasta con una serie di elementi e con le dichiarazioni non solo di Guzzi, ma anche di altri testi e, soprattutto, contrasta con la realtà processuale dalla quale si evince che certamente, quanto meno nel caso del progetto di sistemazione, si adoperò perché potesse andare in porto. Ma anche se non intervenne fattivamente nei confronti di Sindona (il fatto che non sia riuscito nell’intento non significa che non sia intervenuto) rimane estremamente grave avergli fatto credere che gli avrebbe dato il suo appoggio. Proprio per ciò Sindona si sentiva sicuro e, soprattutto, si sentiva forte tanto da gestire, poi, autonomamente i suoi disegni criminali.» (16)

Non è per una semplice coincidenza temporale che il sistema di interessi e di potere della P2 si consolidi proprio negli anni dal 1976 al 1979. Andreotti, alla presidenza del Consiglio, al tempo stesso utilizza i piduisti collocati nelle diverse situazioni e favorisce la loro acquisizione di sempre nuove posizioni di potere.

Non v’è in questo periodo soltanto l’escalation sindoniana ma anche la profonda penetrazione nella Rizzoli e nel Corriere della Sera , l’espansione di Calvi e la trasformazione in senso piduistico dei servizi segreti. Andreotti aveva insediato il generale Giudice alla testa della Guardia di Finanza nel 1974; un altro piduista come l’ammiraglio Giovanni Torrisi viene nominato a capo dello Stato Maggiore della Marina nel 1978 e i generali Santovito e Grassini, anch’essi P2, sono messi tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978 a capo del SISMI e del SISDE, cioè dei cosiddetti servizi segreti riformati .

La libertà di movimento di Gelli e la sua influenza crescono notevolmente in questi anni. Secondo alcune testimonianze sono proprio i suoi rapporti con Andreotti a conferirgli un crescente potere che lascia molte tracce di suoi interventi nelle nomine militari. Tutto ciò non poteva avvenire che in un rapporto speciale fra maestro venerabile e responsabili governativi ad altissimo livello. Tale influenza si esplica fino al 1979 quando entra in crisi il governo Andreotti e l’equilibrio politico che lo sorregge.

La crisi del 1979 e l’uso dell’ENI-Petromin. Andreotti e la gestione del potere fine a se stesso

Il 1979 è l’anno della crisi del governo di solidarietà nazionale e dell’estromissione di Andreotti da primarie responsabilità politiche nella direzione del paese. È anche l’anno di particolare attivismo del sistema P2 i cui esponenti sono coinvolti, direttamente o indirettamente, in alcune drammatiche vicende.

Il 20 marzo viene assassinato Mino Pecorelli, membro della Loggia. Sono interessanti i tre argomenti più scottanti che aveva trattato negli ultimi mesi di attività con la sua rivista OP: le rivelazioni sul passato di Gelli e sulla sua collocazione politica, lo scandalo dei petroli con le responsabilità dei generali Giudice e Lo Prete; e la minaccia di pubblicazione delle fotocopie degli assegni per alcuni miliardi che sarebbero stati pagati al presidente Andreotti. Nei giorni precedenti la morte del giornalista, Franco Evangelisti gli aveva consegnato 30 milioni al fine di bloccare la pubblicazione della copertina della rivista dedicata ad Andreotti e si era svolta una cena tra andreottiani e Pecorelli alla Famiglia Piemontese di Roma.

Il 24 marzo viene incarcerato Mario Sarcinelli che si era opposto decisamente ai tentativi di sistemazione delle Banche sindoniane patrocinati da Evangelisti, Stammati e Gelli. Andreotti, presidente del Consiglio, prende le distanze e tace di fronte a quello che viene ritenuto un grave attacco all’indipendenza della Banca d’Italia nella persona, oltre che di Sarcinelli, del governatore Paolo Baffi.

In aprile viene aperto dalla Procura di Roma un procedimento per la sottrazione al SID del dossier M.Fo. Biali, e la sua consegna a Pecorelli con la messa sotto accusa del generale Maletti, degli agenti Labruna e Viezzer, tutti della P2.

Il 12 giugno viene firmato il contratto ENI-Petromin, auspice il presidente del Consiglio Andreotti ed attivamente impegnato il segretario generale del ministero degli Esteri, Malfatti di Montetretto, il ministro del Commercio estero, Stammati, e il presidente dell ENI, Mazzanti, tutti della P2. Il 10 luglio viene assassinato Giorgio Ambrosoli da parte di un killer inviato, secondo l’imputazione della magistratura, da Michele Sindona.

Il 18 luglio viene autorizzato da Stammati il pagamento di una tangente del 7% sul contratto ENI-Petromin con l’accordo del presidente del Consiglio dimissionario Andreotti.

Nella prima settimana di agosto, dopo il fallimento di un tentativo di Craxi, l’onorevole Francesco Cossiga forma il governo da cui rimane fuori Andreotti.

Il 9 ottobre il maestro venerabile Gelli convoca il presidente dell’ENI, Mazzanti, e lo minaccia di rivelare lo scandalo della destinazione della tangente del contratto ENI-Petromin. Nelle settimane successive lo scandalo dilaga e la fornitura del petrolio viene interrotta.

Con novembre l’affaire ENI-Petromin diviene di pubblico dominio e ne vengono investite l’autorità giudiziaria e l’attività inquirente in sede parlamentare.

In queste varie vicende dell’anno di crisi 1979, si incrociano ripetutamente le strade di Andreotti, di Gelli e degli uomini della P2. Lo si vede nel più grave scandalo della Repubblica, come lo ha definito Gelli, cioè nel caso ENI-Petromin, che è un tipico esempio di una trama affaristica con evidenti risvolti politici. Il colossale contratto nasce tutto grazie all’azione di personaggi P2, si realizza sotto il vigile accordo del presidente del Consiglio Andreotti e poi, quando scoppia lo scandalo, sono ancora i leader piduisti a tentare di trarne vantaggio.

Sull’utilizzazione dell’affare occulto e del relativo scandalo converge, ancora una volta, Andreotti. Per anni lancia avvertimenti e allusioni circa «una verità da scoprire» fino a quando ritorna a responsabilità governative nell’agosto 1983.

Le agitate vicende del 1979, dal delitto Pecorelli all’ENI-Petromin, prospettano una legge nei rapporti fra Andreotti e la Loggia: che cioè manovre e operazioni extra legali di quel che è stato definito il potere occulto della P2 vengono tanto più attivate quanto più il potere legale sfugge al controllo di Andreotti. Sembra esserci cioè un rapporto di causa ed effetto fra operazioni della Loggia tese a creare un sottofondo di affari, di coinvolgimenti, di compromissioni e di ricatti a livello occulto e l’azione di Andreotti per mantenere o recuperare porzioni di potere a livello palese. In questo senso l’ENI-Petromin, come hanno testimoniato in molti, non poteva essere solo un grande affare ma qualcosa di più importante con ripercussioni sugli equilibri politici.

La loggia P2 nel suo rapporto con Andreotti sembra allora svolgere il ruolo di canale per favorire o contrastare, consolidare o erodere equilibri di potere politico. Diverse testimonianze hanno riferito, per esempio, della volontà degli esponenti della P2 di operare tra il 1979 e il 1981 per la soluzione del conflitto fra Andreotti e Craxi. Lo ha sostenuto Vanni Nisticò riferendo del contenuto del colloquio avuto dal maestro venerabile con il segretario del PSI (17) e lo ha accennato con linguaggio cifrato, lo stesso Gelli.

Il numero 2 della loggia, Umberto Ortolani, chiamato a testimoniare sull’ENI-Petromin dichiara agli inquirenti parlamentari l’11 novembre 1981: «Il senatore [Formica] mi parlò della situazione tesa tra l’onorevole Craxi e l’onorevole Andreotti. Io gli dissi allora [il 2 maggio 1979] che avrei preso forse l’iniziativa di prendere contatto con l’onorevole Andreotti, ma senza essere l’inviato di nessuno…» (18)

Giunti al termine dell’esame dei rapporti fra Andreotti, Gelli e la P2, si può sciogliere l’interrogativo su quel che è stato il ruolo del leader democristiano. I fatti dimostrano che in tantissime trame nate nella P2, o che sono state utilizzate dalla P2, o in cui gli uomini della Loggia collegati fra loro hanno costituito il supporto organizzativo e il canale di comunicazione, si incontra costantemente Giulio Andreotti.

I suoi legami con elementi dello stato maggiore piduista in diversi settori sono espliciti: con Sindona, Maletti, Ortolani, Stammati, Calvi, Genghini, Giudice, Lo Prete, Loris Corbi, solo per fare alcuni nomi. I suoi rapporti con Gelli sono ammessi anche se mascherati e minimizzati dietro lo schermo menzognero dell’ambasciata argentina. Rivelatrice è anche la reticenza di Andreotti nel riconoscere quel che è stato dimostrato essere veritiero. Ed altrettanto lo è il parallelo silenzio di Gelli il quale, tra i tanti uomini politici nominati nei suoi memoriali e nelle sue dichiarazioni, non ha mai, a sua volta, menzionato Andreotti.

Il rapporto di Andreotti con Gelli e il sistema piduistico assume la giusta luce solo in una considerazione della P2 come parte organica della degenerazione del regime italiano. Sono in molti ad indicare che il legame del maestro venerabile con lo statista romano si stringe dopo il 1976 quando altri leader democristiani come Fanfani volgono al tramonto. Andreotti diviene il principale referente politico del sistema piduistico in un crescendo che raggiunge l’acme negli anni della solidarietà nazionale. Sia il clima consensuale sia l’allarme dell’emergenza favoriscono lo sviluppo di un organismo come la P2. E il riferimento ad Andreotti si consolida quando questi rimane arbitro della situazione dopo l’assassinio di Aldo Moro e la cacciata del presidente Leone dal Quirinale.

La P2 ha costituito il terreno privilegiato a cui sempre più uomini politici, correnti e partiti hanno fatto ricorso per difendere e accrescere il loro potere e per condurre quella guerra per bande con l’uso di specialisti che ha surrogato lo scontro politico. In questo contesto l’uomo politico che ha maggiormente incarnato la degenerazione del sistema politico italiano e che ha praticato, in assoluta continuità attraverso tutte le stagioni politiche, la filosofia della gestione del potere fine a se stesso è stato Andreotti. Questa la ragione per cui è stato il massimo punto di riferimento di Gelli e della sua consorteria; e, specularmente, la loggia P2 ed i suoi esponenti sono stati per Andreotti il migliore strumento per la gestione della sua politica.

Perciò la P2 merita Andreotti come capo.

NOTE

I . Audizione di Giulio Andreotti alla Commissione P2 dell’11 novembre 1982 in AIL (T.), vol. III, tomo XXIII, pp. 1 159.
2. Ibidem.
3. Cfr. Audizione di Arnaldo Forlani alla Commissione P2 del 16 novembre 1982. L’autore di questo libro ha insistentemente chiesto un confronto fra Andreotti e Forlani su questa circostanza in Commissione P2, ma la maggioranza della Commissione lo ha rifiutato.
4. Audizione di Andreotti, cit.
5. Ibidem.
6. Informativa del SID su Gelli del 1974, in All. (T.), vol.III, tomo XXIII, p. 192.
7. Informativa della Guardia di Finanza, in All. (T.), cit. p. 197.
8 . Deposizione di Giovanni Fanelli, capogruppo P2, al magistrato Sica il 24 giugno 1981, in All. (T.), cit., p. 201.
9. Deposizione di Luigi Bittoni ai magistrati fiorentini il 16 dicembre 1981, in All. (T.), cit., p. 205.
10. Audizione di Lino Salvini alla Commissione P2 del 29 luglio 1981, in All. (T.), cit., p.209.
11. Audizione di Roberto Fabiani alla Commissione P2 del 29 settembre 1983, in All. (T.), cit., p. 216.
12 . Deposizione della vedova del col. Salvatore Florio, già responsabile nel 1974 dell’Ufficio I della Guardia di Finanza, al magistrato romano Cudillo, il 14 dicembre 1982, sul caso della nomina del generale Giudice al vertice della Guardia di Finanza, in All. (T.), cit., p. 597.
13. Del fascicolo M.Fo. Biali la magistratura si è occupata a più riprese: dapprima nel marzo 1979 (giudice Sica) per una copertina di OP (non pubblicata) su 'Gli assegni del Presidente' con la foto di Giulio Andreotti, poi dall’aprile 1979 all aprile 1981 (giudice Sica) in relazione alla formazione del fascicolo. Tutti gli atti nonché lo stesso fascicolo M.Fo. Biali sono contenuti in All. (T.), vol. III, tomo XXIV, p. 765.
14. Ibidem.
15. Audizione di Andreotti, cit.
16. Requisitoria del sostituto procuratore della Repubblica Guido Viola nel procedimento penale a carico di Sindona, in All. (T.), vol. III, tomo XXIII pp. 665 sgg.
17. Audizione di Vanni Nisticò alla Commissione P2 del 1°· luglio 1982.
18. Interrogatorio reso da Umberto Ortolani, per rogatoria, l’11 dicembre 1981, sul caso ENI-Petromin, in All. (T.), vol. III, tomo XXIII, p. 747.

Tratto dal libro “La Controstoria”, settembre 2014

http://www.radioradicale.it/exagora/p2-la-controstoria-20-andreotti-occulto