Vittorio Vidali

Nacque a Muggia (Trieste) il 27 novembre 1900.
Nel 1917 entrò nella Federazione giovanile del partito socialista triestino e, dopo l'annessione di Trieste all'Italia, si dedicò interamente all'attività politica. Nel gennaio 1921 si iscrisse al Pcd'I, divenendo membro dell'esecutivo della federazione triestina e dirigente della Fgcd'I. Attivissimo nelle lotte proletarie contro il fascismo, fu tra i fondatori degli Arditi rossi a Trieste. Arrestato e rilasciato la prima volta nel febbraio 1921 per aver preso parte all'occupazione del cantiere San Marco, venne nuovamente arrestato il 12 maggio, trattenuto in carcere e torturato. Condannato a 4 mesi di reclusione nel processo "dei bombardieri" rimase però a piede libero e decise di espatriare clandestinamente.
Visse senza coperture legali in Austria, in Cecoslovacchia, in Germania, dove venne arrestato e successivamente espulso. Rientrato in Italia, riprese la lotta politica antifascista e venne gravemente ferito dai fascisti ad Alessandria. Nuovamente arrestato dopo la marcia su Roma, nel febbraio 1923 lasciò l'Italia e, dopo una sosta ad Algeri, nel settembre dello stesso anno
entrò clandestinamente negli USA. Qui, con il nome di Enea Sormenti, continuò l'attività politica come segretario della sezione italiana del PCUSA e collaborò alla stampa antifascista italiana, impegnandosi attivamente nella campagna organizzata per salvare Sacco e Vanzetti. Arrestato il 17 ottobre 1926 in seguito ad un comizio antifascista, all'inizio del marzo 1927 ottenne la libertà provvisoria e il 24 dello stesso mese fu espulso dalle autorità statunitensi evitando così l'estradizione richiesta dalle autorità italiane.

Attraverso il Messico raggiunse l'Unione Sovietica dove rimase fino all'ottobre 1927.
Dall'ottobre 1927 al febbraio 1930 soggiornò nuovamente in Messico dove conobbe Tina Modotti che fu la sua compagna fino al 1942.
All'inizio del 1930, tornato in Unione Sovietica e assunto il nome di Carlos Contreras, cominciò a lavorare nel Soccorso Rosso a fianco di Elena Stassova, occupandosi della sezione latino-americana. Come ispettore del Soccorso Rosso compì frequenti viaggi in Europa e dal dicembre 1934 si fermò in Spagna per organizzare gli aiuti ai perseguitati politici della rivolta delle Asturie.
Al momento della rivolta dei generali filofascisti fu tra i fondatori del 5° Regimiento del quale, con il nome di Carlos J. Contreras, divenne comandante e commissario politico e nel quale operò fino al gennaio 1937, quando questa unità venne sciolta e fatta confluire nelle forze militari regolari. Dal novembre 1936 fu uno dei protagonisti della difesa di Madrid e nel marzo 1937 della battaglia di Guadalajara.
Durante il conflitto spagnolo fu capo della Sezione organizzazione dello Stato maggiore di Madrid, Commissario di guerra della XI divisione, Commissario ispettore del fronte di Guadalajara, Commissario ispettore del servizio di propaganda nelle file nemiche,Ddirigente del commissariato di recupero nella fase finale della difesa della Catalogna, Vicecapo della commissione militare del PCE.
Ferito gravemente a Madrid nel novembre 1938, ricominciò a combattere fino alla disfatta della Catalogna nel febbraio 1939 quando, dopo un inutile viaggio a Parigi compiuto nel tentativo di trovare aiuti per la Repubblica, lasciò definitivamente la Spagna.

In Francia evitò l'internamento e la prigionia, e nel maggio 1939 ottenne l'asilo politico in Messico; qui riprese sia l'attività politica nell'Alleanza antifascista Giuseppe Garibaldi, che quella giornalistica, redigendo dal febbraio 1939 al maggio 1946, la rubrica "La settimana del mondo" su El Popular organo della Confederazione Generale dei Lavoratori, diretto da Vicente Lombardo Toledano.
Coinvolto nelle lotte intestine del PCM, dopo l'uccisione di Trotzky venne accusato di essere uno dei mandanti e degli organizzatori dell'assassinio. Nel quadro di questi sospetti, nel marzo 1941 venne arrestato e rilasciato dalla polizia messicana.
Con un'analoga accusa si tentò di coinvolgerlo anche nell'assassinio di Carlo Tresca.
Nel 1942 morì la sua compagna, Tina Modotti, e solo un deciso intervento di Pablo Neruda mise a tacere le calunnie subito sorte intorno alla figura e alla morte della rivoluzionaria italiana. Nel 1943 Vidali venne espulso dal PCM, partito al quale peraltro non era mai stato iscritto; nel febbraio 1947 lasciò definitivamente il Messico e dopo un viaggio avventuroso e non poche difficoltà burocratiche riuscì a tornare a Trieste.

Nel maggio 1947 rientrò nel PCI e fu nominato Segretario generale autonomo del Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste. Dopo l'8 ottobre 1954, cioè con il passaggio definitivo di Trieste all'Italia, fu eletto Segretario della Federazione autonoma triestina del PCI.
Nel 1956 fu membro della delegazione invitata al XX Congresso del PCUS.
Consigliere comunale a Trieste dal 1953 al 1963, venne eletto deputato nel 1958, e senatore nel 1963 per il collegio di Trieste. Dal 1956 fece parte del Comitato Centrale del PCI.
Nel 1971 e nel 1980 fu oggetto di attentati fascisti.
Morì a Trieste il 9 novembre 1983.

  • Lo sviluppo economico di Trieste e la questione nazionale, Istituto poligrafico dello Stato, 1953
  • Diario di Cuba o Patria o muerte, venceremos, Vangelista, 1973
  • La guerra antifascista, Vangelista, 1973
  • Diario del XX Congresso, Vangelista, 1974
  • Spagna lunga battaglia, Vangelista, 1975
  • Dal Messico a Murmansk, Vangelista, 1975
  • Il 5º reggimento, La Pietra, 1976
  • Giornale di bordo, Vangelista, 1977
  • Missione a Berlino, Vangelista, 1978
  • La caduta della repubblica, Vangelista, 1979
  • Tina Modotti: fotografa e rivoluzionaria, IE, 1979
  • Orizzonti di libertà, Vangelista, 1980
  • Ritorno alla città senza pace. Il 1948 a Trieste, Vangelista, 1982
  • Ritratto di donna. Tina Modotti, Vangelista, 1982
  • Comandante Carlos, Ed. Riuniti, 1983

Attilio Colombo

Intervista a Vittorio Vidali

1983

Ricorda il suo primo incontro con Tina Modotti?

Arrivai a Città del Messico nel settembre del 1927 ed una delle prime persone che conobbi là fu Tina Modotti. Il nostro incontro fu cordiale e da allora stringemmo un’amicizia che durò fino alla morte avvenuta il 5 gennaio 1942.

Da quali esperienze proveniva Tina? Per esempio non le parlò mai della sua vita in Friuli, della sua emigrazione a San Francisco, del suo incontro con De Richey , prima e con Weston poi, dei film interpretati da lei a Hollywood?

Tina era molto restia a parlare del suo passato. Tuttavia in varie occasioni mi parlò della sua vita di giovane operaia tessile a Udine, della sua emigrazione assieme alla famiglia in Austria, dove il padre lavorava come stagionale; della sua emigrazione negli Stati Uniti col viaggio in terza classe per raggiungere il padre che lavorava a San Francisco in California, dove si trovava anche sua sorella Mercedes, che lavorava da modista. Del marito De Richey, di Weston, delle sue relazioni private era molto riluttante a parlarne e a darne giudizi personali e io non le chiedevo del suo passato, rispettoso della sua vita personale.

Qual’era il clima politico e culturale di Città del Messico dove Tina si stabilì nel 1923 e dove lei arrivò nel 1927?

Il clima politico del Messico degli anni venti era ancora immerso nell’atmosfera attiva e dinamica della rivoluzione del 1910 e delle drammatiche fasi di questa rivoluzione, che era stata la più interessante e la più progressista realizzata fino ad allora nell’America Latina. Il Messico era diventato un paese molto libero e democratico e in esso si concentravano tutti gli immigrati politici dell’America Latina, in gran parte intellettuali. Era quella l’eopca dell’affermazione dei grandi pittori muralisti Clemente Orozco, Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros, delle grandi agitazioni studentesche per l’università autonoma e - attratti dal fascino di questa rivoluzione che aveva come protagonisti Madero, Obregon, Francesco Villa ed Emiliano Zapata - visitarono il Messico scrittori ed artisti di altri paesi, fra cui John Reed, il grande giornalista, scrittore e poeta statunitense.

Nel milieu culturale di Città del Messico, Tina cosa rappresentava?

In un primo tempo, suscitò curiosità per la sua nota bravura come fotografa e la sua adesione agli ideali della rivoluzione messicana e per essere la compagna di Edward Weston, già allora noto come grande fotografo. Molti degli intellettuali messicani a San Francisco e a Los Angeles e quando arrivò in Messico per raccogliere le ultime parole di suo marito Rubaix de Richey, si trovò circondata dall’affetto di gran parte del mondo intellettuale messicano.

Quali erano allora i problemi di fondo della società messicana e quale il ruolo che gli intellettuali ritenevano fosse loro riservato?

I problemi della società messicana di allora erano il consolidamento della democrazia, la questione agraria, l’organizzazione dell’istruzione pubblica, e la lotta contro l’anafalbetismo, la lotta contro l’imperialismo e i tentativi statunitensi di impossessarsi di tutte le ricchezze del paese, l’applicazione delle leggi riguardanti le condizioni dei lavoratori e in primo luogo il nuovo codice del lavoro. Il ruolo degli intellettuali in quel periodo era fondamentalmente quello di stare al fianco al fianco dei governi per consolidare le conquiste rivoluzionarie e specialmente per aiutarli a realizzare i programmi dell’educazione pubblica e a sostenere il movimento dei lavoratori. Negli anni venti, il settimanale degli intellettuali El machete, per decisione degli intellettuali stessi, divenne organo del partito comunista messicano.

Nel 1927, Tina lavorava come fotografa, sia scattando ritratti a privati, sia fotografando in proprio e realizzando immagini che venivano pubblicate da giornali e riviste e messicane e internazionali. Aveva imparata la fotografia da Weston di cui era stata prima modella. Non l’ha mai vista lavorare? Non le ha mai parlato del suo lavoro di fotografa?

Quando la incontrai per la prima volta, Tina era già nota come fotografa nel Messico e un po’ anche all’estero. Viveva in un appartamento molto modesto, semplice, e si può dire che quanto guadagnava bastava appena per risolvere i suoi problemi materiali. Sì, l’ho vista lavorare ed ero con lei quando fece l’inchiesta sulla miseria nel Messico, al teatro delle marionette e anche in occasione di alcuni suoi ritratti. Però parlava poco del suo lavoro di fotografa.

Tina l’ha certamente fotografata in diverse occasioni. Ci può raccontare come operava? Agiva normalmente con metodo rapido, quasi a rubare l’immagine, o faceva posare a lungo i suoi soggetti, studiandoli per un’interpretazione migliore?

Talvolta fotografava rapidamente, colpita da un paesaggio, dall’atteggiamento di una persona, da un contrasto sociale, da un avvenimento politico, come un’assemblea di contadini o una conferenza di operai. Alle volte, per i ritratti soprattutto, cercava accuratamente la luce, l’interpretazione accurata del soggetto. Ma in generale era molto rapida e sbrigativa.

Il valore delle fotografie di Tina Modotti, al di là del loro fascino intrinseco, è dato dal fatto che esse rappresentano una grande testimonianza della sua tensione umana, sociale e rivoluzionaria. Quali immagini lei reputa più significative di questa perfetta identificazione tra fotografia e rivoluzione?

Personalmente ritengo più aderenti alla sua vita di rivoluzionaria e alla sua tensione sociale quelle fotografie che descrivono la contrapposizione tra la miseria e la ricchezza del paese, la maternità e l’infanzia, la vita dura dei contadini, i pericoli nel lavoro degli operai. Tina era molto apprezzata anche come fotografa delle opere di Diego Rivera, Orozco e Siqueiros, i tre grandi muralisti messicani.

Accanto ai modi operativi appresi da Weston (la camera formato 20 x 25, le lastre, lo sviluppo curatissimo, la tendenza a sovraesporre il negativo ecc.), Tina caratterizzò molte sue immagini con la ricerca, nel soggetto, del punto ideale in cui una forma conosciuta (una chitarra, per esempio) oppure nella struttura astratta che la sorregge, quasi ad identificarne l’essenza. Si trattava di macerate strutture linguistiche o tutto riusciva a Tina in modo piuttosto facile?

Questi tipi di immagini di oggetti molto significativi e di uso comune costituivano per lo più il frutto di rapide intuizioni, di scelte immediate e relativamente facili, spontanee in lei. Spesso questi soggetti esprimevano ammirazione per la bellezza di un soggetto, di un fiore, di un accostamento di oggetti. E poi Tina era innamorata della bellezza, della luminosità e dei colori del paesaggio messicano.

I ritratti di persone, le immagini scattate durante le riunioni, le fotografie a carattere più specificatamente “giornalistico”, raccontano di un’'appassionata partecipazione della fotografa alla vita, ai problemi, ai sentimenti della gente che lei ritrae. Ci sa dire qualcosa dei rapporti che Tina aveva con la gente?

Tina era molto legata alla gente e perciò venne indicata molte volte come reporter sociale. Lo si comprese particolarmente quando il suo compagno Julio Antonio Mella venne assassinato nel 1929, e la gente espresse il suo cordoglio con grandi manifestazioni di simpatia per Tina come compagna di Mella, come combattente e come artista. Quando Tina morì, vi furono organizzazioni che presero il suo nome; lavoratori tessili diedero il nome di Tina al loro telaio; tipografi che lo diedero alla loro linotype. Le manifestazioni di cordoglio si estesero in tutto il Messico ed in altri paesi dell’America Latina, dove venne ricordata come una donna progressista. In Spagna, il nome di Maria che Tina assunse come nome di battaglia, era ed è ancor’oggi conosciuto ed amato in tutto il paese. Tina era molto amata per la sua gentilezza, per la premura verso chi aveva bisogno del suo aiuto materiale o morale, per la semplicità dei suoi modi, per la generosità e la grande sensibilità verso le persone con cui veniva in contatto. La sua casa molto modesta e poveramente arredata, era un punto di riferimento non soltanto per i messicani, ma anche per gli intellettuali e i dirigenti operai e contadini che erano fuggiti dai rispettivi paesi perseguitati dalle tirannie. Fu sempre molto ospitale e nella sua casa ricevette non solo personaggi come Majakovskij o la Kollontaj, ma anche combattenti come Cesar Augusto Sandino e Farabundo Marty, i cui nomi ancora oggi risuonano in America Latina e specialmente nel Nicaragua e nel Salvador.

Gli anni 1929 / 1930 sembrano segnare una frattura decisiva nella vita di Tina Modotti. È oramai affermata come come fotografa, ha pubblicato su riviste messicane, statunitensi ed europee; ha organizzato una grande mostra delle sue fotografie alla Biblioteca Nazionale di Città del Messico; le hanno offerto di diventare fotografa ufficiale del Museo Nazionale. La morte di Mella e la sua espulsione dal Messico segnano, invece, la fine della sua attività creativa nel campo fotografico. Scrivendo a Weston, nel settembre 1929, Tina dice: “ Penso seriamente di fare una mostra qui, tra non molto. Sento che se devo lasciare il paese, gli devo almeno questo, mostrare quello che può essere fatto, senza dover risalire alle chiese coloniali, ai charros o alle chinas poplanas o a robaccia del genere su cui la maggior parte dei fotografi indugia”. Che cosa era per Tina quello che poteva essere fatto?

Non c’è dubbio che l’anno 1929 fu un anno decisivo non soltanto per Tina, ma per l’intero movimento rivoluzionario messicano. La guerra religiosa cominciata nel 1926, terminava con un compromesso col clero, con il Vaticano e col cedimento del governo messicano alle richieste di Washington in merito alla questione agraria e del petrolio. A questa capiotolazione , che significava l’apertura di una nuova fase nella vita del Messico, si aggiungeva la repressione organizzata contro tutti i movimenti progressisti ed antiimperialisti, iniziata con l’assassinio di Julio Antonio Mella nel gennaio del1929, con l’incarceramento di molti messicani che avevano lottato per la rivoluzione, con la dichiarazione di illegalità per tutte le organizzazioni antimperialistiche. La mostra delle opere di Tina allestita all’Università Autonoma, presentata da David Alfaro Siqueiros, assunse perciò il carattere di una grande protesta sia contro la miseria che contro la repressione. Infatti nucleo centrale della mostra erano le fotografie dell’inchiesta sulla miseria in Messico in contrapposizione con gli sperperi, la corruzione e i soprusi della nuova borghesia, arricchitasi a spese della rivoluzione. Per quella mostra, e in seguito a un attentato verificatosi contro il presidente della repubblica, organizzato dai cristeros, molti comunisti furono arrestati e fra questi Siqueiros e la stessa Tina.

In Germania nel 1930 e successivamente in Russia fino al 1932, Tina riprese in mano, episodicamente, l’apparecchio fotografico. Poi decise di dedicarsi al Soccorso Rosso e divenne, a tempo pieno, organizzatrice rivoluzionaria. Premesso che considero ciò una grande perdita per la fotografia e per la storia del reportage sociale (di cui il movimento rivoluzionario internazionale offre scarsi esempi alla pari con ciò che Tina ha fatto) chiedo a lei quali ragioni, al di là della necessità del momento, spinsero Tina a rinunciare alla fotografia?

Credo che la rinuncia alla fotografia da parte di Tina, anche se meditata, fu di carattere emotivo. Avrebbe potuto conciliare la vita di rivoluzionaria con quella di fotografa. Avrebbe potuto accettare l’offerta del partito comunista sovietico per un lavoro di fotografa. Tina terminò l’attività di fotografa alla fine del suo soggiorno in Germania e quando arrivò nell’URSS nell’ottobre del 1930 aveva preso questa decisione. Le sue ultime fotografie sono quelle che vengono attribuite alla sua attività nell’URSS, attività che non svolse mai come fotografa. Anch’io riconosco che fu un errore e che Tina avrebbe potuto operare come rivoluzionaria professionale continuando senza particolari impegni a fotografare. E non c’è dubbio che nei suoi viaggi nei paesi europei e durante la guerra civile spagnola avrebbe potuto arricchire il suo patrimonio fotografico e avrebbe potuto così potuto dare un grande contributo di testimonianza di quei tempi.

Dopo il ritorno in Messico, alla fine degli anni trenta, lei non vide più Tina fotografare?

Dopo il 1939, in Messico, Tina fece alcune foto di amici ed un reportage speciale nello stato di Uaxaca, lavorando insieme con Constancia de la Mora per una rivista americana. Ma tanto del reportage di Constancia, quanto delle foto di Tina non è rimasta traccia, perché quel lavoro non venne pubblicato.

Quale sorte ebbero ebbero le lastre e le immagini di Tina? Perché ne sono state salvate così poche? Dove sono gli originali?

Molti originali furono regalati da Tina stessa a persone amiche e quelli rimasti, compresi i negativi, io stesso li ho regalati al governo americano e si trovano nella fototeca di Città del Messico. Mi sono rimaste delle fotografie originali, con le quali ho organizzato delle mostre in città italiane, a Parigi, a Londra, Lodz, Vienna, Berlino, Amburgo ed Hannover, con grande successo di pubblico, di stampa, di bei cataloghi e un’infinità di recensioni positive.

Qual è stato nel dopoguerra l’itinerario che ha condotto ad una sorta di “riscoperta” almeno in Europa e in Italia dell’opera di Tina Modotti come fotografa?

L’iniziativa è partita da Udine, città natale di Tina Modotti, dove esisteva un circolo culturale “Elio Mauro”, animatore del quale era il bravo fotografo ed insegnante di fotografia Riccardo Toffoletti. La prima mostra si fece ad Udine e con essa si pubblicò pure un primo libro su Tina, il cui testo era la riproduzione in italiano di un volumetto in lingua spagnola pubblicato nel Messico con una sottoscrizione popolare qualche settimana dopo la morte di Tina. In seguito ci fu il libro pregiato di Mildred Constantine consulente di architettura del Museum of Modern Art of New York, scritto in inglese e tradotto in spagnolo e tedesco, di cui è imminente la pubblicazione in Italia. Altre pubblicazioni sono state quelle organizzate dall’editore Passigli per Idea Editions, in italiano e in francese, tedesco e in inglese. Nel 1982 la Spartafilm di Berlino Ovest ha prodotto un film su Tina Modotti, opera di Ursula Jeshel e Marie Bardischewska. Nello stesso anno è uscito il mio libro Ritratto di donna.

É certamente restrittivo considerare Tina Modotti solo entro questo ambito professionale limitato, sia pure con gli opportuni riferimenti al mondo culturale e alla temperie storica in cui Tina si trovò a vivere. Lei, che ne ha condiviso intensi anni di militanza e profonde esperienze di vita, come ama ricordarla?

Personalmente amo ricordare Tina, così come l’ho fatto nel mio libro, donna modesta, gentile, dal carattere forte, stoico, intelligente, piena di volontà di lavorare, con forte capacità di abnegazione nella difesa dei suoi ideali. Contemporaneamente amo ricordarla donne dolce, leale, generosa, ricca di femminilità.

Grazie Vittorio Vidali per questo sguardo su Tina Modotti fotografa e sul suo tempo che è stato anche, in parte il tuo!


grazie a: http://www.storiastoriepn.it

Gian Luigi Bettoli

La biografia che non c’è di Vittorio Vidali

Vittorio Vidali, come altri protagonisti ingombranti e controversi della storia, manca di una biografia che si possa in qualche modo definire “scientifica”. E così si continua a parlarne, mescolando ad una conoscenza parziale dei fatti diffuse (de)contestualizzazioni, superficialità e pettegolezzi. Trasformando così la memoria di personalità importanti in capro espiatorio per qualsiasi occasione strumentale, nulla fornendo alla valutazione critica (non necessariamente simpatizzante) e contribuendo solo a creare o rafforzare i più vieti pregiudizi. In buona sostanza: si fa propaganda, e non si stimola la conoscenza critica.

Di questo tipo di “storiografia-alla-pressapoco-via” - ci si vorrà scusare il paludato linguaggio accademico - su questo stesso sito, ci si è già occupati (*).

È in questo quadro che voglio commentare la proiezione, stamani sul canale della Rai regionale del Friuli Venezia Giulia, del documentario “VITTORIO VIDALI - QUESTA È LA MIA VITA”. Che così viene presentato sul sito dell’emittente: «Il film, scritto e diretto da Giampaolo Penco, a partire dalle ricerche dello storico Patrick Karlsen, nasce dall’idea che la vita romanzesca e spericolata di Vidali, nato a Muggia nel 1900 sotto l’Impero AustroUngarico, possa fornire nuove chiavi di lettura riguardo la storia dell’Internazionale comunista tra le due guerre mondiali. Vittorio Vidali, a poco più di vent’anni, fugge in Russia. Anni dopo sarà  negli Stati Uniti accanto agli anarchici Sacco e Vanzetti. Ben presto si afferma come dirigente di spicco del movimento comunista internazionale: è militante nel Soccorso Rosso, esponente del Komintern, e combattente nella Guerra di Spagna, dove diventa il leggendario “Comandante Carlos”. Nel 1939 è in Messico, dove nasce una storia d’amore e di unione per la rivoluzione con la fotografa friulana Tina Modotti. Amico personale di Che Guevara, nel 1947 torna in Italia dove, fra il ’58 e il ’68, sarà  deputato e Senatore della repubblica. Quasi ottantenne, il suo nome viene legato alle vicende delle Brigate Rosse. Replica mercoledì 21 alle 21.20 sulla Terza rete bis (103 digitale terrestre).»

A prescindere da qualche grossolana inesattezza nella nota redazionale, è  evidente che il filmato rappresenta la tesi di Karlsen, studioso attento ma con un atteggiamento deliberatamente anticomunista. Che tende quindi spesso ad interpretare i fatti unilateralmente (cfr. quanto ne abbiamo scritto a proposito di un dirigente comunista friulano che di Vidali fu il silenzioso, ma tutt’altro che subalterno, interlocutore).

Per altro, il filmato è migliore di altre ricostruzioni che abbiamo dovuto subire in questi anni, e si apre con un’introduzione di Claudio Magris che, da non comunista, riconosce il significato importante del progetto comunista per la storia del Novecento. Lo scrittore triestino, per altro, è chiaro sul fatto di non fare sconto a Vidali dei suoi atti di settarismo, anche sulla traccia delle denunce dell’anarchico Umberto Tommasini.

Su un piano più circoscritto, un altro pregio è l’aver smentito una serie di punti forti della “leggenda nera” che circonda Vidali, per esempio a proposito della morte di Tina Modotti  e di quella di Leone Trozky. Anche se, a proposito della precedente uccisione del comunista cubano Antonio Mella, se ne introduce una nuova versione, stile Vidali e Modotti “amanti diabolici”. Inoltre si tira fuori - sulla base di spiate dei servizi segreti Usa che meriterebbe di essere manovrate con maggiore cautela - che Vidali sarebbe stato un mezzo agente della Gestapo durante la guerra in America Centrale (perché allora non dire, sulla base di documenti spionistici altrettanto “attendibili”, che nel dopoguerra a Trieste lo sarebbe stato anche dell’Intelligence Service britannico, oltre che del sempiterno Gpu-NKVD-Kgb?).

Quest’ultima accusa nasce da Pino Cacucci, il quale ripete una grave inesattezza proposta nel film SPAGNA 1936: L’UTOPIA SI FA STORIA, nel quale lo scrittore accusa i sovietici di essersi messi d’accordo con i nazisti non nel 1939, con il mai abbastanza esecrato patto Molotov-Ribbentrop, ma addirittura negli anni precedenti. Con il che Cacucci confonde la politica di moderazione volta a trattare con la Gran Bretagna e la Francia, anche a costo di soffocare la rivoluzione spagnola per difendere gli interessi di stato sovietici, con la sciagurata scelta filo-nazista dell’ultimo minuto, compiuta per evitare l’isolamento internazionale (en passant notiamo che, nel caso del suo nuovo commento al film sulla Spagna, Cacucci scade ad un livello di propaganda di partito a volte ridicola: il che non rende onore al grande contributo anarchico alla Rivoluzione ed alla difesa della Repubblica spagnola).

Infine: il buon vecchio Vidali, messosi in pantofole al rientro in Italia, viene almeno implicitamente scagionato dall’accusa di essere stato il “grande vecchio” delle Brigate Rosse: vien da dire, sarcasticamente, che sarebbe stato proprio difficile per il nostro quasi ottantenne vegliardo conciliare il conflitto d’interesse tra così tanti servizi segreti di riferimento…

Per il resto, si alternano ingenuità, strumentalismi e lacune. Tra le “ingenuità” (qualcuna con evidente intento ideologico) andiamo dall’aver inserito Vidali nell’ambito dell’austromarxismo, originale corrente socialista non inquadrabile né nella socialdemocrazia riformista né nel comunismo di scuola sovietica; al definire “omicidii” di fascisti quelli commessi da Vidali nei primi anni ’20, usando un termine semanticamente negativo per neutralizzare il valore della dura resistenza armata opposta dai comunisti giuliani al dilagante squadrismo fascista, per altro ricordata di lì a poco; fino alla ripetuta sottolineatura che Vidali aderì al Comintern (= Internazionale Comunista) - ovviamente, essendo fino al 1943 anche giuridicamente quello comunista un unico partito mondiale, di cui i partiti dipendenti erano solo “sezioni” nazionali - e che il Soccorso Rosso Internazionale era una creatura del Comintern stesso. E di chi di grazia avrebbe dovuto essere sennò espressione? Insomma: sempre sulla base di un’impostazione complottistica alla moda (il complottismo in storiografia sta come il giallo/noir in letteratura…) si trasformano fatti politici in “clamorosi” scoop rivelatori di chissà quali retroscena.

A controprova della non sempre fondata argomentazione presentata, appaiono talvolta, a documentazione della storia del comunismo planetario, non immagini di documenti o di ponderosi tomi, ma di paginate di wikipedia, il novello bignami utilizzato acriticamente, come le enciclopedie per le ricerche della scuola media d’antan.

Quanto agli strumentalismi metodologici, ci pare di ritenere paradossale la commistione di giudizi storici con quelli di politici che poco hanno da dichiarare sul piano delle testimonianza diretta. A che titolo intervistare Emanuele Macaluso e Massimo D’Alema, se non per incastrare la valutazione di Vidali nel filone del post-PCI-Pds-Ds-Pd? Riteniamo anche questo un tassello di quella costruzione ideologica con cui la maggioranza tra i più grandi partiti comunisti hanno riscritto la loro storia in funzione della riconversione non in formazioni di sinistra auto/critiche, ma in partiti-nazione interclassisti: poco importa si tratti del neoliberista Pd italiano o dei cacicchi islamisti come Nazarbajev ed altri in Asia Centrale, oppure ancora dei nazionalcomunisti russi. Per cui Togliatti, infine, si trasforma, da promotore della “lunga marcia” dei comunisti italiani fuori dallo stalinismo verso i lidi della socialdemocrazia europea - di cui il PCI è stato oggettivamente uno dei pilastri nel “trentennio radioso” postbellico - in avo a sua insaputa dei rottamatori odierni, quelli del “jobs acts” e della “buona scuola”.

Pure le lacune sono assai significative. Ne citiamo alcune. Sarebbe stato carino dire magari che Vidali, oltre che giovane e spietato “ardito rosso”, fu tra i primi e pochi comunisti italiani a prendere contatti con i legionari dannunziani, sottolineando l’esigenza di un fronte comune contro i fascisti. Non sarebbe stata cosa da poco spiegare il lavoro suo e di Tina Modotti alla sezione fotografica e cinematografica del Soccorso Rosso Internazionale a Mosca. Ricordando magari che erano alle dipendenze di Elena Stassova, protettrice di molti suoi collaboratori dalle purghe del Grande Terrore (almeno si accenna, di sfuggita, che pure Vidali ne avrebbe potuto essere vittima, se non fosse stato inviato in Messico dalla sua dirigente). Magari sarebbe stato utile spiegare che il Quinto Reggimento era solo il 5°, appunto, tra i reparti organizzati dai partiti antifranchisti nella Madrid assediata, ma che lo si ricorda perché, grazie a Vidali ed alle sua capacità militari, fu l’unico ad essere realmente messo in piedi, formando quei generali di origine operaia e contadina che divennero i principali comandanti dell’esercito repubblicano. Ma messa così, Vidali apparirebbe a tutti gli effetti come il principale protagonista della difesa della capitale spagnola, sottraendolo a quella riduzione semplificatoria di cui è stato vittima. Inoltre: del ritorno a Trieste di Vidali nel 1948 sarebbe il caso di ricordare, oltre alle indubbie violenze infracomuniste alle frontiere giuliane, la grande capacità politica di “riconquistare” quasi tutto il PC triestino (militanti di lingua slovena compresi) alla causa italiana, anche con accesi toni nazionalisti. Già, ma allora come la mettiamo con questi comunisti slavofili…? Infine: manca del tutto il ricordo della pesante reazione filostalinista del Vidali del 1955 e 1956. Ma anche qui: come inquadrare quello che viene descritto come uno “007 de noantri”, con il segretario del PC del Territorio Libero di Trieste capace di prendere pubblicamente posizione contro tutti i vertici del comunismo mondiale, a partire da Kruscev? Salvo essere poi rimesso in riga da Giacomo Pellegrini per conto di Togliatti, a dimostrazione che la politica si svolge molto più alla luce del sole di come la si voglia far apparire: rinvio alla mia relazione su Pellegrini citata sopra.

 

(*) Cito essenzialmente, per limitarmi alla fattispecie odierna:

“Tinissima”: un bel film con un discutibile commento
a proposito di Tina Modotti
Tina Modotti … segreta?
An anarchist life con qualche perplessità


grazie a: http://www.storiastoriepn.it/ 18.12.2016

Giancarlo Bocchi

Tina Modotti

Delle molte vite di Tina Modotti, operaia nelle filande, attrice a Hollywood, musa di artisti e fotografi come Diego Rivera ed Edward Weston, fotografa di fama internazionale, scrittrice di pamphlet, agitatrice politica, si sa molto. Ma c’è un’ultima vita, per molti aspetti ancora sconosciuta e gravida di segreti, che è tuttora avvolta nelle nebbie della Storia.

Ebbe inizio nell’ottobre del 1930 in Unione Sovietica, quando la Modotti dopo l’espulsione per motivi politici dal Messico giunse a Mosca dopo un breve e infelice soggiorno a Berlino. Anche se Tina mascherava i suoi sentimenti citando spesso una frase di Nietzche - «Ciò che non mi uccide mi dà forza» - nell’animo era turbata e smarrita. L’anno prima il suo compagno, il rivoluzionario cubano Antonio Mella, era morto tra le sue braccia in una strada di Mexico City vittima di un agguato politico dai contorni rimasti oscuri. Giunta a Mosca, l’affascinante fotografa dai capelli corvini e dagli occhi di carbone, elegante, con le calze di seta e profumata con costose essenze francesi, scoprì che il suo amico e accompagnatore nel viaggio sul piroscafo Edam dal Messico in Europa, l’agente stalinista Vittorio Vidali, uomo dai mille volti, il 2 ottobre si era sposato usando il nome di copertura di Jorge Contreras con Paulina Hafkina, una giovanissima russa, che aspettava un figlio da lui.

A Mosca Tina era alla ricerca di una nuova vita e di nuovi interessi. Era conosciuta come un’artista della fotografia, ma non era d’accordo se «le parole arte e artistico vengono applicate al mio lavoro… Mi considero una fotografa e niente di più». Invece di fotografare la complessa realtà della prima nazione del comunismo, Tina iniziò a lavorare per il Mopr (Soccorso rosso internazionale). In un documento autografo del 23 novembre 1930 dichiarò che Jorge Contreras (alias Vittorio Vidali) gli aveva consegnato i documenti dei Dipartimenti latino-americano, italiano, portoghese e spagnolo in ordine e aggiornati. Insieme all’ambizioso e spietato, Tina scrisse anche diverse lettere e risolse alcuni problemi delle sezioni canadesi, statunitensi, irlandesi del Soccorso rosso.

A Mosca Tina però non riuscì a fotografare. Perché non fu più capace di ritrovare nelle immagini quella originale sintesi tra forma e ideologia per quale era famosa? La luce slavata e tetra di Mosca, le difficoltà nel trovare i materiali fotografici per la sua Granflex e nell’ottenere i permessi per gli scatti non sono motivi sufficienti a giustificare una crisi artistica così profonda. «Vivo una vita completamente nuova, tanto che mi sento diversa» scrisse a Edward Weston, il grande fotografo americano suo confidente che l’aveva avviata alla fotografia.

Fino a qualche mese prima Tina aveva pensato che le immagini potessero produrre un cambiamento del mondo. Da quando era partita dal Messico con Vidali questo convincimento era stato rimpiazzato dall’idea dell’azione diretta, dell’agire come una vera rivoluzionaria. L’Ufficio speciale della OGPU (la polizia segreta sovietica antesignana dell’NKVD) il 12 marzo 1931 ricevette una richiesta da Elena Stassova, presidente di Soccorso Rosso, dove si chiedeva di autorizzare Tina a prendere visione e occuparsi di documenti segreti. La Quinta sezione speciale dell’OGPU rispose il 24 aprile 1931, autorizzando la Modotti a svolgere quel lavoro segreto.

Da tempo le sezioni segrete di Soccorso rosso e del Comintern (la sezione supersegreta denominata Oss) agivano all’estero in stretta collaborazione e in supporto con i Servizi segreti sovietici, l’OGPU (che diventerà poi NKVD) e il GRU dell’Armata Rossa. Anche se Tina era riuscita a vendere l’ingombrante Granflex e a sostituirla con una modernissima (e introvabile in URSS) Leica mod. 1932 con esposimetro incorporato; anche se poteva diventare la fotografa ufficiale di qualche importante istituzione dello Stato sovietico, rifiutò ripetutamente le offerte di scattare foto.

In quei mesi aveva anche chiarito il rapporto con Vidali. In passato non si era preoccupata di avere avventure multiple, ma giunta a Mosca pensava solo ai suoi doveri e alla sua integrità di rivoluzionaria. Per questo scrisse in una autobiografia per presentarsi al Comintern: «Il nome di mio marito è Vittorio Vidali (Jorge Contreras). È di origine italiana. È membro del Partito Comunista ed è da anni rivoluzionario professionista». La sua autobiografia è un documento interessante. Tralasciando il fatto che Vidali avesse sposato qualche tempo prima una giovane russa, nel documento compaio significative omissioni sul passato lavoro di attrice nel cinema di Hollywood o sulla sua storia d’amore con il rivoluzionario Antonio Mella, amico di Andreu Nin, e in odore di trotskismo. Ma questa inconsueta autobiografia dattiloscritta offre anche un interessante spaccato psicologico di Tina. «Quando avevo nove anni mio padre emigrò negli Stati Uniti in cerca di lavoro. Per lunghi intervalli di molti mesi non ricevemmo da lui nessuna notizia né spedì soldi a casa per mancanza di lavoro. Ciò significa che dovevamo vivere praticamente di carità. All’età di 13 anni cominciai a lavorare e da quel momento in poi mi sono sempre guadagnata da vivere lavorando».

Nell’autobiografia del 1932 Tina si sentiva ancora una fotografa. «Considero la fotografia la mia professione perché è quella in cui ho lavorato più tempo e conosco tutte le fasi di questo lavoro». C’è però una nota conclusiva che fa pensare ad altre aspirazioni: «Conosco le seguenti lingue: italiano, spagnolo, inglese, nelle quali so scrivere e leggere. Inoltre conosco il tedesco e il francese, ma non correttamente e senza saperle scrivere».

Vittorio Vidali pensava da tempo che Tina fosse la persona ideale per il «lavoro segreto». Con il suo viso dolce e pulito, la sua eleganza naturale, la sua bella presenza poteva superare ogni confine. E per un agente segreto la fotografia era sempre più un lusso. «Questa rivoluzionaria italiana, artista straordinaria con la sua macchina fotografica, andò in URSS per fotografare la gente e i monumenti. Ma venne rapita dal ritmo incontenibile del socialismo in pieno fermento e gettò la macchina fotografica nel fiume di Mosca, promettendo di consacrare la propria vita al più umile lavoro del Partito comunista» scrisse nel 1974 Pablo Neruda, amico della Modotti. In realtà Tina, prima di entrare definitivamente nella nuova vita delle ombre, degli specchi, dei misteri e dei segreti non gettò «la macchina fotografica nel fiume di Mosca».

Il 13 giugno 1932 nella stanza che occupava nello squallido e polveroso Hotel Soyuznaya, dopo aver sistemato obiettivo ed esposizione della sua Leica, la porse ad Angelo Masutti un ragazzo sedicenne che aiutava Vidali a Soccorso Rosso dicendogli: «Prendila… e fammi una foto». Il giovane scattò con la Leica una prima foto in controluce e un’altra con Tina semigirata verso la finestra. E poi una terza di Tina con Vidali dall’aria stranamente protettiva. Angelo Masutti fece per restituirle la macchina fotografica, ma Tina lo fermò dicendogli: «Tienila». Era ormai convinta che «Il partito avesse sempre ragione». E come disse il regista Sergej Eisenstein, «aveva sacrificato l’arte per la politica».

Tina iniziò a svolgere missioni segrete in Spagna, Francia, Germania, portando soldi, documenti, ordini, direttive. L’affascinante ed elegante signora «bela y hermosa» arrivata dal Messico qualche anno prima piena di forza, era diventata una donna silenziosa, triste, spesso depressa. Allo scoppio della Guerra civile spagnola i fotografi Robert Capa, David Seymour e Gerda Taro la incitarono a tornare a fotografare. Ma Tina preferì il lavoro con le autoambulanze e negli ospedali con il nome di battaglia di «Vera Martini» e successivamente con lo pseudonimo di «Maria» tornò al lavoro segreto sempre più triste e spenta.

Non si sa se partecipò ai complotti, alle trappole che portarono alle uccisioni degli oppositori di Stalin, degli anarchici e dei comunisti antistalinisti di Andreu Nin del POUM, delle quali fu accusato più volte «il marito» Vittorio Vidali. Al momento della sconfitta delle forze repubblicane di Spagna era una donna esausta, sofferente, sconfitta. Era invecchiata precocemente. Tornò in Messico e visse ancora qualche anno sempre più stanca, sempre più triste, dilaniata dagli incubi del passato. Morì all’alba del 6 gennaio. Sola, su un taxi nelle vie di Mexico city, dopo una lite con Vidali. Era stata definitivamente fagocitata dalle persone per le quali aveva abbandonato la sua arte.

grazie a: il Manifesto, 8 marzo 2013