inizio rosso e giallo


Michael Connelly

Chissà come è venuto in mente a Michael Connelly, di Filadelfia, Pennsylvania, di chiamare il proprio personaggio principale come un pittore olandese del '500, Hieronymus Bosch, per fortuna detto Harry.
Nato nel 1956 e laureatosi in ingegneria, Connelly fa a lungo il giornalista, finchè non decide di dare un qualche seguito concreto alla propria vecchia passione per Chandler: The Black Echo è il suo primo romanzo, e lì, appunto, troviamo Bosch.
Che, diciamolo subito, è chandleriano fino al midollo, ma rapidamente si emancipa e assume una propria identità del tutto autonoma.
Per la nostra gioia di leggere libri intelligenti, scritti bene, con storie inquietanti e dolorose, ma percorse da quell'umorismo, a metà fra la terra e il cielo, che un occhio attento ha sicuramente colto nei quadri fiamminghi.

In vari romanzi i protagonisti principali agiscono insieme.

     

    Harry Bosch

  • La memoria del topo (The Black Echo, 1992), Hobby & Work, 1997; Piemme, 2003, 2013
  • Ghiaccio nero (The Black Ice, 1993), Piemme, 2002, 2010
  • La bionda di cemento (The Concrete Blonde, 1994), Piemme, 2003, 2007, 2015
  • L'ombra del coyote (The Last Coyote, 1995), Piemme, 2001, 2014
  • Musica dura (Trunk Music, 1997), Piemme, 2000, 2007, 2014
  • Il ragno (Angels Flight, 1999), Piemme, 1999, 2014
  • Il buio oltre la notte (A Darkness More Than Night, 2001), Piemme, 2002, 2013
  • La città delle ossa (City of Bones, 2002), Piemme, 2003, 2014
  • Lame di luce (Lost Light, 2003), Piemme, 2004, 2015
  • La ragazza di polvere (The Closers, 2005), Piemme, 2007, 2015
  • Il cerchio del lupo (Echo Park, 2006), Piemme, 2009
  • Cronaca Nera (Crime Beat: A Decade Of Covering Cops And Killers, 2006), Piemme, 2006, 2011
  • La città buia (The Overlook, 2007), Piemme, 2009
  • Il respiro del drago (Nine Dragons, 2009), Piemme, 2012, 2014
  • La caduta (The Drop, 2011) Piemme, 2014
  • La scatola nera (The Black Box, 2012) Piemme, 2015
  • La strategia di Bosch (The Burning Room, 2014) Piemme, 2016
  • Il passaggio (The Crossing, 2015) Piemme 2016
  • Il lato oscuro dell’addio (The Wrong Side Of Goodbye, 2015) Piemme 2018
  • Doppia verità (Two Kinds ofTruth, 2017) Piemme, 2019
  • La fiamma nel buio (The Night Fire, 2019), Piemme, 2020

    Mickey Haller

  • Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer, 2005), Piemme, 2008
  • La lista (The Brass Verdict)), Piemme, 2008
  • La svolta (The Reversal, 2010), Piemme, 2012
  • Il quinto testimone (The Fifth Witness, 2011) Piemme, 2014
  • Il Dio della colpa (The Gods of Guilt, 2013), Piemme, 2015
  • La legge dell'innocenza (The Law of Innocence, 2020) Piemme, 2020




    Renée Ballard

  • L'ultimo giro della notte (The Late Show, 2018), Piemme, 2018
  • La notte più lunga (Dark Sacred Night, 2018), Piemme, 2019
  • La fiamma nel buio (The Night Fire, 2019), Piemme, 2020


    Jack McEvoy


  • Il poeta (The Poet, 1996), Piemme, 1996
  • Il poeta è tornato (The Narrows, 2004), Piemme, 2006
  • L'uomo di paglia (The Scarecrow, 2009), Piemme, 2011
  • La morte è il mio mestiere (Fair Warning), Piemme, 2020


    altri

  • Debito di sangue (Blood Work, 1998), Piemme, 1999, 2014
  • Vuoto di luna (Void Moon, 2000), Piemme, 2000, 2014
  • Utente sconosciuto (Chasing the Dime, 2002), Piemme, 2005, 2015


Nel romanzo Il buio oltre la notte, Connelly si è divertito a far commentare causticamente il film ai suoi stessi personaggi, in un inconsueto mescolarsi di finzione e realtà.

 

Michael Connelly "intervista" Harry Bosch

Frontal Lobe, Hollywood Boulevard, L.A., 1 aprile 2002

La seguente intervista fra Harry Bosch e Michael Connelly è stata registrata a Los Angeles, in un internet café chiamato Frontal Lobe, il primo di aprile del 2002. Bosch ha acconsentito alla registrazione a patto che il pezzo fosse pubblicato senza tagli, in versione integrale. Per questo motivo, si consiglia vivamente di leggere l’intervista DOPO aver terminato la lettura di
La città delle ossa, in cui si parla dell’ultimo caso di Bosch. I commenti qui presenti contengono numerose rivelazioni che rischiano di rovinare la lettura del libro.

 

Harry Bosch: Ok, cosa vuoi sapere?

Michael Connelly: Prima di tutto, puoi dirmi che disco stiamo ascoltando?

HB: Cos'è, una specie di test? Credevo volessi fare conversazione.

MC: No, non è un test. Assomiglia alla musica che piace a te…

HB: È Frank Morgan. Il disco è Moon Indigo e questa canzone si chiama “Lullaby”. Ho superato la prova?

MC: Sì, grazie. Ora possiamo iniziare. Parliamo del tuo caso più recente: le ossa di quel ragazzino trovate sulla collina, a Laurel Canyon.

HB: Cosa ti interessa?

MC: Beh, ho avuto l’impressione che, mentre ci lavoravi, provassi una specie di senso di inutilità. Immagino che i poliziotti, dato che devono continuamente avere a che fare con il lato oscuro di una città e i suoi abitanti - chiamalo abisso, se preferisci - corrano il rischio di lasciarsi in qualche modo infettare da tutto quell’orrore. Mi piacerebbe sapere come ti relazioni con la consapevolezza che, per ogni omicidio risolto, ce ne sono altri che lo seguono, in un ciclo infinito. Cosa impedisce di rassegnarsi e di mollare tutto?

HB: Per prima cosa, non credo di aver avuto la tentazione di mollare tutto durante quel caso.

MC: Ho detto solo che mi è sembrato che ti sentissi un po’ inutile e frustrato, tutto qui.

HB: D’accordo, è una tua opinione. Forse tu eri frustrato e hai riversato su di me quelle sensazioni.

MC: Probabilmente è stato a causa dell’11 settembre. Uno degli effetti di una simile catastrofe è che, al confronto, tutto il resto sembra meno importante. Anche risolvere l’omicidio di un ragazzino, ormai dimenticato da tutti.

HB: Oppure scrivere un thriller.

MC: Stiamo parlando di te.

HB: Ascolta, ho sempre sostenuto che tutti siamo importanti, altrimenti non lo è nessuno. E questo vale sia per il ragazzino a Laurel Canyon che per ognuno di quelli che si trovavano al World Trade Center o al Pentagono o su quegli aerei. Non ho mai avuto nessun problema di frustrazione, né durante questo caso né durante tutti quelli che l’hanno preceduto.

MC: Cerco di spiegarmi meglio. C'è una differenza tra il modo in cui un poliziotto influisce su un caso e il modo in cui un caso può influenzare il poliziotto che se ne occupa. Mi è sembrato che quel caso ti abbia coinvolto più di quanto tu potessi immaginare, forse per la natura stessa dell’omicidio. Magari è anche una questione di tempistica, del momento particolare della tua vita in cui ti è capitato, con tutto quello che hai visto. Quando hai concluso l’indagine, ho avuto la netta impressione che ti avesse prosciugato.

HB: Non è come arrendersi e mollare, però.

MC: Vero, hai chiuso il caso, ma sembrava quasi che volessi farlo per chiudere la tua carriera. Suona meglio?

HB: Se intendi dire che ha concluso la mia carriera nella polizia di Los Angeles, la risposta è sì. Ma non sono finito, non mi sono arreso. Forse questo caso mi ha esaurito più degli altri, ma mi ha aiutato ad aprire gli occhi. Ho capito che non avevo più bisogno di tutto questo. Voglio dire, pensavo di aver bisogno del dipartimento e della vita da poliziotto, ma sono state proprio queste cose quelle che alla fine mi hanno fatto allontanare.

MC: Quindi lasci la polizia, ma non dimentichi lo scopo della tua vita.

HB: Proprio così. Pensavo di non poter avere l’uno senza l’altra, ma ora le cose sono cambiate.

MC: Cosa pensi di fare adesso, metterti mantello e cappuccio e appollaiarti sui tetti di notte, come un vendicatore mascherato?

HB: Molto spiritoso, credevo che fosse una conversazione seria. Se hai voglia di divertirti, perché non vai al cabaret?

MC: Scusa, non volevo fare una battuta. Cerco solo di immaginare i tuoi progetti futuri.

HB: Non ho progetti, sono piuttosto fatalista. Se deve accadere qualcosa, accadrà. Quando ho lasciato il dipartimento, mi sono portato a casa abbastanza materiale da tenermi occupato per tutta la vita, in caso ne abbia voglia.

MC: Materiale sui casi che ti ossessionano?

HB: Puoi dirlo forte. Mi ossessiona sapere che, là fuori, un criminale va in giro a piede libero perché non siamo riusciti a catturarlo. Fa parte della mia missione, mi sento in dovere di ascoltare i morti perché nessuno lo fa. Se non li ascolti, i loro fantasmi ti tormentano.

MC: Ho capito, quindi Harry Bosch non sparirà.

HB: Spero di no.

MC: Senti, è vero che hai fatto richiesta per ottenere una licenza da investigatore privato qui in California?

HB: Sì, è routine. Ogni poliziotto che conosco ne ha richiesta una, dopo un certo numero di anni di servizio. Non significa che poi cambi qualcosa, aiuta soltanto ad abituarsi alla separazione dei ruoli - prima dentro, poi fuori dall’ingranaggio.

MC: Ho sempre l’impressione che tu sia un outsider, anche se sei un veterano della polizia.

HB: Probabilmente lo ero. Il dipartimento, per me, era un mezzo per arrivare allo scopo. Ho sempre avuto la sensazione di partecipare, ma di non farne pienamente parte. Per molti anni sono stato convinto che lavorare al dipartimento mi avrebbe permesso di raggiungere lo scopo, che fosse l’unico modo. Adesso cerco altri modi per arrivare allo stesso risultato.

MC: Oltre alla licenza da investigatore privato?

HB: Ce ne sono pochi, a dire la verità. L’ufficio del Procuratore Distrettuale sta assemblando una squadra specializzata in casi irrisolti. Cercano gente con esperienza, gente che sappia come chiudere un caso. Potrei mandare il mio stato di servizio e vedere cosa succede. Ho alcuni amici là, che apprezzano le mie qualità.

MC: Anche il tuo carattere?

HB: Te l’ho detto, mi conoscono. L’unica domanda che devono farsi è: questo tizio può aiutarci a concludere un caso? Non credo che siano interessati a sapere se sono bravo a fare quattro chiacchiere in ufficio davanti alla macchinetta del caffè.

MC: Potrebbero badare ai metodi poco ortodossi, alla violazione di alcune regole.

HB: Vogliono risultati, ecco cosa importa. È l’unica cosa che conta, in questo mondo.

MC: Hai mai pensato di lasciare Los Angeles, per una donna o per qualsiasi altra ragione?

HB: No, è la mia città. Non la lascerei mai, da un’altra parte non saprei cosa fare.

MC: Riesci a esprimere a parole i tuoi sentimenti per Los Angeles? Cosa ti tiene qui, qual è la sua essenza per te?

HB: Penso che sia un discorso valido per tutti: è casa mia. Sai, ho visto tutto di questa città, alcune cose belle e altre - la maggior parte - brutte. È naturale, considerato il mio lavoro. Ma ho sempre la sensazione che in fondo il bene possa avere la meglio. Quindi credo che l’essenza sia la speranza. Io - come chiunque - spero che arrivi il giorno in cui le cose andranno davvero meglio, perché è possibile. La realtà, ovviamente, insegna che cè sempre qualcosa che va male. La sconfitta viene strappata dalle mani della vittoria, così dice il proverbio.

MC: Ironico, non credi?

HB: Ricordati che sono un poliziotto.

MC: Eri.

HB: Già, ero.

MC: Julia Brasher. Cosa mi dici di lei?

HB: Perché?

MC: Mi ha sempre affascinato. Cos’hai imparato da quell’esperienza?

HB: Probabilmente qualcosa che già sapevo, ma che era chiusa in fondo a un cassetto. La lezione è che non si conosce mai nessuno fino in fondo. Tutti abbiamo una stanza segreta in cui rifugiarci, dove non può entrare nessun altro. Ci sono dipinti appesi alle pareti, ma chi rimane fuori non li vedrà mai, sono del proprietario della stanza.

MC: Ma conoscevi Julia Brasher solo da un paio di settimane, in fondo. Cosa pensi delle coppie che stanno insieme da molto tempo? Credi che alla fine non arrivino a conoscersi perfettamente? Non hanno accesso alla stanza segreta del compagno?

HB: Stai scherzando? Sono proprio quelli che hanno più segreti.

MC: Sei un gran cinico.

HB: È vero, mi fa sentire vivo. Ho notato che porti la fede, sei sposato. Scommetto che hai anche dei figli.

MC: E allora?

HB: Anche tu hai dei segreti. Un mucchio di segreti. Neppure tua moglie e i tuoi figli li conoscono.

MC: Può darsi, ma siamo qui per parlare di te.

HB: La differenza è la stessa.

MC: D’accordo, parliamo di mogli allora. Dov'è ora Eleanor Wish?

HB: In questo momento non saprei dirtelo. Semplicemente, non c'è.

MC: La rivedrai?

HB: Credo di sì, almeno spero.

MC: Perché? È finita male tra voi due.

HB: Perché lei è LEI. Non importa cosa sia successo alla fine o durante il nostro rapporto. Mi rendo conto che è stata la sola relazione importante della mia vita. Eleanor è stata l’unica ad avvicinarsi alla soglia della mia stanza segreta, a vedere i dipinti sulle pareti. Non credo che capiterà con qualcun altro. Sono un convinto sostenitore del fatto che nella vita abbiamo un’unica occasione per fare centro. Sono certo che avrò altre donne - Julia - ma nessuna oltrepasserà la linea come ha fatto Eleanor.

MC: Oltrepassare la linea. È un termine militare, vero? Riferito al perimetro difensivo che circonda un campo. Quando un nemico lo supera, si dice che ha oltrepassato la linea, o mi sbaglio?

HB: Più o meno, perché?

MC: Niente, solo che mi sembrava uno sfortunato gioco di parole per descrivere una relazione d’amore. Sembra quasi che per te si tratti di andare in guerra, e che tu ti senta come il campo protetto dal perimetro.

HB: Sono solo parole, leggi troppo nel loro significato.

MC: Mi guadagno da vivere con le parole. Sono convinto che il loro significato vada oltre ciò che si dice. Pensi che non sarai mai felice con una donna?

HB: Non sarò mai il marito premuroso che torna a casa ogni sera alle sette, se è quello che intendi.

MC: Perché no?

HB: Non è nella mia natura. Non sarò mai un tipo del genere. All’inizio non me ne rendevo conto, poi sul lavoro ho aperto gli occhi. Non sono uno strizzacervelli, quindi tutto quello che posso dirti è che non potrei mai essere un tipo così. E le donne che frequento lo capiscono alla svelta. Anche Julia Brasher l’avrebbe scoperto, prima o poi.

MC: L’unica eccezione è stata Eleanor Wish.

HB: Esatto, e sai perché? Perché non ha mai cercato in me quell’aspetto. Mi voleva per come sono fatto. È così che ha oltrepassato la linea.

MC: E allora perché è finita male?

HB: Ascolta, non mi va di parlarne. L’intervista doveva essere sul mio lavoro, non sul mio matrimonio finito in pezzi.

MC: Ok, allora torniamo al tuo lavoro. Su quanti casi di omicidio hai indagato a Los Angeles?

HB: Non ne ho idea, centinaia.

MC: Credi che sia un posto migliore grazie al tuo impegno?

HB: Lo spero, penso di sì. Sai, è un’equazione matematica: il Male entra, il Male esce. Il mio mestiere riguardava la seconda metà, portare fuori il Male, sbarazzarsene. Se la si guarda in questi termini, allora sento di aver fatto molto per Los Angeles. C'è meno Male là fuori. A fine giornata, questo è l'unico pensiero che ti aiuta ad andare avanti quando fai un lavoro come il mio.

MC: Ora che sei fuori dal dipartimento a cosa aspiri?

HB: A vedere quel giorno migliore di cui parlavamo prima.

MC: Il paragone con l’equazione matematica è interessante. Che idea ti sei fatto del Male? Come ti inserisci nell’eterno dibattito in base al quale per alcuni il Male è una forza che semplicemente esiste e per altri invece è qualcosa che aumenta perché costantemente alimentato? Un sentimento che cresce nell’individuo, tanto quanto l’amore o la gioia.

HB: Il dibattito è eterno perché non esiste una risposta certa. Per quanto mi riguarda, credo di averla alternativamente pensata in tutti e due i modi. Certo, ho avuto a che fare con individui malvagi. In alcuni casi li ho conosciuti abbastanza per capire in quale punto della loro vita fosse entrato il Male, quale scelta li aveva condizionati e quali percorsi avevano intrapreso. Ma per ognuna di quelle persone ce ne sono anche altre che hanno il Male nello sguardo, lo vedi negli occhi, fa parte di loro e non c'è nessun modo di spiegare da dove sia arrivato. Non esiste un perché, è un mistero senza soluzione. Essere malvagi fa parte della loro natura. Ma devo confessarti che non rifletto molto su questo concetto. Per quanto mi riguarda, so che il Male esiste, la sua origine non m’interessa. Pensarci troppo può diventare un gioco pericoloso. La mia personale opinione dell’esistenza è che tutti noi veniamo al mondo con un’infinita capacità di amare e di odiare, di essere spaventati, soli e via dicendo. In genere, tutti questi ingredienti sono miscelati in modo equilibrato, come in un frullato. Non esiste un motivo che spieghi perché a volte il frullato riesce male. È una disputa accademica, sono discorsi da intellettuali. A me non interessano, mi accontento di ripulire il mondo da un po’ di quella malvagità.

MC: Quindi in un certo senso sei una specie di accalappiacani? Se nel quartiere gira un cane sciolto, non è importante sapere perché è sciolto, bisogna riportarlo al canile prima che morda qualcuno.

HB: Soprattutto i ragazzini. Nessuno vuole che i ragazzini vengano aggrediti da un cane feroce.

MC: Giusto, un cane feroce.

HB: Esatto. Mi piace come definizione, puoi considerarmi un accalappiacani. Non te lo rinfaccerò.

MC: Va bene.

HB: Altre domande?

MC: No, penso che possa bastare.

HB: Ok, allora. Ci si vede in giro.

Bosch si è alzato e si è incamminato verso l’uscita del Frontal Lobe.

Michael Connelly "intervista" Harry Bosch 2.

Frontal Lobe, Hollywood Boulevard, L.A., 25 marzo 2005

Questa intervista tra Michael Connelly e Harry Bosch ha avuto luogo il 25 marzo del 2005, in un internet café su Hollywood Boulevard chiamato Frontal Lobe. Come da sua abitudine, Bosch ha insistito perché l’intervista fosse registrata, trascritta e pubblicata senza alcun taglio.

 

Michael Connelly: Ok, il registratore è partito.

Harry Bosch: Questo è lo stesso locale dove mi hai intervistato l’altra volta, giusto?

MC: Mi sembra di sì. È stato tre anni fa. Non ti piace?

HB: Non lo so. Tutti questi computer… mi fanno sentire come il Generale Custer, da solo davanti a un’impresa impossibile.

MC: Circondato dal nemico, vuoi dire.

HB: Non è nel mio stile, tutto qui.

MC: D’accordo, non siamo obbligati a rimanere. Preferisci andare da Musso?

HB: No. Non si va da Musso per il caffè, ed è troppo presto per un martini.

MC: Soprattutto ora che sei tornato in servizio, con tutte le responsabilità che derivano dall’avere di nuovo il distintivo.

HB: Più o meno.

MC: È proprio quello di cui volevo parlare. Hai lasciato la polizia tre anni fa, se ti ricordi è stato l’argomento della scorsa intervista. Ma ora hai cambiato idea, comè successo? Cosa ti ha spinto a tornare in servizio?

HB: Il come è la parte più semplice da spiegare. Il dipartimento può richiamare in servizio un detective entro il terzo anno dal suo pensionamento. Diciamo che mi è stato ricordato al momento giusto, così ho fatto richiesta ed eccomi qui.

MC: E il perché?

HB: È più complicato, è difficile trovare le parole esatte.

MC: Ho sentito dire che hai raccontato a un collega di aver cominciato a zoppicare quando sei andato in pensione. Non riuscivi a mantenere l’equilibrio perché non eri abituato a camminare senza il peso della pistola che ti bilanciava. È vero?

HB: Certo, è vero, ma forse l’ho detto perché non ero riuscito a trovare le parole esatte.

MC: E ora?

HB: Beh, se credi che io abbia un talento e uno scopo specifici nella vita, allora puoi anche capire perché rientrare in servizio sia il modo migliore per onorarli. Quello che voglio dire è semplice: ho fatto uno sbaglio ad andare in pensione. Ho mollato la Divisione Hollywood dopo un caso particolarmente difficile e frustrante. Sono uscito dall’ufficio con una scatola piena di scartoffie legate a casi ancora aperti, convinto che avrei passato il resto dei miei giorni a studiarli. Pensavo che mi sarebbe bastato.

MC: Ti capisco, hai…

HB: Forse non mi sono espresso bene. Hai mai visto Ride the High Country? È uno dei primi film di Peckinpah, se ricordo bene. A un certo punto, il protagonista confessa che tutto ciò che chiede alla vita è di tornare a casa e sentirsi nel giusto. Non è la frase precisa, non me la ricordo, ma il concetto è quello: alla fine della giornata, voleva entrare in casa e sentirsi nel giusto.

MC: Quindi tu sei tornato in polizia per sentirti nel giusto?

HB: Esatto, è una cosa cui aspirano tutti e che mi mancava. Ho risolto qualcuno dei casi che mi sono portato a casa, ma non mi sentivo in sintonia con ciò che stavo facendo. Capisci? Te l’avevo detto, è difficile trovare le parole esatte.

MC: Sentirsi nel giusto…

HB: Già…

MC: Quanto tempo fa hai visto il film?

HB: Oh, parecchio. Ero sul Sanctuary.

MC: Non capisco…

HB: Il Sanctuary era una nave ospedale dell’esercito dove fui ricoverato, nel mar della Cina. Saranno passati trentacinque anni, ormai. Ero stato ferito in un tunnel a Cu Chi, così passai tre settimane a bordo. Quasi tutte le sere proiettavano dei film sul ponte. La maggior parte dei titoli erano vecchi di qualche anno e fu in quell’occasione che vidi Ride the High Country. Molti di noi rimasero colpiti da quella frase del protagonista, quella sul sentirsi nel giusto.

MC: Quindi il tuo scopo nella vita è sentirti in pace con te stesso, ed è anche ciò che ti ha spinto a rientrare in polizia.

HB: La mia vita è fatta di molte cose, come quella di tutti. Ma quando ho lasciato il dipartimento e mi sono dedicato ai casi irrisolti, ho sentito un vuoto.

MC: Prima hai detto di aver risolto alcuni dei tuoi vecchi casi, neanche quei successi ti appagavano?

HB: Certo, ma non era la stessa cosa. Avevo la sensazione di farlo solo per me stesso, come se volessi mettermi a capo delle operazioni.

MC: Cosa vuoi dire?

HB: Te l’avevo detto, è difficile capire, neanch’io credo di saperlo esattamente. Tutto quello che ti posso dire è che lavoravo su casi irrisolti senza indossare il distintivo, e la cosa mi faceva sentire un egoista, pronto all’autoindulgenza. Mi sembrava di essere come un ragazzino che torna a casa con il pallone tra le braccia perché i suoi compagni di squadra non gli hanno fatto abbastanza passaggi. Si porta via la palla e rovina la partita a tutti. Risolvere i casi aperti da casa non era la soluzione migliore per utilizzare il mio…

MC: Intuito?

HB: Più o meno, ma non credo che sia il termine adatto.

MC: Talento?

HB: No, neanche.

MC: Scopo?

HB: Sì, si avvicina di più, il mio scopo. So di avere uno scopo, una missione… e so che dirlo ad alta voce è ridicolo. Infatti, credo di non averlo mai fatto prima, ma ci ho riflettuto molto. Parlo sul serio. Ho una missione in questa vita, uno scopo, e mi sono accorto che non l’avrei portato a termine da casa, con il mio scatolone di casi irrisolti. Per onorare lo scopo e proseguire la missione, l’unica soluzione era rientrare in servizio. E mentre ci pensavo mi capitò l’occasione per farlo.

MC: Questo ci porta alla Squadra Casi Irrisolti.

HB: Esattamente. C’era un posto vacante nella squadra, e quando ci sono entrato mi sono reso conto che non avrei potuto avere un’occasione migliore.

MC: Parlami della squadra.

HB: La nostra specialità è chiudere i casi ancora aperti, quelli che nessuno è riuscito a risolvere. Sia il capo della polizia che il nostro responsabile sono convinti che sia la squadra più importante del dipartimento, perché abbiamo una missione, non ci dimentichiamo dei casi aperti. Una città che si dimentica delle proprie vittime non è una città, ma un luogo perduto. Almeno è quello che sostengono loro.

MC: E tu ci credi?

HB: Sì.

MC: Cosa c'è di particolare in questa squadra?

HB: Nulla, se non il fatto che siamo tutti consapevoli di questo scopo. Ma non è questo il segreto del nostro successo, è la scienza. Adottiamo e sfruttiamo al massimo una tecnologia che, all’epoca in cui i crimini sono stati commessi, non era disponibile.

MC: Quindi sono migliorate le tecniche di investigazione e la tecnologia, non si tratta di sopperire a casi di incompetenza nelle indagini precedenti.

HB: Non è certo da me che sentirai critiche contro altri poliziotti, critiche sul lavoro svolto. D’altra parte, io stesso ho un anno per dimostrare al capo di essere all’altezza del compito, sono un riciclato in fondo. Non sarà certo questa intervista a fornire al mio capo delle scuse per sbattermi fuori.

MC: Hai detto riciclato?

HB: È così che i colleghi chiamano i detective tornati in servizio.

MC: Davvero molto teneri. Devono amare molto i tipi come te.

HB: Non ci ho mai pensato.

MC: Ho capito. Parliamo delle indagini. Immagino sia diverso rispetto a risolvere un caso appena aperto. Voglio dire, un’indagine fresca.

HB: Noi usiamo il termine "corpi freschi". La squadra si occupa di vecchi omicidi, una volta li chiamavamo "corpi freddi". Poi il capo ha deciso di non usare più questa definizione, perché nel LAPD i casi non dovrebbero mai raffreddarsi.

MC: Detto così, sembra quasi uno slogan propagandistico. Se non ti piace qualcosa, allora chiamala in un altro modo, così non offendi nessuno. Giusto?

HB: No comment.

MC: Già, dimenticavo: sei ancora in prova. Allora, puoi spiegarmi in che senso sono diversi i casi irrisolti rispetto a quelli su cui lavoravi prima?

HB: Beh, ci sono due aspetti da considerare. Primo, hai a che fare con piste abbandonate, sia la gente che i luoghi cambiano con il passare del tempo. Le persone si trasferiscono, i luoghi del delitto vengono seppelliti dal cemento. È più difficile recuperare le tracce. Anche le persone coinvolte sono diverse. In un caso appena aperto, puoi contare sulla collaborazione delle famiglie. Nei casi irrisolti devi confrontarti con l’effetto a lungo termine provocato da una morte violenta in una famiglia, o in singoli individui. Anche per me è un’esperienza nuova, e credo sia questo l’aspetto più complicato con cui relazionarsi. Ti posso assicurare che sono particolarmente legato a questi casi.

MC: Quindi pensi di rimanere in giro?

HB: Esattamente.

MC: Ti senti nel giusto?

HB: Decisamente sì.

MC: Bene, mi fa piacere. Penso che per il momento basti così, spengo il registratore. Ci vediamo in giro.

Fine del nastro.

interviste tratte da: michaelconnelly.it

michaelconnelly.com