inizio rosso e giallo

Hercule Poirot

"Belga, non francese, belga!"
Il tono è in genere stizzito, talvolta rassegnato dalla grossolanità di inglesi che non capiscono la differenza, certamente infastidito dall'inaudita stravaganza secondo cui qualcuno ancora ignora chi sia esattamente il detective più brillante del mondo.
Mais Hercule Poirot, naturellement.

Sì, ma quanta dolce perfidia in Dame Agatha nel dipingere questo ometto impomatato, pieno di manie, supponente, elegante fino al ridicolo...
Che pure riesce ad essere simpatico, nel suo netto scostarsi dal cliché dell'investigatore magari acuto (S.H.) sensibile (Archer) umano (Spade) paziente (Maigret) esigente (Wolfe) disincantato (Marlowe) ma sempre - con l'ovvia eccezione dell'immobile Nero - pronto all'azione.
Con Poirot sono le celluline grige a contare, il resto non è che volgare esibizionismo.
E almeno questo bisogna riconoscerlo alla Christie: non era certo talentuosa nello scrivere, sul piano intellettuale era decisamente modesta, il suo conformismo borghese riesce ad essere imbarazzante, eppure nessuno come lei (a parte l'altrettanto reazionario John Dickson Carr) ha saputo ordire trame delittuose così complesse e affascinanti.
...E poi non rimase nessuno (conosciuto anche come Dieci piccoli indiani anche se l'originale era Ten Little Niggers, ma questo titolo risultò non essere troppo politically correct) resta un capolavoro assoluto, al pari di L'assassinio di Roger Ackroyd e Assassinio sull'Orient Express e di molti altri romanzi della Christie.

I lettori di Poirot (tanti, tantissimi: tra gli scrittori in lingua inglese Agatha Christie è seconda solo a Shakespeare! Per non parlare delle decine di milioni di copie vendute nelle altre lingue) almeno nella seconda metà del '900, hanno oltre a tutto avuto una gradevole sorpresa: le trasposizioni televisive e cinematografiche sono state in genere più che dignitose, con alcune punte davvero notevoli (ad esempio Assassinio sull'Orient Express di Sidney Lumet, del 1974, con un cast strepitoso: Albert Finney, Richard Widmark, Ingrid Bergman, Laureen Bacall, John Gielgud, Jacqueline Bisset, Sean Connery, Anthony Perkins, Vanessa Redgrave, Martin Balsam, Colin Blakely, Jean Pierre Cassel, Wendy Hiller).

Già, e allora non si può sfuggire al futile ma cruciale interrogativo: qual è stato il miglior Poirot? Albert Finney, probabilmente, ma anche Peter Ustinov e il televisivo David Suchet (che ha portato sul piccolo schermo tutte le indagini di Poirot) erano niente male. Ovviamente la cosa è irrilevante, ma perché non subire allegramente il gioco dell'immedesimazione tipico del poliziesco, o quello ancora più frivolo del dare i voti? E non trascurabile, soprattutto per gli italiani, il ruolo - come sempre ambiguo e stimolante - svolto dai doppiatori, tenendo anche conto della questione dell'accento francese (o belga?). Nel bravissimo Ustinov (Antonio Guidi) riconosciamo la voce del secondo Tenente Colombo, ma in quella del superlativo Finney (Giuseppe Rinaldi) ritroviamo addirittura Jack Lemmon, Marlon Brando, Paul Newman, Peter Sellers, Rock Hudson, e tanti altri...


Ma, a proposito di voci autorevoli, diamo la parola a chi di gialli se ne intende davvero, cioè Lia Volpatti (da: C'era una volta Agatha, Mondadori, 1984):

Anno 1920: The Mysterious Affair at Styles (Poirot a Styles Court). Anno 1975: Curtain, Poirot's Last Case (Sipario). Due date storiche per la narrativa gialla. Anno di nascita e anno di morte del personaggio più famoso creato dalla fantasia della regina del brivido. Hercule Poirot, cinquantacinque anni dopo, va a morire (morire ammazzato, per la precisione, dalla sua stessa creatrice) là dove era nato: Styles Court. È l'ultimo delitto commesso da Agatha, che del suo strano omino dalla intelligenza mostruosa evidentemente non ne poteva più. Una voglia segreta che, forse, covava da anni, un gesto definitivo di coraggio che nemmeno Conan Doyle era riuscito a portare fino in fondo con il suo Sherlock Holmes.

Ma ripartiamo dall'inizio di questa lunga storia, durata trentatre romanzi. Correva l'anno 1920. La Christie sta scrivendo, un po' per diletto, un po' per scommessa con la sorella, il suo primo poliziesco. E nessuno a quel tempo, nemmeno lei stessa. poteva immaginare che si stava aprendo una diga. Tracciate quindi a grandi linee il frame del romanzo, abbozzati i personaggi principali, restava il problema dell'investigatore. "Era un bel problema" confessa Agatha nella sua autobiografia "Passai in rassegna tutti quelli che, incontrati nel corso delle mie letture, avevano suscitato la mia ammirazione. C'era Sherlock Holmes, il principe degli investigatori, che non sarei mai riuscita ad imitare. C'era Arsenio Lupin, ma non era forse criminale? Comunque non era il mio genere. C'era il giovane giornalista Rouletabille, eroe del Mistero della camera gialla, ecco, mi sarebbe piaciuto creare qualcosa del genere, un personaggio nuovo, a cui nessuno aveva ancora pensato. E chi dunque? Uno studente? Tutt'altro che facile. Uno scienziato? Cosa ne sapevo degli scienziati?
Poi mi vennero in mente i rifugiati belgi, quelli che vivevano nella parrocchia di Tor. Al loro arrivo erano stati accolti dalla simpatia generale ed erano stati colmati di gentilezze... E perché non un investigatore belga? Dopo tutto gli espatriati erano persone di vario genere, tra le quali avrebbe potuto benissimo esserci un funzionario di polizia, in pensione, non troppo giovane... Comunque l'idea mi piacque e lasciai quindi che il personaggio si configurasse in me con sempre maggiore chiarezza. Doveva essere un ispettore per avere una buona conoscenza del crimine. Doveva anche essere meticoloso e ordinato, decisi, mentre mi affaccendavo a raccattare una serie di oggetti che avevo seminato nella mia stanza. Un omino preciso, con la mania dell'ordine, della simmetria e una netta propensione per le forme quadrate piuttosto che per quelle tonde. E poi molto intelligente, con il cervello pieno di piccole cellule di materia grigia ...ah, che bella frase, non dovevo dimenticarla.
Bisognava anche che avesse un nome importante, un nome che non sarebbe sfigurato nella famiglia degli Holmes. Già, perché loro quanto a nomi... Come si chiamava il fratello di Sherlock? Mycroft, nientemeno. E se l'avessi chiamato Hercules? Hercules mi parve un ottimo nome per un omino così. Trovargli un cognome era più difficile. Non so assolutamente perché scelsi Poirot, se fu una folgorazione o se lo lessi su qualche giornale. Comunque mi parve buono, anche se non si legava bene con Hercules. E se fosse stato Hercule? Hercule Poirot... perfetto. Grazie a Dio, era fatta..."
Era fatta, sì.

E veniamo alle descrizioni più particolareggiate. Poirot "era un tipo che a vederlo era difficile non ridergli in faccia. Pareva una macchietta da teatro o da cinematografo. Alto poco più di un metro e mezzo, grassoccio, piuttosto anziano, con un enorme paio di baffi e una testa simile a un uovo..." È una delle descrizioni più benevole di cui è gratificato Poirot da parte della sua autrice, che è stata la prima a cercare di ironizzare su di lui. Troppo tardi, forse. Dall'uovo a lungo covato, era scaturita la creatura con la testa a uovo decisa e sicura di conquistare il mondo. Nonostante i suoi tic. Nonostante le sue assurdità. Poirot parla il francese come insegnano le grammatiche, infatti è belga, e l'inglese che è un'esatta traduzione del francese, con strani intercalari nella lingua d'origine. Sapristi... nom, d'un nom, d'un nom sono le sue espressioni favorite. Ovunque si presenta ha il torto, o il pregio, insomma il vezzo, di rivelarsi straniero, ma straniero non tanto perché è belga, quanto perché intelligente, sovranamente convinto della propria sovrana intelligenza. "I miei migliori amici sostengono che sono pieno di me" dice Poirot sgranando gli occhi verdi. "Ebbene, conosco la mia abilità... Ho sistemi tutti miei: ordine, metodo, celluline grige..."
Straniero al mondo di deficienti in cui ha scelto di avventurarsi, è talmente sovranamente convinto della propria sovrana inimitabilità, oltre che della propria sovrana intelligenza, da elargire generosamente le proprie sovrane ricette. "L'investigatore non è necessariamente un uomo che si appiccica ad una barba falsa e si nasconde negli angoli bui... Questa roba è vieux jeu, buona per gli infimi rappresentanti della mia classe... Non ci si può occupare del crimine senza tener conto della psicologia... Non è tanto il delitto in se stesso che mi interessa, quanto ciò che si nasconde dietro... si può arrivare alla soluzione stando seduti in poltrona con gli occhi chiusi, perché così si vede con gli occhi della mente... È rarissimo che qualcuno compia un'azione che non sia nel suo carattere, e questo diventa monotono, alla fine... La natura umana si ripete più di quanto si crede abitualmente... Chiudete le valvole di sicurezza del vostro contegno naturale e presto o tardi la caldaia scoppierà, provocando un disastro... Il lupo si traveste da agnello ma la tartaruga può battere la lepre e a me interessa arrivare alla verità, non importa quando... Se qui c'è un sentimentale, quello non sono io, io mi accontento di essere logico, non mi piace L'inspiegabile e finisco sempre per spiegarlo..."
Sovrane ricette elargite generosamente (chi riuscirà mai ad applicarle rigorosamente, a imitare lui, l'inimitabile?). Poirot in saccenteria si batte con rischio di primato persino con due altri infallibili del poliziesco tradizionale, Sherlock Holmes e Philo Vance. E la sua autrice, Agatha Christie, appena può (alle spalle o addirittura in faccia) lo prende in giro, lo prende in giro nei particolari: la pomposità, il contrasto tra la pomposità e il fisico meschino, l'eleganza:, insomma fa di tutto perché Poirot risulti (come lei stessa lo definisce) ridicolo. Il pubblico, si sa, tollera gli idoli sino a un certo punto, ha un limite di tolleranza: quando un eroe esagera nell'aver sempre ragione, il pubblico comincia a provare invidia, gelosia, desiderio di vendetta. Per stare a lungo sul piedistallo l'eroe deve presentare qualche pecca che lo riveli umano. Agatha Christie è furba, maltratta il suo eroe nei particolari, e così è libera di esaltarlo nel complesso. Per Poirot sarebbe molto peggio se la sua autrice lo descrivesse come bello e aitante (e magari anche giovane) per poi farlo fallire miseramente nelle indagini. No, Agatha Christie conosce bene il modo (anzi, i modi) d'imbrogliare le carte, di barare.
"Ci sono alcuni momenti umilianti nella vita dei grandi uomini. È stato detto che nessuno è un eroe agli occhi del suo cameriere. Si può agiungere che nessuno si sente un eroe quando si trova dal dentista. Poirot ne era profondamente convinto. Aveva, di solito, una buona opinione di sé; ma, per li momento, si sentiva ben piccolo. Non era che un uomo come altri, un povero terrorizzato dall'idea di sedersi nella poltrona del dentista..."
Agatha Christie, a esempio, è capace d'insistere, di andare avanti così per un pezzo, facendoci apparire il suo eroe nella più sfavorevole delle situazioni (una situazione in cui la stima di se stessi serve poco, anzi, caso mai, serve ad aumentare le responsabilità per il contegno e le conseguenze di I tensione e sofferenza) e favorendo sfacciatamente l'occasionale antagonista. "Siete comodo..." domanda il dentista con un "orribile buon umore". Poirot risponde di sì con "voce sepolcrale". Seguono battute e risposte del genere, poi il dentista prende il trapano, inizia la sua "spaventosa bisogna". "Poirot fece una smorfia, emise qualche sommesso gemito, ma, nell'insieme, si comportò onorevolmente..." assicura malignamente l'autrice, e il lettore ha proprio l'impressione di ricevere la resa a discrezione dell'eroe (gli altri sulla poltrona del dentista, o sul divanetto dello psicanalista, sono ridicoli, noi mai, è ovvio).
Agatha Christie ha raggiunto il suo intento, però la cosa non finisce qui. Infatti, poco dopo questa seduta, il dentista sarà diabolicamente ucciso e Poirot si prenderà la sua rivalsa, districando il mistero come solo lui è in grado di fare. Insomma. Agatha Christie ha barato: perché la bravura di Poirot potesse splendere maggiormente, ha cominciato con il presentarcelo in difficoltà banali, e ha calcato queste difficoltà temporanee ("orribile buon umore", "voce sepolcrale", "spaventosa bisogna", ecc.) proprio in vista dell'esaltazione finale.
Ma tanto per non venir meno alla migliore tradizione della narrativa poliziesca, anche Poirot, per brillare meglio, aveva bisogno di aver vicino un Watson-cronista-delle-sue-imprese, una spalla un po' opaca e ottusa. Ed ecco il capitano Hastings, personaggio, come la Christie stessa definisce "stereotipato ma perfettamente complementare a Poirot". Anche lui fa il suo ingresso sulle scene con Poirot a Styles Court, anche lui con Curtain finisce di raccontare storie, ma non muore, no, Hastings ha avuto la grazia finale. Hastings è l'inglese per antonomasia, corretto, impeccabile di ottimi sentimenti, e di non eccezionale intelletto. In un suo famoso saggio sulla letteratura poliziesca Howard Haycraft lo definisce il più stupido di tutti i moderni Watson. "Lei Hastings è per me un amico prezioso" gli dice in un certo libro Poirot "e spesso devo proprio a lei il successo delle mie indagini... Lei è il prototipo dell'uomo sano, equilibrato, normale insomma. E sa cosa significa questo per me? Un controllo. E mi spiego subito. Qual è la preoccupazionedel delinquente? Farla franca. Chi tende a ingannare? L'uomo onesto, equilibrato, di intelligenza mediocre, l'uomo normale... È per questo, appunto che lei, Hastings mi è prezioso. Indispensabile. Perché in lei vedo riflesso come in uno specchio ciò che il delinquente aspira a farmi credere..." E Hastings incassa. Non batte ciglio. Adora il suo idolo e l'altro, superbo, orgoglioso, supponente e ammalato di civetteria incalza: "... avevo un amico" (Poirot sta per svelare finalmente chi ha ucciso Roger Ackroyd, una delle sue imprese più memorabili in cui ha operato da solo perché Hastings era stato spedito dall'autrice temporaneamente in Argentina) "...avevo un amico che per molti anni è stato al mio fianco. Per quanto fosse a volte di una imbecillità commovente, mi era molto caro... sento la mancanza persino della sua stupidità."
Ma la corte del piccolo re dagli occhi di gatto, dalla testa a uovo, dai baffi impomatati, non è ancora completa. C'è un maggiordomo-cameriere personale di nome George, impassibile, silenzioso, elegante, una specie di Jeeves, insomma, che non si meraviglia mai di niente e che prende le stramberie del suo padrone come fatti perfettamente normali. C'è una segretaria, Miss Lemon, perfetta, ordinalissima, efficiente, che scrive lettere che sembrano stampate, che non sbaglia mai una battuta, anche lei imperturbabile, conscia soltanto del ruolo di essere alle dipendenze di un uomo tanto "grande". C'è l'ispettore Japp, funzionario di Scotland Yard, sempre diffidente e ironico sui metodi adottati da Poirot e alla fine sempre battuto. E infine c'è Ariadne Oliver, l'amica scrittrice di romanzi gialli che crede di poter risolvere qualche caso creando confusioni inenarrabili. È un donnone alto e grosso, è una infaticabile divoratrice di mele, è Agatha stessa, insomma, Agatha in un ironica auto-caricatura, Agatha che non ha saputo resistere alla tentazione di vivere qualche avventura accanto alla sua odiosamata creatura."

Questo è Poirot uomo. Vediamo ora l'infallibile detective. Il suo metodo di indagine si precisa subito nel primo caso, cioè Poirot a Styles Court, quando un agitatissimo e balbettante Hastings si precipita a casa sua per pregarlo di intervenire a risolvere un mistero. Mentre Hastings gli riassume concitato i fatti, Poirot si fa «una attenta e accurata toilette», si aliiscia i famosi baffi. Dopo aver ascoltato il confuso racconto di Hastings chiede, sereno: «Avete un po' le idee confuse, vero? Calma, mon ami. È abbastanza naturale essere eccitati. Fra poco sistemeremo con ordine i fatti, ognuno al proprio posto. Passeremo in esame i vari elementi e scarteremo quelli che non c'entrano. Terremo da parte quelli più importanti. Quelli inutili, invece, puf...» sbuffò in modo decisamente comico «li soffieremo via». E quando Hastings replica sulla difficoltà di distinguere i fatti importanti da quelli superflui lui prosegue: «Voyons! Un fatto ne provoca un altro e via di seguito. Il secondo collima col primo? A merveille! Bene, si può procedere. E quest'altro particolare? Ah, guarda che strano. Manca un anello alla catena. Esaminiamo. Cerchiamo... Attenzione! Rischia grosso l'investigatore che dice: "È un particolare tanto piccolo che non serve a nulla. Dimentichiamolo." In questo modo si generano cofusioni. Ogni dettaglio ha la sua importanza...».

Ecco dunque una tecnica, una metodologia di detection, con la sua bella cornice di esagerato manierismo, di frasi che richiedono per forza punti esclamativi, di un certo tipo di comicità che però alla fine, ecco il punto, si rivela essenziale perché contribuisce a far sottovalutare, da parte del colpevole, l'intelligenza di colui che dovrebbe smascherarlo.
Poirot, quindi, nonostante tutti i suoi tic di maniera è decisamente intelligente, sa e non fa il minimo sforzo per negarlo. «Ho il vizio di aver sempre ragione... ma non me ne faccio un vanto... sono modesto!» E questa sua intelligenza si rivela, in tutta la sua perfetta lucidità e coerenza, capacità di analisi e di sintesi, di norma, nella scena finale quando, dopo aver riuniti tutti i personaggi coinvolti nel caso, il piccolo Poirot, ineffabile, dolce, garbato e astuto come una volpe, fa la sua conferenza stampa, il suo show personale e finale; compie il suo estremo gesto di giustizia (o di vendetta) verso coloro che hanno riso di lui e implacabile, serio, improvvisamente severo, con gli occhi verdi che mandano freddi bagliori, guizzi, scintille e ammiccamenti, punta inesorabile l'indice contro il colpevole, dopo aver giocato a suo agio con lui, proprio come il gatto fa col topo.
È il momento del trionfo, è il momento in cui la sua immodestia ha una ragione di essere, il momento in cui il suo aspetto comico esige ammirazione e plauso. L'omino svizzero degli orologi ricostruisce il meccanismo dopo averlo smontato e rimette i pezzi al posto giusto, uno dopo l'altro, in forza di una logica che non fa una ruga. Per ogni gesto compiuto c'è una spiegazione. Per ogni dettaglio una chiarificazione. Per ogni colpevole una condanna. Salvo qualche rara eccezione, come quando la vittima (vedi Assassinio sull'Orient Express) è più carnefice che vittima. E allora il senso di giustizia di Poirot è del tutto personale: in un rigurgito di suprema superbia, decide che il cielo (o la giustizia umana) può attendere.

 

qui una galleria d'immagini:

 

Le magnifiche copertine di F. Pintér degli Omnibus Gialli Mondadori:




Le traduzioni italiane hanno avuto numerosissime edizioni. Qui ne segnaliamo solo alcune (più o meno la prima e l'ultima ed. Mondadori):

  • Poirot a Styles Court (The Mysterious Affair at Styles, 1920) 1974, 2011
  • Aiuto, Poirot (The Murder on the Links, 1923) 1934, 2003
  • Hercule Poirot indaga (Poirot Investigates, 1924) 1981, 2007
  • Dalle nove alle dieci (The murder of Roger Ackroyd, 1926) 1930, 1987, o L'assassinio di Roger Ackroyd, 1975, 2013
  • Poirot e i quattro (The Big Four, 1927) 1939, 2012
  • Il mistero del treno azzurro (The Mystery of the Blue Train, 1928) 1935, 1936, 2013
  • Caffè nero (Black Coffee, 1929) 1991, 2007
  • Il pericolo senza nome (Peril at the End House, 1932) 1933, 2013
  • Se morisse mio marito (Lord Edgware Dies, 1933) 1935, 2011
  • La dama velata e altre storie (The Call of Wings; The Chocolate Box, ecc.) 1932, 2004
  • Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express, 1934) 1935, 2014
  • Tragedia in tre atti (Three act tragedy, 1934) 1937, 2007
  • Delitto in cielo (Death in the clouds, 1935) 1036, 2010
  • La serie infernale (The A.B.C. murders, 1936) 1937, 2008
  • Non c'è più scampo o Assassinio in Mesopotamia (Murder in Mesopotamia, 1936) 1938, 2008
  • Carte in tavola (Cards on the Table, 1936) 1938, 2011
  • Poirot sul Nilo (Death on the Nile, 1937) 1937, 2012
  • Due mesi dopo (Dumb Witness, 1937) 1938, 2010; o Delitto nei Mews, 1995
  • Quattro casi per Hercule Poirot (Murder in the Mews, 1937) 1981, 2010
  • La domatrice (Appointment with Death, 1938) 1939, 2011
  • Il Natale di Poirot (Hercule Poirot's Christmas, 1938) 1940, 2010
  • La parola alla difesa (Sad cypress, 1940) 1938, 2013
  • Poirot non sbaglia (One, two, buckle my shoe, 1940) 1965, 2012
  • Corpi al sole (Evil under the sun, 1941) 1947, 2013
  • Il ritratto di Elsa Greer (Five little pigs, 1943) 1946, 2009
  • Poirot e la salma (The Hollow, 1946) 1951, 2010
  • Le fatiche di Hercule (The labours of Hercules, 1947) 1981, 2012
  • Alla deriva (Taken at the flood, 1948) 1951, 2012
  • Il mondo di Hercule Poirot (The Under Dog and Other Stories, 1951) 1981, 2012
  • Fermate il boia (Mrs McGinty's dead, 1952) 1953, 2011
  • Dopo le esequie (After the funeral, 1953) 1954, 2011
  • Poirot si annoia (Hickory Dickory Dock, 1955) 1956, 2013
  • La sagra del delitto (Dead man's folly, 1956) 1957, 2013
  • Macabro quiz (Cat among the pigeons, 1959) 1960, 2011
  • Sfida a Poirot (The clocks, 1963) 1964, 2012
  • Sono un'assassina? (Third girl, 1966) 1969, 2012
  • Poirot e la strage degli innocenti (Hallowe'en party, 1969) 1970, 2013
  • Gli elefanti hanno buona memoria (Elephants can remember, 1972) 1973, 2013
  • I primi casi di Poirot (Poirot's early cases, 1974) 1977, 2013
  • Sipario: l'ultima avventura di Poirot (Curtain: Poirot's Last Case, 1975) 1975, 1989, 2000, 2011



    tra le prime edizioni:

  • Poirot a Styles Court (titolo che l'imbecillità editoriale ha tradotto in ben nove modi diversi): Omicidio premeditato, Gialli classici Mediolanum, 1932; Un delitto misterioso a Stylen [sic] Court, Romanzi Gialli Mediolanum, 1932; Il misterioso 'Affare Styles', Alfa, 1932; Il misterioso affare di Styles, Argo, 1933; L'affare misterioso di Styles, Impero, 1938, in Giallissimo; L'affare misterioso di Styles, Argo, 1940; L'affare misterioso di Styles, i Gialli Moderni, 1940; L'affare misterioso di Styles, Impero, 1942
  • Dalle nove alle dieci: Chi è l'assassino?, Gialli Moderni Impero, 1936
  • Il mistero del treno azzurro, Mondadori, Il cerchio Verde, 1935