inizio rosso e giallo


John Banville


John Banville è nato a Wexford, in Irlanda, nel 1945 e vive attualmente a Dublino. A poco più di vent’anni entra nel mondo del giornalismo e tra il 1988 e il 1999 è stato il critico letterario dell'Irish Times. Ha pubblicato il suo primo libro, Long Lankin, nel 1970 ed è considerato un vero "maestro di stile" della lingua inglese (ma sull'espressione "lingua inglese" lui avrebbe molto da eccepire): i suoi romanzi sono perfetti esempi di equilibrio tra una scrittura precisa e raffinata e un sottile umorismo nero.
Ha usato anche lo pseudonimo Benjamin Black.
Successivamente si è dedicato a romanzi a sfondo scientifico, e nel 1989 ha raggiunto il successo internazionale.

Banville non è uno scrittore "di genere" (e su questa distinzione si leggano le semplici opinioni dello stesso Banville nell'intervista qui sotto) ma Dove è sempre notte e Un favore personale sono polizieschi (lui li definisce noir) sofisticati e affascinanti, in cui si combina un qualche sapore da detective story d'altri tempi con l'atmosfera cupa e dolente della scrittura joyciana: un'Irlanda tra anni '50 e '60 lontanissima dalle dolci leggende a cui siamo abituati e in cui si innestano gli assordanti e definitivi silenzi evocati dal grande Samuel Beckett. In Un favore personale: "È tutto così silenzioso. Voi irlandesi mantenete un timoroso silenzio, non protestate, non vi lamentate, non pretendete che le cose cambino, vengano sistemate o rinnovate." E l'anatomopatologo Quirke non è il brillante e acuto detective che ci aspetteremmo dopo aver letto Cornwell o Reichs, ma un intelligente, roccioso e disperato irlandese.

L’intoccabile è una delle più belle spy stories mai narrate: uno splendido ritratto del celebre "quarto uomo" (ma poi ce n'era anche un quinto...), cioè la spia rossa che faceva parte del gruppo di intellettuali antifascisti inglesi reclutati negli anni '30 dai servizi segreti sovietici: Philby, Burgess, MacLean. Costoro vennero scoperti e a lungo si cercò, appunto, un quarto agente, che alla fine venne effettivamente individuato ma la cui vicenda fu sostanzialmente insabbiata dato che era nientemeno che sir Anthony Blunt, il massimo esperto del barocco italiano e consulente artistico di fiducia di Sua Maestà.

"Un talento quasi feroce nel leggere l'anima degli uomini." (Don DeLillo) "Un maestro, la cui prosa regala un piacere continuo e quasi fisico." (Martin Amis) "Banville è tra i romanzieri più eleganti e intelligenti di lingua inglese." (George Steiner)


Ha ricevuto molti premi tra i quali The American-Irish Foundation Literary Award (1976); The James Tait Black Memorial Prize per Copernicus (1976); The Guardian Prize for Fiction per Kepler (1981), The Guinness Peat Aviation Award per The Book of Evidence (1989); Premio Nonino (2003) per l'insieme della sua opera narrativa.

  • Nightspawn, 1971
  • Birchwood, 1973
  • Doctor Copernicus: A Novel, 1976
  • La notte di Keplero (Kepler, 1981), Guanda, 1993; o Il vino e le stelle: sogni e scoperte di Keplero, Rusconi, 1984
  • La lettera di Newton: un interludio (The Newton Letter, 1982), Minimum fax, 1998, Guanda, 2010
  • Mefisto, 1986
  • La spiegazione dei fatti (The Book of Evidence, 1989), Guanda, 1991
  • Isola con fantasmi (Ghosts, 1993), Guanda, 2009
  • Atena (Athena: A Novel, 1995), Guanda, 1996, 2015
  • The Ark, 1996 (pubblicato in sole 260 copie)
  • L'intoccabile (The Untouchable, 1997), Guanda, 1998, 2000, 2015
  • Eclisse (Eclipse, 2000), Guanda, 2002
  • L'invenzione del passato (Shroud, 2002), Guanda, 2003
  • Ritratti di Praga (Prague Pictures, 2003), Guanda, 2005
  • Il mare (The Sea, 2005), Guanda, 2006
  • Dove è sempre notte (Christine Falls, 2006), Guanda, 2007
  • Un favore personale (The Silver Swan, 2007), Guanda, 2009
  • Il buon informatore (The Lemur, 2008), Guanda, 2013
  • Teoria degli infiniti (The Infinities, 2009), Guanda, 2011
  • Congetture su April (Elegy for April, 2010), Guanda, 2010
  • Un giorno d'estate (A Death In Summer, 2011), Guanda 2012
  • La bionda dagli occhi neri. Un'indagine di Philip Marlowe (The Black-Eyed Blonde, a Phillip Marlowe novel), Guanda 2014
  • False piste (Vengeance, 2012), Guanda 2015
  • Il cerchio si chiude (Even the Dead), Guanda 2017
  • Delitto d'inverno (Snow), Guanda 2021



Gianni Biondillo

Parlando di scrittura con John Banville

Non sono un giornalista, non ne ho il talento. Sono soprattutto un lettore. Non so bene come si intervisti un autore come John Banville, uno fra i più importanti in lingua inglese, vincitore del Booker Prize, amato da autori del calibro di Don DeLillo o di Martin Amis. Mentre gli stringo la mano glielo dico. “Bene, vorrà dire che non mi chiederai qual è la mia boyband preferita”. Neppure ci pensavo. Esistono piccole realtà territoriali, invece gli dico, come l’Irlanda o Israele, che hanno saputo produrre letteratura di livello globale.
Sono stati popoli sottomessi ad un impero oppure da sempre senza patria, che perciò non hanno potuto costruire monumenti autocelebrativi.
“È vero” mi conferma, “in Irlanda non abbiamo monumenti di pietra, nulla di stabile, di durevole. Quello che ci manca nelle arti plastiche l’abbiamo cercato nella lingua. I due esempi che fai sono agli antipodi: in Israele sono riusciti a creare una identità passando dalla riscoperta di una lingua antica, viceversa noi irlandesi abbiamo subito la sostituzione forzata del gaelico alla metà del XIX secolo con l’inglese, una lingua nuova che non è stata scelta, ma imposta. Per noi è stato un cambiamento drammatico.”
Con Banville viene subito in mente la grande tradizione irlandese: Beckett, Joyce, Yeats.
“Be’, non mi dispiace la compagnia” dice sorridendo.
Ma non è forse un po’ troppo facile? Il flusso di coscienza e l’io narrante de Il mare, gli scacchi continui della memoria e le sue improvvise epifanie, hanno un sapore proustiano. Così come nelle storie dove il protagonista è l’anatomopatologo Quirke, piuttosto che al giallo classico anglosassone mi pare che Banville guardi a Simenon.
“Io, innanzitutto non sono un anglosassone” dice con un lieve sorriso. “L’irlandese non è l’inglese, usa le parole dell’inglese ma formula la frase in una forma differente, più ambigua forse. La nostra è una lingua letteraria differente.”
E Proust? - insisto.
“Sai, in un certo senso tutti gli scrittori sono proustiani, solo che Proust ha concentrato in un’opera quello che tutti noi sentivamo, ne ha fatto una sintesi perfetta ed esemplare. Per me, per te che sei scrittore” [arrossisco all’idea di essergli equiparato] “per Joyce, per Beckett, l’infanzia rappresenta un mondo arcaico al quale noi rivolgiamo il nostro sguardo.”
Gli chiedo quanto un autore che scrive in inglese abbia dentro di sé anche le altre tradizioni letterarie.
“Io da sempre leggo e ho letto i grandi testi della tradizione europea” mi dice. “Da giovane amavo Thomas Mann mentre non avevo alcun interesse per la letteratura irlandese - a parte Joyce e Beckett - che trovavo abbastanza provinciale; quello che volevo era diventare uno scrittore europeo: la conseguenza è stata che l’Europa non mi ha accettato e che l’Irlanda mi ha respinto. Ora mi trovo in mezzo. Volteggio a mezz’aria sull’Europa”.
L’invenzione del passato ha una forma squadrata, quasi fosse un cubo di pietra, fisicamente ostico anche solo a guardarlo nella sua perfetta graniticità; ne Il mare l’io narrante è il centro assoluto di tutta la narrazione, gli altri personaggi sembrano delle proiezioni sullo schermo dell’ego dell’io narrante, con una sovrapposizione perfetta, una aderenza addirittura impressionante fra l’autore e la voce narrante; in Dove è sempre notte e Un favore personale, c’è il narratore onnisciente che ne sa più di tutti gli altri, più del protagonista, più ancora dello stesso lettore. Insomma, non esiste un modo univoco di raccontare, uno stile unico per ogni libro, che soverchi la storia e la imprigioni nella lingua, ma sembra un continuo scendere a patti fra la voce e le esigenze della trama.
“Ogni libro richiede o detta lui stesso lo stile della sua stesura, io per principio non è che mi accinga a scrivere un libro in un modo particolare o in un altro, di solito a metà del libro attraverso una fase di crisi e quasi di disperazione e a quel punto è il libro che mi suggerisce che direzione prendere. Non scrivo mai con uno stile preciso e definito a priori, ma mi adeguo alle esigenze della trama e del libro stesso.”
Insomma non c’è uno “stile Banville”, ma esiste una continua interpolazione fra l’autore e la storia.
“Non è tanto una questione di stile, ma di approccio, di metodo, di livello di concentrazione che è necessario per ogni particolare libro. Ad esempio nella prima e nella terza parte di L’invenzione del passato c’è uno stile denso mentre la parte centrale potrebbe averla scritta Benjamin Black” (è l’alter ego che usa quando scrive noir) “con uno stile più leggero, con un ritmo più agile, anche se io non ne avevo l’intenzione, mentre scrivevo, di farlo così.”
Si dice spesso che i personaggi si muovono di vita propria, ma è vero anche che esiste una ineluttabilità dell’autobiografico, anche se si scrivesse di mondi futuri, di realtà inimmaginabili si è inevitabilmente autobiografici. Io ho spesso la sensazione che lo scrittore si smembri, un po’ come il mito di Osiride, che si faccia a pezzetti nel campo della trama, facendo germinare e germogliare i personaggi che sono e non sono l’autore stesso.
“Hai presente quello stato di veglia, se così si può chiamare? Quello immediatamente dopo che ti sei svegliato? Ecco: è da lì che prendo i miei personaggi. Quindi sì, hanno qualcosa di me, perché tutti i personaggi hanno una parte, un aspetto della vita dello scrittore, però più invecchio e più mi accorgo che in quello stato di veglia mi passano davanti un sacco di persone che non so da dove vengano, veri e propri personaggi misteriosi. E più passa il tempo e più aumenta questo alone di mistero. Non so come facciano i pittori o gli scultori che creano oggetti; noi invece creiamo queste strane essenze, questi nuovi esseri che sono nel mondo e allo stesso tempo non lo sono.”
Facciamo un gioco, gli dico: cos’hanno in comune Kertész, Pessoa, Borges, Gadda, Benjamin, Durenmatt, Sciascia? Banville ci pensa un po’, poi si arrende. Gli svelo la soluzione: questi e molti altri sono una piccola selezione del miglior ‘900 che ha amato, si è interessata e ha scritto romanzi noir, o polizieschi. Insomma: il ‘900 letterario ha sempre avuto un buon rapporto con la narrativa di genere, molto meno la critica che ha creato dei pregiudizi ancora oggi incrollabili. Banville annuisce vistosamente.
“Ma certo! Cambierei 500 libri di mainstream per Il postino suona sempre due volte! Il noir ha prodotto decisamente della letteratura eccellente nel ventesimo secolo. I recensori hanno sempre avuto dei problemi con questa letteratura di genere perché hanno bisogno di classificare tutto in scompartimenti chiari, netti. Arte di qualità, genere, pop, e così via… io non sono d’accordo che esita una letteratura di genere o meno, per me c’è solo buona letteratura e cattiva letteratura. Una delle cose peggiori che ha prodotto il modernismo novecentesco è il fatto che la trama, così come la rappresentazione nelle arti pittoriche, o l’armonia nella musica, fossero intese come borghesi, da ceto medio, quindi da disprezzare. Il modernismo, che ha comunque prodotto dei capolavori, in questo senso è stato un movimento deleterio, perché ora noi dobbiamo rendere di nuovo “rispettabile” quelle cose che un certo Novecento disprezzava, dobbiamo restituire alla trama la dignità che le è stata sottratta. E io credo che molto, in questo senso, ha fatto la scrittura noir.”
Leggendo alcune recensioni degli ultimi due libri mi sono accorto che molti recensori del Banville “autoriale” sembravano spiazzati di fronte ai morti, il sangue, i colpi di scena. C’era un critico quasi dispiaciuto che Banville fosse riuscito a scrivere una storia così ben congegnata, rivoleva il “suo”, comodo, Banville! Allo stesso tempo leggendo su internet alcuni commenti di fanatici lettori di genere, vedevo il loro disappunto per le continue digressioni dalla trama principale. Insomma le storie di Quirke sono, allo stesso tempo, dentro e fuori la tradizione, sono come dei ponti fra i generi. Non è forse questo l’unico modo oggi di poter raccontare un noir?
“Ho un caro amico, John Gray, un filosofo inglese, che dopo aver letto Un favore personale mi ha detto che ho inventato un nuovo genere.” Ride. “Forse ai recensori e ai lettori questo genere non piace e allora vuol dire che ci dobbiamo inventare dei nuovi lettori. Oggi mi dispiace di aver usato, fuori dal mercato italiano, lo pseudonimo di Benjamin Black. Forse avrei dovuto scrivere da subito con il mio nome. È che quando ho iniziato pensavo fosse un semplice gioco, invece mi sbagliavo. Aver scritto come Black e come Banville ha dato luogo a una confusione che non reputo positiva.”
Mi sorride, fa un gesto con le mani: “Quindi magari un giorno o l’altro strozzerò Benjamin Black.”
Sono stato fin troppo serioso in questa intervista.
“Te l’ho detto: potresti chiedermi qual è il mio colore preferito o la mia squadra del cuore” insiste.
Allora chiudo con una battuta: perché non sono ancora tradotto in inglese? Lui però la prende sul serio.
“Una delle grandi disgrazie del mondo letterario in lingua inglese è che viene pubblicata così poca fiction e saggistica non inglese. Questo ha a che vedere con l’arroganza del mondo anglosassone, trovo tutto ciò davvero sconcertante e purtroppo penso che la situazione sia destinata a peggiorare. È un disastro, perché non si ha alcun tipo di nozione di quello che passa nella mente di un italiano o di un tedesco. I libri ti rivelano moltissimo del pensiero e della mentalità di un popolo, ma da noi non si traduce nulla. Ogni anno è come se, per qualche strano effetto climatico dovuto al riscaldamento terrestre, perdiamo, così come si perdono gli alberi, grandi e importanti opere scritte in lingue che non siano l’inglese. Potresti cambiare il tuo nome in uno scandinavo” mi dice sorridendo. “Negli ultimi anni gli autori scandinavi stanno avendo molto successo in America.”
Mi faccio chiamare Sven, gli dico mentre mi alzo, Sven Biondillessen. Ridiamo, poi gli porgo la mano.
“Ciao Sven” mi dice allungando la sua di mano, affabile.

l'Unità, 15.10.2008


Doppia identità: il Dr. Banville and Mr. Black

Dublino. «Davvero c'è una moda di sequel letterari? Se è così, allora, fermi tutti, io sono stato il primo. Il mio progetto di scrivere una nuova storia di Philip Marlowe risale a qualche anno fa». Ride John Banville. Finge quasi di non saperne dei colleghi che hanno restituito a James Bond la licenza di uccidere, e di vivere su carta. Di P.D. James alle prese con i protagonisti di Orgoglio e pregiudizio. Dei piccoli principi e degli Sherlock Holmes redivivi.

Anche l'irlandese Banville, classe 1945, decine di romanzi «seri» alle spalle (Il mare nel 2005 ha vinto il Booker Prize), dato ogni anno per possibile vincitore del Nobel, non ha resistito al richiamo. «Tempo fa, gli agenti degli eredi di Raymond Chandler mi contattarono, proponendomi di resuscitare il personaggio di Philip Marlowe» racconta lo scrittore. «Ci ho pensato su per un po', poi ho detto di sì. La sfida era troppo grande».

Va bene, ma cosa ci fa un autore irlandese giudicato difficile e austero con il detective privato per eccellenza, icona del noir americano? A questo punto bisogna fare un passo indietro, al marzo 2005. «Ero in Italia, a Donnini, vicino Firenze, a casa della mia amica Beatrice von Rezzori, un posto perfetto per scrivere a lungo. In poche ore, io che di solito sono lentissimo, ho messo giù più di quindicimila parole. Così è nato Benjamin Black». Già perché i lettori italiani non lo sanno, ma Banville da quasi un decennio ha una doppia vita letteraria: con lo pseudonimo di Black ha pubblicato una serie di thriller che raccontano i casi dell'anatomopatologo Quirke e che da noi sono usciti però sotto lo stesso nome di Banville. Sempre come Benjamin Black l'autore firma adesso La bionda dagli occhi neri - Un'indagine di Philip Marlowe, che arriva in tutto il mondo il mese prossimo (in Italia da Guanda, editore di tutta l'opera di Banville: lo scrittore sarà a Roma, a Libri Come il 15 e il 16 marzo). «Nascosto dall'identità di Black mi sento libero, scrivo rapidamente e senza vincoli» precisa. «Ed è andata così anche per questa avventura di Marlowe. Non ricordo nemmeno di averla scritta. È accaduto solo la scorsa estate, in tre-quattro mesi, eppure, se devo raccontare i particolari del processo di stesura del libro, ho delle difficoltà. Non dico di essere stato posseduto dal fantasma di Chandler, ma era come se non fossi io davanti al computer. Forse il mio alter ego Benjamin Black è finalmente diventato reale e io non esisto più».

Riprendendo il personaggio che Chandler aveva lasciato alla sua morte, nel 1959, dopo nove libri, Banville dà l'idea soprattutto di essersi divertito: «Ho scoperto Chandler tra i 14 e i 15 anni: fu mio fratello a farmelo conoscere. Per me, abituato ai thriller dal linguaggio più educato di Agatha Christie, fu una rivelazione. Prima di scrivere La bionda dagli occhi neri ho ripreso in mano alcune storie di Marlowe ed è stata una sorpresa, soprattutto per il suo passo comico. Ricordiamo che questi sono soprattutto romanzi umoristici. Amo molto La signora nel lago, per gli elementi di crudeltà che lo fanno diverso dagli altri, però penso che il migliore resti Il lungo addio». Ma come si fa a rinnovare un personaggio nato più di settanta anni fa (Il grande sonno è del 1939) che si muove in una Los Angeles a cavallo dei decenni Trenta e Quaranta, tra killer, femme fatale e alcol che scorre a fiumi? Se Banville aggiunge un leggero tocco irlandese al suo Marlowe - la bionda protagonista è originaria della terra di Joyce e il detective si concede una birra in un locale che imita i tipici pub dublinesi – per il resto aderisce perfettamente al linguaggio di Chandler, giochi di parole omofobi compresi. «Marlowe non è omofobo, ma figlio del suo tempo, anzi a me sembra anche moderno rispetto ai suoi contemporanei. E poi chi dice che non potesse bere birra? Mi piace la sua solitudine, la sua sensibilità e la capacità di capire le persone in cui si imbatte.

Ho ripreso il linguaggio dell’epoca. Non ho voluto imitare Chandler, ma mi interessava recuperarne la voce, lo spirito. Lui è uno scrittore ossessionato dalle descrizioni dei suoi personaggi. Li tratteggia minuziosamente per come appaiono fisicamente, per come vestono. In qualche modo, ha una sensibilità inglese. Non è un caso che abbia frequentato i college britannici, quando giovanissimo si trasferì con la madre in Inghilterra. Questa esperienza gli ha insinuato un po’ di snobismo nei confronti di Los Angeles. Penso che disprezzasse quel mondo». Hollywood, però, è stata la fortuna di Chandler. Il detective Marlowe è anche un grande protagonista del cinema degli anni d’oro, con la faccia di volta in volta di Dick Powell, Humphrey Bogart, Elliot Gould, Robert Mitchum. E anche Banville non nasconde che ogni tanto il suo pensiero va ai set californiani: «Se La bionda dagli occhi neri diventasse un film, sarebbe un sogno realizzato. E forse non si tratta di una cosa impossibile », ammette senza riserve. Per la parte di Marlowe ha in mente un unico nome: «George Clooney! Ha l’eleganza giusta e quel tratto malinconico che è tipico di Marlowe. Chandler avrebbe voluto Cary Grant. Per me oggi Clooney sarebbe davvero il massimo».

E il premio Nobel? Magari, invece di John Banville, potrebbe essere Benjamin Black ad aspirarvi: «No, non credo che Benjamin Black possa vincere alcunché» dice ridendo. «Ma mi diverte molto scrivere i suoi libri e credo sia abbastanza. E poi, chissà, magari nel 2050, in un dizionario degli scrittori, alla voce “Banville John” potrebbe esserci scritto: “vedi Black Benjamin”». Sarebbe la vera rivincita dell’alter ego. E di Marlowe.

il Venerdì di Repubblica - Déja vu
07/02/2014