inizio rosso e giallo

Pietro De Palma

La prima produzione di John Dickson Carr: i quattro racconti di Bencolin
 

 

Tra le forme letterarie, i racconti hanno sempre pagato dei tributi ai romanzi: rappresentano quasi una produzione minore, delle storie da scrivere senza impegnarsi particolarmente, in momenti di rilassatezza. Almeno questa è la percezione che ne ha il lettore; invece..
Invece il racconto è un genere importante quanto il romanzo, non dirò di più o di meno: ne ha una forma più concentrata, possedendo anche delle caratteristiche ricorrenti in quest’ultimo: se vi è una presentazione dei personaggi e della situazione in oggetto, esse devono essere stringate, e lo sviluppo non molto esteso, per necessità di condensazione in un numero di pagine più ristretto; ma tutto il resto..è lo stesso. Anzi se vogliamo, il racconto ha la sua buona parte di difficoltà, perché se nel romanzo taluni “allungano il brodo” con descrizioni e narrazioni che poi nulla hanno a che fare con il nocciolo della storia, nel racconto ciò non è possibile: si devono avere idee chiare e si deve condurre la storia con un filo logico e una tensione, che dalla prima pagina all’ultima, conduca il lettore a godere della fine, senza sotterfugi, escamotages, rallentamenti, perdite di tempo (e di pagine).
Se nella letteratura “impegnata” il racconto gode di una fortuna inferiore al romanzo, in quella “di genere” e nel nostro caso in quella “gialla”, possiamo dire che, almeno non in Italia, il Racconto Giallo ha avuto una fortuna non inferiore a quella del Romanzo: perché tuttavia in Italia il racconto non abbia avuto pari fortuna, questo è altro discorso. La situazione però è questa: nel mondo sia anglosassone, che l’ha fatta da padrone, e in quello più chiuso, del giallo franco-belga, i racconti hanno avuto la loro buona fetta di pubblico e di popolarità. Ancor oggi, molti autori contemporanei scrivono racconti, ma nel passato, si sono avuti addirittura autori specializzati, per es. Edward D. Hoch, autore anche di romanzi di fantascienza e di apocrifi queeniani, ma soprattutto di oltre 900 racconti, divisi in più serie, tra cui quelli che raccontano di Camere Chiuse e delitti impossibili, sono i preponderanti. Ma anche Joseph Commings si è riservata la sua buona fetta di fama, con le storie del senatore Banner. La messe maggiore, tuttavia, si è avuta con i grandi autori sia di Giallo classico che di Hard Boiled: Ross MacDonald, Ellery Queen, C. Daly King, Agatha Christie, Dashiell Hammett, e moltissimi altri, tra cui John Dickson Carr; e proprio di Carr parleremo, a proposito dei suoi primi quattro racconti con Henri Bencolin.
Potrebbe sembrare un discorso molto relativo, affrontare la tematica dei racconti carriani puntando l’attenzione solo su 4 racconti, quando la produzione totale ne conta oltre trenta. Ma questo breve saggio non si propone di esaurire la tematica complessiva del racconto in Carr, ma solo di creare un’inquadratura, che possa essere recepita da qualunque lettore, circa la produzione carriana avente come soggetto principale Henri Bencolin.
Innanzitutto i racconti in Carr hanno una loro parte di importanza notevole: molto spesso servono da sperimentazione di forme, e non è neanche improprio affermare che se è vero che alcuni romanzi sono assoluti capolavori, per es. Le Tre Bare o L’Automa o Il terrore che mormora, o La Corte delle Streghe, è altrettanto vero che anche parecchi dei suoi racconti e radiodrammi sono altrettanto dei capolavori (per es. The Crime in Nobody’s Room, in cui un delitto viene compiuto in un appartamento al secondo piano che non dovrebbe esistere; o il classico Radiodramma, Cabin B-13 con due sposi Richard e Anne Brewster che salgono sul piroscafo Maurevania per la Luna di Miele, e poi nel prosieguo della storia scompare una cabina, la B-13, e lo sposo con essa). Molto spesso, si può dirlo senza aver timore di esser presi in castagna, i racconti in Carr non sono altro che dei romanzi (molto spesso con camere chiuse, delitti impossibili, sparizioni inspiegabili, atmosfere sinistre)... oncentrati. Ecco perché è anche importanti esaminarli e cercare di trovare al loro interno, elementi che ne giustifichino l’esistenza ed il giudizio entusiastico della critica e dei lettori, cosa non frequente. Carr riunì i suoi racconti in alcune serie: in una di esse, The Door to Doom and Other Detections (tradotta in Italia con il titolo La Porta sull’Abisso, Altri Misteri, Mondadori, 1986; e successivamente ne Il Supergiallo Mondadori n. 21, del 2001), si trovano 4 racconti emblematici, appartenenti alla primissima produzione carriana, con protagonista Henri Bencolin.
Parliamo del periodo in cui Carr risente del periodo di soggiorno in Francia: la Francia e Parigi in particolare, sono luoghi immaginari, giunti fino a noi immutati, con il loro carico di mistero e di fascino, così come lui ne aveva letto nei romanzi di cappa e spada di cui si era nutrito ancora giovane. È la Parigi di Honoré de Balzac, di Stendhal, di Victor Hugo, non quella di Zola., coi suoi contrasti sociali, con i suoi processi. Protagonista è Bencolin, il primo dei personaggi carriani, interprete di cinque romanzi.
Nell’ordine i racconti sono:
The Shadow of the Goat (1926), The Fourth Suspect (gennaio 1927), The Ends of Justice (maggio 1927), The Murder in Number Four (1928); e un romanzo breve: Grand Guignol (1929).
Per quanto riguarda il romanzo breve, T. J. Yoshi, riporta nel suo John Dickson Carr: A Critical Study, che Grand Guignol, fu un romanzo breve, scritto e ultimato da Carr a Parigi; e che lo stesso, una volta tornato Carr in patria, fu pubblicato sullo stesso giornale che aveva pubblicato gli altri racconti, The Haverfordian, tra il marzo e l’aprile del 1929: Grand Guignol non fu altro che la prima versione semplificata di It Walks By Night, Il Mostro del Plenilunio. Nello stesso 1929 Carr provvide a sviluppare il suo primo romanzo con Bencolin (proprio utilizzando Grand Guignol), pubblicandolo nel 1930. E se ne Il Mostro del Plenilunio, troviamo la descrizione di Bencolin, che tutti ricordiamo: “... Studiai il viso, che era girato di tre quarti: le palpebre abbassate, quell’espressione scherzosa e indulgente, le sopracciglia arcuate, gli occhi scuri dalla luce velata. Dal naso sottile e aquilino partivano due rughe profonde che scendevano fino ai lati della bocca; un debole sorriso gli errava fra i baffi appena accennati e il pizzo nero… capelli neri di Bencolin cominciavano a striarsi di grigio. Sopra il bianco della cravatta e della camicia, la sua testa sembrava un dipinto del Rinascimento esposto alla luce fioca della lampada... parlando, si limitava ad alzare le spalle e non alzava mai il tono di voce... i ciuffi aguzzi dei suoi capelli, il pizzetto appuntito, gli occhi corrugati e il sorriso ambiguo erano noti...”, proprio nel romanzo breve precedente, troviamo la definizione più incisiva e fulminante del suo personaggio, una vera e propria fotografia: “... Mephistopheles smoking a cigar" (trad.: Mefistofele che fuma un sigaro).
Ma perché proprio Mefistofele? Ci viene aiuto uno dei quattro racconti, il secondo per la precisione, The Fourth Suspect. Quando Bencolin è alla presenza di Villon (allora è lui il Capo della Polizia), Carr ne inquadra la figura: “...Il piccolo investigatore… aveva occhi gentili e piuttosto strabici... la figura curva, la barba nera, il gran naso aquilino, l’alone di fumo di sigari che lo accompagnava sempre... un cappello a cilindro inclinato sulla testa in modo spavaldo e il mantello che gli ondeggiava dietro”. Insomma un uomo non bello, ma un personaggio tuttavia, quello che noi diremmo “un tipo”. Ma Carr, precedentemente a questa descrizione, ci aveva detto, quasi a preparare la descrizione del fisico non certamente da Adone, che Bencolin era un uomo: “...troppo sentimentale... lo si poteva veder sognare all’Opera… o ad offrire vino ad amici bohémien”, e che molto spesso finiva a elargire soldi a pezzenti che lo conquistavano con le loro storie false.
Notiamo allora il perché il personaggio abbia affascinato e conquistato i lettori (e le lettrici): non è bello, ma possiede un fascino tenebroso, in virtù dell’abbigliamento, nonostante sia un sentimentale, sia colto (va ad assistere alla rappresentazione di Opere Liriche e a sognare), socievole e generoso con chi sia squattrinato o abbia (o dica di avere) dei guai. Il suo appellativo di Mefistofele, è sicuramente connesso alla sua professione, a come egli si sappia trasformare in un giudice spietato; ma anche indubitabilmente al suo aspetto. Interessante è quanto dice Gil Bethune in Deadly Hall, penultimo romanzo pubblicato da Carr: “... Momentarily Uncle Gil had looked less like amiable, beardless Mephistopheles than like a Grand Inquisitor preparing to order torture ( trad.: “Per un momento lo zio Gil, più che un amichevole e sbarbato Mefistofele, era sembrato un Grande Inquisitore che si accinge a ordinare la tortura”, J.D.Carr, La Casa, I Classici del Giallo Mondadori n. 887, traduz. Maria Rosaria Schisano, pag. 209)”. A chi si riferisce? T. J. Yoshi crede che l’accenno a Mefistofele, sia legato alla figura di Bencolin, e che il parallelismo sia intenzionale visto che il tempo in cui si svolge la storia del romanzo precede di alcuni giorni il primo grande caso di Bencolin ricordato ne Il Mostro del Plenilunio: infatti la data che viene inquadrata all’inizio di Deadly Hall, La Casa, è il 19 aprile 1927, mentre la storia di It Walks By Night, Il Mostro del Plenilunio, comincia il 23 aprile 1927. Ma Yoshi si ferma qui; invece io direi molto di più. Innanzitutto, l’aspetto: si fa riferimento alla sua espressione mefistofelica (pagg. 166-260) anzi alle sue sopracciglia (pagg. 163-208). L’espressione riferita all’aspetto di Gilbert Bethune: “per quanto i capelli neri fossero appena striati di grigio (pag. 120) ”è molto simile, troppo secondo me per non essere una citazione o un rimando, a quella contenuta nella descrizione famosa dell’aspetto di Bencolin, contenuta in It Walks By Night, Il Mostro del Plenilunio (Classici del Giallo Mondadori Serie Oro, n. 196, pag. 12, traduz. Rossana De Michele): “… i capelli neri di Bencolin cominciavano a striarsi di grigio”: è come se Carr avesse voluto tributare un omaggio ai suoi primi anni, a Bencolin, che è stato il simbolo dei suoi primi successi. Entrambi i cognomi dei due personaggi cominciano con “Be”, entrambi svolgono due professioni sostanzialmente simili (Giudice Istruttore e Capo della Polizia, Bencolin; Procuratore Distrettuale, Bethune); entrambi fumano sigari; entrambi hanno sopracciglia mefistofeliche, cioè arcuate; entrambi i romanzi sono ambientati a distanza di alcuni giorni nel 1927; entrambi hanno un giovane che è come se fungesse da assistente (il Watson della situazione): Jeff Marle per Bencolin, Jeffrey Caldwell detto “Jeff”, per Bethune, e guarda caso come si vede due Jeff. Troppe coincidenze per non essere invece delle citazioni volute. Carr voleva dire che Deadly Hall è come un altro romanzo di Bencolin (situazioni, tempi, e modalità diverse)?
E a Bencolin vien sempre da pensare, per l’ultimo suo romanzo, Hungry Goblin: infatti Carr, proprio in The Lost Gallows, Carr nel breve volgere di poche pagine, come dice assai giustamente Don D’Ammassa, aveva citato dei termini che poi sarebbero divenuti i titoli di suoi lavori: “…Carr mentions three terms that would later figure in titles of novels - Punch and Judy, the Red Widow, and the Hungry Goblin”. Ma come cambia la rappresentazione e la figura di Bencolin, con la descrizione che ci viene data in It Walks By Night, rispetto a quella precedente, offerta ne Il Quarto Sospetto! Lì lo vediamo elegante (qui, non lo è per nulla), affettato, distinto (qui non lo è), persona di un certo tenore anche sociale: Bencolin non è più uno dei tanti 86 Prefetti, ma è “Juge d’Instruction”: giudice istruttore, consigliere di Corte Suprema e capo della polizia. È cambiato: non è più così “umano”, è diventato più duro, anche spietato, giudice implacabile con i malfattori: è la vita che l’ha reso tale!
Possiamo anche vedere qui una differenza sostanziale con le altre figure di investigatori: Fell è un personaggio che non ha nulla a che spartire con la polizia, mentre Merrivale pur facendo parte del controspionaggio militare (ne è addirittura a capo), non è figura assimilabile ad un poliziotto; mentre Bencolin, lo è. E se proprio Il Mostro del Plenilunio rappresenta la grande entrata di Carr, sul palcoscenico del delitto nel genere del romanzo, con quel virtuosismo delle messinscene e delle caratterizzazioni da Grand Guignol, tipico dei primi romanzi soprattutto del ciclo bencoliniano, è altrettanto importante sottolineare la straordinaria importanza dei primissimi racconti, quelli con Bencolin giovane, in quanto racchiudono già tutti i caratteri e le caratterizzazioni del Carr successivo, quello dei grandi successi. In particolare, possiamo senza dubbio affermare che molte delle idee che verranno più successivamente sviluppate nei grandi romanzi, si trovano già qui espletate.
Il primo in ordine di tempo dei racconti è The Shadow of the Goat, L’Ombra del Caprone: fu scritto nel novembre-dicembre 1926. Vi troviamo per la prima volta espressi, non uno ma tre dei caratteri più ricorrenti e meglio identificativi di Carr: un uomo scompare da una stanza ermeticamente chiusa, diremmo “vanishing into thin air”; un delitto in una Camera Chiusa, un tentato omicidio impossibile, con un’altra sparizione non spiegabile, se non con eventi soprannaturali. C’è la scommessa, che prelude alla sparizione impossibile, cosa che verrà ripresa in The Three Coffins (tra Grimaud e Pierre Fley), ma c’è anche la prima sparizione: un uomo, Cyril Merton, rinchiuso in una stanza con le pareti di pietra, senz’altre uscite che la porta, sorvegliata a vista, che... svanisce senza lasciare traccia, allo scoccare del tempo previsto; l’omicidio di un altro in una casa dove a detta di tutti non è entrato nessuno, e vi sono due persone della servitù che giurano che è proprio quello che è accaduto (e che non giurano il falso): l’unica persona che avrebbe potuto essere lì, Garrick, il nipote della vittima, non poteva starci perché impegnata a sorvegliare la porta della camera dove c’era stata la sparizione di Merton: due fatti incontestabilmente concatenati, ma inspiegabili. La cosa importante è che Jules Fragneau viene ucciso. Infine, il nipote di Fragneau viene assalito da qualcuno che lo ferisce, e chi lo ferisce è, per asserzione di Bencolin, un morto. Tre fatti inspiegabili, risolti con ferrea logica: ne risulta una soluzione assolutamente spettacolare.
Un’altra caratteristica di questo primo e sorprendente racconto con Bencolin, che molti ritengono un autentico capolavoro (ed è facile confermarlo, leggendolo), è l’atmosfera soprannaturale che si respira, altra caratteristica dell’opera carriana (fantasmi, demoni, sparizioni impossibili, atmosfere lugubri), che ci potrebbe ricordare un inglese doc specializzato in quello, cioè Montagne Rhodes James, ma che invece è propria, a detta di Douglas G. Greene, studioso che ha pubblicato la biografia di Carr, di certi lavori di Anne Katherine Green: per esempio, egli ha sostenuto esserci persino delle somiglianze del plot nel cariano racconto The Gentleman From Paris ed il racconto della Green, The Leavenworth Case (1878), come pure tra il radiodramma Cabin B-13 e la Room n. 3 del 1909 della Green.
E non sarà difficile ricordare l’atmosfera de Le tre bare, quando prima Grimaud e i suoi amici discorrono davanti al fuoco, e poi nel racconto lugubre e sinistro si inserisce lo sconosciuto Pierre Fley, che minaccia Grimaud di far intervenire al suo posto suo fratello. Tanto che alcuni si spingono ad affermare che proprio questo racconto contiene i germi di due dei suoi migliori romanzi successivi, Le tre Bare e Nove risposte per nove problemi.
E notiamo un altro particolare, che ricorre anche negli altri 3: Bencolin non è solo. Assieme a lui vi è un altro protagonista , che nei romanzi scompare, e il cui posto viene assunto, almeno per i primi quattro da Jeff Marle: ossia Sir John Landevorne. Sì, proprio quel Sir John Landervorne che comparirà di nuovo e per l’ultima volta, in quello che è unanimemente considerato il Capolavoro della prima produzione romanzesca del ciclo bencoliniano, ossia The Lost . Che Sherlock Holmes sia diventato il prototipo e l’archetipo di tutti i detective da allora in poi, lo testimonia tutta la serie di apocrifi sherlockiani, che tuttora vengono sfornati, e i romanzi che da allora investono tutto il mercato editoriale europeo e poi americano, con detectives che hanno in Holmes il loro padre putativo: non è il caso qui di esaminare i vari Shiel o Meirs, ma indubbiamente ciascuno di essi inventa un personaggio che in qualcosa richiama Holmes.
È d’altronde il destino di chi inventa un genere: vedersi copiato o comunque preso ad esempio da chi intenda ripercorrere anche “parva fortuna” la sua parabola. Secondo me, la maggiore invenzione di Conan Doyle, quella che misura il suo genio, è d’altra parte non tanto aver inventato l’archetipo dell’investigatore moderno, che analizza qualsiasi fatto misurandolo con la forza della sua logica, ma avergli contrapposto in un dualismo d’effetto, un compagno meno acuto, ma che gli è indispensabile molto spesso per ricavare la soluzione: è proprio Watson talora a dare il la al suo compagno con delle osservazioni intuitive, non meditate, che finirebbero lì per lì se non avessero chi invece riesce a trasformarle miracolisticamente in soluzioni soddisfacenti. Del resto l’invenzione del protagonista di serie A e di quello di serie B che insieme formano una coppia è vecchia come il mondo: Mickey Mouse/Goofy, Don Chisciotte/Sancho Panza, Zagor/Chico. Se non ci fosse stato Watson o un’altra spalla, sicuramente Holmes non avrebbe avuto il successo planetario: Watson rappresenta l’anima di Holmes, la sua coscienza, l’umanità burbera di un medico, contrapposta alla intelligenza superlativa, asettica e talora irritante del detective che tutto sa.
È da questo momento che le coppie di investigatori si ricorderanno con maggior benevolenza di quanto non accada per l’investigatore solitario: non a caso i Gialli più belli o comunque quelli in cui Poirot emerge con maggior forza son quelli in cui gli è contrapposto il romantico e ingenuo Capitano Hastings che ad un certo punto scompare (forse anche perché stava togliendo troppo a Poirot). Ma il caso Poirot/Hastings non è isolato e parecchi autori di polizieschi nel primo periodo d’oro del giallo hanno inventato una spalla al loro detective. A questa sfilza di autori appartiene anche John Dickson Carr ,ma non tanto con la coppia Henri Bencolin/John Landevorne, quanto con quella Bencolin/Marle: già da It Walks By Night, Il mostro del plenilunio, Landevorne (che compare in tutti i primi 4 racconti con Bencolin) scompare, lasciando il posto a Jeff Marle, il narratore, discepolo di Bencolin: un personaggio quindi posto in una posizione diversa dal primo, più subalterna.
John Landevorne appare per l’ultima volta in The Lost Gallows, L’Arte di Uccidere (per non apparire più). Il fatto che Carr, sin dal primo dei romanzi pubblicati con Bencolin, decida di farlo fuori, testimonia per me il nuovo status professionale e sociale raggiunto da Bencolin: “Juge d’Instruction”, mentre Landevorne, è in sostanza, ora, un ex-funzionario di Scotland Yard, mentre prima: “…era forse l’unico uomo in città che avesse l’autorità di dare ordini a Scotland Yard: ed Henri Bencolin poteva essere soltanto uno degli ottantasei prefetti di polizia della Francia, ma non era certo il meno importante di essi” (The Shadow of the Goat, L’Ombra del Caprone, Supergiallo n. 21, pag. 181); se si vede bene, Jeff Marle, che riveste la parte del Watson della situazione, non è in posizione paritetica, quale è quella che sostanzialmente si osserva per Landevorne nei primi quattro racconti (anche se poi il vero deus ex-machina è sempre Bencolin) e per The Lost Gallows, ma pur essendo un conoscente di Bencolin (Bencolin ed il fratello di Jeff erano amici) è comunque in una posizione più defilata e comunque non condivide il centro del palcoscenico. È lui, il celebre poliziotto francese sempre al centro delle luci, è lui che detta l’azione investigatrice, non c’è nessuno che possa provare a sottrargli le luci della ribalta. E nel tempo stesso è come se Bencolin distruggendo l’immagine del suo compagno di una volta, si sbarazzasse di una parte di sé, distruggesse parte del suo passato, una parte di coscienza che non vuol più considerare; però già con The Four False Weapons, 4 Armi False, Jeff Marle scompare (ma come dice giustamente Don d’Ammassa, parlando di Poison in Jest, Piazza pulita, romanzo del 1932: “...It is, essentially, a Bencolin novel without Bencolin…Jeff Marle is the narrator”) e gli altri due principi dell’investigazione carriana, Fell e Merrivale, anche se hanno occasionali compagni di avventura, non ne avranno mai uno fisso: un po’ quello che accade con Poirot dopo la parentesi Hastings: è come se alcuni romanzieri del genere giallo, avessero tentato si svincolarsi dalla pesante eredità di Doyle.
Tuttavia, per spiegare quanto accade in The Lost Gallows, Carr dice che Landevorne era cambiato avendo perso un figlio tragicamente (si era impiccato): giacchè in nessuno dei quattro racconti della giovinezza di Bencolin, si allude a possibili date cui si collegano, ossia non viene mai specificato l’arco temporale, da quello che dice Carr in The Lost Gallows si potrebbe dedurre che siano stati collocati in un tempo che si pone prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Questo spiegherebbe anche come dalla fine del quarto racconto, al primo romanzo, anche se in effetti nel tempo effettivo, non passano che pochi mesi, in quello immaginario, potremmo dire letterario, romanzesco, passino più di dieci anni: in cui Bencolin passa dalla carica di Prefetto, uno dei tanti, a quella di Capo della Polizia, consigliere di corte suprema, e giudice istruttore, spodestando quel Villon che compare in due dei quattro racconti, nel secondo e nel quarto.
Bencolin, a differenza di Merrivale e di Fell, lavora meglio quando ha un avversario che si contrappone: in quello tradisce la sua origina romantica: è come un cavaliere che reagisce all’affronto subito, e reagisce tanto più veementemente quanto chi gli si oppone è grande e astuto quanto lui.
In The Fourth Suspect , Il Quarto sospetto, è il Conte Villon , il suo superiore, che chiede il suo aiuto pur contestando il fatto che Bencolin possa trovare il bandolo della matassa (lo detesta, per la straordinaria capacità di Bencolin di avere tutto sotto controllo e di risolvere le matasse più complesse): la spia LaGarde è stata uccisa, sotto gli occhi dello stesso Villon e dell’agente del servizio segreto Riordan, che hanno sentito lo sparo: hanno sfondato la porta,senza aver visto nessuno uscire da una stanza ermeticamente chiusa, alla cui unica uscita erano presenti loro due. LaGarde è vestito ancora alla maniera del ballo in maschera che si è tenuto in casa sua, e sulla faccia vi è una maschera: su quel viso vi sono tre fori: due per gli occhi (nella maschera) ed il terzo nella fronte, da cui esce un rivolo di sangue sotto i loro occhi. Ancora una volta una Camera chiusa assolutamente straordinaria, ancora una volta risolta con maestria. Anche questo secondo racconto semina dei germi che verranno sviluppati altrove: la vittima è vestita in maniera bizzarra (Hogenauer, in The Magic Lantern Murders, Delitto da Burattini, è trovato morto, col sorriso distorto in un ghigno per avvelenamento da stricnina, e un Fez turco in testa; Penderel col cilindro, un lungo cappotto, un abito da sera vetusto, una barba finta nera che già sul mento gli si è staccata, un pugnale persiano piantato nel petto ed “il manuale di ricette casalinghe della Signora Eltridge”, in The Arabian Nights Murder, Delitti da Mille ed una Notte; Dwight Stanhope con indosso una maschera d’oro, come ne The Gilded Man, Il Lago d’Oro ) con la parrucca bianca, gli arti a sghimbescio, una maschera sul viso, ed una sigaretta fumante in mano; vi è ancora un assassino “vanished into thin air”, e un assassinio molto simile al secondo di Le tre bare: anche lì viene assassinato un uomo, e tre testimoni (due passanti ed un poliziotto) giurano che nessuno si è avvicinato alla vittima: conclusione? Delitto impossibile.
L’assassinio avviene sotto i loro occhi, ma entrambi giurano che nessuno era lì, esclusa ovviamente la vittima. Anche nel successivo Peacock Feather Murders (1937, anche The Ten Teacups) Il Mistero delle penne di pavone, Vance Keating che “sta portando un cappello che non è ovviamente della sua taglia” è entrato in un appartamento sull’attico, chiudendosi la porta alle spalle, mentre sia la finestra che l’unica porta, sono sorvegliate all’esterno dalla polizia: viene assassinato con due proiettili, e la pistola, un antico revolver, viene trovata sul pavimento, e dell’assassino nessuna traccia. Per di più, questo, il racconto, è il primo dei suoi scritti in cui elabora il tema dell’oggetto (l’arma, ma anche altro), che scompare dopo un delitto, in una Camera Chiusa: il seme gettato qui, farà frutti altrove: innanzitutto l’arma che scompare in Till Death Do Us Part, Un Colpo di Fucile; parecche mazzette di banconote, svanite in una stanza, in Hot Money, Denaro che scotta (racconto compreso nella raccolta The Department of Queer Complaints); il testamento che scompare da una stanza chiusa, la cui finestra ha pesanti inferriate e la porta è sorvegliata, in The Gentleman from Paris, Il Gentiluomo di Parigi (racconto tratto dalla raccolta The Third Bullet and Other Stories). Il terzo racconto è ancor più singolare. The End of Justice La fine della Giustizia, ripropone il tema della sfida che Bencolin accetta: questa volta è un uomo che rispetta, Follewes, che ha speso tutti i suoi soldi in opere di beneficenza, ad essere stato condannato a morte, per l’omicidio del cugino Darworth.
L’omicidio presenta ancora una Camera Chiusa: Fellowes è stato visto entrare a casa della vittima, bussare alla porta, annunciarsi, essere fatto entrare, rinchiudere la porta. Poi... viene trovato il fratello della vittima, noto spiritista, ammanettato mai e piedi ad una poltrona e con un coltello piantato nel cuore: nella stanza ovviamente non c’è nessuno! Fellowes pare che sia scomparso, volatilizzato: tanto più che l’unica finestra è aperta sì, ma sul bordo del davanzale e sul prato sottostante c’è una candida distesa di neve, senza neanche una impronta, immacolata e perfetta. Come avrà fatto il presunto omicida a fuggire, tanto più che non si è mosso di casa? Chi era l’assassino? Bencolin riuscirà anche in questo caso a risolvere il mistero, ma non riuscirà a salvare l’amico, che verrà impiccato ingiustamente, pochi minuti prima che venga scoperto l’assassino.
Questo racconto fornisce assieme al primo esaminato parecchie idee per Le tre bare. Inoltre il tema della distesa coperta di neve in cui non si vedono impronte oppure se ne vedono ma non appartengono alla vittima sarà ripetuto con infinite variazioni dallo stesso Carr (e da altri suoi posteri): The Footprints in the Sky, Un’Impronta in Cielo, del 1940, racconto in cui Carr come al solito non si risparmia ed inventa una Camera Chiusa del genere più allargato, il prato coperto di neve, con una soluzione veramente da lasciare a bocca aperta; la distesa di neve di Assassinio al Priorato The White Priory Murders; la neve che vien giù e l’assenza di orme da parte dell’assassino di Grimaud in The Hollow Man (The Three Coffins), Le Tre Bare; c’è in Death and the Gilded Man, Il Lago d’Oro; persino la variazione in cui al posto della neve c’è la sabbia: per es. The Witch of the Low Tide, Un colpo di pistola.
Un altro tema qui presente, quello del ventriloquismo, verrà puntualmente riproposto col prosieguo della carriera di scrittore di Carr: infatti nel 1935, nella serie con H. M. con la quale Carr si firma per ragioni editoriali con lo pseudonimo Carter Dickson, vedrà la luce il romanzo The Red Widow Murders, I Delitti della Vedova Rossa, che vede Il Grande Vecchio alle prese con una delle sue Camere Chiuse migliori e più intricate, in cui uno dei personaggi è ventriloquo. Tuttavia, il racconto a me sembra alquanto sbilanciato come soluzione: immaginare che Darworth trovato ammanettato alla poltrona, pur avvezzo a sedute spiritiche falsate, abbia avuto la forza, pur dopo che si sia incatenato le caviglie, di pugnalarsi al cuore, e dopo ammanettarsi, mi sembra una colossale spacconata. In verità più da Fell che da Bencolin: una di quelle arrampicate sugli specchi cui Carr si è sempre dedicato, allorquando il plot per qualche ragione gli sfuggiva di mano. Avrei potuto capire che la pugnalata se la fosse inferta nello stomaco e poi fosse morto dissanguato, ma... immaginare di colpirsi al cuore (e la morte è quasi istantanea) e poi avere la forza di ammanettarsi, rivelerebbe nella vittima non un uomo ma un semidio. Una cosa un po’ difficile a mandar giù. Infine c’è l’ultimo racconto, The Murder in Number Four, Assassinio al numero quattro.
È una Camera chiusa molto suggestiva: questa volta è in uno scompartimento di un treno. Mercier, contrabbandiere di diamanti, viene trovato strangolato in uno scompartimento, chiuso col catenaccio dal di dentro, e con una finestra, con uno spazio tale da non far passare neanche un nano, tale solo per prendere aria. La soluzione è ancora una volta suggestiva, e del resto l’unica ad essere possibile, se non si vuole ammettere il fatto che Mercier sia potuto essere strangolato da un fantasma. L’indizio fondamentale che porta Bencolin ad identificare l’assassino è un biglietto.
Tuttavia il racconto, anche se offre una soluzione spettacolare, è il meno originale dei quattro: ha infatti una filiazione diretta in The Big Bow Mystery di Israel Zangwill. È tuttavia da segnalare come in questo racconto, Carr esplori per la prima volta la tecnica della risoluzione di un problema, dissertando non tanto sulla tecnica della camera chiusa (cosa che in un certo senso c’era già stata in The Big Bow Mystery di I. Zangwill e che si afferma alla grande prima con The Three Coffins nel 1935 (la famosa dissertazione su la Camera Chiusa); poi con Death from a Top Hat, Morte dal cappello a cilindro di Clayton Rawson (1938) che la amplia; e infine una terza di Derek Smith in Whistle up the Devil (1953), Un fischio al Diavolo), ma su come il detective possa e debba lavorare per risolvere felicemente un caso poliziesco. Riporto la prima parte della dissertazione, tra Sir John Landevorne e Bencolin che nel corso del racconto, fieramente, dice: “...E io sono Bencolin, prefetto della Polizia in Parigi”; ometto la seconda parte perché si fa riferimento palese alla risoluzione del caso in questione (la traduzione è di Antonietta Maria Francavilla): - Che bella scacchiera, vero? - osservò dopo un poco (è Bencolin che parla ora: n.d.r.)
Una partita a scacchi può essere un’impresa terribile e affascinante quando bisogna giocarla a rovescio e con gli occhi bendati. L’avversario comincia col re in posizione di scacco e tenta di rimettere i pezzi nelle posizioni in cui si trovavano all’inizio. Ecco perché non si possono applicare regole o leggi matematiche al delitto. Il miglior giocatore di scacchi è quello che riesce a visualizzare la scacchiera come lo sarà dopo la sua mossa. Il miglior investigatore è quello che riesce a visualizzare la scacchiera com’era stata prima che lui trovasse i pezzi disposti a casaccio. Deve possedere tanta immaginazione da intuire le occasioni che il criminale ha avuto, e da agire come il criminale avrebbe agito. È una grande, orrenda battaglia tra due immaginazioni opposte. Nessuno è più portato di un investigatore a fare un mucchio di pompose e macchinose chiacchiere su ragionamento, deduzione e logica. Troppo spesso dice “ragione” quando in realtà intende “immaginazione”. Io invece mi rifiuto di ammettere che una pedanteria da due soldi come la ragione venga confusa con una qualità assai più elevata.
Ma stia a sentire - obiettò sir John. Supponiamo di prendere a esempio il caso di stanotte. Lei ci ha fornito una ricostruzione del delitto, d’accordo, e forse lo ha fatto grazie all’immaginazione. Però, non ci ha spiegato come faceva a sapere che le cose erano andate proprio in quel modo. È stata la ragione a dirglielo, no? E comunque, come ha fatto a risolvere l’enigma dell’assassinio di Mercier?
Questo è proprio un esempio di quanto cercavo di spiegarle. Se ne dicono tante dell’investigazione criminale che a volte un investigatore si chiede perché la gente creda che lui agisca in un certo modo. Gli scrittori di romanzi polizieschi vogliono che l’investigazione sia una scienza, sottopongono le persone sospette alla “macchina della verità” e gli propinano test freudiani… dimenticando che un inno cente è sempre nervoso e si comporta da colpevole assai più del criminale stesso, perfino a livello di sistema neurovege tativo. Dimenticano che le loro macchine vengono usate da quella che è la meno obiettiva e la più irriducibile di tutte,.. la macchina umana.
Quanto all’investigatore che si basa sulla psicologia, quello va a pescare il tipo d’uomo che può avere commesso il delitto, si aggira finché non trova il suo tizio e allora dice: “Ecco l’assassino” che le prove gli diano ragione o no. Col suo permesso, questo è il mio giudizio: tutte balle. Non esiste uomo incapace di commettere un delitto in ogni circostanza; dire che un delitto audace è stato necessariamente commesso da una persona audace, equi vale a dire che uno scrittore ubriacone non può scrivere che di bevande alcoliche, o che un pittore ateo non è in grado dì dipingere un quadro di soggetto religioso. Invece, spesso è il beone che scrive i migliori opuscoli in favore della temperanza, è l’ateo che trova gli argomenti più convincenti per propagandare la religione”.
Uno scritto che definisce una volta per tutte l’importanza di questi racconti, una vera summa di Bencolin, oltre che miniera di situazioni e di stratagemmi che Carr userà poi nel prosieguo della sua carriera di scrittore: tra le altre, mi piace ricordare qui, che proprio in The Lost Gallows, il romanzo che vede per l’ultima volta Landevorne assieme a Bencolin, che per certi versi è uno dei romanzi polizieschi più romantici di Carr, di un romanticismo molto cupo però, si evidenzia tutta la natura mefistofelica di Bencolin, più di quanto forse accada in It walks By Night, spietata e sardonica, cosa che nei quattro racconti forse non si rivela quasi mai; anzi, alla fine del capitolo 5 di The Ends of Justice, quando Bencolin chiede al vescovo Wolfe di ritardare il più possibile l’esecuzione di Fellowes, perché lui e Landevorne lo possano salvare, e il vescovo si rifiuta di collaborare, i due “... erano ritti l’uno di fronte all’altro, l’uomo di chiesa e l’investigatore, e l’odio sorto tra loro accendeva i due volti come una fiamma. - Vescovo Wolfe - scandì Bencolin - Pilato era più misericordioso di lei”.
Qui è utile commentare come Bencolin appaia molto più umano del vescovo e molto meno spietato e duro, e anche meno cinico di come apparirà nei romanzi successivi: la Chiesa (anglicana perché l’azione si svolge a Londra), nominata erede, ricaverebbe molti soldi, dalla morte di Fellowes e proprio il vescovo Wolfe ha aiutato a risolvere il caso. Noto solo come ancora una volta l’uso dei nomi è caratteristico: il vescovo si chiama Wolfe, e in tedesco Wolf significa “lupo”. Non mi sembra una scelta casuale, per un religioso che pur non essendosi macchiato del delitto, vedendo che dall’arresto di Fellowes avrebbe ricavato molto, si è offerto di aiutare la polizia ad arrestarlo.
Nelle pagine finali di The Lost Gallows, Bencolin ricorda a El Moulk che lo sta salvando dalla morte per impiccagione, cui era stato destinato da ****, solo perché lo vuol vedere salire il patibolo all’alba e vuol vedere come gli carezzi il collo La Vedova Rossa, cioè la ghigliottina. E nell’epilogo della storia, quando tutti sono ammutoliti dall’orrore, Bencolin... canta allegro una canzoncina: Bencolin, giudice implacabile, avrebbe voluto vedere ghigliottinato El Moulk che era stato alla causa di un evento tragico, ma accetta la sorte del fato: Dio ha colpito il malvagio, e ha fatto giustizia. E tutto può finire bene.

da: http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori