inizio rosso e giallo


Scott Turow


Sono passati molti anni da quando (1986) uno sconosciuto Scott Turow, con Presunto innocente, ha reinventato il legal thriller: In realtà sarà soprattutto Grisham a riformare compiutamente il genere, in particolare rispetto alla figura dell'avvocato, ma Turow ha avuto il merito di dare uno sguardo nuovo, ed estremamente realistico, al mondo giudiziario (protagonista del suo primo libro è un magistrato).
Niente di polveroso e soporifero, intendiamoci: Presunto innocente è un giallo coi fiocchi, un brillante congegno narrativo, con un coup de théatre finale davvero inaspettato.

Turow, comunque, non rimane ancorato al cliché e in altri libri affronta scenari completamente diversi.


Del 1990 il bel film di Alan Pakula Presunto innocente con Harrison Ford.


  • Presunto innocente (Presumed Innoncent, 1987), Mondadori, 1991, 2011
  • L'onere della prova (The Burden of Proof, 1990), Mondadori, 1993
  • Ammissione di colpa (Pleading Guilty, 1993), Mondadori, 1995, 2014
  • La legge dei padri (The Laws of Our Fathers, 1996), Mondadori, 2000
  • Lesioni personali (Personal Injuries, 1998), Mondadori, 2001
  • Errori reversibili (Reversible Errors, 2002), Mondadori, 2004
  • Eroi normali (Ordinary Heroes, 2005), Mondadori, 2004
  • Prova d'appello (Limitations, 2006), Mondadori, 2007
  • Innocente (Innocent, 2010), Mondadori, 2010
  • Tracce d'America (The Best American Mystery Stories 2006), Mondadori, 2011 - antologia a cura di S. Turow
  • Identici (Identical, 2013), Mondadori, 2014
  • La testimonianza (Testimony, 2017) ) Mondadori, 2017

Irene Bignardi

"Tutto l'orrore che provo per la pena di morte"

Questa è un'intervista a un uomo molto intelligente e preparato che è giunto alle conclusioni di chi è convinto, profondamente convinto, che la pena di morte non debba esistere, ma, per arrivare a questa conclusione, ha preso una strada lunga e accidentata. Chi parla dall'Ohio, dove si trova per un giro di conferenze, è Scott Turow, dal 1987 celebre romanziere di celebri legal thrillers come Presunto innocente, L'onere della prova e, più recentemente, e proprio su questo tema, di un formidabile successo come Errori irreversibili, pubblicato due anni fa.

Gli "errori irreversibili" sono quelli che alcuni dei protagonisti del libro hanno commesso nella loro vita - errori personali, sentimentali, cose che lasciano il segno. Ma, nel libro, sono soprattutto gli errori che i giudici e le giurie americane commettono nel mandare a morire, spesso, troppo, spesso, degli innocenti.

Mentre scriveva quel libro Scott Turow, che è stato in giovinezza viceprocuratore, poi avvocato penalista, e che ha continuato a svolgere questa professione con una serie di patrocinii gratuiti anche dopo essere diventato un grande scrittore di successo, è stato chiamato assieme ad altri dodici esperti nella commissione voluta dall'allora Governatore dell'Illinois, George Ryan: che nel 2000, dopo aver scoperto che tredici persone giustiziate erano innocenti, sospese con una moratoria l'esecuzione di 164 condannati a morte nel suo stato e convocò, appunto, una commissione per studiare la situazione della giustizia in relazione alla pena di morte.

Due anni dopo arrivarono, con uno choc, i risultati e le proposte di cambiamento. Non abbastanza per Ryan, ora diventato un fiero abolizionista, che, in un discorso tenuto quando il 19 settembre ha aderito a "Nessuno tocchi Caino", con il pathos di un convertito alla giusta causa ha spiegato che, "ho dovuto arrivare alla più alta carica dello Stato dell'Illinois per scoprire che se sei povero e appartieni a una minoranza, il sistema è contro di te".

E ha continuato elencando le cifre della mostruosa ingiustizia: "33 detenuti del braccio della morte sono stati rappresentati al processo da avvocati che sono poi stati allontani dall'esercizio della professione legale... Dei più di 160 condannati a morte, 35 erano afroamericani che erano stati giudicati da giurie composte solo di bianchi... più di due terzi dei condannati a morte erano afroamericani... 46 erano stati condannati sulla base di testimonianze fornite da informatori della prigione".

Insomma, il sistema era "arbitrario, capriccioso, ingiusto, razzista". Da riformare, quanto meno. Ora, secondo Ryan, da rifiutare. Sono i temi e il percorso che Scott Turow racconta e dibatte ora in Punizione suprema. Una riflessione sulla pena di morte (Mondadori, pagg. 206, euro 12), un avvincente, pacato pamphlet che esce in contemporanea all'uscita americana presso Farrar, Strass & Giroud e che percorre, da un'ottica "razionalistica" più che "etica", il dibattito sulla pena di morte negli Stati Uniti.

Arrivando alla sua personale conclusione, che è un "no" irrevocabile: ma per le diverse strade che può prendere il ragionamento di un grande avvocato appartenente a una cultura in cui la lezione di Beccaria non ha lasciato una traccia importante.

"Beccaria non era favorevole alla pena capitale solo perché pensava che tenere qualcuno in una forma di schiavitù perenne sarebbe stato molto più duro. E forse aveva ragione. Ma in compenso, accettando il concetto lockiano di contratto sociale, è stato il primo a dire che la punizione deve essere basata non sulla legge divina e che nessun individuo deve cedere allo Stato il suo diritto alla vita".

E perché secondo lei questo messaggio, come tanti altri elementi della più avanzata cultura europea di quegli anni, non è stato recepito dalla cultura americana?
"È difficile dirlo. Penso che in parte questo derivi dalla violenza che è esplosa negli Stati Uniti con la guerra civile. Qualsiasi la ragione, siamo certamente una cultura molto più violenta e facile alle armi. Una società piena di drammatiche divisioni. Con uno strano concetto della mascolinità. Io stesso faccio parte di una generazione cresciuta con l'idea del maschio come cowboy con una pistola sul fianco. Ma c' è anche il fatto che l'America crede in una religione da antico testamento, nel fondamentalismo, nell''occhio per occhio e dente per dente', in un cristianesimo che invoca la punizione meritata. Ma a spiegare questo atteggiamento non basterebbero le divisioni sociali, la povertà, la facilità di avere le armi, l'immagine della mascolinità: noi siamo anche molto più minacciati dall'assassinio di voi. Una parte dell'incapacità degli europei a capire la posizione americana dipende dal fatto che le circostanze non sono paragonabili".

George Ryan, dopo aver dichiarato la moratoria, è diventato abolizionista. Lei, almeno in questo libro, ha preso una posizione "razionale", contro la pena di morte, non una posizione "etica". Perché? Pensa forse che così il suo "no" conclusivo sia più facile da far arrivare agli americani, e dunque, in questo senso, più efficace?
"Sicuramente penso che se si vuole convincere qualcuno del fatto che la pena di morte è un errore non lo si otterrà dicendo a chi la pensa al contrario di te che è privo di senso morale. Non si arriva da nessuna parte dicendo agli oppositori che sono dei barbari. La maggior parte degli americani pensa che la punizione capitale sia appropriata, e non è solo una manifestazione di pazzi, è un giudizio morale, un modo di mostrare a tutti che se si fa del male si è puniti. D'altra parte, in tutto il mondo occidentale il crimine viene punito, la punizione fa parte della nostra costellazione morale. Il vero problema è: il sistema funziona? E quando si arriva alla pena capitale, ottiene il valore simbolico che vogliamo ottenere?"

Lei pensa dunque che negli Stati Uniti sia meno efficace parlare della pena di morte in termini etici e sia più utile discutere delle motivazioni e della modalità più giuste per comminarla?
"Gran parte dell'attuale dibattito sull'argomento negli Stati Uniti è determinato adesso dal fatto che è stato dimostrato scientificamente attraverso il test del DNA che i bracci della morte ospitano un sacco di gente innocente. E questi dati stanno avendo un effetto devastante sulla visione del problema. Non solo: sta arrivando all'età adulta una generazione che è stata maggiormente in contatto con le idee umanitarie e che si rende conto che chi è stato vittima nell'infanzia di terribili esperienze di violenza e di abuso è portato a ripetere il modello della violenza. Anche da questa nuova attenzione alla psicologia criminale nasce una forma di resistenza alla pena di morte".

Lei racconta, nel libro, il caso di Henry Brisbon, una sorta di Hannibal Lecter, condannato da mille a tremila anni di reclusione, che è riuscito a uccidere anche in carcere. Quanto pesa, nella valutazione a favore della pena di morte, la paura per i difetti del sistema penitenziario, la paura che i criminali possano fuggire?
"Pesa. E non c'è dubbio che se mandi qualcuno a morte questo qualcuno non ucciderà più. Ma la verità è che la maggior parte degli assassini non uccidono più. Dopo che la Corte Suprema nel 1972 ha decretato che la pena di morte è incostituzionale, nel successivo quarto di secolo solo sette su cinquecento condannati hanno ucciso ancora. E tuttavia hanno ucciso...".

Quanto pesa il fattore razziale nelle condanne?
"I bracci della morte sono pieni soprattutto di gente di colore. Se si parla degli afroamericani il tasso di criminalità è cinque volte quello della popolazione bianca. Ma quando si è trattato di condannare la gente alla pena di morte, i bianchi in Illinois sono stati condannati più spesso dei neri. La ragione è sconcertante: perché viviamo in una società sostanzialmente segregazionista, perché i bianchi tendono a socializzare con i bianchi, e perché se uccidi un bianco è tre volte e mezzo più probabile che tu sia condannato a morte. Questo, certo, è inquietante: perché ci dice che il sistema giudiziario valuta molto di più le vite dei bianchi".

Tutti questi dati non determinano un movimento di opinione abbastanza forte in favore dell'abolizionismo?
"La questione delle pena di morte non si risolverà presto. Per molti anni i democratici hanno dichiarato di essere contro la pena di morte. Ora anche loro si dichiarano a favore e nessuno ne farà oggetto della sua campagna nel 2004. Sono i difetti del sistema che tengono aperto il dibattito".

Tutto questo l'ha portata a considerare iniquo un sistema che condanna in maniera non oggettiva. E questo a lei sembra ora più che sufficiente per prendere posizione contro la pena di morte. Non è sufficiente pensare che lo stato non può uccidere i suoi cittadini per punirli di un delitto, diventando un assassino come loro?
"Resto, da un punto di vista morale, un agnostico sulla pena di morte. Sulla questione assoluta, in altre parole, probabilmente continuerei a sbandare. Ma da un punto di vista personale, non riesco a descrivere il senso di crudeltà e di orrore che ho provato quando mi sono trovato ad assistere a un'esecuzione: e mi sono accorto improvvisamente che si stava togliendo la vita a qualcuno che non rappresentava più un pericolo".

grazie a: Repubblica, 4 ottobre 2003