inizio rosso e giallo


Graham Greene

In Italia con i Borgia per trent'anni hanno avuto guerra, terrore, assassinii e massacri; ma c'erano anche Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia e che cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù!
Qui la celebre frase scritta da Greene e pronunciata da Orson Welles in Il terzo uomo.



Graham Greene (1904-1991), scrittore fra i più importanti del '900, ha più o meno sintetizzato il proprio lavoro così: «Il ruolo dello scrittore è quello di suscitare nel lettore la simpatia verso quei personaggi che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia
Greene non è ovviamente riconducibile a un genere, e, in senso lato, rifiutava anche la definizione di "scrittore cattolico", per via dell'importanza che per lui ebbero i problemi religiosi: in realtà erano "i problemi umani" a interessarlo, inserendovi anche, dal suo punto di vista, le tematiche variamente collegate con lo spirito religioso.

Vari suoi lavori sono incentrati su vicende poliziesche e, ancor più, spionistiche, ed egli definì questi libri "divertimenti", ma non ha senso suddividere la sua opera in "livelli": a Greene interessava capire, o, più ancora, forse, porsi delle domande, e in questo senso non poteva non occuparsi anche di politica (analogamente a le Carrè, con posizioni molto critiche nei confronti dell'Occidente, di cui peraltro si sentiva parte), oltre che, naturalmente, di situazioni drammatiche con risvolti violenti, e quindi in qualche modo riconducibili al poliziesco.

Le sue opere più legate al poliziesco, in genere imperniate su vicende spionistiche:


  • Il treno d'Istanbul (Istamboul Train, 1932), Mondadori, 1959, 1980, 2006
  • Una pistola in vendita (A Gun for Sale, 1936), Mondadori, 1955, 1991, 2002
  • La roccia di Brighton (Brighton Rock, 1938), Bompiani, 1948; Garzanti, 1968; o Brighton Rock, Mondadori, 2013
  • Missione confidenziale (The Confidential Agent, 1939), Mondadori, 1954, 1978
  • Il potere e la gloria (The power and the glory, 1940), Mondadori, 1945, 1969, 2010
  • Quinta colonna (The Ministry of Fear, 1943), Mondadori, 1946, 1975, 1994
  • The Little Train, 1946
  • Il terzo uomo (The Third Man, 1950), Bompiani, 1948, 1987, 2000; Mondadori, 1955, 1971, 2012
  • The Little Horse Bus, 1953
  • Il tranquillo americano (The Quiet American, 1955), Mondadori, 1957, 1992; o Un americano tranquillo, Mondadori, 1992, 2002
  • Il nostro agente all'Avana (Our Man in Havana, 1958), Mondadori, 1958, 1970, 1984, 2011
  • I commedianti (The Comedians, 1966), Mondadori, 1966, 1996
  • Un caso bruciato (A Burnt-Out Case, 1960), Mondadori, 1962, 1984, 2007
  • In chiave di paura, Mondadori, 1961: Il treno d'Istanbul, Un campo di battaglia, Una pistola in vendita, Missione confidenziale, Quinta colonna
  • Il console onorario (The Honorary Consul, 1973), Mondadori, 1973, 1991, 2011
  • Il fattore umano (The Human Factor, 1978), Mondadori, 1978, 1995, 2011
  • Il Dottor Fischer a Ginevra, ovvero la cena delle bombe (Doctor Fischer of Geneva or the Bomb Party, 1980), Mondadori, 1980
  • L'uomo dai molti nomi (The Captain and the Enemy, 1988), Mondadori, 1988
  • Il decimo uomo (The Tenth Man, 1985), Mondadori, 1985, 1995

 

 

A Graham Greene l'industria cinematografica ha attinto moltissimo: infatti sono circa cinquanta i film tratti dai suoi romanzi, racconti e commedie, di cui ha spesso curato personalmente la sceneggiatura. Tra questi:


  • Orient Express o Il treno per Istanbul (Istamboul Train, 1934), di Paul Martin, con Heather Angel, Norman Foster
  • Il fuorilegge (A Gun for Sale, 1942), di Frank Tuttle, con Alan Ladd, Veronica Lake, Robert Preston
  • Prigioniero del terrore (The Ministry of Fear, 1944), di Fritz Lang, con Ray Milland, Marjorie Reynolds
  • Brighton Rock (1947), di John Boulting, con Richard Attenborough
  • Il terzo uomo (The Third Man, 1949), di Carol Reed, con Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Bernard Lee
  • Un americano tranquillo (The Quiet American, 1958), di Joseph L. Mankiewicz, con Audie Murphy, Michael Redgrave
  • Il nostro agente all'Avana (Our Man in Havana, 1959), di Carol Reed, con Alec Guinness, Burt Ives, Maureen O'Hara
  • I commedianti (The comedians, 1967), di Peter Glenville, con Richard Burton, Elizabeth Taylor, Alec Guinness, Peter Ustinov
  • Il fattore umano (The Human Factor, 1979), di Otto Preminger, con Richard Attenborough, Robert Morley
  • Il console onorario (The Honorary Consul, 1983), di John Mackenzie, con Richard Gere, Michael Caine, Bob Hoskins
  • Fine di una storia (The End of the Affair, 1999), di Neil Jordan, con Ralph Fiennes, Julianne Moore
  • Un americano tranquillo (The Quiet American, 2002), di Phillip Noyce, con Michael Caine, Brendan Fraser, Do Thi Hai Yen


Graham Greene
Paolo Bertinetti

Enigma Graham Greene: l'uomo, la spia, lo scrittore

Paolo Bertinetti, forse oggi in Italia il massimo esperto di Graham Greene (di cui ha curato, tra l’altro, la pubblicazione dell’opera nella collana dei Meridiani; con Gianni Volpi è anche autore del libro Effetto Greene. Graham Greene e il cinema, Bulzoni, 1990), non esita un attimo a dare ragione a Norman Sherry, biografo dello scrittore inglese che, in una recente intervista, lo ha definito “una delle massime espressioni della letteratura del XX secolo”.

Come mai allora Greene è puntualmente espunto dal “canone” letterario del Novecento?

Con Greene abbiamo uno dei massimi scrittori inglesi del Novecento. Eppure non è stato capito. La principale ragione di questo “abbaglio” risiede nel pregiudizio snob, da parte della critica letteraria, che lo accusava di essere scrittore di “troppo grande” successo. Uno scrittore che vende troppe copie rischia questa forma di “ostracismo”. A tale ragione se ne aggiunse poi un’altra, verso la fine degli anni ’50, quando, anche in Italia, Greene fu ritenuto uno scrittore anti-americano. Mi riferisco soprattutto alla critica giornalistica – perché quella accademica era appunto “intrappolata” nel primo pregiudizio – che lo bollò come antiamericano soprattutto a causa della pubblicazione di romanzi come Un americano tranquillo (secondo me uno dei suoi migliori libri, in cui, fin troppo facilmente, Greene profetizzava la degenerazione del conflitto vietnamita); libro, questo, nel quale il governo degli Stati Uniti non faceva proprio una bella figura.

L’inglese Greene fu anche cristiano cattolico. Quanto ha pesato la conversione religiosa sulla sua scrittura?

La fede cattolica ha esercitato una forte influenza sulla scrittura di Greene, soprattutto per quanto riguarda la creazione di alcuni suoi personaggi; penso al prete ubriacone de Il potere e la gloria, al protagonista de Il nocciolo della questione. In più credo che il suo essere cattolico abbia ingenerato in lui un atteggiamento di grande comprensione nei confronti della debolezza e della fragilità di noi uomini, di noi tutti e, al tempo stesso, di maggiore fiducia - più di quanta avrebbe potuto averne un protestante - nel perdono e nella misericordia divina.

Però lui non amava l’etichetta di “scrittore cattolico”. Diceva che non esistono gli scrittori cattolici ma solo “romanzieri che sono anche cattolici”…

Greene diceva di sé: “I am a writer who happens to be a catholic”. Nella traduzione italiana si perde qualcosa; si tratta di una piccola sfumatura, ma Greene stesso lo fece notare.

A Greene capitò anche di essere un agente dello spionaggio inglese. La cosa non fu priva di conseguenze: quasi tutti i suoi romanzi sono delle spy-story.

È vero, egli fu “istituzionalmente” una spia. Prima a Londra in tempo di guerra, poi in Sierra Leone, a Freetown. Poi di sicuro deve aver mantenuto un rapporto con i servizi segreti inglesi, fino agli ultimi anni della vita. Ne parla nelle sue memorie anche Yvonne, la donna che gli fu compagna negli ultimi trent’anni della sua vita. Era un mestiere che senz’altro affascinava Greene, sin da giovane, e che gli ha fornito elementi utilissimi per la sua invenzione romanzesca, sia nella declinazione più drammatica, penso a romanzi come Il fattore umano, sia in quella tendente verso il comico e il grottesco, come nel caso de Il nostro agente all’Avana.

Un uomo comunque a cui piaceva rimanere avvolto nel mistero. La biografia di Norman Sherry, l’unica autorizzata dallo stesso scrittore, quanto può essere attendibile?

Direi di attenerci a quanto Greene stesso dice al suo biografo: “Quello che ti dico corrisponde al vero, ma non ti dirò tutto”. E infatti certe cose non le ha dette e solo in alcuni casi Sherry è riuscito a “recuperarle” da altre fonti. Il riserbo in Greene è una dote molto accentuata. In questo direi che è molto inglese, e la cosa non sorprende… pochi inglesi sono stati così “inglesi”. Su questa riservatezza, naturale per uno scrittore del suo successo, si aggiunga il particolare della sua attività di agente del controspionaggio e di marito non proprio “fedele”: direi allora che tutta questa voglia di mistero e di creare una cortina protettiva attorno a sé diventa pienamente comprensibile.

A proposito di cortina. In quegli anni c’è lo scandalo di Philby, la più famosa spia inglese che di punto in bianco passa la cortina e fugge nella Russia sovietica. Sembra un romanzo di Greene ma qui si tratta della sua biografia, i due infatti erano amici.

Di fatti. È difficile parlare di amicizia nel mondo dello spionaggio ma è senz’altro vero che Philby fu il direttore di Greene quando lo scrittore lavorò nei servizi segreti a Londra. Probabilmente cercò di coinvolgere sempre di più il suo brillante sottoposto, ma Greene invece a quel punto si defilò. Qui però vi è l’aspetto strano, che porta a pensare a un vero rapporto di amicizia: Greene rimase sempre un grande ammiratore della personalità, del sangue freddo e della coerenza dimostrata da Philby. Per Greene c’era una coerenza in Philby, da qui la sua stima per una persona nota soprattutto come doppiogiochista e fornitore di informazioni segrete al nemico comunista. Inoltre, anni dopo, a Mosca, l’anziano scrittore chiederà di incontrare il suo vecchio collega e i due si rincontreranno. Per finire, Greene scrisse una prefazione al libro di memorie di Philby, fatto che ovviamente suscitò molta disapprovazione.

Greene racconta spesso di luoghi e atmosfere esotiche. Un tema dei suoi romanzi è quindi, inevitabilmente, anche il confronto-scontro tra l'Occidente e il resto del mondo. A dispetto dell'oblio in cui sembra caduta l'opera di Greene, questo aspetto non dovrebbe essere, oggi, un motivo di grande interesse e attualità di quei romanzi?


Senz’altro. A mio avviso Greene è davvero un cronista del suo tempo. Dico cronista nel senso più alto del termine, e penso (magari qualcuno dirà che esagero) a scrittori come Dickens e Balzac, per l’Inghilterra e la Francia dell’800. Greene a suo modo fu un grande cronista del mondo uscito dalla seconda guerra mondiale, il mondo della guerra fredda. Durante quegli anni, fino a tutti gli anni ’70, Greene illustra, con le sue opere migliori, questo mondo diviso drammaticamente in due blocchi. Romanzi come Il fattore umano e Un americano tranquillo rivelano la profondità dell’osservazione di Greene e quindi anche la sua lungimiranza. Il mondo che noi oggi viviamo è un mondo che è appena uscito da quelle situazioni lì.

Qual è, secondo lei, il capolavoro di Greene?

Impossibile rispondere con un titolo solo. Ho bisogno di indicarne almeno quattro: Il potere e la gloria, Il nocciolo della questione, Un americano tranquillo e Il fattore umano. Come si vede ho volutamente attraversato tutti i periodi della lunga produzione narrativa di Greene. Dopo Il fattore umano la qualità obiettivamente va un po’ a scemare, ma devo dire che a me è piaciuto anche il suo ultimissimo romanzo L’uomo dai molti nomi.

In quest’ultima prova narrativa Greene, romanzandola, fa però chiaro riferimento alla sua infanzia scolastica. Che a quanto pare fu terribile. È vera la storia del tentato suicidio?

Bisogna distinguere. La sua infanzia fu bellissima, piena di un grande calore familiare che però scomparve come per incanto (o per maledizione) nel momento in cui il giovane Graham varcò la soglia della scuola. Inoltre il padre commise la sciocchezza di iscriverlo alla scuola dove lui era preside. Siamo negli anni ’20, in Inghilterra, e di fatto lui si trovò a essere in mezzo ai suoi coetanei guardato, osservato, come “il figlio del nemico”. E come tale fu trattato. Da qui i traumi, la depressione, la malinconia che altre volte tornarono nel resto della sua vita. Ma non so se possiamo prestare fede a quanto scrive in merito ai tentativi di suicidio. Forse si trattò, più probabilmente, di alcuni tentativi (del tipo roulette russa) che Greene fece per scuotersi dalla “noia esistenziale” (è questa l’espressione che usa) che lo aveva aggredito, per ricevere uno “shock” al fine di uscire dal “tedium vitae”.

Che uomo era Graham Greene?

Era un uomo molto riservato. Al tempo stesso, con la ristretta cerchia degli amici si rivelava brillante, ricco di simpatia e di humour. Tutte le biografie concordano su questo punto. Per esempio, Mario Soldati era molto amico di Greene: i due lavorarono insieme nel film di Soldati La mano dello straniero di cui Greene firmò la sceneggiatura. Il film non è memorabile, ma sancì la nascita di una vera amicizia.

intervista a cura di Andrea Monda - da Rai Libro