BREVE STORIA D'ITALIA

 



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Qualcuno ebbe a dire che il celebre maggio francese era in verità cominciato a Trento, parecchi mesi prima, nell’autunno del 1967 (per una ricostruzione della sequenza degli avvenimenti, v. la cronologia) proprio nei giorni in cui Ernesto Che Guevara stava combattendo la sua ultima battaglia prima di essere catturato e ucciso dall’esercito boliviano (col supporto della CIA).
Naturalmente non ha molta importanza attribuire certificati di paternità: in realtà in Italia, in Francia, in Germania, in altri paesi europei, fra i giovani si respirava già da tempo un’aria nuova. La contestazione degli hippies di San Francisco, nei primi anni ‘60, verso la guerra in Vietnam aveva coinvolto parti significative dell’avanguardia intellettuale americana ma gli echi della beat generation di Jack Kerouac (il suo On the road, Sulla strada, rimase per anni forse il libro più amato dai giovani, così come le canzoni di Bob Dylan e Joan Baez; in realtà lo spirito anarchico di Kerouac era in contrasto con le sue posizioni strettamente politiche, decisamente più conservatrici di quanto i suoi lettori pensassero) e di Allen Ginsberg erano giunti in Europa affievoliti, deformati da un clima culturale completamente diverso: qui nella prima metà del decennio si guardava piuttosto ai Beatles e ai Rolling Stones, si portavano i capelli lunghi o i pantaloni scampanati, con un certo disappunto da parte dei benpensanti e tuttavia senza turbare la sostanza dell’ordine costituito; questo vago, e tutto sommato innocuo (schegge di televisione ci fanno ancora vedere certe trasmissioni RAI affollate da giocondi “capelloni” impegnati a seguire ritmi musicali più o meno plausibili) anticonformismo, lentamente in vari settori del mondo giovanile si trasformò in un disagio sempre più marcato nei confronti di società che venivano viste come dominate da valori vecchi, e nell’università ciò prese la forma di un discorso tutto politico.

In alcune Facoltà spuntarono - accanto ai classici del marxismo - testi di studiosi finora conosciuti solo da pochi addetti ai lavori, Herbert Marcuse, Theodor W. Adorno, Wilhelm Reich, Frantz Fanon, Jean-Paul Sartre, Roland Barthes, Paul Sweezy, Eric Fromm, e altri ancora.


È certamente significativo che molti degli studenti che avviarono questa riflessione fossero di estrazione cattolica (del resto era del tutto atipico non esserlo in un paese fino allora dominato dalla cultura cattolica. “Non possiamo non dirci cristiani” scrisse Benedetto Croce. Ma grande eco anche tra i non credenti ebbe il libro Lettera a una professoressa nato dall’esperienza di pedagogia antiautoritaria condotta da don Milani ), ma la chiave per comprendere come mai soprattutto in Italia e in Francia la protesta giovanile fu così politicizzata e prese determinati indirizzi, sta nel fatto che proprio in questi due paesi la sinistra non solo era particolarmente forte ma aveva come riferimento maggioritario i partiti comunisti, a differenza del Nord Europa e della Gran Bretagna dove prevalevano le formazioni di tipo socialdemocratico.
Su questa solida e diffusa tradizione marxista, dunque, si innestò la protesta studentesca: da Trento, Pisa e Milano si diffuse a Torino, a Roma e poi praticamente in tutti gli Atenei, ed ebbe il suo momento di svolta il 1° marzo 1968, quando gli studenti romani che volevano occupare di nuovo la facoltà di Architettura, appena sgombrata dalla Questura, per la prima volta risposero alle cariche della polizia e ingaggiarono, a Valle Giulia, una vera e propria battaglia di piazza.








Vi odio cari studenti ...Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri, vengono da periferie, contadine o urbane che siano...

Così scrisse Pier Paolo Pasolini sull’Espresso (n. 24, 16.6.68), in uno dei suoi tanti e bellissimi scritti corsari, consapevolmente contraddittori, segnati da un bruciante desiderio di capire e al tempo stesso di non farsi intrappolare dalla pigrizia degli schemi.
Tutto il sistema formativo italiano era basato su un ordine culturale e legislativo costruito a fine ‘800 e in epoca fascista, e conteneva in sé tutti gli elementi più deteriori dell’Italietta: norme arcaiche e confuse, totale mancanza di democrazia e trasparenza, disorganizzazione, inadeguatezza delle strutture, carenza nei servizi primari (a cominciare dalle aule), metodi e percorsi di studio sorpassati, libri di testo ottocenteschi, carenza della ricerca scientifica. Può essere indicativo lo scarso numero di premi Nobel ottenuti da italiani: Golgi (1906), Marconi (1909), Fermi (1938), Segrè (1959), Natta (1963), Luria (1969), Dulbecco (1975) - Segrè, Luria e Dulbecco erano però diventati cittadini statunitensi - Rubbia (1984), Levi Montalcini (1986). Altri Nobel, per la letteratura: Carducci (1906), Deledda (1926), Pirandello (1934), Quasimodo (1959), Montale (1965), Fo (1997).

Anche nell’università (dove oltre a tutto i professori erano spesso latitanti), come in genere nei vari servizi pubblici, gli utenti principali, cioè gli studenti, erano insomma considerati poco più che un inevitabile fastidio, ma la protesta andò immediatamente oltre questi aspetti, diciamo così, organizzativi e divenne dissenso radicale verso il ruolo stesso esercitato dalla scuola: questa, in estrema sintesi, veniva considerata un vero e proprio mezzo di manipolazione ideologica, attraverso il quale le classi dominanti formavano generazioni pronte a inserirsi disciplinatamente nel sistema capitalistico; l’università, in particolare, aveva la funzione di preparare i quadri dirigenti della collettività e in quanto tale era criticata ancora più pesantemente.
Ma, proprio per tale intima connessione fra istruzione e società, gli studenti dovevano trovare “un corretto rapporto fra lotta sulle strutture universitarie e tensione non estremistica a porsi anche all’esterno come forza attiva [...perché] il solco tra movimento studentesco e movimento operaio non va approfondito ma criticamente scavalcato se si vuole che la funzione critica del movimento studentesco non operi nel vuoto”. (Alberto Asor Rosa, Lotte studentesche e movimento operaio, in Problemi del Socialismo, n. 28-29, marzo-aprile 1968) “Noi nelle metropoli combattiamo contro il complesso delle istituzioni che ci dominano, in cui gli uomini debbono essere giorno e notte condizionati per garantire la conservazione dell’ordine costituito. Ognuno deve restare integrato, deve essere oggetto degli oggetti dominanti: altrimenti tutto il sistema ne viene rivoluzionato.” (Rudi Dutschke, Teoria e pratica in situazioni specifiche, Feltrinelli, 1968, p. 32. Dutschke era il principale leader degli studenti tedeschi: durante una manifestazione gli spararono alla testa e il giornale conservatore Der Spiegel ironizzò finemente sul fatto che egli, agonizzante, invocasse la madre)


La critica degli studenti coinvolse apertamente le stesse forze di sinistra, accusate di essere ormai subalterne alle regole del capitalismo e di aver perso ogni connotazione rivoluzionaria: il Segretario del PCI, Luigi Longo (Togliatti era morto nel 1964), intuì l’importanza del movimento e cercò più volte di stabilire un confronto, ma la maggioranza degli studenti politicizzati rifiutò decisamente il dialogo e anzi fece del PCI uno dei propri bersagli preferiti. Occorre dire, comunque, che se in pratica tutte le scuole e le Facoltà vennero prepotentemente coinvolte nelle lotte, non tutti gli studenti erano sulle posizioni dell’estrema sinistra: i più restavano in qualche modo ai margini, una certa parte si schierò con i fascisti e una piccola ma significativa minoranza scelse di continuare a militare nei partiti della sinistra storica.
Dopo circa un anno dalle prime occupazioni (in cui si chiedeva innanzi tutto il diritto di assemblea) il movimento studentesco non esisteva praticamente più in quanto corpo omogeneo: lo spiccato carattere ideologico assunto dal dibattito aveva portato alla frammentazione in vari gruppi, genericamente detti della “sinistra extraparlamentare”: è molto difficile dar conto di questa realtà variegata (per una panoramica v. nelvento), sia perché in tutte le formazioni vi furono ripetutamente spaccature, ricomposizioni, fusioni, sia perché la loro evoluzione fu estremamente rapida, e segnata da una fortissima competitività reciproca. In ogni modo questi gruppi sono riconducibili principalmente a due filoni del pensiero marxista: quello comunista e quello più legato all’elaborazione antileninista di Rosa Luxemburg, e, in Italia, all’esperienza maturata nella sinistra socialista e in riviste come Quaderni Rossi, di Raniero Panzieri.
Nel primo caso il riferimento ideologico era la Cina, e in particolare la Rivoluzione culturale promossa da Mao nel 1966: i comunisti cinesi avevano rotto con Mosca nel 1964, accusando i sovietici di revisionismo, cioè di aver tradito i princìpi del marxismo-leninismo rivedendone i punti centrali e criticando Stalin; a metà degli anni ‘60 in Europa si erano staccati dai partiti comunisti piccoli nuclei che nel nome stesso intesero ribadire la loro fedeltà al marxismo-leninismo di Mao e Stalin, ma restarono sostanzialmente insignificanti: da noi il PCd’I m-l (Partito Comunista d’Italia marxista-leninista) era una realtà microscopica, che addirittura si spaccò in due partitini concorrenti, ciascuno impegnato più a farsi “riconoscere” da Pechino o da Tirana (!) che a fare politica; tra gli studenti ebbe invece una notevole fortuna l’Unione dei comunisti m-l (più conosciuta col nome del suo giornale Servire il popolo), con la sua grande rigidità dottrinaria, i cortei all’insegna del libretto rosso di Mao e del più ridicolo realismo socialista (per realismo socialista s’intende più specificamente la concezione - nata nell’URSS degli anni ‘30 e diffusasi poi nei regimi cosiddetti socialisti - dell’arte come rappresentazione esclusiva della “realtà”, in cui naturalmente predominavano muscolosi operai e coraggiose donne che celebravano entusiasticamente le vittorie proletarie).

 

Con analoghe simpatie per Mao, ma con minor folklore e con seria attenzione verso il PCI (che comunque mantenne viva la propria presenza, ancorché minoritaria rispetto ai gruppi, sia nelle scuole che nelle università), il gruppo guidato a Milano da Mario Capanna, e che mantenne il nome di Movimento Studentesco. Con posizioni di forte radicalità, in cui pesavano anche elementi delle teorie trotskiste, Avanguardia Operaia. Tutt’altro che vicino al dogmatismo m-l, ma con dichiarate simpatie verso la rivoluzione culturale, il Manifesto, creato da dirigenti del PCI (Pintor, Rossanda, Magri, Castellina) radiati all’inizio del ‘69 per le loro aspre critiche al funzionamento del partito e ai suoi ritardi nell’elaborazione teorica; nel ‘71 fondarono l’omonimo quotidiano, che rimase in vita (a differenza di quelli creati da Lotta Continua e Avanguardia Operaia) anche dopo la scomparsa del gruppo.
Più vivaci sul piano dell’iniziativa e politicamente più articolate (proprio perché assai meno incardinate a rigidi presupposti ideologici) le formazioni che non si rifacevano direttamente alla tradizione del movimento operaio: con una struttura per certi versi simile ai gruppi m-l, ma senza alcun richiamo alla matrice stalinista, Potere Operaio, l’organizzazione costituita da Toni Negri e Oreste Scalzone (maScalzone lo chiamavamo). Lotta Continua fu una delle formazioni che ebbe maggior seguito, e oltre i confini scolastici, anche perché meno di altre ebbe la preoccupazione di darsi un forte assetto ideologico e organizzativo (ricordo ancora la perentoria affermazione di un dirigente di Lotta Continua, durante una delle innumerevoli assemblee universitarie in cui noi comunisti venivamo regolarmente battuti dai gruppi: “Il marxismo non si studia, si applica!”) e puntò invece a calarsi in tutte le aree di più acuta conflittualità e marginalità sociale, dal movimento di occupazione delle case ai fermenti di protesta nelle carceri e nelle caserme, fino ad appoggiare la stessa rivolta di Reggio Calabria. In seguito all’assegnazione a Catanzaro del ruolo di Capoluogo di Regione (1970), si creò un violento movimento di protesta che per più di un anno agitò la vita di Reggio C. Furono alcuni gruppi di potere locale e il MSI ad alimentare quella che in talune occasioni assunse le caratteristiche di ribellione sociale: fu proprio su questo aspetto che LC tentò, inutilmente, di innestare elementi politici in grado di trasformare una generica lotta localistica in rivolta popolare.
Al di là delle notevoli differenze fra i vari gruppi (intorno ai principali ne proliferò una miriade di minor consistenza), si può sommariamente rilevare che l’impianto estremista delle loro analisi e proposte si fondava su una visione del tutto semplicistica sia della composizione di classe della società italiana, assai più complessa della mera contrapposizione borghesia-proletariato, sia dei rapporti di forza fra le parti in conflitto, che andavano ben al di là della rispettiva consistenza “militare”. Tant’è che già nei primi anni ‘70 la maggior parte di queste formazioni non esisteva più o si era disarticolata prendendo le strade più varie: i marxisti-leninisti semplicemente scomparvero; una parte di LC e di Potere Operaio confluì nella cosiddetta area dell’Autonomia, a sua volta poi frantumatasi, un’altra, minoritaria, andò ad alimentare le file del terrorismo; il movimento di Capanna tentò di riorganizzarsi oltre l’ambito universitario e in seguito fu una delle componenti di Democrazia Proletaria; il Manifesto si unì a una parte del disciolto PSIUP, costituendo il PdUP, mentre il quotidiano rimase come entità autonoma; molti militanti entrarono in ordine sparso nel PCI, altri, più proficuamente dal punto di vista economico, nel PSI o direttamente in qualche grande azienda.

Alle elezioni del 1972 il PSIUP ottenne un risultato fallimentare, non riuscendo a eleggere nessun parlamentare: la maggioranza decise di sciogliere il partito e confluire nel PCI, la minoranza formò il PdUP (Partito di Unità Proletaria); l’alleanza elettorale (1975-6) fra PdUP, Avanguardia Operaia e Movimento Lavoratori per il Socialismo (il gruppo di Capanna), prese il nome di Nuova Sinistra Unita e successivamente (1978) si costituì in partito (senza però il gruppo dirigente del PdUP, che entrò nel PCI): Democrazia Proletaria si è poi sciolta nel 1991, con alcuni suoi dirigenti, fra cui Capanna, entrati nel movimento ambientalista, mentre la maggioranza ha aderito a Rifondazione Comunista.
Parentesi: ma che fine hanno fatto tanti "rivoluzionari" che quotidianamente ricoprivano di merda il PCI? In un pessimo e ridicolo sito, quello del PMLI, che si definisce "l'espressione politico-organizzativa più avanzata dell'esperienza accumulata dal proletariato italiano lungo tutta la sua storia", nientemeno, troviamo una curiosa pagina intitolata "I principali imbroglioni politici del '68": la riproduciamo qui (con alcune correzioni, e comunque non garantendo la completa attendibilità dei vari itinerari e approdi finali, 2010) perché effettivamente...


Ma il 68, per fortuna, non è certo riconducibile unicamente alla vita spericolata dei gruppi e rappresentò nel suo insieme un grande momento di rinnovamento della società italiana: moltissimi giovani scoprirono la politica, nuovi modi di stare insieme, culture diverse, comportamenti più aperti e innovativi nella sfera familiare e sessuale; la partecipazione di numerose ragazze ai movimenti di lotta contribuì a far emergere le distorsioni di una società storicamente fondata secondo bisogni e criteri soltanto maschili, e alle passate lotte per l’emancipazione sul lavoro delle mondine o delle operaie si aggiunse quel concetto più ampio di liberazione della donna che è alla base del femminismo; il mondo della cultura fu investito con forza da una carica contestativa che ne metteva in discussione la separatezza e i privilegi rispetto al mondo del lavoro, e se per numerosi intellettuali l’adesione alla protesta fu superficiale, snobistica, per molti altri rappresentò un’occasione seria per tentare di ridefinire il rapporto fra sapere e struttura sociale; la forte critica alla logica esasperata dei consumi e al conformismo produsse da una parte forme di nuova consapevolezza del legame uomo-ambiente e dall’altra l’acquisizione di una maggiore autonomia rispetto a regole morali e condotte individuali che parevano immutabili: di qui, in primo luogo, il diffondersi di una laicità finora soffocata dalla tradizione cattolica e di una modernizzazione dei costumi che avrà come punto di svolta l’introduzione del divorzio (1970) e della legge sull’interruzione della gravidanza (1978).

Oltre a cinema, teatro, letteratura, musica, di cui si parlerà più avanti, è significativo come settori importanti del mondo scientifico furono portati a interrogarsi sul proprio ruolo: medici, psichiatri, magistrati, proprio in quegli anni diedero vita a forme associative di netto orientamento progressista.
Rossana Rossanda definì il 68 l’anno degli studenti, ed in parte è senz’altro vero, ma questa espressione fu coniata durante le giornate più calde del maggio studentesco e non poteva raccogliere l’altra novità di enorme importanza che si stava delineando, cioè l’energico rilancio della combattività operaia.

Già nel 1966, col rinnovo contrattuale degli elettromeccanici, si era capito che le lotte di pochi anni prima non erano state un sussulto isolato e che il paziente lavoro di ricucitura del rapporto fra sindacato e lavoratori cominciava a dare i primi risultati.
Ancora una volta furono i giovani operai meridionali a dar fuoco alle polveri. Le trasformazioni nell’organizzazione industriale, in particolare con l’introduzione di nuovi sistemi di controllo della produttività (tra cui le famose tabelle in cui i capireparto segnavano scrupolosamente i tempi e la qualità delle prestazioni dei dipendenti), avevano comportato un notevole appesantimento delle condizioni di lavoro, con ritmi particolarmente faticosi, precarietà in termini di sicurezza e salute, e il continuo ricatto del cottimo, cioè il salario direttamente in proporzione alla quantità di produzione effettuata. In numerose fabbriche del Nord si diffuse un accentuato malcontento fra i lavoratori, ma gli organismi sindacali, le Commissioni Interne, erano molto prudenti e ritenevano che i rapporti di forza col padronato non fossero ancora tali da consentire una ripresa delle lotte.
Così il sindacato indirizzò la propria iniziativa su alcuni temi d’interesse generale (la casa, le pensioni), organizzando scioperi e manifestazioni: si trattò certamente di una scelta importante, perché, oltre a portare all’attenzione dei cittadini questioni di rilevante peso sociale, riproponeva un confronto politico sulle grandi riforme, e tuttavia rischiava di riprodurre il vecchio errore degli anni ‘50, quando la strategia elaborata a livello centralizzato aveva perso di vista le realtà specifiche. Quando gruppi di operai organizzarono spontaneamente improvvise fermate del lavoro, cortei interni alle aziende, volantinaggi fuori dai cancelli, i sindacati presero le distanze da queste azioni considerate avventate, oltre a tutto valutando che non avrebbero avuto un gran seguito: invece, soprattutto in alcuni grandi stabilimenti (Pirelli, Fiat Mirafiori, Alfa Romeo, Petrolchimico di Marghera, Siemens, Magneti Marelli), queste lotte spontanee presero piede a tal punto che in molti casi le Commissioni Interne furono completamente tagliate fuori; i gruppi, e in particolare Lotta Continua, cominciarono a intervenire sistematicamente di fronte alle fabbriche e riuscirono in diverse situazioni a creare nuovi organismi, i Comitati Unitari di Base, che per un certo periodo ottennero larghi consensi.

Ci fu naturalmente chi, a sinistra e a destra, si affrettò a stilare il necrologio del sindacato, ma la tradizione del movimento operaio italiano non era fatta di retorica, bensì di legami profondi di solidarietà e di cultura politica: la ricchezza di tale patrimonio, e l’intelligenza di molti dirigenti sindacali (primo fra tutti Bruno Trentin, allora Segretario della FIOM CGIL), consentì al sindacato di recuperare rapidamente il terreno perduto e di riprendere in mano la direzione del movimento. Gradualmente le vecchie Commissioni Interne vennero sostituite dai Consigli di fabbrica, o più precisamente dei delegati, perché in ogni reparto i lavoratori eleggevano un proprio delegato, indipendentemente dal sindacato di appartenenza, che li avrebbe rappresentati nel Consiglio unitario di azienda.


Alla ripresa dell’attività dopo le ferie del 1969, CGIL, CISL e UIL, che nel frattempo avevano avviato fra loro un intenso dialogo di riavvicinamento, erano pronte a un’offensiva che si rivelò ancora più ampia del previsto: la lotta per il rinnovo del contratto vide la partecipazione di oltre un milione e mezzo di metalmeccanici, a cui si unirono quasi tutti i lavoratori degli altri comparti, consapevoli del significato politico che avrebbe assunto l’esito dello scontro. Questo autunno caldo finì con la conquista di quasi tutte le rivendicazioni (aumenti di salario uguali per tutti, introduzione graduale delle 40 ore settimanali, diritto di assemblea, abolizione delle gabbie salariali, cioè delle differenti retribuzioni fra zone e zone) e spianò la strada ai rinnovi contrattuali che nei mesi successivi videro impegnati, con analogo successo, i chimici, gli edili, i ferrovieri, i tessili, e le categorie del pubblico impiego.
Questo nuovo clima fra l’altro favorì in modo decisivo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori: per la prima volta una Legge dello Stato disciplinava rigorosamente i diritti dei lavoratori dipendenti, sancendo alcune libertà e principi fondamentali altrimenti sottoposti al completo arbitrio dei datori di lavoro. Non si può non vedere il nesso tra lotte operaie e studentesche, creatosi anche al di là degli specifici obiettivi di lotta. Si era avviato un processo di liberazione che coinvolgeva nel profondo la società e nell’insieme si può dire che il 68 fu molto di più che una stagione politica: incrinò vecchie regole, mise in discussione mentalità sorpassate, e soprattutto liberò una molteplicità di energie senza le quali la società sarebbe sicuramente meno dinamica e aperta.

Il 1968, tuttavia, fu un anno cruciale anche a causa dei fatti di Cecoslovacchia: nel partito comunista di quel paese si era andato formando un nuovo gruppo dirigente, che voleva risolutamente avviare una politica di riforme che chiudesse col passato stalinista.


Questo nuovo corso prese il nome di primavera di Praga, perché fu nei primi mesi del ‘68 che il governo promosso da Alexander Dubcek prese importanti provvedimenti di liberalizzazione, subito accolti con entusiasmo dalla stragrande maggioranza della popolazione: un precedente che poteva essere preso ad esempio anche da altri paesi del blocco sovietico e in quanto tale era pericolosamente destabilizzante, al punto che Mosca decise di intervenire con la massima durezza: il 21 agosto le truppe del Patto di Varsavia entrarono a Praga e ancora una volta si spegnevano drammaticamente le speranze di riforma del cosiddetto socialismo reale. Il PCI non esitò ad esprimere il proprio “grave dissenso”, ma non arrivò a una rottura aperta con l’URSS, limitandosi a riprendere la propria autonoma elaborazione e rinviando ancora lo “strappo”.
Così si espresse Enrico Berlinguer al XII Congresso del PCI (1969): “Il nostro modo di collocarci di fronte a questa realtà dei paesi socialisti [...] non è più venato di elementi mitici, ma affidato per intero alla capacità critica e al rigore rivoluzionario.”   

 


 

  • La migliore bibliografia: in appendice all'imponente e bellissimo libro curato da Giampaolo Borghello, Cercando il '68, Udine, Forum, 2012
  • Bibliografia ragionata (2008) a cura della Biblioteca comunale di Bellinzona

    in generale


    1968 un anno dai mille volti, in l'Europeo, gennaio 2008
    1968: un anno di confine: i fotografi italiani raccontano, in l'Europeo, 2008
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    Nanni Balestrini - P. Moroni, L’orda d’oro, Sugarco, 1988
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    Riccardo Bertoncelli, Un sogno americano. Storia della musica Pop, Arcana, 1975
    Giorgio Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta, Feltrinelli, 1993
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    • Giampaolo Borghello (cur.), Cercando il '68 : documenti, cronache, analisi, memorie : antologia, Forum, 2012
    Anna Bravo, A colpi di cuore, Laterza, 2008
    Massimo Cacciari, Dopo l'autunno caldo: ristrutturazione e analisi di classe, Marsilio, 1973
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    Mario Capanna, Lettera a mio figlio sul 68, Rizzoli, 1998
    Toni Capuozzo, Andare per i luoghi del '68, il Mulino, 2018
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    Mao Tse-tung, Per la rivoluzione culturale. Scritti e discorsi inediti 1917-1969, Einaudi, 1975
    J. Myrdal - G. Kessle, Un villaggio cinese nella rivoluzione culturale, Einaudi, 1972
    Bobby Seale, Cogliere l'occasione!, Einaudi, 1971
    Edgar Snow, La lunga rivoluzione, Einaudi, 1974
    Edgar Snow, Stella rossa sulla Cina, Einaudi, 1974
    Paco I. Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Che Guevara, Milano,1997
    Giuseppe Vettori, La sinistra extraparlamentare in Italia, Newton Compton, 1976
    • Arnulf Zitelman, Non mi piegherete: vita di Martin Luther King, Feltrinelli, 1997

    scuola

    Documenti dell'occupazione del Liceo Parini, Feltrinelli, 1968
    Michele Gesualdi (cur.), Don Lorenzo Milani maestro di libertà, Firenze, 1987
    Roberto Mazzetti, Lettera a una professoressa e i suoi problemi, Morano, 1972
    Lorenzo Milani, L'obbedienza non è più una virtù, Libreria Editrice fiorentina, 1965
    Edgar Morin, Sociologia del presente, Ed. Lavoro, 1987
    • Peppino Ortoleva, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, Ed. Riuniti, 1988
    Marco Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in: Storia dell'Italia repubblicana, Einaudi, 1995
    • Rossana Rossanda, L'anno degli studenti, De Donato, 1969
    • Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice fiorentina, 1967
    Guido Viale, Il sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione, Mazzotta, 1978

    lotte sindacali

    • Aris Accornero, La parabola del sindacato, il Mulino, 1992
    • Aris Accornero (cur.), Problemi del movimento sindacale in Italia: 1943-1973, Feltrinelli, 1976
    • Detlev Albers, Breve storia del movimento sindacale in Italia, ESI, 1975
    Romano Alquati, Sulla FIAT e altri scritti, Feltrinelli, 1974
    L’autunno caldo dieci anni dopo 1969-1979, Lerici, 1979
    Guido Baglioni, Il sindacato dell’autonomia, De Donato, 1977
    Adriano Ballone, Uomini, fabbrica e potere, Angeli, 1987
    Pietro Bellasi, Fabbrica e società. Autogestione e partecipazione operaia in Europa, Angeli, 1972
    Emanuele Bevilacqua, Battuti e Beati, Einaudi, 1996
    G. Cella - B. Manghi - P. Piva, Un sindacato italiano negli anni ’60: la Fim-Cisl, De Donato, 1973
    Ciclo capitalistico e lotte operaie: Montedison, Pirelli, Fiat, Marsilio, 1969
    I Comitati Unitari di Base: origini sviluppo prospettive, Sapere, 1973
    Consigli operai e consigli di fabbrica: l’esperienza consiliare dalle origini ad oggi, Savelli, 1978
    Fabrizio D’Agostini, La condizione operaia e i consigli di fabbrica, Ed. Riuniti, 1975
    La democrazia nel sindacato, Mazzotta, 1975
    • Vittorio Foa, Sindacati e lotte operaie 1943 - 1973, Loescher, 1976
    A. Forbice - R. Chiaberge, Il sindacato dei consigli, Bertani, 1974
    Pio Galli, Da una parte sola, Manifesto libri, 1997
    Gino Giugni, Il sindacato tra contratti e riforme, De Donato, 1973
    D. Grisoni - H. Portelli, Le lotte operaie in Italia dal 1960 al 1976, Rizzoli, 1977
    Liliana Lanzardo, Cronaca della commissione operaia del movimento studentesco torinese, Centro di Documentazione di Pistoia, 1998
    Liliana Lanzardo, Personalità operaia e coscienza di classe, Angeli, 1989
    Gian Giacomo Migone, Stati Uniti, Fiat e repressione antioperaia negli anni cinquanta, Loescher, 1974
    • Franco Momigliano (cur.), Lavoratori e sindacati di fronte alle trasformazioni del sistema produttivo, Feltrinelli, 1962
    Operaismo e centralità operaia, Ed. Riuniti, 1978
    Raniero Panzieri, Lotte operaie nello sviluppo capitalistico, Einaudi, 1976
    Edgardo Pellegrini, L’ondata operaia reclama il potere, Samonà e Savelli, 1969
    Alessandro Pizzorno (cur.), Lotte operaie e sindacato in Italia (1968-1972), il Mulino, 1974
    Potere Operaio (cur.), Porto Marghera - Montedison estate 68, Centro Francovich di Firenze, 1968
    Emilio Pugno - Sergio Garavini, Gli anni duri alla FIAT, Einaudi, 1974
    I. Regalia - M. Regini, Sindacato e relazioni industriali, in: Storia dell’Italia repubblicana, v. 3, Einaudi, 1993
    Marino Regini, I dilemmi del sindacato, il Mulino, 1981
    M. Regini - E. Reyneri, Lotte operaie e organizzazione del lavoro, Marsilio, 1971
    Marco Revelli, Lavorare in Fiat, Garzanti, 1989
    Vittorio Rieser, Fabbrica oggi: lo strano caso del dottor Weber e di mister Marx, Sisifo, 1992
    Giovanni Russo (cur.), L’egemonia operaia. Ricostruzione di un dibattito, Cappelli, 1978
    Marianella Sclavi, Lotta di classe e organizzazione operaia, Mazzotta, 1974
    Sull’operaismo, Praxis, 1973
    Nicola Tranfaglia (cur.), Crisi sociale e mutamento dei valori. L‘Italia negli anni 60 e 70, Tirrenia, 1989
    Bruno Trentin, Autunno caldo. Il secondo biennio rosso (1968-1969), Ed. Riuniti, 1999
    Bruno Trentin, Da sfruttati a produttori, De Donato, 1977
    Bruno Trentin, Il sindacato dei consigli, Ed. Riuniti, 1980
    Mario Tronti, Operai e capitale, Einaudi, 1971
    • Sergio Turone, Storia del sindacato in Italia dal 1943 ad oggi, Laterza, 1984, 1992

    marxismo e dintorni

    Theodor W. Adorno e altri, La personalità autoritaria, Comunità, 1973
    Lucio Colletti, Ideologia e società, Laterza, 1969
    Critica della tolleranza, Einaudi, 1968
    Umberto Galeazzi, La scuola di Francoforte, Città Nuova, 1975
    Carlo Galli, Alcune interpretazioni italiane della Scuola di Francoforte, in: il Mulino, n. 228, 1973
    Jürgen Habermas (cur.), Risposte a Marcuse, Laterza, 1969
    • M. Horkheimer - T. W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi, 1976
    M. Horkheimer, E. Fromm, H. Marcuse, Studi sull’autorità e la famiglia, Utet, 1973
    Herbert Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi, 1964
    Herbert Marcuse, Marxismo e rivoluzione, Einaudi, 1975
    • Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, 1967
    Herbert Marcuse, Logica dell’utopia, Laterza, 1968
    Herbert Marcuse, Saggio sulla liberazione, Einaudi, 1969
    Tito Perlini, Che cosa ha veramente detto Marcuse, Ubaldini, 1970
    A. Schmidt - G. E. Rusconi, La scuola di Francoforte. Origini e significato attuale, De Donato, 1972

    emigrazione

    F. Alberoni - G. Baglioni, L'integrazione dell'immigrato nella società industriale, il Mulino, 1965
    Ugo Ascoli, Movimenti migratori in Italia, il Mulino, 1979
    Corrado Barberis, Le migrazioni rurali in Italia, Feltrinelli, 1960
    Paolo Cinanni, Emigrazione e unità operaia, Feltrinelli, 1972
    Goffredo Fofi, L'immigrazione meridionale a Torino, Feltrinelli, 1964
    Antonio Golini, Le migrazioni interne in: Storia d'Italia, Einaudi, 1972-6
    Teresa Isenburg, Il trend demografico degli ultimi cento anni, in: Storia d'Italia, Einaudi, 1972-6
    Giovanni Pellicciari (cur.), L'immigrazione nel triangolo industriale, Angeli, 1970
    Nuto Revelli, Il mondo dei vinti, Einaudi, 1977
    Salvatore F. Romano, Le classi sociali in Italia dal Medioevo all'età contemporanea, Einaudi, 1977

    cinema

    • La Cina è vicina, di Marco Bellocchio, 1967
    • Easy Rider, di Dennis Hopper, 1969
    • Alice's Restaurant, di Arthur Penn, 1969
    • Lotte in Italia, del Gruppo Dziga Vertov, 1970
    • Fragole e sangue, di Stuart Hagmann, 1970
    • Woodstock - Tre giorni di pace, amore e musica, di Michael Wadleigh, 1970
    • Zabriskie Point, di Michelangelo Antonioni, 1970
    • La classe operaia va in paradiso, di Elio Petri, 1971
    • Crepa padrone, tutto va bene, di Jean-Luc Godard, 1972
    • Hair, di Miloš Forman, 1979
    • The Dreamers - I sognatori, di Bernardo Bertolucci, 2003
    • La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana, 2003
    • Les Amants réguliers, di Philippe Garrel, 2005
    • Across the Universe, di Julie Taymor, 2007
    • Il grande sogno, di Michele Placido, 2009