inizio rosso e giallo

Arsène Lupin

Lupin III... Lo conoscono milioni di bambini e ragazzi, questo cartone animato giapponese. Diciamo la verità: un po' una schifezza.
Vabbè, ma se questo è Lupin III, avrà pure avuto un nonno, no?
E tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...

Come si sa, i giornali a cavallo tra '800 e '900 avevano in ultima o penultima pagina una sorta di prolungamento del giornale, un'appendice (feuilleton in francese) in cui pubblicavano romanzi, con lo scopo di attirare un maggior numero di lettori: in più, il fatto che questi supplementi letterari fossero a puntate mirava a "fidelizzare" il pubblico, cioè a indurlo a continuare l'acquisto del giornale per poter seguire lo svolgimento della storia.
Si trattava di romanzi a tinte forti, spettacolari, romantici, destinati a un pubblico "popolare", e ciò portò alla creazione di uno sterminato numero di nuovi personaggi: spesso si trattava di figure studiate appositamente per le lettrici, in ogni caso le vicende dovevano necessariamente essere a effetto, piene di avventure e colpi di scena.
Le memorie di Eugène-François Vidocq, il leggendario ladro divenuto capo della Sûreté, fin dalla metà del XIX secolo avevano creato la base per il proliferare di questi eroi avventurieri, in particolare sui quotidiani francesi, inglesi e americani: Rocambole, Sherlock Holmes, Raffles, Godahl l'Infallibile, Rouletabille, Lupo Solitario, Zigomar, Fantômas.
E, dalla penna del talentuoso Maurice Leblanc, Arsène (in Italia c'era l'abitudine di tradurre, quindi Arsenio) Lupin, naturalmente.
Gentleman-Cambrioleur, Ladro Gentiluomo. Per antonomasia.

Impeccabile aristocratico in frack, clochard dai panni sdruciti e puzzolenti, rubicondo curato di campagna, stizzoso ed esile vecchio: Lupin maestro del travestimento che anticipa (la sua prima avventura, L'arresto di Arsène Lupin, esce nel 1907 sul periodico Je sais tout, il primo romanzo di Allain e Souvestre nel 1911) i mille volti di quel Fantômas che - almeno nei libri - non vediamo mai nel suo vero aspetto.
Ma, a parte le ovvie caratteristiche che hanno tutti i fuorilegge dei romanzi - progettare colpi audacissimi, riuscire a evadere sempre, maneggiare superbamente ogni tipo di arma, farsi beffe della polizia, ecc. - tra Lupin e Fantômas non vi è altro in comune; anzi, si collocano su versanti diametralmente opposti: al raffinato ésprit del primo, che gode allegramente gli anni ruggenti della borghesia e manifesta liberamente la sua vocazione di tombeur de femmes, si contrappone il cupo nichilismo del secondo, spietato anche con le donne che gli sono vicino, compresa la figlia, eversore di ogni ordine che non sia il proprio.

Il volto scanzonato dei bravi interpreti di due fortunate e divertenti serie televisive (Georges Descrières nei primi anni '70 e Jean Claude Brialy nel 1980 - poi François Dunoyer tra il 1989 e il 1996 non sarà ugualmente all'altezza) impersonano molto bene questa figura astuta ma tranquillizzante, dalla battuta pungente e tuttavia mai veramente dissacrante, anarchica, certo, eppure perfettamente inserita nell'ordine borghese.
Confidandosi col suo amico - biografo, ammette: "Ho l'animo di un conservatore, gli istinti di un piccolo possidente, e il rispetto di tutte le tradizioni e di tutte le autorità." (Edith dal collo di cigno); e nelle ultime parole c'è solo un velo di ironia.

Se Fantômas era totalmente amorale, fedele solo a se stesso, Lupin è innocuamente immorale, ruba per sè, si capisce, ma sa essere generoso, gabba continuamente i poliziotti, eppure c'è un fondo di giustizia che lo anima e che spinge il lettore-spettatore a schierarsi con lui senza riserve, senza oscuri sensi di colpa.
E infatti i surrealisti furono tutti per Fantômas e poco si occuparono del bel ladro gentiluomo.

La Francia naturalmente si divise fra i due (la solita storia: Verdi o Wagner? Bartali o Coppi? Beatles o Rolling Stones?) e i lupiniani guadagnarono qualche lunghezza quando Leblanc ebbe un'idea geniale, accattivandosi pure le simpatie di non pochi fans di Fantômas, anticonformisti, sì, ma prima di tutto français: contrapporre il proprio eroe a quell'indisponente inglese di Baker Street: Arsène Lupin versus Herlock Sholmes (non è dato di sapere se la storpiatura sia stata compiuta per questioni di diritti d'autore o per un tocco di ulteriore sfregio; in un'altra versione il titolo è Arsène Lupin versus Holmlock Shears).
Leblanc barò, si capisce, presentando l'investigatore in una luce davvero odiosa, nevroticamente simile a Javert, l'implacabile e perfido poliziotto dei Miserabili: quell'Herlock Sholmes sembrava Lupin stesso parodisticamente travestito, e molti lettori che amavano sia S. H. che Lupin ne rimasero di molto contrariati.

Ma questo è il giallo, bellezza.

E infatti anche Lupin (come appunto S. Holmes) ebbe numerosi apocrifi: tra i più noti, e tra i pochi apprezzabili, i libri (di cui solo due editi in Italia) scritti dall'ottima coppia Boileau & Narcejac.



Come accade quasi sempre con gli autori particolarmente prolifici o che hanno scritto sia romanzi che racconti, le traduzioni il più delle volte non rispettano le titolazioni originali, e le raccolte-antologie vengono curate dagli editori stranieri con i criteri più vari (ad esempio suddividendo un'opera in due volumi, o facendo l'operazione contraria).
Quindi qui sono indicati i titoli sì in ordine cronologico, ma con le copertine riferite a varie edizioni e senza poter rispettare l'ordinamento originale.
Un'ottima bibliografia, che aiuterà ad orientarsi fra i tanti titoli differenti, in genovalibri.it.

Qui i titoli ordinati per casa editrice.






    qui i titoli ordinati per casa editrice

  • Arsenio Lupin, ladro gentiluomo - 9 racc. (Arsène Lupin gentleman cambrioleur, 1907) Romanzo mensile, 1910, 1921; Sonzogno, 1920, 1938, 1958, 1977; Pagotto, 1952; Bompiani, 1977; Mondadori, 1987; Einaudi, 2006; RCS, 2015
  • Il segreto della guglia (L'aigueille creuse, 1908) Sonzogno, 1920, 1938; Bompiani, 1977; Excelsior 1881, 2010; o L'aguglia cava, Romanzo mensile, 1912, 1921; o L'enigma della guglia, Pagotto, 1952; o Il faraglione cavo, RCS, 2015
  • Arsenio Lupin contro Herlock Sholmes - 2 racc. (Arsène Lupin contre Herlock Sholmes, 1908) Romanzo mensile, 1912; Sonzogno, 1920, 1932; Pagotto, 1952; Bompiani, 1977; Einaudi, 2005; RCS, 2015
  • Un gentleman (Un gentleman, 1908) in: Il soprabito di Lupin, 2012   
  • 813 (813 o La double vie de Arsène Lupin o Les trois crimes d'Arsène Lupin, 1910) Romanzo mensile, 1915; Sonzogno, 1920, 1938, 1958; Bomp iani, 1978; RCS, 2015; o I tre delitti di Arsenio Lupin, Pagotto, 1952; Bompiani, 1979; o La doppia vita di Arsenio Lupin, Excelsior 1881, 2012
  • La frontiera (La frontiére, 1911) Romanzo mensile, 1916; Sonzogno, 1920, 1961= non Lupin
  • Il tappo di cristallo (Le bouchon de cristal, 1912) Sonzogno, 1920; Pagotto, 1950; Excelsior 1881, 2010; RCS, 2015
  • Le confidenze di Arsenio Lupin - 9 racc. (Les confidences de Arsène Lupin, 1913) Sonzogno, 1920, 1959; Mondadori, 1987; Einaudi, 2005; RCS, 2015; o La bara d'acciaio, Pagotto, 1952
  • La scheggia di granata (L'eclat d'obus, 1915) Romanzo mensile, 1920; o La scheggia d'obice, Sonzogno, 1922, 1959; Pagotto, 1952; Excelsior 1881, 2011; RCS, 2015
  • La veste di squame rosa (La robe d'ecailles roses, 1916) Sonzogno, 1920, 1960
  • Le avventure di Fiorenza o Il cerchio rosso (Le cercle rouge o Les aventures de Florence, 1917) Sonzogno, 1920, 1933, 1959
  • Il triangolo d'oro (Le triangle d'or o La victoire d'Arsène Lupin, 1918) Romanzo mensile, 1920; Sonzogno, 1920, 1934, 1958; RCS, 2015; o La vittoria di Arsenio Lupin, Sonzogno, 1920, 1959
  • La pietra miracolosa o L'isola delle trenta bare (L'ile aux trente cercueils o La pierre miraculeuse, 1919) Sonzogno, 1921, 1959; RCS, 2015
  • I tre occhi (Les trois yeux, 1920) Sonzogno, 1921, 1960
  • I denti della tigre o Il segreto di Fiorenza (Les dents du tigre o Le secret de Florence, 1920) Romanzo mensile, 1923; Sonzogno, 1929, 1959; RCS, 2015
  • L'avvenimento formidabile (Le formidable événement, 1921) Sonzogno, 1959
  • Le coffret de voyage, 1921 (inedito in Italia)
  • Dorotea (Dorothée danseuse de corde, 1923) Sonzogno, 1930, 1960
  • Gli otto rintocchi della pendola - 9 racc. (Les huits coups de l'horloge, 1923) Romanzo mensile; Sonzogno; o Gli otto colpi dell'orologio, Pagotto, 1952; RCS, 2015
  • La contessa Cagliostro (La comtesse de Cagliostro, 1924) Sonzogno, 1932, 1959; Einaudi, 2005; RCS, 2015
  • La dent de Hercule Petigris, 1924 (inedito in Italia)
  • La vita stravagante di Baldassarre (La vie extravagante de Balthazar, 1925) Romanzo mensile, 1927; Virgilio, 1974
  • Lo smeraldo a cabochon (Le cabochon d'émeraude, 1926) in: Tutte le avventure...
  • La signorina dagli occhi verdi (La demoiselle aux yeux vert, 1927) Pagotto, 1953; Einaudi, 2007; RCS, 2015
  • L'homme à la peau de bique, 1927 (inedito in Italia)
  • Arsenio Lupin lavora (L'Agence Barnett, 1928) Sonzogno, 1959; RCS, 2015
  • La dimora misteriosa (La démeure mysterieuse, 1929) Sonzogno, 1932; Pagotto, 1952; Excelsior 1881, 2011
  • Le prince de Jericho, 1930 (inedito in Italia)
  • Il castello della Barre-y-va (Barre-y-va, 1931) Bemporad, 1931; RCS, 2015; o Alta marea, Pagotto, 1952
  • Da mezzanotte alle sette (De minuit à sept heures, 1931) Bemporad, 1932
  • Il soprabito di Lupin (Le pardessus d'Arsène Lupin, 1931) Nuova ed. Berti, 2012: Il soprabito di Arsenio Lupin, L'anello di smeraldo, L'uomo dalla pelliccia di capra, Un gentleman
  • Le chiavi misteriose (Les cléfs mysterieuses, 1932) Sonzogno, 1933; Bemporad, 1934
  • Arsenio Lupin e la donna dai due sorrisi (La femme aux deux sourires, 1933) Bemporad, 1933; Pagotto, 1952; Hobby & Work, 2005; RCS, 2015
  • Arsenio Lupin poliziotto (Victor de la Brigade Mondaine, 1934) Sonzogno,1935, 1960; o Victor della Brigata mondana, Pagotto, 1952; RCS, 2015
  • La Cagliostro si vendica (La Cagliostro se venge, 1935) Sonzogno, 1937, 1959; o La vendetta della Cagliostro, Pagotto, 1953
  • Le mirabolanti imprese di Arsène Lupin ladro gentiluomo, Sonzogno 1974: Arsène Lupin ladro gentiluomo, Arsène Lupin contro Herlock Sholmes, Il segreto della guglia
  • Nuove strabilianti gesta di Arsène Lupin ladro gentiluomo, Sonzogno, 1975: 813 o La doppia vita di Arsène Lupin, I tre delitti di Arsène Lupin, Il tappo di cristallo
  • Arsène Lupin contro la mafia (Les milliards d'Arsène Lupin, 1941) Sellerio, 1997; o I miliardi di A. Lupin, RCS, 2015
  • Tutte le avventure di Arsenio Lupin, Newton, 2012: Arsène Lupin contro Herlock Sholmès, Il faraglione cavo, 813, Il tappo di cristallo, Le confidenze d'Arsène Lupin, La scheggia d'obice, Il triangolo d'oro, L'isola delle trenta bare, I denti della tigre, Gli otto rintocchi del pendolo, La contessa di Cagliostro, Il soprabito di Lupin, La signorina dagli occhi verdi, L'Agenzia Barnett & C., La dimora misteriosa, Lo smeraldo a cabochon, La Barre-y-va, La donna dai due sorrisi, Victor della Brigade mondaine, La Cagliostro si vendica, I miliardi di Arsène Lupin, L'ultimo amore di Arsène Lupin
  • L'ultimo amore di Arsène Lupin (Le dernier amour d'Arsène Lupin, 1937- postumo 2012) in: Tutte le avventure...

 



    la bibliografia ricavata da Wikipedia.fr:

  • Arsène Lupin gentleman cambrioleur (1907) raccolta di 9 racconti
  • Arsène Lupin contre Herlock Sholmès (1908): La Dame blonde (romanzo) e La lampe juive (racconto)
  • L'Aiguille creuse (1909) romanzo
  • 813 (1910) romanzo in due volumi: La Double Vie d’Arsène Lupin e Les Trois Crimes d’Arsène Lupin
  • Le Bouchon de cristal (1912) romanzo
  • Les Confidences d'Arsène Lupin (1913) raccolta di 9 racconti
  • L'Éclat d'obus (1915) romanzo
  • Le Triangle d'or (1917) romanzo
  • L'Île aux trente cercueils (1919) romanzo
  • Les Dents du tigre (1920) romanzo
  • Les Huit Coups de l'horloge (1923) raccolta di 8 racconti
  • La Comtesse de Cagliostro (1924) romanzo
  • Le Pardessus d'Arsène Lupin (1924) racconto
  • La Demoiselle aux yeux verts (1927) romanzo
  • L'Homme à la peau de bique (1927) racconto
  • L’Agence Barnett et Cie (1928) raccolta di 8 racconti
  • La Demeure mystérieuse (1928) romanzo
  • La Barre-y-va (1930) romanzo
  • Le Cabochon d'émeraude (1930) racconto
  • La Femme aux deux sourires (1932) romanzo
  • Victor, de la Brigade mondaine (1934) romanzo
  • La Cagliostro se venge (1935) romanzo
  • Les Milliards d'Arsène Lupin (1939) romanzo postumo
  • Le Dernier Amour d'Arsène Lupin (2012) romanzo postumo
  • altre notizie sul canone lupiniano in questo sito francese

     

    film:

  • Arsenio Lupin (Arsène Lupin) di Jack Conway (1932) con John Barrymore, Lionel Barrymore, Karen Morley
  • Dopo Arsenio Lupin (Arsène Lupin Returns) di George Fitzmaurice (1938) con Melvyn Douglas, Virginia Bruce, Warren William
  • Le avventure di Arsène Lupin (Les Aventures d'Arsène Lupin) di Jacques Becker (1957) con Robert Lamoureux, Sandra Milo, Liselotte Pulver
  • Il ritorno di Arsène Lupin (Signé Arsène Lupin) di Yves Robert (1959) con Yves Robert, Alida Valli, Robert Lamoureux, Roger Dumas
  • Arsenio Lupin contro Arsenio Lupin (Arséne Lupin contre Arséne Lupin) di Edouard Molinaro (1962) con Jean-Claude Brialy, Jean-Pierre Cassel, Daniel Cauchy
  • Arsène Lupin, di Jean-Paul Salomé (2004) con Romain Duris, Kristin Scott Thomas, Pascal Greggory, Eva Green
Valerio Evangelisti

Maurice Leblanc e il feuilleton al tramonto

Nell’evoluzione di un personaggio letterario seriale e di grande popolarità, viene spesso un momento in cui il suo autore decide di rievocarne la giovinezza e le prime imprese, o per esigenza propria, o perché premuto in quel senso dai lettori. A volte sparge rievocazioni e rivelazioni nel contesto di un romanzo del ciclo, altre volte le concentra in un’opera apposita.
Uno dei casi più noti è forse quello di Le memorie di Maigret di Simenon, che non ha nemmeno una vera e propria trama, ma si presenta come un amalgama di ricordi. Momenti analoghi sono rintracciabili nelle carriere cartacee di Sherlock Holmes, di Nero Wolfe, di Fantômas e di molti altri eroi o antieroi popolari.
La stessa cosa capitò a Maurice Leblanc e al suo Arsène Lupin. Allorché la sua creatura fu notissima, e a un passo dal divenire proverbiale, ritenne passaggio opportuno, e forse obbligato, tornare ai vent’anni del gentleman-cambrioleur e narrarne l’ascendenza familiare. Nacque così questo La contessa di Cagliostro (1924) che non è il primo volume con Lupin, bensì l’undicesimo (dodicesimo se si considerano 813 e Le trois crimes d’Arsène Lupin, scritti nel 1910, due romanzi distinti, e non, quali sono, un romanzo unico pubblicato in due tomi per via della mole).
Con La contessa di Cagliostro, Leblanc attua una seconda operazione propria della letteratura popolare. Mette di fronte a Lupin un nemico degno di lui. Lo era stato Moriarty per Sherlock Holmes, lo sarà il gangster Arnold Zeck per Nero Wolfe, per limitarmi ad alcuni dei personaggi citati. Invece, fino a quel momento, il fuorilegge più famoso al mondo aveva avuto a che fare con nemici piuttosto mediocri - salvo che in 813, romanzo anomalo rispetto al ciclo.
Si era trattato per lo più di funzionari di polizia prossimi all’imbecillità, come Béchoux, Ganimard e altri ancora. Migliore di costoro, ma non di tanto, si era rivelato Herlock Sholmès, pallida imitazione dell’originale, messa in campo (in Arsène Lupin contre Herlock Sholmès, 1908, che più che un romanzo è la raccolta di due storie diverse) a lettere invertite per eludere una causa da parte degli eredi di Arthur Conan Doyle. L’unico avversario in certo senso temibile era stato il giornalista Beautrelet in L’Aigulle creuse (1909). Per acume, però, non per grandezza.
Invece Joséphine Balsamo, contessa di Cagliostro, è un nemico davvero sinistro e capace di tutto, anche perché milita senza remore dalla parte del male. La seduzione, da cui il giovane Lupin viene immediatamente irretito, è la sua arma più letale: bellissima, somigliante a Joséphine Beauharnais e addirittura alla Madonna della Sacra famiglia di Bernardino Luini, si ammanta di mistero e pare vivere da secoli. Se non fosse per quest’ultimo dettaglio, ricorderebbe in tutto e per tutto la Milady di Dumas, cioè il prototipo stesso della belle dame sans merci. Del resto le scene iniziali, in cui un tribunale di “galantuomini” la condanna a morte, richiamano fortemente la cupa conclusione de I tre moschettieri, in cui D’Artagnan e i suoi amici decretano la pena capitale per Milady e procedono all’esecuzione.
Sì, ma se la Cagliostro è il male, Lupin che cos’è? Ovviamente il bene, anche se agisce al di fuori della legalità. Non contro la legalità, si badi. La sua qualità di ladro gentiluomo, anzi, di gentleman cambrioleur (e Umberto Eco, ne Il superuomo di massa, ha spiegato bene come cambrioleur non equivalga a ladro, bensì a scassinatore, e sia pertanto termine in un certo senso meno “nobile”) resiste fino alla prima guerra mondiale. Poi, nei cinque anni che separano Les confidences d’Arsène Lupin (1913) da Le Triangle d’or (1918) riempiti solo da un fugace riferimento in L’Eclat d’obus (1916) qualcosa cambia drasticamente. Lupin riemerge dalla guerra in abiti da giustiziere, nonché da semplice risolutore di enigmi.
Ambedue le qualifiche potevano applicarsi anche a ciò che aveva fatto in precedenza, tuttavia allora la qualità di ladro predominava. In seguito, diventa un richiamo abbastanza casuale, privo di risvolti concreti che non siano una caccia persistente da parte della polizia. Il Lupin post-bellico non ruba più. Quando lo fa, come in La Démeure mystérieuse (1929) è un atto quasi obbligato, confinato alle ultime pagine e teso a risarcire chi aveva patito un’ingiustizia; mentre in L’Agence Barnett et Cie (1928) ogni furto serve a compensare un caso poliziesco risolto. A volte, addirittura, Lupin interviene nelle storie come deus ex machina, apparendo solo nei momenti decisivi, quando si ha bisogno di lui (per esempio in L'île aux trente cercueils, 1919). Il fatto che, in queste evenienze, si faccia chiamare principe Sernine, o Rénine, o don Luís Perenna, di antica nobiltà spagnola, accosta il suo ruolo a quello che aveva il principe Rodolphe de Gerolstein ne I misteri di Parigi.
Questa conversione al bene, dopo un esordio criminale, è un altro tòpos del romanzo popolare. Quasi cinquant’anni prima di Lupin, nel 1858, il celebre Rocambole di Ponson du Terrail aveva esordito come scanzonato malfattore pronto a ogni crimine, incluso il matricidio. Poi, dopo la giusta punizione intervenuta alla terza avventura - dove “terza” non si riferisce al volume, vista la vita caotica dei romanzi pubblicati a puntate, una volta divenuti libro - era risuscitato nelle vesti di agente del bene, intento a risolvere, per citare ancora Eco, “piccoli problemi di grandi famiglie”.
Anzi, era risorto due volte. Se nella prima resurrezione - Les Chevaliers du Clair-de-lune, Le Testament de Grain-de-sel (1861-63) - il suo ruolo era cambiato, ma i metodi erano rimasti gli stessi, alla seconda - La Résurrection de Rocambole (1866) - l’autore decise di renderlo ancora più buono. Con risultati di una noia infinita.
Ciò era successo anche a un predecessore di Lupin, quel Raffles di W.R. Hornung tanto inglese quanto l’eroe di Leblanc è francese. Accade pure al Raffles apocrifo dei racconti a fascicoli, chiamato inizialmente Laffres (sempre per evitare di pagare diritti) e quindi divenuto meglio noto, almeno in Italia, come Lord Lister. Accadrà successivamente ai tardi epigoni di Raffles, tipo Il Santo di Leslie Charteris o Il Barone di Anthony Morton. Persino il tetro Diabolik italiano delle sorelle Giussani, dopo due anni di efferatezza (il modello dichiarato è Fantômas) finirà con l’uccidere sì, però solo altri criminali peggiori di lui. Forse è legge legata all’età anagrafica degli autori l’iniziare dalla trasgressione più radicale per approdare al conformismo, o comunque al compromesso. Sta di fatto che l’Arsène Lupin divenuto proverbiale presso il grande pubblico resta, malgrado le buone intenzioni di Maurice Leblanc, quello che ruba, e lo fa con eleganza (vale anche per Rocambole, eleganza a parte).
Lo storico dell’anarchismo Alain Sergent asserì che il personaggio era modellato su quello di Alexandre Marius Jacob, anarchico “illegalista” operante in Francia ai primi del ‘900, capo della banda dei Travailleurs de la Nuit. Antoinette Peské e Pierre Marty, nel loro saggio Les Terribles (1951) dedicato a Maurice Leblanc, ad Allain e Souvestre e a Gaston Leroux, contestarono subito quella derivazione. La prima apparizione di Lupin, nel racconto L’arrestation d’Arsène Lupin, è del 1904, sulla rivista Je sais tout. Il processo a Jacob, che rivelerà al pubblico il numero incredibilmente elevato dei suoi furti, commessi soprattutto a danno di chiese e di ville borghesi, è dell’anno successivo. L’argomentazione è meno solida di quanto appaia a prima vista. Prima ancora che il nome di Jacob fosse noto, i suoi furti più audaci erano stati raccontati in dettaglio dalla stampa francese, e soprattutto dai settimanali illustrati. C’erano poi altri “illegalisti” attivi a quel tempo, e fin dal 1903 possedevano persino un organo ufficioso, L’Ennemi du peuple (sostituito nella funzione, dal 1905, dal settimanale L’Anarchie di Albert Libertad). Un collaboratore de L’Ennemi du peuple, lo scrittore libertario Georges Darien, fin dal 1897 aveva dato alle stampe un romanzo, Le Voleur, in cui il furto era presentato come una forma della lotta di classe. Non occorreva attendere la rivelazione del nome di Jacob per sapere che erano all’opera, nella Francia dei primi del ‘900, ladri guidati non dall’avidità, bensì da un loro senso di giustizia.
Un uomo attento all’attualità come Maurice Leblanc non poteva non accorgersene. Le ragioni che mi inducono a dubitare di una filiazione diretta Jacob-Lupin sono altre. Anzitutto Jacob e compagni non erano affatto “gentiluomini”. È vero che il ladro anarchico, penetrato nella casa di Octave Mirbeau, rinunciò a rubare e lasciò un biglietto in cui rendeva omaggio allo scrittore. Però se, nel corso di altri furti, non uccise direttamente fu per puro caso, e i suoi Travailleurs de la Nuit abbatterono almeno un paio di poliziotti. Ma, soprattutto, i moventi di Arsène Lupin appaiono ben lontani dall’anarchismo, e ciò fin dalla sua prima apparizione. È vero, ogni tanto pronuncia qualche frase anti-borghese (come in Les Dents du tigre, 1921) e nello stesso La contessa di Cagliostro ha parole di disprezzo quasi classista verso i notabili che pretendono di giudicare e di uccidere la sua amata. È figlio di un povero - Théophraste Lupin, truffatore internazionale e professore di savate, quella sorta di karate francese portato a Marsiglia dai marinai che percorrono le rotte d’Oriente - e di una dama decaduta, una D’Andrésy. Ogni tanto accenna all’umiltà delle proprie origini, soprattutto in La contessa di Cagliostro. Ma lo fa con un senso palpabile di vergogna.
Si sa che Maurice Leblanc fu un convinto anticlericale, che parteggiò per Dreyfus in anni nei quali non conveniva farlo; ma se era un democratico, di certo non era un socialista. Lo stesso vale per Lupin. È vero che questi non scende direttamente in campo contro anarchici e bolscevichi, come fanno negli stessi anni suo “cugino” Lord Lister, lo Zigomar di Léon Sazie (un criminale spietato su cui Allain e Souvestre modelleranno, un anno dopo la sua apparizione nel 1910, il loro Fantômas) i Quattro Giusti di Edgar Wallace, il Chéri Bibi di Gaston Leroux. Però, in Les trois crimes d’Arsène Lu pin, il gentiluomo scassinatore dà prova di acceso nazionalismo, e decide di arruolarsi nella Legione straniera per difendere la patria, probabilmente in qualche impresa coloniale. Non è precisamente una scelta “sovversiva”. Eppure i già citati biografi di Leblanc, Peské e Marty, pur negando la filiazione da Jacob, hanno insistito sulla funzione di “giustiziere sociale” di Lupin, rintracciabile, secondo loro, nell’identità dei derubati: uomini d’affari, politici corrotti, gentiluomini oziosi, ecc., per non parlare del continuo sbertucciamento delle forze dell’ordine. Qui, forse, Antoinette Peské, figlia del pittore Jean Peské, disegnatrice, poetessa, esponente dell’intellettualità inquieta della Francia del secondo dopoguerra, ha voluto fare aderire Lupin (e Leblanc stesso, da lei definito “di sinistra”) ai propri ideali. Operazione forzata da diversi punti di vista.
Anzitutto il più evidente. La giustizia che Lupin ristabilisce - a volte come ladro, a volte come vendicatore - si esercita, come ai tempi d’oro del feuilleton, a favore di singole vittime di una prepotenza, per lo più ragazze infelici che qualcuno ha spossessato. È insomma, ed è lo stesso Lupin a dircelo in più di un romanzo, la giustizia per “vedove e orfani”, senza alcuna connotazione classista.
Poi c’è da dire che, quando ancora pratica il furto in grande stile, Lupin non ha in mente finalità redistributive. E nemmeno produttive, aggiungerei. In L’Aiguille creuse si compiace di mostrare a Beautrelet gioielli, quadri, mobili preziosi che ha stivato in una roccia di Étretat - la “guglia vuota”, appunto, simile al nido d’aquila abitato da Sandokan sui contrafforti di Mompracem. Non ha dunque un comportamento da borghese, visto che non reinveste, ma nemmeno da esponente delle classi subalterne. Direi piuttosto che aspira all’aristocrazia.
Del resto, sotto quali nomi e qualifiche si traveste Lupin, allorché si presenta in società e non impersona, per accentuare la burla, un poliziotto? Il cognome è sempre preceduto da un “de” nobiliare, a partire da Raoul d’Andrésy (che peraltro non è una completa falsificazione); le qualifiche coprono tutti i gradi di nobiltà, fino ad arrivare a principe o a grande di Spagna. È vero che disprezza e mette in ridicolo i poliziotti che ha di fronte, ma uno dei motivi è che si tratta di umili funzionari mal pagati. Non a caso riserva al povero Béchoux lo scherzo crudele di sottrargli le dodici azioni africane frutto di una vita trascorsa nella polizia; e, non contento, aggiunge al bottino la moglie dell’infelice. No, Lupin non è per nulla un giustiziere dagli ideali egualitari. Ignora il proletariato (a meno che non abbia begli occhi e lunghi capelli) disprezza la borghesia, ma il motivo non è la lotta di classe. È l’opposto: Lupin aspira all’aristocrazia. E ciò, si badi, nella Francia repubblicana dei primi decenni del ‘900, in una saga che si protrae fino alla vigilia della vittoria alle elezioni del Fronte Popolare. In questo senso il gentleman cambrioleur ha un precedente illustre: il già ricordato Rocambole. Finché questi rimane un malvivente (peraltro al servizio di un malfattore più feroce, l’implacabile Sir Williams) briga in tutte le maniere, lui che ha origini ancora più umili di quelle di Lupin, per entrare nei ranghi della nobiltà. Si faccia chiamare visconte de Cambolh o marchese de Chaméry, attua ogni sorta di intrigo per impalmare qualche giovane ereditiera capace di garantirgli una rendita, un titolo e uno stemma. Atto riprovevole più di ogni altro, agli occhi di una classe ostile per natura alla mobilità sociale. Rocambole sarà punito in maniera che eguaglia in atrocità i delitti da lui commessi: chiuso in un sacco per essere annegato, sfregiato col vetriolo. E ciò ogni volta che si illudeva di essersi lasciato alle spalle la miserabile taverna in cui aveva trascorso infanzia e adolescenza. Lupin, in qualche misura, vendica Rocambole: a lui la transizione dal proletariato all’aristocrazia, senza passare per la borghesia, riesce benissimo, grazie a superiori doti mimetiche.
Così, in un certo senso, l’epopea del ladro gentiluomo chiude l’arco di vita del feuilleton. E proprio La contessa di Cagliostro segna quella chiusura, ricco com’è di riferimenti a Dumas: non solo la pseudo-Milady, ma anche Giuseppe Balsamo, fino alla rivelazione, davvero sorprendente, che il primo furto di Lupin aveva avuto per oggetto il famoso Collier de la Reine. Chiusi i conti con la tradizione letteraria da cui discende, Lupin, ora a tutti gli effetti gentiluomo e non più ladro, potrà dedicarsi a un passatempo degno di chi ha redditi assicurati e molto tempo a disposizione: risolvere enigmi - da quello tenebroso de L’île aux trente cercueils (uno dei romanzi di Leblanc più avvincenti e riusciti) a quelli ancor più complicati de La Demoiselle aux yeux verts (1927) de La Demeure mystérieuse, de La Barre-Y-Va (1931) de La Femme aux deux sourires (1933). Se la prima caccia al tesoro di Lupin, in occasione del suo primissimo incontro-scontro con Herlock Sholmès (Herlock Sholmès arrive trop tard, in Arsène Lupin, gentleman cambrioleur, 1907) era talmente semplice che riusciva facile al lettore risolvere da solo l’indovinello, nei romanzi scritti da Leblanc tra le due guerre i meccanismi dell’enigma si fanno complessi, prossimi alla perfezione; e Lupin li risolve con una metodologia induttiva più simile a quella di Sherlock Holmes che a quella, abbastanza rudimentale, di Herlock Sholmès. Ha affinato le sue doti al punto che, in Victor de la brigade mondaine (1933) per scoprire un segreto si limita a sedersi su una seggiola e a guardarsi attorno (un po’ come il Dupin di Poe in La lettera rubata). Non è romanzo poliziesco: cadaveri non ce ne sono. Non è nemmeno più feuilleton, anche se di quello rimane l’impianto generale e l’abbondanza di nobili, in una Francia che ormai ha altro a cui pensare. Si tratta sostanzialmente di abilissimi rompicapo, retti da una scrittura sempre vivace e brillante. Ma anche, se vogliamo, un po’ oziosi.
La contessa di Cagliostro non rappresenta dunque un inizio, ma piuttosto l’avvio di un tramonto. A sorpresa, verso la fine della sua carriera, Leblanc partorirà un La Cagliostro se venge (1935). Solo che Joséphine Balsamo non c’è più - l’autore, onestamente, lo fa capire fin dalla nota introduttiva - e i suoi eredi non ne sono all’altezza. Il feuilleton era già morto. Con questo romanzo viene sepolto.
Non viene sepolto Lupin, però. A parte qualche guizzo finale, fra cui una trasposizione teatrale piuttosto riuscita e una lunga serie di apocrifi (ottimi quelli firmati Boileau-Narcejac) sono prima cinema e poi televisione a garantire al ladro gentiluomo persistenza nella memoria. Qui, però, è necessaria una breve digressione.
Finora mi sono soffermato su ciò che collega Arsène Lupin al romanzo d’appendice. È bene sottolineare anche ciò che lo differenzia, a parte la confezione (quasi tutte le opere con Lupin al centro uscirono non su giornali e riviste, ma direttamente in volume, anche se spesso si trattava di volumetti popolari con il “marchio” Arsène Lupin ben visibile).
Anzitutto, Leblanc era un ottimo scrittore. Aveva esordito con racconti alla Maupassant, crudi e fulminanti, molto apprezzati dal mondo letterario. Allorché passa a un genere più commerciale, porta con sé l’eleganza e il brio dello stile, lontano da quello pesante e meccanico di un Ponson du Terrail, di un Paul Féval, di un Michel Zévaco e di altri artigiani del romanzo d’appendice.
Capace di un umorismo raffinato (dote che, a dire il vero, in La contessa di Cagliostro non è molto palesata) abile nel passare da scene da vaudeville ad altre tenere o romantiche, Leblanc riesce a fare di Lupin un personaggio quasi totalmente credibile, per quanto paradossali siano le sue imprese. Riuscita notevole, che necessita di una piena padronanza dei propri mezzi.
Allorché Lupin approda al cinema e alla televisione, la sua popolarità trova conferma, ma la sua identità si distacca da quella dell’originale. Dei due interpreti più noti - Robert Lamoureux in un paio di film piuttosto gustosi (Le avventure di Arsenio Lupin, 1957, e Il ritorno di Arsenio Lupin, 1950) e Georges Descrières in una serie televisiva tuttora di culto, iniziata nel 1971 - il primo è il più fedele al modello. Invece Descrières se ne allontana sensibilmente, dando vita a un personaggio un po’ fatuo, blasé, di aristocratica impassibilità, simile in tutto e per tutto a Raffles. Non un plebeo che si finge nobile, ma un uomo di mondo a tutti gli effetti.
Il Lupin di Leblanc non è così. È nevrotico, facilmente irritabile, capace di trasporti romantici e di perfide cattiverie. Conquista donne in quantità, se ne innamora follemente e le perde tutte, in maniera tragica. Lungi dall’essere un rapinatore solitario, “sportivo”, è a capo di una banda che, se raramente appare in primo piano (l’unico caso è in Le bouchon de cristal, 1912) è tuttavia attiva e fedele al capo. Non a caso Lupin uscirà dall’avventura de La contessa di Cagliostro investito della consapevolezza di essere un capobanda nato. E poi non è per nulla fatuo. L’impulso alla commedia convive, in lui, con quello alla tragedia. Nel triste, cupissimo Les Trois crimes d’Arsène Lupin deciderà il suicidio, dopo essersi accorto di avere involontariamente ucciso o provocato la morte di tre innocenti. Sarà salvato solo da un soprassalto di vitalità. Nulla di simile nel damerino lestofante proposto da Geoges Descrières. O da quel Lupin III, pronipote dell’originale, divulgato dai cartoni animati giapponesi, a conferma di una fama senza limiti di tempo o di spazio, quale si addice alle creazioni di genio. Se cartoni animati, cinema e televisione sono segni eloquenti di un successo che si perpetua, per conoscere il vero Lupin è indispensabile rileggere Leblanc, e abbandonarsi con voluttà al fascino delle sue storie, così come il futuro ladro gentiluomo si abbandonava, giovanissimo, agli abbracci sensuali della contessa di Cagliostro.
Leblanc conclude, quando ormai è prossima la seconda guerra mondiale, un ciclo narrativo che aveva avuto avvio a metà dell’Ottocento. È lui stesso che lo uccide, sviscerandolo, mettendone allo scoperto gli espedienti e i meccanismi, esponendolo a una fruizione diversa da quella tradizionale e anticipatrice di qualcosa di ancora indefinito. Sono, se vogliamo, i Trois Crimes di Maurice Leblanc, ma la vittima è una sola: il feuilleton. Dopo di lui non risorgerà mai più, e comunque avrà nomi diversi.

dalla prefazione a Arsène Lupin e la contessa di Cagliostro, Einaudi

 

Antonio Carioti

L'anarchico che ispirò Arsenio Lupin

Giugno 1899, casinò di Montecarlo: intorno alla roulette si affollano uomini eleganti e donne ingioiellate. Le puntate si fanno consistenti. Il croupier lancia la pallina e davanti a lui, proprio in quell’istante, un giovane in abito scuro stramazza al suolo. È paonazzo, in preda a violente convulsioni, emette bava dalla bocca. Dopo i primi attimi di sorpresa, alcuni dei presenti cercano di soccorrerlo, gli altri si accostano incuriositi. Ma il tremito del ragazzo non si placa: lo trasportano in un ambulatorio, dove pian piano si riprende. Nel frattempo qualcuno, nella distrazione generale, ha fatto man bassa delle poste sul tavolo verde e ha tagliato la corda.
Il presunto epilettico recitava una commedia, ad approfittare della situazione è stato un suo complice. Il simulatore, non ancora ventenne, è appena agli inizi di una fulminea carriera criminale che in soli tre anni conterà 156 colpi messi a segno. Scassinatore provetto, inventore di complicati grimaldelli, abilissimo nei travestimenti, imbonitore brillante, conta sulla solidarietà del movimento anarchico, al quale versa il 10 per cento del bottino. Sulla sua tomba nel cimitero di Reuilly, un villaggio di duemila abitanti nel centro della Francia, c’è scritto: «Qui riposa Alexandre Marius Jacob, forse Arsène Lupin». Già, perché il primo racconto di Maurice Leblanc con le avventure del celebre ladro gentiluomo esce nel luglio 1905, pochi mesi dopo il clamoroso processo a Jacob. E il creatore di Lupin conosceva di certo il critico letterario Georges Pioch, sostenitore accanito e compagno di fede del malvivente anarchico. Soltanto coincidenze?
Per chi seguiva la tv negli anni Settanta, Lupin s’identifica nel sorriso ironico e nei modi raffinati di Georges Descrières, che lo interpretò in un popolare serial di 26 puntate. I ragazzi cresciuti con i cartoni animati giapponesi conoscono invece Lupin III, malfattore scanzonato e donnaiolo ideato da Monkey Punch, che sarebbe il nipote del ladro francese. Mentre non ha avuto un gran successo la più recente versione cinematografica del personaggio di Leblanc, firmata nel 2004 dal regista Jean-Paul Salomé. Ma ogni riadattamento è rimasto fedele al classico Lupin letterario: un borghese che frequenta l’alta società, di cui condivide le abitudini e in fondo anche certi valori, derubando solitamente individui arroganti e disonesti. Lo stesso Leblanc, del resto, era figlio di un industriale normanno.
Jacob, come sottolinea il suo biografo Jean-Marc Delpech nel libro Rubare per l’anarchia (Elèuthera) vive in un altro mondo. Nato nel 1879, cresciuto nei quartieri popolari di Marsiglia, figlio di un panettiere che finirà alcolizzato, a soli 11 anni s’imbarca come mozzo e sperimenta sulla sua pelle le asprezze della vita di bordo. Naviga nelle acque dell’Africa e dell’Asia, fino al Pacifico, viene iniziato al sesso da disinibite passeggere, ma subisce anche le attenzioni dei marinai adulti. Lascia il mare alla fine del 1897, fiaccato dalle febbri contratte durante i viaggi. «Ho visto il mondo e non era bello», sono le parole con cui commenterà questa sua esperienza adolescenziale.
Anche quando, a partire dal 1901, diventa il principe dei ladri, una minaccia incombente per ogni cassaforte e dimora delle classi agiate, il giovane marsigliese conduce una vita modesta, forse anche per non dare nell’occhio. Rimane un uomo del popolo, lontanissimo dalla ricercatezza di Lupin, benché la sua banda, detta non a caso Travailleurs de la Nuit («Lavoratori della Notte») adotti criteri di efficienza da impresa capitalistica: ogni tanto, racconta Delpech, viene addirittura consultato dai famosi assicuratori Lloyd’s di Londra, in quanto «esperto di furti con scasso.»
Tuttavia Jacob e Lupin condividono il gusto per la sfida e per la beffa. L’eroe di Leblanc lascia sempre un ironico biglietto da visita sul luogo del misfatto e l’anarchico marsigliese firma «Attila» i suoi messaggi sarcastici, a volte anche di carattere blasfemo. Nel 1902, dopo aver saccheggiato una chiesa, depone nel tabernacolo svuotato un biglietto con la scritta: «Oh Dio onnipotente, cerca il tuo calice». Segno di un’ostilità verso la religione e le istituzioni tradizionali del tutto assente in Lupin.
In politica i due audaci delinquenti sono agli antipodi. Arsène mostra tendenze filantropiche, ma non mette in discussione l’ordine sociale e anzi ostenta sentimenti patriottici. Alexandre Marius è finito in galera la prima volta, nel 1897, per la sua militanza anarchica e poi il fatto di ritrovarsi marchiato come un sovversivo, al quale nessuno dà lavoro, ha contribuito a indirizzarlo sulla via del crimine. «Ho preferito essere un ladro piuttosto che un derubato», dichiara davanti ai giudici, denunciando lo sfruttamento dei proletari.
Jacob è tanto un malvivente quanto un rivoluzionario, il che per molti aspetti lo avvantaggia: per esempio l’aiuto di un infermiere anarchico gli permette di fuggire nell’aprile del 1900 dal manicomio in cui era riuscito a farsi rinchiudere, dopo il secondo arresto, fingendosi uno squilibrato mentale. Si può dunque ritenere che Leblanc abbia tratto spunto dalle imprese di Jacob, ma certo poi modellò Lupin con altri ingredienti, più affini alla sua sensibilità personale e a quella dei potenziali lettori.
La vicenda dell’anarchico marsigliese, d’altronde, va oltre gli anni ruggenti in cui può aver trovato ispirazione la penna di Leblanc. Torna in carcere nel 1903, dopo un furto andato a monte: lui e un paio di accoliti hanno la meglio in una sparatoria con due poliziotti, uno dei quali resta ucciso, ma durante la fuga Jacob viene riconosciuto da un operaio, paradossalmente uno dei proletari per cui dichiara di battersi. «È la mia Waterloo», dirà. Un foglietto con il suo indirizzo parigino, trovato addosso a un complice, permette di smantellare l’intera banda, che nel marzo 1905 viene processata in gruppo (23 imputati) nella città di Amiens, presidiata in forze dalla polizia e perfino dall’esercito.
Qui il capo dei Travailleurs de la Nuit dimostra la stoffa del leader politico, tiene testa ai magistrati con vigore e arguzia. Nel frattempo la stampa anarchica, finanziata anche con il frutto delle sue attività illegali, lo esalta eminaccia i giurati. È uno scenario che ricorda i processi alle Brigate rosse: la delatrice Gabrielle Damiens, una sorta di «pentita», viene ritrovata morta poco dopo la chiusura dell’istruttoria.
Alla fine però la giustizia borghese trionfa. Jacob è condannato ai lavori forzati a vita e trascorre quasi vent’anni nel bagno penale della Guyana francese, dove i detenuti muoiono come le mosche per le fatiche bestiali e il cima insalubre. Lui però sopravvive, al contrario degli altri Travailleurs de la Nuit finiti in quell’inferno, che crepano tutti. Nel 1925 torna in Francia, grazie a una campagna di stampa in suo favore, e nel 1927 viene liberato.
Non commette più reati, fa il venditore ambulante, ma resta fedele al credo anarchico. Il suo nemico è sempre lo Stato, che non ha più il volto della polizia, ma quello del fisco. Nel 1954, ancora arzillo, decide di togliersi la vita prima che le forze lo abbandonino. Si inietta una dose letale di morfina dopo una festicciola. Lascia una lettera in cui dichiara che muore con «il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore». Nel post scriptum avverte: «Vi lascio qui due litri di vino rosato. Brindate alla vostra salute». Un congedo degno di Arsène Lupin.

grazie a: Corriere della Sera, 22.09.2012