"Potrei farti un racconto la cui più innocua parola saprebbe straziare la tua anima, agghiacciare il tuo giovane sangue, far roteare fuori dalle orbite, come stelle, i tuoi occhi, dividere le tue ciocche pettinate e annodate, drizzare i tuoi capelli, uno a uno come gli aculei dell’istrice minacciato.

Shakespeare, Amleto

 

 


Lo stalinismo

Politica e storia in genere non vanno molto d'accordo: la prima, anche nelle sue forme più oneste e brillanti, ha necessariamente obiettivi a medio termine e modi un po' sbrigativi, la seconda è fatica, memoria piena di contraddizioni, ricerca di segni e di sedimenti nascosti.

Sul giudizio in merito al comunismo, tuttavia, si è formata una strana alleanza fra le due, e con una trasversalità tanto inquietante quanto suggestiva: un cumulo di errori/orrori, un edificio mostruoso che è imploso da solo, barbarie da dimenticare, et cetera.
E pazienza per i milioni di donne e di uomini che in esso hanno creduto, pensando di trovarvi un po' di speranze.

Si va dalla radicalità pre-illuministica ("niente di buono poteva venire da un materialista come Marx e dai suoi nipotini") all'oscena paciosità veltroniana ("non mi sarei mai iscritto al partito di Togliatti"), passando per l'ipocrisia dei nostalgici ("sì, vabbè, però l'URSS non era mica tutta da buttare") o il candore ignorante e schizofrenico ("c'era una volta un uomo buonissimo che si chiamava Lenin, venne poi un uomo cattivo che si chiamava Stalin").
In ogni caso ciò che va perso è l'insieme - complesso e di non facile decifrazione - degli elementi che hanno brutalmente stravolto la più grande utopia immaginata.

Tanti libri, occorrerebbero, e parole libere dal pre-giudizio, e molto tempo, ma qui non è possibile. Cercheremo, allora, di rammentare con serenità quanto diceva Zenone nell'Opera al nero, e di ragionare con passione.
Chi non vuole accontentarsi delle formulette, di destra e, ahinoi, di sinistra, potrà forse trarre spunto da queste pagine per riflettere, e scavare, un po' come vecchie talpe...

Il tentativo di analisi di un fenomeno che nasce dal kàos di una rivoluzione e la domanda su come l'inganno abbia potuto travolgere intere generazioni e distruggere (?) il comunismo. Ma, naturalmente, la risposta non può essere solo storiografica o politica: homo homini lupus è una vecchia storia.

Ha governato col pugno di ferro.
Ha messo fine ai sogni di molti in ogni paese.
Aveva l'occasione di creare una nuova partenza per la razza umana,
e invece l'ha riportata indietro,
nello stesso orribile posto


Pete Seeger, Big Joe Blues

 


Arrivederci, bandiera rossa

Arrivederci, bandiera rossa - sei scivolata giù dal Cremlino
non come ti innalzasti, agile, lacera, fiera,
sotto le nostre bestemmie sul Reichstag fumante,
sebbene anche allora intorno alla tua asta, si consumasse una truffa.

Arrivederci bandiera rossa… Eri metà sorella, metà nemica.
In trincea eri speranza unanime d’Europa,
ma tu cingevi il Gulag con un rosso schermo
e tanti infelici in tuta da carcerati.

Arrivederci, bandiera rossa... Riposa, distenditi.
E noi ricorderemo quelli che dalle tombe più non si leveranno.
Gl’ingannati che hai condotto al massacro, alla strage,
ricorderanno anche te - ingannata tu stessa.

Grondavi di sangue e noi col sangue ti togliamo.
Ecco perché adesso non ci sono più lacrime da asciugare:
così brutalmente sferzasti, con le nappe scarlatte, le pupille.

Arrivederci, bandiera rossa… Il primo passo verso la libertà
lo compimmo d’impulso con la nostra bandiera
su noi stessi, nella lotta inaspriti.
Che non si calpesti di nuovo «l’occhialuto» Zivago.

Arrivederci, bandiera rossa… Da te disserra il pugno,
che ti serra di nuovo, ancora minacciando fratricidio,
quando all’asta si afferra la marmaglia
o la gente affamata, confusa dalla retorica.

Sei rimasta una striscia nel russo tricolore.
Nelle mani dell’azzurrità e del biancore
forse il colore rosso dal sangue sarà liberato.

Arrivederci, bandiera rossa… guarda, nostro tricolore,
che i bari di bandiere non barino con te!
Possibile anche per te lo stesso giudizio:
pallottole proprie ed altri ne hanno la seta divorato?

Arrivederci, bandiera rossa… Sin dalla nostra infanzia
noi giocavamo ai «rossi» e i «bianchi» li pestavamo forte.
Noi, nati nel paese che più non c’è,
ma in quell’Atlantide noi eravamo, noi amavamo.

Giace la nostra bandiera al gran bazar d’Ismajlovo.
La smerciano per dollari, alla meglio.
Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non ho assaltato il Reichstag.
Non sono un kommunjak. Ma guardo la bandiera rossa e piango.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, 23 giugno 1992