inizio rosso e giallo


Auguste Dupin


Sì, c'è chi ha detto che è nella Bibbia che si trovano i primi polizieschi (horror, caso mai...), chi ricorda Zadig di Voltaire, chi si affanna a trovare chissà quali altri progenitori, ma è nel 1841, con I delitti della Rue Morgue, che il racconto poliziesco prende vita.
E il padre è l'immenso Edgar Poe.

Certo, nel 1828 Eugène-François Vidocq aveva pubblicato le sue memorie: ladro, truffatore, carcerato, evaso più volte, nel 1806 ebbe un'idea geniale, proprorre al Prefetto di Parigi di usare la propria formidabile esperienza "professionale" per infiltrarsi nella malavita e combattere il crimine. Stranamente le autorità gli danno credito e qualche anno dopo Vidocq diviene addirittura capo di un servizio speciale di polizia, la Sûreté. Da cui si dimetterà nel 1828 dandosi alle investigazioni private e, appunto, alla memorialistica.
Poe conosceva bene le imprese di Vidocq ma non si è certo ispirato a quella figura pittoresca e vulcanica (a cui invece attingeranno molti altri, da Balzac a Gaboriau a Hugo), perchè il suo investigatore basa tutto sul ragionamento, sulla lucida visione d'assieme.
Si può dire, anzi, che Poe si è sì ispirato a Vidocq, ma per giustapposizione, e infatti fa dire a Dupin: "La polizia parigina, tanto decantata per il suo acume, è astuta e nulla più. Talvolta ottiene risultati sorprendenti, ma questi sono raggiunti di solito semplicemente grazie alla diligenza e all'operosità dei suoi funzionari. Quando queste doti non servono, tutti i disegni falliscono. Vidocq a esempio, era un abile deduttore e un individuo perseverante, ma non avendo educato il proprio pensiero, sbagliava continuamente per l'ardore stesso delle sue ricerche. Infirmava la sua visione delle cose tenendo l'oggetto troppo vicino, riusciva a vedere magari un punto o due con perspicacia non comune, ma nel far questo perdeva naturalmente l'effetto insieme..."

Dupin si contrappone dunque alla polizia (in ciò assomigliando un po' a Vidocq, che coi suoi metodi poco ortodossi disprezzava l'ottusità burocratica dei poliziotti tradizionali), facendo della logica - allenata anche con l'enigmistica, la dama, la matematica - il perno dell'investigazione.
Poe in realtà non opera chissà quali alchimie, come invece farà, per fortuna, nell'altra sua produzione letteraria: del poliziotto tradizionale ci offre caratteristiche e capacità deduttive "normali", che tuttavia paiono ridicolmente deboli di fronte a quelle geniali del protagonista (e ci saranno Holmes - Watson, Poirot - Hastings, Wolfe - Goodwin, ecc.). Anticipazione di quella che sarà una situazione classica del poliziesco, alla quale si aggiungono praticamente tutti gli altri elementi chiave del genere, tra cui alcuni rimasti in ombra per molto tempo, ma che ultimamente sono riemersi prepotentemente, e anche con forzature al limite del ridicolo: l'analisi del comportamento delittuoso, il processo di indentificazione col criminale che talvolta l'investigatore deve compiere per poter risolvere un caso. (E pare che quel pazzo fascista di John E. Hoover, che però stupido non era, anzi, si sia ispirato proprio all'intuizione di Dupin sul rapporto fra detective e criminale per la creazione della celebre Behavioral Analysis Unit - Unità Analisi Comportamentale di Quantico).
"In quei momenti i modi di Dupin erano freddi, astratti: gli occhi assumevano una espressione vacua, mentre la voce, di solito generosamente tenorile, si elevava a un tono acuto che sarebbe potuto apparire irritante se non fosse stato per la determinazione e l'assoluta chiarezza di quanto veniva da lui enunciato."


Da lì è nato tutto: lo schema della crime story, le sue regole e le sue eccezioni, le procedure investigative, il ruolo "eroico" del detective, la tensione narrativa, la simbiosi autore - lettore, la liberazione finale.
Quanto poi vi fosse di artificioso e di lontano dalla realtà in oscuri misteri che alla fine trovano inevitabilmente una soluzione logica e inconfutabile, lo capiranno solo quasi un secolo più tardi Hammett e Chandler, demolendo la letteratura fondata sul modello inglese creato da un americano con ambientazione parigina; eppure a quel metodo verrà reso omaggio da chi vi ha riconosciuto una forte dignità scientifica, assimilabile a quella dell'esperto di semiotica linguistica, del diagnosta (vero, dr. House?), del filologo, dello studioso di scienze, dello storico: Umberto Eco - Thomas A. Sebeock (cur.), Il segno dei tre: Holmes, Dupin, Peirce, Bompiani, 1983.

Poe, tuttavia, rinunciò al genere strettamente poliziesco - inconsapevole di avere creato un filone che in ogni modo si rivelerà immenso - per dedicarsi all'esplorazione di zone ben più inquietanti e misteriose di un banale omicidio.
Quindi furono solo tre i racconti gialli: l'anno dopo I delitti della Rue Morgue scrisse Il mistero di Marie Roget, e nel 1844 il celebre e insuperabile La lettera rubata, a cui sia Freud che Lacan dedicheranno pagine piene di interesse.

Un romanzo ben congegnato intreccia in modo affascinante la vita di Dupin e quella (nel suo concludersi tragicamente) dello scrittore: Matthew Pearl, L'ombra di Edgar, Sonzogno, 2006.

Jorge Luis Borges

Introduzione a La lettera rubata

Ali'opera scritta di un autore dobbiamo spesso aggiungerne un'altra forse più importante: l'immagine che di quest'uomo si proietta nella memoria delle generazioni.
Byron, ad esempio, è più duraturo e più vivido dell'opera di Byron. Edgar Allan Poe è più visibile ora di qualunque pagina da lui scritta, e assai più della somma di tali pagine.

Vi sono due scrittori americani senza i quali la letteratura del nostro tempo sarebbe inconcepibile, o almeno molto diversa da quella che è: Poe e Walt Whitman. Da Walt Whitman procedono il verso libero, l'amore per le folle e per le imprese della nostra epoca indaffarata.
Non meno ricco l'influsso di Poe, e assai più diversificato. Il concetto di arte come operazione dell'intelligenza e non come un dono dello Spirito venne formulato per la prima volta nel suo The Philosophy of Composition, che è del 1846, e si prolunga in Baudelaire, nel simbolismo e in Paul Valéry.
Cinque anni prima aveva pubblicato Murders in the Rue Morgue, che inventa il genere giallo e la cui progenie è innumerevole. La sua miglior prosa va cercata nel racconto fantastico, cui aggiunge una premeditazione e un rigore che fino allora non erano propri del genere.
Qualcuno lo accusò di imitare i romantici tedeschi. Poe replicò: "L'orrore non appartiene alla Germania; appartiene all'anima." Appartenne anche al suo destino.

Nacque a Boston nel 1809. Figlio di attori girovaghi, amava sognarsi discendente di un'antica stirpe normanna; tale anelito romantico non è meno reale delle povere circostanze della sua nascita. Orfano in tenera età, fu raccolto da un uomo d'affari, John Allan, di cui prese il cognome.
Coi genitori adottivi si recò in Inghilterra; gli anni che passò come alunno interno in un vecchio collegio si possono indovinare nello strano racconto William Wilson, in cui si gioca col tema del doppio. Meno credibile per quanto riguarda il viaggio in Russia, che occupò una parte tanto vasta nel suo dialogo. Tornato in patria studiò all'Università della Virginia, dove frequentò, col rischio prevedibile, la compagnia di bari. Poi sarebbe venuto I'alcool.
Nel 1827 si arruolò nell'esercito e fu cadetto all'Accademia Militare di West Point. Aveva già cominciato a pubblicare, senza alcun successo. La sua volontaria negligenza fece sì che lo congedassero.
Nel 1835 sposò la cugina Virginia Clemm, di tredici anni. A quanto pare il matrimonio non venne consumato. Nel 1845 la moglie morì di tubercolosi. Le circostanze sono complesse; si è detto che Edgar era innamorato della madre, Maria Clemm, e non della figlia. Durante questi dieci anni eseguì la parte migliore delle sue opere.
Vedovo, cercò l'intimità di altre donne, che gli ispirarono indimenticabili poesie.
Più di una volta il solitario disingannato pensò a quella porta aperta, il suicidio.
Perduto nei deliri dell'alcool morì in un ospedale di Baltimora. Un compagno di corsia avrebbe ricordato le sue ultime parole; erano quelle di uno dei suoi personaggi, il naufrago la cui morte sognò in Arthur Gordon Pym (1838), libro che prefigura Moby Dick ed è come un incubo del colore bianco. (Arthur Gordon Pym evidentemente una variazione di Edgar Allan Poe).

Le nevrosi e la povertà di Poe furono, indubbiamente, sventure, ma la vita gli concesse un'incessante felicità: l'invenzione e l'esecuzione di un'opera splendida. Si potrebbe anche dire che la sventura ne fu il necessario strumento.

Tranne che per qualche sfortunata incursione nel genere umoristico, la parola incubo è applicabile a quasi tutta la narrativa di Poe. Per questo libro abbiamo scelto quattro dei suoi racconti e il giallo The Purloined Letter. A differenza dei posteriori racconti di Wells, MS Found in a Bottle non vuoi sembrare veridico, ma è altrettanto concreto e possente delle allucinazioni; in The Facts in the Case of M. Valdemar l'orrore fisico si aggiunge ali'orrore del soprannaturale; in The Man of the Crowd i temi centrali sono la solitudine e la colpa; The Pit and the Pendulum è un'esaltazione graduale del terrore.

Il signor John Allan, al quale il figlio adottivo dette tanti giustificati dispiaceri, non sospettò mai che gli avrebbe anche dato un nome immortale. Ho scritto all'inizio di queste pagine due grandi nomi americani, Whitman e Poe. Il primo, come poeta, fu infinitamente superiore al secondo; ma ora Edgar Allan Poe è molto più vicino a me. Quasi settantanni fa, seduto sull'ultimo gradino di una scala che non esiste più, lessi The Pit and the Pendulum; ho dimenticato quante volte l 'abbia riletto o me lo sia fatto rileggere; so che non sono arrivato all'ultima e che ritornerò nel carcere quadrangolare che si restringe e nell'abisso del fondo.

da: E. A. Poe, La lettera rubata, Franco Maria Ricci, 1979

Introduzione a Auguste Dupin investigatore

È luogo comune affermare che il poliziesco, il genere di narrativa che in Italia viene chiamato «giallo», sia nato con l'uscita nell'aprile 1841 sul «Graham's Magazine» di Filadelfia del racconto The Murders in the Rue Morgue di Edgar Allan Poe (Boston 1809 - Baltimora 1849), poeta maledetto del Nuovo Mondo, prosatore prolifico e brillante, raziocinante e lucidissimo artista, nonostante la fosca leggenda personale da lui stesso accreditata, ma potenziata oltre Atlantico da una viscerale e interessata agnizione di Charles Baudelaire (Parigi 1821-1867), poeta maledetto del Vecchio Mondo, che lo tradusse e propagandò in Europa a propria immagine e somiglianza.

Baudelaire lesse il suo primo racconto di Poe, The Black Cat (1843), nel 1847, nella traduzione di Isabelle Meunier, giovane allieva di Fourier, e data 1848 la sua prima traduzione di un altro racconto di Poe, Mesmeric Revelation (1844). Il suo primo saggio su Poe venne pubblicato dalla «Revue de Paris» nel 1852: è la stesura inaugurale di quella che diventerà la notizia premessa alla sua prima raccolta in volume di traduzioni di racconti di Poe. Nel 1853 Baudelaire fece apparire su «l'Artiste» la traduzione della celebre lirica di Poe The Raven (1845) e nel 1854 iniziò a presentare su «Le Pays» in francese tutti i racconti di Poe da lui preferiti, una serie che proseguì sino a metà del 1855.
La prima raccolta in volume, Histoires Extraordinaires, è del 1856. Una seconda raccolta, Nouvelles Histoires Extraordinaires, precedette di appena tre mesi nel 1857 l'uscita del capolavoro poetico baudelairiano Les Fleurs du Mal, che suscitò dibattiti e processi per oltraggio alla morale, imposizioni di tagli e la consacrazione come «revolté». L'ultima raccolta di racconti di Poe tradotti da Baudelaire, Histoires Grotesques et Sérieuses, uscì nel 1865, sedici anni dopo la morte di Poe e due prima della morte di Baudelaire,

Avendo Poe praticato febbrilmente, anche e soprattutto per motivi economici, tutti o quasi i filoni creativi in poesia, prosa, pubblicistica e pubblicità, inevitabilmente si è cominciato prima o poi a scegliere il brutto e il bello, il gastronomico e l'ispirato, l'arte e l'artigianato, il frivolo e il serio nella sua folta opera.
Il primo distinguo illustre è, forse, quello avanzato nel 1890 dal poeta e saggista francese Paul Ambroise Valéry, secondo il quale sarebbe veramente esistito solo un Edgar Allan Poe padrone di sé, filosofo geniale, acuto teorico della creazione letteraria. Le centinaia di pagine di racconti dell'orrore e di poesie strampalate sarebbero da ritenersi appena dei pastiches critici della cattiva letteratura di consumo, di cui il primo a burlarsi sarebbe stato lo stesso autore.
Questa tesi è andata diventando certezza negli studi francesi e americani degli ultimi decenni. E la colpa del fraintendimento del vero Poe è attribuita tutta all'interpretazione di Baudelaire.

Le tre inchieste dell'investigatore dilettante Auguste Dupin che presentiamo in questo volume apparterranno al Poe spazzatura o al Poe cultura? The Murders in the Rue Morgue (1841), The Mistery of Marie Rogêt (1842-1843) e The Purloined Letter (1845) forse non raccolsero, al momento, tanto interesse critico e tanto successo economico da incoraggiare Poe a continuare la serie.
In compenso, hanno fissato per l'avvenire le regole del poliziesco. Il «giallo», come si dice qui da noi perché Arnoldo Mondadori scelse, appunto, il color giallo citrino per la collana in cui, alla vigilia degli Anni Trenta, iniziò a pubblicare i mgliori testi stranieri del genere, deve moltissimo a Poe come il fantastico, l'orrore, la fantascienza, una gran parte della narrativa cosiddetta d'evasione. Proprio per dimostrare che non si tratta di tre testi isolati, in questo volume abbiamo aggiunto le traduzioni, sempre di Giorgio Manganelli, di altri racconti che parlano dei rapporti di Edgar Allan Poe con i crimini, le masse, gli incubi della vita sociale e il modo in cui narrarli.

da: Auguste Dupin investigatore, Einaudi, 1991

 

Charles Baudelaire

Edgar Poe. La vita, le opere


Baudelaire scrisse tre saggi sull'opera del grande scrittore americano: il primo
Edgar Allan Poe, sa vie et ses ouvrages è del 1851, apparso sulla "Revue de Paris", il secondo del 1856 che riproduciamo qui, e il terzo del 1857 dal titolo Notes nouvelles sur Edgar Poe (leggibile qui).
Lo scritto di Baudelaire è ormai divenuto un classico, legato nella memoria del lettore al ricordo degli stessi Racconti: oggi forse non tutti potranno condividere il ritratto di Poe dipinto da Baudelaire - un Poe maudit isolato nella cultura americana dell'epoca - o certi giudizi generali di carattere storico-politico che affiorano qua e là; resta però il fatto che queste pagine ebbero il merito di servire da trait d'union tra Poe e la cultura europea, e che l'amore di Baudelaire per il personaggio conferisce al saggio una penetrazione e una finezza d'analisi fuori dal comune.

Recentemente venne condotto davanti ai nostri tribunali un disgraziato che aveva la fronte marcata con un insolito e singolare tatuaggio: Senza fortuna! Aveva così sopra gli occhi l'etichetta della propria esistenza, come un libro il proprio titolo, e il processo dimostrò che la bizzarra scritta era spietatamente vera. Nella storia della letteratura si trovano analoghi destini, vere e proprie dannazioni, - uomini che portano la parola scarogna scritta in caratteri misteriosi tra le rughe sinuose della fronte. L'angelo cieco dell'espiazione si è impossessato di loro e li fustiga con tutte le sue forze ad edificazione degli altri Inutilmente la loro esistenza manifesta talento, virtù, amabilità; la Società riserba loro un particolare anatema, e li accusa delle infermità che la sua stessa persecuzione ha loro attribuito. - Che cosa non ha tentato. Hofmann per placare il destino, e Balzac per implorare la fortuna? - Esiste allora una diabolica Provvidenza che prepara l'infelicità dalla culla, che getta premeditatamente esseri angelici, ricchi d'intelligenza, in ambienti ostili, come martiri nel circo? Vi sono dunque delie anime sacre, votate ali'altare, condannate a camminare verso la gloria e la morte, calpestando le proprie macerie?
L'incubo delle Tenebre stringerà in una morsa eterna queste anime elette? Inutilmente si dibattono, inutilmente si addentrano al mondo, ai suoi fini ultimi, agli stratagemmi; perfezioneranno la loro prudenza, sprangheranno tutte le uscite, barricheranno le finestre contro i proiettili del caso; ma il Diavolo entrerà dalla serratura; una perfetta virtù sarà il loro tallone d'Achille, una qualità superiore il germe della loro dannazione.

L'aquila per spezzarla dall'alto delle stelle
Sulla lor fronte scoperta cadere farà la tartaruga
Perché essi devono inevitabilmente perire.

Il loro destino è scritto in tutta la loro persona, brilla in un lampo sinistro dello sguardo, in un gesto, circola nelle loro arterie con ogni globulo di sangue.

Un celebre scrittore della nostra epoca [Allusione a Stello di Vign., N.d.T] ha scritto un libro per dimostrare che il poeta non può inserirsi nè in una società democratica nè in una aristocratica, nemmeno in una repubblica nè in una monarchia assoluta o moderata. Chi ha saputo dargli una risposta che non ammettesse repliche? Oggi io aggiungo un'altra postilla in favore della sua tesi, un altro santo al martirologio: devo scrivere la storia di uno di questi illustri infelici, troppo ricco di poesia e di passionalità, che come molti altri è scesa in questo basso mondo a compiere il duro tirocinio della genialità tra gli esseri inferiori.

Triste tragedia la vita di Edgar Poe. La sua morte un orribile finale, reso più orrìbile dalla volgarità.
Da tutti documenti da me letti, ho tratto la convinzione che gli Stati Uniti furono per Poe soltanto una vasta prigione: egli la percorreva con l'agitazione febbrile di un essere nato per respirare in un mondo più profumato di quell'immensa barbarie illuminata a gas. La sua vita interiore di poeta o anche di ubriacone, era un continuo tentativo di sfuggire l'infiuenza di questa atmosfera irritante. Dittatura spietata quella dell'opinione pubblica nelle società democratiche; non chiedetele nè carità, nè indulgenza, nè alcuna elasticità nell'applicare le sue leggi ai molteplici e complessi casi della vite morale. Si direbbe che dal sacrilego amore per la libertà è nata una nuova tirannide, quella degli animali, la zoocrazia che con la sua ferocia, la sua insensibilità, assomiglia all'idolo di Juggernaut. Un biografo - un brav'uomo pieno di buone intenzioni - col tono più serio dirà che se Poe avesse voluto arginare il suo genio e applicare le sue facoltà creative in modo più consono alla cultura americana, sarebbe diventato un autore da cassetta, a money making author; un altro - questo invece cinico naïf - che per quanto sia acuto il genio di Poe, sarebbe stato meglio per lui avere del talento, perché di più facile consumo del genio. Un altro, direttore di giornali e riviste, amico del poeta, confessa che era difficile dargli del lavoro perché il suo stile era troppo al di sopra della media. Che puzza di negozio! come diceva Joseph de Maistre.

Alcuni sono andati oltre e, associando il più rozzo giudizio sul suo genio alla ferocia dell'ipocrisia borghese, hanno fatto a gara nell'insultarlo; e dopo la sua improvvisa scomparsa hanno duramente attaccato il cadavere; specialmente Rufus Griswold che, per citare l'espressione vendicativa di George Graham, commise un'immortale infamia. Poe, forse provando il sinistro presentimento di una fine improvvisa, aveva incaricato Griswold e Willis di riordinare la sua opera, di scrivere la sua biografia e di riabilitare la sua memoria. E il pedagogo-vampiro ha meticolosamente diffamato l'amico in un lungo saggio, scialbo e astioso, proprio nell'edizione postuma delle sue opere. Non esiste dunque in America una legge che impedisce ai cani di entrare nei cìmiteri? Willis invece ha dimostrato che la bontà e la dignità camminano sempre di pari passo con l'intelligenza, e che la carità verso i nostri fratelli, che è un dovere morale, era anche una regola di buon gusto.

Provate a parlare di Poe con un americano, ne ammetterà forse la genialità e si mostrerà persino fiero di lui; ma con un tono sardonico dì superiorità, che denuncia l'uomo d'affari, vi parlerà della vita disordinata del poeta, del suo fiato da alcoolizzato che avrebbe preso fuoco con una fiammella di candela, delle abitudini di vagabondo; vi dirà che era un eteroclito alla deriva, un pianeta fuori dall'orbita, sempre in ballo tra Baltimora e New York, tra New York e Filadelfia, tra Filadelfia e Boston, tra Boston e Baltimora, fra Baltimora e Richmond. E se per caso, commossi dal preludio di una storia penosa, fate capire che forse l'individuo non è il solo responsabile e che deve essere difficile pensare e scrìvere tranquillamente in un paese dove vi sono migliaia di sovrani, in un paese senza una vera e propria capitale e senza un'aristocrazia, allora vedrete i suoi occhi dilatarsi e scagliare lampi, mentre la bava del patriottismo ferito gli sale alle labbra, e per bocca sua l'America tutta insultare la vecchia madre Europa e la filosofia del passato.

Lo ripeto, mi sono convinto che Edgar Poe e il suo paese non erano su un piano d'identità. Gli Stati Uniti sono un paese gigantesco e infantile, istintivamente geloso del vecchio continente. Fiero del suo sviluppo economico, anormale e quasi mostruoso, l'ultimo arrivato nella storia ha una fede ingenua nell'onnipotenza dell'industria; è convinto, come certi disgraziati da noi, che l'industria finirà col mangiarsi il Diavolo. Laggiù tempo e denaro hanno tale valore! L'attività materiale, esasperata in proporzioni da follia nazionale, lascia poco posto nella mente per le cose che non sono della terra.
Poe, che era di una vecchia famiglia, sosteneva che la disgrazia del suo paese era di non avere un'aristocrazia di sangue; diceva che presso un popolo senza aristocrazia il culto della bellezza non può che corrompersi, diminuire e sparire; criticava nei suoi concittadini, anche per il loro lusso enfatico e dispendioso, tutti i sintomi del cattivo gusto caratteristica dei parvenus; considerava il progresso, il grande ideale moderno, come uno specchio per le allodole e chiamava i perfectionnements dell'abitacolo umano cicatrici e orrori rettangolari; Poe, insomma, laggiù era un cervello in assoluto isolamento. Credeva soltanto nell'immutabile, nell'eterno, nel self-same; amava - crudele privilegio in una società innamorata di sé - il buon senso alla Machiavelli che precede il saggio nel suo cammino, come una colonna luminosa nel deserto della storia. Che cosa poteva pensare, o scrivere, sventurato, se aveva sentito la teologa del sentimento sopprimere l'Inferno per amore dell'umanità, il filosofo dei numeri proporre un sistema di assicurazioni e una sottoscrizione di un soldo a testa per la soppressione della guerra - e l'abolizione della pena di morte e dell'ortografia, le due follie correlative! - e tanti esseri bacati che, l'orecchie attente a dove spira il vento, scrivono fantasie giroscopiche, puzzolenti quanto i motivi che le ispirano. Aggiungete a questa impeccabile visione della verità una sensibilità straordinaria che una sola nota falsa poteva irritare, una raffinatezza di gusto che ogni cosa - tranne l'armonia delle proporzioni - rivoltava, e un insaziabile amore della bellezza che aveva assunto la violenza di una passione morbosa, e non vi stupirete che per un uomo simile la vita sia diventata un inferno e che sia finito male; anzi, vi stupirete che abbia potuto resistere così a lungo.

La famiglia di Poe era una delle più rispettabili di Baltimora. Il nonno materno era stato quatermaster-general durante la guerra d'indipendenza, ed aveva goduto della stima e dell'amicizia di La Fayette. Costui, durante il suo ultimo viaggio negli Stati Uniti, aveva voluto far visita alla vedova del generale per testimoniarle la propria gratitudine per i servizi resi dal marito. Il bisavolo aveva sposato una figlia dell'ammiraglio inglese Mac Bride, imparentato alle più nobili famiglie inglesi. David Poe, padre di Edgar e figlio del generale, s'innamorò perdutamente d'una attrice inglese, Elizabeth Arnold, famosa per la sua bellezza; scappò con lei e la sposò. Per legare più strettamente il proprio destino a quello di lei, diventò attore e si esibì con la moglie su diverse scene nelle principali città delI'Unìone. I due morirono a Richmond, quasi contemporaneamente, lasciando nella più completa indigenza tre bambini in tenera età, tra cui Edgar.

Edgar Poe era nato a Baltimora nel 1813. È basandomi su quanto detto da lui che scrivo questa data, perché ebbe a criticare Griswold che colloca la sua nascita nel 1811. [Le date sono inesatte, come pure il luogo di nascita. Poe nacque a Baltimora il 19 gennaio 1809. N.d.T.] Se mai spirito d'avventura, per usare un'espressione del nostro, ha presieduto a una nascita - spirito sinistro e tempestoso! - ha certo presieduto alla sua.
Poe fu realmente figlio della passione e dell'avventura.
Un ricco negoziante della città, di nome Allan, s'innamorò di quell'amabile infelice che la natura aveva così generosamente dotato, e siccome non aveva figli l'adottò. Costui si chiamò da quel giorno Edgar Allan Poe. Venne allevato nell'agiatezza e nella legittima attesa di una di quelle fortune che conferiscono al carattere un'assoluta sicurezza di sé. I genitori adottivi lo condussero con loro in viaggio in Inghilterra, in Scozia e in Irlanda e, prima di tornare in patria, lo lasciarono al dottor Bransby, che dirigeva un importante collegio a Sfoke-Newington vicino a Londra. Poe in William Wilson descrive quella strana casa costruita in vecchio stile elisabettiano, e le sue impressioni della vita scolastica.
Tornò a Richmond nel 1822 e continuò gli studi in America sotto la guida del migliori insegnanti del luogo. Ali'università di Charlottesville - vi entrò nel 1825 - si distinse non soltanto per un'intelligenza quasi miracolosa ma anche per una quasi sinistra sovrabbondanza di passioni - precocità tipicamente americana - che alla fine fu motivo della sua espulsione.
È bene ricordare di sfuggita che a Charlottesville Poe aveva già manifestato una notevole inclinazione alle scienze fisiche e matematiche. Più tardi ne farà largo uso nei suoi strani racconti, traendone effetti imprevedibili. Ma ho buon motivo di credere che non è a questo genere di composizioni che egli dava importanza che - forse anche a causa della precoce inclinazione - non era alieno dal considerarle facili giochi d'abilità, paragonandole alle opere di pura invenzione.
Qualche sfortunato debito di gioco provocò una momentanea rottura col padre adottivo, ed Edgar - fatto assai curioso che prova, checché si dica, una buona dose di cavalleria nel suo animo sensibile - progettò di partecipare alla guerra in Grecia e di andare a combattere i Turchi. E partì per la Grecia. Che gli successe in Oriente? Che fece? Si mise a studiare i classici litorali del Mediterraneo? Perché lo ritroviamo a St. Petersbourg, senza passaporto, implicato in non so quale pasticcio, costretto ad appellarsi al ministro americano Henry Middleton per sfuggire alla giustizia russa e far ritorno a casa? Non si sa; è un mistero che lui solo avrebbe potuto chiarire.
La vita di Edgar Poe, la sua giovinezza, le sue avventure in Russia e la corrispondenza, sono stati da tempo annunciati sui giornali americani, ma mai pubblicati. [Sembra si tratti di una delle tante leggende che Poe faceva circolare sul proprio conto. N.d.T. ]

Tornato in America nel 1829, manifestò il desiderio di entrare all'accademia militare di West-Point; vi fu ammesso, e anche là diede segni di un'intelligenza straordinariamente dotata ma priva di disciplina, e dopo qualche mese fu cacciato. Quel periodo avrà tristi conseguenze su tutta la sua esistenza. La signora Allan, per la quale nutriva un affetto realmente filiale, morì e il signor Allan sposò una donna giovanissima. Ne nacque un litigio di famiglia, una strana e tenebrosa storia che non posso raccontare, perché nessun biografo l'ha chiaramente spiegata. Non c'è motivo di stupirsi della definitiva rottura con Allan, e del fatto che costui, che aveva figli dal secondo matrimonio, l'abbia diseredato.
Subito dopo aver lasciato Richmond, Poe pubblicò un volumetto di versi [Al Aaraaf, Tamerlane and other poems, Hatch and Dunning, Baltimora, 1829. N.d.T.]; era realmente un'aurora smagliante.
Chi sente la poesia inglese, vi trova accenti extraterrestri, la pace e la melanconia, la deliziosa solennità, la precoce esperienza - stavo per dire innata - che caratterizzano i grandi poeti.

La povertà lo costrinse per qualche tempo a fare il soldato; è presumibile che i lunghi ozii della vita di guarnigione gli servirono per raccogliere il materiale delle sue future composizioni, strane composizioni che sembrano create per dimostrare che la stranezza è una delle partì integranti della bellezza.
Tornato a vivere nell'ambiente letterario, l'unico elemento in cui possono respirare certi esseri banditi, Poe si consumava nella miseria più nera quando un caso fortunato lo risollevò. Il proprietario di un periodico aveva organizzato due concorsi, uno per il miglior racconto, l'altro per la miglior poesia. Una scrittura particolarmente bella attirò gli occhi del signor Kennedy, presidente della giuria, e lo invogliò ad esaminare personalmente i manoscritti. Caso volle che Poe vincesse entrambi i premi; ma uno solo gli venne consegnato. Il presidente della giuria volle conoscere quello sconosciuto. L'editore del giornale gli presentò un giovane straordinariamente bello, mal vestito, abbottonato fin sotto al mento, con un'aria da gentiluomo fiera quanto affamata. Kennedy si comportò da amico. Gli fece fare la conoscenza di un certo White, che a Richmond aveva appena fondato il "Southern Literary Messenger". White era un uomo coraggioso, ma senza alcun talento letterario; aveva bisogno di aiuto. Ancora giovane - ventidue anni - Poe si trovò direttore di una rivista, che poggiava interamente sulle sue spalle. E il successo lo creò con le sue mani. Il "Southern Literary Messenger" da quel giorno dovette riconoscere di dovere la sua clientela e la sua fruttuosa notorietà all'eccentrico maudit, a quell'incorreggibile ubriacone. Per circa due anni Edgar Poe, con entusiasmo meraviglioso, strabiliò il suo pubblico con una serie di scritti di genere nuovo, e con articoli di critica la cui vivacità, la cui chiarezza, la cui severità ragionata erano fatte apposta per attirare l'attenzione. Gli articoli trattavano di ogni libro, e la vasta coltura che il giovane si era fatta gli era di valido aiuto. È bene che si sappia che per questo impegno considerevoie riceveva in cambio cinquecento dollari l'anno. Subito - dice Griswold, il che significava: "Si credeva abbastanza ricco, imbecille!" - sposò una graziosa ragazza, di carattere amabile e coraggioso ma senza un soldo, - precisa Griswold con una punta di disprezzo - Virginia Clemm, sua cugina.

Malgrado i servizi resi al giornale, White litigò con Poe dopo appena due anni. La ragione della rottura va evidentemente cercata negli attacchi d'ipocondria e nelle sbornie del poeta; caratteristici incidenti che turbavano il ciclo della sua mente, come lugubri nuvoloni che improvvisamente danno anche al più romantico dei paesaggi un'aria melanconica apparentemente irreparabile. Da quel giorno vediamo lo sventurato trasportare qua e là la sua tenda, come un uomo nel deserto, e i suoi leggeri penati nelle principali città dell'Unione. Ovunque dirigeva riviste o vi collaborava in modo sorprendente. Con incredible rapidità divulgò articoli di critica letteraria, di filosofia, e alcuni racconti pieni di fascino, riuniti poi sotto il titolo Tales of the Grotesque and the Arabesque; titolo notevoie, intenzionaimente voluto, perché gli ornamenti grotteschi e dell'arabesco esulano dalla figura umana: vedremo infatti che da molti punti di vista l'opera di Poe è extra o sovrumana.
In seguito si verrà a sapere, da notizie scandalistiche e provocatorie apparse sui giornali, che Poe e la moglie sono a Fordham gravemente ammalati e in miseria nera. Poco dopo la morte della signora Poe, il poeta è vittima dei primi attacchi di delirium tremens. Un'altra notizia apparsa improvvisamente su un giornale - quest'ultima ben più spietata - lo critica per il suo disprezzo e disgusto del mondo, e gli muove contro una di quelle requisitorie della pubblica opinione, contro le quali egli dovette sempre difendersi, la lotta più sterile e affaticante che io conosca.

Certamente guadagnava, i suoi lavori letterari gli davano abbastanza per vivere. Ma ho le prove che egli doveva sempre far fronte a scoraggianti difficoltà. Come tanti altri scrittori, sognò una rivista sua; desiderava essere a casa propria, la verità è che aveva sofferto abbastanza e desiderava ardentemente questo rifugio definitivo per il suo pensiero. Per riuscire in questo, per raccogliere una somma sufficiente, sarebbe ricorso alle letture. Sappiamo cosa sono queste letture: una specie di speculazione, il Collegio di Francia messo a disposizione di tutti i letterati, mentre l'autore non pubblica la sua lettura se non dopo averne ricavato il più possibile. Poe aveva già fatto a New York una lettura di Eureka, la sua poesia cosmogonica, sollevando parecchie discussioni. Questa volta pensò di fare delle letture nel suo stato, in Virginia. Contava, come scrisse a Willis, di fare una tournée nell'ovest e al sud, e sperava nell'appoggio degli amici letterati e dei vecchi conoscenti del collegio e di West-Point. Visitò quindi le principali città della Virginia, e Richmond rivide colui che aveva conosciuto così giovane, così povero e così scalcinato. Quanti non avevano mai visto Poe dai giorni del suo anonimato, accorsero in massa per ammirare il loro illustre compatriota. Si presentò elegante, bello, stilisticamente impeccabile come il prototipo della genialità; penso che da qualche tempo avesse spinto la sua condiscendenza fino a divenire membro di una lega anti-alcoolica. Scelse un argomento vasto quanto elevato: il Principio della Poesia, e lo trattò con quella lucidità che è uno dei suoi privilegi. Credeva, da vero poeta qual era, che il fine della poesia è della stessa natura del suo principio, e che essa non deve aver di mira altro che se stessa.
La calorosa accoglienza che gli venne fatta riempì il suo povero cuore d'orgoglio e di gioia; e si mostrò talmente entusiasta che diceva di volersi stabilire per sempre a Richmond e di trascorrere il resto dei suoi giorni in quei luoghi resi cari dalla sua infanzia. Tuttavia aveva da fare a New York e partì il 4 ottobre, sofferente di brividi e indebolito fisicamente. Arrivato a Baltimora continuava a sentirsi male; il 6 sera fece portare i bagagli ali'imbarcadero, da dove doveva partire per Filadelfia, ed entrò in una taverna per bere un eccitante. Là dentro purtroppo incontrò delle vecchie conoscenze e vi si fermò a lungo. L'indomani mattina, nella pallida luce dell'aurora, venne trovato un cadavere sul selciato, - è così che bisogna dire? - no, un corpo ancora in vita, ma che la morte aveva già segnato col suo sigillo. Su quel corpo, di cui s'ignorava il nome, non furono trovati né documenti né denaro, venne quindi trasportato in ospedale. È là che Poe morì, la sera stessa della domenica 7 ottobre 1849, ali'età di trentasette anni, stroncato dal delirium tremens, quel terribile visitatore che aveva già sconvolto il suo cervello una o due volte.
Così scomparve da questo mondo uno dei maggiori eroi della storia della letteratura, il genio che nel Gatto nero aveva scritto queste fatidiche parole: Quale malattia è paragonabile all'alcool?!

Questa morte è quasi un suicidio, un suicidio preparato da lungo tempo. O per lo meno ne creerà lo scandalo. Lo scalpore fu enorme e la virtù sciolse liberamente e voluttuosamente il suo canto enfatico. I discorsi funebri, anche i più indulgenti, non poterono non cedere il passo all'inevitabile moralismo borghese che non si lasciò sfuggire una così splendida occasione. Griswold ebbe parole diffamanti; Willis, sinceramente addolorato, fu più che ben educato. Colui che aveva toccato i vertici più alti dell'estetica, ed era sceso negli abissi più inesplorati dell'intelletto umano; colui che durante una vita slmile a una tempesta senza un istante dì bonaccia, aveva trovato processi nuovi e sconosciuti per stupire l'immaginazione, per sedurre gli animi assetati di bellezza, era morto in poche ore in un letto d'ospedale, che destino! E tanta grandezza, tanta sofferenza per sollevare un vortice di fraseologia borghese, per cadere in pasto ai virtuosismi dei giornalisti!

Ut declamatio fias!

Questi spettacoli non sono nuovi; è raro che una tomba illustre appena tumulata non divenga il luogo d'appuntamento degli sciacalli. D'altra parte la società non ama questi infelici arrabbiati, e sia che le turbino le sue feste, sia che ingenuamente li consideri come dei rimorsi, ha senza dubbio ragione. Chi non si ricorda i discorsi a Parigi subito dopo la morte di Baizac, che pure era morto secondo le regole? E più recentemente - oggi 26 gennaio fa un anno - quando uno scrittore di ammirevole onestà, [Gerard de Nerval, trovato impiccato il 25 gennaio 1855, in rue de la Vieille-Lanterne. N.d.T.] d'intelligenza acuta e che era sempre stato lucido, se ne andò con discrezione senza scomodare nessuno - ma con una tale discrezione che sembrava disprezzo - quante disgustose omelie, che assassinio raffinato! Un celebre giornalista, al quale Gesù Cristo non insegnerà mai la generosità, trovò divertente l'accaduto e lo celebrò con un gioco di parole di bassa lega. Tra i numerosi diritti dell'uomo che la saggezza del XIX secolo enumera così spesso e con tanta compiacenza, due molto importanti sono stati dimenticati: il diritto di contraddirsi e quello di andarsene. Ma la società giudica un insolente quello che se ne va; punirebbe volentieri certe spoglie funerarie, come quel povero soldato, colpito da vampirismo, che diventava matto alla vista di un cadavere. Eppure si può dire che sotto la pressione di determinate circostanze, dopo un esame approfondito di certe incompatibilità, e con una fede viva in certi dogmi e metempsicosi, si può dire senza retorica o giochi di parole, che il suicidio è talvolta l'azione più ragionevole della vita. Così si va formando una schiera di fantasmi, già numerosi, che ci viene a far visita: ciascuno di loro si vanta con noi del suo riposo attuale e ci parla delle proprie convinzioni.

Dobbiamo però ammettere che la triste fine dell'autore di Eureka ha suscitato alcune consolanti difese, senza le quali dovremmo disperare e non potremmo più rimanere al nostro posto. Willis, come ho già detto, parlò con onestà e non senza emozione, dei buoni rapporti che egli ebbe sempre con Poe. John Neal e George Graham richiamarono Griswold alla decenza. Longfellow - ed egli ne ha maggior merito dato che Poe l'aveva duramente maltratttato - con accenti degni di un artista seppe lodarne il vigore di poeta e di prosatore. Uno sconosciuto scrisse che l'America letteraria aveva perso il suo migliore cervello.
Ma il cuore spezzato, il cuore straziato, il cuore dalle sette spade fu quello della signora Clemm. Edgar era per lei figlio e figlia insieme. Duro destino, dice Willis - dal quale riprendo questi particolari, quasi parola per parola - duro destino quello che lei sorvegliava e proteggeva. Edgar Poe non era un uomo di tutta tranquillità, che scriveva con una fastidiosa difficoltà e con uno stile troppo al di sopra del livello intellettuale medio si potesse pagare bene, era sempre senza un soldo, lui e la moglie mancavano delle cose più necessarie per vivere. Un giorno Willis vide entrare nel suo ufficio una donna anziana con l'aria dolce e seria. Era la signora Clemm, cercava lavoro per il suo caro Edgar. Il biografo confessa di esserne stato sinceramente colpito, non solo per la precisione con cui lei lodava e apprezzava il talento del figlio, ma anche per il suo aspetto esteriore, la voce dolce e triste, i suoi modi un po' sorpassati, ma affascinanti [Ricordiamo che Willis dedicò la sua traduzione di Poe a Maria Clemm con una lettera del 25 luglio 1854, piena di affetto. N.d.T.] E per molti anni, continua Willis, abbiamo visto quell'infaticabile aiutante dell'artista, poveramente e insufficientemente vestita, che andava da un giornale all'altro per vendere ora una poesia, ora un articolo: talvolta diceva che lui era ammalato - unica spiegazione, unica ragione, invariabile giustificazione che adduceva quando il figlio momentaneamente colpito da uno di quei momenti propri degli scrittori nervosi, - ma non si lasciava mai sfuggire una sillaba che potesse essere interpretata come un dubbio, una minore fiducia nella genialità e nella volontà del suo prediletto. Quando le morì la figlia, si attaccò al sopravvissuto con rinnovato ardore materno, visse con lui, si prese cura dì lui, sorvegliandolo e difendendolo dalla vita, e da se stesso. Certamente, - conclude Willis con un'argomentazione profonda e imparziale, - se la devozione della donna, nata da un primo amore e ravvivata da una passione umana, ne glorifica e santifica l'oggetto, che dire in favore di colui che ispirò tale devozione, pura, disinteressata e santa come una sentinella divina? I detrattori di Poe avrebbero dovuto notare che esistono certi poteri di seduzione che non possono che essere virtù.
Si può immaginare che notizia terribile fu per la povera donna. Scrisse a Willis una lettera, di cui riportiamo qualche riga:
«Stamattina ho saputo della morte del mio caro Eddie... Potete scrivermi qualche dettaglio, le circostanze?... Non lasciate la vostra povera amica in questo profondo dolore... Dite a M.. di venirmi a trovare; sono in debito con lui di un messaggio da parte del mio povero Eddie... Non c'è bisogno che vi preghi di far sapere alla gente della sua morte, e di parlare bene di lui. So che lo farete. Ma raccontate che figlio pieno d'affetto era per me, la sua povera madre desolata...»
Questa donna mi appare ancora più grande. Colpita da una irreparabile disgrazia, non pensa che alla reputazione di colui che era tutto per lei, e non basta, per farla contenta bisogna dire che era un genio e far sapere che era un uomo ligio ai doveri e agli affetti. È chiaro che questa madre - fiaccola e focolaio accesi da un raggio disceso dal cielo più alto - serve da esempio ai nostri popoli, che troppo poco si curano della devozione, dell'eroismo e di ciò che va oltre il dovere. Non è un'opera di giustizia scrivere sulle opere del poeta il nome di colei che fu il sole morale della sua vita? Egli avvolgeva nella sua gloria il nome della donna, che con il suo affetto medicava le sue piaghe, la cui immagine sovrasterà per sempre ili martirologio della letteratura.

La vita di Poe, i suoi costumi, le sue maniere, il suo aspetto fisico, tutto ciò che costituisce l'insieme del suo personaggio, ci appaiono come qualcosa di tenebroso e insieme luminoso. La sua persona fisica era del tutto particolare, piena di fascino e, come la sua opera, segnata di un'indefinibile impronta di melanconia. Del resto era realmente ben dotato; fin da giovane aveva dimostrato una rara attitudine per gli esercizi fisici, e anche se era basso di statura, con piedi e mani da donna, e tutto il suo aspetto denunciava una delicatezza femminile, era assai robusto e capace dei più incredibili sforzi. In gioventù aveva vinto una scommessa di nuoto che supera le normali prestazioni. Sembra che la natura dia un temperamento energico a coloro dai quali pretende grandi cose, come concede una forte vitalità agli alberi incaricati di simbolizzare il lutto e il dolore. Tali uomini, d'apparenza talvolta debole, sono forgiati atleti, fatti per l'orgia e per il lavoro, pronti ad ogni eccesso e capaci di straordinaria sobrietà.

Ci sono alcuni lati di Edgar Poe sui quali l'accordo è unanime; per esempio la sua grande distinzione, la sua eloquenza e la sua bellezza, delle quali, a quanto si dice, andava un po' fiero. I suoi modi, strano miscuglio di alterigia e di straordinaria dolcezza, erano sicuri. Fisionomia, incedere, gesti, espressione, tutto indicava in lui, specie nei giorni migliori, una creatura eletta. Tutto il suo essere emanava una penetrante aria di solennità. Era realmente segnato dalla natura, come quelle figure di passanti che attirano l'occhio dell'osservatore e ne occupano la mente. Persino il pedante ed acido Griswold confessa che quando andò a trovare Poe e lo trovò ancora pallido e ammalato per la morte e la malattia della moglie, rimase straordinariamente colpito non solo dalla perfezione dei suoi modi, ma anche dall'aspetto aristocratico, dall'atmosfera raffinata del suo appartamento, in verità arredato molto modestamente. Griswold ignora che il poeta, più di ogni altro uomo, ha quel dono meraviglioso proprio della parigina e della donna spagnola, quello di vestirsi con un nulla, e Poe, innamorato della bellezza in tutti i suoi aspetti, aveva l'arte di trasformare una capanna in un palazzo di nuovo tipo. Non ha forse fatto progetti originalissimi e curiosi di mobili, di case di campagna, di giardini e di modifiche di paesaggio?
Esiste una deliziosa lettera di Frances Osgood, una delle amiche di Poe, che ci fornisce dettagli curiosissimi sulle sue abitudini, sulla sua persona, sulla sua vita privata. Questa donna, lei stessa letterata di valore, nega coraggiosamente tutti i vizi, tutte le colpe rinfacciate al poeta.

«Con gli uomini, - dice a Griswold, - era forse come l'avete dipinto voi, e come uomo potete avere ragione. Ma posso assicurare che con le donne era tutt'altro, e che nessuna donna ha conosciuto Poe senza provare per lui un profondo interesse. Mi è sempre sembrato come un modello d'eleganza, di distinzione e di generosità...
«La prima volta che lo vedemmo fu a Astor-House. Willis mi aveva passato al ristorante
II Corvo, dicendomi che l'autore voleva conoscere il mio parere. La musica misteriosa e soprannaturale di quella strana poesia mi prese così intimamente che quando seppi che Poe desiderava farsi presentare a me, provai una strana sensazione, quasi dì paura. Apparve con quel suo volto bello e superbo, gli occhi scuri che brillavano di un particolare splendore, splendore di sentimenti e di pensiero, con i suoi modi che erano un miscuglio ineffabile di alterigia e di dolcezza: mi salutò, calmo, serio, quasi freddo; ma sotto quella freddezza vibrava una simpatia così marcata, che non potei fare a meno di rimanere profondamente impressionata. Da quel giorno, fino alla sua morte, restammo amici... So di aver avuto la mia parte di ricordo nelle sue ultime parole, e che mi ha dato, prima che la sua ragione fosse destituita dal suo trono, una ultima prova di fedeltà ali'amicizia.
Era soprattutto nel suo intimo, semplice e insieme poetico, che il carattere dì Edgar Poe mi appariva nella sua luce migliore. Allegro, affettuoso, arguto, ora docile ora cattivo come un bambino viziato, aveva sempre per la sua giovane, dolce e adorata sposa, e per chiunque venisse da lui - anche durante il più faticoso lavoro letterario - una parola amabile, un sorriso benevolo, un'attenzione gentile e cortese. Passava ore ed ore al leggìo, sotto il ritratto della sua
Lenore, l'adorata e la morta, assiduamente, sempre con rassegnazione, fissando con la sua meravigliosa scrittura le brillanti fantasìe che si affacciavano al suo straordinario cervello sempre ali'erta. Mi ricordo di averlo visto un mattino più gioioso e più allegro del solito. Virginia, la sua dolcissima moglie, mi aveva pregata di andarli a trovare e non potevo resistere a tale richiesta... Li trovai che lavoravano alla serie di articoli che ha pubblicato col titolo The Literati of New York. "Vedete" mi disse, srotolando con un sorriso numerosi rotoli di carta (scriveva su delle strisce strette, senza dubbio per dare alla sua copia la giustezza della colonna del giornale), "voglio mostrarvi, a seconda della lunghezza, i vari gradi di stima che nutro per ogni membro della vostra tribù letteraria. In ciascun foglio, ognuno di voi è arrotolato ed esaminato. Vieni Virginia, aiutami!" E li srotolarono tutti, uno per uno. Alla fine ce n'era uno che sembrava interminabile. Virginia, ridendo, indietreggiava in un angolo della stanza reggendone un'estremità, e suo marito verso l'angolo opposto con l'altra estremità. "Chi è quel fortunato" dissi io, "che giudicate degno di questo incommensurabile favore?" "La sentite" esclamò, "come se il suo vanitoso cuoricino non le avesse detto che è proprio lei!"
Quando, per ragioni di salute, fui costretta a partire, ebbi una corrispondenza regolare con Poe, seguendo in questo le insistenti richieste della moglie che credeva che potessi avere su di lui un'influenza ed un ascendente salutare... Per quanto riguarda l'amore e la confidenza tra lui e sua moglie, che per me erano uno spettacolo delizioso, non saprei parlarne con troppo convincimento, con troppo calore. Tralascio qualche piccola avventura poetica nella quale venne trascinato dal suo temperamento romantico. Credo che sia stata l'unica donna che egli abbia amato veramente...
»

Nei racconti di Poe non c'era mai amore. Per lo meno, Ligeia, Eleonora non sono, a dire il vero, delle storie di amore, L'idea principale attorno alla quale ruota l'opera è tutt'altra. Forse pensava che la prosa non è un mezzo all'altezza di questo bizzarro e quasi intraducibile sentimento, perché, al contrario, le sue poesie ne sono sature. La divina passione vi appare meravigliosa, stellare, e sempre velata di una insanabile melanconia. Nei suoi articoli parla talvolta dell'amore, anzi come di una cosa il cui nome fa fremere la penna. In The Domain of Arnheim, affermerà che le quattro condizioni base della felicità sono: la vita all'aria aperta, l'amore di una donna, il distacco da ogni ambizione e la creazione di una bellezza nuova. Ciò che rafforza l'idea di Frances Osgood sul rispetto cavalieresco di Poe per le donne, è che nonostante il suo prodigioso talento per il grottesco e l'orrido, in tutta la sua opera non vi è un solo passaggio che s'ispiri alla lubricità o ai piaceri sensuali. I suoi ritratti di donna sono, per così dire, aureolati; brillano in un'atmosfera soprannaturale e sono dipinti con lo stile enfatico dell'adoratore. Quanto poi alle piccole avventure romantiche, c'è da stupirsi che un essere tanto nervoso, la cui principale caratteristica è forse la sete di bellezza, abbia talvolta coltivato con ardore la galanteria, questo fiore vulcanico e vellutato che predilige i cervelli turbolenti dei poeti?
Della sua bellezza fisica così singolare, di cui parlano molti biografi, possiamo farci un'ìdea approssimativa chiamando in nostro aiuto tutte le nozioni vaghe, ma per altro caratteristiche, contenute nel termine romantico, termine che solitamente descrive un genere di bellezza che consiste soprattutto nell'espressione. Poe aveva una fronte vasta, dominante: alcune protuberanze tradivano le facoltà prorompenti che esse significavano (costruzione, paragone, causalità); vi troneggiava in una orgogliosa serenità il senso dell'ideale, il senso estetico per eccellenza. Tuttavia, malgrado queste doti, o a causa di questi privilegi eccessivi, il suo profilo non offriva forse una vista piacevole. Come in tutte le cose eccessive in un senso, poteva apparire un deficit dali'abbondanza, una povertà dall'usurpazione. Aveva grandi occhi tetri e insieme luminosi, di un colore indefinibile e tenebroso che tirava al viola; il naso nobile e solido; la bocca sottile e triste, anche se leggermente sorridente; il colorito bruno chiaro; la faccia generalmente pallida, l'espressione un po' distratta, con un impercettibile velo di melanconia.

La sua conversazione era notevolissima e ricca. Non era quello che si dice un parlatore, - cosa orrenda - e d'altra parte la sua parola come la sua penna detestava le convenzioni; ma una vasta cultura, un linguaggio penetrante, gli studi approfonditi, le esperienze raccolte in diversi paesi facevano della sua parola un insegnamento. La sua eloquenza, essenzialmente poetica, ricca di metodo, ma che spaziava talvolta al di là del metodo comune, un arsenale d'immagini prese da un mondo poco frequentato dalla moltitudine degli animi, un'abilità prodigiosa nel dedurre da una proposizione evidente e assolutamente accettabile punti di vista nuovi e nascosti, nello schiudere prospettive stupefacenti, in una parola l'arte di entusiasmare, di far pensare, di far sognare, di strappare gli animi dal fango della routine, tali erano le splendide qualità di cui molti hanno conservato il ricordo. Ma talvolta accadeva - almeno, così dicono - che il poeta, compiacendosi di un capriccio disgregatore, richiamava bruscamente gli amici alla realtà con pungente cinismo, distruggendo bruscamente il suo edificio di spiritualità. Una cosa è da notare, che non era affatto difficile nella scelta dei suoi ascoltatori, caratteristica comune nella storia di altre intelligenze superiori ed originali, per le quali ogni compagnia era buona. Gli animi che rimangono solitari tra la gente e che si nutrono di soliloqui, non devono far altro che essere gentili con gli altri. Si tratta insomma di una fratellanza basata sul disprezzo.

Dell'alcoolismo, celebrato e criticato con tanta insistenza, tanto che si potrebbe credere che tutti gli scrittori negli Stati Uniti siano modelli di sobrietà, bisogna pur parlarne.
Diverse versioni sono del tutto plausibili, e nessuna esclude le altre. Prima di tutto devo per forza sottolineare che Willis e la signora Osgood dicono che un piccolo quantitativo di vino o di liquore bastava per turbare completamente il suo organismo. È facile supporre che un uomo così completamente solitario, così profondamente infelice, che spesso giudicava il sistema sociale come un paradosso e un'ipocrisia, un uomo, bersagliato da un destino impietoso, che ripeteva spesso che la società non è altro che una massa dì miserabili (è Griswold a ricordarlo, scandalizzato come chi nutra lo stesso pensiero, ma che non lo confesserà mai), è naturale, dicevo, supporre che il poeta, gettato dall'infanzia tra gii eventi di una vita indipendente, con la mente occupata da un continuo e duro lavoro, abbia qualche volta cercato il piacere di dimenticare nella bottiglia. Rancori letterari, vertigine dell'infinito, dispiaceri famigliari, insulti della povertà, Poe fuggiva tutto ciò nel buio dell'ubriachezza come in una tomba preparatoria. Ma per quanto possa sembrare valida questa spiegazione, non la trovo abbastanza profonda, ne diffido proprio per la sua deplorevole semplicità.
So che non beveva come un goloso, ma selvaggiamente, con una celerità gelosa del tempo tipicamente americana, come se compiesse una funzione omicida, come se avesse dentro di sé qualcosa da uccidere, a worm that wouid not die. Raccontano che un giorno, quando stava per risposarsi (le pubblicazioni erano già fatte, e siccome la gente si congratulava con lui per quell'unione che gii avrebbe consentito felicità e agiatezza, aveva detto: «Forse avete visto le pubblicazioni, ma ricordatevi questo: non mi sposerò mai!»), completamente ubriaco andò a disturbare i vicini della futura sposa, ricorrendo così al suo vizio per sbarazzarsi di uno spergiuro verso la povera morta, la cui immagine era sempre viva in lui, e che egli aveva mirabilmente cantato in Annabel Lee. Considero questo fatto, così minuziosamente premeditato, come definitivamente provato.

Leggo in un lungo artìcolo del "Southern Literary Messenger" - la rivista che aveva avviato la sua fortuna - che mai la purezza, la perfezione dello stile, la chiarezza del suo pensiero, nè l'entusiasmo nel lavoro furono alterati dal vizio tremendo: la creazione della maggior parte dei suoi pezzi migliori ha sempre preceduto o seguito le sue crisi; dopo la pubblicazione di Eureka si abbandonò alla sua deplorevole inclinazione, e a New York la mattina stessa dell'uscita del Corvo, mentre il nome del poeta era su tutte le labbra, egli attraversò Broadway barcollando vergognosamente. Notate che i termini preceduto e seguito indicano che l'ubriachezza poteva essergli d'incentivo e anche di riposo.
È incontestabile che - simili a sensazioni fuggevoli e stupefacenti, ancor più stupefacenti nel loro ripetersi perché fuggevoli, che seguono talvolta un sintomo esteriore, sorta d'avvertimento come il rintocco dì una campana, una nota o un profumo dimenticato, e che sono loro stesse seguite da un avvenimento simile ad un avvenimento già conosciuto che aveva la stessa posizione in una catena rivelatasi precedentemente, - che nell'ubriachezza vi sono concatenazioni di sogni, di ragionamenti, che per riprodursi hanno bisogno dell'ambiente che li ha generati. Se il lettore mi ha seguito senza irritazione, ha già indovinato la mia conclusione: credo che in molti casi, non certo in tutti, l'ubriachezza di Poe era un mezzo mnemonico, un metodo di lavoro, metodo violento e mortale, ma adatto alla sua indole passionale. Il poeta aveva imparato a bere, come un meticoloso letterato si esercita a scrivere un quaderno di appunti. Non poteva resistere al desiderio di tornare ad immergersi nelle visioni meravigliose o terrificanti, nei sottili ragionamenti che aveva conosciuto in una precedente esperienza burrascosa; erano vecchie conoscenze che l'attiravano imperiosamente, e per riprender contatto con loro sceglieva la strada più pericolosa, ma più diretta. Una parte di ciò che oggi crea il nostro diletto, e che l'ha ucciso.

Delle opere di questo genio singolare, ho poco da dire; il pubblico manifesterà il proprio pensiero. Sarebbe per me difficile, forse, ma non impossibile, spiegare il suo metodo, il suo modo di procedere, specialmente in quelle pagine che basano il loro effetto su un'analisi minuziosamente condotta. Potrei iniziare il lettore ai misteri della loro creazione, dilungarmi su quella particolare inclinazione del genio americano che lo fa godere di una difficoltà superata, di un enigma risolto, di un tour de force riuscito; che lo spinge a divertitrsi con gioia infantile e quasi perversa nel mondo della probabilità, delle congetture, e a inventar frottole dando loro un'apparenza verosimile con la sua arte raffinata. Nessuno potrà negare che Poe è un meraviglioso ciarlatano, ma so che il suo cuore era con un'altra parte delle sue opere.
Devo ora fare qualche precisazione più importante, del resto assai brevemente.
Non è con i suoi miracoli materialmente scritti - che però lo hanno reso famoso - che egli potrà conquistare l'ammirazione degli intellettuali, ma con il suo amore per la bellezza, con la sua conoscenza degli elementi che costituiscono l'armonia; col lamento della sua profonda poesia, lavorata, trasparente e corretta come una gemma di cristallo; col suo stile ammirevole, puro e bizzarro, stringato come le maglie di un'armatura, compiaciuto e minuzioso, che con sfumature leggere guida dolcemente il lettore al fine desiderato; e soprattutto con la sua genialità del tutto particolare, col suo temperamento unico che gli ha permesso di dipingere e di spiegare in modo impeccabile, affascinante, terrificante, l'eccezione nell'ordine morale. Diderot, per prendere un esempio tra tanti, è un autore sanguigno; Poe è nervoso, anzi di più: il migliore che io conosca.

Quando introduce un argomento, ci attira a poco a poco, come in un gorgo. La sua solennità è sorprendente e tiene viva la nostra attenzione. Dapprima sentiamo che si tratta di qualcosa d'importante; poi lentamente vediamo dipanarsi un intreccio il cui interesse si basa tutto su un'impercettibile deviazione dell'intelletto, su un'ipotesi audace, su un imprudente dosaggio da parte della natura nell'amalgama delle facoltà. Il lettore, preso dalla vertigine, è costretto a seguire l'autore nelle sue trascinanti deduzioni.

Nessuno, lo ripeto, ha descritto con maggior fascino le eccezioni della vita umana e della natura; i fini stagione carichi di sfibranti splendori; le calure, umide e brumose, quando il vento del sud distende i nervi come fossero corde di uno strumento musicale; o gli occhi che si riempiono di lacrime che non vengono dal cuore; l'allucinazione che lascia un margine al dubbio e che poi si rafforza e si razionalizza come un libro stampato; l'assurdo che penetra nell'intelligenza e lo governa con logica spaventosa; l'isteria che sostituisce la volontà, la lotta tra nervi e mente, e l'armonia dell'uomo distrutta a tal punto che egli esprime il dolore col riso. Analizza ciò che vi è di più fuggevole, soppesa l'imponderabile e descrive, traendo effetti terrificanti da quel suo modo minuzioso e scientifico, il mondo immaginario che aleggia attorno all'uomo malato di nervi e lo porta alla rovina.
Anche la foga con la quale si butta nel grottesco per amore del grottesco e nell'orrore per amore dell'orrore, mi conferma la genuinità della sua opera e il completo accordo tra l'uomo e il poeta. Ho rimarcato che tale foga, in molti uomini, è effetto di una grande energia vitale inoperosa, talvolta di una castità dubbia, e di una profonda sensibilità soffocata. Il piacere soprannaturale che l'uomo prova alla vista del proprio sangue, gli scatti improvvisi, violenti, inutili, l'urlo scagliato senza che la mente abbia guidato la gola, sono fenomeni da classificare nella stessa categoria.

In questa letteratura di atmosfera rarefatta, la mente può sentire quella vaga angoscia, quella paura pronta alle lacrime e quella stretta al cuore che si prova in un luogo insolito e sconfinato. Ma è più forte I'ammirazione, e d'altronde l'arte è così grande! Gli elementi di fondo e quelli accessori sono in armonia coi sentimenti dei personaggi. Solitudine della natura o confusione delle città, tutto è descritto con stile nervoso e fantastico. Come il nostro Eugène Delacroìx, che ha elevato la sua arte al livello di grande poesia, Edgar Poe preferisce muovere i suoi personaggi su uno sfondo violaceo e verdastro, nel quale si rivela la fosforescenza della putredine e il presagio della tempesta. La cosidetta natura inanimata partecipa della natura degli esseri viventi, e con loro vibra di un fremito soprannaturale e galvanizzante. Lo spazio è reso più profondo dall'oppio; l'oppio dà un senso di magia ad ogni colore, e fa vibrare i rumori di una sonorità più significativa. Talvolta magnifici squarci, carichi di luce e di colore, si aprono improvvisamente nei suoi paesaggi, e vediamo apparire sul loro orizzonte città orìentali e costruzioni, sfumate dalla lontananza, sulle quali il sole lascia cadere una pioggia d'oro.

I personaggi di Poe, o meglio il personaggio di Poe, l'uomo dalla sensibilità acuta, l'uomo dai nervi a pezzi, l'uomo che con volontà caparbia e paziente sfida le difficoltà, l'uomo che fissa con uno sguardo gelido come una spada gii oggetti che s'ingigantiscono man mano che egli li osserva: è Poe stesso.
I personaggi femminili, luminosi e malati, che muoiono di strani mali e parlano con voci musicali, sono ancora lui; o per lo meno, con le loro strane aspirazioni, con la loro cultura, la loro inguaribile malinconia, partecipano intimamente dell'indole del loro creatore. La sua donna ideale si rivela in differenti ritratti sparsi nei suoi versi, troppo poco numerosi, ritratti, o meglio modi di sentire la bellezza, che il temperamento dell'autore avvicina e confonde in una unità vaga ma pur sensibile, nella quale più che altrove si manifesta con delicatezza quell'amore insaziabile della bellezza, che è il suo maggior merito, cioè la summa dei suoi meriti destinata all'amore e al rispetto dei poeti.

(da: E. A. Poe, Tutti i racconti, Sugar, 1967, trad. di Stefano Jacini)

Marie Bonaparte

Edgar Allan Poe. Studio psicoanalitico

 

Se l'Uomo della folla affermava: ecco il criminale! e domandava senza rispondere: quale delitto ha compiuto? Gli omicidi della Rue Morgue ribalta i termini. Infatti, questo racconto afferma: ecco il delitto! e poi domanda: chi è stato il criminale? E, a questa domanda, questo racconto, il primo nel genere poliziesco, pretende di fornire una risposta.

Quando Gli omicidi della Rue Morgue, nell'aprile del 1841, apparve nel «Graham's Magazine», il grande periodico fondato da Graham grazie alla fusione del suo «Atkinson's Cashet» con il «Gentleman's Magazine» di Burton, già da tre mesi l'Uomo della folla era uscito su quest'ultima rivista. La fase di profonda depressione, sopravvenuta alla rottura con Burton, aveva impedito a Poe di assumere prima la dirczione effettiva del «Graham's» e non aveva pubblicato alcun altro racconto nel frattempo.

Ci si potrebbe domandare se il conflitto violento di Poe con il suo principale Burton, la sua esplosione di odio feroce contro quell'uomo di affari, bislacco e burlone, capace di vendersi il giornale per comprarsi un circo, non sia stata la causa originale della reviviscenza nell'opera di Poe del tema del delitto paterno. Non aveva forse allora ricominciato a bere? Burton a ogni modo glielo rimproverava. È certo, tuttavia, che proprio a partire dall'Uomo della folla una corrente nuova e ancor più sanguinosa s'innesca nell'ispirazione di Poe, manifestandosi già prima dell'emottisi di Virginia verificatasi nel gennaio 1842...

Con l'Uomo della folla, come si è visto, appare nell'opera di Poe la figura del criminale, misteriosamente tragica, mentre il delitto resta nascosto nell'ombra. Con Gli omicidi della Rue Morgue è il delitto stesso che si pone in primo piano, ostentato subito alla nostra vista in tutto il suo orrore e in tutto il suo sangue. E l'enigma dell'identità del criminale è risolto da Dupin, l'infallibile raziocinante di cui facciamo conoscenza.

Tuttavia la stessa affermazione: ecco il delitto! non reca in sé tutta l'evidenza che pretenderebbe di avere. Come i tratti sinistri dell'Uomo della folla, sebbene illuminati dalla luce dei lampioni metropolitani, non rivelano a prima vista a chi veramente appartengano, cosi il sangue e le mulilazioni della signora L'Espanaye non dicono alla prima ricognizione quel che sono, a causa della realtà inconscia profonda. È forse possibile, per quanto inverosimile appaia, che un grande antropoide in fuga penetri con la scalata sino a una finestra aperta, in una camera abitata da donne inermi, le strangoli o tagli loro la gola, e quindi si dilegui: in questo caso, in assenza di testimoni, la polizia sarà messa fuori strada! Ma il determinismo psichico è altrettanto rigoroso di quello fisico, anche se più difficile da cogliere, e tutte le possibilità che andiamo elencando non sono in grado di spiegarci perché Poe abbia scelto, come tema del suo primo racconto poliziesco in cui presenta il quasi-mago Dupin, questo tema piuttosto di un altro...

Il fatto è che il tema di questo omicidio, che è nello stesso tempo, non dimentichiamolo, omicidio in sé, e come tale già stimola l'istinto di aggressione sadica che dorme in ognuno di noi, istinto d'aggressione che tutta la nostra civiltà rimuove e che può scaricarsi solo nella caccia o nell'invenzione narrativa - se si vuol restare lontani dal tribunale - il fatto è che questo tema dell'assassinio esprime pure un altro tema, altrettanto eterno e ancor più interessante per l'inconscio umano. Le analisi di nevrotici o di persone cosiddette normali ci hanno fra l'altro fornito un insegnamento. Ovvero che nell'infanzia della maggior parte degli uomini è accaduta una scena primaria, che lascia delle tracce nell'inconscio per tutta la vita. Questa scena è quella dell'accoppiamento dei genitori o delle persone che, per il bambino, li sostituiscono. A questo proposito gli adulti non diffidano mai abbastanza dei bambini piccoli: si ritiene a torto che siano troppo piccoli e che, quindi, non capiscano! E in molte famiglie il bambino, per mancanza di spazio, vive nella stanza dei genitori, i quali non possono comunque rinunciare per la sua presenza alla vita coniugale. E i genitori, quando cedono ai loro istinti, preferiscono immaginarsiche il loro bambino dorma. Ma l'istinto del bambino non dorme! Sin dalla più tenera età, il bambino è in grado di registrare osservazioni sessuali...

L'osservazione del coito dei genitori, che sia visto alla luce naturale o alla luce artificiale, o ascoltato nell'oscurità della notte, costituisce senz'altro uno dei più grandi insegnamenti che la natura, già a quell'età, riservi ai cuccioli dell'uomo. In effetti il bambino appartiene alla specie più straordinariamente dotata di sessualità, alla specie che per l'amore non conosce stagioni. Cosi, sia nelle notti d'inverno sia nelle notti d'estate, il bambino ha modo di osservare, sin dai suoi primi anni, i gesti dell'amore. E cosi il suo istinto, l'istinto preformato di piccolo animale spiccatamente sessuale, riceve subito non solo dall'interno, ma anche dall'esterno un impulso di eccitamento. Qualcosa in lui risponde con tutta la forza...

Ma l'educazione verrà presto a frenare, che dico? spesso a soffocare, la sessualità del bambino. Alla prima iniziazione della natura, portata a conoscenza del bambino, dei gesti amorosi degli adulti, verrà allora a opporsi un'educazione che condanna in lui qualsiasi sessualità e qualsiasi interesse per le cose sessuali, educazione imposta dagli stessi adulti che ne fanno qualche volta, come nel caso di Poe, un impotente. Ma l'opera della natura non si lascia annullare. Quel che il bambino ha visto resta in lui, e lui lo porterà con sé per tutta la sua vita da adulto. La scena dell'accoppiamento dei genitori - o di chi li sostituisce - sorpresa dal bambino sin dalla più tenera età, costituisce una parte costante dell'eredità di ogni essere umano. Perché quando questa scena non si verifica nella realtà, viene di solito sostituita da un fantasma di origine filogenetica, atavica, che anche la visione di cani accoppiantisi può, ad esempio, esser sufficiente a destare. Per Poe noi dobbiamo pensare che la scena primaria fu osservata in realtà nell'infanzia...

I poveri attori ambulanti David ed Elizabeth Poe non potevano nel corso delle loro tournées far dormire i bambini in stanze separate. E il precoce piccolo Edgar potè senza dubbio nell'ombra spiare i gesti sessuali degli adulti accanto ai quali giaceva. È facile indovinare: l'atto omicida compiuto sulla signora L'Espanaye dal feroce antropoide, per l'inconscio traboccante di sessualità, non è altro che un atto sessuale. Non per nulla la maggior parte dei testimoni de Gli omicidi della Rue Morgue crede di aver distinto, attraverso la parete, salendo le scale, le voci di un litigio, una voce d'uomo contro una voce di donna, una coppia umana!...

Dobbiamo ricordare una caratteristica generale delle osservazioni del coito da parte del bambino. Il bambino identifica immancabilmente l'atto sessuale con una violenza, con una crudeltà compiuta dall'uomo di cui la donna sarebbe vittima.
È quanto Freud ha chiamato la concezione sadica del coito e che si ritrova, con l'analisi, nell'anamnesi di tutti. Essa è conforme agli stadi pregenitali, durante i quali il bambino, in genere, fa queste osservazioni, ed è per lui la sola interpretazione possibile - dato che ignora lo sperma e la vagina - di un atto il cui aspetto è, malgrado tutto, aggressivo e che lui identifica con le botte, le varie ferite che ha potuto ricevere. Questa concezione, nonostante la sua unilateralità, non è, in fondo, totalmente falsa. La penetrazione del corpo femminile da parte del pene non è sempre piacevole per la donna, per la vergine è dolorosa e ha in comune con un assalto omicida proprio questa penetrazione delle carni che è necessaria per uccidere usando il ferro o qualsiasi altro strumento...

L'Urang Utang della Rue Morgue non si accontenta di penetrare la signora L'Espanaye con il rasoio fallico, ma la scotenna e le recide la testa, e noi sappiamo d'altronde che i trofei della testa, usanza universale, sono per l'inconscio un sostituto classico dei trofei fallici. Un altro racconto di Poe, scritto poco dopo Gli omicidi della Rue Morgue e sotto l'influsso della medesima dinamica psichica, conferma la nostra ipotesi: è II mistero di Marie Rogêt, esplicitamente definito dal sottotitolo «seguito de Gli omicidi della Rue Morgue». Questa fiacca replica del primo racconto poliziesco di Poe ci narra la storia, ricalcata su un delitto compiuto a New York, del misterioso assassinio di una commessa di profumeria in un boschetto vicino a Parigi. Il cadavere vien trovato galleggiante sulla Senna: la povera giovane è stata vittima di violenza sessuale...

M. Bonaparte, Edgar Allan Poe. Sa vie - son oeuvre. Etude analytique, Paris 1933, ed. accresciuta 1958. Ed. italiana: Newton Compton, 1976, trad. di A. Ciocca e S. De Rezio.

Alberto Abruzzese

La grande scimmia. Mostri, vampiri, automi, mutanti


È utile partire dalla conclusione del racconto: «[L'Urang Utang] venne successivamente catturato dal proprietario, che ne ricavò una somma ragguardevole dal Jardin des Plantes. Le Bon fu subito rimesso in libertà...» Si tratta di un evidente scambio in una società che esibisce spettacolarmente come suo fulcro simbolico la necessità della segregazione: l'Urang Utang viene messo dietro le sbarre al posto della vittima ingiustamente imprigionata dalla polizia...

Le sbarre impediscono la comunicazione tra due entità spaziali cariche di valori simbolici. Due aree contrapposte, tuttavia, rispetto alle quali è difficile collocarsi, dovendo trovare il punto di riferimento, la prospettiva da cui guardare per capire quale è il dentro e quale il fuori; chi è l'aggressore e chi è l'aggredito; se la curva all'infinito della barriera cinge d'assedio l'una o l'altra delle due dimensioni. La verifica del valore da assegnare a uno dei due mondi può effettuarsi solo con la trasgressione della linea di confine, per potere, così, avere esperienza dell'altro, viverlo, come si suole dire, dall'interno.
Ma la fenomenologia della conoscenza non esce mai soddisfatta dalla residenza nell'una o nell'altra delle due regioni; chiaramente il dentro e il fuori risultano uno stato d'assedio reciproco. Quindi le forme di conoscenza legate alla fuga, alla trasgressione, al viaggio, qualsiasi possa essere la direzione, trovano la loro rappresentazione più significativa lungo la linea di demarcazione, nei punti in cui questa viene spezzata violente mente oppure nei punti in cui si disintegra lasciando che tutto
si confonda...

Possiamo parlare con sicurezza di questo pubblico, perché Poe lo ha descritto meticolosamente, quasi sociologicamente, nel suo stesso racconto poliziesco. È costituito dal composito gruppo di testimoni della incomprensibile tragedia di cui la legge cerca il colpevole: ciascuno dei componenti di questa piccola campionatura della folla parigina ha avuto modo di raccogliere dell'evento misterioso un dato isolato, un segnale ambiguo, un'informazione parziale. Notizie dall'ambiente urbano in cui il delitto è stato commesso portano ad accusare, seppure con scarsa convinzione, certo Adolphe Le Bon, impiegato di banca, dal momento che il senso comune suggerisce, come movente del crimine, il denaro. La stampa, la polizia, dunque, fanno da cassa di risonanza dell'incapacità di conoscenza di un gruppo sociale; il gruppo è nell'impossibilità oggettiva di conoscere, perché dati, segnali e informazioni non vengono elaborati secondo metodi analitici rigorosi e unitari, sono affidati alla suggestione fantastica ma disomogenea, frantumata, disgregata...

La situazione di fronte alla quale ci troviamo, dunque, riguarda le modalità di soluzione dell'enigma da parte degli strumenti di conoscenza, di informazione e di repressione del sistema sociale massificato, da un lato, e le modalità di soluzione da parte di Dupin dall'altro. Dupin non per questo si sottrae alla sua appartenenza di diritto agli stessi rapporti economici e sociali di quelle istituzioni che contesta sul piano dell'effìcienza e a livello concorrenziale. Del resto la regola del detective, per molti decenni a partire da Poe e da Conan Doyle, non potrà non essere un punto di vista particolarmente interno al sistema: la scoperta dell'assassino, sino a quando ruota intorno al cadavere della scrittura, svela sempre una rivendicazione al dominio individuale, al massimo l'offerta di una sostituzione, mai l'ingresso di un nuovo ordine. Ma è vero anche, almeno nel caso di Poe, che l'autore di polizieschi consente l'approfondimento dei significati reconditi dell'autore di letteratura fantastica: si tratta di capire se qui, alla loro origine, i due generi si contrappongono, sovrappongono o intrecciano...

Mentre la ricerca del senso comune perviene a una soluzione errata, per quanto nell'ordine naturale delle cose, la ricerca intellettuale di Dupin perviene alla soluzione giusta, per quanto nell'ordine innaturale delle cose; mentre un uso male indirizzato della fantasia ottiene un assassino squallido e banale al punto di essere un falso assassino, un rigoroso e ben diretto procedimento analitico ottiene un assassino tanto fuori dalla norma da essere l'unico possibile, quello autentico; infine, mentre la costruzione di prove per un fatto credibile porta a mistificare le prime e inventare il secondo, la costruzione di prove per l'incredibile porta al rispetto delle prime e alla scoperta della realtà del secondo...

Sin dal momento in cui Dupin inizia la sua gara con i modi di produzione di conoscenza forniti dalla stampa e dalla polizia, ci si accorge che Poe intende costruire sull'intreccio poliziesco una macchina estremamente complessa e raffinata, in cui lo scambio di alcuni elementi può ribaltare alcuni effetti, ma non il contenuto dell'operazione intellettuale, il valore in quanto tale che questa macchina consente. Il racconto poliziesco rappresenta l'uso di questa macchina secondo un vettore che dalla realtà porta al fantastico; porta all'immaginazione di quanto, altrimenti, sarebbe inimmaginabile. Il racconto fantastico tende piuttosto a seguire il vettore opposto e dal fantastico penetrare nella realtà o meglio ricostituirla con lo stesso rigore del procedimento analitico. Vale a dire che il gioco si esprime, nell'uno e nell'altro genere, in un potenziamento dell'intelligenza, in un'affermazione del potere individuale sulla ambiguità tra il reale e l'immaginano quali si esprimono nelle forme collettive della produttività sociale. Un vecchio adagio apre la millesimaseconda notte di Sherazade: la realtà è più strana di ogni immaginazione. Poe inverte la meccanica di questa massima popolare: immaginare fatti strani per conoscere la realtà...

Si può tentare di comprendere che senso abbia collocare un Urang Utang nell'area del delitto, farne il soggetto del mistero, contrapporlo al criminale civilizzato. Il delitto puro, astratto, esemplare viene rappresentato dalla stanza ermeticamente chiusa (può essere anche il ventre materno, forzatamente suggerito dalla Bonaparte, ma il significato fondamentale della stanza rimane la rigorosa delimitazione di uno spazio simbolico in cui è possibile sperimentare il valore dell'immaginazione). Scomponendo e ricomponendo i dati forniti da una ragione sociale che si confonde con gli aspetti più deteriori di una fantasia priva di capacità analitiche, il detective perviene alla scoperta dell'assassino: questi è nella realtà un animale; una forza allo stesso tempo sovrumana e subumana; forza che è la somma di più uomini, ma anche l'espressione di ciò che è più primitivo dell'uomo, di ciò che è prima dell'uomo cosciente. L'immaginazione ha identificato il colpevole non nell'individuo civile e storico, che le risorse sociali del territorio avrebbero voluto designare come assassino, ma nell'animale; un animale primordiale che si trova a essere autore di un delitto al posto dell'intelligenza, della memoria, della volontà. Queste ultime, invece, sono le qualità del detective, della sua macchina conoscitiva...

La presenza del detective in Poe - cioè alle origini teoriche del poliziesco - annulla l'interesse per l'assassino in quanto tale; ciò che conta è il significato del cadavere e il lavoro intellettuale necessario a comprendere questo significato. Anzi l'intervento del detective è una attività riordinatrice e razionalizzante, anche nella sua sostanza fantastica: dunque l'indagine è tanto più ardua quanto più le si oppone un'attività caotica, irrazionale, imprevedibile. Mentre nel genere fantastico i fantasmi sono gli ibridi più adatti a funzionare come forma di accesso, violenta e produttiva dell'immaginazione sulla realtà (e dunque le forme dell'assassinio e della catastrofe appaiono come energie che l'eroe patisce); nel genere poliziesco, al contrario, un ibrido uomo-bestia come la grande scimmia risulta la forma di accesso ideale della realtà sull'immaginazione (e dunque le forme del delitto vengono questa volta dominate dall'eroe-detective che in larga misura si appropria della positività dell'assassino, scoprendolo nell'atto stesso in cui lo concepisce; ricostruendo, cioè, attraverso il cadavere un rito cannibalico, altrimenti occulto; compiendo il delitto una seconda volta ma in modo intelligibile). Dupin, scoprendo la scimmia, ne eredita l'energia; esibendola, ne assume i significati...

Il consumatore si pone nel confronti dell'ordigno intellettuale predisposto da Poe come si pone nei confronti di qualsiasi altro prodotto sociale, di qualsiasi altro artefatto: cioè se ha avuto «un ambiente mediamente prevedibile» e «una madre ordinariamente devota», individuerà il linguaggio del testo grazie al principio di realtà, ma sarà costretto immediatamente a reagire anche sul piano del principio di piacere, dell'attività primaria, della simbolizzazione più inconscia e profonda. L'animale antropomorfo (cosi come, negli stessi anni, l'automa che è antropomorfizzazione della macchina) compie il suo ingresso nel racconto fantastico con una precisa funzione di investimento pulsionale dell'inconscio collettivo...

A. Abruzzese, La grande scimmia (Mostri, vampiri, automi, mutanti. L'immaginario collettivo dalla letteratura, al cinema e all'informazione), Napoleone, 1979

Jacques Lacan

La cosa freudiana


(...) Non a caso questa storia si è mostrata propizia a dar seguito a un filone di ricerca che già vi aveva trovato appoggio. Si tratta, come sapete, del racconto che Baudelaire ha tradotto con il titolo La lettera trafugata (La lettre volée). Fin dall'inizio vi si distinguerà un dramma dalla narrazione che ne è fatta e dalle condizioni di questa narrazione. Del resto, si vede subito cosa rende necessarie queste componenti, e come esse non abbiano potuto sfuggire alle intenzioni di chi le ha composte. La narrazione, infatti, doppia il dramma di un commento senza di cui non ci sarebbe possibile messa in scena...

Queste scene sono due: di esse designeremo subito la prima con il nome di scena primitiva, e non per disattenzione, giacché la seconda può essere considerata come la sua ripetizione, proprio nel senso che qui è all'ordine del giorno. La scena primitiva dunque si gioca, ci si dice, nel boudoir reale, di modo che noi supponiamo che la persona di rango più elevato, chiamata ancora l'illustre persona, che è sola quando riceve una lettera, sia la Regina. Questo sentimento si conferma per l'imbarazzo in cui la getta l'ingresso dell'altro illustre personaggio, di cui ci è già stato detto prima di questo racconto che la nozione che questi potrebbe avere di detta lettera, metterebbe in gioco per la dama nientemeno che l'onore e la sicurezza. Infatti ci è prontamente tolto il dubbio che si tratti proprio del Re, dalla scena che si svolge con l'ingresso del ministro D...

A questo punto, infatti, la Regina non ha potuto far di meglio che giocare sulla disattenzione del Re lasciando la lettera sul tavolo «rivoltata con l'indirizzo di sopra». Tuttavia essa non sfugge all'occhio di lince del ministro, che non manca nemmeno di rimarcare lo smarrimento della Regina e di sventare così il suo segreto. Da questo momento tutto si svolge come in un orologio. Dopo aver trattato con il tono e lo spirito che gli sono abituali gli affari correnti, il ministro prende di tasca una lettera che somiglia d'aspetto a quella che ha sotto gli occhi, e facendo finta di leggerla la depone di lato a quest'ultima. Qualche parola ancora con cui divertire il regale pubblico, e rattamente si impossessa della lettera imbarazzante, sgombrando il campo senza che la Regina, a cui nulla è sfuggito dei suoi maneggi, abbia potuto intervenire per timore di risvegliare l'attenzione del regale congiunto...

Tutto avrebbe potuto passare inosservato per uno spettatore ideale di una operazione in cui nessuno ha fiatato, e il cui quoziente è che il ministro ha sottratto alla Regina la sua lettera e, risultato ancora più importante del primo, che la Regina sa adesso che è lui ad averla, e non innocentemente. Un resto che nessun analista trascurerà, messo lì com'è a riportare tutto ciò che è proprio del significante, senza tuttavia saper sempre che farne, la lettera lasciata a buon conto dal ministro e che la mano della Regina può ora appallottolare...

Seconda scena: nel gabinetto del ministro. E nella sua casa, e noi sappiamo, stando al racconto che il Capo della polizia ne ha fatto a Dupin, che la polizia da diciotto mesi, tornandoci tutte le volte che glielo hanno permesso le assenze notturne abituali del ministro, ha perquisito la sua abitazione e dintorni, frugandoli da cima a fondo. Invano - benché chiunque possa dedurre dalla situazione che il ministro tenga la lettera a portata di mano. Dupin si è fatto annunciare al ministro. Costui lo riceve con ostentata noncuranza, con discorsi che effettuano una romantica noia. Dupin, tuttavia, che non è tratto in inganno dalla finta, con gli occhi protetti dai suoi occhiali verdi, ispeziona il luogo. Quando il suo sguardo si posa su un biglietto tutto sgualcito che sembra abbandonato nella casella di un laido portacarte di cartone che richiama l'attenzione per i suoi lustrini, appeso nel bel mezzo della cappa del camino, sa già di avere a che fare con ciò che cerca...

A questo punto non deve fare altro che congedarsi, dopo avere «dimenticato» la tabacchiera sul tavolo, per ritornare l'indomani a cercarla, armato di una copia contraffatta che simula l'aspetto attuale della lettera. Un incidente nella strada, preparato perché scoppiasse al momento giusto, attira il ministro alla finestra: Dupin ne approfitta per impossessarsi della lettera e sostituirla con quella che ne ha il sembiante, col che non gli rimane che salvare presso il ministro le apparenze di un normale congedo. Anche qui è avvenuto se non proprio senza rumore, senza fracasso. Il quoziente dell'operazione è che il ministro non ha più la lettera, ma lui non ne sa nulla, lungi dal sospettare che è Dupin che gliel'ha sottratta...

C'è bisogno che sottolineiamo che queste due azioni sono simili? Sì, perché la similitudine cui miriamo non è fatta della semplice riunione di tratti scelti al solo scopo di apparigliarne la differenza. E non basterebbe tener fermi questi tratti di rassomiglianza a spese degli altri perché ne risulti una qualche verità. È l'intersoggettività in cui le due azioni si motivano che vogliamo mettere in rilievo, e i tre termini con cui essa li struttura. Il privilegio di questi ultimi si giudica dal fatto che essi rispondono insieme ai tre tempi logici attraverso cui si precipita la decisione, e ai tre posti che questa assegna ai soggetti che ripartisce. Questa decisione si conclude nel momento di uno sguardo...

Tre tempi che ordinano tre sguardi sostenuti da tre soggetti, incarnati ogni volta da persone diverse. Il primo comporta uno sguardo che non vede niente: è il Re, la polizia. Il secondo, uno sguardo che vede che il primo non vede niente, e s'illude di vedere coperto ciò che nasconde: è la Regina, poi il ministro. Il terzo è quello che del primo e del secondo sguardo vede che lasciano ciò che è da nascondere allo scoperto per chi vorrà impossessarsene: è il ministro, e alla fine Dupin...

Ciò che ci interessa oggi è il modo con cui i tre soggetti si danno il cambio nei loro spostamenti nel corso della ripetizione intersoggettiva. Vedremo che il loro spostamento è determinato dal posto che viene a occupare quel puro significante che è la lettera trafugata, nel loro trio. Sta qui ciò che ce lo confermerà come automatismo di ripetizione. Possiamo considerare una semplice razionalizzazione, secondo il nostro rude linguaggio, il fatto che la storia ci sia raccontata come un enigma poliziesco? In verità ci sentiremmo in diritto di considerarlo poco certo, se notiamo che tutto ciò in cui un simile enigma si motiva a partire da un crimine o da un delitto - cioè la sua natura e i suoi moventi, i suoi strumenti e la sua esecuzione, il procedimento per scoprirne l'autore e la via per provarlo - qui è accuratamente sottratto in partenza a ogni peripezia...

Il dolo è sin dall'inizio chiaramente conosciuto tanto quanto le mene del colpevole e i loro effetti sulla vittima. Il problema, quando ci viene esposto, si limita alla ricerca, ai fini della restituzione, dell'oggetto a cui attiene il dolo, e sembra del tutto intenzionale che la sua soluzione sia già ottenuta quando ce lo si spiega. E per questo che si è tenuti col fiato sospeso.
Di fatto, quale che sia il credito che si può fare alla convenzione di un genere per suscitare un interesse specifico nel lettore, non dimentichiamo che «il Dupin» è un prototipo...

Sarebbe tuttavia un altro eccesso ridurre il tutto a una favola la cui morale sarebbe che, per conservare lontana dagli sguardi una di quelle corrispondenze il cui segreto è talora necessario alla pace coniugale, basti lasciarne in giro i fogli intestati sul proprio tavolo, sia pur rivoltati sulla loro faccia significante. È un trucco che per parte nostra non raccomanderemmo mai a nessuno di provare, temendo che se si fida ci resti male. Qui dunque non ci sarebbe altro enigma che, da parte del Capo della polizia, un'incapacità all'origine di un insuccesso - salvo forse da parte di Dupin una certa discordanza, che non ammettiamo volentieri, tra le osservazioni certamente molto penetranti benché non sempre pertinenti nella loro generalità, con cui ci introduce al suo metodo, e il modo con cui di fatto interviene...

Arriveremmo presto a chiederci se, dalla scena inaugurale che solo la qualità dei nostri protagonisti salva dal vaudeville, fino alla caduta nel ridicolo che nella conclusione pare promessa al ministro, ciò che ci dà piacere non sia il fatto che tutti sono giocati. Saremmo tanto più inclini ad ammetterlo in quanto vi ritroveremmo, insieme a coloro che ci leggono, la definizione che abbiamo dato, da qualche parte di sfuggita, dell'eroe moderno, come colui «cui dàn lustro imprese derisorie in una situazione di smarrimento». Siamo forse presi anche noi dalla prestanza del detective amatore, prototipo di un nuovo matamoro, preservato ancora dall'insipidità del superman contemporaneo?...

J. Lacan, Ecrits, Editions du Seuil, Paris 1966. Ed. italiana Einaudi, 1962, trad. di G. Contri e S. Loaldi